"Bodies of Evidence" raccoglie testimonianze di violenze sessuali e torture, tra denunce e impunità. Il regista Awad Joumaa: «L’idea è risalire le linee di comando»

Nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, lunedì 19 ottobre, il silenzio è calato presto. Non quello di rito che precede un dibattito, ma quello che arriva quando le immagini diventano un pugno allo stomaco. Sullo schermo, Bodies of Evidence, l’inchiesta di Al Jazeera diretta da Awad Joumaa sulla violenza sessuale contro i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane.

Il film mette in fila una serie di testimonianze, raccolte faticosamente superando lo stigma, che per le vittime rappresenta spesso il muro più alto. Uomini che raccontano di essere stati violentati con mazze da baseball. Di aver subito abusi da parte di soldatesse reclute, in una sorta di rito di iniziazione, mentre venivano filmati con i cellulari e derisi dai secondini. Di aver visto, o subito, aggressioni sessuali da parte di grossi cani, anche queste riprese dai soldati. Un detenuto ricorda che a ogni visita dell’avvocato seguiva uno stupro, tanto da arrivare a chiedere al legale di non presentarsi più. Altri descrivono il passaggio quasi quotidiano di prigionieri sanguinanti nei corridoi, accuditi dai compagni di cella, e corpi tenuti in vita con appena 800 calorie al giorno.

Secondo i racconti, le violenze si sarebbero intensificate dopo il 7 ottobre, con guardie in cerca di vendetta, ma sarebbero esistite da sempre. Ben Marmarelli, avvocato israeliano che rappresenta alcuni dei detenuti palestinesi, riassume la logica che emerge: «Il governo israeliano li etichetta come animali umani. Se li consideri animali, puoi trattarli come tali». Nel film compare la relatrice speciale Onu Francesca Albanese, che parla di una pratica diffusasi «come un’epidemia» e di un sistema in cui «ognuno poteva fare quello che voleva», cioè di «un potere assoluto». Leggendo i report, racconta, le è stato subito chiaro che «si trattava di uno schema». Il nodo più pesante è quello dell’impunità. Albanese ricorda che l’unico caso di stupro filmato e reso pubblico non ha prodotto alcun provvedimento penale: i responsabili sono rimasti liberi e sono stati addirittura ospitati in tv, mentre l’unico a subire conseguenze giudiziarie è stato chi aveva girato il video. Per Cuno Tarfusser, già giudice della Corte penale internazionale, «l’impunità è la sconfitta dello Stato di diritto»: lo stupro sui prigionieri, ricorda, è un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità.

Il dibattito si spinge poi oltre le mura delle carceri. Lo stupro, si sottolinea, accompagna tipicamente il genocidio, ed è violenza tanto fisica quanto psicologica. Si citano anche casi di cecchini che mirerebbero ai genitali: per Albanese, un attacco alla «capacità riproduttiva dei palestinesi». La giurista Mariagiulia Giuffrè spiega che la violenza sessuale può assumere valenza genocidiaria, perché provoca danni fisici e mentali tali da compromettere l’esistenza stessa di un gruppo. Lo stupro sugli uomini ha un obiettivo chiaro, afferma Albanese: «spezzare lo spirito di un popolo». Accuse di questa gravità si scontrano però con un muro di smentite. Già nell’agosto 2025, quando il segretario generale dell’Onu Guterres scrisse a Israele di avere «informazioni credibili» su violenze sessuali contro i detenuti, l’ambasciatore israeliano Danny Danon rispose che le accuse poggiavano su pubblicazioni di parte, invitando le Nazioni Unite a concentrarsi sui crimini sessuali di Hamas. A maggio 2026 lo scontro è esploso. Il rapporto annuale dell’Onu sulla violenza sessuale nei conflitti ha incluso per la prima volta le forze israeliane, documentando «schemi» di abusi contro detenuti palestinesi. Nella lista nera è finito il Servizio penitenziario israeliano, mentre altri organismi restano sotto monitoraggio. Il ministero degli Esteri di Gerusalemme ha dichiarato di aver confutato le accuse in modo completo e definitivo, parlando di una «ostilità istituzionalizzata» dell’Onu verso Israele. Resta tuttavia un dato: dopo l’ottobre 2023 Israele ha sospeso le visite della Croce Rossa ai detenuti, e una verifica indipendente, oggi, appare estremamente difficile se non impossibile.

Dopo la proiezione abbiamo chiesto a Joumaa, regista del documentario, quale sia stata la difficoltà maggiore nel lavorare con i testimoni. «Lo stigma è forte, ma è altrettanto forte la voglia di denunciare quello che hanno subito», risponde. E che cosa è rimasto fuori dal montaggio? «Tanto: torture di ogni sorta, detenzioni ingiustificate, isolamento, denutrizione, percosse continue». Il lavoro finisce qui? «No» assicura il regista, «non è finito: l’idea è risalire le linee di comando che governano questo schema, in cui lo stupro diventa uno strumento di guerra».

 

L’evento, promosso dalla deputata M5S Stefania Ascari, è stato moderato da Chiara Cruciati (il manifesto). Hanno partecipato anche il produttore Pierangelo Pirak (Pomona Pictures) e il professor Triestino Mariniello