Nascondono i corpi agli occhi del mondo, i sudari di Gaza. Velano i corpi, con antica pietà, perché non siano preda del mondo. Non una, ma mille volte, migliaia e migliaia di volte, tante quante sono le immagini dei corpi maciullati, le repliche infinite dei corpi frammentati, sbranati, umiliati che riempiono i nostri schermi insonni. Come silhouette candide, come fantasmi, come strappi bianchi nelle fotografie, i sudari di Gaza riempiono le macerie grigie, polverose di una terra totalmente distrutta. Azzerata. Desolata. Sono i sudari dei bambini in braccio ai padri. È la lunga, composta fila di sudari, uno accanto all’altro. Tanti sudari quanti erano i componenti di un’intera famiglia scomparsa sotto un bombarda mento israeliano. L’ennesimo. Quattro, dieci, decine: corpi velati – appunto – con antica pietà applicata a quello che, in una terra desolata e distrutta, non c’è. Acqua, cimiteri, sudari, ospedali, obitori.
I corpi avvolti nei teli funerari sono adagiati su pavimenti, strade, spiazzi di terra, come fossero un tappeto di bozzoli bianchi che copre l’intera superficie. Sono sequenze di generazioni. Nonni, madri, padri, sorelle, fratelli, figlie e figli, nipoti. Coprono spazi grandi quanto stanzoni d’ospedale, cortili di scuole, marciapiedi, sale. Ovunque. Là dove c’è terra e spazio per adagiare salme, ricomporre corpi, dare una dignità minima a una morte ancor più crudele di quanto già la morte non sia. È allora, quando la vita abbandona i corpi e i morti ammazzati vengono coperti dalla pietas di chi rimane, di chi sopravvive allo scempio, che le immagini si fanno spazio. Arrivano da noi, come polvere bianca e accecante sui nostri occhi distratti. Arrivano, i corpi dei palestinesi di Gaza, solo quando diventano biancore di teli, prima di essere seppelliti sotto la loro terra. La terra nativa, la terra degli antenati, la terra a cui si torna.
Bozzoli bianchi. Corpi avvolti. Così, solo così, abbiamo visto per la prima volta i corpi di Gaza, dopo il 7 ottobre. Quando sono stati coperti da un sudario, da un lenzuolo di mussolina, di cotone, e poi – sempre più di frequente – di spessa plastica bianca. Così, solo così, avvolti in un telo chiuso da nodi, abbiamo visto i palestinesi di Gaza, che erano vivi. Vivi ma nascosti – prima, sì, davvero, per interi decenni – agli occhi del mondo, sprofondati in un buco nero invisibile e irraggiungibile, battezzato con un nome incomprensibile. Striscia di Gaza. Striscia, poco più di un cerotto sulla sponda orientale del Mediterraneo, troppo piccolo perché ci sia persino spazio per il suo nome, su una carta geografica. Niente più di un nome, nuovo, con pochi decenni alle spalle. Nessun passato, nessun racconto, nessuna storia condivisa, diffusa sugli schermi dei vecchi telegiornali. Un luogo confinato, un universo concentrazionario per milioni di palestinesi, visitato da pochi, pochissimi “eletti” internazionali. Diplomatici. E funzionari internazionali, giornalisti internazionali, volontari internazionali.
Né più né meno, un campo di concentramento visitato solo da chi ha il permesso giusto. Un campo di concentramento, chiuso allo sguardo degli astanti digitali, già ben prima del 7 ottobre 2023, e del 2009, e del 2005, e via all’indietro fino al 1948. Di Gaza, della plurimillenaria Gaza, nulla o quasi è stato raccontato. Nulla sui manuali di storia mediterranea per le scuole. Eppure Gaza era comparabile, per storia e peso, a tutte le altre città costiere del “mare bianco di mezzo” che hanno segnato passaggi, commerci, spostamenti, viaggi, guerre nel corso di almeno cinquemila anni di vita umana e non umana. Nulla di chiese antiche e moschee antiche, nulla di scuole filosofiche e teologiche, nulla di sarcofagi antropomorfi e siti archeologici di valore inestimabile, nulla di alberi secolari come i sicomori, nulla di giraffe arrivate a Gaza come dono per un imperatore bizantino, nulla di commercianti e proprietari terrieri. Nulla del mare e del porto di Gaza. Piccola e confinata. Sigillata e irrilevante nei destini del mondo, della regione, del Mediterraneo. Finché quel luogo non è tracimato oltre il muro: il muro di cemento armato che lo rinchiudeva, le recinzioni che – da decenni – segnavano la separazione tra Gaza e Israele. Tra la piccola striscia di terra e città e umanità, e Israele ed Egitto e, dunque, il mondo intero.
Nulla, di quel luogo, era conosciuto, sino a che quel luogo non è stato appaiato a un tempo. Un giorno-spartiacque: 7 ottobre 2023. Attacco delle Brigate al Qassam e delle Brigate al Quds, attacco armato, terroristico nei risultati. Oltre millecento, tra soldati, poliziotti, civili israeliani presi di mira e uccisi. Oltre duecento prigionieri israeliani per farne ostaggi da scambiare con i prigionieripalestinesi, in gran parte ostaggi a loro volta, detenuti nelle carceri israeliane. E subito, un altro baratro, di profondità incommensurabile, imparagonabile rispetto al giorno-spartiacque: Gaza, la Striscia di Gaza, divenuta un catino in cui le forze armate (non di difesa) israeliane hanno gettato decine di miliardi di dollari di bombe su oltre due milioni di palestinesi, un catino distrutto dove ora giacciono, come cadaveri di cemento, oltre cinquanta milioni di tonnellate di detriti. E dove sono stati uccisi almeno sessantamila palestinesi, o forse cento mila palestinesi, o forse ancora di più. Indistinti, incalcolati. Numeri, numeri. Numeri che congelano la nostra empatia, e che nulla dicono di biografie, amori, desideri, lavoro e fame, sogni e vita reclusa in una striscia di terra ignota al mondo.
In questo genocidio nostro, di cui i sudari sono simbolo per difetto, i palestinesi non hanno neanche diritto a conoscere il numero esatto dei loro defunti né, soprattutto, i loro nomi. Un numero approssimativo, un elenco per difetto, testimonianza di un razzismo profondo e senza appello. Il razzismo del colore e della subalternità, di chi non conta per le stanze del potere. E noi possiamo dimenticarci, di questo genocidio in diretta, se non tocca le nostre vite distanti. Sino a che, però, le macerie di Gaza non si trasformeranno – già si sono trasformate – nelle nostre macerie morali. In mezzo alle quali vaghiamo già irrimediabilmente trasformati. Ognuna e ognuno di noi. Cambiati per sempre.
Pubblicato in accordo con Grandi & Associati Milano
Copyright Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Disegno di Marilena Nardi




