Una pagina del Corriere della Sera mette in fila sotto il titolo “Le frasi” i passaggi degli articoli di Youssef Siher: l’intifada studentesca nelle università arabe per il Fatto Quotidiano, il Pakistan per il Foglio, la visita di Erdogan in Egitto per l’Ispi. Analisi di politica estera esposte come reperti di un delitto che nessuno è ancora riuscito a nominare.
Dopo la caccia al bambino è arrivata la caccia all’islamico, e i giornali si sono tuffati a pesce: Libero lo chiama “la mente islamica delle proteste”, Panorama “il capo e ideologo dei maranza”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto (FdI) si complimenta per aver individuato l’ideatore, che sarebbe una persona molto introdotta, come se ideare fosse un reato e un curriculum fosse un’aggravante.
Siher è in carcere a San Vittore con l’accusa di terrorismo, eppure la pagina che avrebbe guidato la rivolta è nata dopo gli scontri del 17 e 18 ottobre. Gli contestano pure la violenza organizzata nelle manifestazioni, reato inventato dal decreto del 20 ottobre, e l’avvocato Paolo Di Fresco ha spiegato a Fanpage che una norma penale più severa vale solo per i fatti successivi. Se le sue chat istigano, il codice ha già un nome per farlo e un giudice lo dirà. Il terrorismo serve ad altro: regala al governo un nemico col nome giusto.
Intanto sabato a Bologna i manifestanti feriti erano 19, gli agenti restavano senza un numero sul casco che permetta di riconoscerli e c’è chi si gode i video delle manganellate scambiandole per forza, perché gli piace sentirsi dalla parte del bastone. Finirà male. Il manganello, prima o poi, cambia indirizzo.
Buon lunedì.




