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Via dalla giungla di Calais. Che fine faranno mille minori?

Calais, un migrante lascia la Giungla
Migrants line-up to register at a processing centre in the makeshift migrant camp known as "the jungle" near Calais, northern France, Monday Oct. 24, 2016. French authorities say the closure of the slum-like camp in Calais will start on Monday and will last approximatively a week in what they describe as a "humanitarian" operation. (AP Photo/Emilio Morenatti)

Addio alla giulgla di Calais: uno dei simboli della disastrosa gestione della crisi dei rifugiati da parte dell’Europa e dei singoli Stati europei viene smantellato. Da stamane all’alba i 6-8mila abitanti del campo nato e cresciuto ai bordi della cittadina del Nord della Francia che guarda le coste britanniche, viene smantellata.

Sotto gli occhi di telecamere e poliziotti, decine di autobus hanno caricato afghani, sudanesi, eritrei che nei mesi si erano accampati a Calais nella speranza di passare la Manica e li stanno trasportando in 280 località della Francia. O almeno così ha spiegato il governo. Ma come denuncia Medicis du monde, le operazioni hanno l’aria di essere un po’ improvvisate e i migranti che lasciano volontariamente il campo hanno saputo della loro destinazione solo nelle ultime ore. E non è ben chiaro che destino avranno queste persone una volta finite nei centri di accoglienza o di identificazione. Come non è chiaro nemmeno cosa succederà a coloro – se ce ne saranno – che resisteranno al trasferimento. Nei giorni scorsi ci sono stati scontri: la stragrande maggioranza di queste persone non vuole rimanere in Francia e in molti casi ha parenti in Grand Bretagna.

In alcuni Paesi della Francia ieri il Front National ha già messo in scena manifestazioni anti-accoglienza. A Vaucluse (quella delle chire fresche dolci acque di Petrarca), Marion Marechal Le Pen, nipote di Marine e capo dell’ala destra del partito, ha radunato un centinaio di persone. A manifestare c’erano anche i francesi per l’accoglienza. Erano di più, raccontano i media locali.

Un problema specifico è quello dei mille e più minori: in teoria avrebbero diritto all’accoglienza automatica. Molti hanno famiglie in Gran Bretagna e, sempre in teoria, il diritto al ricongiungimento. Ma Londra si rifiuta di garantire un meccanismo automatico che garantisca ai minori di ritrovare i loro parenti e così i ragazzi verranno presi in carico dalle autorità francesi. Poi si vedrà. Non una bella modalità di rispettare i trattati internazionali da parte di Londra, dove nei mesi pre-Brexit la Giungla è stata spesso usata come spauracchio dei favorevoli a lasciare l’Europa.

A proposito di Gran Bretagna, Europa e rifugiati, un’inchiesta della Bbc ha rivelato come minori siriani – e rifugiati adulti – vengano messi al lavoro nelle fabbriche tessili di Istanbul. Lavorano anche fino a sedici ore, vengono pagati pochissimo, vengono presi e licenziati come niente fosse. Ma è l’unica cosa che possono fare per sopravvivere. I siriani lavorano in fabbriche che appaltano dai giganti della moda come Zara, Mango, Next, Asos (che vende online), i quali negano di avere rapporti diretti con quei subappaltatori, ma si trovano lo stesso a dover rispondere del modo in cui lavorano: la Turchia è un fornitore a basso prezzo e vicino all’Europa che viene molte usato per gli ordini a pronta consegna. Da quando ci vivono tre milioni di rifugiati siriani, poi, il prezzo della manodopera si è abbassato ulteriormente.

Calais, un migrante lascia la Giungla
 (AP Photo/Thibault Camus)

 

 

«Cucù, Equitalia non c’è più»

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri sulla legge di bilancio, Roma, 15 ottobre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Ospite di In mezz’ora su Rai Tre intervistato da Lucia Annunziata (il video è qui) Matteo Renzi ha salutato così l’abolizione di Equitalia: «Cucù, Equitalia non c’è più». Poi ha raccontato che la mossa della demolizione dell’odiata agenzia in realtà non c’entra nulla con il pressi referendum specificando che semplicemente crede che sia qualcosa che “andava fatto”.

Ora, al di là della vicenda Equitalia che in questi anni ha assunto proporzioni vergognose, va osservato come si sia sviluppata in tempi recenti (non solo per Renzi) una certa ritrosia a spiegare le ragioni politiche che stanno dietro a una riforma; non tanto gli effetti più o meno di pancia che possono avere sull’elettorato (c’è gente, molta gente, che crede riavere ricevuto in condono tombale di tutti i pagamenti arretrati, per dire) ma soprattutto la programmazione e la visione che stanno dietro a una scelta continuano a mancare e a non essere considerate importanti.

Sarebbe utile sapere, ad esempio, come la rinuncia a Equitalia si inserisca in una più ampia lotta all’evasione (ma anche se è sia prioritaria la lotta all’evasione) così come per la riforma costituzionale sarebbe utile ascoltare le modalità che saranno utilizzate per migliorare la classe politica nei prossimi anni poiché, vista la comunicazione, sembra evidente che Renzi e soci puntino molto sulla grettezza dei politici e quindi su una loro subitanea riduzione. Sarebbe utile sapere, ad esempio, come Renzi pensa di poter fare senza Alfano o Verdini nella prossima legislatura per avere una maggioranza che gli permetta di governare tenendo conto della perdita di voti del suo partito.

Ci piacerebbe sapere se la riduzione delle tasse prevede una diversa programmazione delle entrate di Stato (da dove e come) oppure una drastica riduzione della spesa pubblica (da dove e come). Ci si potrebbe interrogare su quali siano le previsione future del bilancio nazionale nei prossimi anni e da cosa derivi l’ottimismo renziano che gli consente di sognare un “grande opera” come il ponte di Messina e sarebbe curioso avere una risposta sulla riforma dei partiti che si renderebbe necessaria con l’istituzione dell’elezione indiretta per il Senato. E se davvero invece i senatori li sceglieranno i cittadini forse sarebbe il caso di chiarire come prima di andare a votare il referendum.

Pensandoci in realtà sarebbe opportuno avere il governo qualcuno che abbia presentato un programma elettorale per giudicarlo “nel merito”, tanto per citare una definizione tanto di moda. E invece niente: qui abbiamo un governo che è la nuvola di polvere che è riuscita ad alzarsi dalle macerie precedenti. Senza voto, senza campagna elettorale e soprattutto senza un programma. E sono quelli che vorrebbero cambiare la Costituzione. Per dire.

Buon lunedì.

L’ossessione di Assange per le mail di Hillary

Hillary CLinton legge mail da suo smartphone
Democratic presidential candidate Hillary Clinton looks at a smart phone as she leaves her home, in Washington, Saturday, Sept. 17, 2016. Clinton will speak at the Congressional Black Caucus Foundation's Phoenix Awards Dinner at the Washington Convention center. (AP Photo/Andrew Harnik)

Julian Assange è più o meno disconnesso dal mondo. O almeno così hanno annunciato le autorità ecuqdoregne, che ospitano il fondatore di Wikileaks nella loro ambasciata di Londra. Le elezioni del 2016 sono per lui cruciali: con Hillary Clinton il rapporto è sempre stato pessimo. Sarà per questo che la sua organizzazione sta pubblicando materiali a tonnellate. Tra questi le email interne della campagna democratica. Qualcuno ha anche commentato che l’organizzazione sta un po’ perdendo la propria funzione e sembra schierata con il candidato sbagliato. O almeno peggiore.

Certo è che Assange è in pericolo e che il trattamento riservato a tutti i whistleblower e hacker, anche quelli che hanno rivelato cose di interesse pubblico come Edward Snowden, è molto duro. E che negli Usa ci sono forti campagne di pressione per Chelsea Manning e per lo stesso Snowden.

Su Left in edicola ci occupiamo del ruolo assunto da soffiate, audio rubati e materiale hackerato nella campagna elettorale americana. Ricostruiamo la vicenda delle email di Hillary Clinton, ricordiamo il ruolo di Fancy Bear, il gruppo di hacker russi accusato di lavorare per Putin contro Clinton – sarebbero loro che passano il materiale ad Assange – e con un’intervista a Eric Corley, decano degli hacker, editore, direttore di 2600, Hacker Quarterly, conduttore radiofonico. Corley è creatore e direttore di H.O.P.E. – Hackers on Planet Earth. Il suo nickname viene dal nome del capo dell’opposizione in 1984 di George Orwell.

Di cosa stiamo parlando? Cosa abbiamo scoperto su Clinton e il suo staff, su come lavorano e cosa pensano? Un assaggio è qui sotto, le interviste e i servizi di Marina Catucci e Martino Mazzonis sono in edicola

Cosa c’è nelle mail di John Podesta, capo della campagna Clinton

  • Parlando con un gruppo di sindacalisti Hillary si chiede perché gli ambientalisti, invece di andare a protestare ai suoi comizi non «si fanno una vita». Durante lo stesso meeting, però, Clinton annuncia che si opporrà alla realizzazione della XL Keystone pipeline, un oleodotto che i sindacati volevano costruire e contro cui gli ambientalisti hanno montato una campagna nazionale. Quando Obama ha annunciato che l’oleodotto non si sarebbe costruito, Podesta scrive allo staff del presidente «Finalmente avete mandato XL Keystone all’obitorio».
  • Tra i vice presi in considerazione in una prima lista di papabili, ci sono anche Melinda Gates, l’ex sindaco di New York Bloomberg, ma anche Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. In un’altra mail si dice che all’ex sindaco di New York – non dispiacerebbe fare il Segretario di Stato.
  • Chiedere scusa (per l’uso del server privato di posta) è qualcosa che non riesce bene a Hillary. Un membro del suo staff lo definisce «Il suo tallone di Achille».
  • Durante le primarie e visto anche il successo di Trump – entrambi fieramente anti Ttip – ci si chiede che posizione prendere visto che Obama è a favore. Dopo aver ragionato su tre opzioni diverse, si decide per la contrarietà al trattato commerciale. Invertendo una posizione tradizionalmente pro-abbattimento delle barriere commerciali da perte di Hillary Clinton.
  • L’ossessione per il controllo del messaggio traspare dal numero di persone coinvolte in alcune discussioni su come e cosa twittare. C’è una discussione lunga molte mail che coinvolge 11 persone. Per scrivere 140 caratteri.
  • Dagli scambi di mail si evince anche il ruolo di Huma Abedin, consigliera e factotum di Clinton. Abedin viene consultata su quasi tutto e funge da memoria storica: le si chiede, ad esempio, come sono i rapporti con questo o quel senatore, capo di Stato, leader politico. Come sono state certe relazioni con colleghi senatori a cui si intende chiedere il sostegno durante le primarie contro Sanders, e così via.

Su Left in edicola dal 22 ottobre servizi e interviste sull’hackeraggio delle elezioni Usa 

 

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Yemen. La vergogna dell’Europa che alimenta il massacro vendendo armi

(FILES) Undated file photo shows Yemeni brothers Ahmeh Falah (L) and Hussein at their arms shop in JIhana arms market, 40km south of Sanaa. Yemeni authorities launched a campaign, 11 June, to persuade residents of cities and towns to hand over their weapons, in a country where tradition dictates that a real man carry a gun or dagger.

Non è solo una “guerra dimenticata”. È anche qualcos’altro. E di peggio. È la vergogna dell’Occidente e in esso dell’Europa (Italia compresa). È la sanguinosa riprova che alla base dello sfacelo mediorientale c’è la pervicace doppiezza di un “mondo libero” che non si limita, e già questo griderebbe vendetta, ad assistere silente al massacro di civili, ma quel massacro lo alimenta vendendo armi, e garantendo in sede Onu la copertura politica, all’attore regionale che attua un terrorismo di Stato. Yemen, la vergogna dell’Europa. Yemen, dove l’Arabia Saudita perpetra da tempo crimini contro l’umanità. Le cronache degli ultimi giorni raccontano di diversi missili lanciati dalle coste yemenite verso navi militari statunitensi dispiegate nel Mar Rosso, al largo dello Yemen ma in acque internazionali, con relativa risposta missilistica americana. Ciò di cui non si parla, volutamente, nei consessi internazionali, è che dopo diciannove mesi di operazioni militari si continua a morire nello Yemen e più di 6.800 persone sono già state uccise nella campagna lanciata dalla coalizione panaraba guidata dall’Arabia Saudita, per rispondere alla minaccia posta dai ribelli Houthi, e centinaia di civili continuano a essere falcidiati. Gli sfollati sono ormai oltre tre milioni. La popolazione è sempre più allo stremo: più della metà degli yemeniti dipende dagli aiuti umanitari e solo un bambino su 10 riesce ad arrivare vivo a cinque anni. E tutto questo con la complicità occidentale. Peggio che in Siria. Secondo Akbar Shahid Ahmed, tra i più accreditati analisti mediorientali, Barack Obama potrebbe mettere fine alla strage in corso in poche ore, se solo lo volesse. Ma per ora questo non sembra all’ordine del giorno.
L’anno scorso, rimarca Amnesty International Italia, l’Arabia Saudita riuscì a convincere la maggioranza degli Stati del Consiglio Onu dei diritti umani a votare contro l’istituzione di una Commissione internazionale sui crimini di guerra commessi in Yemen. Venne invece approvata una inutile risoluzione a sostegno della neo-istituita Commissione nazionale yemenita sui diritti umani che, da quello che si è visto nel primo anno di attività, non stabilirà la verità né favorirà la giustizia.
Ma la Giustizia non si concilia con gli affari. Gli sporchi affari che l’Occidente continua a intessere con Riad. Affari miliardari. Affari di armi. Dal marzo 2015, Washington ha autorizzato la vendita di armamenti a Riad per un valore di 22,2 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali devono essere ancora erogati. La lista include 1,29 miliardi di dollari in munizioni per fucili automatici. Stati Uniti, e non solo. La vergogna pervade anche Parigi. Due volte il Presidente francese Hollande e una il Primo ministro Valls hanno recentemente firmato contratti per 10 miliardi di euro con il regno saudita. Quei soldi coprivano anche un’abbondante fornitura di armi prodotte in Francia. E la vergogna cala anche sull’Italia. Perché su una parte delle bombe sganciate dai caccia sauditi sulle città yemenite c’è una sigla incisa che ci riguarda da vicino: MK83, un modello prodotto da Rwm Italia. Sede operativa a Domusnovas, nel cagliaritano. Proprio da qui, nel 2015, sono partite cinquemila bombe. Un quinto in più rispetto all’anno precedente. Va ricordato che le autorizzazioni all’export dell’industria bellica, le rilascia il nostro ministero degli Esteri. Regola che vale anche per le armi assemblate dalla succursale italiana dal colosso tedesco Rheinmetall Defence. E ai finti “smemorati” di casa nostra, ai piazzisti pubblici e privati di arsenali di morte, va altresì rammentato che la risoluzione del Parlamento Europeo adottata lo scorso 25 febbraio stabilisce «l’istituzione di un embargo sulla vendita delle armi alla Arabia Saudita». La vergogna yemenita nasce anche nel Belpaese. Fino a quando?

Questo commento è tratto dal numero di Left in edicola dal 22 ottobre

 

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La casalinga, il barista e l’ingegnere. Tre personaggi in cerca di risposte

MASSIMO VILLONE

Michele Serra scrive sulla sua Amaca del 16 ottobre che alla casalinga di Voghera e al barista di Trani non interessa la Riforma costituzionale e che chiedere loro «di pronunciarsi sul bicameralismo imperfetto è puro sadismo». Meglio lasciare la cosa agli esperti, dice l’opinionista di Repubblica. La replica è immediata e arriva nello stesso giorno dalla festa della Costituzione a Roma. «In democrazia accade che qualcuno non sia consapevole e forse la signora e il barista non sanno che questa riforma li riguarda direttamente, ma se è così, allora bisogna fare tutto il possibile per spiegarglielo. Altrimenti che facciamo? Torniamo a 150 anni fa, al voto per censo? Oppure tagliamo le teste o il diritto di voto? Se quello che dice Serra dovesse essere adottato come progetto di riforma costituzionale addirittura torneremo a poco prima della Rivoluzione francese. È una bella forma di modernità, dovremo consigliarla a Renzi che così almeno si fa una cultura storica!». Il costituzionalista Massimo Villone sul palco, piegato sulla sedia sorride amaro rivolgendosi al pubblico accorso alla Città dell’Altraeconomia.
È l’ultimo giorno della festa della Costituzione promossa dal Comitato romano per il No al referendum, sul palco insieme a Villone c’è anche l’ex sindaco Ignazio Marino per il secondo incontro coordinato da Left. A entrambi, Ilaria Bonaccorsi rivolge domande molto puntuali, ma soprattutto riporta il cuore del problema – davvero la casalinga di Voghera e il barista di Trani non sono interessati o addirittura non sarebbero in grado di comprendere la riforma Renzi Boschi, come scrive Serra? – oppure tutti i cittadini possono comprendere cosa c’è scritto nella nuova Costituzione. Ma non solo. Il direttore di Left aggiunge un terzo personaggio, un altro simbolo di questa Italia, alle prese con una campagna referendaria che divide il Paese tra guelfi e ghibellini senza entrare nel merito della revisione costituzionale. «Un amico ingegnere – racconta – mi chiedeva “ma se il Senato ormai non conta più nulla, non dà più la fiducia, perché indignarsi così tanto se non votiamo più per eleggere i senatori”?». Così, la casalinga, il barista e anche l’ingegnere, diventano i tre personaggi non tanto in cerca d’autore ma di risposte sul presente. E il professore emerito di Diritto costituzionale spiega con calma, si lascia andare anche all’ironia, come quando immagina scenari post vittoria del Sì: «Se avete corna, cornetti, toccate ferro, toccate legno!». Ma poi spiega rigoroso: «Bisogna dire alla casalinga e al barista che questa riforma mette a rischio la democrazia, perché riduce gli spazi di partecipazione e indebolisce il Parlamento, visto che il diritto di voto è solo per una Camera. E un Parlamento non rappresentativo, e cioè che non ti rappresenta, non può fare le politiche che interessano i nostri due protagonisti: far pagare le tasse a chi ha di più, impiegare più risorse nei servizi pubblici fondamentali come la salute, l’istruzione, i trasporti e magari non in opere mastodontiche e inutili, e non mettere invece il bavaglio alle autonomie locali, come è accaduto per le trivelle».

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Firme false e insabbiamenti. Il nuovo capitolo su Ustica

USTICA STRAGE 1991

No, la firma non è di Pertini. È uno scarabocchio apocrifo, lo ha stabilito il Tribunale di Firenze. E quel decreto che lo radiava dall’aeronautica militare è carta straccia. Il ministero della Difesa, condannato in contumacia, nemmeno s’è preso la briga di costituirsi. Ma intanto, da 33 anni la vita del capitano Mario Ciancarella è stata sconvolta.
Era un pilota di C130, un aereo da trasporto tattico militare, in forza alla 46ma Brigata di stanza a Pisa. La sua vicenda non è scindibile dalla controinchiesta su Ustica e poi da quella sulla morte del parà Emanuele Scieri, diciannove anni dopo. E nemmeno dagli sforzi perché si faccia luce su due morti inquietanti, quella del maresciallo Dettori e del colonnello Marcucci che, con lui, cercavano di comporre il puzzle dei depistaggi sulla strage di Ustica.

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Figura d’altri tempi, a pensarci ora, nell’epoca della retorica sui due marò: Ciancarella è stato un attivista del movimento per la democratizzazione delle forze armate, un «ufficiale democratico», si diceva allora. Fin dal suo ingresso nell’Accademia di Pozzuoli nell’autunno del ’69. Pochi mesi prima, diciottenne, era il leader dell’assemblea degli studenti medi di Pescara. Come lui, molti altri militari respirarono l’aria di quell’autunno caldo e presero a battersi perché le forze armate non fossero quella «beata insula incontaminata dal contagio costituzionale», come dirà nel 2000 il procuratore generale militare.
È un giorno di gennaio del ’79 quando Mario viene raggiunto in sala operativa dalla telefonata della segreteria personale di Pertini. Il Presidente vuole incontrare una delegazione degli 800 firmatari di una lettera aperta che reclamava le elezioni immediate dei Cobar, le rappresentanze di base dei lavoratori con le stellette. Contro di loro trecento generali ostili alla riforma. Uno di loro, tale De Paolis, avrebbe definito «nipotini delle Br» i militari democratici. Già nel ’76, a Livorno, Mario Ciancarella intervenne in pubblico contro il «marciume» nell’istituzione, fu denunciato e poi assolto perché venne riconosciuto il carattere “moralizzatore” delle sue parole.
La sera del 27 giugno del 1980 si consuma la strage di Ustica. Un paio di giorni dopo lo chiama il maresciallo Alberto Dettori, radarista a Grosseto, dice «Comandante, siamo stati noi!». Tre settimane dopo, Dettori avverte: «Comandante quella del Mig è una puttanata…». E fornisce degli elementi: gli orari di atterraggio e i missili a guida radar e a testata inerte. Sia quel giorno al Quirinale, sia nella controinchiesta, accanto a Mario c’è il colonnello Sandro Marcucci. Insieme scoprirono così che l’ultimo F104 torna alla base di Grosseto venti minuti dopo la strage, alle 21.20 Bravo (ora legale italiana); e che il Mig non aveva l’autonomia necessaria per arrivare da Bengasi. Doveva essere partito da qualche altra parte. […]

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Quando la ricerca diventa reato

Negli ultimi anni il mondo della ricerca universitaria ha conquistato, in Italia e altrove, le prime pagine dei giornali, non per i suoi successi, ma per i risvolti cupi che hanno preso le vite di alcuni studiosi.
Sono stati accusati, arrestati e a volte condannati – o uccisi – per aver svolto ricerche sul campo in zone considerate “a rischio”: a contatto, cioè, con i movimenti politici e sociali antagonisti, invisi ai governi.

Partendo dalla storia di Andrej Holm, sociologo tedesco, che è stato in carcere preventivo per sospetto di terrorismo nel 2007, siamo arrivati agli ultimi anni italiani, dove la laureanda Roberta Chiroli è stata condannata per aver partecipato a una manifestazione No Tav mentre svolgeva una ricerca in Val di Susa nel 2013 e il docente di Napoli Enzo Vinicio Alliegro è in attesa di giudizio per aver documentato una protesta del “Popolo degli Ulivi” contro il taglio delle piante in Salento.

Grazie al contributo di docenti e ricercatori, abbiamo cercato di ricostruire alcuni dei casi in cui i saperi sono stati giudicati in tribunale e la ricerca universitaria è diventata un reato, in un cammino accidentato che spesso incontra la censura anche all’interno delle università e si trasforma in autocensura.

Ma se la libertà di ricerca universitaria è minacciata, in quali condizioni vertono le altre libertà sociali?

Secondo l’antropologo Stefano Boni la ricerca universitaria è solo una delle libertà compromesse dall’“accanimento di una parte della magistratura contro un’opposizione sociale che non risparmia nessuno, l’anziana signora come il ricercatore”.

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Dalla Palestina alle proteste in Sud Africa. La settimana in foto

Pyongyang, Corea del Nord. (AP / Wong Maye-E)

15 Ottobre, 2016. Un gruppo di palestinesi aspettano di attraversare il confine con l'Egitto, al valico di frontiera di Rafah nel sud della Striscia. (AP Photo / Khalil Hamra)
15 Ottobre, 2016. Un gruppo di palestinesi aspettano di attraversare il confine con l’Egitto, al valico di frontiera di Rafah nel sud della Striscia. (AP Photo / Khalil Hamra)

Proteste fuori dal campus dell'Università di Witwatersrand a Johannesburg, in Sud Africa, per richiedere un'istruzione gratuita (AP Photo)
Proteste fuori dal campus dell’Università di Witwatersrand a Johannesburg, in Sud Africa, per richiedere un’istruzione gratuita (AP Photo)

Pyongyang. Corea del Nord. Edifici residenziali lungo Changjong Street si riflettono nel fiume Taedong. (AP / Wong Maye-E)
Pyongyang. Corea del Nord. Edifici residenziali lungo Changjong Street si riflettono nel fiume Taedong. (AP / Wong Maye-E)

11 maggio 2016. Un treno della metropolitana nel quartiere Queens di New York. Sullo sfondo lo skyline di Manhattan. (AP / Mark Lennihan)
Un treno della metropolitana nel quartiere Queens di New York. Sullo sfondo lo skyline di Manhattan. (AP / Mark Lennihan)

7 ottobre 2016. Bambine in un campo profughi nei pressi della città di Abs, sulla pianura costiera occidentale dello Yemen. (AP Foto Hani Mohammed)
Bambine in un campo profughi nei pressi della città di Abs, sulla pianura costiera occidentale dello Yemen. (AP Foto Hani Mohammed)

17 ottobre 2016. Pyongyang, Corea del Nord. L’attesa dei pendolari alla fermata dell’autobus. (AP / Wong Maye-E)
17 ottobre 2016. Pyongyang, Corea del Nord. L’attesa dei pendolari alla fermata dell’autobus. (AP / Wong Maye-E)

17 ottobre 2016. Quezon City, Filippine. Il cortile interno di Quezon City Jail, una delle prigioni più congestionate del paese. In seguito all’intensificazione della guerra alla criminalità e ai sospetti di droga intrapresa dal presidente Rodrigo Duterte, gli attuali detenuti sono quasi 4.000 a fronte degli 800 che la prigione può ospitare. (ANSA EPA / Francis R. Malasig)
Quezon City, Filippine. Il cortile interno di Quezon City Jail, una delle prigioni più congestionate del Paese. In seguito all’intensificazione della guerra alla criminalità e al traffico di droga intrapresa dal presidente Rodrigo Duterte, gli attuali detenuti sono quasi 4.000 a fronte degli 800 che la prigione può ospitare. (ANSA EPA / Francis R. Malasig)

17 ottobre 2016. Ludwigshafen, Germania. Le fasi dell’operazione di spengimento dell’incendio scoppiato in seguito all'esplosione nei locali della azienda chimica BASF. Una persona è rimasta uccisa, altre sei sono ancora disperse e almeno sei sono feriti. (ANSA EPA / FRANK RUMPENHORST)
Ludwigshafen, Germania. Le fasi dell’operazione di spengimento dell’incendio scoppiato in seguito all’esplosione nei locali della azienda chimica BASF. Una persona è rimasta uccisa, altre sei sono ancora disperse e almeno sei sono feriti. (ANSA EPA / FRANK RUMPENHORST)

17 ottobre 2016. Jakarta, Indonesia. Un pescatore indonesiano controlla lo stato di essicazione del pesce salato. Secondo l'ufficio di statistica, l'inflazione annuale in Indonesia nel mese di settembre è aumentato del 3,07 per cento rispetto allo scorso anno. (ANSA EPA / ADI WEDA)
Jakarta, Indonesia. Un pescatore indonesiano controlla lo stato di essicazione del pesce salato. Secondo l’ufficio di statistica, l’inflazione annuale in Indonesia nel mese di settembre è aumentato del 3,07 per cento rispetto allo scorso anno. (ANSA EPA / ADI WEDA)

19 Ottobre, 2016. Iraq. Soldati dell'esercito iracheno in prossimità di un posto di blocco, sullo sfondo pozzi di petrolio bruciano alla periferia di Qayyarah. (AP / Marko Drobnjakovic)
19 Ottobre, 2016. Iraq. Soldati dell’esercito iracheno in prossimità di un posto di blocco, sullo sfondo pozzi di petrolio bruciano alla periferia di Qayyarah. (AP / Marko Drobnjakovic)

20 ottobre 2016. Pechino, Cina. La guardia d'onore cinese si allinea con l'aiuto di una corda prima della cerimonia di benvenuto per il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte davanti alla Grande Sala del Popolo. ( AP Photo / Ng Han Guan)
20 ottobre 2016. Pechino, Cina. La guardia d’onore cinese si allinea con l’aiuto di una corda prima della cerimonia di benvenuto per il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte davanti alla Grande Sala del Popolo. ( AP Photo / Ng Han Guan)

20 Ottobre, 2016. Manila, Filippine. Un filippino recupera le parti metalliche di una barca danneggiata dalla mareggiata provocata dal forte tifone Haima abbattutosi nel nord delle Filippine. (AP / Aaron Favila)
Manila, Filippine. Un filippino recupera le parti metalliche di una barca danneggiata dalla mareggiata provocata dal forte tifone Haima abbattutosi nel nord delle Filippine. (AP / Aaron Favila)

20 ottobre 2016. Kathmandu, Nepal. Il riposo di un contadino nepalese durante la raccolta del riso in Chunnikhel, alla periferia di Kathmandu. L’agricoltura è la principale fonte di cibo, reddito e occupazione per la maggioranza delle persone in Nepal. (AP / Niranjan Shrestha)
Kathmandu, Nepal. Il riposo di un contadino nepalese durante la raccolta del riso in Chunnikhel, alla periferia di Kathmandu. L’agricoltura è la principale fonte di cibo, reddito e occupazione per la maggioranza delle persone in Nepal. (AP / Niranjan Shrestha)

21 ottobre 2016. Ravenna. Sotto il segno buffo e giocoso del divertimento musicale e teatrale è stata presentata oggi la Stagione d’opera e danza 2016/17 del Teatro Alighieri di Ravenna. Primo appuntamento con l’opera Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi. Il ricordo dello scenografo genovese Lele Luzzati, scomparso 10 anni fa, unisce i due volti della stagione: suoi scene e costumi della Cenerentola nonchè l’allestimento de Lo schiaccianoci a gennaio.
Ravenna. Sotto il segno buffo e giocoso del divertimento musicale e teatrale è stata presentata oggi la Stagione d’opera e danza 2016/17 del Teatro Alighieri di Ravenna. Primo appuntamento con l’opera Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi. Il ricordo dello scenografo genovese Lele Luzzati, scomparso 10 anni fa, unisce i due volti della stagione: suoi scene e costumi della Cenerentola nonchè l’allestimento de Lo schiaccianoci a gennaio.

Gallery a cura di Monica Di Brigida

L’Onu: «Crimini di guerra nel mattatoio Aleppo». Europa divisa sulle sanzioni a Mosca

Aleppo, i caschi bianchi recuperano dei feriti
This Tuesday, Oct. 4, 2016 photo, provided by the Syrian Civil Defense group known as the White Helmets, shows Civil Defense workers from the White Helmets carry a body as they walk on the rubles of a destroyed building after airstrikes hit the Bustan al-Basha neighborhood in Aleppo, Syria. The U.N. on Wednesday released stark satellite images showing the most recent destruction of Syria's embattled northern city of Aleppo, pounded by Syrian and Russian airstrikes since the collapse of a U.S.-Russia brokered cease-fire two weeks ago. (Syrian Civil Defense White Helmets via AP)

L’alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite ha definito l’assedio e il bombardamento di Aleppo est «crimini di proporzioni storiche» e ha accusato tutte le parti in causa di violare il diritto internazionale umanitario in Siria e di aver trasformato quella che era la più importante e popolata città siriana in un «mattatoio».

In un video discorso al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra, Svizzera, il giordano Zeid Ra’ad al Hussein ha detto che i gruppi armati di opposizione stanno sparando colpi di mortaio sui quartieri di Aleppo occidentale e che «attacchi aerei indiscriminati in tutta la parte orientale della città da parte delle forze governative e la loro alleati sono responsabili per la stragrande maggioranza di vittime civili».

Al Hussein ha aggiunto che le violazioni in corso costituiscono «crimini di guerra», e «se consapevolmente commesso nell’ambito di un esteso o sistematico attacco diretto contro i civili, costituiscono crimini contro l’umanità».

Non sta funzionando del tutto neppure la pausa umanitaria proclamata martedì ed entrata in vigore giovedì scorso dalla Russia (e rinnovata per altre 48 ore) per consentire a chi vuole, ribelli che lasciano le armi dietro di sé compresi, di lasciare la città. I russi ritengono che anche alcuni ribelli sfiniti e consapevoli che la battaglia potrebbe essere arrivata alle settimane finali, potrebbero decidere di andarsene.

Nonostante il blocco dei bombardamenti, le Nazioni Unite hanno annunciato di aver cancellato i piani di evacuazione per le persone che hanno bisogno di cure mediche. I funzionari Onu sul campo hanno fatto sapere di non avere avuto abbastanza rassicurazioni sulla sicurezza dei convogli umanitari «Non possiamo iniziare l’evacuazione protetta, sicura e volontaria delle famiglie di malati e dei feriti» ha detto Jens Laerke, vice portavoce delle Nazioni Unite per gli affari umanitari.

Venerdì anche l’Unione europea ha criticato la Russia per gli attacchi su Aleppo, avvertendo che se non ci sarà uno stop, tutte le opzioni sono sul tavolo. Francia, Gran Bretagna e Germania premevano per l’inasprimento delle sanzioni contro Mosca, ma il governo italiano ha bloccato questa ipotesi, sostenendo che si trattava di un passo che avrebbe irrigidito le posizioni, mentre l’obiettivo è portare tutti a un tavolo di trattative. Sul piatto anche il fatto che in Italia c’è molto scontento per i danni prodotti dalle sanzioni imposte a un Paese che è un importante partner commerciale. Contro le sanzioni anche la Grecia e la Spagna, ma in forma meno decisa di quella italiana. Il premier italiano ha ottenuto il sostegno dell’alta rappresentante per la politica estera Mogherini.

Hollande e Merkel si erano incontrati con Putin mercoledì scorso riscontrando una sostanziale inflessibilità russa sul fronte siriano – e naturalmente ucraino. Il problema dell’Europa con la Russia è l’atteggiamento russo. Anche la Germania vorrebbe evitare confronti troppo duri, ma le bombe in Siria (così come l’hackeraggio negli Stati Uniti) segnalano una volontà di mostrare i muscoli alla quale è difficile rispondere facendo finta di nulla. Il governo italiano, che preme molto per riallacciare i rapporti economici con Mosca, riesce dunque a evitare inasprimenti ma non a produrre un cambio delle politiche proprio a causa della arroganza russa. I più duri con Mosca sono i britannici, che dopo la Brexit devono in qualche modo riaffermare la loro presenza sul fronte della diplomazia.

L’ambasciatore russo Alexey Borodavkin ha accusato la Gran Bretagna e gli altri che vorrebbero nuove sanzioni di «cercare di salvare i terroristi dai raid aerei, permettendo loro di riorganizzarsi e continuare i loro atti barbarici».

La Russia sta muovendo navi dal Mar Baltico verso le coste siriane e l’impressione è quella che Assad e Putin abbiano intenzione di spingere sull’acceleratore prima che il nuovo presidente Usa si insedi a gennaio.