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R2G: un acronimo per cambiare la Germania e l’Europa

R2G. Non è il nome dell’ultimo videogioco per PlayStation, ma la sigla di un’alleanza partitica che in Germania sta facendo venire le farfalle nello stomaco a un’intera area politica: quella della sinistra.

R2G sta per “Rot-Rot-Grün” (“Rosso-Rosso-Verde”), dove i primi due colori indicano rispettivamente il partito Socialdemocratico tedesco (Spd) e Die Linke (il partito della sinistra radicale), mentre il verde, va da sé, il partito ecologista tedesco. E si tratta di un’alleanza che, in vista delle elezioni politiche tedesche del 2017, non è tanto campata in aria. Insomma, altro che divisioni à la “Labour” inglese, PSOE” spagnolo, o “Partito Democratico” italiano. In Germania, questa volta, si potrebbe fare sul serio. Anche perché Angela Merkel governa da 12 anni e la destra dell’Afd (Alternative für Deutschland) ormai è una realtà. Insomma, bisogno inventarsi qualcosa di nuovo.

Quali sono gli indizi per una possibile svolta unitaria della sinistra tedesca? In realtà ce ne sono più di uno.

Martedì 18 ottobre ci sono stati due incontri targati R2G. Il primo, si è svolto nel Bundestag (Parlamento tedesco) poco prima di cena e ha visto incontrarsi 90 deputati dei tre partiti per un’ampia discussione politica. Lo stesso leader della Spd, Sigmar Gabriel – che nel governo ricopre i ruoli di vice-Cancelliere, nonché ministro dell’Economia – avrebbe seguito, almeno parzialmente, le discussioni dei parlamentari.
Perché si è fatto vedere Gabriel? Da un lato, probabilmente era veramente interessato. Dall’altro, è notizia di qualche giorno fa che, sebbene Gabriel sia stato il politico socialdemocratico più in vista per il suo ruolo nel governo, non abbia fatto breccia tra gli elettori e soprattutto tra i suoi colleghi. Anzi, c’è un nome pesante che gli fa concorrenza. È quello di Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo. E guarda caso, come ha scritto, Christoph Hickmann sulla Süddeutsche Zeitung, sarebbe proprio l’ala di sinistra della Spd a preferire Schulz a Gabriel.
In ogni caso, la visita del Ministro ha fatto storcere più di una bocca tra i conservatori. La Spd è infatti al governo nel quadro di un’alleanza con i Cristiano-democratici di Angela Merkel. Il Segretario generale della Csu (il partito gemello della Cdu, ma spostato su posizioni di destra sociale), Andreas Scheuer, ha affermato: «Ora tutti sanno che esiste l’obiettivo di una “Repubblica di sinistra rosso-rosso-verde”». In realtà, il meeting è stato motivato ufficialmente come una prima riflessione sull’affermarsi di forze di destra in Europa. Tant’è  che si è parlato della «necessità di creare un fronte progressista comune». Per carità, si tratta di un’analisi ragionevole (e tardiva), ma è evidente che c’è altro che bolle in pentola. Poco prima dell’incontro, Caren Lay, vice-capogruppo della Die Linke nel Bundestag, ha affermato che il Trialog (“Dialogo a tre”, nome ufficioso dato all’incontro) sarebbe servito «a gettare le basi per un rapporto di fiducia tra le formazioni politiche».L’altra riunione invece, forse meno interessante perché svoltasi lontano dalle luci del Parlamento, sarebbe avvenuta in un locale nel centro di Berlino, sempre di martedì, e avrebbe visto partecipare un numero ristretto di deputati dei tre partiti, accomunati però dall’affiliazione al think tank socialdemocratico: “Denkfabrik” (“Fabbrica della pensare”). La Denkfabrik si occupa da anni di favorire un avvicinamento delle forze progressiste tedesche.

Il giorno dopo il Trialog, i media tedeschi hanno scritto molto sulla potenziale coalizione R2G. Quali sono stati i principali punti dei commenti critici? In primo luogo, durante l’incontro erano presenti soltanto alcuni deputati di ogni gruppo parlamentare, il che indica come ci siano, in ognuno dei partiti, gruppi più o meno consistenti che non si sentirebbero a loro agio sotto a un cappello comune. In secondo luogo, per una coalizione a tre teste serve una maggioranza sufficiente per assorbire eventuali defezioni sui singoli voti parlamentari. Infine, sebbene ci possano essere intese su alcuni grandi temi dell’economia nazionale, rimangono dubbi sulla possibilità che un governo R2G riesca a gestire situazioni di crisi inaspettate, a livello europeo e internazionale, soprattutto se dovessero implicare interventi militari. Questo punto vale soprattutto alla luce della nota intransigenza della Die Linke sul tema. Proprio Die Linke viene descritta da Christophe Herwartz, su Die Zeit, come l’alleato meno pronto a scendere a compromessi. Herwartz scorge nella carismatica Sahra Wagenknecht, leader di punta del partito di sinistra radicale, il principale ostacolo a una potenziale collaborazione R2G.

Poi, però, al di là delle speculazioni politiche ed editoriali, ci sono alcuni fatti.

Sulla Süddeutsche Zeitung, Thorsten Denkler sottolinea come R2G sia già una realtà se si guarda, innanzitutto, all’esperienza di governo della regione della Turingia. Qui R2G esiste dal 2014 nella forma di una coalizione solida guidata da Bodo Ramelow. In secondo luogo, il risultato delle elezioni locali a Berlino, ha creato uno scenario di governo progressista che lascia ben sperare per un’alleanza tra gli stessi tre partiti che si sono incontrati nel Bundestag martedì.

D’altra parte, una cosa sono le possibilità di intesa, un’altra il numero di voti a cui si può aspirare. Mercoledì sono stati pubblicati i risultati degli ultimi sondaggi relativi alle preferenze di voto degli elettori tedeschi. Se, sulla base di queste, si guarda alle potenziali maggioranze di governo, l’unica che sarebbe possibile, è ancora quella della grande coalizione tra Socialdemocratici e Cristiano-democratici. Al secondo posto ci sarebbe la possibilità di un’unione così detta “giamaicana” (sempre per i colori che chiama in causa) tra Cristiano-democratici, partito Liberale (Fdp) e Verdi. Mentre R2G chiuderebbe al terzo posto arrivando a un 46 per cento totale. A un anno di distanza dalle elezioni quindi, le buone intenzioni non bastano. Ma a maggio si vota in Nord-Reno Westfalia, la regione più grande della Germania. E poi ci sono le elezioni in Francia con Marine Le Pen. Per non parlare della potenziale negoziazione sul debito greco e di quella legata al Brexit. Insomma, le carte in tavola per spostare gli equilibri delle preferenze elettorali sono tante. E chissà che, alla fine, nel 2017, non ci sia spazio per un R2G tedesco.

Quanto conterebbe per un’Europa in cui, al di là degli auspici, i governi nazionali contano ancora molto più del Parlamento europeo, è inutile scriverlo. La stessa finestra di opportunità si era già aperta dopo le elezioni tedesche del 2005 e del 2013. Ma in quelle occasioni l’unica traccia di rosso era stata quella del tappeto steso ai piedi del primo e terzo governo di Angela Merkel.

 

Donne e libertà. Una gallery su Instagram

A gestire l’account Instagram di @LeftAvvenimenti questa settimana è Marina Massaro in arte Zan Ab.
Marina è un’educatrice scolastica che lavora per formare i bambini attraverso l’arte e, in particolare, il disegno e l’immagine). Laureata in Storia dell’arte e della Fotografia è anche fotografa per passione.

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Ad influenzare il suo lavoro: il viaggio, che le appartiene fin dall’infanzia, i grandi maestri del passato, Parigi, e l’amore per l’educazione all’estetica. Le sue opere, anche se sviluppate attraverso il mezzo fotografico, sono strutturate come fossero dei quadri. I suoi lavori ruotano spesso intorno al “concetto” per arrivare poi al tema. È impeganata da anni nella realizzazione di opere/foto al femminile.
Ecco qualcuno dei suoi scatti.

 

Pensiero. @zanab84

Una foto pubblicata da Left (@leftavvenimenti) in data:


A me beato sembra come un dio l’uomo che sta a te dinnanzi, ed ode…Saffo @zanab84

Una foto pubblicata da Left (@leftavvenimenti) in data:

 

Eros ha sconvolto il mio cuore. Sicily @zanab84

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Semplicementecosi. @zanab84

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Le altre foto le trovate tutta la settimana qui

Progetto a cura di Francesca Fago

#StopCeta. Se la piccola Vallonia fa saltare il megatrattato Ue-Canada. E salva la democrazia europea

epa05589794 Greenpeace activists diplay a banner in front of the European Council building in Luxembourg, 18 October 2016. Greenpeace activists protest against the council adopting the EU-Canada Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA). EPA/JULIEN WARNAND

«Non svendete la democrazia – #StopCeta». Scritta nera su striscione giallo di 70 metri quadrati, il messaggio di Greenpeace sventola sul centro congressi europeo del Lussemburgo, dove oggi – 21 ottobre – i ministri per il Commercio dei Paesi dell’Unione europea si stanno per incontrare in occasione del Consiglio Trade. Il Ceta, ovvero l’accordo commerciale tra Unione europea e Canada, «è una minaccia per la democrazia, per le politiche ambientali europee e i servizi pubblici», dicono gli attivisti.

Qualcuno si mette di traverso, quindi, nonostante l’accelerata di Canada e Ue. La Vallonia, per esempio, che è una delle tre regioni che formano il Belgio e costituisce il 32% della popolazione belga. Il 13 aprile, il primo ministro Paul Magnette ha annunciato che la Vallonia si rifiuta di dare pieni poteri al governo federale per firmare l’accordo di libero scambio Ceta. Perché «non abbiamo garanzie», ha detto. E la posizione del governo vallone si unisce ad altre riserve espresse da altri governi di Paesi Ue. Le preoccupazioni, poi, non sono una prerogativa esclusivamente europea. Il 19 ottobre, la confederazione dei sindacati canadesi ha mostrato solidarietà al governo della Vallonia.

Liberalizzare, deregolamentare, trasferire il potere dal pubblico al privato. Anche se i Ventotto sembrano fermamente allineati con la Commissione, il dissenso della Vallonia può bastare a far fallire il Ceta. Perché uno di loro, il Belgio, necessita del benestare dei parlamentini regionali. Perciò grazie alla Vallonia verrebbe meno l’unanimità dei capi di stato nel Consiglio europeo di oggi, e quindi non si potrà passare allo step successivo, e cioè alla firma durante il vertice bilaterale del 27 a Bruxelles.

Intanto, in occasione dell’incontro tra i ministri Ue al Commercio, la campagna StopTtip & StopCeta intende “bombardare” di tweet la Rete. Dalle 11 di venerdì, con i seguenti messaggi:

#StopCETA i cittadini europei chiedono di fermare l’approvazione di un trattato insostenibile @CarloCalenda @MatteoRenzi @StopTTIP_Italia

#StopCETA we support Wallonian’s Parliament statement on CETA @PaulMagnette @StopTTIP_Italia

con #CETA rischi per standard ambientali e sociali e su investimenti #StopCETA @CarloCalenda @StopTTIP_Italia @Greenpeace

Che fine ha fatto la scuola se lo studente fa il turista nell’azienda?

Il corteo degli studenti medi a Roma, 7 ottobre 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dopo gli ultimi toni trionfalistici da parte del ministro Giannini sul numero di studenti che hanno aderito all’alternanza scuola lavoro, oggi si torna a parlare di legge 107 e delle sue conseguenze. Ma dall’altra parte della barricata, diciamo. Dal basso, dal mondo tormentato degli insegnanti. Oggi infatti è la giornata dello sciopero generale promosso dai sindacati Usb, Unicobas e Usi contro le politiche del governo sull’istruzione e non solo. Ma è anche quella del convegno che si tiene a Foggia oggi e domani Ripensare la scuola, organizzato dal Cidi (Centro di iniziativa democratica insegnanti). «Perché la scuola deve diventare un centro di ricerca sull’insegnamento», dice Giuseppe Bagni, presidente del Cidi. Una visione ideale, visti i tempi, ma qualcuno che pensi alla didattica e all’insegnamento ci deve pur essere. Abbiamo chiesto quindi a Bagni di fare il punto sulla situazione che si vive nelle scuole italiane a oltre un anno dall’approvazione della Buona scuola e a un mese e mezzo dall’inizio dell’anno scolastico con gli istituti ancora privi di insegnanti, mentre il concorsone con la sua media di bocciature (il 50%) continua a far discutere.
Professor Bagni che ne è dell’istruzione ai tempi della Buona scuola? Quali sono i problemi più grandi in questo momento?

Sicuramente nei rapporti interni alla scuola, legati agli umori e alla qualità dei dirigenti e al loro dialogo con il corpo docente. Il passaggio di ruolo del dirigente che valuta e assume in qualche maniera, sta creando un gruppo di docenti selezionati e scelti accanto a un altro gruppo di insegnanti mandati dall’Ufficio scolastico ma non richiesti. E’ il famoso organico di potenziamento. Solo che in questo momento – in cui la scuola è impegnata nella realizzazione del piano triennale e nel Rav, il sistema di autovalutazione – i dirigenti sanno che il loro operato non sarà valutato sulla base dell’attuazione del piano ma sarà legato alle indicazioni che il direttore generale regionale ha dato ai dirigenti. C’è una gerarchizzazione che incombe. E questo grazie alle nuove norme della legge 107 sulla valutazione dei dirigenti scolastici. Il clima di collaborazione e di condivisione è decisamente peggiorato e i casi in cui il dirigente lavora bene insieme al collegio docenti sono eccezioni.
Quindi anche i dirigenti non se la passano bene: che tipo di indirizzi vengono dati dalla direzione generale?
Banalmente possono essere di rilancio del numero di iscrizioni, possono avere contenuti più didattici oppure solo generici. Però resta il fatto che il dirigente sa di non essere valutato sul piano triennale della scuola. Deve rispondere a un superiore gerarchico che alla fine dei tre anni lo valuterà. La sudditanza rispetto al direttore generale è grande. Ora, va detto che un dirigente se è forte e bravo sa che non può avere una scuola in contrasto con i suoi insegnanti e quindi si occuperà del piano triennale e della condivisione e collaborazione con i suoi docenti. Ma altri, meno capaci e più deboli, magari si assoggetteranno al superiore. Aumenterà così la differenza tra istituti.
Le disuguaglianze così quindi non finiranno…
Sì, ci sono anche sull’organico di potenziamento, il personale dell’autonomia che dovrebbe essere di pari ruolo con gli altri. Solo che questo folto gruppo di docenti è arrivato nelle scuole in maniera casuale. E questo ha fatto sì che molti istituti abbiano ribaltato i loro progetti in base alle caratteristiche del personale del potenziamento. Si parla di autonomia scolastica e invece si è costretti a ribaltare il ruolo della progettualità. E poi se a scuola arrivano prof con competenze diverse è chiaro che non si riesce a realizzare nulla.
E poi c’è la questione del concorso e del precariato.
Che a un mese e mezzo e di scuola non ci siano insegnanti dentro le scuole, non se lo aspettava nessuno dopo la tanta sbandierata stabilizzazione dei precari e il concorso. Ora, a proposito del concorso, è stato bocciato il 50% dei partecipanti. Ma si badi bene, non sono neolaureati, sono pluriselezionati e abilitati. Sono state bocciate persone che avevano fatto il loro percorso, che insegnavano da anni. Questo creerà una difficoltà oggettiva ai singoli insegnanti che dopo essere stati bocciati tornano a fare i supplenti e che lo potranno fare solo per tre anni, perché la legge dice che dopo i 36 mesi devono essere messi a ruolo.Dal punto di vista del personale docente quest’anno si pensava che la situazione fosse più facile, invece è esattamente il contrario. Ma una nota positiva c’è.
Una nota positiva? Quale professor Bagni?
Oltre 40mila insegnanti sono nell’anno di prova tra quelli usciti dal concorso e quelli delle Gae, e quindi hanno un tutor, un insegnante che è responsabile del loro operato. Questo significa che c’è una bella fetta di insegnanti che si confrontano e ragionano. E’ quindi un’ occasione per la scuola. Ottantamila insegnanti che analizzano il loro lavoro, che fanno peer education, apprendimento riflessivo, potrebbe essere l’occasione per cui la scuola potrebbe diventare un organismo che faccia ricerca su di sé.
Di questo parlerete al convegno a Foggia? Dell’aspetto riflessivo?
Foggia è l’esempio di un mega collegio che riflette sul proprio lavoro, tanto è vero che non abbiamo previsto relazioni, ma sei confronti tra venerdì e sabato, tra osservatori esterni e docenti del Cidi. Parleremo dell’inclusione, del ruolo dell’insegnante, della scuola 0-6, del dirigente scolastico. La vera riforma della scuola è creare lo spazio e il modo per cui la scuola deve essere un centro di ricerca sull’insegnamento. E naturalmente non può essere da sola, perché deve collaborare strettamente con l’università.
Sembra però che la tendenza adesso nella scuola, come si vede dalla legge 107, sia quella di orientare sempre più la scuola verso il lavoro. La scuola propedeutica al lavoro e non alla formazione di cittadini critici e consapevoli.
Ma se ci fosse l’idea della scuola propedeutica al lavoro sarebbe comunque un’idea! Contestabile, ma comunque un’idea. Invece la tendenza è che lo studente deve infarinarsi del mondo del lavoro, deve assaggiare piccole esperienze di lavoro perché quelle fanno bene. È un’idea che non esisteva nemmeno nell’Ottocento. E’ una scuola che non forma ma informa. Per cui spesso accadono cose di questo tipo. Visto che spesso gli studenti dei licei si iscrivono a Medicina sa da noi a Firenze dove li mandano con l’alternanza scuola-lavoro? All’ospedale di Careggi. Ma cosa può prendere uno studente di liceo in un ospedale? Dove lo mettono, in corsia? Può soltanto stare all’Urp, allo sportello per il pubblico a vedere quello che succede.
Che cosa dovrebbe fare la scuola invece per far avvicinare i giovani al lavoro?
A noi interessa portare il mondo esterno dentro la scuola e in questo c’è anche il mondo del lavoro. Si pensa di battere la disoccupazione giovanile, ma come si può fare con le visite al museo o nelle aziende? La scuola deve dare agli studenti strumenti per muoversi nel mondo del lavoro e non per farli diventare turisti dentro le aziende. Ma qui proprio non ci siamo, perché di didattica non si parla.
In conclusione costa sta diventando la scuola?
Intanto sulla formazione degli insegnanti c’è il timore che questa venga appaltata in futuro a agenzie private. Del resto a proposito di private sembra che la fiducia delle famiglie verso le paritarie aumenti. Viene liberalizzato tutto, non c’è più distinzione tra pubblico e privato. La scuola che era aperta a tutti, sta diventando aperta a tutto.

Stiamo seri, su

Il selfie di Bebe Vio con Barack Obama "It's not possible?!? I'm sorry, I don't understand these words"...Piccolo sgarro al protocollo per un selfie con @barackobama: queste le parole con cui Bebe Vio ha accompagnato sul suo profilo instagram la pubblicazione di un selfie con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. ++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA++

Ci sono ingiustizie, bugie, millanterie e prepotenze che indignano profondamente e che ci spingono a reagire. Ci si scompone, da furiosi. Altroché. Però in questi giorni mi è capitato di osservare e vorrei scriverne.

Andando con ordine. Abbiamo letto di tutto sull’abbigliamento della moglie di Renzi, ogni piega e colore sono state vivisezionate per trovare una macchia di fango da sputargli addosso. Poi siamo riusciti a leggere che una campionessa paralimpica come Bebe Vio (una vita a smentire chi la vedeva inferma e invece lei sul tetto del mondo) si sarebbe “venduta a Renzi” pur di partecipare ad una cena con Obama. Oggi poi si sono sprecati i tifosi per l’incidente della sonda su Marte: evviva i rottami della Schiaparelli sarebbero beneauguranti per la caduta di Renzi. Giuro. Hanno scritto così.

Intanto sul fronte referendario continua la sbruffoneria di chi prevede la catastrofe. Da entrambe le parti ci sono allarmisti (spesso ignoranti nel merito della riforma, tra l’altro) che intossicano l’aria. Forse sarebbe anche il caso di dire che il ricorso al Tar del Lazio (di M5S e Sinistra Italiana) è una boiata pazzesca: andare dal fruttivendolo a lamentarsi di una bistecca avariata non è una grande idea, soprattutto per chi dovrebbe interpretare le istituzioni per lavoro.

Sul fronte estero si registrano euforici plaudenti di Donald Trump: fa bene a non accettare il risultato delle elezioni americane nel caso in cui fosse sconfitto, dicono. Bravo. Urrà. Come il bambino che perde e si porta via il pallone per non consentire la fine della partita. Siamo messi così.

Allora magari facciamoci un promessa: stiamo seri. Riportiamo la serietà (che non significa non indignarsi e non ribellarsi, attenzione) tra le priorità nelle discussioni. Scriveva il discepolo di Empedocle Gorgia (siamo nel quinto secolo avanti Cristo, eh): «La serietà di un avversario va disarmata con il riso e il riso con la serietà.» Stiamo seri, su.

Buon venerdì.

Al confine tra la morte e la vita

Giorno I – Catania, a bordo
Cielo grigio, scrosci di pioggia sbattuta dal vento. La Aquarius, macchia di arancione nel porto, è infilata fra i moli dello “yacht club” e le fiancate bianche della Dattilo, nave di pattugliamento della Guardia Costiera. Carichiamo le sette valigie, una a una. Videocamere, computer, tute impermeabili, crema solare, quaderni. Un tabellone sul ponte di coperta segna gli “in” e gli “out” tra i membri dell’equipaggio. Saremo “in” per almeno due settimane, aspettando che i corpi dei 38 marinai di bordo, noi inclusi, si confondano tra quelli di chi viaggia da Sud. Scompariremo nel blu del “mare nostrum”, per ospitare un’Europa proibita, fatta di spruzzi d’onda, di lingue franche, di speranze dimenticate.

Nei tre giorni che ci separano dalla partenza, affollati di piccoli lavori di manutenzione, le anse dell’antico porto aragonese assistono a un confronto silenzioso. Diamond, un cacciatorpediniere della Marina britannica, ultimo arrivato tra gli assetti della missione Eunavfor Med, sovrasta la Aquarius dalla banchina affianco. Una muraglia grigia che nasconde cannoni antiaerei di lunga gittata, sormontati da modernissimi impianti radar. A un centinaio di metri di distanza, la “nostra” nave umanitaria franco-tedesca, con i suoi quattro decenni di navigazione, ricorda una vecchia signora del mare, minuscola ma sognatrice.

Aquarius, Diamond, Dattilo e Fastnet Sentinel – vascello di soccorso inglese, che entrerà nel porto poco dopo il nostro arrivo – raccontano i quattro volti dell’intervento europeo a largo della Libia. Quello della Guardia Costiera italiana, protagonista con la Marina Militare dell’operazione Mare Nostrum, la successiva missione “Triton” dell’agenzia Frontex, a cui è affiliata la Fastnet Sentinel, la più recente Eunavrfor Med e quella spicciolata di navi umanitarie, braccia della società civile europea, che negli ultimi due anni è arrivata a costituire una vera e propria flotta. Un misto di controllo dei confini e soccorso, istituzioni e privati cittadini. Un’Europa rispecchiata nei suoi confini d’acqua, con i suoi slanci solidali e le sue ossessioni securitarie. Francis, marinaio scelto di origine ghanese, sorride pacato sulla passerella. «Welcome on board» mi dice.

Gli altri sei giorni di navigazione con Aquarius sono su Left in edicola dal 22 ottobre

 

SOMMARIO ACQUISTA

Sguardi inediti su Roma, al festival di fotografia diretto da Marco Delogu

Roma come “città mondo” in cui da secoli convivono culture diversissime fra loro. La civitas romana era inclusiva, anche se per ragioni di mera governabilità e di controllo. Ammettere nel proprio Pantheon gli dei dei popoli sottomessi era un gesto interessato, ma anche in certo modo  un segno di apertura multiculturale, che ancora la città conserva- seppur fra molte tensioni – in numerosi quartieri. Apertura agli altri e conflitti, che il Festival internazionale di fototografia di Roma dal 21 ottobre racconta negli spazi espositivi del Macro all’interno della mostra curata dal fotografo Marco Delogu, direttore dell’istituto di cultura italiana a Londra.

Il percorso espositivo connette il Macro alla città in senso più ampio, coinvolgendo l’Accademia Americana, l’Accademia Francese a Villa Medici, l’Accademia Tedesca a Villa Massimo e IILA. «Nel duecentesimo anniversario della pubblicazione del primo volume di Viaggio in Italia di Goethe, non possiamo che sottolineare come Roma voglia ancora con tutte le forze essere il crocevia d’incontro della cultura donando e ricevendo in egual misura dal contesto internazionale che ostinatamente è stato perseguito», scrive Delogu, che continuando il lavoro degli anni scorsi, punta sul dialogo fra fotografia e l’arte contemporanea, senza trascurare il reportage tradizionale nelle forme più autoriali e complesse.  Dopo aver ospitato protagonisti della scena internazionale come Nan Goldin, Martin Parr, Chris Killip e poi la decana e artista del bianco e nero Letizia Battaglia , il viaggio prosegue con  Alfred Seiland che esplora i paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo  per arrivare nel Nord Europa dove s’incontrano tracce dell’Antica Roma, ricreate nei ritratti  di Martin Bogren.  E ancora intinerari visivi dedicati a Pier Paolo Pasolini  e luoghi storici  di Roma che rivivono negli scatti di William Klein,Ugo Mulas, Mario Dondero, Tazio Secchiaroli, Mario Tursi, Dino Pedriali, mentre iil British Council offre New vedute di Simon Roberts.

Molto spazio è dedicato anche ai giovani talenti  e alle nuove generazioni di fotografi. La sezione dedicata alla fotografia emergente italiana, negli anni, ha accolto mostre di autori oggi affermati come Francesco Jodice, Stefano Graziani e tantissimi altri.  La creazione del Premio Graziadei, che giunge quest’anno alla sua quinta edizione, offre un osservatorio speciale dando una possibilità concreta ai fotografi italiani under 35 anni  assegnando una borsa per realizzare un nuovo lavoro e presentarlo nelle sale del museo Macro.  Il Premio Graziadei 2016 è stato assegnato ad Alessandro Calabrese (classe 1983) che ha presentato il progetto A failed entertainment, scelto da un giuria di cui fanno parte, fra gli altri,  il maestro della fotografia Olivo Barbieri, l’avvocato Francesco Graziadei e Walter Guadagnini, docentedi storia della Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna, curatore e neo direttore di Camera.

Nello Studio 1 del MACRO sono esposte le opere del progetto A failed entertainment che Calabrese ha realizzato ispirandosi al romanzo Infinte Jest di David Foster Wallace, indaga il rapporto fra autorialità e il dilagare di immagini disponibile in rete.

«Roma, oggi più che ieri, è il simbolo della situazione socio-culturale italiana – annota Delogu -. Si guarda alla città e dalle sue vicende si cerca di trarne una previsione che possa essere estesa al resto del territorio. Vogliamo approfittare di questa quindicesima edizione , in termini umani coinciderebbe con l’adolescenza, per un festival invece è l’espressione di una straordinaria longevità, per rivolgere nuovamente verso la città il nostro sguardo, per vederne restituita un pò di quell’attenzione che abbiamo nutrito oltre i nostri confini, riportando a Roma il baricentro del nostro mondo e scoprire come dalla lettura di questa complessa città, possiamo tradurre il mondo che ci circonda».

Cinématique, quando il digitale si mescola all’umano per raccontare l’immaginario

Cinématique, in scena al teatro Vascello fino al 23 ottobre nell’ambito del Romaeuropa Festival, non è un semplice spettacolo, ma un piccolo universo da palcoscenico. Un mondo sospeso che trasforma l’immaginario in realtà sensibile attraverso performance, proiezioni, danza, video mapping e giocoleria circense. Gli “architetti” di questo “sogno collettivo” sono Adrien M & Claire B, al secolo Adrien Mondot e Claire Bradainne, lui ingegnere informatico e giocoliere, lei grafica. Una crasi professionale di per sé anomala che grazie all’impiego di software (in primis eMotion progettato dallo stesso Mondot) e tecnologie digitali, dà vita a uno spettacolo delicato e coinvolgente, nel quale lo spettatore si immerge. Rivivendo fantasie oniriche tipiche dell’infanzia (d’altronde chi non ha mai sognato da bambino di rovesciare il tavolo sul quale faceva i compiti per trasformarlo in una nave e solcare i mari?) e pomeriggi passati di fronte ai videogiochi immaginando di essere proprio lì, dentro lo schermo, a saltare e correre in realtà fatte di pixel e suoni elettronici.

«Sono un ingegnere informatico – spiega Adrien – ma ho sempre nutrito una grandissima passione per la giocoleria. Durante l’università mi esibivo per le strade, un po’ per divertimento, un po’ per pagarmi gli studi». È così che, dopo la laurea, mentre i suoi colleghi progettano sistemi di guida missilistici, Mondot sogna invece di creare qualcosa che unisca quelle sue due passioni, così lontane e distinte. «Nel 2003 ebbi una sorta d’illuminazione – racconta – e iniziai a sviluppare software capaci di entrare in relazione con gli spettacoli teatrali. Mi resi conto che il digitale può essere il veicolo ideale per l’immaginazione. I paesaggi di Cinématique sono l’espressione di un immaginario infantile che crescendo tendiamo a dimenticare. I questi paesaggi i nostri corpi si relazionano a dei personaggi e ad alcuni oggetti che consideriamo “vivi” anche se digitali. La scena digitale è versatile: si trasforma, si muove, cambia dimensione, e noi, come dei bambini, giochiamo con questi cambiamenti».

Cinématique - Janvier 2010 - Hexagone © Raoul Lemercier - 73

 

Chi non ha mai sognato da bambino di rovesciare il tavolo sul quale faceva i compiti per trasformarlo in una nave e solcare i mari? Con Cinématique è possibile.

 

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La fluidità è infatti una delle caratteristiche principali dello spettacolo, si scivola lentamente, come trasportati da un pensiero in mutamento, da uno scenario all’altro. Gli interpreti in scena sono, di volta in volta, i protagonisti di un disegno, il gioco l’uno dell’altro, esploratori provvisti di torcia in una caverna fatta di lettere luminose simile a quella descritta nel mito di Platone e che probabilmente abbiamo immaginato, un po’ assonnati, durante le lezioni di filosofia del liceo.
«Il nostro obiettivo è quello di re-incantare la realtà» dichiara sicuro Adrien. E con Cinématique sembrano esserci indubbiamente riusciti.

La legge sul caporalato c’è, ma la catena dello sfruttamento è dura da spezzare

Una legge necessaria quella approvata definitivamente alla Camera il 18 ottobre. Ma non ancora sufficiente per gridare vittoria e aspettarsi la fine di fenomeni “ingombranti” come il caporalato e lo sfruttamento del lavoro agricolo.

COSA PREVEDE LA LEGGE. Procediamo per ordine e partiamo dal contenuto del provvedimento: i 12 articoli del nuovo testo normativo, intanto, hanno il merito di mettere nel mirino della sanzione penale non più soltanto l’intermediario ma anche il datore di lavoro, arrivando a prevedere arresto in flagranza e confisca dei beni. Poi, non lega necessariamente la consumazione del reato a condotte violente o minacce. Anzi, individua come indicatore della condizione di sfruttamento anche la presenza di paghe più basse rispetto a quelle individuate dai contratti territoriali stipulati con i sindacati nazionali maggiormente rappresentativi.
La nuova legge, obiettivamente uno strumento che si annuncia più efficace nella repressione dello sfruttamento del lavoro agricolo, è stata salutata con favore da tutte le realtà associative e sindacali del settore. Ma c’è chi, come il vicepresidente del Cetri Yvan Sagnet, uno dei simboli della lotta al caporalato in Italia, fa notare come sia prematuro «affermare che questa sia una vittoria per i lavoratori come dichiarato dal ministro e da alcune associazioni». E aggiunge: «Aspettiamo almeno la prossima stagione di raccolta a Rosarno per trarre ogni valutazione in merito».

COME SI FORMA IL PREZZO? Una valutazione che non si deve fermare al reclutamento dei lavoratori lungo le strade statali delle nostre aree agricole, ma deve compiere quel viaggio a ritroso dai campi alle nostre tavole che ci consente di ricostruire la composizione del prezzo finale della frutta e verdura che acquistiamo. È sulla prevenzione e sulla trasparenza che ora si appunta l’attenzione dei tanti attivisti che negli anni hanno fatto pressing sulla politica per ottenere un intervento legislativo.
«Dei 17-20 centesimi al massimo che la Gdo paga ai produttori per un chilo di arance, sono 7 quelli che vanno al lavoratore che le raccoglie. E spesso nelle piccole aziende, il datore di lavoro che, con o senza l’ausilio di caporali, utilizza migranti e richiedenti asilo come manodopera a nero sente anche di fare un’opera buona» spiega Fabio Ciconte, portavoce di Terra! Onlus, che con l’associazione daSud e Terrelibere.org anima la campagna Filiera Sporca. «Manca una legge sulla trasparenza della filiera, che renda obbligatoria l’etichetta narrante, per sapere chi sono i produttori, i subfornitori, di ciò che consumiamo, a chi conferiscono e quanti e quali passaggi fanno» spiega Ciconte.

INDICI DI CONGRUITÀ. La catena dello sfruttamento è strettamente connessa alle opacità della filiera. Per questo, insite Sagnet, un’altra risposta possibile, almeno sulla carta, è il ricorso agli indici di congruità, strumento approvato nel 2006 in Puglia, riconosciuto come buona pratica europea «ma mai attuato per l’opposizione delle associazioni datoriali». In pratica, si calcola quanto prodotto si può ricavare su una data estensione di terreno in relazione al numero di lavoratori che si dichiara di aver impiegato: se si può produrre X con un lavoratore, con 10 non potrai discostarti tanto da una produzione di 10X, e in caso contrario di quantitativi troppo superiori scatta l’avvio di ispezioni ed eventualmente le sanzioni. «Purtroppo questa norma non è più all’ordine del giorno» spiega il vicepresidente del Cetri, «in Puglia i datori di lavoro si sentono messi alle strette e sostengono che è una forma di imposizione della manodopera alle imprese, nel resto nel Paese neanche a parlarne». Il discorso con Sagnet cade inevitabilmente sul tema del cosiddetto “lavoro grigio” e dei voucher, che ci si aspetterebbe siano largamente utilizzati in agricoltura. I dati di Coldiretti, invece, parlano per il 2015 di 2,2 milioni su 115 milioni complessivi, appena l’1,9%. «Esiste un’evasione contributiva enorme, a danno non soltanto dei lavoratori ma anche dello Stato» dice l’attivista e autore con Leonardo Palmisano del libro Ghetto Italia. «In agricoltura e non solo, i voucher peggiorano le condizioni dei lavoratori e minano dalle fondamenta la lotta all’evasione. Le aziende li usano spesso in modo improprio. Fin quando ci saranno i voucher sarà molto complicato introdurre gli indici di congruità, che vanno nella direzione opposta».

I BUCHI DELLA RETE. Come riconoscere allora le aziende che non giocano sporco? Il ministero dell’Agricoltura ci ha provato di recente dando vita alla Rete del lavoro agricolo di qualità: una white list di aziende che facendone richiesta si candidano a far parte dello speciale elenco “sfruttamento free”. Ma, spiegano i nostri interlocutori, il fatto che le aziende non abbiano aderito in massa è già un segnale del fallimento di questo esperimento: poco più di 300 a fronte di un potenziale di imprese iscritte che si aggira attorno alle 100mila. «I meccanismi di accesso non bloccano la pratica del lavoro nero» denuncia Yvan Sagnet. «Avevamo chiesto che si pretendesse il rispetto del contratto collettivo, la prova del versamento di contributi e tasse, ma il governo ha limitato l’accesso solo al fatto che non ci siano state condanne nei tre anni precedenti all’iscrizione. Il rischio è che finiscano nella Rete anche aziende in odore di sfruttamento».
Anche Ciconte condanna senza appello la Rete del lavoro agricolo di qualità, sia per ragioni teoriche – «l’assenza di sfruttamento è un prerequisito imprescindibile e non può essere oggetto di premialità» – sia perché garantisce agli aderenti di non essere sottoposti a controlli. Controlli che sono in ogni caso pochi e spesso male indirizzati. Un esempio per tutti, la Puglia, dove gli ispettori sono 99 e le imprese 300mila, una media di circa tremila imprese per controllore. Resta da vedere ora come saranno applicate le disposizioni della nuova normativa, che prevedono “il potenziamento della Rete del lavoro agricolo di qualità, in funzione di strumento di controllo e prevenzione del lavoro nero in agricoltura”.

CHI ORGANIZZA IL WELFARE? Per i lavoratori, le condizioni di vita restano dure anche fuori dai campi. «Purtroppo la cronaca ci insegna che i morti non ci sono soltanto a Rosarno e non sono solo quelli ammazzati a seguito di scontri» spiega Marco Omizzolo, presidente di In Migrazione e autore del recente libro La quinta mafia. «Nel Pontino abbiamo contato almeno cinque suicidi nell’ultimo anno: tutti si sono impiccati e nella maggior parte nei casi sul posto di lavoro, sui campi o nelle serre». Forme di riduzione in schiavitù, ricatto sessuale e aggressioni ai danni delle lavoratrici donne, truffe fatte approfittando della mancata conoscenza dell’italiano. Ora si spera che qualcosa cambi con l’applicazione della legge appena approvata, che dovrebbe sostenere la sistemazione logistica e consentire ai lavoratori stagionali di avere servizi. Eppure, nel caso dell’agro pontino, non parliamo di un flusso stagionale ma di una comunità stanziale di 30mila sikh prevalentemente impiegati in agricoltura, spesso con figli di nazionalità italiana, che versano – quando gli è consentito – i contributi allo Stato italiano ma hanno “minore diritto” alle cure, all’istruzione, alla casa. «E se il welfare non lo organizzi tu – riprende il ricercatore – c’è qualcun altro, indiano o italiano che lo organizza per te. Illegalmente». Così lo sfruttamento si moltiplica: «C’è gente che vive in Italia da vent’anni e non parla l’italiano. Si ha gioco facile a dire “non si vogliono integrare”, se non gli si offre la possibilità di farlo». Sono troppo i soggetti che traggono vantaggio dal tenere i lavoratori immigrati nel disagio e nell’ignoranza. Non consentendogli di leggere in autonomia una busta paga o un contratto di lavoro, ad esempio. Qui entra in gioco anche il ruolo delle figure professionali che si relazionano con i braccianti stranieri assieme ai datori di lavoro: «Avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro… Spesso sono loro a consigliare ai datori di lavoro id optare per forme di sfruttamento – concludo Omizzolo -. Per questo ci battiamo affinché che le pene aggravate riguardino anche questo soggetti».