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Jo Cox e le vittime dell’estremismo di destra. Facciamo il punto

Oggi a Batley e Spen, Regno Unito, gli elettori sono chiamati alle urne per decidere chi dovrà essere il loro prossimo rappresentante presso il Parlamento britannico.
Chi sarà eletto andrà a sostituire Helen Joanne Cox, deputata di 41 anni, uccisa da un fanatico nazionalista a colpi di coltello e pistola una settimana prima del referendum britannico sulla permanenza nell’Unione europea.

Intanto la violenza di estrema destra continua a fare notizia in Europa.
Proprio nel Regno Unito, i crimini d’odio, i così detti “hate crimes” sono aumentati drasticamente dopo il referendum. Gli uffici statistici nazionali documentano un incremento 41 per cento rispetto al 2015. In particolare, sono stati presi di mira cittadini polacchi che vivono e lavorano nello UK. Uno dei casi più emblematici è stato quello Arkadiusz Jozwik, ucciso a Harlow, Essex, questa estate.

In Germania, gli attacchi di matrice xenofoba contro rifugiati e case di accoglienza continuano ad aumentare. Nei primi 10 mesi del 2016 ne sono stati registrati 767. Inoltre, questa mattina è morto uno dei quattro ufficiali tedeschi che erano stati colpiti ieri da un attentatore di estrema destra, nei pressi di Norimberga.

In Austria, sul fronte istituzionale, il candidato alla Presidenza della Repubblica, Alexander Van der Bellen, è sotto protezione per aver subito minacce di morte da membri neo-nazisti.

E se si parla spesso del partito neo-nazista ungherese, o di Polonia, si fa presto a scordarsi della Slovacchia. Sul New York Times, Alena Krempaska del Human Rights Institute di Bratislava, racconta come sia stata vittima di un attacco premeditato dopo essere stata insultata pubblicamente a una manifestazione organizzata dal partito OLANO, acronimo di “Gente comune e personalità indipendenti” e guidato dall’imprenditore Igor Matovic.

Poi, ovviamente, c’è tutto il magma della destra estrema “istituzionalizzata” che avanza, dalla Germania alla Francia, passando per i Paesi del nord Europa e la Grecia. E se l’ormai ex-UKIP, Steven Woolfe, dichiara morto il partito di Farage, Owen Jones ci ricorda che il partito Conservatore – e di governo – di Theresa May sta colmando il vuoto che ha lasciato.

C’è qualcosa di buono in tutto ciò? Forse sì: non esiste un programma politico comune europeo che unisca i movimenti di estrema destra nazionali. Non ancora, almeno ufficialmente. Ma potrebbe essere dietro l’angolo.
Ieri Die Zeit ieri ha infatti rivelato che Frauke Petry (AfD) e Marine Le Pen (Front National) si sono incontrati segretamente a inizio luglio nei pressi di Strasburgo.

Cosa si siano detti non è dato saperlo.

 

Leggi anche:

Croazia – EuObserver –  Il conservatore, Andrej Plenkovic, nominato nuovo Primo ministro della Croazia

Regno UnitoThe Independent – Nuova spaccatura nel governo di Theresa May sul trattamento degli studenti Ue: sono migranti o no?

GermaniaHandelsblattSocialdemocratici, Die Linke e Verdi pensano a una coalizione per le elezioni politiche del 2017

 

 

«C’è un maschilista in giro per la Rosada». Un mare di donne sciopera in Argentina

«Hay un machista suelto en la Rosada». C’è un maschilista in giro per la Rosada. Le donne argentine e latinoamericane scendono in piazza, invadono il web e incrociano le braccia. Non, in generale contro la violenza di genere, ma perché – come molta stampa omette di dire in queste ore – il progetto di legge voluto dal governo di Mauricio Macri prevede l’eliminazione dell’Unida Fiscal Especializada en Violencia contra las Mujeres (Ufem), diretta dal procuratore Mariela Labozzetta.

 

Fin qui l’Ufem si è occupato di raccogliere e analizzare le informazioni sulle uccisioni di donne e i femminicidi commessi nella città di Buenos Aires. Uno studio non fine a se stesso, ma finalizzato a elaborare e suggerire strategie di politica per il contrasto alla violenza di genere. Pochi giorni fa, poi, l’8 ottobre, l’eclatante caso di Lucia Pérez, la sedicenne argentina violentata, impalata e assassinata nella provincia di Mar del Plata.
In questo contesto, il 19 ottobre le donne argentine scioperano contro la violenza machista e i femminicidi, al grido di #NiUnaMenos, Non una di meno. E in questo contesto, pochi giorni prima, il 9 ottobre, si è svolto il 31esimo Encuentro Nacional de Mujeres (Enm): 120mila donne hanno sfilato per le vie di Rosario. Sono state caricate dalla polizia e ne sono seguiti scontri che hanno portato al ferimento di due giornalisti, due agenti e quindici manifestanti. Il tutto di fronte alla Cattedrale quando la polizia ha iniziato a sparare con i pallini di gomma, lanciando gas lacrimogeni e urticanti. Le donne argentine, non si fermeranno. Anzi, cresce la protesta e arriva fino agli States e fino all’Europa,in Italia si scenderà in piazza a Roma per una manifestazione nazionale il 26 novembre.

 

Negli ultimi dieci giorni, ci sono state undici vittime. In un anno, da maggio 2015 a maggio 2016, sono stati commessi 275 femminicidi, denuncia l’organizzazione La Casa del Encuentro. Nonostante le cifre preoccupanti e la violenza disarmante, il governo argentino oggi propone al Congresso di eliminare la Ufem. La proposta è stata avanzata dalla coalizione politica Cambiemos, che sostiene l’attuale presidente Mauricio Macri (qui chi è). Martedì 18 ottobre, l’iniziativa del governo Macri ha ottenuto il placet della Commissione alla Camera dei deputati e potrebbe essere approvata in una settimana, per esser e poi portata in Senato.
«Come mi piacerebbe stare con voi compagne», scrive Milagro Sala dal carcere alle donne in proteste. Non può, è in galera appunto, dal 16 gennaio 2016. Il suo arresto è espressione del nuovo clima politico dell’Argentina di Mauricio Macri.

Sciopero generale e No Renzi Day. Venerdì e sabato tutti in Piazza Abd Elsalam

Manifestanti espongono striscioni e cartelli fuori dalla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa dove è atteso il premier Matteo Renzi, 17 ottobre 2016. ANSA/ FRANCO SILVI

Piazza Abd Elsalam: per due giorni la piazza storica del movimento operaio italiano, quella di San Giovanni di Roma, sarà intitolata al professore egiziano venuto in Italia una quindicina di anni fa e divenuto facchino, alla Gls di Piacenza, dove è stato ucciso mentre scioperava perché anche altri suoi compagni di lavoro potessero avere il contratto a tempo indeterminato. Succederà il 21 e 22 ottobre. Domani, venerdì 21, sarà il giorno dello sciopero generale indetto da Usb, SiCobas, Usi, Adl e Unicobas e anche dalla Cub Trasporti del Lazio. Sabato 22 un corteo partirà da quella piazza per raggiungere Campo de’ Fiori aperto proprio dai compagni di Abd Elsalam, scesi in massa da Piacenza già la sera prima, e dai cinque ex licenziati di Pomigliano che hanno appena vinto la causa contro Marchionne.

Filo conduttore il No Sociale al referendum costituzionale. Perché ai cinque di Pomigliano sembra che il Piano Marchionne sia diventato il Piano Renzi. La Costituzione non è una questione per giuristi soltanto ma è una battaglia sociale, il quadro che racchiuderà le relazioni tra gli attori sociali. Così spiega bene chi sostiene che sia un fucile puntato contro la sanità pubblica perché i poteri di spesa saranno concentrati sul ministero dell’Economia e quelli di programmazione alle singole Regioni. E a chi canta il peana della velocità, a proposito della velocità che la “riforma” imprimerebbe alla promulgazione delle leggi, viene ribattuto che ad essere veloci dovrebbero essere le liste d’attesa della sanità. Le leggi, al contrario, devono avere il tempo di essere comprese da tutti. «E poi la legge Fornero è stata scritta e varata in 17 giorni», ha ricordato Paolo Ferrero, segretario del Prc.

Ma, soprattutto, la “riforma” oggetto di referendum non può essere separata da chi l’ha imposta. Per questo il 22 ottobre sarà il No Renzi Day, una settimana prima di quando il premier proverà a sua volta a riempire Piazza del Popolo. Così hanno spiegato in una conferenza stampa i promotori del coordinamento per il No Sociale – sindacati di base, sinistra radicale (Rifondazione, Sinistra anticapitalista, Pci, Ross@ ecc…), pezzi di movimenti sociali, dai No Tav ai No Triv fino a quelli per i beni comuni come Attac o il Corto Circuito – convinti di riuscire a catalizzare molte delle energie che, in altri momenti storici, avrebbe mosso la Cgil, «la migliore Cgil, quella di Di Vittorio», dice a Left, Giorgio Cremaschi.

È la prima volta che si tenta uno sciopero generale che intreccia questioni politiche e sociali senza l’impulso di Corso Italia e senza nemmeno la Fiom. «Su 27 miliardi la legge di stabilità di Renzi ne dà 20 ad aziende e banche – ha sottolineato Fabrizio Tomaselli, dell’Esecutivo nazionale USB – mentre i veri effetti del jobs act e dell’abolizione dell’articolo 18, che hanno prodotto l’aumento dei licenziamenti senza generare nuova occupazione, oggi vengono attestati anche dall’Inps. Lo sciopero generale, che Cigli Cisl Uil si guardano bene dal proclamare, è più che mai necessario».

L’appello su cui sono state raccolte le adesioni è firmato da due partigiani, Lidia Menapace, nome di battaglia Bruna, e Umberto Lorenzoni, più conosciuto come comandante Eros. «Il Sì – spiega ancora Cremaschi – è il vero voto di conservazione perché lascia le cose proprio come sono ora, cristallizza le forzature compiute col Jobs Act o con la legge Fornero. Il No, secondo i promotori, potrebbe essere una scossa salutare se verrà pronunciato da chi è stufo dei governi delle banche. E a chi li accusa di essere nell’imbarazzante compagnia di Salvini e company, Cremaschi ribatte di sentirsi come i comunisti nel ’44, «alleati con i ladri badogliani pur di cacciare il fascismo».

Il 21 molte città saranno teatro di azioni legate allo sciopero, con picchetti, sit-in, cortei che attiveranno operai della grande industria, mondo della scuola (decostituzionalizzato dalla “Buona” scuola), braccianti, precari, disoccupati, facchini della logistica, aeroportuali e tranvieri, ciascuno con le proprie capacità di mobilitazione, con una pluralità di pratiche e linguaggi. Dalle 16 Piazza Abd Elasalam sarà luogo di assemblee sull’Europa e sulla questione costituzionale, ospiterà uno speakers-corner e, a sera, risuoneranno le note di gruppi come la Banda Bassotti e gli Assalti Frontali. Sabato, prima del corteo, alle 11, un ultimo dibattito, dal titolo “Schiavi mai”, vedrà attorno al tavolo “vecchie” e “nuove” figure sociali e del mondo del lavoro.

L’endorsement di Obama alle ragioni di Renzi non preoccupa affatto lo schieramento del No Sociale che, anzi, augura al premier lo stesso destino di Cameron che, con lo stesso illustre alleato (che non ha fatto mancare l’appoggio a personaggi come Erdogan), ha perso clamorosamente il referendum sulla Brexit. In realtà, l’unico parziale effetto di un simile endorsement potrebbe verificarsi sugli italiani all’estero, mentre l’uscente Obama incassa uno yes da Renzi sul Ttip in controtendenza con altri più dubbiosi partner europei.

Al dibattito tv Trump fa di nuovo Trump: non sa se accetterà il risultato elettorale

epa05593217 US Democratic candidate Hillary Clinton (R) and US Republican candidate Donald Trump (L) look on at the end of the final Presidential Debate at the University of Nevada-Las Vegas in Las Vegas, Nevada, USA, 19 October 2016. The debate is the final of three Presidential Debates and one Vice Presidential Debate before the US National Election on 08 November 2016. EPA/GARY HE

Se non ci sono fuochi d’artificio e sparate fuori luogo non c’è Donald Trump. In quello che è stato forse il dibattito presidenziale più presidenziale dei tre, il candidato repubblicano si era quasi contenuto. Ma, imbeccato da una domanda, non ha resistito a uscire dal seminato.
«Come lei sa un passaggio dei poteri ordinato è uno dei fondamenti del nostro processo democratico. Lei si impegna ad accettare il risultato delle elezioni?» è la domanda.

«Lo vedremo al momento, vi lascio la suspence, al momento non ho un risultato da guardare». I titoli stamane sono su questo: il candidato repubblicano non dice se e come accetterà la sconfitta concedendo la vittoria a Hillary e ritirandosi in buon ordine. Da giorni Trump va ripetendo che le elezioni saranno truccate e durante l’ultimo duello Tv con Hillary ha scelto di ribadirlo. O meglio, non avendo elementi da produrre, prove da sventolare, a domanda a risposto con una mezza battuta. Ovvero comportandosi una volta ancora da uomo di spettacolo che non resiste a dire qualcosa che faccia rumore piuttosto che mostrare un tono presidenziale.

In un Paese dove, tra l’altro, se c’è qualcuno che tenta di condizionare il risultato elettorale, questi sono i governatori repubblicani che, la dove hanno potuto, hanno fatto approvare leggi che limitano in qualche modo il voto delle minoranze – alcune di queste leggi, come in North Carolina sono state dichiarate incostituzionali proprio perché considerate razziste. Non solo: nel 2000 i democratici non fecero saltare il tavolo nonostante Al Gore avesse preso più voti di Bush e il processo elettorale in Florida presentasse enormi pecche. Assumere la posizione che Trump assume, senza produrre un esempio, è davvero sopra le righe.

La risposta di Clinton, chiaramente una battuta studiata, è stata efficace: «Quel che ho sentito è spaventoso», ma Trump è fatto così, non accetta di perdere: «anche quando non gli hanno dato l’Emmy per la sua trasmissione Tv ha cominciato a twittare sostenendo che gli Emmy sono truccati».
La risposta a una domanda non normale da porsi in una campagna elettorale normale è però destinata a fare rumore per giorni e probabilmente ad allontanare – o continuare a tenere lontano – il voto indipendente da TheDonald. E a compattare una base militante e molto vasta che crede nelle teorie del complotto.

Il dibattito, per il resto, è stato meno trash dei primi due: qui e la si è parlato di politica e politiche da mettere in atto. Da un certo momento in poi è degenerato e le accuse e i colpi bassi non sono mancati. Ancora una volta Clinton ha mostrato di essere più preparata e il fact checking dei grandi media ci dice anche, meno fantasiosa nel rispondere. I due hanno discusso di Corte Suprema – il prossimo presidente dovrà nominare uno, forse due, giudici – Russia, immigrazione. E naturalmente del reciproco carattere e integrità.

Lo scontro sulla Corte Suprema è di quelli che segnala le differenze politiche in maniera netta. La nomina dei giudici è vitale perché da molti anni la maggioranza dei sette togati è conservatrice. La nomina di un giudice, in sospeso perché i repubblicani si rifiutano, fatto senza precedenti, di ascoltare e approvare quella fatta da Obama, è dunque vitale perché cambierebbe quella maggioranza. E siccome la Corte ha e ha avuto l’ultima parola in questi anni su enormi questioni (dalla riforma sanitaria, alle armi, dall’aborto al matrimonio tra persone dello stesso sesso), i conservatori, specie i religiosi, temono come la peste un cambio di equilibri. Sull’argomento Trump, che non piace per nulla agli evangelici, gli stessi determinanti per eleggere Bush nel 2000 e nel 2004, è stato a modo suo diligente. Mentre Clinton ha detto che lei si batterà sempre per difendere Roe Vs. Wade, la sentenza storica che aprì alla libertà di scelta della donna in materia di maternità, Trump ha detto: «Nominerò giudici che rispettano il secondo emendamento (quello sulle armi) e che siano pro-life, anti abortisti. Con quel che vuole lei assisteremo a bambini tirati fuori dal grembo della madre al non mese!». Ovvero: conservatori, con me potete stare tranquilli, con lei sarà la strage degli innocenti. Anche in questo caso Trump parla a un pezzo di elettorato repubblicano, di cui ha enorme bisogno, ma che non è in sintonia con la maggioranza del Paese.

I momenti cruciali del dibattito

Anche sull’immigrazione lo scambio è duro: «Hillary vuole una sanatoria, frontiere aperte…io costruirò il muro e poi vedremo che fare (se espellere o meno i milioni di irregolari), ma qui ci sono dei cattivi hombres – uomini in spagnolo – e dobbiamo toglierli di mezzo». «Io voglio far funzionare l’economia, far uscire milioni dall’ombra e non consentire a gente come Trump di sfruttare il loro lavoro».

Sulla Russia: «Trump dovrebbe condannare quel che Putin sta facendo, cercando di avere un ruolo in queste elezioni perché ha chiaramente delle preferenze». «Non conosco Putin, ha detto cose gentili su di me, e se andassimo d’accordo non sarebbe male…non ha rispetto per lei, che non ha nemmeno idea se si tratti della Russia, della Cina o di altro». «Putin preferisce avere una marionetta alla Casa Bianca» ribatte Clinton. «Non sono una marionetta, la marionetta sei tu».

Sul commercio internazionale: «Trump continua a parlare di posti di lavoro che vanno all’estero ma è stato lui a dare lavoro ai metalmeccanici cinesi comprando acciaio in Cina invece che in America». «Continui a ripetere che io ho appaltato in Cina, se eletto mi renderei impossibile di fare una cosa simile». Suona contraddittorio no? Non solo, così Trump sta dicendo che violerebbe e farebbe saltare gli accordi internazionali sul commercio. Che sono pessimi ma al momento sono le regole. Non rispettarle in maniera unilaterale, aprirebbe a guerre commerciali pericolose.

Sulle donne e le accuse di molestie: «Non ho fatto nulla, non ho nemmeno chiesto scusa a mia moglie, proprio perché non ho fatto niente». «Trump pensa che screditare le donne lo renda più grande, la verità è che non c’è donna che non sappia come ci si sente a essere trattate come fa lui».
Sulle rispettive fondazioni: «Perché non restituite i soldi a quei Paesi che trattano certi gruppi di persone nel modo in cui le trattano (Trump qui è impreparato: le accuse si circostanziano, si fanno esempi, “certi gruppi di persone” sono minoranze, ma detta così non funziona)». «Sarò felice di fare il confronto tra ciò che fa la Fondazione Clinton e quel che fa quella Trump, che raccoglie donazioni e poi spende soldi per comprare un ritratto gigante di Donald».

Ce n’è abbastanza: il terzo dibattito è stato quello più sobrio. Clinton ha vinto anche questo, nel senso che ancora una volta si è mostrata preparata, precisa e con qualche idea su cosa fare. Trump ha invece ribadito la sua immagine estrema e promesso politiche inattuabili. Ma ha saputo controllare se stesso. Il problema è che aveva bisogno di qualcosa di più: restituire forza al suo messaggio, convincere di essere presidenziale e mettere alle strette Hillary. Non gli è riuscita nessuna delle cose: Clinton ha fatto il suo dibattito migliore, attaccando senza strafare e mostrandosi più competente. Anche Trump ha fatto il dibattito migliore. Fino a quando non si è stufato. Fino a quando non ha resistito a fare la battuta che fa saltare il tavolo. È più forte di lui. Ma l’America è piena di persone che credono alle teorie del complotto, pensano che Washington sia una specie di Gomorra e che le loro libertà siano i pericolo. Continuare a ribadire che il sistema è falsato presenta dei potenziali pericoli reali, rischia di crearli. Ma questo per Trump non è interessante. Viene prima lo specchio nel quale si guarda dicendo a se stesso: «Hai visto che gli ho detto? L’ho ammutolita».

Galleria dell’infamia. La lettera ai NoTav della street artist “pentita”

Erri De Luca l’ha definita la galleria dell’infamia. Anche perché l’azienda della Tav ha cooptato tre writers per dipingere il tunnel della Torino-Lione, plaudenti all’impresa contestata dagli abitanti della Val di Susa e dal movimento No Tav. La street artist  Laurina Paperina ci ripensa  dopo l’intervento dello scrittore su Left (leggi qui) e il messaggio di Wu Ming, mentre sta per uscire il libro di Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve sulle lotte No Tav.

Ecco la sua lettera:

Salve a tutti,
scrivo questa lettera in risposta ai messaggi che mi sono arrivati riguardo alla mia partecipazione alla mostra nel cantiere di Chiomonte. La scorsa estate sono stata invitata dal curatore Luca Beatrice a partecipare a questo progetto, il cui scopo era far entrare l’arte in un luogo inusuale, dove solitamente l’arte non ha nulla a che fare; il lavoro l’ho realizzato mesi fa, il mio intervento è stato dipingere due dei treni che usano gli operai per lavorare nel cantiere, e l’ho fatto in maniera “inconsapevole”, convinta del fatto che il mio intervento non voleva essere né provocatorio, né tanto meno pro tav.
Leggere le vostre mail mi sconforta parecchio, non ero a conoscenza (mea culpa) di tutto quello che sta avvenendo in quella zona e mi dispiace che il mio intervento possa sembrare un’azione di propaganda, che ribadisco, assolutamente non è.
È vero che tempo fa ho ricevuto un messaggio di Wu Ming che mi chiedeva di non partecipare ma, purtroppo, il lavoro era già stato fatto e a quel punto non ho avuto la prontezza di riflessi nel prendere una posizione netta.
Molti di voi non mi conoscono e non conoscono il mio lavoro, quindi posso capire che questa faccenda possa sembrare strana, soprattutto per il fatto che quando posso cerco di dare il mio piccolo contributo per delle cause che ritengo giuste, come ad esempio contro il TTIP. Solo una persona pazza o bipolare potrebbe prima schierarsi contro questo trattato e poi fare una mostra con intenti Pro Tav…e, preso atto della situazione, non lo sono assolutamente.

Cordiali saluti
Laurina Paperina

In India un fumetto per raccontare e combattere la violenza sulle donne

Vola cavalcando una tigre e la sua arma è uno specchio: è Priya, la nuova eroina dell’India moderna,  protagonista di un fumetto indiano che sta facendo il giro del mondo.
Priya’s Mirror è il secondo capitolo di una saga che pone al centro la violenza contro le donne, dalla violenza sessuale all’attacco con l’acido.

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Il personaggio di Priya trae ispirazione dalla dea Durga, una delle incarnazioni del femminino sacro del pantheon indù, che si accompagna a una tigre e nelle sue molte mani stringe delle armi.
Nella storia raccontata nel primo capitolo, chiamato “Priya Shakti“, Priya è una giovane che vive in un villaggio rurale indiano e sogna di diventare un’insegnante. Il padre, un giorno, le impedisce di continuare la scuola e lei comincia ad occuparsi delle faccende di casa a tempo pieno. Un giorno, mentre si trova per strada, subisce una violenza sessuale da parte di alcuni uomini noti del paese e per questo viene ripudiata dalla famiglia.
Priya si ritrova improvvisamente sola e comincia a vagare nei boschi invocando la protezione della dea Parvati, che le viene in aiuto regalandole una tigre da cavalcare e donandole lo Shakti, il potere divino di agire, per difendere i diritti di tutte le donne.
«L’iconografia mitologica pervade la vita degli indiani»– afferma uno dei creatori di Priya Ram Diveneni – «ed è per questo che nel fumetto gli dei hanno un grande ruolo, nel tentativo di recuperare “la tradizione matriarcale indiana” che si è trasformata nella rappresentazione moderna».
La protagonista di “Priya’s Mirror“, semi-divina e ispirata dalla dea, va in giro per il mondo con la sua tigre volante alla ricerca di donne sfregiate con l’acido cui infondere coraggio tramite il gesto simbolico di guardarsi allo specchio.

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Il tema di “Priya’s Mirror” è nato dall’incontro degli ideatori del fumetto con Laxmi Agarwal, l’attivista indiana di Stop Acid Attack, vittima di un attacco con l’acido quando aveva 15 anni. L’attività di Laxmi – che ha ricevuto il premio International Women of Courage da Michelle Obama nel 2014 – è volta alla sensibilizzazione dei diritti delle donne che come lei hanno subito questo tipo di violenza. Il suo attivismo personale e la mobilitazione pubblica scatenata dalla brutale uccisione della studentessa di Delhi in un autobus nel 2012 hanno ottenuto nel 2013 l’introduzione di una nuova legge, che affida al Governo le spese mediche necessarie a chi ha subito un attacco di acido.
Quando è capitato a Laxmi, nel 2005, aveva 15 anni e la sua famiglia si è sobbarcata di una spesa economica davvero onerosa per sostenere un anno di operazioni di chirurgia plastica. L’uomo che l’ha sfregiata, che oggi sta scontando una pena di 10 anni di carcere, era un amico di suo fratello di quindici anni più grande di lei, che la voleva sposare a tutti i costi. In seguito all’ennesimo rifiuto di Laxmi, dopo dieci mesi di richieste insistenti e di atteggiamenti violenti, l’uomo l’ha aggredita in un mercato di Delhi, versandole una bottiglia di acido sul viso e sulle braccia.

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Il caso di Laxmi non è isolato in India: tra le violenze contro le donne l’uso dell’acido è al quarto posto, su 1500 casi l’anno al mondo, 1000 avvengono soltanto in India, seconda solo al Bangladesh.
Gli ideatori del fumetto hanno deciso di far diventare Priya un’eroina femminile, che ispiri il dibattito tra le adolescenti indiane (e non solo) e che rinforzi il lavoro delle molte organizzazioni non governative, come quella di Laxmi, che si battono per il riconoscimento dei diritti delle donne in India.
«Una delle conseguenze più tragiche di aver subito un attacco con l’acido», spiega Laxmi Agarwal, «è quello di rinunciare all’amore in partenza». «Dopo l’attacco non avrei pensato di potermi innamorare e di poter avere dei figli», perché la donna sfregiata generalmente viene ripudiata dalla famiglia perché difficilmente può trovare marito.

epa05383595 Indian actress Sonakshi Sinha (R) poses for a selfie with fans as she arrives at the Adolfo Suarez Madrid-Barajas airport in Madrid, Spain, 22 June 2016. The International Indian Film Academy Awards will be held in Madrid on 25 June. EPA/FERNANDO ALVARADO
L’attrice di Bollywood Sonakshi Sinha

Gli attacchi con l’acido stanno recentemente alimentando il dibattito pubblico in India, grazie a numerose iniziative di protesta e grazie al contributo di alcune star di Bollywood, che hanno sfruttato la loro popolarità mediatica condannando l’uso della violenza contro le donne.
Arriva da Sonakshi Sinha, una delle attrici più quotate di tutta l’India, l’appello a favore del rispetto delle donne, in occasione della presentazione del film da milioni di incassi “Akira” di AR Murugadoss, che racconta la storia di una donna attaccata con l’acido. E dall’attrice Kangana Ranaut, che ha deciso di raccontare in un film (non ancora uscito) la storia di sua sorella, famosa quasi quanto lei, Rangoli Ranaut, attaccata con l’acido da un pretendente rifiutato. Rangoli si è dovuta sottoporre a 57 operazioni chirurgiche che, come lei stessa afferma, non le hanno restituito né la faccia né la vista, ma le hanno dato il coraggio di agire contro questa pratica disumana. Ha dato il suo contributo anche Akshay Kumar, l’attore idolo di tutte le indiane, che ha incontrato per mezz’ora “Sameera” (è un nome fittizio), la diciottenne afghana sfregiata con l’acido mentre dormiva da un pretendente a dai suoi amici.

Ma una delle dichiarazioni più incisive è arrivata dalla televisione: «Il mio milione (di rupie) servirà a ricostruire la mia faccia e la vita della mia famiglia», ha detto Sonali Mukherjee a milioni di telespettatori dopo aver vinto il “Chi vuole essere milionario” indiano. Sonali aveva diciassette anni quando un corteggiatore respinto e i suoi amici hanno fatto irruzione a casa sua e le hanno versato addosso una bottiglia di Tezaab, un acido anti-ruggine, mentre dormiva. Sonali ha raccontato che il suo corpo è stato bruciato al 70 per cento e che è rimasta parzialmente cieca. Per tre anni è rimasta è semi-paralizzata dallo shock e poi ha provato a ricorrere all’eutanasia che non le è stata concessa.
Gli ideatori del fumetto, Dan Goldman, Ram Devineni e Paromita Vohra, hanno letto e assorbito tutte queste storie e hanno deciso di scrivere il fumetto insieme a delle donne sopravvissute all’acido. Il mezzo di comunicazione che hanno scelto per diffondere questi temi è volutamente accattivante e alla portata di tutti, per raggiungere il numero più alto possibile di giovani donne e giovani uomini. Per questo motivo “Priya’s Mirror” è stato trasformato anche in un’app (Blippar) di realtà virtuale che permette a tutti di interagire con Priya sul proprio telefono cellulare.
Il fumetto, che si può leggere gratuitamente su internet, è stato presentato in questi giorni al New York Film Festival e al Society of Lincoln Center e sarà lanciato in india il 22 e il 23 ottobre al Mumbai Comic Con, dove verranno distribuite 30,000 copie, prima di raggiungere Bogotà a novembre.

Un voto di Westminster sul Brexit? Ora è possibile, ma per il fronte pro-Ue è una beffa

Il Parlamento britannico avrà probabilmente facoltà di ratificare l’accordo che il governo di Theresa May negozierà con l’Ue. Non c’è ancora l’ufficialità, ma da Downing Street arriva un’apertura verso Westminster. La mano è stata tesa dall’avvocato difensore del governo, James Eadie, ai margini di un’udienza in tribunale.

Durante gli ultimi due giorni Eadie è stato infatti impegnato a difendere l’attivazione unilaterale (senza intervento parlamentare quindi) dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, da parte del governo britannico – l’articolo 50 è la clausola che deve essere attivata per iniziare ufficialmente le negoziazioni per l’uscita dall’Ue da parte uno Stato membro.

In tribunale, Eadie ha giustificato l’unilateralità dell’iniziativa dell’esecutivo affermando che il governo prevede «una successiva ratifica parlamentare» dell’accordo raggiunto con l’Ue. Molti parlamentari e rappresentanti della società civile favorevoli rispetto a una permanenza del Regno Unito nell’Unione, hanno cantato vittoria.

Ma è davvero così?

Come scrive Rob Merrick sul The Independent,  l’apertura del governo indica semplicemente che il Parlamento avrà un voto sull’accordo, ma non che potrà bloccare l’uscita dall’Ue. Insomma, paradossalmente potrebbe voler dire che il Parlamento sarà messo di fronte a un aut aut: approvare nel 2019 il compromesso raggiunto tramite negoziato dal governo, oppure determinare l’uscita dall’Ue senza alcun accordo. Uno scenario che implicherebbe un Regno Unito a gambe all’aria, isolato nello scacchiere mondiale.

Proprio per questo motivo, il caso discusso in tribunale questa settimana non riguardava la possibilità di ratificare un futuro accordo, ma piuttosto l’attivazione unilaterale dell’articolo 50 da parte del governo. Insomma, l’apertura di Downing Street rappresenta una carta di scambio di poco valore rispetto all’obiettivo primario del fronte pro-Ue che è quello di non far partire le negoziazioni.

La decisione del tribunale è attesa per i prossimi giorni.

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EuropaSüddeutsche Zeitung Secondo il ministro dei Trasporti tedesco, la Commissione europea deve indagare sulle manipolazioni dei meccanismi di controllo delle emissioni in casa FIAT

SveziaThe LocalMagdalena Andersson, ministro delle Finanze svedese: “Siamo preoccupati per la mancanza di rispetto dei criteri di Maastricht sul deficit da parte della Commissione europea e degli Stati membri”

GermaniaDie WeltAumenta il numero di attacchi contro centri di accoglienza per rifugiati

FranciaEuractivL’eurodeputata dei Verdi, Eva Sas, accusa: “La lobby delle banche rischia di far saltare l’accordo sulla Tobin Tax europea”

GreciaHandelsblattGiannis Stournas, Presidente della Banca centrale greca, chiede il taglio del debito pubblico ellenico

 

Bellezze dell’italiano. La quarta lingua più studiata al mondo

Mentre la Lega pretende che si insegni il  dialetto”lombardo” a scuola, l’italiano  si prende una bella rivincita. Oggi è al quarto posto fra le lingue più studiate al mondo dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese.  Nella Giornata ProGrammatica di Radio3 il 19 ottobre tutto il palinsesto è dedicato all’italiano, con decine di ospiti e  il coinvolgimento di Istituti di cultura italiana.  Anche questa quarta edizione si conclude con la serata speciale condotta da via Asiago a Roma da Giuseppe Antonelli che sarà trasmessa dalle 21 alle 23 in diretta su Radio3 e in streaming video sul sito radio3.rai.it. Ecco cosa ha detto il linguista Antonelli a Left:

La lingua lombarda rischia di estinguersi. Armata di questa convinzione la Lega Nord torna a voler imporre l’insegnamento della lingua lombarda nelle scuole. «Non ha proprio senso insegnare i dialetti», dice però il linguista Giuseppe Antonelli. «Il dialetto è sempre stato la lingua degli affetti, della vita quotidiana»,spiega il docente dell’università di Cassino e autore de La lingua batte ogni domenica su Radio 3. «E poi non è vero che i dialetti vadano scomparendo. Una ricerca Istat dice che sono molto vivi. Mentre sono scesi al 2 % gli italiani che parlano solo il dialetto». Una conquista importante. «La grammatica italiana è un diritto», scriveva Gramsci. E gli italiani lo hanno conquistato a fatica, come si evince dalle prove di italiano per l’iscrizione alle liste elettorali che Antonelli cita nel suo nuovo Un italiano vero. La lingua in cui viviamo (Rizzoli). «In tempi di email e social network è più che mai importante studiare l’italiano scritto» aggiunge il conduttore della IV edizione della Giornata pro-grammatica in onda su Radio3. «Per gran parte degli italiani il diletto rappresenta la dimensione familiare, giocosa, colorita. Pasolini, che preconizzava un italiano tecnocratico e freddo, aveva paura che la perdessimo». È accaduto invece che l’italiano è andato incontro a nuove sfide. «Non basta parlarlo, bisogna saperlo scrivere, in modo diverso, dagli sms. Per questo servono più ore di italiano a scuola, invitando alla lettura di romanzi e poesia».

Anche il linguista e critico letterario Gian Luigi Beccaria dice, da sempre, che non avrebbe senso studiare i dialetti in classe. «E poi quali? Il lombardo non esiste. Dovremo insegnare il bergamasco, il piacentino, il milanese? Il torinese o il biellese o il langarolo? I dialetti sono moltissimi ed è la nostra grande ricchezza. In dialetto si possono scrivere poesie, c’è un’ampia tradizione da Raffaello Baldini a Zanzotto, ma non per questo possiamo fare a meno dell’italiano», commenta il professore emerito dell’università di Torino, autore di molti saggi, di un dizionario di linguistica e filologia e ora de L’italiano che resta (Einaudi), un appassionato viaggio nella lingua come organismo vivo, in continuo cambiamento. Un libro di ricerca, ricchissimo di informazioni, che trasmette l’emozione della scoperta di parole nuove ma anche di perle ormai desuete. Si scopre così che tantissime espressioni dialettali innervano già l’italiano, che nel corso dei secoli ha mutuato termini da una pluralità di lingue antiche. Non solo dal latino. I prestiti dal latino liturgico vanno scomparendo in una società che oggi è sempre più secolarizzata, come ha documentato Beccaria in libri come Sicuterat, il latino di chi non lo sa e dedicati a santi, demoni e folletti.

Molti sono i termini venuti dal greco antico e di uso quotidiano. «L’italiano attuale deve molto al greco» sostiene Antonelli. «Secondo il dizionario di Tullio De Mauro più del 2 % delle parole italiane hanno un etimo greco, non solo termini specialistici, ma anche parole di uso comune come atmosfera, entusiasmo, fase, sintomo ecc.». Ancor più interessante è scoprire la quantità di termini arabi che l’italiano ha assorbito, passando attraverso il dialetto veneziano e quello siciliano. A questo tema Beccaria dedica una parte del suo nuovo libro. Solo per citare un esempio: zecchino nasce dalla Zecca veneziana dal 1540. E zecca è un arabismo.
«L’importanza dell’arabo è stata enorme nella nostra storia. Anche se oggi, purtroppo, il mondo musulmano ci offre parole legate ai conflitti, alla guerra, al Jihad ma non è sempre stato così», dice Beccaria a Left. «L’arabo nel medioevo, e anche in seguito, ci ha dato una quantità enorme di parole. Trasformarono la Sicilia in un giardino d’Europa. Lo stesso fecero in Andalusia. Parole come arancio, zucchero carciofo, albicocca, limone sono arabe. E tante vengono dall’ambito della scienza, dell’astronomia, all’algebra ecc. I latini e i greci non avevano una parola e un concetto per indicare lo zero, il nulla, il vuoto. L’uso dello zero nell’espressione dei numeri viene dagli arabi. Ci hanno veramente arricchito di parole e di cultura». «C’è una originaria vicinanza fra la cultura araba e la nostra lingua continua a recarne traccia», aggiunge Antonelli. Prima di parlare di scontro fra culture, dovremmo avere consapevolezza di quanto noi gli dobbiamo anche in termini linguistici». Basta camminare nella parte più antica di Palermo per notare nomi di strade scritti in arabo ed ebraico. Ma si possono vedere anche interni di palazzi, come la misteriosa sala blu, decorati con calligrafie arabe. Per il linguista rivelatori sono gli antichi nomi delle strade che spesso indicano nomi o lavori scomparsi. Anche i graffiti, le scritte sui muri, di cui Pompei era piena, sono tracce preziose, al pari dei testi letterari. Come insegna Beccaria che ne fa uno strumento affascinante di ricerca, insieme a canti anarchici e della resistenza, filastrocche trasmesse di generazione in generazione. La tradizione orale permette di capire molto di come è mutato l’italiano soprattutto in anni più vicini a noi. Più rare e fortunose sono le scoperte di documenti antichi. Ma a volte sono straordinarie come quella avvenuta qualche anno fa nell’archivio di Stato di Roma grazie al linguista Pietro Trifone.

Nel borgo di Collevecchio, Bellezze Ursini si manteneva facendo la domestica e la guaritrice, un’attività “mal vista” dalla Chiesa. Nel 1527 fu accusata di stregoneria e torturata. Stremata, scrisse una confessione autografa. Che non servì a niente. Prima di finire sul rogo, preferì suicidarsi. Quelle sue otto paginette ci dicono molto di un italiano popolare allora ancora in fieri, racconta Giuseppe Antonelli. «Ci dicono che nella campagna romana ci poteva essere, agli inizi del ‘500, una donna, una popolana, che sapeva scrivere». Colpisce anche la trascrizione ufficiale che ne fece il notaio Luca Antonio, normalizzando il linguaggio della donna per farle dire ciò che ci si sarebbe aspettati da una “strega”. «Quel modo di tradurre la grammatica di Bellezze in quella del potere mette bene in luce il confronto/scontro tra due mondi sociali e culturali di cui la lingua è al tempo stesso spia e strumento. Emerge la lotta, poi durata secoli, con la lingua ufficiale da parte di persone che invece venivano da situazioni socioculturali meno avvantaggiate», approfondisce Antonelli. Quel 1527, l’anno del sacco di Roma «fu anche un momento di svolta per l’italiano». Nonostante il dominio della Chiesa e il latino liturgico, il volgare si presentava come una lingua fluida, duttile, rivendicata da artisti come Leonardo che si definiva con orgoglio «omo sanza lettere», snobbando i latinisti tromboni. Ma proprio mentre si diffondeva un volgare vivo e popolare (fra romanzi, leggende e grammatiche) nel 1525 Pietro Bembo pubblicò Le prose della volgar lingua. «L’umanista veneziano fu rigidissimo nel prescrivere forme riconducibili al modello di Petrarca e di Boccaccio».

Così se Dante e il fiorino, ovvero la potenza economica dei mercanti toscani, «avevano contribuito alla diffusione del fiorentino come lingua di prestigio, tutto questo fu formalizzato dall’umanista veneziano», risponde Antonelli alla nostra domanda sulla discussa egemonia del fiorentino. «Nel 1525 Bembo indicò come modello per la lingua letteraria che oggi chiamiamo italiano quello usato da Boccaccio per la prosa e da Petrarca per la poesia». Quanto a Dante, «Bembo lo teneva un po’ fuori, giudicava il suo fiorentino troppo plebeo e concreto. Da studioso che amava le lingue morte come il latino, Bembo scelse una lingua che all’epoca era già estinta da due secoli». Dando origine così a una lingua letteraria, «basata sugli eccellenti scrittori» protetta dai puristi, anche quelli di fede giacobina, e deprecata da Mazzini che non sopportava di rivestire il pensiero «della lingua de’morti e d’uno stile pedantesco».

Del tutto nuova fu la posizione di Leopardi, al quale – seppur da differenti punti di vista- entrambi gli studiosi che abbiamo interpellato dedicano uno spazio di rilievo nei loro libri. «Leopardi era un amante della tradizione letteraria italiana, era un grande conoscitore della letteratura delle origini, ma non era un purista», spiega Antonelli. «Aveva un’idea della lingua come qualcosa di vivo, ne ammetteva la libertà. Mentre in tanti lottavano contro i francesismi lui li chiamava europeismi. E li considerava, come i grecismi, un patrimonio comune alle varie lingue d’Europa». Anche per liberare il poeta di Recanati da una mitizzazione che lo allontana dai lettori, Giuseppe Antonelli ha scritto il saggio Comunque anche Leopardi diceva le parolacce (Mondadori, 2014). «L’autore delle Operette morali era un raffinato, un fine conoscitore della nostra lingua, sapeva usare registri e toni diversi, passando dalla poesia ai saggi, alle lettere. Quando scriveva agli amici per sfogarsi di un amore non corrisposto o di un insuccesso letterario si lasciava andare. Era capace di passare dal sublime a uno stile concreto, a seconda dell’interlocutore. Tutto questo – ribadisce Antonelli – può avvenire solo si conosce profondamente la lingua, le sfumature le differenze di registro, di costrutto». Ad incipit di Un italiano vero cita, non a caso, un passo dello Zibaldone: «La libertà nella lingua- scriveva Giacomo Leopardi – dee venire dalla perfetta scienza e non dall’ignoranza».
Come poeta Leopardi sceglieva le parole per il suo
no, ma usando la parola scienza sembrava alludere anche di una scelta legata a una ricerca di conoscenza. «Interessante è ciò che emerge studiando le minute di Leopardi e osservando le varianti» commenta Beccaria con sguardo da filologo.
«Nel libro parlo di Giorgio Caproni e di altri autori ma Leopardi è il principe dei poeti. Studiando le “sudate carte”, gli scartafacci, emerge il suo lavorio continuo, e ci permette di vedere la direzione che voleva prendere», commenta Gian Luigi Beccaria, che nel libro, per esempio, pone l’accento su cambiamenti come il passaggio da «infinito spazio», quasi una citazione galileiana, a «infiniti spazi». «Al singolare Leopardi preferisce un plurale, perché è più “astratto”. È un poeta che cerca il vago e il concreto insieme, riuscendo a conciliare le due cose. Ha un dono particolare: saper orchestrare la sua partitura, i suoni delle vocali, i rimandi, le assonanze interne, le consonanze, c’è una musica interna. È come un musicista che cerca l’intonazione».

 

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Solidacities. Ci sono città, in Europa, che cercano risposte alla crisi dei rifugiati

epa05586757 A participant of a demonstration called by 'Help Refugees Worldwide & One Human Race' acts as a refugee woman while she marches to the Downing Street in London, Britain, 15 October 2016. The demonstrators expressed their solidarity with refugees and condemn inhumane treatments of refugees and demolition of refugee camps, particularly at Calais in France. EPA/HAYOUNG JEON

Un appello alla solidarietà da parte delle istituzioni locali per promuovere iniziative in tutto il mondo e promuovere il dialogo tra le città e le organizzazioni che ospitano i profughi. È questo Solidacities. Perché, anche se gli Stati membri non lo fanno, le città hanno il compito di affrontare la più grave crisi umanitaria che si sia conosciuta dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Barcelona, Zaragoza, Rivas-Vaciamadrid, Stoccolma, Parigi, Lesbos, Pamplona, Salonicco. E anche i Comuni italiani di Riace, Camini e Acquaformosa. Il 18 ottobre, a Bruxelles, si sono dati appuntamento in 160 da 19 città di 13 Paesi europei, inclusi 12 sindaci. L’incontro, organizzato dal Gue/Ngl, il gruppo della Sinistra in Parlamento europeo, ha avuto una domanda madre: quali risposte dalle città alla crisi dei rifugiati? E, oltre alle città, erano presenti anche le ong e i rappresentanti delle istituzioni che riflettono sulla crisi umanitaria dei rifugiati.

 


Tra le tante testimonianze e proiezioni, spicca quella da Calais. Dove il vicesindaco annuncia che la Giungla sarà sgomberata il prossimo 4 ottobre. Mentre le scene di violenza si mischiano a quelle di miseria, qualche città d’Europa va in Parlamento a ricordare che «il diritto di asilo è garantito nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 e dal protocollo del 31 gennaio 1967», recita l’articolo 18 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea che riconosce espressamente il diritto d’asilo previsto dalla Convenzione di Ginevra. Ovvero: il diritto di asilo è un diritto umano fondamentale.