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La resa di Goro di fronte ai razzisti che vanno a comandare

Alcune donne durante lo sbarco ANSA/ORIETTA SCARDINO

“Benvenuti”, aveva titolato Left, riflettendo assieme ai lettori su come i flussi migratori siano una costante della storia e come rispetto al resto del mondo in Europa non ne arrivino neanche tanti – anche se il Mediterraneo è il posto dove in assoluto ne muoiono di più, oltre 3.630 solo in questo 2016 che non è ancora finito. Ha buon gioco la stampa mainstream a titolare sugli “sbarchi record”, forse per aiutare il governo ad ottenere uno sconto maggiore da Bruxelles. Si aggiunge a quella di destra, espertissima nel soffiare sul fuoco dell’“invasione”. Non si contestualizza, non si approfondiscono le responsabilità dell’Occidente nei disastri che spingono alla fuga queste persone. Poi si finge di meravigliarsi che la risposta sono i muri e, nell’italico modo, le barricate.

Accade a Goro, nel Delta del Po, località nota per l’allevamento delle vongole. Blocchi stradali per fermare “un’orda pericolosa”, untori di chissà quale virus e corruttori dei mores locali. Pullman costretti a fermarsi mentre conducevano all’Ostello nella frazione di Gorino, per offrirgli accoglienza, nientemeno che 20 persone tra donne (12 di cui una incinta) e bambini (8) provenienti da Nigeria, Costa D’Avorio e Guinea. “Non passa lo straniero” hanno detto i valorosi patrioti, impedendo che accadesse l’irreparabile. Che magari un bimbo straniero con il moccio al naso contaminasse la prole tricolore, o che una mamma “nera” attraversasse le strade del paese, pretendendo non soltanto di essere ospitata ma magari anche di andarsene in giro.

Per fortuna, dicevamo, lo strenuo impegno di un manipolo di prodi ha sortito i suoi effetti. La controparte ha ceduto, è scesa a patti: i pericolosi invasori “sono stati dirottati” (meglio non dire dove per evitare repliche), come terroristi che avevano preso possesso di un veicolo per gettarsi contro la folla. Dirottati temporaneamente in altre strutture. Così i valorosi di Goro “sono andati a comandare” per le “loro” strade, e la controparte ha perso. Ma stavolta la controparte non è soltanto lo Stato – sindaco, prefetto o ministro dell’Interno che sia. Stavolta la controparte che ha perso è l’umanità. Quella dei cittadini di Goro e della sua frazione che non hanno impedito a pochi razzisti saliti su quattro pedane di legno di esibirsi in quella orribile messa in scena, e quella di tutti noi che assistiamo inerti e non diciamo, semplicemente, a quelle donne e a quei bambini in fuga “Benvenuti”.

 

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Renzi contro De Mita. Peccato non fosse disponibile Andreotti

Giulio Andreotti al Meeting di Rimini il 27 agosto 2008. ANSA/PASQUALE BOVE

Matteo Renzi annuncia che il suo prossimo impegno referendario sarà un faccia a faccia televisivo nel salotto di Mentana. Contro De Mita. Ciriaco De Mita. Giuro.

La notizia intanto contiene subito una grande verità: il premier ha effettivamente deciso di spersonalizzare il referendum e in effetti ha partecipato solo a tutti i dibattiti televisivi in prima serata rinunciando però responsabilmente allo scontro che si terrà alla fraschetta da Marione ad Ariccia contro un giovane chierichetto del fronte del no.

La seconda verità invece è che il mondo dell’informazione si mantiene compatto per evitare che la retorica del giovane contro il vecchio possa prendere piede così hanno pensato di pescare nel fronte del no (variegato nel bene e nel male, come quello del sì, del resto) un giovane virgulto pronto a reggere i ritmi astutamente televisivi del premier. Dopo De Mita assisteremo allo scontro Renzi-Calderoli, poi Renzi contro Renzo Bossi (Umberto potrebbe rischiare di essere a tratti scoppiettante), poi Renzi contro un compagno di classe di Salvini, poi Renzi contro un posteggiatore abusivo e infine Renzi contro il capo villaggio anziano dei watussi. Peccato che non sia disponibile Andreotti. Mentre Gelli, pur indisponibile, ha fatto sapere per vie traverse di essere d’accordo con la riforma.

Poi c’è un terzo punto: l’uomo più vicino a De Mita, il miglior interprete di quel tempo, è proprio lui, Matteo, che mica per niente arriva (con una certa fierezza, tra l’altro) da quella storia lì. Solo che questo, sicuro, se lo riconosceranno a telecamere spente.

Si scherza, ovviamente. Speriamo.

Buon martedì.

The Young Pope, quando la serie Tv diventa d’autore

The Young Pope è una serie Tv da record per l’Italia: quasi un milione di italiani ha seguito su Sky Atlantic le prime due puntate della serie scritta e diretta dal premio Oscar Paolo Sorrentino, superando di molto Gomorra e 1992.

La miniserie di dieci episodi, andata in onda il 21 ottobre 2016, è la prima serie scritta e girata da Sorrentino, è una co-produzione italiana, spagnola e francese ed è costata 40 milioni di euro, quasi quattro volte il budget di The Youth, il lungometraggio più recente del regista.
Lo share ottenuto dal Papa di Sorrentino ha superato, si diceva, del 45 per cento Gomorra, del 42 per cento 1992 ed è stato 3 volte superiore a Game of Thrones e di 6 volte rispetto a House of cards.
Il regista campano, divenuto famoso per le Conseguenze dell’amore nel 2004, prima di The Young Pope ha lavorato soltanto due volte in televisione, in occasione della regia televisiva delle due opere di De Filippo, Sabato, domenica e lunedì nel 2003 e Le voci di dentro nel 2014.
Uno dei motivi del grandissimo successo di pubblico della serie è, senza dubbio, la scelta del protagonista: Lenny Belardo è un giovane americano di 47 anni, fumatore, cinico, solitario e traumatizzato dall’abbandono dei genitori in giovane età, cui è toccato in sorte – per un gioco di potere interno al Vaticano – di diventare Papa. La sua non docile presenza in Vaticano mette in discussione le abituali dinamiche di palazzo, punisce le irregolarità, come l’omosessualità dei sacerdoti, e stravolge le regole a suo favore, imponendo al suo sacerdote di fiducia di violare il segreto della confessione.
Frutto della collaborazione con lo storico della Chiesa Alberto Melloni, la storia di Pio XIII – nome scelto non a caso per l’atteggiamento conservatore cui rimanda – è una provocazione, una distopia teologica, in cui il Papa è un antieroe, un fondamentalista cattolico, un conservatore intollerante che trasforma i suoi dubbi e i suoi tormenti nelle braci del dogmatismo, nel rigore, nell’intolleranza e nella diffidenza verso il prossimo.
Con un cast di attori famosi – che vede Jude Law nel ruolo del giovane Papa, Diane Keaton nella parte di Suor Mary, Cécile De France nella parte della marketing manager del Vaticano, James Cromwell nel ruolo di padre spirituale di Lenny e Silvio Orlando nei panni del Segretario di Stato – The Young Pope trova posto tra le serie d’autore che negli ultimi anni hanno popolato le televisioni di tutto il mondo, soprattutto in USA.
La serie TV, dopo alcuni decenni di sperimentazione pop, è diventata, a detta di alcuni registi, la narrazione della modernità per eccellenza, uno spazio di libertà creativa sganciato dai clichè rigidi del cinema e dai diktat del mercato.

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Il precursore della migrazione dei registi dal cinema alla televisione è stato Alfred Hitchcock, che ha diretto e lanciato la serie televisiva Alfred Hitchcock presenta – di cui tutti probabilmente ricordiamo il jingle iniziale – tra il 1955 e il 1965, per un totale di 268 episodi, di cui il regista girò solo i primi 17.
Ma chi ha davvero fatto della serie televisiva un’arte e un luogo di sperimentazione è stato
David Lynch – al quale il piccolo schermo ha concesso uno spazio di libertà che il grande schermo gli ha negato – nel 1990 è diventato una star di pubblico con Twin Peaks, il noir ambientato al confine tra Stati Uniti e Canada, che è andato in onda dal 1990 al 1991 e ha collezionato in media una ventina di milioni di spettatori, con un picco di 34 milioni durante l’episodio pilota. La serie ha avuto un tale seguito che dopo quindici anni Lynch ha girato il seguito, in uscita prossimamente.

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Nel 1994 l’insospettabile Lars Von Trier ha diretto The Kingdom – Il regno, distribuito poi come lungometraggio di quattro ore, seguito da Kingdom 2 e da un’altra serie tv chiamata Kingdom Hospital.
Il format della miniserie d’autore con i suoi registi e attori famosi riconosciuti da premi su premi si è diffuso negli anni ed è diventato una prerogativa di alcuni indiscussi big del cinema americano, come Steven Spielberg, Oliver Stone, Ridley Scott.
Nel 2001 Steven Spielberg e Tom Hanks hanno prodotto insieme la serie Band of Brothers e nove anni dopo i dieci episodi di The Pacific, costati entrambi moltissimo (il secondo tra i venti e i trenta milioni) ma non particolarmente apprezzati dal pubblico americano. Un anno dopo Spielberg si consacra regista di serie e firma la regia di Terra Nova in onda su Fox, che sarebbe dovuta essere il nuovo Lost, ma, nonostante l’ingente l’investimento produttivo e la fama del regista, non ha conquistato il pubblico. Nel 2012 Spielberg ha stanziato come produttore 125 milioni di dollari per realizzare il musical a puntate di grande successo Smash mandato in onda su NbC, che ha ricevuto il premio di serie Tv più promettente dal Critic’s Choise Television Awards nell’anno 2011-2012 ed è stata nominata come miglior serie rivelazione al Teen Choise Awards 2012.

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Nel 2003, invece, Meryl Streep e Al Pacino sono diventati i protagonisti di Angels in America una serie ambientata negli anni di Reagan che parla di Aids, diretta da Mike Nichols. Nello stesso anno, il premio Oscar Ron Howard ha prodotto Arrested Development – Ti presento i miei, la serie per Fox costata tre milioni di dollari a episodio, che ha vinto 6 Emmy Awards, un Golden Globe ed è stata inserita da TIME nei “100 Best Tv Shows of All-TIME”.
Nel 2011 Todd Haynes (premiato come miglior regista di miniserie di quell’anno) ha diretto Mildred Pierce, la miniserie in cinque puntate che ha vinto cinque Premi Emmy, tra cui uno destinato a Kate Winslet, nei panni della protagonista.
Tra il 2010 e il 2014 Martin Scorsese ha inaugurato la sua carriera di regista tv con la produzione e la regia dell’episodio pilota di Boardwalk Empire – L’impero del crimine, la serie creata da Terence Winter, il pluripremiato sceneggiatore di I Soprano, che ha vinto 20 Emmy Awards su 57 nomination totali e ha meritato il plauso della critica, ma non quello del pubblico.
Si chiamava Boss, invece, la serie prodotta da Gus Van Sant, il regista di Will Hunting e Milk, che ha girato l’episodio pilota della saga politica andata in onda nel 2011 su Starz, passata quasi in sordina.

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A conferma di uno stile versatile e sperimentale coltivato durante gli anni dei video musicali, David Fincher, invece, ha vinto numerosi premi per la regia di House of Cards – Gli intrighi del potere, la saga politica che racconta i segreti del partito democratico americano tramite la vita personale di Frank Underwood, interpretato da Kevin Spacey, che è stato premiato con un Golden Globe come miglior attore in una serie drammatica.
Nel 2014 i fratelli Coen hanno prodotto Fargo, la serie antologica ispirata all’omonimo film del 1996, che ha vinto il premio di miglior miniserie televisiva, miglior regia, miglior casting e Billy Bob Thornton ha ricevuto il premio di miglior attore protagonista di miniserie. Nello stesso anno Cuarón e J.J. Abrams hanno dato agli schermi la serie Believe, Guillermo del Toro e Chuck Hogan hanno debuttato con la serie dell’orrore The Strain e Matthew McConaughey e Woody Harrelson hanno interpretato i ruoli di due poliziotti nel noir True detective, la serie antologica di Nic Pizzolatto, che ha visto Colin Farrell come interprete della seconda stagione.

Nel 2015 è andata in onda su Amazon l’episodio pilota più visto di sempre su Amazon The Man in the High Castle, la saga storica prodotta da Ridley Scott, non ancora arrivata in Italia.

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Il 2016 finora è senza dubbio l’anno più ricco di serie d’autore, con delle partecipazioni inedite.

È stata riconfermata Sense8 la serie fantascientifica delle sorelle Wachowsky, note per Matrix; Jonathan Nolan (il fratello di Christopher) ha debuttato con Westworld – Dove tutto è concesso, la serie prodotta da J.J. Abrams che conduce lo spettattore in un mondo sintetico e robotico al confine della realtà; Martin Scorsese, Terence Winter e Mick Jagger hanno lanciato su HBO Vinyl, la serie sull’ascesa del punk e del rock negli anni ‘70 in onda dal 14 febbraio 2016; Woody Allen ha realizzato il suo primo lavoro per la televisione, Crisis in Six Scenes, in onda su Amazon in streaming on demand il 30 settembre, e infine, Darren Aronofsky, il regista di Pi Greco. Il teorema del delirio e Requiem for a dream, si sta per lanciare con la serie MaddAddam, basata sull’omonima trilogia di Margaret Atwood.

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Le 281 persone, cose e luoghi insultati via Twitter da Trump. L’elenco del New York Times

«Da quando, lo scorso giugno, Donald Trump ha dichiarato che si sarebbe candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America ha utilizzato Twitter (ma non solo) per insultare indistintamente: gli altri candidati, giornalisti che lo criticavano, agenzie di stampa, Stati, perfino una canzone di Neil Young e un leggio dello Studio Ovale». A raccontarlo è il New York Times che ha deciso di stampare, nero su bianco, e pubblicare online sul suo sito l’elenco delle 281 persone, cose e luoghi insultati via Twitter dal candidato repubblicano alla Casa Bianca. Eccone alcuni.

Hillary Clinton

“100% CONTROLLATA”, “Totalmente incompetente come manager e come leader”, “Non ha alcuna forza nè capacità di resistenza”, “spaventata da Obama e dalle mail”, “bugiarda”, “triste!”, “Incompetente”, “ha un pessimo temperamento”, “nessun talento naturale”, “non sa prendere decisioni”, “fraudolenta”, “serva di Wall Street”, “la seguono solo corruzione e devastazione”, “una fallita per 30 anni” “se vinco istituirò una commissione speciale per indagare la sua situazione”, “ipocrita”, “dovrebbe essere in prigione”

Bernie Sanders

“Un disastro”, “pazzo”, “triste!”, “non può andare da nessuna parte”, “bruciato”, “una perdita di tempo”, “vuole solo essere zittito e andare a letto”, “È già andato a letto e a dormire?” “un relitto”

Ted Cruz

“Uno schiavo di Goldman Sachs”, “non è credibile”, “dice una cosa per i soldi, ne fa un’altra per i voti”, “ipocrita”, “mente di continuo”, “in Iowa non ha vinto, ha conquistato la vittoria illegalmente”, “alla gente Ted non piace” “un relitto” “un debole”, “disonesto” “il peggior bugiardo, un pazzo o un disonesto”

Obama

“debole e inefficace”, “sembra ridicolo”, “un leader incompetente”, “ha fatto solo cattivi affari”, “il peggior presidente della storia” “il nostro presidente è matto?” “ho fatto meglio io la scorsa settimana in un’ora che il presidente questa notte”

New York Times

“fallimentare” “incompetenti” “davvero delle persone terribili” “la copertura su di me è stata inadeguata” “davvero uno dei peggiori giornali” “articoli noiosi” “irrilevante” “disonesto” “una frode”

Samuel L. Jackson

“fa pubblicità in tv noiose”, “traditore”

Neal Young

“un vero ipocrita”

Whoopi Goldberg

“terribile” “tristissima”

Qui la lista completa.

Caporalato, nel pontino il primo arresto dopo l’approvazione della legge

Un momento del presidio di Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil in piazza del Pantheon per chiedere l'approvazione della legge sulla lotta al caporalato, Roma, 19 luglio 2016. ANSA/ FABIO CAMPANA

Nemmeno una settimana dopo l’approvazione della legge per il reato di caporalato, ecco il primo arresto. Succede a Sabaudia, nel sud Pontino della Capitale. Proprio dove, l’anno scorso, Left era andata a scavare fra campi e aziende (leggi qui il servizio di copertina). Il questore, ai tempi, ci disse «Nessuno sfruttamento. Non ho riscontro, né dello sfruttamento in condizioni di schiavitù, né del fatto che siano costretti a doparsi per garantire una lunga giornata di lavoro».

Ed ecco il riscontro: ieri, a seguito di indagini della procura di Latina, Digos e carabinieri del comando provinciale, hanno fatto un blitz e arrestato un indiano, accusato, appunto, di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. L’uomo era responsabile del reclutamento illegale di decine di braccianti, che poi erano impiegati dentro la cooperativa ortofrutticola Centro-Lazio, di proprietà della famiglia Campa. In realtà, più che di una piccola cooperativa a gestione familiare, stiamo parlando di una vera e propria azienda agroindustriale, tra le più grandi nella provincia di Latina e inserita nel circuito internazionale del mercato ortofrutticolo, con diverse centinaia di ettari e un fatturato che si aggira tra i 16 e i 18milioni di euro l’anno.

Ai braccianti sfruttati nei loro terreni, il caporale assegnava una paga da 3 euro l’ora, contro i nove previsti dal contratto nazionale. Per ridurre il monte ore e riallinearlo a quello previsto da contratto, i badge dei lavoratori venivano resettati ogni due giorni, così da eludere un eventuale controllo formale. Tuttavia, all’azienda non è stato applicato il 603bis – sequestro dovuto al fatto che l’imprenditore agricolo non possa esimersi dal controllare come vengano raccolti i suoi prodotti e gestiti i suoi braccianti. Tecnicamente, “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche” – , perché essendo partita l’indagine prima della legge, si è applicata la normativa precedente.

Il reclutamento avveniva tramite un gruppo whatsapp (e non con il solito furgoncino). Il caporale selezionava 10 braccianti fra il centinaio di “iscritti” al gruppo, e, sempre tramite applicazione, dava loro il luogo, l’orario e la paga oraria. Redendo così più difficile la rintracciabilità del furgone. Nella stessa operazione sono stati sequestrati un terreno non coltivato con i suoi container in cui risiedevano in baracche quasi 130 indiani, anche loro sottopagati e vittime di sfruttamento. Una sorta di piccolo ghetto, senza servizi igienici, fogne, elettricità e tetti in eternit. Proprietari del terreno, due ultrasettantenni di Roma che mensilmente riscuotevano per l’affitto di queste baracche tra i 100 e i 300 euro.

Marco Omizzolo, attivista contro il caporalato nel Pontino e presidente di InMigrazione, commenta così l’operazione: «Per la prima volta viene riconosciuto anche per via giudiziaria, un sistema di sfruttamento lavorativo fondato sul caporalato che zittisce tutti i negazionisti che fino a oggi avevano negato e sminuito il fenomeno. Ma soprattutto, la cosa da sottolineare, è che questo nasce a seguito del coraggio di alcuni braccianti che esponendosi, hanno deciso di collaborare con le forze dell’ordine. Questo è il seguito del grande sciopero del 18 aprile, ma resta, e anzi si conferma, l’urgenza di investire in progetti di formazione ed emancipazione sociale».

Gli Usa bianchi e cristiani si stanno estinguendo

Gli Stati Uniti non sono più una nazione composta in maggioranza da bianchi di religione cristiana. Per gran parte della sua storia la struttura culturale e politica del Paese infatti è stata costruita principalmente di cristiani protestanti bianchi, i cosiddetti Wasp (White Anglo-Saxon Protestant). Sono stati i Wasp a stabilire i toni e gli ideali sui quali è stato sviluppato tutto il dibattito politico americano fin dalla conquista dell’indipendenza degli Stati Uniti. A partire dagli anni 1990, la White Christian America ha però perso influenza sia nei suoi filoni principali che in quelli evangelici. Questo è dovuto sì alle spinte della secolarizzazione, ma sopratutto ai fenomeni demografici che hanno cambiato profondamente il melting pot americano.

Grafiche The Atlantic
Grafiche The Atlantic

Oggi quindi, di fatto l’America non è più demograficamente, nè tanto meno culturalmente una Nazione a maggioranza bianca e cristiana e questo ha profonde implicazioni sociali e politiche. Secondo il demografo Mark Mather, interpellato dal New York Times in merito: «nessun altro Paese al mondo ha sperimentato un così rapido cambiamento razziale ed etnico».

In questa video animazione realizzata dalla rivista The Atlantic si sottolinea come la contrazione demografica di quello che era il gruppo di maggioranza (e che fin ora è coinciso con l’establishment al potere) spinga alcuni segmenti della società bianca e cristiana verso posizioni estreme per la paura dei cambiamenti in atto e per volontà di non perdere i privilegi e il ruolo centrale avuto dalla fondazione in poi.

Grafiche The Atlantic
Grafiche The Atlantic

Gli spettri che aleggiano sono soprattutto quelli dell’estinzione della razza, dell’invasione dello straniero e della perdita dell’identità. Non è un caso che lo slogan di Trump sia “Make America Great Again”. Secondo Robert P. Jones, autore del saggio The End of White Christian America: «La gente lotta perché è come se stesse perdendo il senso di un luogo e di un’appartenenza». Il Paese sta cambiando e l’America bianca cristiana non vuole accettare le conseguenze di questo cambiamento. Non vuole rischiare di cedere il passo, ma volente o meno, si trova e si troverà costretta a ridefinire quello che è il proprio spazio all’interno della vita pubblica del Paese, consapevole di non essere più maggioranza.

 


Leggi anche: “Chi sono gli americani che voteranno Donald Trump”, intervista con Alexander Zaitchik

 

Cara Boschi, eccoci. Siamo le donne che dicono No (al referendum)

Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento, al convegno dei giovani imprenditori a Capri (Napoli), 22 ottobre 2016. ANSA / CIRO FUSCO

Un gruppo di donne colpite dalle dichiarazioni della Ministra Boschi circa l’assenza di donne all’interno dei Comitati per il NO ha scritto una lettera aperta per rassicurare la Ministra: le donne ci sono, sono tante e sono determinate a vincere questa battaglia.
Come direttore di Left (pure donna per giunta) sono molto felice di firmare la “lettera aperta per rassicurare la ministra Boschi” delle Donne per il NO, perché ho deciso che coglierò ogni singola e preziosa occasione per ribadire il mio No a questa riforma costituzionale. Perché ogni singola e preziosa volta il mio No avrà dentro il mio Sì alla democrazia, il mio amore per la democrazia, per la condivisione, per la complessità che non è palude ma profondità. Io rifiuto questa riforma, la rifiuto come essere umano pensante. E trovo davvero “sciocca” (uso un termine gentile) questa distinzione di genere fatta dalla ministra Boschi secondo cui “le donne” sarebbero per il Sì e gli uomini per il NO. Il livello del contendere è bassissimo, sarebbe da non rispondere alla ministra… ma tutte le occasioni sono buone per dire No a questo modo di “non” pensare e poi di fare politica. Questo è il testo della lettera che sottoscrivo:

Gentile Ministra Boschi,

Come Lei, anche noi siamo sensibili alle questioni di genere e preoccupate per il prevalere di una cultura misogina largamente diffusa ad ogni livello della nostra società. Sappiamo quanto è difficile dover combattere quotidianamente contro l’esclusione delle donne dagli incarichi di maggiore responsabilità, contro la reiterazione di atteggiamenti che oscillano tra l’aggressività e il paternalismo, contro un ab-uso del corpo femminile degradante e reificante. Tuttavia ci preme rassicurarLa su un punto da Lei sollevato pochi giorni or sono: l’assenza delle donne all’interno dei Comitati per il No alla riforma costituzionale che porta la sua firma. Siamo liete di comunicarLe che la Sua preoccupazione, in questo caso, è infondata. Non solo figure femminili di rilievo come Maria Luisa Boccia, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Roberta De Monticelli, Ida Dominjianni, Silvia Niccolai e Nadia Urbinati in più occasioni hanno sostenuto pubblicamente le ragioni del No, non solo la vicepresidente del Comitato nazionale per il No, Anna Falcone, è una donna, ma sono migliaia le donne impegnate sui territori e per le strade nelle iniziative per il No alla riforma costituzionale. Sono precarie, attiviste, cittadine, donne a cui troppo spesso il mondo dell’informazione non da’ voce. Donne di ogni età e classe sociale, tutte in prima linea nella battaglia referendaria affinché il prossimo 4 dicembre il No prevalga, salvando il Paese da un’ulteriore spinta verso una deriva culturale che sta precipitando tutte e tutti, donne e uomini, in una miope visione della società basata su un’efficienza meccanica e non sul coltivare sapientemente l’arte della relazione, del dialogo, del fertile confronto. In una parola, l’arte della politica, e della politica basata sulla conoscenza, sulle idee piuttosto che sulle opinioni, sulla profondità dei pensieri piuttosto che sulla superficialità degli slogan. Da donne, cioè da soggetti politici provenienti da una lunga storia di lotta per il riconoscimento, ci auguriamo che la politica diventi interesse sempre più diffuso nella nostra società e che gli strumenti e le tecniche che la nostra civiltà continua incessantemente ad affinare siano finalizzati a creare le condizioni perché la partecipazione democratica possa aumentare. Ci auguriamo, infatti, che quella che si suole chiamare la “distanza tra governanti e governati” diminuisca progressivamente, realizzando l’ambizioso progetto dei Costituenti: “il perfezionamento integrale della persona umana, in armonia con le esigenze della solidarietà sociale e in modo da favorire lo sviluppo del regime democratico mediante la sempre più attiva e concreta partecipazione di tutti alla cosa pubblica”. Noi non crediamo che la riforma da Lei proposta vada in questa direzione. Anzi, riteniamo che la proposta di una semplificazione verticale del comando (apparentemente rassicurante ma fallimentare perché destinata a produrre distanza e ripulsa) riduca la dinamica democratico-partecipativa che ha reso possibile, tra le altre cose, proprio il percorso di emancipazione femminile. Anche nel Suo interesse, quindi, ci auguriamo che il 4 dicembre di fronte al bivio del referendum costituzionale il Paese scelga la strada di una democrazia inclusiva rappresentata dalla vittoria del No. Una vittoria che non consideriamo un punto d’arrivo, ma che dovrà essere necessariamente il punto di partenza per una grande riflessione sull’attuazione della Costituzione repubblicana e dei diritti e delle libertà da essa garantiti. Diritti e libertà finalizzati a una sempre più diffusa partecipazione democratica di tutte e tutti alla vita politica del Paese. Da donne, non possiamo che augurarcelo.
Nel salutarla restiamo a Sua disposizione per qualsiasi confronto.

Anna Fava
Stefania Barca
Serenella Iovino
Fernanda Gallo
Stefania Tarantino
Maria Gabriella Argnani
Raffaella Casciello
Marica Di Pierri
Celeste Ingrao
Maria Paola Gargiulo
Anna Falcone
Tristana Dini
Patrizia Gentilini
Alessandra Caputi
Paola Lattaro
Chiara Guida
Claudia Giacalone
Delia Vallicelli
Simona Rotondo
Sabrina Argnani
Lucia Re
Tiziana Barillà
Flavia Maria Fiandaca
Rosa Scognamiglio
Monica Capo
Valentina Acca
Corinna Pieri
Francesca Faggiotto
Laura Serpero
Alessandra Chirimischi
Anna Pietrini
Maria Paola Patuelli
Marisa Fabbri
Alessandra Ghetti
Mara Dellasantina
Monica Savina
Anna Pintucchi
Maria Grazia Parri
Mara Nenci
Sara Scozzoli
Tamara Marani
Mariangela Cuorvo
Benedetta Ferraro
Teresa Ricciardiello
Giulia Rotondo
Carmen Gallo
Maria Vastola
Eleonora Ricci
Manuela Savino
Antonella Gallina
Marianna Garofalo
Teresa Di Feo
Ilaria Boiano
Arianna Parisi
Ilaria Poerio
Alessandra Sagliocchi
Stefania Ferraro
Edvige Di Ronza
Marianna Valle
Anna Paola Peratoner
Chiara Bernardini
Silvia Massera
Klejdia Lazri
Donatella Maisano
Teresa Pellegrino
Chiara Obit
Concetta Contini
Annunziata Galluzzo
Federica Viganò
Lidia Verde
Maria Pia Arpioni
Maria Concetta D’Addio
Antonella Scognamiglio
Rosanna De Lucia
Carmela De Lucia
Pina Moniello
Anna Rita Canone
Lucia Molli
Donatella T. Loprieno
Cristina Morini
Valentina Mangiapia
Erika Capasso
Silvia Regonelli
Patrizia Bonavita
Maria Immacolata Mazzone
Fulvia Bandoli
Bia Sarasini
Bianca Pomeranzi
Antonella Pagano
Rosaria Santaniello
Viviana Viola
Jadra Bentini
Silvana Donati
Cinzia Niccolai
Virginia Alimenti
Viviana Codemo
Laura Marcheselli
Rosa Di Matteo
Barbara Parracino
Elena Bellini
Maria Tedesco
Donata Albiero
Rosa De Angelis
Maria Rosano
Anna Maria Savoia
Diana Zanon
Liliana Piceni
Anna Vinco
Angela Bandinelli
Ethel Campani
Marta Parigi
Rosalba Bonacchi
Renza Sasso
Marisa Ferrari
Rina Zardetto
Lorella Fanotti
Federica Menciotti
Pamela Giorgi
Emilia Martorana
Francesca Riolo
Silvana Marra
Nada Tarlao
Tuula Haapiainen
Patrizia Bellei
Maria Cristiana Tognetti
Carla Valeria Contini
Maria Rosaria Bortolone
Viviana Codemo
Paola Antonioli
Milene Mucci
Esmeralda Camilleri
Anna Maria Bianchi
Monica Capalbi
Angela Baldanza
Agnese Palma
Federica Martiny
Maria Pina Sacco

Ska e impegno civile: tornano the Beat, dagli ’80 con furore

La formazione originaria di The Beat

Oggi lo sentite in maniera ossessiva nella pubblicità della Serie A che utilizza “Monkey Man” nella versione degli Specials come jingle. Ma nei primissimi anni 80 lo ska è stato la colonna sonora delle rivolte giovanili e dei ghetti della Gran Bretagna contro l’avvento e il trionfo di Margaret Thatcher – assieme a certo punk e persino a un po’ di New Wave.

A differenza dei sintetizzatori dei Depeche Mode, e dei mille gruppi non sopravvissuti a quegli anni, che bandivano le chitarre e sancivano il trionfo delle tastiere per qualche anno, le band ska e la 2 Tone records segnavano una rivoluzione, non tanto musicale, ma culturale: The Specials, The Selecter, The Beat e, più famosi e longevi di tutti, i Madness, erano le prime band che suonavano per bianchi e neri assieme. O meglio, la prima sottocultura che univa i figli della working class e i neri, che in Gran Bretagna, fino ad allora, non avevano mai condiviso un terreno comune. Era l’epoca degli skinheads e dei rasta che vanno agli stessi concerti e partecipano agli stessi scontri con la polizia. Di lì a poco arriverà la rivoluzione thatcheriana e spazzerà via anche loro.

skinheads e neri giamaicani nella Londra anni 80
Lo ska di quegli anni fondeva assieme la tradizione nera arrivata dall’isola caraibica negli anni 60, impegno politico, nel senso di una narrazione della vita di tutti i giorni della working class britannica, e uno stile destinato a durare nel tempo – il bianco e nero, le Dr. Martens, le giacche e cravatte strette, a imitare i cantanti giamaicani dei Sessanta, dagli Skatalites a Desmond Dekker, a Laurel Aitken. Lo ska era in tutto e per tutto musica politica che raccoglieva con spirito allegro il testimone del punk e trasmetteva un messaggio un po’ amaro, ma senza eccessi di nichilismo. Prima che il fenomeno skinhead venisse identificato – per errore – con i naziskin degli anni 90.

A fare la storia di questo genere c’era poi una casa discografica indipendente, la 2 Tone, appunto, fondata dagli Specials di Coventry, che nel 19792tone portò tre singoli nella Top Ten, partendo dai concerti sul retro dei pub. Il logo-simbolo della 2 Tone era Walt Jabsco, l’omino in bianco e nero qui accanto, che rappresentava in qualche modo le radici bianche e nere dell’etichetta e del movimento ska.
Di quella ondata rapida e di successo che ha prodotto una serie infinita di hit capaci di entrarti in testa e non abbandonarti più, facevano parte anche The Beat. The Beat che tra il 1980 e il 1983 scalavano le classifiche con “Mirror in the bathroom”, “Ranking full stop”, “Tears of a clown” (una cover del classico di Smokey Robinson) e che oggi tornano con un nuovo disco: Bounce. Un misto tra il sound di quegli anni e del reggae più classico. L’album tocca i suoi punti migliori quando riprende i suoni, specie un sax rotondo e profondo, tipici dei successi che portarono i Beat a riempire stadi per qualche anno.

Mirror in the bathroom e Tears of a clown: quando The Beat scalavano la Top of the Pops


Quello dei The Beat – che in realtà è solo una delle formazioni in circolazione che porta più o meno questo nome e che nel line-up attuale hanno Rankin’ Rogers, uno dei due cantanti dell’epoca d’oro come frontman – non è mai stato uno ska tradizionale, con il ritmo in levare e il sincopato, ma più un tappeto di suono, accompagnato da testi militanti o racconti di vita. Proprio come quelli che troviamo in Bounce con almeno quattro belle tracce (“Side by side”, “Avoid the obvious”, “Talkin’ about her”, “My dream”).

Il disco è suonato bene, arrangiato in maniera pulita e non sembra essere figlio di una band vecchia di 30 anni. A dire il vero non lo è: come nei Beat storici, che avevano un sassofonista dai capelli bianchi assieme allo stesso Roger, all’epoca poco più che adolescente, oggi è il figlio del sedicenne di allora a suonare con la band. Incursioni in terreno pop, come già nei dischi delle origini, reggae classico e probabilmente un ottimo live set sono quel che promette la band. Se non ricordate lo ska e la sua carica politica senza rabbia, ecco un buon punto da cui cominciare.

On the wrong side, uno dei tre singoli di Bounce

Contadini ed ecologisti al potere in Lituania

L’Unione dei Contadini e degli Ecologisti (Lpgu), ha vinto le elezioni parlamentari in Lituania. Il partito socialdemocratico dell’attuale Premier, Algirdas Butkevicius, è arrivato soltanto terzo, preceduto anche dal partito conservatore. Il risultato ha del clamoroso se si pensa che nel 2008, l’Lpgu ottenne appena il 3,9 per cento dei voti.

Finanziato dal milionario Ramunas Karbauskis, l’Lpgu ha fatto della trasparenza e dell’opposizione ai partiti tradizionali il suo cavallo di battaglia. Il partito ha inoltre una chiara agenda pro-Ue e pro-Nato, ma, allo stesso tempo, una posizione conservatrice sul fronte dei diritti civili.

Come sottolinea Reuters, uno dei temi principali della campagna elettorale è stato quello dell’esodo di forza lavoro dalla Lituania verso zone più ricche dell’Unione europea e, in particolare, verso il Regno Unito. Se, nel 2001, prima di entrare nell’Ue, la Lituania contava ancora 3,5 milioni di cittadini, nel 2015 ne aveva censiti soltanto 2,9 milioni, il che corrisponde a un calo superiore al 15 per cento.

L’Lpgu dovrà ora creare un governo di coalizione e quindi mediare con le stesse forze che ha contestato per diversi anni. Con ogni probabilità sarà il leader dell’Lpgu, Saulius Skvernelis, a guidare le negoziazioni.

Sebbene la Lituania non sia un Paese chiave per gli equilibri del continente europeo, queste elezioni sottolineano comunque una serie di tendenze che vanno oltre i confini del Paese baltico.

In primo luogo, continua il fenomeno dell’ascesa, in tempi record, di formazioni outsider: da Syriza a Podemos, passando per i casi dello Ukip e dell’AfD, la crisi sembra insomma aver aperto margini per cambiamenti inaspettati.

In secondo luogo, le elezioni lituane confermano l’importanza del conflitto, forse erroneamente dato per esaurito ormai, tra aree metropolitane e rurali. La differente visione politica tra città e campagna aveva giocato un ruolo chiave anche nel risultato del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue ed è alla base del successo dello Ukip.

Infine, il caso lituano dimostra come la libera circolazione di forza lavoro nell’Ue possa diventare un tema centrale delle campagne elettorali, non solo nei Paesi di arrivo, ma anche in quelli di partenza.

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