Chissà cosa ne dicono gli illuminati commentatori riformisti, quelli che da anni celebrano Emmanuel Macron come il faro del riformismo europeo, che a lui hanno dedicato partiti personali delle dimensioni di un cespuglio e che in lui vedevano la faccia presentabile del governare con la destra, con politiche di destra, fingendo di essere progressisti.
Chissà dove sono oggi anche coloro che hanno celebrato la nascita del governo Barnier come un “capolavoro politico”, sfregandosi le mani per un presidente che ha arginato la destra nelle elezioni appoggiandosi a sinistra, salvo poi mettere in piedi un governo con la destra escludendo la sinistra.
Sono gli stessi che stamattina firmano editoriali in cui ci spiegano quanto sia vergognoso che la sinistra abbia votato con la destra, quella stessa destra che fino a ieri applaudivano al governo. Il cortocircuito della politica francese è il paradigma della politica europea: potabilizzare i sovranisti non modifica la loro natura. Marine Le Pen rimarrà sempre Le Pen, perché ne va della sua sopravvivenza politica. A Bruxelles, Giorgia Meloni tornerà presto a essere la solita Meloni per mantenere il suo elettorato.
Si legge oggi sui giornali che quello di Macron fosse “l’unico governo possibile”. Due righe più sotto, ci si lamenta che quelli spediti a fare opposizione si siano permessi di fare opposizione. La politica è un esercizio che richiede serietà: la Francia (e non solo) si sta sgretolando sotto il peso del suo debito pubblico. Farsi vetrina con le Olimpiadi e con il recupero di Notre-Dame non sistema i conti pubblici. Scegliere come sistemare i conti è politica, e per questo conviene farlo con gente che, generalmente, sia d’accordo.
Molti interrogativi sulla presidenza Trump saranno sciolti solo a posteriori. Troppe le variabili in gioco, troppo alta l’imprevedibilità del personaggio, troppo oscura la struttura di potere che lo sostiene e che condiziona la politica del Paese. Alcuni dati di fondo è comunque utile richiamarli.
In primo luogo, certamente, la vittoria di Trump costituisce un passaggio decisivo che vede l’ordine neoliberale evolversi nel peggiore dei modi. Possiamo individuare un passaggio essenziale per quest’evoluzione nella grande crisi degli anni 2008-2011, quando i veli sono caduti. Mentre le fasce sociali più disagiate pagavano i costi della crisi in termini di posti di lavoro e di politiche di austerità, fiumi di danaro a bassissimo costo sono stati indirizzati al salvataggio di un sistema finanziario fallito, generando, nella sostanza, il socialismo per i ricchi e l’ordine di mercato per i poveri. Gli squilibri nella distribuzione della ricchezza hanno assunto dimensioni ancor più spropositate.
In quegli anni la cosiddetta sinistra, dall’amministrazione Obama ai socialisti e socialdemocratici europei, ha mancato di sottrarsi all’abbraccio con il neoliberismo morente, facendosi invece paladina di quell’ordine. L’ascesa di forze antisistema e di forze nazionaliste e fasciste, non può essere letta se non alla luce dell’erosione del consenso all’ordine neoliberale e della mancanza di sbocchi politici per la protesta sociale.
Le modalità con cui quella crisi finanziaria è stata affrontata ha generato un fenomeno a cui al tempo si è prestata poca attenzione. Infatti, mentre la finanza speculava con lo sguardo rivolto ai profitti nel brevissimo periodo, questi fiumi di liquidità a bassissimo costo venivano anche intercettati dai colossi del digitale. Così, oltre a far esplodere i valori dei titoli finanziari, della borsa, degli stipendi dei manager e dei fondi nei paradisi fiscali, questa disponibilità di danaro ha consentito alle grandi imprese tecnologiche di fare la loro scommessa: non sulla vendita di un determinato prodotto, ma sul controllo della società. Facebook, Amazon, Google, Microsoft, Apple, come anche tante altre società e piattaforme, hanno puntato sulla realizzazione e sul controllo di ecosistemi dove si mettono in comunicazione utenti e fornitori di beni e servizi, in cambio di un pagamento che può essere monetario, o avvenire con la cessione dei dati personali degli utilizzatori della rete.
Il nuovo modello di business ha modificato in profondità il funzionamento del capitalismo e le modalità di estrazione del profitto. Qui, infatti, non vi è né mercato né concorrenza, ma vi è un potere esercitato tramite il controllo di reti e infrastrutture che sono ormai indispensabili per una serie sempre più ampia di attività [cfr. Left, febbraio 2024, A. Ventura, L’unione dei diritti e i padroni (digitali)]. Queste tecnologie sono inoltre centrali ai fini del controllo delle classi politiche nei vari Paesi da parte del Paese egemone – gli Stati Uniti – dello spionaggio, della competitività industriale e della guerra. Il nuovo capitalismo, comunque, è ben radicato nelle oligarchie tradizionali: tre fondi di investimento (BlackRock, Vanguard e State Street) sono i principali azionisti di quasi il 90% delle società quotate a Wall Street, comprese quindi quelle tecnologiche.
Il passaggio che ha visto la crisi dell’ordine neoliberale, le modifiche strutturali del capitalismo e l’ascesa di forze antisistema orientate al recupero della sovranità nazionale, con venature razziste, xenofobe e talvolta chiaramente fasciste, ricorda il ciclo storico che si è svolto in Europa negli anni Venti e Trenta del secolo scorso come ricostruito da Karl Polanyi nel suo testo magistrale, La grande trasformazione. Nel volume l’ascesa del fascismo è ricondotta al crollo dell’utopia del mercato autoregolato, cioè dell’idea che il mercato possa essere il principio organizzativo dell’intera società. Bene o male la società reagisce quando i guasti prodotti dall’ordine liberale divengono evidenti. Questa rivolta sociale è un fatto che si impone alla politica: si tratta di vedere quali forze riescano ad intercettarla. Il disastro odierno (come quello di allora) deriva dal fatto che le forze del socialismo non sono in grado di farlo. Purtroppo, quello che si profila con la vittoria di Trump non è il superamento della mercificazione della società, ma la saldatura tra un capitalismo che sfrutta tecnologie avanzatissime e un autoritarismo volto a demolire quel che resta del precario equilibrio tra mercato e democrazia che ha caratterizzato il secondo dopoguerra. Dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, al Project 2025, al movimento MAGA (Make American Great Again), assistiamo all’ascesa di un ultraricco che cavalca la protesta sociale e raccoglie consensi da ceti che dal partito repubblicano erano assai distanti, modificandone i connotati.
Vi è un ulteriore e inquietante aspetto che merita attenzione. Infatti, sull’onda di un presupposto duro a morire contro ogni intervento governativo che non sia a proprio vantaggio, una parte consistente degli imprenditori del settore tecnologico si è schierata dalla parte di Trump. L’argomento contro ogni regolamentazione del settore non verte solo sulla difesa del principio della libera iniziativa privata, ma sull’idea che siamo sulla soglia di radicali cambiamenti tecnologici che non è opportuno ostacolare. In particolare, gran parte della ricerca sull’intelligenza artificiale si pone l’obiettivo della realizzazione di una intelligenza artificiale generale (AGI) e ritiene che saremmo sul punto di conseguirla. Ogni rallentamento verso quest’obiettivo avrebbe costi sociali incalcolabili. Infatti, a differenza dei modelli di IA attualmente in uso, che riescono con enorme successo a svolgere compiti specifici (gioco degli scacchi, del Go, traduzioni, simulazioni, soluzioni di problemi matematici e statistici utili a diverse discipline e quant’altro), la AGI, come la mente umana, sarebbe capace di affrontare qualsiasi problema gli venga posto.
Nella sostanza, una volta assimilato il pensiero umano alla razionalità e alla capacità di calcolo, e posta la convinzione diffusa secondo la quale le macchine possano riprodurlo, ne segue che, per la mole di informazioni a cui una macchina può accedere, la AGI sarebbe in grado di superare gli esseri umani anche nella programmazione delle macchine stesse, migliorandole in misura esponenziale. Questa esplosione dell’intelligenza, detta “singolarità”, risolverebbe tutti i problemi che noi umani non siamo in grado di affrontare, da quello dell’ambiente a quello della morte, fino prospettare la colonizzazione di altri mondi, forse non col nostro corpo ma grazie a supporti in grado di diffondersi nell’universo. Dunque prima raggiungiamo l’AGI e meglio è per tutti.
Coloro che, fiduciosi in queste fantasmagoriche prospettive, scelgono di crioconservare il proprio corpo – oppure solo la propria testa per risparmiare qualcosa– in attesa che la scienza possa recuperare la loro coscienza e caricarla su una macchina per l’eternità ci interessano poco. Sono deliri, certo, ma questi e tanti altri deliri che circolano negli ambienti della Silicon Valley hanno effetti sul nostro presente. Anzitutto indirizzare fondi ingentissimi verso l’obiettivo della post-umanità distoglie risorse ed energie da compiti più utili e realistici, quali quelli di sviluppare programmi meno energivori e più controllabili nei dati che utilizzano e nei risultati che offrono. In secondo luogo, come è stato osservato, queste filosofie trans-umanistiche si ricollegano a vecchie idee razziali che, tramite l’eugenetica, proponevano la realizzazione di una razza superiore in grado di dominare il mondo nei millenni a venire. Queste utopie portano anche al disinteresse verso problemi urgenti dell’oggi (clima, inquinamento, discriminazioni, ingiustizie, povertà, rapporti di potere squilibrati), sacrificati invece per la corsa verso un’AGI che, contrariamente a noi umani, sarebbe in grado di risolverli tutti in maniera efficace.
Bostrom, Thiel, Musk, Altman, Page, Kurzweil e tanti altri ingegneri, filosofi, magnati e miliardari, pur nelle vivaci polemiche che li dividono su numerose questioni specifiche, sono troppo spesso preda di visioni ipertecnologiche condite da ideologie razziali e disumane, sostenute da una onnipotenza che ci prospetta un mondo da incubo. Elon Musk è scettico nei confronti della singolarità, ma ritiene che sia possibile migliorare nostre le capacità cognitive inserendo dei chip nel cervello, realizzando per questa via una post-umanità dove l’intelligenza umana è fusa con quella artificiale. La società da lui fondata, Neuralink, ha questo come missione aziendale. La foto del razzo lanciato nello spazio postato sulla sua piattaforma X in occasione della vittoria di Trump indica non solo che egli farà affari con le commesse spaziali del Pentagono, ma suggerisce anche che questa nuova classe tecno-capitalista pensa di inaugurare una fase nuova per l’umanità.
Tornando a Trump, l’eterogenea composizione delle forze che lo sostengono difficilmente può comporre un programma politico coerente per il governo del Paese. Disastri invece, purtroppo, essa ne può generare: dalla semplicistica soluzione dei problemi economici con la riduzione delle tasse, l’eliminazione dei servizi sociali e i dazi alle importazioni, alla facile costruzione del nemico nell’immigrato, alla promessa della pace in Ucraina in 24 ore, alla negazione degli incombenti cambiamenti climatici, all’utopia di una AGI in grado di resuscitare i morti e colonizzare l’universo, la principale vittima di questa fase storica sembra essere il rapporto con la realtà.
L’autore: Già docente di economia politica, Andrea ventura è autore di numerosi saggi, fra i quali Il flagello del neoliberismo (L’Asino d’oro edizioni). Per la stessa casa editrice ha curato il saggio Pensiero umano e intelligenza artificiale
Nella foto: Elon Musk e Donald Trump, 16 novembre 2024
Ha ragione Gino Cecchettin. Dice di sentirsi sconfitto anche se gli sconfitti siamo noi. Non tutti, badate bene: gli sconfitti siamo noi maschi privilegiati. Privilegiati perché bianchi o comunque non troppo scuri; privilegiati perché credenti o comunque assimilabili alla religione giusta; privilegiati perché non troppo poveri, non troppo periferici, non troppo ignoranti, non troppo classificabili nelle categorie del Biagio; privilegiati perché figli di una famiglia definibile buona (ma che cosa rende buona una famiglia?); privilegiati perché abbastanza furbi da non mostrare la natura che ci è stata instillata.
Ha ragione Gino Cecchettin perché l’ergastolo e qualsiasi altra sentenza sono elementi che afferiscono al dopo. Nel “dopo” è comodo e facile spremere un bicchiere di indignazione pubblica, inscenare solidarietà e fingere di non sapere che il percorso processuale non ha niente a che vedere con la vicenda umana e con le radici di quell’assassinio.
Il padre e i fratelli di Giulia Cecchettin hanno deciso di fissare l’asticella della giustizia all’estirpazione di una natura che è della società più che delle aule di giustizia. Per questo Gino Cecchettin è mortificato, percepito come un incontentabile progressista. Con sua figlia Elena è stato più facile: lei è femmina e il cassetto delle streghe sta lì aperto da secoli.
La sentenza riordina le carte, ma non tocca le corde dell’immarcescibile stato delle cose. La sentenza parla di Turetta. I Cecchettin, invece, si sono messi in testa di parlare di noi. Forse per questo alcuni tirano un sospiro di sollievo pensando che la storia sia chiusa.
Tony Carnevale è un musicista, ricercatore e formatore che ha scritto e prodotto musiche originali per la discografia, la televisione, il cinema, il teatro e la danza. Autore di nove lavori discografici personali ha collaborato con esponenti storici del Progressive italiano – come Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese del Banco del Mutuo soccorso. Dal 1986 svolge una ricerca che lo ha portato a scrivere diversi saggi nei quali affronta la musica come linguaggio espressivo-rappresentativo, fino ad elaborare il metodo “Anora”, (acronimo di “approccio non razionale al movimento creativo”)con il quale conduce dal 2000 dei particolari laboratori creativi di formazione musicale. Stefania Graziani,diplomata in pianoforte e musica da camera, si è successivamente formata dal punto di vista compositivo nei medesimi laboratori musicali Anora all’interno dei quali ha realizzato nel 2021 il suo primo album come compositrice, La musica cambia.La loro collaborazione nasce quindi da un lungo sodalizio artistico cresciuto e maturato all’interno dell’associazione.
”Hands” (Soundtrack Records)è il loro nuovissimo album realizzato ”a quattro mani” in uscita il 6 dicembre. Non è semplicemente un disco per due pianoforti o per pianoforte e tastiere, ma si caratterizza immediatamente per una complessità di approccio, nel quale certe atmosfere cameristiche evolvono in un dialogo tra tastiere ed orchestra, fino a raggiungere in alcuni brani un ampio espiro sinfonico.
Come nasce l’idea di questo disco?
Tony Carnevale: Parte tutto dall’evoluzione del lavoro nei laboratorimusicali che si svolgono all’interno della nostra associazione,e dopo oltre vent’anni di attività abbiamo deciso di iniziare questa nuova sperimentazione in una situazione relazionale diversa, facendo un salto di qualità, passando da un rapporto di formazione specifica ad una relazione di collaborazione artistica, cominciando a lavorare insieme su questo lavoroche è l’opera prima all’interno del nostro“Anora Project”.
Stefania Graziani: Parto dalla mia esperienza personale, e da questo lungo percorso artistico realizzato insieme a Tony all’interno dei laboratori, che mi ha portato ad evolvermi dal ruolo specifico di pianista edesecutrice a quello più ampio di compositrice ed interprete,approdando tre anni fa alla realizzazione del mio album La musica cambia. Si tratta di una tappa fondamentale che mi ha dato la possibilità di cominciare ad esprimermi attraverso la musica in maniera creativa, superando tutti quei blocchi e quegli steccati nei quali mi sentivo imprigionata, a partire dalla rigida impostazione da pianista classica dalla quale provengo. C’è stata quindi un’evoluzione che mi ha permesso di sviluppare nuove capacità e nuove possibilità con il passaggio dal ruolo di allieva a quello di collaboratrice, in un rapporto con Tony tra “Uniti e distinti” come recita il titolo di uno dei brani del disco.
Come si è sviluppato il processo compositivo “a quattro mani”?
Stefania: Vorrei partire proprio dai due brani che aprono e chiudono il disco. Il titolo stesso del brano iniziale “Nelle tue mani” vuole esprimere un profondo sentimento di fiducia che ciascuno pone nelle mani nell’altro. Tutto parte da qui: mettersi nelle mani dell’altro, affidarsi e fidarsi, il senso di un rapporto interumano che non rischia di deludere. “Passo a due” è invece l’emozionante epilogo, scritto appositamente da Tony, rappresentala storia del rapporto di amicizia e collaborazione artistica che c’è stata tra noi due.
Tony: Questo è il primo brano che ho scritto per due pianoforti; è un omaggio a Stefania che in qualche modo ha la pretesa di riassumere poeticamente la genesi di questo lavoro. Dal punto di vista musicale dopo una prima fase caratterizzata dalle note gravi della tastiera nelle quali è l’elemento maschile a stimolare il processo creativo, in una seconda fase è l’elemento femminile a prendere l’iniziativa,lui la segue sostenendola, per poi allontanarsi progressivamente fino quasi a scomparire, finché un breve intervento dell’orchestra sinfonica va a chiudere in brano.
Dal punto di vista della realizzazione del disco c’è stata invece una divisione dei compiti?
No, anche nell’esecuzione dei brani e nel lavoro in studio abbiamo sempre operato “a quattro mani” – ribadiscono i due artisti – sia nella parte pianistica che in quella orchestrale che è stata realizzata interamente in studio tramite campionamenti elettronici. Ci tengo però a precisare – sottolinea Tony –che tutto il lavoro è stato fatto suonando gli strumenti campionati uno ad uno sulla tastiera, quasi a voler sottolineare l’approccio “artigianale” alla musica, che vuole e deve rimanere appunto un lavoro “fatto a mano”, il più realistico possibile, laddove il suono di ogni singolo strumento rimane perfettamente riconoscibile. In questo senso – prosegue Stefania – Hands porta con sé altre chiavi dilettura: mani, come le mani che usiamo per “fare” e per suonare, mani che seguono il movimento del pensiero per realizzare concretamente forme artistiche, mani che esprimono quindi una fusione tra mente e corpo. Ma il titolo vuole essere anche un riconoscimento e un omaggio alle mani delle persone che con il loro lavoro mandano avanti la nostra associazione e anche a quelle del pubblico che ci sostiene.
Il disco ha un approccio in alcuni momenti quasi “cameristico”, mentre in altri si apre ad una forma compositiva orchestrale più ampia.
Tony: Io come compositore tendo a ripartire dalle mie radici musicali che si ricollegano ad un certo polistrumentismo, tipico ad esempio della musica “progressiva” degli anni Settanta, che in qualche modo abbiamo rievocato anche nel brano “Incontri possibili”, nel quale il suono di un clavicembalo “ben temperato” si incontra con un flauto dal ruvido soffio “sporcato”, quasi un nuovo incontro tra Bach e Jan Anderson, mezzo secolo dopo il celebre “Bourée” dei Jethro Thull. Tutto questo per sottolineare il tentativo che porto avanti da sempre di voler superare gli steccati tra i vari generi musicali proponendo musica di libera espressione artistica, svincolata dai condizionamenti del mercato, ma allo stesso tempo fruibile e comunicativa, anche se difficilmente riconducibile a un genere preciso.
Stefania Graziani e Tony Carnevale
Alcune composizioni – come “Viaggio senza dove” – sembrano rimandare, anche nei titoli, ad atmosfere vicine a quelle di una colonna sonora?
Tony: Che si lavori sulle idee – immagini e sul suono –non è solo una mia ricerca poetica personale, ma in realtà tutto il lavoro svolto nei laboratori è sempre stato focalizzato all’idea di creare un racconto per immagini. Anche il sottotitolo del mio precedente disco Tu che mi puoi capirerecita “Immagini per pianoforte e orchestra”; c’è sempre un filo narrativo che punta ad evocare immagini e a stimolare a sua volta la creatività e la fantasia dell’ascoltatore. Un procedimento che è del tutto diverso da quello che ho normalmente utilizzato nella composizione di una colonna sonora – come nel caso del recente docufilm Vakhimdi Francesca Pirani – laddove le immagini esistono già a priori. Quindi il nostro atteggiamento artistico è precipuamente finalizzato a suscitare immagini, e a mantenere uno sviluppo narrativo basato sulla dinamica espressiva e sul flusso emozionale.
Stefania: Senon fossi partita da questi presupposti non sarei mai arrivata ad evolvermi come compositrice, superando l’atteggiamento e l’approccio “tecnico” che la mia rigida formazione classica mi aveva imposto. Nel tempo ho realizzato che per comporre il punto di partenza era un’emozione, un’immagine, un suono da sviluppare, non da un punto di vista tecnico, ma espressivo, creando immagini emotive che risuonino dentro.
Alcuni temi sono sviluppati a partire da una cellula tematica ripetitiva o ricorrente, altri si appoggiano su sequenza di accordi con una melodia cantabile. Ce ne parlate?
Tony: Nell’ambito del nostro laboratorio lavoriamo tantissimo sulla cantabilitàche non necessariamente ha a che fare con il canto vero e proprio, quanto piuttosto sull’uso della voce nel comporre per altri strumenti. In questo senso una maggiore semplicità armonica, sicuramente diversa rispetto a quella dei miei lavori solisti, si ritrova in tutto lo stile generale del disco, che nasce da un incontro di sensibilità e di stili diversi.
Stefania: Il minimalismo è invece una componente che mi è particolarmente congeniale e che spontaneamente ho iniziato ad utilizzare come elemento di partenza per lo sviluppo delle mie composizioni al pianoforte sin dal mioprecedente disco. In un certo sensoil minimalismo, partendo da una cellula tematica ripetitiva, è il motore della composizione che si sviluppa a partire dalla tastiera per evolversi ed andare oltre il pianoforte stesso, sviluppare quei temi che possano creare un flusso emotivo, cercare la cantabilità anche nel suono di un altro strumento.
Avete mai pensato di inserire una voce e dei testi nelle vostre composizioni?
Ci abbiamo pensato e ne abbiamo anche discusso a lungo – conclude Stefania – anche in questo progetto che è nato in forma totalmente musicale; in realtà non lo escludiamo a priori, anche nel mio disco precedente avevo inserito un testo cantato. Indubbiamente la voce umana rappresenta l’elemento emotivo per eccellenza.
La presentazione del disco è prevista per venerdì 13 dicembre al Roma presso il Teatro “Il Cantiere”, con un evento di ascolto condiviso.
Giorgia Meloni aveva fretta. Stringe il tempo del probabile rinvio a giudizio della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, e la priorità era quella di sostituire subito il ministro degli Affari europei e del Pnrr, Raffaele Fitto, neo commissario a Bruxelles alla corte di von der Leyen.
Evitare il rimpasto era l’imperativo della presidente del Consiglio, soprattutto in queste settimane in cui Tajani e Salvini se le stanno dando di santa ragione, inficiando la parvenza di maggioranza compatta che per Meloni è fondamentale per concimare la sua autorevolezza.
Forza Italia ha timidamente provato a chiedere la poltrona in virtù della crescita alle ultime tornate elettorali. Da Palazzo Chigi fanno notare che ,al massimo, avrebbe dovuto essere la Lega a cedere qualcuno dei suoi posti. Per qualche giorno si è coltivata l’idea di mettere al ministero un tecnico, qualsiasi cosa significhi. Il ragionamento era semplice: un nome ben visto dall’Ue avrebbe contribuito alla narrazione di Meloni moderata ed europeista, un altro passo per rendere potabile il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (Ecr) nel consesso dei grandi d’Europa.
Ma alla fine a vincere sono le fobie. La presidente del Consiglio si sente assediata perfino dai suoi alleati, vede complotti dappertutto. Si opta per la fedeltà come primo merito, ingrediente immancabile del sovranismo contemporaneo. Così Con Fitto a Bruxelles Tommaso Foti diventa ministro. “Masino” è meloniano fino al midollo, bravo a mostrarsi istituzionale quando non gli scappa una mascherina con la scritta “Boia chi molla” e quando non rinnega il 25 aprile per eccesso di euforia. “Tra le migliori risorse di cui Fratelli d’Italia dispone oggi”. Non ne dubitiamo.
Linda vuole il pollo con i peperoni. Un piccolo desiderio attorno al quale nasce una storia universale sulla forza propulsiva dell’errore, la ricerca della memoria, il valore dello stare assieme, la vita come caos creativo in perenne evoluzione. “Linda e il pollo” è una produzione italo-francese, un film per bambini che parla a tutti, con serietà e leggerezza, lontano dagli stereotipi. Ha ottenuto il Cristal al Festival di Annecy, una candidatura agli EFA, il César 2024 come Miglior Film d’Animazione e il premio per la miglior sceneggiatura al Torino Film Festival. La regista, Chiara Malta, romana che vive e lavora soprattutto a Parigi, ama esplorare tecniche e generi diversi, spaziando dall’animazione al live action. Tra gli altri, ha diretto il documentario “Armando e la politica”, il film “Simple women” con Elina Löwensohn e Jasmine Trinca, la serie “Antonia” con Chiara Martegiani e Valerio Mastandrea. “Linda e il pollo” è il suo primo lungometraggio in animazione.
Paulette punisce ingiustamente sua figlia Linda. Per rimediare, vuole esaudire un suo grande desiderio: mangiare il pollo con i peperoni come lo cucinava il papà, scomparso anni prima. Il pollo però è introvabile per via di uno sciopero generale, e mamma e figlia si imbarcano in una rocambolesca avventura. Com’è nata questa storia?
Le storie sono come ricette di cucina: apri il frigorifero e vedi cosa c’è dentro. Innanzitutto, avevo il desiderio di valorizzare i bambini. Molti film per l’infanzia li rimpiccioliscono a fronte di adulti performanti e poco credibili, oppure li spediscono in mondi paralleli e fantastici, come se non gli si riconoscesse piena legittimità nel mondo reale. Non amo questo genere di film, né quelli cosiddetti “per famiglie”, che strizzano l’occhio ai genitori. Piuttosto, all’epoca dell’ideazione di “Linda e il pollo” mi ero appassionata ai lungometraggi per bambini dell’Europa dell’est, negli anni del blocco sovietico. Erano le produzioni più interessanti perché attraverso le metafore i registi potevano esprimersi, eludendo la censura che colpiva altri generi. Sicuramente il desiderio di riscattare i bambini ha a che fare con la mia storia, così come il tono tragicomico di “Linda e il pollo” viene dalla famiglia in cui sono cresciuta, è il tono di casa mia. Un altro riferimento importante è stato Bruno Munari, in particolare il suo libro “Fantasia”. Tutta l’ideologia del film attinge ai suoi insegnamenti: rompere le regole precostituite, lasciare spazio alla fantasia, fare che soffi un vento di libertà.
Cosa significa tutto ciò applicato a “Linda e il pollo”?
Con Sebastien Laudenbach, che si è occupato della direzione dell’animazione, e col quale collaboro da anni,volevamo innovare il modo in cui si fa animazione. A me pare che i lungometraggi d’animazione siano più ingessati rispetto a quelli dal vivo, perché la sceneggiatura non viene messa alla prova con attori in carne e ossa. Per valutare una scena animata prima di realizzarla, si usano gli animatic, immagini statiche montate in sequenza con un audio provvisorio. La voce di solito è quella del regista, quindi gli animatori costruiscono l’animazione definitiva basandosi su animatic con suoni asettici. Non applicando questi passaggi, Sebastien e io abbiamo attraversato fasi di puro caos, finché non abbiamo trovato un nostro metodo. Abbiamo riunito sui luoghi del film attori come Lætitia Dosch, Esteban e Clotilde Hesme, e una marea di bambini. Abbiamo creato un set sonoro, in cui attori e bambini hanno improvvisato sulla sceneggiatura. Partendo da queste suggestioni sonore, gli animatori hanno creato ognuno intere sequenze. Volevamo che dimenticassero quasi la figura, concentrandosi sull’espressività e sul movimento, sviluppando un loro stile, anche a costo di disegni meno perfetti.
Nel film, la narrazione procede per incidenti, in un travolgente effetto domino.
“Linda e il pollo” è un inno al caos creativo. L’incidente va accolto perché è un’occasione che porta crescita e trasformazione. L’ingiustizia, la spinta a rimediare, la determinazione nella ricerca, la memoria che riaffiora, tutto è in evoluzione. Il film nasce continuamente sotto l’occhio dello spettatore, narrazione e disegno sono sempre in movimento, e procedono di pari passo fino alla pacificazione finale, che è una grande apertura: il film parte con pochissimi personaggi e si conclude con una folla gioiosa. È così che va nella vita: quando torna la calma dopo la tempesta, ci ritroviamo cresciuti, abbiamo imparato qualcosa e siamo pronti ad aprirci al nuovo.
Durante la ricerca del pollo, si ribaltano i piani tra adulti e bambini. Paulette, per esempio, fa cose che non possiamo definire “adulte”.
Ci interessava proprio quella zona porosa in cui il confine tra età adulta e infanzia non è netto. Abbiamo reso più grandi i bambini e più piccoli gli adulti, mostrandone le debolezze, anche se sempre con leggerezza e indulgenza. Pur di procurarsi il pollo, Paulette arriva a rubare. Gli adulti della nostra storia hanno timori, sono goffi, commettono errori, dicono bugie. Quello che vogliamo dire è che ai bambini possiamo mostrarci per come siamo. Non solo, possiamo parlare del mondo reale e del tempo in cui viviamo. Le favole vanno benissimo, ma vanno altrettanto bene le storie che partono dai fatti dei nostri giorni. Per esempio, lo sciopero, evento frequente in Francia, rappresenta un momento di blocco, oltre il quale la vita deve riprendere a scorrere, è una spinta a rimettersi in cammino, collettivamente.
Il film usa la monocromia, ad ogni personaggio è associato un solo colore. Come mai questa scelta?
La monocromia è più sostenibile dal punto di vista economico e libera il disegno, bastano tre linee per ottenere il movimento. Il giallo per Linda probabilmente ci è venuto dagli impermeabili che usano i bambini in Bretagna; Paulette, essendo la mamma, è nella stessa gamma di colore, quindi arancione; la zia Astrid, che è un po’ rigida, è ironicamente rosa, a suggerire una dolcezza nascosta; Serge, il poliziotto alle prime armi, è blu perché in Francia quando sei inesperto si dice che sei “bleu”. Il papà e il pollo sono rossi perché sono personaggi palpitanti. Nel finale si ritrovano tutti in piazza e sono come bolle di colore o coriandoli di carnevale, l’effetto è molto bello, è una grande sommossa gioiosa.
Perché, in linea generale, le animazioni francesi sono più curate, poetiche e innovative di quelle italiane?
In Francia il rapporto con l’animazione è più serio che in Italia, dove non sembra che l’animazione sia considerata una forma d’arte, né vero cinema. In Francia è un’industria, si investe e c’è un ritorno economico, mentre in Italia l’arte spaventa, viene trattata come una forma extraparlamentare e non ufficiale, roba da saltimbanchi. Di conseguenza, i finanziamenti sono pressoché inesistenti. Forse è una forma di autodifesa, è paura della rivolta.
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Le indagini della Civilian Commission of Inquiry into October 7, una task force indipendente guidata dal giudice Varda Alsheikh (che ha coinvolto accademici ed esponenti della società civile israeliana per analizzare in dettaglio le circostanze che hanno portato ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023) hanno portato alla luce crepe profonde all’interno del governo israeliano, rivelando come una serie di errori e omissioni abbiano favorito l’attacco di Hamas. Il rapporto, pubblicato il 26 novembre, traccia un percorso chiaro verso la verità. L’attacco del 7 ottobre 2023, denominato Operazione Al-Aqsa Flood, è stato un capitolo di sangue e dolore nel lungo conflitto israelo-palestinese, un evento che ha scosso profondamente la società israeliana e internazionale e ha messo a nudo le fragilità del sistema. La commissione è stata particolarmente severa nel giudicare il primo ministro Benjamin Netanyahu ritenendolo direttamente responsabile di una serie di decisioni scellerate che hanno minato gravemente la capacità di risposta del Paese di fronte all’emergenza.
Secondo il rapporto, Netanyahu avrebbe concentrato il potere nelle proprie mani, minando deliberatamente il ruolo del governo e del Consiglio di sicurezza nazionale. Questo processo ha impoverito il dibattito pubblico, privando il Paese di un confronto aperto e trasparente sulle scelte strategiche. La mancanza di dialogo è stata attribuita alla volontà del premier di mantenere un controllo assoluto sulle decisioni più delicate, un approccio che ha gettato un manto di piombo sulle istituzioni, immobilizzandole in un letargo profondo. La commissione ha evidenziato come questo accentramento del potere abbia compromesso la capacità del Paese di rispondere in maniera tempestiva ed efficace alle minacce, inclusa quella rappresentata da Hamas.
Il rapporto descrive anche il caos operativo che ha caratterizzato la risposta israeliana all’attacco del 7 ottobre. Per ore, le forze di terra non sono riuscite a intervenire, lasciando che Hamas penetrasse negli insediamenti e catturasse oltre 250 soldati e civili, portandoli come prigionieri a Gaza. Nel frattempo, l’aeronautica israeliana ha risposto con una strategia che si è rivelata altrettanto problematica. L’utilizzo di elicotteri Apache e droni armati ha causato danni indiscriminati, colpendo non solo i miliziani di Hamas ma anche civili israeliani, inclusi alcuni che partecipavano al festival musicale Nova lungo il confine. Questa reazione disordinata ha acceso una luce rossa sulle reali capacità delle forze armate israeliane, lasciando la popolazione con un groppo in gola e mille domande senza risposta.
Tra le decisioni più scandalose emerse dal rapporto vi è l’attivazione della direttiva Annibale. Questa linea d’azione, altamente discutibile e paragonabile ad una vera e propria fossa comune, prevede che le forze israeliane colpissero con forza letale i propri cittadini per evitare che venissero presi come prigionieri. Le implicazioni di questa direttiva hanno innescato una tempesta politica, dividendo l’opinione pubblica e mettendo a dura prova i rapporti internazionali di Israele. Il sacrificio di vite umane in nome della strategia ha generato un dibattito etico serrato, con molti che hanno condannato una scelta considerata immorale e inaccettabile.
Sul fronte palestinese, Hamas ha cercato di sfruttare i prigionieri catturati come leva negoziale, proponendo uno scambio con migliaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane. Tuttavia, questa proposta non è mai stata seriamente considerata dal governo israeliano, che ha invece intensificato le sue operazioni militari nella Striscia di Gaza. Israele ha successivamente attribuito ad Hamas la responsabilità per tutte le morti avvenute durante l’attacco, sostenendo che il movimento aveva deliberatamente massacrato civili israeliani. Ma non tutti sono convinti di questa versione dei fatti. Investigatori indipendenti, scavando a fondo, hanno rivelato evidenze che suggeriscono un quadro ben più intricato e inquietante.
Secondo alcune indagini, Israele potrebbe aver facilitato l’attacco del 7 ottobre come pretesto per giustificare una risposta militare su larga scala. Questa teoria, sebbene respinta dal governo israeliano, trova supporto nell’escalation che ha seguito l’attacco. In poche settimane, le operazioni militari israeliane a Gaza hanno causato oltre 44.000 vittime, per la maggior parte donne e bambini, un macello legalizzato, una vergogna che ha gelato il sangue nelle vene di ogni persona civile. Eppure, la comunità internazionale ha preferito guardare altrove, indifferente di fronte a un’atrocità inaudita. Inoltre, i progetti relativi alla creazione di insediamenti ebraici nella Striscia hanno contribuito a creare un clima di diffidenza nei confronti del governo israeliano, rafforzando l’idea che l’obiettivo ultimo sia l’annessione completa del territorio.
Il rapporto potrebbe rappresentare un punto di non ritorno. Un bivio sulla strada della storia di Israele, dove si decidono i destini di una nazione. Le sue conclusioni non solo mettono in discussione la leadership di Netanyahu, ma aprono un dibattito più profondo, una vera e propria battaglia ideologica sulla giustezza delle azioni israeliane nei confronti di Gaza e del popolo palestinese. Il futuro politico del primo ministro è appeso a un filo, e un qualsiasi passo falso potrebbe precipitarlo nel baratro.
Al di là delle responsabilità individuali, il rapporto pone una domanda fondamentale, sul futuro di Israele, che trascende il presente: a quale prezzo, in termini di reputazione internazionale e coesione sociale, si può garantire la sicurezza nazionale sacrificando i diritti umani?
Il 7 ottobre è stato un urlo straziante che ha messo a nudo una ferita mai rimarginata. La violenza, in tutte le sue forme, è un’ombra che accompagna da sempre il popolo palestinese, e solo affrontando le radici profonde di questo male potremo sperare in un futuro diverso.
l’autore:L’autore: Andrea Umbrello è direttore editoriale & Founder di Ultimavoce
In apertura un ritratto di Netanyahu. Foto di Di Avi Ohayon / Government Press Office of Israel, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=128577654
Nelle ultime settimane prima del passaggio di consegne alla Casa Bianca, il presidente uscente Joe Biden ha sentito l’impellente necessità di concedere l’uso di mine antiuomo all’Ucraina, dimenticando come gli Stati Uniti abbiano speso un miliardo di dollari per toglierle in luoghi come Iraq, Afghanistan, Vietnam, Laos e Cambogia.
Ieri Biden ha deciso di usare i suoi poteri residuali per dare la “grazia piena e incondizionata” a suo figlio Hunter, spiegando di averlo fatto per “ragioni politiche”. «Attraverso lui – ha spiegato – volevano spezzare me. Quando è troppo, è troppo».
Il figlio del presidente rischiava oltre vent’anni di carcere dopo essere stato dichiarato colpevole per possesso illegale di arma e per avere mentito all’Fbi e, in un altro processo in California, per frode finanziaria.
Hunter Biden è da tempo nel mirino della propaganda trumpiana, dipinto come connivente con la Cina e l’Ucraina (accuse che si sono rivelate infondate), nonché dedito a riti satanici e ad altre sciocchezze. Hunter Biden però è anche stato giudicato colpevole da due diversi tribunali statunitensi.
«Nessuna persona ragionevole – ha scritto il presidente Biden in una nota – che guarda ai fatti dei processi a Hunter può arrivare a una conclusione diversa da quella che sia stato preso di mira perché è mio figlio, e questo è sbagliato». Il presidente, quindi, ha ritenuto che il suo ruolo politico valesse come ultimo grado di giudizio, confondendo la giustizia con la politica.
Biden, quindi, ha fatto ciò che si teme possa fare Trump. L’indelebile ricordo lo pagheranno i Dem.
Difficile immaginare una risposta più violenta rispetto al desiderio di avere una figlia/o di quella offerta dalla classe politica dominante in Italia, in Europa e nel mondo. Sotto le insegne di tradizione o natura, si denuncia tutto ciò che l’essere umano è riuscito a escogitare per superare alcuni impedimenti biologici o biografici, e si finisce per ridurre il tutto all’atto della riproduzione dentro a un corpo femminile subordinato a ruoli di genere prostranti.
Si parla spesso di “fare un figlio”, come se si trattasse di una produzione industriale; e con questa categoria, si finisce per assimilare davvero le tecniche medicalmente assistite o di gravidanza solidale a qualche cosa di squallido e mercantile. Si stenta ad accedere all’idea che una nuova vita non la si “fa”, ma la si accoglie: c’è chi si prepara a lungo e attivamente, chi la cerca, ci sono quelli a cui una nuova vita capita, c’è chi, tutto sommato, non si sente di poterla accogliere nelle condizioni in cui è. Ma la questione non è quella della produzione, ma dell’accoglienza, così per le vite nasciture, così per le vite umane già presenti su questo pianeta, che spesso preferiamo negare alzando muri e confini.
Si è istituito il reato universale della gravidanza per altri, meschinamente definita “utero in affitto”. Si guardano con sospetto le tecniche con cui persone sterili, coppie omosessuali, single e altri si preparano attivamente ad accogliere un bambino/a. Riducendo tutto questo all’atto della produzione, sfugge il significato che una nuova vita umana ha per chi la cerca: un sentimento di sovrabbondanza, qualche cosa che esonda dagli argini, sia esso amore, sia esso il senso della propria esistenza, qualche cosa che non si contiene più. Quanta povertà in chi degrada a mero egoismo un desiderio capace di oltrepassare limiti biologici.
InCome arcipelaghi, di Caterina Perali si racconta una storia che riguarda tutto ciò.
Il primo impatto con la nuova inquilina del palazzo non è dei migliori: una mattina, Jean sente una voce femminile urlare attraverso la tromba delle scale. Chiara, al telefono, grida: «Mi basta il suo sperma!». Chiara, donna single, giornalista economica, parla con la madre del suo progetto di avere un figlio. Non ha trovato una persona con cui stare, ma questo non è un motivo per non trasformare il proprio amore sovrabbondante in una nuova vita.
Jean è molto diversa da Chiara. Ha una rubrica social che definisce di “Supporto generico”, in cui, attraverso dirette e interazioni con i follower, si occupa di moltissime tematiche. Ma non sembra mai davvero grattare la superficie della realtà: la redazione preferisce non incaricarla di temi per lei difficilmente gestibili, che, con le dinamiche social, diventerebbero dei boomerang nell’entusiasmo del pubblico. Le insicurezze di Jean la costringono a far di tutto per piacere. Si vuole smaliziata, ma sono molti i pregiudizi che chiudono la sua visione del mondo in una prospettiva piuttosto tradizionalista.
Ma Jean non è superficiale; anzi, la sua curiosità è affamata e non le manca la sensibilità. Si appassiona alla storia di Chiara, ne ammira la libertà e la determinazione, si interroga circa questioni che non si era mai posta nemmeno con il suo compagno, come quella della maternità. Si informa e studia, riconoscendo ciò che non sa: le pratiche mediche che Chiara seguirà sono una completa novità per lei.
Nonostante parli di una donna single, Come arcipelaghi di Caterina Perali è un libro sulle relazioni. Su tutte le relazioni, di ogni tipo. Relazioni che non hanno un centro definito, che non ruotano attorno a un nucleo come un ammasso di polvere attorno a un buco nero. Si tratta di relazioni che arricchiscono e che si dispongono a donare ricchezza, tutt’altro che il tossico senso di rapporti che fagocitano ogni energia circolante annichilendo ora l’una ora l’altra presenza. Non siamo isole, siamo arcipelaghi. La consapevolezza che sostiene tutto il libro è che le relazioni non sono fra soggetti autonomi e indipendenti, pronti a incontrarsi: siamo lavori perennemente in corso, la nostra identità muta mentre si attraversano contesti, mentre si interagisce. Percorsi di crescita continui come sperimentazioni che arricchiscono o, comunque, non lasciano indifferenti. Chi stringe queste relazioni non smarrisce sé, ma nemmeno rimane aggrappato alla propria identità. La metafora dell’arcipelago aiuta ad abbandonare l’idea ottusa di soggetti fatti e finiti che leggono situazioni e vi inscrivono i propri fini. Siamo nodi di reti complesse e plurali; e a ogni minima tensione di un filo, l’intera configurazione muta in modi che solo il coraggio può permetterci di esplorare. E in questa matassa di relazioni e contesti da attraversare, può darsi che si accumuli tanto filo nuovo da intrecciare e far diventare vita nuova.
L’autore: Carlo Crosato è ricercatore universitario, si occupa di filosofia politica, è saggista, poeta e critico letterario
Anche quest’anno il MedFilm Festival, giunto ormai alla sua trentesima edizione, si è rivelato una preziosa vetrina per cinematografie poco note al largo pubblico, spesso confinate al circuito dei festival minori, ma che a volte riescono a stupire proprio per la loro capacità di raccontare il mondo e la realtà che ci circonda da un punto di vista diverso. Rashid Masharawi, ospite abituale della rassegna cinematografica (tanto che il MedFilm Festival compare tra i produttori del lungometraggio in questione), quest’anno, oltre al suo film, ha presentato anche From ground zero, una serie di cortometraggi realizzati con mezzi di fortuna a Gaza dopo e durante (non sono ancora cessati) gli incessanti bombardamenti israeliani che sta facendo il giro dei festival e delle rassegne di cinema di tutto il mondo.
Passing dreams è stato presentato in anteprima europea (l’anteprima mondiale è stata al Cairo International film festival) nel corso dell’edizione del festival che si è concluso a Roma. Questo film del cineasta palestinese Rashid Masharawi (nato nella striscia di Gaza), ambientato nella Cisgiordania e ad Haifa è stato concepito e realizzato prima del 7 ottobre; non è, quindi, in alcun modo legato ai recenti e tragici eventi che sono seguiti a quella infausta data. Il lungometraggio in questione, sceneggiato e prodotto dallo stesso regista, è un “road movie” girato tra mille difficoltà in un campo profughi, a Betlemme, a Gerusalemme e ad Haifa.
Il protagonista è Sami, un ragazzino di dodici anni che vive in un campo profughi, e che aveva ricevuto in regalo da un parente un piccione. Ma quando scopre che l’uccello è fuggito, pensando che fosse volato dai precedenti proprietari, decide di andarlo a cercare seguendo l’ipotetica rotta del suo “viaggio a ritroso”. Riesce a convincere un suo zio, che ha un piccolo laboratorio di oggetti sacri, di portarlo dal precedente proprietario, che si trova a Betlemme, dove lo zio deve andare a fare una consegna per la sua attività. La cugina del piccolo, una ragazza adolescente, convince il padre a far salire anche lei sul furgoncino e partire per questo viaggio, che si rivelerà molto più lungo del previsto.
Comincia così un lungo periplo in un territorio insidioso, su strade sterrate piene di posti di blocco, costeggiate da invalicabili muri, nel quale la tensione è palpabile e potrebbe esplodere in ogni momento. Passando da un proprietario all’altro, malgrado tutte le difficoltà, il pulmino dello zio arriva ad Haifa, città da dove proviene il piccione.
La vicenda al centro della narrazione ha una trasparente valenza simbolica (anche la famiglia dello zio proprietario del furgone proviene da Haifa), ma il regista sceglie di non accentuare gli aspetti tragici, cercando piuttosto di mettere l’accento sul “modus vivendi” dei palestinesi nella West Bank, sulle loro strategie di sopravvivenza, sui sogni e sulle speranze di un ragazzino che cresce in un campo profughi. Perché, malgrado tutto, a quanto pare, è possibile coltivare la speranza e il sogno di una vita migliore anche in circostanze così avverse (lo spettatore avverte chiaramente una senso di claustrofobia causato dal uno spazio sempre chiuso da muri e pattugliato continuamente da soldati e poliziotti).
Nel corso dell’incontro con il pubblico, il regista ha raccontato le difficoltà di girare in luoghi in cui l’accesso è reso quasi impossibile ai palestinesi da continui controlli, posti di blocco e divieti (a maggior ragione a una troupe cinematografica palestinese). È stato possibile portare a termine le riprese solo grazie a “l’arte di arrangiarsi” e di improvvisare per superare le difficoltà. Masharawi racconta che, malgrado la sceneggiatura fosse stata scritta due anni prima, durante le riprese dovevano avere sempre a disposizione un piano B e C per fronteggiare possibili imprevisti (alcune volte le riprese, non autorizzate, erano avvenute in luoghi in cui erano espressamente vietate), tutto ciò complicato dal fatto che la gran parte degli attori del cast non erano professionisti. Infatti, anche se la narrazione del film è racchiusa interamente in una giornata, le riprese sono durate due mesi e una delle maggiori difficoltà è stata proprio mantenere l’uniformità della recitazione per tutta la durata delle riprese da parte degli attori esordienti.
La poetica neorealista, più che una scelta, è stata quindi una necessità dettata dalle circostanze. Ma il risultato è un film assolutamente godibile, a tratti persino divertente, sempre e comunque comprensibile a un pubblico di tutte le generazioni.
«Io provo sempre a rappresentare fedelmente i caratteri delle persone. Chi non conosce il contesto, scopre solo i grandi eventi che arrivano ai telegiornali. Ma i palestinesi in realtà hanno un grande senso dell’ironia, scherzano spesso e lo fanno anche su sé stessi. E fare un film con questo tono, è un atto di resistenza. Spesso viviamo situazioni assurde e quindi ci comportiamo in maniera assurda. Quando scrivo, mi piace lasciare spazio alla nostra cultura, alla nostra attitudine. Il cinema può portare avanti la storia, presentare un’identità. Io voglio mostrare la nostra, per proteggerla» – ha dichiarato il regista in una recente intervista.
Il lungometraggio in questione racconta la realtà di tutti i giorni di persone, uomini, donne e bambini, costretti a fare i conti con una entità statale che promuove in ogni modo e con ogni mezzo la loro segregazione (e, se necessario e/o più conveniente, anche la loro eliminazione fisica). Certamente un film da solo non può risolvere, nemmeno in minima parte, la questione israelo-palestinese (sempre che sia possibile farlo). Ma, nella sua apparente innocenza, questo film può aiutarci a capire come e quanto, in verità, la Storia con la maiuscola sia solo un intricato intreccio di storie private, di azioni e reazioni personali, di singole scelte e che quindi, almeno in teoria, una scelta diversa è sempre possibile.
Anche se può sembrare un paradosso, raccontare il nostro presente nell’epoca dei social, in cui l’accesso a qualsiasi informazione in tempo reale appare scontato, non è affatto facile. Vedendo un film come questo ci si accorge molto semplicemente di quanto ne sappiamo poco di quello che effettivamente succede in Medio Oriente, malgrado i notiziari negli ultimi due anni non manchino di riportare notizie provenienti da quella martoriata regione. Ma è proprio questa grande quantità delle informazioni, a cui presto l’opinione pubblica si assuefà, che quasi subito non sortisce più alcun effetto (e proprio questo è il caso del Medio Oriente o dell’Ucraina). Ma questi coraggiosi cineasti palestinesi ci hanno dimostrato che è possibile realizzare una narrazione filmica anche con mezzi tecnici di fortuna e malgrado i divieti, capovolgendo così il paradigma quantitativo dell’informazione con la qualità di singole storie, attraverso le quali possiamo vedere con i nostri occhi quello che succede dietro un muro (come quello che divide i territori palestinesi). Così, attraverso il dramma di un ragazzino che ha smarrito il suo piccione, riusciamo comprendere quello di un intero popolo, di una terra contesa e martoriata e di un conflitto che va avanti da oltre settant’anni.
L’autore: Lorenzo Pompeo è slavista, traduttore, scrittore e docente universitario. È appena uscito il suo nuovo testo teatrale “La caduta di Gomerosol” con la premessa di Marco Belocchi