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Yusra che si è slegata dal gommone

Non è facile lenire i segni della corda. Sempre. Nella vita, quando capita di stringere una corda con la forza del bisogno, i segni infine rimangono per tutti gli anni dopo: sono le rughe dell’allarme, della disperata salvezza.

Yusra si è appesa alla corda del gommone. Mica di un gommone. Del gommone che attraversa l’Egeo per trascinare gli scappati siriani dalla Turchia alla Grecia: i gommoni su quella rotta sono tutti uguali per il retrogusto disgraziato, per l’appuntitissima fragilità del sogno e per quel mare pronto a farti isola in mezzo al mare. Lei, Yusra, con i suoi quasi diciotto anni, si è appesa al suo gommone con il motore spento e l’ha trascinato fino a riva salvando se stessa e il resto di quella ciurma che erano rifugiati, scappati, migranti, forse salvi, come lei.

Yusra Mardini è una storia che si ripete ogni giorno. Migliaia di volte ogni anno. Certo: lei non è annegata, non è finita rinchiusa tra i manganelli e nemmeno impigliata nel filo spinato. Quando il CIO ha deciso di aprire la partecipazione alle olimpiadi a una squadra di rifugiati (che visione coraggiosa istituire la nazionale dei senza nazione, tra l’altro) Yusra deve aver pensato che il destino le offriva l’opportunità di spalmare balsamo sulle sue ferite.

E infatti Yusra ieri, senza un gommone legato al corpo, ha nuotato fortissima. Un minuto, nove secondi e ventuno centesimi per nuotare cento metri a farfalla: la liberazione di correre senza il piombo deve averla soffiata. Non si è qualificata, seppur prima, ma ha nuotato per nuotare senza bisogno di salvarsi e salvare. L’agonismo è già un traguardo per chi di solito nuota per non andare a fondo.

Ieri a Rio ha gareggiato una profuga siriana applaudita dall’intero palazzetto: un applauso che ha rimesso l’umanità al suo posto. Restare umani, gareggiare, vincere anche se non abbastanza: la normalità di perdere ha un profumo meraviglioso per chi ha lottato e non è morto. Grande gara, Yusra. Grazie.

Buon lunedì.

Alta tensione a Ventimiglia. Ma perché i migranti scappano?

Ventimiglia, 5 agosto, migranti e richiedenti asilo forzano il cordone della polizia e si gettano in mare per raggiungere a nuoto la Francia

L’immagine che vedete è del 5 agosto, quando a Ventimiglia migranti e richiedenti asilo hanno forzato il cordone della polizia e si sono gettati in mare per raggiungere a nuoto la Francia. Il sabato e la domenica a seguire sono stati giorni e notti di disordini. La tensione è altissima al confine con la Francia. Nei disordini di domenica, il sovrintendente capo della Polizia di Stato di Genova, Diego Turra, 52 anni, ha perso la vita colto da un infarto. E in tre sono stati arrestati dalla polizia italiana alla frontiera di Ponte San Ludovico perché, secondo le forze dell’ordine, detenevano mazze, coltelli e cappucci neri e sono stati sottoposti a fermo. I tre – una donna italiana, una donna francese e un uomo francese – sono in stato di fermo e i loro si aggiungono ad altri due provvedimenti di fermo che hanno raggiunto i rappresentanti del movimento No Border e a 11 fogli di via obbligatori emessi dalla polizia. I tre arrestati secondo la polizia volevano partecipare alla manifestazione dei migranti in programma per domenica, manifestazione che è stata annullata dai No Borders: «Non vogliamo cadere in trappola” hanno commentato».

Un campo di accoglienza temporaneo a Ventimiglia.
I migranti: è un carcere

Perché sono scoppiati i disordini? Dopo che circa 200 migranti hanno occupato una ex caserma dei Vigili del fuoco a Ventimiglia. E perché erano in fuga? Non vogliono stare in quello che chiamano il «carcere» di Ventimiglia, e cioè il centro di Parco Roja gestito dalla Croce rossa. Dove, hanno dichiarato, subiscono «quotidiani soprusi». Perciò, in 300 erano riusciti, la notte del 4 agosto, ad allontanarsi dal “campo di accoglienza temporaneo” di Ventimiglia, di cui vi abbiamo parlato qualche tempo fa, e ad attraversare la ferrovia. E in 200 erano riusciti ad accamparsi e occupare la pineta dei Balzi Rossi, appena 50 metri dal confine. Direzione: Mentone, Francia. Quando la domenica il gruppo si è accampato proprio davanti alla frontiera, come un anno fa, a raggiungerli sono arrivate numerose le forze dell’ordine. Lo sgombero. E le cariche.

«Pezzi di merda», «bastardi». È la voce di un poliziotto italiano in borghese quella che insulta i migranti durante lo sgombero (e nel video viene scovato da Fanpage). Per questo video, il deputato di Possibile Giuseppe Civati ha chiesto al ministro degli Interni Angelino Alfano di dare spiegazioni.
Intanto, il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano dice che «chi crea disagi a Ventimiglia non ci può stare». Il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, invoca il pugno duro. E, oggi, il capo della polizia Gabrielli sarà a Ventimiglia. Alla fine, nei container sono rientrati 118 migranti, mentre in 25 sono nelle mani della Paf e altri sono stati spediti nei centri di identificazione ed espulsione del Sud Italia.

Hillary dice cose di sinistra con parole di destra

Democratic presidential nominee Hillary Clinton takes the stage to make her acceptance speech during the final day of the Democratic National Convention in Philadelphia , Thursday, July 28, 2016. (AP Photo/Paul Sancya)

(di Marina Catucci da FILADELFIA) Queste elezioni americane 2016 sono storiche per più di una ragione, non solo perché per la prima volta una donna è candidata alla presidenza degli Stati Uniti.
Il partito repubblicano è stato disgregato e trasformato dal miliardario Trump, e quello democratico è stato scosso nelle sue fondamenta dal ciclone socialista Sanders. E pensare che “socialista” veniva usato come un insulto contro Obama nel 2008, e adesso è un aggettivo come un altro per descrivere un atteggiamento politico. Tutti cambiamenti che hanno avuto un certo impatto sulle convention, in special modo su quella democratica dove, per quattro giorni, si vive come in una cittadella di qualche migliaio di abitanti. I momenti della giornata son scanditi dai discorsi. Giornalisti, politici, delegati e sostenitori restano sotto lo stesso tetto per almeno 12 ore al giorno e tutti sono contemporaneamente osservatori e osservati. In questi 4 giorni è successo di tutto: manifestazioni, minaccie di secessione, sit in, un gran fermento che si è riflettuto non solo nella sostanza ma anche, e parecchio, nella forma.

Da mesi la candidata Hillary Clinton sente dirsi che quella che si sta giocando è “la carta del femminile”, e per il giorno finale quando era il momento di pronunciare il discorso con cui accettare formalmente la candidatura, ha scelto di presentarsi con indosso un vestito bianco, in memoria delle suffragette che di quel colore avevan fatto il proprio simbolo. Ma questo non è stato che uno dei pochi, pochissimi, simboli di sinistra nella convention democratica. Che ha visto sì approvare la piattaforma più di sinistra della storia americana, eppure ha spesso rubato a man basse il linguaggio e le simbologie ai repubblicani di destra.

Sul palco di Hillary si è avvicendata tutta l’America: bianchi, neri, ispanici, cattolici, musulmani, ebrei, atei, han parlato, a favore di Hillary, eterosessuali, gay. E, per la prima volta, anche una donna transgender è salita sul palco di una convention nazionale, tutto per sostenere l’idea che c’è bisogno di un sistema sanitario che copra tutti, che l’università deve essere gratuita, che la tolleranza e la solidarietà sono dei valori da preservare e trasmettere. Questi concetti, però, venivano veicolati con termini inusuali per quel palco, termini come “ottimismo”.
Ricordate l’“ottimismo reaganiano” degli anni 80, quello diventato un tormentone linguistico? Non a caso Reagan è stato citato dalla stessa Hillary come esempio virtuoso di una presidenza a cui guardare.

Ora anche l’ottimismo si colloca a sinistra, come il patriottismo. «Non fatevi ingannare da chi parla male dell’America e vuole rifarla grande. L’America è già grande, è un grande Paese basato sull’unità, non sull’essere divisi e l’uno contro l’altro», ha detto e ripetuto Clinton nel comizio successivo al grande giorno della convention. Essere patriottici, del resto, è da sempre un valore che va a braccetto con l’ottimismo, e la liason di Hillary è stata perfetta: «Non fatevi ingannare da chi vuole alzare i muri invece che costruire dei ponti», ha detto dal palco mentre la platea rispondeva scandendo “U-s-a, U-s-a”. In una sorta di tifo da stadio che finora non si era mai sentito tra i democratici, essendo invece come un marchio di fabbrica per i repubblicani.
Ed ecco che ora il partito repubblicano, scombussolato da Trump, si vede portar via quell’ultimo elemento identitario che gli era rimasto in possesso: il linguaggio, la retorica riconoscibile, utile a formare una legacy immediata col passato. Adesso questa legacy la fanno i democratici che, sempre senza tradire la propria piattaforma, la veicolano anche a destra tramite il suo stesso linguaggio.

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«La mia rivoluzione è un lavoro culturale». Intervista a Tosca

«Sono stanca di sentire “tanto, oramai è tutto così”». È un no alla rassegnazione quello di Tosca, al secolo Tiziana Donati. Che, elegante e sorridente, ci accoglie a Roma, dietro lo stadio Olimpico e di fronte all’imponente palazzo della Farnesina. Tra le mura della sua scuola di arti Officina Pasolini (che vi raccontiamo nelle pagine che seguono) non si risparmia nel raccontare dei suoi ideali e della sua vita, mentre ci accompagna a visitare quello che definisce «il mio fiore all’occhiello, il mio successo più grande». Precisa, consapevole, appassionata. Giunti nella sua stanza, sul muro, giusto sopra la sua scrivania, leggiamo una scritta: «La rivoluzione è un lavoro poetico».

Cos’è questo, il tuo mantra?
È una frase del poeta tunisino Mohammed Sgaier Awlad Ahmad, che è morto ad aprile scorso ed è stato un artefice della Rivoluzione, ha anche fondato la casa della poesia lì a Tunisi. Lo tengo qui perché credo che abbia proprio ragione: qualsiasi rivoluzione è un lavoro culturale, guarda la Tunisia di oggi, quella Primavera adesso la chiamano inverno perché si sta tornando indietro. Oggi la rivoluzione è accogliere, e non sparare addosso. È integrarsi, vivere delle cose semplici. È tutto quello che non viene strombazzato, è la ricerca della bellezza. Essere rivoluzionari è non chiudersi davanti alla paura.
Tanto più se sei un artista, mi verrebbe da aggiungere…
Siamo dei privilegiati, perché facciamo un mestiere che ci piace. Mio padre lavorava al poligrafico e ogni mattina si alzava alle 6 per fare un lavoro che odiava. C’è quel sottile confine dove l’arte da progetto diventa prodotto. È un confine sottilissimo, non te ne rendi neanche conto e smetti di ragionare in modo naturale, ovvero: seme, acqua, pazienza. E invece diventa tutto marketing, un discount di canzoni. È solo apparenza, si è tutto ribaltato e adesso importa solo che tu “ti sappia muovere bene”. Io, invece, sono per le piante… sono nipote di contadini, del resto.
Anche tu adotti quella che Niccolò Fabi chiama la «filosofia agricola»?
Esatto! C’ho la filosofia agricola (ride). Quindi c’è chi decide di diventare una pianta, poi un albero e poi fa i fiori e c’è chi decide di essere un fiore reciso.
E tu che pianta sei?
Un glicine! Mi piace molto il glicine…
Cominciamo dal seme, come hai iniziato tu?
La musica mi ha salvato la vita. Da bambina avevo un problema fisico, il reumatismo articolare acuto; quindi ero cagionevole, sempre in disparte, non potevo correre e scatenarmi, ero spesso in ospedale. Così ho vissuto la mia infanzia come una bambina “diversa”. Ricordo che mia nonna tutti i giorni alle sette di sera andava in chiesa, a San Timoteo, alla Garbatella, e mi portava con lei. E lì c’era la signora Iole, la maestra del coro e ho cominciato a cantare. Funzionava così: terza panca, gli stonati; seconda panca, gli intonati; prima panca, i solisti. Mi son detta che almeno lì ci sarei voluta arrivare, e così è stato. Così la musica è diventata la mia ancora di salvezza, mi accarezzava e mi faceva compagnia, mi faceva sentire speciale durante i pranzi e le cene di famiglia, quando mi chiamavano sulla sedia per cantare (si ferma, sorride con tenerezza). E pensare che da bambina volevo fare l’attrice, a cantare non ci pensavo nemmeno. Perché, vedi, fare l’attrice per me era un modo di straniarmi da quello che avevo dovuto vivere e dalla realtà che vivevo.

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Di fronte ai lupi solitari l’intelligence arranca

A Pakistani explosive expert defuses suicide vests recovered from a house on Saturday, Oct 8, 2011 in Islamabad, Pakistan. Pakistani police say they have foiled a terror plot in the capital by seizing suicide vests, rockets and other ammunition from a militant hideout. (AP Photo/B.K.Bangash)

L’Europa ricorderà questo 2016 per il crescente numero di attentati terroristici di matrice islamica. Ma anche per l’enorme difficoltà con cui le forze di sicurezza affrontano gli attacchi. Già lo scorso anno l’aumento degli attentati è stato impressionante: hanno provocato 130 morti e 368 feriti, cifre mai registrate prima che hanno chiamato in causa l’intelligence e la macchina della prevenzione, evidentemente messe in difficoltà da un modus operandi molto simile a quello dei gruppi jihadisti, al-Qaeda prima e Daesh poi, in Medio Oriente. «Se andiamo ad analizzare le modalità, gli obiettivi scelti, il numero di membri del commando e l’impatto ottenuto, nel novembre scorso a Parigi gli attentatori suicidi hanno messo in campo per la prima volta in uno Stato dell’Ue tattiche simili a quelle che si sono viste in episodi analoghi avvenuti fuori dall’Europa, come ad esempio quello di Mumbai», spiega a Left un agente dell’intelligence che non può rivelare il suo nome, esperto del terrorismo di matrice islamica, a lungo membro della super polizia europea Europol. Lo 007 si riferisce ai 10 attacchi terroristici avvenuti simultaneamente il 26 novembre 2008 in altrettante zone di Mumbai, centro finanziario dell’India, provocando 195 vittime (c’era anche l’italiano Antonio Di Lorenzo) e circa 300 feriti, tra i quali 22 stranieri. Di questa possibilità parlava già un’allerta americana dell’estate 2010: un jihadista tedesco (vedi box nelle pagine che seguono) aveva rivelato alla Cia la preparazione di una serie di attacchi coordinati negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Francia e Germania. Altra notevole differenza, il fatto che gli autori «non erano mai stati in una zona di guerra» riprende l’agente. «Pur avendo in alcuni casi mostrato la volontà di farlo, non si erano addestrati nei campi dei jihadisti, coi quali spesso non avevano nemmeno legami diretti, ma erano già noti e attenzionati dalle forze dell’ordine, tanto che a qualcuno era persino stato ritirato il passaporto per impedirgli di viaggiare».
I quattro attentati terroristici che si sono verificati negli ultimi mesi – Orlando (Stati Uniti), Magnaville, Nizza e Rouen (Francia) e Wurzburg (Germania) – evidenziano inoltre le difficoltà operative delle intelligence nell’evitare attacchi compiuti dai cosiddetti “lupi solitari”. Al-Qaeda e il Daesh hanno ripetutamente invitato, tramite documenti e messaggi pubblicati online, i musulmani che vivono nei Paesi occidentali a perpetrare attacchi nei loro luoghi di residenza. Ai videoclip di indottrinamento religioso o che mostrano le vittorie militari del gruppo in Medio Oriente, si sono così aggiunti i tutorial su come creare in casa bombe o cinture esplosive. Essendo rivolti ai giovani, più facilmente influenzabili, sono realizzati come trailer di film d’azione o videogiochi. Anche il lessico adoperato è stato appositamente studiato. Dal momento che l’Islam vieta rigorosamente l’uccisione di altri musulmani, in assenza della condanna di un tribunale, i gruppi terroristici giustificano la violenza dividendo il mondo in credenti e non credenti, amici e nemici. Nella loro interpretazione, i nemici che meritano di essere uccisi in difesa dell’Islam sono tutti coloro che lottano contro la comunità dei credenti (la Umma) o aggrediscono la casa di tutti i musulmani (il Califfato). In questi video i leader del Daesh aggiungono che per non essere Mustad (apostati), i musulmani che vivono in Occidente hanno soltanto due opzioni se vogliono andare in paradiso e trovare le 72 vergini promesse: migrare nel territorio dello Stato islamico o effettuare un attacco terroristico nei loro luoghi di residenza. Molti stanno scegliendo questa nuova, seconda opzione che gli viene data. Fethi Benslama è uno psicanalista, specialista del radicalismo musulmano, autore di numerosi libri in cui analizza le problematiche storico-psicologiche dell’Islam. A suo parere alla base di tutto c’è la cosiddetta sindrome di Cotard: «Nella loro vita è successo qualcosa che ha creato un vuoto e ora non sanno più come continuare a vivere. Alcuni provano pure a rimettere insieme i pezzi, senza riuscirci. Il radicalismo va considerato come una soluzione possibile tra tante altre. Queste persone, capaci di tutto, sono già morte», ha recentemente spiegato a un documentarista francese in I soldati di Allah.

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A novembre canteremo la marsigliese. Caffè del 7 agosto 2016

Terrorismo, fronte esterno. Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, racconta la guerra a Sirte, dove si si spara da muro a muro. Commenta il fischio dei proiettili con due miliziani di Misurata, città vicina e storicamente rivale di Sirte, chiede dei bombardamenti americani: “I loro raid avvengono soprattutto di notte. Di giorno mandano i droni in esplorazione, udiamo il ronzio. E con il buio arrivano gli attacchi. Colpi sempre molto precisi. Ma pochi. Troppo pochi. Sino ad ora hanno distrutto tre o quattro tank, un garage dove Isis riparava i mezzi, alcuni blindati e un paio di depositi. Purtroppo gli arsenali più importanti sono nascosti nei sotterranei. I missili intelligenti made in Usa non li possono individuare”. La battaglia, alla fine, si vince a terra. I miliziani vorrebbero essere armati e appoggiati da paesi più vicini degli USA. Dall’Italia, per esempio. In ogni caso a Sirte gli uomini del califfo sono sulla difensiva. Questo è un fatto. Non è così allegra la situazione ad Aleppo, in Siria. Dove Daesh respira, grazie all’offensiva dei “ribelli” anti Assad. Tra loro, assassini fanatici come i miliziani di Al Nusra e Ahrar al-Sham, appoggiati dall’Arabia Saudita e alleati di milizie (ormai scarse di uomini) che erano state addestrate dagli Stati Uniti. I russi cercano di impedire che le truppe dell’alleanza ribelle rompano l’accerchiamento (pare ci stiano riuscendo) , sia bombardando Aleppo sia aprendo “corridoi umanitari”, cioè permettendo ai civili (e alle milizie che si arrendono) di uscire dalla città. Ne scrive La Stampa. Osservo da giorni come i giornali occidentali preferiscano, ora, parlare di Sirte. Si capisce, visto che ad Aleppo non è chiaro da che parte stiano gli occidentali, se contro Daesh o contro i nemici di Daesh. C’è tuttavia una buona notizia: i curdi hanno strappato al Califfo Manbij, città che apre la strada verso Raqqa:ne scrive il Corriere. Osservo che quasi certamente molti di questi curdi “vincitori” sono militanti del Pkk, la formazione di Öcalan considerata terrorista in Turchia ma invece alleata dell’esercito iracheno, il quale, a sua volta, diffida di altri curdi, quelli iracheni, ormai repubblica autonoma. Capite perché la guerra continua?
Terrorismo, il fronte interno. “Paura in Belgio: con i machete contro due poliziotte”, titola il Corriere. Il terrorista le ha ferite e poi è stato ucciso. Qui siamo oltre il terrorismo fai da te, di cui parla il numero di Left in edicola. Qui ormai abbiamo davanti individui isolati disagiati, catturati dal demone del suicidio, che cercano di portarsi qualcuno -non importa chi- nell’aldilà. Kamal Daoud, un giornalista algerino, spiega il fenomeno con il sogno del “paradiso islamico”, ultima speranza per diseredati, disadattati, frustrati perché non hanno i soldi degli occidentali né le donne levigate promesse dalla pubblicità. Detta così e ricordando come ci siano predicatori i quali davvero promettono le cento “houris, vergini belle, sottomesse e languide, che alimentano una forma allucinante di islamismo erotico a cui i jihadisti aspirano e che spinge gli altri uomini a fantasticare per sfuggire all’insoddisfazione sessuale nella vita quotidiana”, mentre alle donne gli stessi predicatori promettono “un marito per sempre” o la possibilità di “risposarsi nell’aldilà” ce n’è quanto basta per alimentare diffidenza e ostilità verso chiunque pratichi quella religione. Ma fa di peggio, un signore dell’UCOI, organizzazione islamica che ha rapporti con i fratelli musulmani, tale Roberto Piccardo, il quale ha sfidato il sindaco di Milano: “celebrate unioni civili tra persone dello stesso sesso, perché non accettate allora la nostra poligamia? Titolo in prima pagina sul Giornale. Basterebbe rispondergli: non impediremo a te, uomo Piccardo, di giacere con più mogli e di accudirle tutte, a condizioni però che tu riconosca lo stesso diritto alle tue mogli. Non vogliamo finire sottomessi, bene, rispondiamo a tono. Quanto a Daoud -un cui articolo per il New York Times è stato tradotto da Repubblica- di vero, dietro le sue parole, c’è il potenziale anti mondializzazione che l’islam radicale mostra di avere almeno da 50 anni. Non c’è che una risposta possibile: rendere meno disumana la mondializzazione capitalista.
A novembre vorrei cantare la Mersigliese, scrive Eugenio Scalfari. Bisogna leggere il lungo articolo tutto intero, per capire. Il fondatore di Repubblica prevede un accordo tra Renzi e Parisi (inviato speciale di Berlusconi). Ne uscirebbe una presenza “importante” dei “moderati”, nel governo che uscirà dal referendum e dall’Italicum. “E la democrazia? Non più parlamentare. Il controllo sarà esercitato soltanto dalla Magistratura, dalla Corte Costituzionale e, nell’ambito delle sue prerogative, dal capo dello Stato. Il barone di Montesquieu che scrisse L’esprit des lois sarebbe soddisfatto della divisione dei poteri assicurata da questo tipo di situazione. Ovviamente non lo sarebbero affatto quei patrioti che votarono nel 1789 la nuova Carta costituzionale e inventarono la Marsigliese. A me quell’inno – dice Scalfari, che in questo condivido- piace moltissimo e lo canto ogni volta che mi si dà l’occasione. Speriamo di poterla cantare anche nei mesi e negli anni che ci attendono”.

La lezione di Calvino per uscire dal labirinto

“Tutto in un punto” è uno dei 12 racconti che Italo Calvino raccoglie in un volume di successo, le Cosmicomiche, pubblicato nel 1965. Il brano inizia così: «Attraverso i calcoli iniziati da Edwin P. Hubble sulla velocità d’allontanamento delle galassie, si può stabilire il momento in cui tutta la materia dell’universo era concentrata in un punto solo, prima di cominciare a espandersi nello spazio. Si capisce che si stava tutti lì, – fece il vecchio Qfwfq, – e dove, altrimenti? Che ci potesse essere lo spazio, nessuno ancora lo sapeva. E il tempo, idem: cosa volete che ce ne facessimo, del tempo, stando lì pigiati come acciughe? Ho detto “pigiati come acciughe” tanto per usare una immagine letteraria: in realtà non c’era spazio nemmeno per pigiarci. Ogni punto d’ognuno di noi coincideva con ogni punto di ognuno degli altri in un punto unico che era quello in cui stavamo tutti».
Il vecchio Qfwfq ci riporta, con quella leggerezza e rapidità e visibilità che Italo Calvino teorizza nella sue Lezioni americane, al momento del Big Bang, quando tutto l’universo – a dar retta alla teoria della relatività generale di Albert Einstein – era racchiuso in un punticino piccolissimo, caldissimo e densissimo. In un punticino dove non c’erano né lo spazio né il tempo.
Le Cosmicomiche e poi Ti con zero (1967) e poi Palomar (1983), per citarne solo alcune, sono opere di un genere nuovo, le “favole scientifiche”, in cui Calvino parla di scienza e di matematica. Ma lo scrittore sanremese non è interessato né alle singole scoperte scientifiche né alla vita quotidiana degli scienziati. La sua attenzione è rivolta piuttosto alle nuove immagini dell’universo e dell’uomo che la scienza propone a ritmo sempre più serrato. Compito della letteratura, dice, è interpretare queste immagini, non divulgarle.
Per esempio, nota Gian Italo Bischi, in un recente lavoro su Matematica e letteratura pubblicato con Egea, Calvino usa uno strumento matematico, l’ars combinatoria, come fonte di ispirazione e come strumento creativo. In altri termini usa la matematica come metodo per creare letteratura. Non a caso Calvino fa parte di quel gruppo di letterati Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle) che, come scrive Bischi, «ricerca moduli di base, strutture e regole di costruzione narrativa che gli scrittori potessero utilizzare per realizzare tante diverse opere letterarie» con tanto di assiomi e regole formali e in analogia con quanto, in ambito matematico, cerca di fare il gruppo Bourbaki.

 

«Nella nostra tribù non si discute ormai d’altro che di razzi teleguidati, e intanto continuiamo ad andare armati di rozze asce e lance e cerbottane». Sostituiamo razzi teleguidati con droni e questa di Calvino diventa una precisa fotografia del nostro tempo.

 

Ma la cifra artistica di Italo Calvino è tale da indurre Gabriele Lolli a spiegare – anzi, potremmo dire, a dimostrare – in Discorso sulla matematica, rilettura delle Lezioni americane pubblicata con Bollati Boringhieri, che chi ha intenzione di creare matematica può ispirarsi a Calvino per realizzare le sue ricerche con leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza. Proprietà essenziali per lo scrittore, come sostiene Calvino, ma anche per il matematico creativo, come sostiene Lolli. Calvino dunque tesse un rapporto bidirezionale con la scienza. Ne è ispirato e la ispira. Ma dove nasce, questo rapporto? Beh, nasce da un’analisi precisa, oggi più che mai attuale, maturata in un periodo preciso, tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 del secolo scorso e che nel corso della sua elaborazione diventa una vera e propria teoria dei rapporti, ineludibili, tra scienza e letteratura. Possiamo far partire questa genesi dal 1956, anno in cui pubblica le Fiabe italiane nel tentativo, riuscito, di dare espressione a quella sorta di “realismo sociale attraverso le favole” che lo scrittore da qualche tempo propugna apertamente e coerentemente. Ma sono proprio questi, a metà degli anni 50, i mesi in cui Calvino inizia ad alzare gli occhi al cielo e a guardare lo spazio profondo. Non è un caso. Quel cielo e quegli spazi sono ormai attraversati da razzi che volano sempre più in alto. Simbolo della potenza crescente della tecnologia, capace di vincere persino la forza di gravità. Ma anche della potenza cupa della tecnologia, perché quei razzi promettono di trasportare bombe all’uranio e al plutonio sempre più potenti in pochi minuti da un capo all’altro della Terra, esponendo l’umanità al rischio dell’olocausto nucleare.
È questa la nuova, tragica realtà. Calvino la vuole narrare per mezzo di un racconto – il suo primo racconto cosmico – che assomiglia a una fiaba: “La tribù con gli occhi al cielo”. E che come le fiabe ha un’allegoria fin troppo chiara: la tribù protagonista, la tribù con gli occhi al cielo, non è altro, infatti, che l’umanità intera. «Nella nostra tribù non si discute ormai d’altro che di razzi teleguidati, e intanto continuiamo ad andare armati di rozze asce e lance e cerbottane». Sostituiamo razzi teleguidati con droni e questa di Calvino diventa una precisa fotografia del nostro tempo. Quei razzi che, negli anni 50, volano sempre più in alto, obbedienti ai comandi degli ingegneri, sembrano non modificare di una virgola la realtà sociale. “La tribù con gli occhi al cielo” non sarà pubblicato. Perché intanto arriva il 4 ottobre 1957 e l’Unione Sovietica con il più potente di quei razzi invia una sonda, lo Sputnik 1, oltre l’atmosfera terrestre a girare altissimo intorno al pianeta lungo un’orbita ellittica a una distanza variabile tra i 228 e 947 chilometri. Per 57 giorni la Terra ha una nuova luna. Un satellite artificiale. Il lancio dello Sputnik modifica la scena. Calvino si rende conto non solo che il suo racconto “La tribù con gli occhi al cielo” è diventato ipso facto obsoleto. Ma che le carte sulla tavola della realtà planetaria sono completamente cambiate.

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Annullato l’arresto per Hebe, la madre di Plaza de Mayo. Lunedì sarà in tribunale

Circondata dal cordone umano che ha impedito alla polizia argentino di arrestarla, Hebe de Bonafini, la presidente delle Madres de Plaza de Mayo lo aveva detto: se annullate l’ordine di cattura lunedì verrò a testimoniare. E il giudice Marcelo Martinez de Giorgi ha reso noto di aver annullato il mandato.

Hebe de Bonafini, 87 anni, madre di due giovani scomparsi durante la dittatura militare di Videla, si è vista recapitare un mandato d’arresto perché si è rifiutata di testimoniare in tribunale nell’ambito di un’inchiesta per malversazione: appropriazione indebita di fondi pubblici per la costruzione di case popolari. Quando giovedì 4 agosto, il giudice ha ordinato il suo arresto un cordone umano di sostenitori ha impedito alla polizia di raggiungere Plaza de Mayo.

In queste ore Hebe non ha risparmiato né la giustizia argentina, né il governo, denunciando che la motivazione di questo processo è politica. «Hebe non è ribelle, è la ribellione stessa», dice la gente in Plaza de Mayo. In questo breve reportage di Estanislao Santos, circondata dai sostenitori, dice: «Vedo tutto questo e vedo tanti ragazzi… vedo i miei figli, vedo che quello che loro volevano c’è, c’è un fuoco che non si è spento». Lunedì Hebe sarà in tribunale per testimoniare.

Il futuro di istanbul e quello della Nato

Chissà se lo farà. Molto probabilmente no. Ma che non ci abbia mai pensato, che magari non se lo sia mai sognato di notte, a questo non potrei mai crederci. Mi ci giocherei la mano destra. Dal canto mio, ebbene sì, I have a dream. O meglio, I would like to have a dream. Per puro spirito facinoroso, se volete; o per smodato, irrepresso desiderio di avventura, per seguire fino in fondo sulle orme di Chateubriand e di Loti le mie fantasie orientaliste. Vorrei un sogno magari in quel magico technicolor anni Cinquanta: ve lo ricordate, Topkapi con Melina Mercuri? Vorrei vedere ancora, come l’ho sempre immaginata e non l’ho mai vista, la magica città sfolgorante sul Bosforo signora dell’intera ecumène, com’è stata o comunque si è illusa di essere stata almeno due volte, con Giustiniano prima e con Solimano poi. Del resto, l’aveva ben detto Napoleone: l’unica città davvero degna di diventare capitale del mondo è Costantinopoli.
E un sogno del genere deve aver illuminato spesso le notti di Recep Tayyip Erdogan, che pure il suo palazzo – più o meno kitsch di quello di Ceausescu a Bucarest? – se l’è fatto costruire nella “moderna”, “europea” Ankara, non troppo distante dal mausoleo alla Albert Speer dedicato al padre della patria Mustafa Kemal Ataturk. Ankara è l’antitesi di Istanbul, l’immagine non della sua sconfitta ma della ribellione ad essa come fatto di civiltà, come scelta di cultura. Reinsediare la capitale a Istanbul significherebbe negare in blocco un secolo di politica turca “laica”, i fondamenti kemalisti stessi di essa: sarebbe insomma davvero un gesto “neo-ottomano”. È arduo credere che il presidente abbia mai sul serio pensato qualcosa del genere (il vagheggiamento è altra cosa); è praticamente improponibile che proverà mai a farlo, anche per le difficoltà logistiche, economiche e diplomatiche (al di là delle politiche e culturali) che ciò comporterebbe.

Ankara va stretta al sultano
Tuttavia, ad Erdogan Ankara è sempre andata stretta. Sono molti i suoi sostenitori che rimpiangono il tempo in cui egli era sindaco della città del Bosforo: e se qualcuno si fosse illuso di averlo una volta per tutte cacciato di là, come ai tempi delle manifestazioni del Parco Gezi, ormai si sarà definitivamente ricreduto. Governo e palazzo del “sultano” stanno ancora ad Ankara, magari (forse) perfino ci resteranno: ma il cuore di Recep Tayyip è lì, sul Corno d’Oro, nella città di cui è stato sindaco e la cui composizione etnoculturale è riuscito in pochi anni a mutare radicalmente in modo da mettere la schiera dei borghesi e degli intellettuali kemalisti dei quartieri del centro in minoranza numerica rispetto ai suoi fans, i contadini inurbati dalla Cappadocia e stipati nei nuovi quartieri periferici. Gente semplice, che dell’Akp apprezza soprattutto il rinnovato fervore musulmano. Il giorno che la capitale turca tornasse sul Bosforo, potremmo davvero dire che la rivoluzione laica di Mustafa Kemal ha concluso il suo ciclo. Sarebbero un gesto e un passo davvero epocali, paragonabili forse solo alla “rivoluzione islamica” iraniana dell’imam Rukhullah Khomeini, ma dal significato ancora più intenso e sconvolgente. E dalle conseguenze più profonde di quanto ancora non ci s’immagini.

 

Il cuore di Recep Tayyip è nella città di cui è stato sindaco e la cui composizione etnoculturale è riuscito a mutare, in modo da mettere i kemalisti del centro in minoranza

 

Fantastoria? Può darsi: fatto è che nelle ore immediatamente successive al golpe, Erdogan a Istanbul c’era davvero, nonostante i militari ribelli agissero anche nella capitale. Era lì, nella città imperiale, che si giocavano sul serio le sorti della nazione turca. Il nodo del suo passato, la freccia del suo futuro.
Il golpe militare del 15 luglio, che secondo l’assetto schizofrenico del mondo turco dopo la prima guerra mondiale ha dovuto agire contemporaneamente sui due fronti di Istanbul e di Ankara, era forse stato architettato da tempo. Eppure si è presentato confuso, incerto, piuttosto estraneo alle inveterate e abilissime consuetudini golpiste dell’esercito turco, presidio tanto efficiente quanto inflessibile della rivoluzione “laica” kemalista. Anche l’altissimo numero delle vittime è prova di questa incertezza, non del contrario. Erdogan, che è orgoglioso di essere il comandante in capo dell’esercito, non se ne è però mai fidato e gli ha costantemente preferito e contrapposto la polizia: i fatti della notte tra il 15 e il 16 gli hanno dato ragione. Ma, dinanzi allo spettacolo delle forze degli insorti caratterizzate da tanta labilità, qualcuno si è pur chiesto se non era per caso tutta una sceneggiata, una combine; e se insomma il presidente il golpe non se l’è fatto da solo – magari con la complicità involontaria di alcuni antierdoganisti ingannati da una falsa congiura orchestrata dai servizi governativi – per potersi poi prendere l’impunito piacere e lo sconfinato vantaggio di reprimerlo duramente spazzando via in un colpo solo e una volta per tutte gli avversari, i sospetti e gli incerti.

 

L’agenzia iraniana Fars sostiene che sarebbero stati i russi a informarne il presidente turco prevenendo in tal modo la sua cattura da parte di un commando

 

L’ipotesi sarebbe convincente, in via teorica: ma non ve ne sono prove, e gli stessi indizi scarseggiano. Mille j’accuse non valgono un’evidenza testimoniale o documentaria; e queste ultime mancano. La stessa violenza con la quale si sono svolti i fatti, con centinaia di morti, provoca molti dubbi sul fatto che si sia tratto di una messinscena sia pur attuata da militari in buona fede vittime di una provocazione.
Voci più consistenti – a parte le prove raccolte in seguito agli interrogatori dei capi ribelli, e che fuori della Turchia sono state valutate con uno scetticismo sistematico forse imprudente – sostengono invece che il golpe era autentico, e che il fatto che non sia stato segnalato tempestivamente dai servizi turchi è la prova che era ben architettato e che le complicità nei suoi confronti erano molto diffuse: sino a far pensare non che i servizi siano poi così scadenti, bensì che infiltrazioni “kemaliste” o “güleniste” abbiano inquinato anche ambienti del ministero degli Interni, dei servizi segreti nazionali, del controspionaggio militare. Stando a queste fonti – verificare le quali è difficile – i militari ribelli sarebbero stati instigati da ambienti vicini al Pentagono (non alla presidenza Usa), ma la cosa sarebbe fallita in seguito a un intervento del Mossad avviato all’insaputa degli americani dalla base di Konia. Una scelta conseguente, quella dei servizi israeliani, rispetto ai recenti passi diplomatici distensivi compiuti insieme da Ankara e da Gerusalemme?

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SOMMARIO ACQUISTA

Manovre d’agosto. Caffè del 6 agosto 2016

Via libera al referendum. Repubblica anticipa la decisione della Cassazione che arriverà lunedì. Da allora il governo avrà 60 giorni per deliberare la data del voto. E dopo un minimo di 50 e un massimo di 70 giorni da quella delibera, si voterà. Dunque? In teoria si può votare a ottobre o molto più in là, a dicembre. Dipende dal governo, che sembra orientato -dice Repubblica- a fissare la data tra il 13 e il 20 novembre. L’idea -di Padoan certo, non se se anche di Renzi- sarebbe di portarsi avanti con i lavori parlamentari sulla finanziaria -ora si chiama legge di stabilità- in modo che un voto popolare contro il governo non ne blocchi l’approvazione, mettendo a rischio i conti dello stato. Vedremo, per ora sono congetture.
Chiara la posizione della minoranza Pd: è per il se senza sì e senza ma. Questo testo (magnifico) è di Elle Kappaa la signora dei nostri vignettisti. Gotor sente “un buon profumo di Ulivo” nel documento per il No di Tocc. Chissà perché, allora, non ha votato No al testo della riforma Boschi (come me e Tocci) o perché non dice almeno ora che voterà No al referendum. “La nostra scelta sarà No – spiega a Repubblica Roberto Speranza- se Renzi non cambia la legge elettorale”. E ricorda di essersi dimesso da capogruppo del Pd alla Camera contro quella legge. Il povero Folli non comprende il nesso e avverte: “l’errore più grave sarebbe cambiare le regole della legge elettorale solo per consentire al ceto politico di proteggersi meglio”. Insomma, l’Italicum era la legge perfetta. Ricordate Renzi? “Mai più inciucio, uno solo vince”. Ma se quell’uno rischia di essere il 5 Stelle, allora, non va più bene.
La minoranza Pd non vuole rompere con il sue segretario. Questa è la verità. Perciò si accontenta -parlo di Bersani, di Speranza, Gotor, forse di Cuperlo- e pensa che alla fine, senza l’Italicum, la riforma costituzionale perderebbe la sua capacità di trasformare il nostro sistema parlamentare in un premieranno assoluto. Senza che “uno solo” vinca, che resterebbe del lavoro costituente di Boschi, Finocchiaro, Chiti? Solo il massacro di 47 articoli della Carta, cui si dovrà porre rimedio, in un futuro prossimo, con nuove semplici riforme costituzionali: abolire l’inutile Senato e rivedere le norme sull’elezione del presidente della Repubblica, conservando la sua autonomia e il suo ruolo di garante. È così: si può immaginare di correggere, poi, la deforma senza la necessità di umiliare,ora, il riformatore. È però un modo di ragionare contorto e politicista, che renderà questi parlamentari del Pd ancora subalterni al loro segretario. Il quale si prepara a usarli contro i 5 stelle (e come ambasciatori presso Berlusconi) per varare una legge “che consenta al ceto politico di proteggersi meglio”. Se non riusciranno, loro il fallimento. Se vincesse il sì, di Renzi il merito.
Preso il boss jiadista dei barconi, titolo della Stampa. Letteralmente ineccepibile, perché questo tunisino era un mercante sfruttatore di migranti e dai suoi profili in rete appare anche simpatizzante del Daesh. Ma il Gip per due volte ha negato l’arresto per terrorismo: mancano le prove. Lo hanno arrestato per commercio di uomini, e tanto basta. Italia in guerra? Altan relativizza: “voglio giocare anch’io in Libia”, dice un nostro generale; “tu fai l’inutile raccattapalle”, gli risponde l’omologo americano. E il Milan cinese? Giannelli disegna un mini Berlusconi che porta le statuette dei giocatori rossoneri a un signorone cinese sdraiato a prendere il sole. Il quale, naturalmente, pensa che sia un “Vù Comprà!”