Home Blog Pagina 1104

Una lode a Merkel. Il discorso di Hillary e le manovre in Rai. Caffè del 29 luglio 2016

“Sui profughi non cambio idea”, Corriere. “Guerra all’Isis, ma non chiudo le porte”, Repubblica. Angela Merkel ha detto quello che una statista non poteva non dire. Di questi tempi è cosa rara, e i due principali quotidiani le danno l’apertura. Ora, se l’Europa a guida tedesca volesse essere qualcosa di più di un mercato e di un’unione monetaria che drena denaro verso il centro e mette nei guai le periferie, Merkel dovrebbe rivedere l’accordo con Erdogan, fin quando Erdogan non cambi la sua politica di dura repressione e di violazione dei diritti e delle libertà, e dovrebbe dare un senso a questa frase troppo spesso ripetuta “guerra all’Isis”. Combattere l’Isis significa smettere ogni indulgenza nei confronti dell’Arabia Saudita (la cui dottrina ideologico-politica è troppo simile a quella di Al Bagdadi e di Al Zawairi), trovare un’intesa, un accordo parziale, con Iran e Russia, difendere i curdi, non appoggiare, né dal punto di vista politico né commerciale, nessun governo violi i principi la carta dell’Onu. Vedi l’Egitto. Infine costruire corridoi umanitari, non per accogliere “tutti” i richiedenti asilo, ma per impedire che costoro diventino schiavi di mercanti e terroristi.

Parla Gülen. “Erdogan è avvelenato dal potere”, dice. Ribadisce la sua estraneità al tentativo di colpo di stato di alcuni militari, afferma di volere una Turchia islamica ma che rispetti tutti i valori e i diritti per poter entrare a far parte dell’Unione Europea. Se si legge bene l’intervista dell’imam miliardario ai giornali europei, si capisce che sta parlando all’America: sono io, spiega, l’unica garanzia che che la Turchia non cambi le sue alleanze e non si butti nelle braccia della Russia e di Putin. Ma, questo è il punto, quale sarà la leadership a Washington, non tra anni ma alla fine dell’anno? International New York Times oggi parla della tensione “storica” tra la Clinton e Putin. Trump si è spinto fino a chiedere ai russi di rivelare i testi delle mail che Hillary aveva spostato dagli account del Dipartimento di stato a quelli suoi personali. Oggi giornalisti, fino a ieri incondizionatamente clintoniani e pronti a sfottere e sminuire Bernie Sanders, scrivono che la strada della Clinton è in salita. Perché dire – e far dire a Bill e Barak – «io sono la più brava» non basta. L’americano medio chiede e si chiede: «e a me di questa tua bravura, che ne viene?». «Costruiamo un Paese unito, giusto, tollerante», ha detto stanotte la candidata. Dovrà rispondere alla domanda: Come?

Si prendono pure il TG3, titola il Fatto. Si prendono, chi? Renzi e il gruppo di potere che sta a Palazzo Chigi. L’idea è che la “spazzolata” per i super stipendi al vertice della Rai, vertice recentemente e nella sua interezza nominato da Palazzo Chigi, serva per stringere le maglie e rendere ancora più governativo l’indirizzo di reti e telegiornali. Insomma, Berlinguer avrebbe mostrato qualche asprezza, si sarebbe impuntata a volte, non si sarebbe sempre unita al coro. Dunque, via Bianca (Berlinguer) e dentro Tonino (Di Bella) che è un navigatore di lungo corso. É questa la versione del Fatto. A me sembra che le nomine siano la pagliuzza e che la montagna sia invece il disinteresse del governo per una televisione pubblica: Renzi non ha preteso un piano industriale di risanamento e rilancio, ha scelto i capi e poi non li ha mai difesi, sceglierà nuovi direttori e li terrà sulla corda, pretende ossequio ma come prodotto derivato dell’incertezza e del disprezzo. La grande operazione con i media e sui media Renzi la vuole con i privati. Si capiva benissimo già dal testo della cosiddetta riforma (e dal modo con cui fu imposta). Il problema è che con i privati è più difficile, come mostra la rottura tra Bollorè e Berlusconi, mentre Murdoch è uno squalo globale e aspetta le elezioni in America.

Burocratici e provvisori. Ma Alfano ha firmato i formulari per le unioni civili

Un momento della manifestazione a Piazza del Popolo organizzata delle associazioni lgbt, la manifestazione, dopo l'approvazione al Senato del ddl Cirinnà, punta a richiedere più diritti per le coppie omosessuali. Roma, 5 marzo 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Che sono quindi realtà, pubblicato prima il decreto-ponte con la firma di Matteo Renzi sulla Gazzetta Ufficiale e pubblicato poi il formulario, con la firma di Angelino Alfano, sul sito del ministero. I formulari sono anche stati recapitati ai segretari dei comuni con apposita circolare, in cui si ricorda però, che tutto è provvisorio, in attesa dei decreti delegati definitivi che il ministero della Giustizia dovrà licenziare entro dicembre: il governo ha infatti sei mesi, dall’approvazione del 20 maggio 2016, per chiudere definitivamente la partita. Il Movimento Lgbt, però, può quindi respirare, e concentrarsi sul controllo dell’attività dei comuni e sulla prossima battaglia, soprattutto: sul matrimonio egualitario. Come detto da chi non ha applaudito per delle unioni civili senza adozione, quindi al ribasso, e però anche da chi della legge approvata dal Parlamento si è mostrato entusiasta, sempre.

Tipo Aurelio Mancuso, che oggi, festeggiando il formulario, su facebook scrive: «Rimane il grande dispiacere per le stepchild adoption, e personalmente penso che ora bisogni mirare direttamente a una vera riforma della legge sulle adozioni», ma «ora il testimone passa al nuovo movimento lgbt che dovrà impegnarsi per il matrimonio egualitario e le norme anti omofobia». Norme, quelle sull’omofobia, che sono ferme in parlamento da mille giorni. Il formulario pubblicato da Alfano, è molto burocratico, ma è pronto all’uso. Dà una serie di moduli e verbali da leggere e siglare, perché così saranno le unioni senza rito – un rito che vivrà di festeggiamenti e non di domande emozionanti. Ma insomma, le unioni civili ci sono, e questo conta.

Ecco il formulario sul sito del ministero.

Bernie appoggia Hillary. Il rischio di un voto depresso

Un partito intero che per una volta appariva unito, Bernie Sanders e Michelle Obama, Elizabeth Warren e Cory Booker, hanno cercato di cambiare la percezione che l’America ha del suo candidato presidente. Si è aperta così la convention democratica di Philadelphia. Perché – non c’è che fare – il mondo è cambiato durante la lunga corsa delle primarie

Una scia interminabile di sangue – in Oriente, in America e in Europa – sta creando angoscia e diffondendo paura. L’assassinio all’ingrosso diventa banale, la vita umana vale ogni giorno di meno. Libertà e diritti possono sembrare un lusso. E spuntano demagoghi che promettono alla borghesia inglese una anacronistica restaurazione dei fasti imperiali, alla Germania di tornare “uber alles”, agli operai a stelle e strisce dazi sulla delocalizzazione che cancellino la mondializzazione imposta – guarda un po’! – dal sistema finanziario americano.
Soffia un vento di destra. E spiega il silenzio complice intorno al colpo di stato di Erdogan, i sorrisi e le strette di mano al politicante, forse corrotto e certo golpista che aprirà i giochi olimpici in Brasile, l’indifferenza dinanzi ai 3mila migranti annegati nel Mediterraeno.

Michelle Obama ha parlato ai democratici dei figli che oggi scorrazzano nella Casa Bianca, costruita con il lavoro degli schiavi. Donald Trump parla dei messicani come umanoidi, esseri subumani, proprio come quel Candie, interpretato da Leonardo Di Caprio nel film Djiango, manipolava il cranio di un “negro” per dedurne l’inferiorità della razza. Non si può stringere la mano a un Candie e il dottor Schultz non gliela strinse, a costo della sua stessa vita Né si può accogliere Trump alla Casa Bianca.

A Philadelphia Bernie Sanders ha presentato la sua agenda – salario minimo, college gratuito, assistenza sanitaria per tutti – come se fosse quella della candidata democratica. E la platea lo ha applaudito, forse vergognandosi di quella Debbie Wasserman Schultz che si è dimessa da presidente del partito dopo che Wikileaks ha svelato le sue mail e le sue trame per screditare il senatore del Vermont e fargli perdere le primarie. Scrive Michael Moore che i millennials di Sanders, i liberal e le giovani lavoratrici precarie che lo hanno sostenuto con passione e con rabbia, alla fine voteranno Clinton il 7 novembre, ma il loro sarà “un voto depresso”, “Significa – spiega Moore – che l’elettore non porta con sé a votare altre 5 persone. Non svolge attività di volontariato nel mese precedente alle elezioni. Non parla in toni entusiastici quando gli/le chiedono perché voterà per Hillary. Un elettore depresso”. Come depresso – ne sappiamo qualcosa – era l’elettore italiano di sinistra dopo un anno di governo Monti, dopo che era stato inserito in Costituzione il pareggio di bilancio e che si erano riformate le pensioni scotennando gli “esodati”.

Michael Moore teme che Trump vincerà a novembre. Noi speriamo che abbia torto. Certo vediamo bene come la leadership dei partiti democratici e socialisti appaia oggi superata dalla storia. Racconta cose che la gente non capisce, si ostina a girare la testa verso il passato, promette una ripresa salvifica che non verrà, si affida a una gestione tecnocratica che deprime la partecipazione e non ferma la corruzione.

Un’altra sinistra è possibile solo se si avrà il coraggio di indicare con chiarezza la rotta. Walter Tocci, da dentro il Pd, invita con chiarezza a votare No al referendum costituzionale. Un piccololo segnale positivo.

L’editoriale di Corradino Mineo è tratto da Left in edicola dal 30 luglio

 

SOMMARIO ACQUISTA

Obama e la sfida di novembre: ancora speranza e ottimismo contro il cinismo di Trump

Alla convention democratica è stato il giorno di Barack Obama,  di gran lunga il miglior oratore in circolazione da otto anni a questa parte, che non si è smentito nemmeno nell’ultimo discorso da presidente ai democratici, ribadendo e ricordando cosa pensi della democrazia – un esercizio faticoso, il migliore che conosciamo – e della necessità americana di avere sempre avanti una frontiera da raggiungere. Un bel discorso, un attacco al populismo delle risposte facili di Trump e un appello all’importanza per l’America e gli americani di guardare al futuro uniti e in maniera positiva, a scegliere il “noi” al posto dell’io-io-io populista di Trump. E poi un elogio di Hillary che «nessuno, mai, è stato così preparato a fare questo lavoro, non io, non Joe, non Bill».

Il messaggio chiaro mandato da Obama è uno ed è una costante della sua presidenza: l’America, gli americani, vincono se guardano avanti con ottimismo, se mettono da parte il rancore, la rabbia, le divisioni che Donald Trump spaccia per cercare di prendere il suo posto.

Il cambiamento non è facile e non vinceremo le sfide i una presidenza e nemmeno nel corso di una vita, ma affrontarlo è quel che dobbiamo fare. E a novembre dobbiamo scegliere cosa siamo come popolo: le differenze tra repubblicani e democratici le abbiamo sempre avute, ma la settimana scorsa a Cleveland non abbiamo ascoltato idee repubblicane, quel che abbiamo sentito è una visione pessimistica del mondo e l’idea che occorra chiuderci in noi stessi. Non c’erano soluzioni serie, ma risentimento, rabbia, odio. E quella non è l’America che conosco: l’America che conosco ha speranze e ottimismo, nonostante i problemi, le fabbriche chiuse, le stragi terribili come quella di Orlando. Ho viaggiato nei 50 Stati e quello che ho visto in momenti di allegria e di lutto, è quel che c’è di bello in America, non quel che c’è di sbagliato.

Quel messaggio di speranza che lo fece trionfare otto anni fa, Obama lo consegna a Hillary Clinton, che ne ha un bisogno terribile perché la gente non vede in lei una figura pulita come è il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti. La sua figura è vista come quella di una che gioca alla politica, qualsiasi cosa dica, faccia, abbia fatto. Il generoso omaggio di Obama al suo carattere è l’ennesimo di una convention che cerca di venderla: ora tocca a lei saper spiegare non solo che è brava a fare il suo mestiere, ma che vuole diventare presidente per gli americani e no per se stessa.

Le parole più efficaci della convention, in termini elettorali sono forse quelle quelle di altre tre figure, piuttosto diverse da Obama e tra loro: il vicepresidente Joe Biden, l’ex sindaco di New York e miliardario padrone di un impero mediatico, Michael Bloomberg e le signora Christine Leinonen, madre di una delle 49 vittime della strage nel locale gay di Orlando, che ha introdotto il discorso di Obama. Parliamo prima del suo discorso breve e toccante. Circondata da due amici del figlio, ha ricordato di come, quando in travaglio, essendo una agente della polizia statale, le misero la pistola in custodia. Oggi, a leggi cambiate, non sarebbe più così. Suo figlio era un sostenitore di Hillary e lei ha scelto di fare un passaggio difficile come quello di parlare del suo dolore e fare campagna contro la diffusione delle armi.

Poi vengono gli attacchi a Trump. Quello di Michael Bloomberg è un appello razionale: l’ex sindaco di New York è un indipendente, ha anche votato repubblicano, ma è talmente spaventato dall’idea di una presidenza del miliardario palazzinaro che ha deciso di metterci la faccia. Ecco cosa ha detto di Trump:

Dato il mio background, ho spesso incoraggiato gli imprenditori a candidarsi, perché molti condividono il mio approccio pragmatico alla costruzione del consenso, ma non tutti. (…) non Donald Trump.

Nella sua carriera, Trump ha lasciato dietro di sé una serie ben documentata di fallimenti, migliaia di cause legali, azionisti arrabbiati,  imprenditori che si sono sentiti presi in giro, e clienti che si sentono derubati. Trump dice che vuole gestire il Paese come ha gestito la sua attività. Che dio ci aiuti!

Sono un New Yorker e so riconoscere una truffa quando la vedo! Trump dice che sarà lui a punire i produttori che si spostano verso il Messico o la Cina, ma i vestiti che vende sono realizzati all’estero nelle fabbriche che pagano bassi salari. Dice che vuole mettere gli americani di nuovo al lavoro (…) Dice che vuole deportare 11 milioni di persone senza documenti, ma sembra non aver avuto mai problemi ad assumerli!

Quanto a Biden, che si è auto-definito “middle class joe” («e a Washington non è un complimento, vuol dire che non sei sofisticato»), si è rivolto a quei bianchi, classe media spaventata e affascinata da Trump. Biden è la loro incarnazione, parla di sé, alza i toni, è truce, sarcastico, ricorda suo figlio morto pochi mesi fa e azzanna il miliardario newyorchese alla giugulare. Sul suo carattere e sulla politica estera.

 

 

Il suo cinismo, la sua mancanza di principi è sintetizzata dalla frase che lo ha reso famoso: “sei licenziato”. Pensate a quel che avete imparato da bambini, a prescindere da dove siete cresciuti. Ma come ci può essere piacere nel dire “sei licenziato”? (you’re fired era la battuta che Trump faceva in tutte le puntate del reality di cui era protagonista, ndr). Davvero Trump sta cercando di dirci che si occuperà della classe media? Ma fatemi il favore! Queste sono parole in libertà e insensate. Io so cos’è la classe media, so perché è forte e perché è unita. Questo qui non ha la più pallida idea di cosa sia la middle class. Non ha idea di cosa sia che rende grande l’America (lo slogan di Trump). A dire il vero, non ha alcuna idea, punto.

Ora, qualsiasi cosa si pensi dei democratici americani e dell’America – e vedremo il discorso di Hillary Clinton stanotte – c’è un fatto che salta agli occhi: con queste primarie e questa convention il partito di Obama guarda alla realtà e cerca di individuare delle risposte: salario minimo più alto, riforma dell’immigrazione e del sistema giudiziario e penale, investimenti in infrastrutture, progressiva legalizzazione della marijuana, ampliamento dell’accesso alla sanità. Dall’altra parte non c’è una ricetta, ma slogan e paure agitate. Le stesse paure che agitano in Europa i Salvini, i Le Pen, i nazisti ungheresi e gente come Nigel Farage. Che dall’altra parte non trovano idee, proposte, ma solo qualcuno che li insegue.

Cinema. I film in concorso a Venezia. E le novità di Locarno e Toronto

Venezia, festival del cinema

Ecco le più importanti novità del  festival del cinema di Venezia e le proposte del festival del cinema di Locarno (al via il 3 agosto) e del Toronto film festival

 

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 73  Al lido, dal al Lido dal 31 agosto al 10 settembre sono tre  i film italiani in concorso Piuma del giovane e talentuoso regista e scrittore pisano Roan Johnson, il documentario Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti e Questi giorni di Giuseppe Piccioni. In gara insieme a grandi maestri come Wim Wenders, Emir Kusturica, François Ozon e Terrence Malick. E ancora il nuovo film dello stilista Tom Ford e del framcese  Denis Villeneuve. Fuori concorso saranno presentati il western  I magnifici 7,  remake di un film anni 60 diretto da Antoine Fuqua, ( che poi aprirà Toronto). Decimo film  per il regista Giuseppe Piccioni in Questi giorni racconta  la storia di un gruppo di ragazze di provincia, negli anni dell’università in cui si fanno scelte che cominciano a sembrare non più rinviabili. Nel cast Margherita Buy, Maria Roveran,  Filippo Timi, Alessandro Averone, Mina Djukic e molti altri. Tratto dal romanzo inedito Color betulla giovane di Marta Bertini, il film è prodotto da 11 marzo, Publispei, Rai Cinema e distribuito da Bim. Quanto a Piuma quarto film di Roan Johnson segue il suo filone più fortunato, quello di una storia di ragazzi, questa volta una giovanissima coppia che mentre sta preprando gli esami di maturità  si ritrova alle prese con una gravidanza inattesa e «con il mondo che inizia ad andare contromano».  A calarsi nei panni di Ferro è Luigi Fedele, mentre Cate è Blu Yoshimi. Prodotto da Palomar e Sky Cinema, con il contributo del Mibact il film è distribuito da Lucky Red. Infine Spira mirabilis è un film documentario di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti immaginato come una sinfonia visiva sui quattro elementi,aria, acqua, fuoco e terra.

Il regista e stilista Tom Ford è atteso al varco della seconda prova. A Venezia presenta in concorso Nocturnal animals, interpretato da Jake Gyllenhaal, Amy Adams. Come il precedente film A Single Man, che regalò a Colin Firth una Coppa Volpi a Venezia è una storia che affronta il tema della perdita di un amore. Il film è un adattamento del romanzo di Austin Wright, Tony and Susan, ( pubblicato in Italia da Adelphi)  un thriller esistenziale  la cui sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Ford.

Quanto a Frantz, sedicesimo film di François Ozon ( nel cast c’è l’astro nascente francese Pierre Niney) è stato scritto dal regista ed inizia in una cittadina tedesca poco dopo la Prima guerra mondiale. È la storia di Anna che si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Franz, ucciso in Francia. Finché un giorno Adrien, un misterioso ragazzo francese, porta dei fiori alla tomba e la sua presenza susciterà delle reazioni imprevedibili in un ambiente segnato dalla sconfitta tedesca innescando una storia imprevista.

-pardo-4-NEG-CopiaLOCARNO FILM FESTIVAL Su il sipario sulla 69esima edizione del festival di Locarno in piazza grande dal 3 al 13 agosto, con una edizione che il direttore artistico Carlo Chatrian ha voluto dedicare  a due grandi autori Abbas Kiarostami e Michael Cimino, entrambi «amici del Festival» e recentemente scomparsi. L’edizione  2016 della rassegna punta «a rinnovare la tradizione di una manifestazione votata alla scoperte cinematografiche». A partire dal film d’apertura, The Girl with All the Gifts del regista scozzese Colm McCarthy che ci porta in un futuro distopico che tuttavia mantiene solidi legami con temi d’attualità. Mentre il film di chiusura Mohenjo Daro di Ashutosh Gowariker promette un epico gran fonale con musiche e danze, com’è nella migliore tradizione cinematografica indiana. La storica rassegna cinematografica svizzera quest’ann festeggia Stefania Sandrelli e ai suoi 55 anni di carriera, avendo debuttato a soli 15 anni in Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi per poi intraprendere una ininterrotta carriera che l’ha portata a recitare al fianco di Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman, ma anche Robert De Niro e Gérard Depardieu e Jean-Louis Trintignant. Versatile e brillante Sandrelli riceverà il 5 agosto il Leopard Club Award 2016 in piazza Grande. «Stefania Sandrelli è una di quelle attrici che meglio hanno accompagnato la grande novità portata dal cinema a partire dagli anni Sessanta – spiega il direttore Carlo Chatrian-. Capace di giocare tra innocenza a malizia, non solo ha dato vita a personaggi indimenticabili, ma ha incarnato un modello di donna che senza rompere con il passato è perfettamente in grado di raccogliere le sfide della modernità. È tra le poche interpreti ad aver saputo cogliere nel segno sia quando andava a toccare le corde dell’immaginario popolare sia quando si è confrontata con l’universo rigoroso di autori come Bertolucci, Scola o de Oliveira».Come accennavamo, merito speciale di Locarno è l’essere sempre andato alla scoperta di cinematografie poco esplorate nei festival mainstream, avendo un occhio attento alla qualità del cinema d’autore da tutto il mondo. Ai film di cui sicuramente risentiremo parlare  in futuro è  dedicata la sezione Signs of Life che «presenta lo spartito del cinema che verrà. Otto prime mondiali sparpagliate e raccolte tra Siria, US, Serbia, Israele, Brasile, Paesi Bassi e Polonia, trainate dal sapere di un maestro come Júlio Bressane e dall’imprevedibilità di Fiona Tan. Tutte marchiate da una promessa: i confini della sperimentazione non finiscono mai. E poi ecco gli Open Doors Screenings 2016, piattaforma per i talenti del cinema contemporaneo del Bangladesh, Bhutan, Myanmar e Nepal. Nella sezion Open Doors anche una prima mondiale: si tratta di Hema Hema: Sing Me a Song While I Wait , quarto lungometraggio di Khyentse Norbu che sarà presentato a Locarno dal produttore britannico Jeremy Thomas (premio Oscar nel 1988 per L’ultimo imperatore) e dal giovane produttore butanese Pawo Choyning Dorji. Tra i protagonisti degli Open Doors Screenings anche  Mostofa Sarwar Farooki (pluripremiato regista bengalese), Midi Z e The Maw Naing (due fra le più ispirate giovani voci del Myanmar, il nepalese Min Bahadur Bham (al suo primo lungometraggio The Black Hen),  il nepalese Deepak Rauniyar  e altri giovani talenti dell’Asia meridionale. Ecco tutte le novità di Locarno sezione per sezione.

toronto-film-festival-placeholderTORONTO FILM FESTIVAL  Insieme a Cannes, a Locarno e Venezia, quella canadese è una delle rassegna cinematografiche più prestigiose e seguite.  Ques’anno si svolgerà dall’8 al 18 settembre. Ad inaugurare la kermesse sarà il film di Antoine Fuqua I magnifici sette, remake di un western anni Sessanta con attori come Denzel Washington e Ethan Hawke fra i protagonisti, insieme  Byung-hun Lee e Peter Sarsgaard. Atteso  il film di Oliver Stone biopic su Edward Snowden  e poi The Tennessee Kids, Jonathan Demme, Queen of Katwe della regista indiana Mira Nair, Frantz di François Ozon e da non perdere il film sul poeta Neruda di un regista originale e coraggioso come Pablo Larraín, già autore di Qui il programma completo di Toronto

Carceri italiane sempre più affollate. Ci sono anche 43 bambini

Aumenta il numero di detenuti all’interno delle carceri italiane: in un anno sono cresciuti di 1318 unità. Circa 20mila di questi potrebbero accedere a pene alternative, e crescono quelli in custodia cautelare, ancora in attesa di giudizio. Non siamo ai livelli critici del 2010, in cui si registrò un record di detenuti all’interno delle carceri, ma bilancio sullo status degli istituti di pena che emerge dall’ultimo rapporto di Antigone non è rassicurante.
La situazione era migliorata dopo la famosa sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del gennaio del 2013, in cui il nostro Paese venne condannato per la situazione critica di sovraffollamento delle carceri italiane. L’Italia, affrontò il problema, e, grazie alla collaborazione con la Corte di Strasburgo, riuscì a far diminuire i numeri dei carcerati e a migliorare le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari – grazie sopratutto al decreto «svuota carceri». Ma secondo Antigone la situazione sta progressivamente tornando ai livelli del 2010. Per una serie di motivi.

Aumentano le misure di custodia cautelare. Per Antigone l’aumento di persone nelle carceri è dovuto soprattutto all’intensificarsi delle misure di custodia cautelare previste dal nostro ordinamento penale: erano 17830 i detenuti in custodia cautelare nel giugno del 2015 contro i 18908 del 2016: l’aumento dei «presunti innocenti» è di 1078 persone in più su un totale di 1318 complessive. Un numero significativo.

Il numero delle persone in pena alternativa cresce, ma cresce troppo poco: nel 2010 il numero di costoro cresceva in proporzione a coloro che erano detenuti. Questo avvenne soprattutto per il decreto «svuotacarceri» del 2010, che permetteva di passare l’ultimo anno di pena ai domiciliari anziché in carcere – il periodo fu poi esteso a un anno e mezzo. Sono in totale più di 28mila le persone che «godono» di misure penali alternative alla galera, ma, secondo Antigone, altre 20mila persone potrebbero scontare una pena diversa dal carcere, in tutto il 56,2% dei condannati in via definitiva.

Crescono gli stranieri: erano 17207 nel 2015, sono 18166 nel 2016. I detenuti di origine straniera sono cresciuti il triplo dell’ultimo anno rispetto a quelli italiani: l’aumento è di , rispettivamente, 959 unità contro 359. é comunque bassa la percentuale degli stranieri tra gli ergastolani: sono solo 98 su un totale di 1673 persone.

Sono 21 i suicidi nei primi sei mesi del 2016. In tutto il 2015 se ne sono registrati 43.

Aumentano i detenuti per la violazione della legge sulle droghe. Nonostante la Consulta abbia dichiarato anticostituzionale la Fini-Giovanardi e depenalizzato il possesso di droghe, c’è stato un aumento di 629 persone detenute per violazione della stessa. Al giugno 2016 in detenzione per possesso di stupefacenti vi sono 18941. Antigone ritiene che, se passasse la legge sulla legalizzazione dell’intergruppo parlamentare guidato da Benedetto della Vedova, molte persone sarebbero scarcerate.

In carcere anche 43 bambini sotto i tre anni. Non hanno commesso alcun reato, sono lì con le loro mamme. Sono 39 le madri detenute nelle carceri italiane con figli a carico sotto i 3 anni.

Oltre il 50% dei detenuti fa uso di psicofarmaci perché soggetto a problemi psichiatrici. Secondo Antigone il sorgere di patologie mentali è dovuto alle condizioni materiali in cui vivono i contenuti, tra cui la pessima condizione delle celle, che non rispettano i minimi previsti dalla legge – si pensi che nel carcere di Verona Montorio non vi sono nemmeno i bagni. È poi carente il numero di operatori sanitari, come psichiatri e psicologi, per via dei costi, e le terapie farmacologiche vengono perché più facilmente gestibili – anche se, potenzialmente, molto più dannose. Inoltre c’è un uso intensivo dei “reparti psichiatrici”, aree nelle carceri in cui ospitare i detenuti affetti da tali patologie. L’uso di tali reparti è, sempre secondo Antigone, “indebito” e funzionerebbe da contenimento per detenuti problematici ma senza patologie diagnosticate.

Papamarxista. Caffè del 28 luglio 2016

Come proteggerci? Lupi solitari o soldati dell’Isis, animati da “furore rabbioso”, come pare lo chiamino in Germania, senza altri attributi ideologici, o preda di “follia islamica”? Come che sia, costoro sparano al supermercato, ammazzano vecchi e bambini sul lungo mare di Nizza, sgozzano in chiesa. Dove e quali sono le falle nella rete che dovrebbe proteggere i nostri diritti e le nostre libertà? Adel Kermishe aveva tentato per due volte di andare in Siria. Non ci si va per prendere il sole, ma per ammazzare e prepararsi a morire da kamikaze. Alla fine è stato arrestato, carcere preventivo, perché un’intenzione non è ancora reato. Il suo profilo è apparso quello di un giovane senza identità, déraciné dicono i francesi, con disagi mentali e pulsioni suicide. Allo scadere dei termini di carcerazione preventiva e davanti alla sua promessa di mettere la testa a partito e di lavorare cioè come aiuto psicologo per dare una mano a gente come lui, era stato mandato a casa ma con un braccialetto al polso che gli consentiva 4 ore di libertà, dalle 8 alle 12. In quelle 4 ore ha sgozzato padre Jacques. Pare che in carcere gli fosse stata trovata una sim che usava per tenere rapporti con gaglioffi suoi pari. Circostanza sottovalutata. Di certo si teneva in contatto con Abdel Malek, un coetaneo che viveva in Savoia, 600 chilometri più a sud. Costui era stato “attenzionato” da un servizio segreto straniero che, stavolta, aveva informato i francesi. Una foto segnaletica con su scritto: “quest’uomo vuole colpire in Francia”. Lo cercavano da due settimane. Abdel aveva detto alla madre “vado a trovare dei cugini a Nancy” e invece era corso a Saint Etienne du Rouvary, in alta Normandia. Aveva dormito a casa di Adel Kermishe, insieme avevano recitato e ripreso (con la telecamera di un telefonino) la professione del martire e se ne erano andati a fare un martire vero, padre Jacques. Da quel che sappiamo si evidenziano tre falle. Dei terroristi sospetti -in Francia li marcano con una S- vanno studiate, in primo luogo, le comunicazioni: uso del telefono, dei social network, ricerche in rete. Si può fare? Si fa: chiunque voglia vendervi qualunque cosa sa molto delle vostre consuetudini in rete. Ma si fa per vendere merci, non per difendere libertà e diritti. La seconda falla riguarda la collaborazione, carente, tra polizie e servizi segreti. La terza – che è la più difficile da riparare- sta nell’assenza di controllo sociale, controllo che scema quanto più la società è “liquida”. Di Adel, di Abdel, di Ali Sonboly -quello di Monaco- qualcuno sicuramente si era accorto, aveva capito o sospettato. Ma ha pensato che non fosse affar suo intervenire: “a me che importa?”.
È guerra ma non di religione. Parole dette da Bergoglio e riprese, nel titolo, da Repubblica. È un fatto che la lunga pace -70 anni, dal 1945 al 2015- sia ormai finita. O meglio, è un fatto che le guerre regionali (in Afganistan, poi nei Balcani, infine in Iraq), guerre che l’imperialismo pensava di controllare, siano ormai fuori controllo. Lo testimoniamo la guerra saudita (e di Al Qaeda) nello Yemen, i massacri quotidiani in Siria e in Iraq, che nessuno riesce a chiudere perché ognuno cerca di lucrare posizioni e opportunità per il dopo, e le scorrerie mortifere in Somalia, nel Sahara, nell’Africa sub sahariana. Sono guerre in cui si scambiano armi con petrolio, guerre per il controllo dell’acqua, conflitti che attuano la pulizia etnica per gettare le basi di stati più “omogenei”, guerre per l’egemonia sul medio oriente. Inoltre è in crisi il sistema di alleanze militari con cui l’Occidente ha dominato il medio oriente: lo dimostrano il ruolo che ha potuto svolgere Putin in Siria, e ancora di più la follia ondivaga e il colpo di stato di Erdogan in Turchia, nel paese, cioè, che muove il secondo esercito della Nato. Da tempo Bergoglio parla di “terza guerra mondiale a pezzi” e denuncia “interessi, commercio delle armi, controllo delle risorse”. Un gesuita che scimmiotta Marx -scrivono Libero e il Giornale-, quando critica l’imperialismo e vuole rompere il cordone tra chiesa cattolica e potere occidentale. C’è anche questo: Bergoglio sa che la chiesa di Costantino non può, oggi, che veder diminuire le vocazioni e il numero dei fedeli. Ma il Papa sa pure che persino le guerre di Maometto (e poi il massacro del suo “successore” Ali e l’inizio dello scisma tra sunniti e sciiti) furono guerre per il potere. Tanto più lo sono quelle di oggi. Ricorda come Bin Laden volesse riscattare i correligionari e connazionali sauditi dal giogo americano e che l’attentato alle Twin Towers serviva per dimostrare la praticabilità del suo progetto e per punire la monarchia saudita, colpendola negli interessi, mondializzati e prima di tutto americani. Bergoglio sa che Daesh vive del controllo di una parte della Siria e dell’Iraq. Se lo perdesse, scemerebbe il suo appeal ideologico e, col tempo, diminuirebbero anche gli attentati. Sa infine come il miglior regalo che si possa fare ai tagliagole wahhabiti e salafiti è di accusare l’Islam in quanto tale. Questo sì, li aiuterebbe a vincere le loro guerre e a moltiplicare le vocazioni al martirio.
Passo falso (?) di Trump sui russi. Il titolo è del Corriere, il punto interrogativo è mio. Per togliere la scena alla Convention di Philadelphia, il miliardario candidato si è rivolto al caro nemico Putin e gli ha chiesto di trovare e svelare al più presto il testo delle mail che Hillary ha spostato dagli account del ministero degli esteri e quelli suoi personali. Donald ha solo giocato di sponda: erano stati alcuni idioti clintoniani a evocare una manina russa dietro la pubblicazione (firmata wikileaks) delle loro trame per screditare Sanders e far vincere Hillary. Tuttavia questo appello diretto a un russo da parte di un candidato alla Casa Bianca non s’era mai visto prima. Non credo che sia un passo falso. L’americano medio non teme più che “ultracorpi” sovietici invadano il Midwest e ritiene che i pericoli per l’American Lifestyle vengano piuttosto dalle trame e dalle alleanze che le élite di Washington hanno imposto al paese. Obama ha cercato di chiudere, in modo ordinato e con onore, l’epoca del super imperialismo a stelle e strisce, ora Trump vuole andare oltre: facciamoci i fatti nostri, usiamo semmai la forza militare a tutela dei nostri interessi immediati. Punto. Trump a Washington, Erdogan che stringe con Putin un patto del mar nero, i russi in Siria, il canale della Manica più profondo. Viviamo già in un altro mondo. Hillary, Angela, François lo capiscono?
Il governo non c’è più. Il Fatto racconta così quello che l’amorevole Maria Teresa Meli aveva chiamato “strategia del sommergibile”, cioè l’immersione nel balbettio e nell’irrilevanza dell’ex fenomeno Renzi. Vi sembro ingiusto? “In questo lungo e caldo mese -scriveva Renzi a fine luglio del 2015- siamo stati impegnati su più fronti. Le due parole d’ordine sono sempre le stesse: riforme e crescita”. Spavaldo, aveva appena umiliato il Senato, imponendo la “riforma” della scuola. Saldo nei suoi stivali annunciava la ripresa economica. Un anno prima, nel luglio del 2014, Matteo usciva fresco, fresco dal 41% alle europee e stava per imporre al Senato, a colpi di canguro e in pieno agosto, la “riforma” di ben 47 articoli della costituzione. “Ora nessuno fermerà il cambiamento”, diceva trionfante. E oggi, dopo appena due anni? Napolitano (sic) scopre che il nostro sistema politico è tripolare -lo è da tre anni- e che l’italicum non va bene. Di referendum non si parla, se non facendo il verso al Fellini- Veltroni: non votate No, non interrompete (per favore) un’emozione (quella che provano i ministri entrando in auto blu a Palazzo Chigi. Sulla ripresa scende il silenzio. Dov’è la grinta, dove la mascella volitiva e l’entusiasmo dei clientes? Sic transit gloria mundi.

Bergoglio assolve tutte le religioni per salvare la sua

Da ieri mi chiedevo come avrebbero difeso le religioni, quelle importanti, quelle che hanno fatto la Storia per davvero, dai segni del tempo. Perché il tempo le ha segnate le religioni, le ha smascherate, e oggi ne mostra ancora le tragiche atrocità. Guardavo una delle tante trasmissioni televisive mattutine, il titolo era “L’ira della religione”, e cercavo di seguire il pensiero degli ospiti. Di vedere se aveva un inizio, uno svolgimento e una fine. E mi chiedevo come le avrebbero difese le loro religioni, il cristiano e il musulmano. A confronto entrambi. Ma niente, nessuna linea, nessuna coerenza, solo paura del tempo e dei segni. Il sotterfugio, la scappatoia è quella del dialogo interreligioso ma è poco durevole, perché poi la mano scappa sempre, e la religione dell’uno è sempre meglio di quella dell’altro. Eccolo il tempo e i suoi segni.

Poi questa mattina Bergoglio. Non ho nulla contro questo papa, che per me è un papa. Ne ho studiati tanti tantissimi, alcuni buoni altri cattivi. Di solito si alternano nei secoli, linea dura e linea morbida. Funziona. Questo è buono, è bravo. Nel senso che è un papa abile. Ha risposto alla mia domanda, perfettamente. Come difendo le religioni dai segni inesorabili del tempo? Le società si laicizzano, le fedi perdono pezzi, i riti appaiono ridicoli, il sapere su identità di appartenenza e religiosa corre veloce, il rischio di una liberazione da tutte le religioni per assurdo è pressante. E a ricordarci inesorabilmente il “frutto proibito delle religioni” ci si mette pure l’Isis con quella violenza assurda che ci riporta ai secoli dell’Alto Medioevo. Diamine che guaio.

E così come scappiamo? Come le salviamo queste strane ideologie che dicono che c’è un solo Dio, ma poi ognuno ha il suo, e che nel nome di quel Dio che non si vede ma è come scrive oggi Bagnasco, “vero ideale”, bisogna riempire il “proprio vuoto spirituale”?  Perché se il punto di partenza è questo: il vuoto di tutti, il vero ideale e il fanatismo, il punto di partenza è sempre lo stesso e Bergoglio deve disperatamente cercare di tenere botta.

L’eroe dei nostri giornali e dei nostri commentatori – anche oggi guardavo in silenzio la mia trasmissione mattutina – papa Bergoglio, ha risposto alla mia domanda. Come scappiamo? Come freghiamo il tempo che morde? «Siamo in guerra, guerra vera. Non di religione, no. Tutte le religioni vogliono la pace, la guerra la vogliono gli altri».

Capito? La guerra la vogliono e la fanno gli altri, le religioni non c’entrano niente. Non hanno responsabilità. Vogliono la pace tutte (a questo punto anche a uno storico di mediocri vedute si attorcina lo stomaco). La guerra la fanno gli uomini brutti e cattivi. E i commentatori gioiscono: non fa il gioco dell’Isis, non è una guerra di religione, bravo il papa a dire che le religioni non c’entrano nulla, se non ci fosse lui…. Fatto, religioni salve per oggi. Poi vediamo domani.

Strategia: per salvare la religione, la propria, occorre salvarle tutte perché smascherata una, smascherate tutte. I segni del tempo sono implacabili. E Bergoglio lo sa. E mentre lui sfonda, Bagnasco ricostruisce uguale nei secoli dei secoli: «Non si può dialogare solo in termini economici, politici, finanziari… Occorre un’Europa più umanistica, più cristiana… Proprio in una visione antropologica il cristianesimo riassume il meglio dell’esperienza umana universale». Sempre il meglio ovviamente.
Eppure il tempo corre, e i suoi segni sono inesorabili. Quel presunto “vuoto spirituale” da riempire con qualche Dio trasparente sembra sempre più ridicolo. E le religioni? Un problema. Sembrano sempre più un problema. Serio.

I dati allarmanti di un’altra crisi migrante: quella del Centro America

Tra il Centro America e il Messico corrono 1,149 km di confine che dividono l’oceano Pacifico dal mare dei Caraibi. Lungo quella lingua di terra, che ospita alcuni dei territori più poveri della regione, ogni anno si spostano circa 400.000 immigrati irregolari. Per scappare dalla violenza dei Maras – le bande criminali che controllano il triangolo centroamericano formato da Guatemala, El Salvador e Honduras – e dalla povertà endemica che fiacca l’economica della regione, centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini sono costretti ad affidarsi ai trafficanti. Per entrare, poi, in Chiapas, nel sud del Messico dove la popolazione sopravvive con appena due dollari e mezzo al giorno.

Il corridoio che collega l’America Latina agli Stati Uniti, e che passa attraverso il Messico, rappresenta uno dei passaggi migratori tra i più battuti al mondo. Sono circa 1 milione e mezzo i sudamericani ad aver ormai abbandonato il triangolo del NTCA (Guatemala, El Salvador e Honduras), 12 milioni i messicani che vivono fuori dal proprio paese. Negli ultimi anni, secondo i dati raccolti nel rapporto pubblicato dall’International Crisis Group, organizzazione transnazionale che svolge attività di ricerca in campo di conflitti e violenze internazionali, l’emigrazione dal Messico ha subito un’inflessione mentre è aumentata l’immigrazione clandestina. Le ragioni sono molteplici, ma pesano soprattutto le deportazioni di massa verso il Messico operate dagli Stati Uniti che hanno fatto del paese di Zapata un territorio di transito e ora di stallo, dove gli immigrati attendono il ricongiungimento con i familiari già fuggiti altrove o l’approvazione della propria richiesta di asilo.

La lenta burocrazia e una legislazione insufficiente a provvedere alle richieste, ingolfano il sistema facendo crescere la paura e arricchendo le tasche delle bande criminali che provano a garantire la gestione del fenomeno migratorio. L’inasprimento delle misure di controllo potenziate dall’amministrazione Obama a seguito della crisi umanitaria scoppiata nel 2014, ha indebolito le garanzie di un accesso sicuro nei paesi destinatari di migrazione, senza però frenare il fenomeno. Le domande di asilo arrivate in Messico sono raddoppiate e così le approvazioni, ma non basta. I migranti sono troppi, continuano ad aumentare e molti di loro vengono respinti. Soltanto lo scorso anno, scrive il Guardian, il Messico ha deportato 165,000 centroamericani, mentre gli Stati Uniti ne hanno espulsi 75,000.

A chi cerca di sfuggire dalla regione più violenta del Pianeta – El Salvador, Honduras e Guatemala sono tre dei cinque paesi più pericolosi al mondo -, non resta che affidarsi alla clandestinità. Oltre ad essere estremamente rischiosa, l’immigrazione clandestina è per i sudamericani  (o forse sarebbe meglio dire, con una triste e facile generalizzazione, per i migranti di tutto il mondo) estremamente costosa. Per garantire il passaggio di confine, le gang di criminali che gestiscono il traffico insieme ad un nugolo di ufficiali di polizia corrotti, chiedono alla popolazione migrante cifre esorbitanti, ma necessarie per evitare estorsioni ulteriori, la detenzione nelle carceri o il rapimento. La protezione e l’incolumità si pagano a caro prezzo e così la speranza di un approdo sicuro. I migranti diventano quindi preda facile di trafficanti e contrabbandieri di ogni tipo. Intraprendono strade poco battute, pericolose e per chi viene catturato o deportato, il rischio è quello di entrare in un incubo molto peggiore di quello lasciato partendo. I più a rischio sono, inevitabilmente, le donne e i minori non accompagnati.

Considerata come la crisi migrante più grave dall’inizio degli anni Ottanta, il massiccio fenomeno che sta interessando il centro-sud del continente americano è causato da un’escalation di violenze e corruzione che ha reso pericoloso, quando non impossibile, il vivere quotidiano. Soprattutto ad alcune delle categorie sociali più fragili. In un lungo articolo pubblicato sul proprio sito, l’Unhcr raccoglie la testimonianza di una delle tante voci spezzate del Centro America: agente di polizia di una delle unità che si occupa della protezione dei testimoni di omicidi e rapimenti, Carolina (nome di fantasia), è stata costretta, sotto le minacce delle gang criminali locali, ad abbandonare El Salvador alla volta del Messico. Il viaggio, impervio e pericoloso, è costato a Carolina e suo figlio, oltre 2000 dollari americani consegnati nelle mani dei trafficanti e l’arrivo in Messico in un centro di detenzione per richiedenti asilo dove la sua richiesta di asilo è stata esaminata.

Le violenze e il racket guidano il fenomeno migratorio, mentre urge la reazione dei governi. La Costa Rica ha annunciato di voler offrire protezione temporanea a 200 tra quei rifugiati centroamericani in attesa di ricevere asilo negli Stati Uniti. La notizia arriva a margine del riconoscimento ufficiale da parte dell’amministrazione Obama della presenza, tra i migranti, di rifugiati. Una differenziazione scivolosa, su cui si è già trovata a cadere l’Europa nella gestione della crisi del Mediterraneo. Il governo statunitense ha poi annunciato di voler potenziare quegli strumenti che possano permettere, soprattutto ai minori, un più facile ricongiungimento con i genitori già residenti sul suolo americano.

Ma non basta. I governi locali devono garantire a coloro che lasciano il proprio paese l’opportunità di ricevere asilo e di un procedimento burocratico d’approvazione delle richieste che sia rapido ed efficiente. Oltre a ciò, è necessario provvedere all’introduzione di politiche che possano rafforzare la sicurezza economica e sociale nella regione. A lanciare questo duro monito è l’ICG che si rivolge direttamente ai governi di El Salvador, Honduras, Guatemala e Messico affinché mettano fine a quelle deportazioni forzate, ai quei rapimenti, minacce ed omicidi che sembrano essere ormai diventati fenomeni cronici a un’insicurezza sociale profonda.

Obama infiamma la convention democratica, ecco il video

President Obama gives his acceptance speech at the  Democratic National Convention in Charlotte, N.C., on Thursday

Dopo l’appassionato discorso di Michelle ora è la volta del presidente Barack Obama, che infiamma la convention democratica a Filadelfia chiedendo agli elettori di non disruggere il lavoro fatto fin qui, di continuare la sua eredità votando per Hillary Clinton alle alezioni di novembre. Obama ha sostenuto con calore la Clinton parlando di lei come la persona più qualificata nella corsa per la Casa Bianca. In un lungo intervento, alla «visione pessimistica» emersa dalla convention repubblicana, ha contrapposto un nuovo «ottimismo per il futuro dell’America». «Abbiamo superato la peggiore recessione degli ultimi 80 anni», ha detto Obama, «abbiamo fatto sì che la copertura sanitaria non sia un privilegio per pochi, ma un diritto di tutti», «abbiamo riportato le truppe a casa». E poi ha attaccato frontalmente il demagogo repubblicano Donald Trump che, dice l’attuale presidente Usa, «sa offrire solo slogan e paura». Il tycoon via twitter non ha perso occasione per attaccare la visione obamiana che, a suo dire, sarebbe una rappresentazione ottimistica degli Stati Uniti, che non considera «i milioni di persone meravigliose che vivono in condizioni di povertà, violenza e disperazione”. (Ipse dixit l’uomo che si fece da solo e in modo assai spregiudicato).

In una atmosfera di festa (ma alcuni sostenitori di Sanders giravano con il nastro adesivo sulla bocca per dire di essere stati silenziati) Obama ha ripercorso le tappe della sua presidenza, ricordandone i punti più alti, i successi, sottolineando con forza e orgoglio di essere pronto a «passare il testimone» per darlo a chi può portare avanti quella speranza, (hope), e quel cambiamento, (change), che sono state le parole chieve della sua vittoria nel 2008.

Poi l’abbraccio con Hillary Clinton, salita a sorpresa sul palco. L’America è «più forte» di quando «abbiamo iniziato», ha detto Obama «Vi chiedo di fare per Hillary quello che avete fatto per me otto anni fa», «per dire no al cinismo e respingere la paura».

Guarda il video originale del discorso di Obama