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Matteo è tornato Renzi.Caffè del 31 luglio 2016

La colpa è sempre di altri, di quelli di prima. “Da tre anni – dice Renzi a Repubblica- conviviamo con il rischio di manovre correttive, ma posso dire con certezza che non ce ne sarà una per il 2016. Purtroppo ci troviamo a fronteggiare questo meccanismo atroce delle clausole di salvaguardia perché i governi Letta e Monti hanno disseminato di trappole le vecchie finanziarie, ma seguiremo la linea già tenuta fin qui scongiurando un salasso da 15 miliardi, dunque l’Iva non aumenterà. E le tasse continueranno a scendere, perché andremo avanti sul taglio dell’Ires”. Elettore, stai sereno: gli ufficiali esattori erano Monti e Letta, con Renzi e fino al referendum, niente manovra correttiva. Nel 2017, chissà.

“Dal 2015 abbiamo cambiato verso e invertito la rotta. Il segno del pil è tornato positivo, il Jobs Act ha portato 599mila posti di lavoro in più e la massa dei crediti deteriorati finalmente cala. Ecco perché insisto su investimenti, crescita e flessibiità contro la cultura dell’austerity”. Veramente i dati non dicono questo: la crescita dello zero virgola, la più bassa tra i paesi del G8, segnala che la malattia dell’Italia permane, che l’occupazione non è cresciuta in modo apprezzabile, e dove è cresciuta, ha offerto lavori stagionali o pagati con i voucher. Nè si vedono i frutti della fine dell’austerità: basta chiedere a un giovane che cerca lavoro, a un artigiano che rischia di fallire, a un dipendente cui non rinnovano il contratto.
Il Monte dei Paschi di Siena? La medicina imposta dall’Europa? Chiedete a Monti, a Letta e…a D’Alema: “Quando gli altri Paesi come Gran Bretagna, Germania e Spagna hanno salvato le banche, non c’erano vincoli Ue. Li hanno messi nel 2013. E sono stati i governi che ci hanno preceduto a scartare l’ipotesi di una bad bank italiana. Per me è stato un errore…A me interessa proteggere il correntista e il risparmiatore. Devono sapere che in Italia c’è un governo che si occupa di loro, non delle poltrone dei consigli di amministrazione delle banche come accaduto troppo spesso in passato”. Veramente sotto tiro sono azionisti e detentori di obbligazioni, non generici “risparmiatori”. Pagheranno di tasca loro loro come chiede l’Europa? Renzi dice chi sarebbe colpa se dovessero pagare: degli intrallazzono di sinistra da lui rottamati. “Qualcuno faceva campagna elettorale per il rinnovo dei cda attraverso la concessione di credito. Su Mps, non prendiamoci in giro: le responsabilità di una parte politica della sinistra, romana e senese, sono enormi”. E Banca Etruria? “Noi siamo stati di una severità esemplare arrivando al commissariamento e alle doppie sanzioni. Ma chi conosce Arezzo sa che le cause di quella vicenda hanno le radici in un passato lontano e sono ben diverse da come sono state raccontate”. Boschi e Renzi, innocenti e calunniati.

“Io non ho messo il naso in nessuna nomina Rai”. – lo diceva sempre Silvio Berlusconi. Oh no scusate, questa volta a dirlo è Matteo Renzi- . “Abbiamo scelto come Governo un manager qualificato come Campo dall’Orto, adesso tocca a lui e alla sua squadra. Il paradosso è che noi non mettiamo bocca nelle scelte e siamo giudicati responsabili per tutto ciò che accade. Buffo, no?”. Buffo se fosse vero. Ma chi ha voluto – con la riforma imposta- che tutto il potere di nomina e di gestione della Rai fosse consegnato al governo? Chi ha chiesto che Giannini fosse allontanato ed è stato allontanato? Chi ha detto che il Tg3 “mostrava di non aver capito chi avesse vinto il congresso” (del Pd) e ora vuole “avvicendare” il direttore? Chi?

La più grossa sul referendum istituzionale. Dice testualmente Renzi: “Personalizzare questo referendum contro di me è il desiderio delle opposizioni. Non il mio. Per questo ho già detto che il mio contributo sarà molto chiaro: parlare solo e soltanto di contenuti, tenendomi alla larga rigorosamente da tutti i temi del dopo”. Dunque annunciare che il governo andrà a casa un minuto dopo la vittoria dei No. Lasciando il paese con la finanziaria non ancora approvata, con la quasi certezza che troni lo spread. Dunque minacciare deputati e senatori di perdere il posto e l’indennità, perché dopo Renzi e Boschi le elezioni sarebbero inevitabili. , E annunciare la convocazione d’urgenza del congresso Pd, come ulteriore arma di ricatto alla minoranza. No, tutto questo non è “parlare del dopo”, non è mica “personalizzare il referendum”. Oppure tutte queste cose ce le siamo sognate: siamo noi i mitomani (persone portate alla fabulazione, a dare realtà alle creazioni della loro immaginazione, spesso vivendo in una realtà fittizia e cercando di imporre anche ad altri, come vere, situazioni puramente inventate) , non il giovanotto di Rignano che si è preso Palazzo Chigi.

No comment, a voi l’ardua sentenza. Aggiungo solo, a mia discolpa, di aver avvertito per tempo il Pd, Renzi stesso, il Parlamento tutto, nonché voi lettori che vi ostinate a seguirmi. Quest’uomo sa fare – piuttosto bene- poche cose importanti: sa individuare la linea di minore resistenza, sa valutare le forze in campo, sa stringere le alleanze contingenti, quelle che al momento più gli convengono, per poi spianare e asfaltare gli avversari. Sa rivendicare per sé tutti i meriti e occupare il centro della scena. In verità egli è un genio della politica intesa come pura tattica. Quando fa questo, ci stupisce. Come l’idiot savant -stavolta lo dico in francese- che va alla lavagna e sorprende fino alle lacrime chi lo conosce e gli vuole bene, perché risolve tutto d’un fiato un’equazione che a noi normodotati sembrava impossibile. Purtroppo, quando non è alla lavagna, fuori dal gioco contingente della tattica politica, Matteo Renzi mostra di non avere né idee forti né convinzioni profonde: legge poco, ascolta di malavoglia, rimuove i problemi per i quali non trova una soluzione immediata. Batte in ritirata, fugge ma ha coscienza di questo suo limite e se ne vergogna. Perciò mon sopporta i “professoroni”: perché gli ricordano quello che non sa. Detesta i giornalisti che non apprezzano la geometrica bellezza della sua narrazione. Odia i politici di lungo corso, perché vede in loro quei limiti che sono i suoi limiti. Si trova spesso a disagio nel rapporto diretto. Costretto (dal personaggio che si è cucito) a recitare il ruolo del maschio alpha, si confronta con altri maschi solo in pubblico, dove pensa di prevalere. Oppure ama portarli al guinzaglio: esecutori, consiglieri silenti, clientes. Naturalmente uno così subisce sempre l’influenza di una che sia donna giovane, volitiva e intelligente. -Serve ripetere che non parlo di sesso se non in una accezione solo culturale e sublimata?- Fuori dalla politica come gioco, Matteo soffre per essere Renzi. Così, appena può, recupera la fiducia in se stesso tornando a fare quello che meglio sa fare. Spiana, asfalta, cambia le carte, si prende i meriti e mai le colpe.

Hanno trovato i cattivi: tutti russi!

FILE - In this July 6, 2015 file photo Russian doping whistleblower Yuliya Stepanova who ran under a neutral flag leaves the track after suffering an injury in a women's 800m heat during the European Athletics Championships in Amsterdam, the Netherlands. The IOC said Sunday, July 24, 2016 800-meter Yulia Stepanova, who along with her husband provided evidence of widespread doping in Russian track and field, could not race in Rio because she once served a doping ban. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert, file)

Sono sempre russi i cattivi del film. Adesso anche delle Olimpiadi. Sulla lavagna della Wada, la World antidoping agency, gli atleti brutti, sporchi e cattivi sono scritti a sinistra e a Est. I buoni, belli e puliti sono a Ovest. Mosca, tu non giochi: la squadra d’atletica leggera di Putin resterà a casa. Solo l’atleta Darya Klishina, russa residente negli Stati Uniti, ringrazia il comitato per il diritto concessole di partecipare. «Nazista e traditrice» è l’appellativo con cui la bersagliano sui social in cirillico. In qualche interstizio nascosto della mentalità russa questa è solo l’ultima stoccata, l’ennesima falsata cronaca dell’Ovest in un eterno giorno della marmotta antirusso e slavofobo. Dalla palla di calcio dei mondiali 2018 che si terranno nella Federazione, alla palla delle ginnaste che vedranno le gare da casa, fino a quella del mappamondo che gira: lo scandalo dei campioni di Putin potrebbe avere più ripercussioni belliche che sportive. Questa in Russia è una notizia politica. Lo sa bene il ministro dello Sport Mutko che urla chiedendo ancora giustizia.

Il rapporto denuncia è firmato da un signore che si chiama come un’auto e come l’auto ha viaggiato veloce da un desk all’altro degli organizzatori dei giochi e delle redazioni dei giornali. La prima a pubblicarlo è stata quella del New York Times. La firma in calce dell’IP, Independent person, delle Sochi investigation è di Richard H. McLaren: 97 pagine di un dossier messo insieme in 57 giorni che svela come i test degli atleti diventassero da più meno, da positivi a negativi per risultare puliti. Al microscopio ci sono prove ed evidenze. Erano compiacenti allenatori, tecnici e organizzatori, mentre i servizi segreti russi esercitavano la loro arte di alterare e facevano sparire prove e provette.

Quel buco nel sistema
Tutto avveniva attraverso un mouse hole, un buco piccolo dove passerebbe solo un topo e invece passavano campioni d’urina congelati mesi prima e scongelati all’occorrenza. Evgenij Blokhin era l’agente dei servizi che se ne occupava dal laboratorio parallelo e segreto accanto a quello ufficiale e visibile di Sochi. La disappearing positive methodology consisteva nel cambiare campioni d’urina pulita degli stessi atleti, quindi stesso Dna, con quelli sporchi del post doping che andavano distrutti per non lasciare traccia. Se il peso non coincideva, bastava del sale da cucina. Tutto si svolgeva solo di notte. Questo si chiama metodo del “positivo scomparso”. Non ne rimane traccia nelle provette svizzere marca Berlinger. Pare che sia stato così che in questi anni la Russia, undicesima nel medagliere dei giochi invernali di Vancuver 2010, è diventata regina nei mondiali d’atletica leggera proprio a Mosca con 7 ori e 17 medaglie nel 2013. Ori che ora brillano solo di scandali, anabolizzanti e steroidi.

Mentre uno dei cinque cerchi olimpici si sta chiudendo come una manetta che scatta intorno ai polsi dei ginnasti da leggenda, la zarina dorata di medaglie da primato Elena Isinbaeva ha detto che «senza Russia è il funerale dell’atletica leggera».

La vicenda del doping russo continua su Left in edicola dal 30 luglio

 

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Promessa di hacker: vigileremo sulle elezioni

A photograph of Democratic presidential candidate Hillary Clinton is displayed on a smartphone as she takes a selfie with a supporter after speaking at a rally at the Culinary Academy of Las Vegas in Las Vegas, Tuesday, July 19, 2016. (AP Photo/Andrew Harnik)

Hacker On Planet Earth è una tre giorni di conferenze, seminari e workshop che si svolge nel cuore di Manhattan ogni due anni. Durante l’Hope si affrontano temi riguardanti la privacy, l’hacking, la sicurezza informatica e i diritti civili digitali. Ad organizzare il tutto è Emmanuel Goldstein, nome d’arte di Eric Corley, figura storica del movimento hacker americano, editore di 2600 (in questo campo, è la rivista più importante e conosciuta) e dal 1987 autore e conduttore della trasmissione radiofonica Off The Hook, in onda sull’emittente newyorchese Wbai.Con lui e con altri, ha parlato Left, a margine dell’ultima edizione della conferenza, che si è appena conclusa a New York.

Durante gli anni elettorali, come è questo con Clinton e Trump, Hope è un passaggio obbligato per comprendere in che direzione va quella parte di società e intellighenzia americana che, dalla comparsa di Edward Snowden in poi, è sempre più influente e larga. «C’è stata una presa di coscienza collettiva impensabile fino a due anni fa», ci dice infatti Emmanuel Goldstein: «Ora la maggior parte della gente sa cos’è la Nsa, è consapevole di essere sorvegliata e alcuni hanno anche cominciato a correre ai ripari difendendo attivamente la propria privacy».

Già, la privacy. La prima delle sfide, anche perché tanto i democratici quanto i repubblicani non fanno ben sperare la platea, a cominciare dai membri della Restore the Fourth, «una non profit che ha lo scopo», come ci dice M-Kay, attivista del gruppo, «di rafforzare, anzi, ripristinare, il rispetto del quarto emendamento, quello che sancisce il diritto dei cittadini a non subire perquisizioni e controlli senza un mandato specifico». «Dal nostro punto di vista» continua M-Kay, «chiunque dei due vincerà le elezioni non cambierà la rotta, che è negativa e punta alla sorveglianza di massa. In America ci sono tre poteri: quello giudiziario, rappresentato dalla Corte Suprema, quello legislativo dei senatori della camera dei rappresentanti e poi quello esecutivo. Oltre a questi c’è quello però che chiamiamo il quarto braccio, rappresentato dai servizi segreti. I servizi non prendono ordini da nessuno, ma impartiscono ordini all’esecutivo». La soluzione è quindi l’autodifesa, in ogni caso: «In questo periodo storico non basta votare, bisogna anche usare la crittografia nelle proprie comunicazioni personali in rete».

Questo articolo continua su Left in edicola dal 30 luglio

 

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La lettera di Tocci ai dem: “Votiamo no al referendum e poi cambiamo il Pd”

Il ministro per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, durante l'incontro "Portando l'Italia nel futuro: la riforma delle istituzioni" alla Facoltà di Economia dell'Università La Sapienza, Roma, 21 marzo 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

«Avverto il dovere di chiarire le ragioni che mi portano a confermare nel referendum il voto contrario già espresso in Senato sulla revisione costituzionale. C’è pieno accordo sull’esigenza di riforma del bicameralismo. Nessuno l’ha mai messa in discussione, ma forse proprio per il largo consenso sulla soluzione si è smarrito il problema». Così comincia la lettera che Walter Tocci, dalle pagine di Left in edicola da sabato 30 luglio, rivolge ai suoi colleghi dem, militanti e onorevoli.

«Si è fatto credere», continua, «che il problema sia la velocità delle leggi, quando è evidente che sono troppe e vengono modificate vorticosamente. L’alluvione normativa soffoca le energie vitali del Paese. Si è raccontata la balla delle lungaggini, ma i provvedimenti con la doppia navetta sono solo il 3%. I più veloci sono anche i peggiori: il decreto Fornero convertito in quindici giorni viene revisionato ogni anno; le norme ad personam di Berlusconi furono come lampi in Parlamento, il Porcellum fu approvato in due mesi circa, ecc.. I tempi sono rapidi quando c’è la volontà politica, soprattutto se negativa. Allora, quale è il vero problema? Non è la velocità, ma la qualità. Si dovrebbe rallentare la produzione legislativa – come insegnava Luigi Einaudi – certo non per perdere tempo, ma per approvare poche leggi, organiche, efficaci, leggibili, e delegando i dettagli l’Amministrazione. Per il resto del tempo il Parlamento dovrebbe dedicarsi al controllo degli apparati, all’indirizzo politico e alla verifica dei risultati».

Insomma: «Si, per fare buone leggi valeva la pena di riformare il bicameralismo. Era meglio eliminare il Senato, imponendo alla Camera maggioranze qualificate sulle leggi di garanzia costituzionale; oppure si poteva specializzare il Senato come camera di Alta legislazione, priva di fiducia, ma dedita alla produzione di Codici al fine di assicurare l’organicità, la sobrietà e la chiarezza delle norme. Erano soluzioni forse troppo semplici. Si è preferito invece un assetto tanto arzigogolato da pregiudicare perfino l’obiettivo della velocità. È un bicameralismo abbondante e imperfetto. Il Senato mantiene, seppure in modo contorto e controverso, molti poteri, ma perde l’autorevolezza, diventando il dopolavoro del ceto politico regionale. È un’Assemblea dotata di potestas ma povera di auctoritas. In tali dosi la prima tende a superare i limiti e la seconda non basta a irrobustire la responsabilità. Il risultato è una conflittualità sulle attribuzioni delle leggi, affidata ai Presidenti delle Camere senza soluzione in caso di disaccordo. Il contenzioso viene alimentato da una pessima scrittura del testo. In certe parti assomiglia a un regolamento di condominio, è come uno scarabocchio sullo stile sobrio della nostra Carta. Ora perfino gli autori dicono che si poteva fare meglio. Quale demone ha impedito di scrivere un testo in buon italiano?»

Nell’ampio ragionamento che troverete in edicola, o scaricando la copia digitale, Tocci tocca tutti gli argomenti che l’hanno portato a confermare il suo no. «Che il Paese non si possa governare a causa del bicameralismo è la più grande panzana raccontata al popolo italiano nel secondo Novecento», dice, «senza temere il ridicolo, oggi l’establishment promette che il nuovo articolo 70 aumenterà il PIL; ora si promette anche la lotta al terrorismo e altro ancora! È un sacco vuoto che può essere riempito di ogni cosa». E così segnala ad esempio che «la Costituzione è difettosa non nell’articolo 70 ma nell’articolo 49, poiché oggi mancano i partiti per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”». E «non basta», per Tocci, la nuova legge sui partiti se non migliora la vita pubblica». Per questo, passato il referendum,«riformare la politica è la prima riforma istituzionale del nostro tempo». «Cominciamo almeno dalla nostra parte», è l’appello, «Cambiare il Pd è già una riforma costituzionale». Cambiare il Pd per come è stato dalla sua nascita, ossessionato dalla leadership.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 30 luglio

 

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Fatti non parole. Caffè del 20 luglio 2016

Monte dei Paschi bocciato, Monte salvato. Com’è la storia? Difficile capirlo dai titoli. È “la banca meno solida in Europa”, dice la Stampa. “Male solo MPS”, Corriere. “Mbps bocciata ma ok al piano per risanarla”, Repubblica. In sostanza lo stress test europeo ha detto che il Monte è a rischio fallimento, dunque non affidabile. Ma la banca di Siena ha risposto cedendo quasi 10 miliardi di crediti “in sofferenza”, dunque non esigibili, a meno di un terzo del valore. Per evitare guai maggiori, ha cancellato con un tratto di penna oltre sei miliardi dei suoi “attivi”. E si è impegnata a trovare altri 5 miliardi di capitali, mettendosi in mano a investitori privati, prevalentemente stranieri, e tagliando così il valore delle quote degli azionisti. Insomma il Monte ha accettato una medicina amara, una durissima dieta dimagrante, per non morire subito di diabete. Morirà lo stesso? Possibile, ma non subito. Direi che ha vinto l’Europa; e ha vinto Padoan che con l’Europa ha mediato. Per il momento. Però purtroppo la montagna di crediti “in sofferenza” è molto più vasta in Italia dei 10 miliardi di cui qui si parla. Lo è perché l’Italia ha conosciuto due crisi successive, non compensate (né prima, né dopo) da una crescita sostenuta, Ha così “bruciato” 10 punti del PIL, scontato un gran numero di fallimenti, e lasciato sul campo decine di miliardi di debiti che nessuno può più restituire. Dunque, se si considerano non modificabili le attuali politiche economiche europee, la domanda è quando arriverà la ripresa?
State sereni, la ripresa è già arrivata, dicono Renzi e la Repubblica, la quale titola: “Jobs act, 27mila posti di lavoro in più”. “Fatti non parole” -fa eco Renzi- “Da febbraio 2014 a oggi l’Istat certifica più di 599mila posti di lavoro. Sono storie, vite, persone. Questo è il Jobs Act”. In realtà, a leggere i dati dell’Istat, risultano in aumento i contratti a termine (contratti per l’estate, dunque stagionali?) e il numero dei lavoratori autonomi. I dipendenti sono diminuiti di 7mila unità. Miracoli del jobs act? Ci vuole un ottimismo a prova di bomba per dirlo. L’unica notizia “positiva” viene semmai dal dato che i nostri ottimisti di mestiere nascondono in tweet e titoli: la disoccupazione -dice Istat- è aumentata dello 0,1%, passando da un 11,5% a un 11,6. Tuttavia questo aumento dipende dalla diminuzione della quota di inattivi, ci sono più persone che cercano un lavoro e sperano di trovarlo: questo è un bene anche se fa aumentare il numero disoccupati ufficiali. E tra questi nuovi “attivi” si segnalano i giovani tra i 15 e i 24 anni. Repubblica giubila anche per il lieve aumento, lo 0,2%, dei prezzi al consumo (piccolo rimbalzo prima delle vacanze?). Anche se restiamo in deflazione: in un anno i prezzi sono diminuiti dello 0,1%. C’è poco da gioire, almeno così a me pare.
Silenzio nel campo di sterminio, poi la frase “dov’è Dio, la crudeltà non è finita ad Auschwitz”. Credo che il Papa abbia voluto ricordare che la responsabilità dell’orrore assoluto interpella il Dio di ogni religione e che il pericolo non è passato, non può considerarsi archiviato nella memoria della Shoah Dunque, come osserva Roberto Toscano, Bergoglio chiede che non si dica più (come fu detto per le crociate) “deus volt”, Dio vuole la guerra. davanti a ogni sorta di guerra (che è sempre guerra per il potere e la sopraffazione, in difesa degli interessi forti e dei gruppi di individui che li rappresentano) , si dica ovunque “deus non vult”. Ed è vero, verissimo -anche questo il Papa ripete spesso- che l’imperialismo occidentale, giudaico cristiano, se vogliamo esplicitarne le radici culturali religiose, ha responsabilità immense nella genesi delle stragi che si stanno compiendo in medio oriente e che mettono a rischio la pace anche a casa nostra. C’è tuttavia un ma. Le colpe immense dell’imperialismo non possono essere usate come alibi per giustificare, in tutto e in parte, ideologie barbare e un terrorismo islamico ancora più barbaro. Ieri mi sono trovato in collegamento ad Agora, una convertita all’Islam, di nome Olivetti, che giustificava: alla richiesta di condannare chi sgozza, rispondeva “condanno tutte le violenze, anche quelle dei bombardamenti contro gli ospedali e i bambini”. Figurarsi, anch’io le condanno,da sempre.
Ma tu, italiana convertita all’Islam, devi dire cosa hai scelto. Chi è il tuo Allah. Se egli condanna il settarismo wahhabita che considera gli Yazidi musulmani apostati, che considera gli sciiti apostati, che considera i curdi laici anch’essi apostati, perché toccati dall’islam se ne sarebbero allontanati, e tutti queste categorie di donne, di uomini, di bambini, in quanto apostati, meritevoli della morte. Una setta che considera oltraggio ad Allah ascoltare musica, o rivolgersi a una donna per fare un complimento garbato. Lo devi dire per te stessa, cara Olivetti, non per dimostrare qualcosa a noi che non crediamo nel tuo dio. Ma devi dirlo. E così pure le comunità musulmane, che ricevono denaro dall’Arabia Saudita, hanno il dovere di dire cosa pensino dell’ideologia che muove dal quel paese, di un potere che usa la religione (e il controllo dei luoghi sacri) per ricattare l’intero mondo musulmano. A mio modo di vedere, se state dalla parte dei predicatori pagati e indottrinati dai discendenti di Al Wahhab e Al Saud, oggi siete complici degli assassini, meritate il nostro disprezzo e siete, voi, i nemici peggiori dell’Islam. Ma -si può obiettare- anche Hollande (e in minimis Renzi) corrono dai sauditi. È vero. E noi denunciamo e rifiutiamo la loro pavida furbizia. Tuttavia chi viene a patti con il padrone dei serpenti velenosi, sperando che si tenga quei serpenti a casa sua, non è migliore di chi vive in quella casa, ne serve il padrone e volge la testa quando i serpenti mordono curdi, sciiti, yazidi, omosessuali, donne “infedeli”.

È il giorno del Monte dei Paschi. In attesa dello stress test, c’è chi chiede la nazionalizzazione

Operai impegnati nella manutenzione dell'insegna della sede napoletana del Monte dei Paschi di Siena, Napoli, 3 maggio 2014. ANSA / CIRO FUSCO

Oggi è il Mps day. Si saprà alle 22 il risultato dello stress test, cioè se l’istituto senese è riuscito o meno a superare i parametri richiesti dalla Bce per la sua messa in sicurezza. Sul piatto ci sono i 10 miliardi di crediti deteriorati di cui liberarsi, c’è l’aumento di capitale ipotizzato di 5 miliardi e pure due offerte arrivate improvvisamente ieri sera (da parte di Corrado Passera e Ubs).

Mentre nello scenario internazionale si gioca la partita sulla banca più antica del mondo, la commissione d’inchiesta della Regione Toscana su Fondazione e banca Ms potrebbe sembrare un’inezia. Ma anche se ha solo valore conoscitivo e non ha i poteri di una commissione d’inchiesta parlamentare, può servire a gettare una nuova luce sul disastro degli ultimi anni. Ieri sono terminati i lavori, infatti, con l’ultima seduta.«Abbiamo calcolato, dal momento della privatizzazione, a partire dalla legge Amato del 1995, ripercorrendo tutti gli eventi, come l’acquisto di Antonveneta, l’aumento di capitale di 8 miliardi e il progressivo aumento dei crediti deteriorati dall’inizio del 2000 fino a oggi, che il patrimonio polverizzato ammonti a circa 50 miliardi», dice a Left Giacomo Giannarelli, M5s, presidente della Commissione di cui fanno parte Leonardo Marras, capogruppo Pd, Tommaso Fattori (Si Toscana) e Claudio Borghi (Lega Nord).

Dopo 8 mesi di lavoro, è stato stilato un testo di 140 pagine con due relazioni distinte: una votata da M5s, Sì Toscana e Lega Nord con l’astensione del Pd e un’altra approvata solo dal Partito democratico. Nelle relazioni si fanno anche proposte per superare l’attuale crisi. «A seguito dell’accertamento, delle gravi responsabilità della politica nel gestire le risorse della banca, a seguito dell’accertamento dei peso dei poteri forti e del danno fatto ai risparmiatori e alle imprese per la minor disponibilità di credito, noi abbiamo chiesto che il Parlamento si attivi per la rimozione di tutti i soggetti coinvolti a vario titolo che ancora oggi sono operanti negli organi di vigilanza e nei vertici della banca», continua Giannarelli. «Ci riferiamo all’attuale ad Fabrizio Viola, ma noi puntiamo il dito anche su Mario Draghi che era alla guida di Banca d’Italia quando Mps acquistò Antonveneta». Non solo, nella relazione si lancia la proposta che lo Stato nazionalizzi la banca senese «come del resto è già avvenuto in altre parti del mondo come la Francia. Ma al tempo stesso abbiamo chiesto che il Parlamento si attivi per una valutazione politica sulla riforma del sistema bancario e della Banca d’Italia in particolare per farla tornare a essere istituto di diritto pubblico».

A settembre, quando comincerà la discussione in Consiglio regionale, la relazione della Commissione d’inchiesta sarà pubblica. Nuovi dettagli si aggiungeranno sulla travagliata storia di questi ultimi decenni oltre a quelli da appurare in sede giudiziaria. Sempre a settembre, il 19, il Gup di Milano dovrà decidere se rinviare a giudizio tredici manager coinvolti nell’affaire Antonveneta. Ma intanto, per superare il pericolo immediato, oggi la partita è di un’altra natura,  e si gioca nelle sedi dell’alta finanza. Molto lontane da piazza Salimbeni.

Una trappola per chi fugge: il rapporto di MSF sulle violenze in Libia

Da quando Medici Senza Frontiere ha iniziato le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo, un anno fa, ha salvato oltre 25.000 migranti: 209 soltanto la scorsa settimana, a largo delle coste libiche. 455 superstiti arriveranno domani invece a Catania a bordo della Bourbon Argos, una delle navi della flotta umanitaria di Msf che batte il Mediterraneo dal 2015.

Dietro i numeri, ci sono però le persone e le storie. E l’organizzazione internazionale, attenta alla cura dei disagi fisici e mentali associati all’esperienza migratoria, ne ha raccolte alcune. Rapimenti, torture, violenze sessuali, omicidi e schiavitù sono parte integrante del viaggio dei migranti verso l’Europa. Molte delle violenze inflitte dai trafficanti a rifugiati e richiedenti asilo sono funzionali alla estorsione di denaro. La migrazione clandestina ha un costo, ma quello umano è molto più alto. Il 50% dei soccorsi intervistati ha raccontato di essere stato imprigionato in Libia per mesi e in condizioni disumane. L’82% dei pazienti trattati in Sicilia – si legge nel comunicato di Msf – ha raccontato di aver vissuto eventi traumatici durante il percorso migratorio.

Senza la regolamentazione di un sistema d’asilo in Libia, denuncia Medici Senza Frontiere, coloro che si mettono in viaggio verso l’Europa non possono essere trattate in conformità al diritto internazionale e regionale dei rifugiati. In Libia l’unica legge che vale è quella imposta dai trafficanti: violenta, disumana e persecutoria. Lo scoppio della guerra civile ha alterato enormemente le condizioni di sicurezza del Paese e mentre le forze governative provano a ripristinare le condizioni di normalità, la vita quotidiana è scandita dalle violenza e dall’insicurezza sociale. Nel rapporto pubblicato da Msf si evidenziano alcune delle maggiori criticità: i rapimenti, il lavoro e la prostituzione forzata, la detenzione.

Di storie simili a quella di Mamadou, che ha 26 anni, Msf ne ha raccolte moltissime. I medici e i volontari hanno raccontato di aver soccorso uomini e donne vittime di percosse violente inflitte con armi e nelle parti più sensibili dei loro corpi. Testimonianze drammatiche arrivano poi dalle donne, le più vulnerabili. Molte di loro viaggiano da sole, tante sono incinte. Nei racconti di alcune, Maria, Hope e Natasha (tutti nomi di fantasia, tutte giovanissime e tutte assistite da Msf), i drammi della prostituzione forzata e della detenzione.

Maria, 26 anni, dal Camerun: «Le persone vendono persone. Vendere la gente in Libia è normale. Hanno preso tutte le nostre cose. Tutti avevano una pistola in Libia – anche i bambini (…) Ho passato tre mesi e mezzo in Libia, in due case diverse. Un giorno una ragazza è morta davanti a noi. Era malata, senza cibo e senza acqua. Se vai in ospedale, lori ti rapiscono. La mia amica è ancora in prigione; lei è lì da sette mesi».

Hope, 20 anni, una cantante dalla Nigeria. In Nigeria è diventata amica di una donna che l’aveva invitata nel Lagos ma quando è arrivata lì «lei mi ha venduta ad un‘altra signora e mi hanno portato in un bordello in Libia. Gli uomini sarebbero venuti e avrebbero pagato per avere rapporti sessuali con le donne. Io mi rifiutavo di avere rapporti sessuali con gli uomini, e loro mi hanno imprigionata e picchiata più e più volte».

Natasha, 23 anni, dal Camerun, che è stata recuperata in mare insieme al suo bambino di quattro mesi, Divine, ha raccontato: «Quando siamo arrivati a Tripoli, ci hanno rapiti. Ci hanno portato in una casa in cui centinaia di persone erano tenute prigioniere. Ci sono rimasta per cinque mesi. Temevo di morire lì, avevo paura che mi avrebbero violentata come avevano fatto con altre donne».

People* held in a detention centre in Tripoli, Lybia *Refugees, migrants and asylum seekers
Rifugiati, migranti e richiedenti asilo in un centro di detenzione a Tripoli, Libia

Attraverso i racconti, le testimonianze e la campagna #MilioniDiPassi, Medici Senza Frontiere chiede, ai governi e alla comunità internazionale, un cambio di passo. La Libia non ha ratificato la Convenzione del 1951 sullo status di rifugiato, è un Paese dilaniato da una crisi politica e umanitaria gravissima, e i Paesi dell‘UE, pertanto, non dovrebbero negare alle persone che fuggono da lì la possibilità di raggiungere l‘Europa. Come se ciò non bastasse, l’assenza di canali legali per il transito dei migranti, obbliga i più disperati ad affidarsi alle mani dei trafficanti. E ed infine, le politiche di respingimento dell’Unione Europea dannose e pericolose non hanno alcun effetto benevolo sulla deterrenza della crisi dei migranti. Per Medici Senza Frontiere serve davvero un cambio di passo.

 

 

Sandro Donati: «Intorno a me il muro di gomma e i delinquenti veri dello sport»

ANSA/KERIM OKTEN

«Allucinante, a contatto diretto con i delinquenti dello sport e il muro di gomma delle istituzioni che di fatto li fiancheggiano. Mi chiami pure». Il messaggio di Sandro Donati prima della lunga conversazione telefonica ci catapulta nel clima in cui vive da mesi l’allenatore e volto storico della lotta al doping. Da fine aprile 2015 Donati, che a giugno ha compiuto 69 anni, è salito ogni giorno a bordo di una bici per seguire gli allenamenti di Alex Schwazer. Quella del marciatore altoatesino olimpionico nei 50 km a Pechino 2008 e squalificato per doping prima di Londra 2012, poteva rappresentare una storia di riscatto, della possibilità di tornare a vincere giocando pulito, ma poi ha preso un’altra piega. Mister Donati, che con la sua denuncia ha contribuito a svelare il doping di Schwazer, diventa il suo allenatore. L’atleta le cui lacrime hanno fatto il giro del mondo vuole ritrovare se stesso e dimostrare di saper vincere senza barare.

Terminato il periodo di squalifica, a fine aprile dello scorso anno, i due intensificano la preparazione in vista delle Olimpiadi: l’8 maggio l’atleta vince i campionati mondiali e conquista il lasciapassare per Rio. Donati non immagina che quel nuovo inizio in realtà si trasformerà presto in un angosciante flashback. Cinque giorni dopo la vittoria, un secondo controllo voluto dalla Iaaf, la Federazione internazionale di atletica leggera, riscontra la presenza di testosterone, poco oltre la soglia consentita, in un campione raccolto il primo gennaio. «Tanti mesi fa diversi amici hanno detto “Sandro, ma sei sicuro che non ti faranno quello che ti fecero nel ’97 con Annamaria di Terlizzi?” e io ho risposto “Ma no, sono passati 19 anni, queste cose non le farebbero più”. Invece è accaduta una cosa ancora più professionale, più spietata, di livello più alto. E ha causato danni irreparabili». Diciannove anni fa l’ostacolista pugliese risultò positiva per eccesso di caffeina e poi negativa alle controanalisi: colpendo lei si voleva arrivare a Donati, che tre anni prima aveva sollevato con un dossier dettagliato il tappeto sotto il quale si nascondevano i nomi di atleti, medici e vertici del Coni protagonisti dello scandalo Epo. Ora l’incubo ritorna e il preparatore conferma: «Nonostante la mia esperienza ho potuto rivedere in faccia, beh, diciamo degli ambienti delinquenziali».

Facciamo un passo indietro, a Natale 2015. Alex e Sandro si separano per pochi giorni: «Dovevo mandarlo un po’ a casa dalla famiglia, a Vipiteno» dice l’allenatore. Il marciatore continua gli allenamenti da solo nei pressi di casa, sempre lo stesso percorso, lungo l’argine del fiume Isarco. A Capodanno arriva un controllo antidoping a sorpresa. Quel giorno il campione viene prelevato solo a Schwazer, in due volte perché inizialmente l’urina era insufficiente. Le analisi saranno effettuate cinque mesi dopo, a maggio, e i risultati comunicati a giugno «rendendo di fatto impossibile ogni tentativo di difesa prima dei Giochi olimpici» spiega Donati. Il quale ricostruisce con Left tutte le possibilità di alterazione del campione raccolto dagli ispettori: o qualcuno ha messo «un po’ di testosterone nella borraccia che Alex lasciava in auto sul luogo dell’allenamento », o la provetta «con un tappo di plastica flessibile e sopra un nastro adesivo» è stata alterata mentre Alex andava in bagno accompagnato da uno dei due ispettori presenti per “completare” la raccolta, o è stata manomessa già prima di arrivare a casa dell’atleta. L’esame del Dna potrebbe dare la certezza di una manipolazione, ma chiederlo con insistenza poteva significare allungare i tempi ed escludere definitivamente la partecipazione di Schwazer alle Olimpiadi.

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L’America di Hillary, che per vincere deve spiegare di essere una brava nonna

Democratic presidential candidate Hillary Clinton reacts to confetti and balloons as she stands on stage during the final day of the Democratic National Convention in Philadelphia, Thursday, July 28, 2016. (AP Photo/Andrew Harnik)

«Di solito le persone su questo podio sono nuove per molti, si presentano a voi. Come sapete non è il mio caso. I miei titoli parlano solo quello che ho fatto. Non spiegano perché. La verità è che, in tutti questi anni di servizio pubblico, la parte ‘servizio’ mi è sempre venuta più facile che la parte ‘pubblica’. Capisco che qualcuno semplicemente non sappia cosa pensare di me. Fatemi dire: la mia famiglia non ha il suo nome su grandi palazzi (riferimento a Trump), la mia famiglia è una famiglia di costruttori di altro tipo: costruttori di un futuro migliore».

Ce l’ha fatta o no, Hillary Clinton a convincere gli americani del suo essere dedita alla loro causa? Quello qui sopra è forse uno dei passaggi cruciali del suo discorso: lo so, sembra che abbia passato la vita vicino al potere per bramosia, in realtà non è così, ma non sono brava a farlo capire. E anche stavolta ci è riuscita a metà. Il suo discorso non è brillante, emozionante come altri che l’hanno precedeuta e nemmeno un attacco feroce a Donald Trump come quello di Biden, il suo è stato come spesso gli accade, un discorso nel quale ha dimostrato di sapere come si governa, di avere competenza e dedizione pancia a terra e provato a dire che lo fa perché è una statista e non una che vuole potere. E che, come ha detto sua figlia Chelsea, è una madre attenta e affettuosa e una nonna che per passare due minuti con il nipote a fare smorfie lascerebbe qualsiasi riunione.

Il tema e il dubbio che restano, che Hillary piaccia o meno, è: abbiamo chiesto a Obama, Bush, Reagan, Carter, Kennedy (e Bernie Sanders) come siano come padri e nonni? Hanno dovuto convincerci anche di quello? Oppure i raggi X a cui è sottoposta l’ex Segretario di Stato sono anche dovuti al fatto che è una donna. E che una donna, se passa tanto tempo vicino al potere, ha qualcosa che non va? È la domanda alla quale gli americani risponderanno a novembre e che i repubblicani e Trump stanno facendo di tutto per insinuare nelle loro teste. Saranno le donne americane a dover rispondere innanzitutto, che una parte dei vecchi maschi bianchi americani ha già deciso.


Il discorso di accettazione di Hillary Clinton

«L’America ha la più dinamica e diversa società e i giovani più tolleranti e generosi che mai abbiamo avuto (e si, anche l’esercito più potente). Non vi fate dire che siamo deboli e che non abbiamo quel che ci serve. E soprattutto non credete a nessuno che vi dica: ci penso io, da solo. Sono parole che dovrebbero allarmare chiunque. Si dimentica le truppe, la polizia e i pompieri, i medici e le infermiere, i maestri e le maestre, le madri che hanno perso i figli, gli imprenditori. Gli americani non dicono Ci penso io, da solo, dicono noi ci pensiamo assieme. I nostri padri fondatori hanno fatto una rivoluzione e scritto una costituzione per dire essere sicuri l’America fosse un Paese dove mai, nessuno, da solo avesse tutto il potere».


Hillary è poi passata a un elenco di cose, aggiungendo: «È vero, sono una attenta ai particolari delle politiche, che si tratti della quantità di piombo nell’acqua di Flint, Michigan o il numero di cliniche per la cura elle malattie mentali in Iowa perché sono questioni importanti per tutti e dovrebbero esserlo anche per il presidente». Un attacco indiretto a Trump che come risposta ha solo detto, appunto, ci penso io, non mi fate spiegare come, che è ovvio che lo so. Il colpo migliore a Trump è però un altro: «Dice che vuole far tornare l’America grande, potrebbe cominciare col fare le sue cravatte in Wisconsin invece che in Cina, i mobili in Ohio invece che in India…»

Infine qualche attacco a Wall Street e slogan progressista: «Se credete che dobbiamo aumentare le paghe per tutti, unitevi a noi, se credete che Wall Street non possa mai più rovinare Main Street (la strada centrale del Paese), unitevi a noi, se pensate che tutti debbano avere accesso alle cure e le donne possano scegliere della loro salute, unitevi a noi…». E poi la promessa di un enorme investimento in infrastrutture che crei lavoro e cambi il Paese e quella di «lavorando assieme con Bernie Sanders» cancellare i debiti degli studenti indebitati, «che se Trump può fallire e non pagare i suoi, non si capisce perché famiglie debbano rimanere indebitate a vita per studiare». E poi anche un discorso sulle tasse ai ricchi e sugli accordi di commercio internazionale (il TTP e il TTIP) uno sulle armi da regolamentare e uno sui giovani americani e latinos discriminati: «Cambieremo il sistema di giustizia penale e ricostruiremo la fiducia tra giovani, comunità e poliziotti».

Un discorso equilibrato, non inseguendo Sanders, ma concedendo molte cose – comprese le tasse ai ricchi e alle imprese che delocalizzano – non un capolavoro. Hillary non poteva farlo: non è una retore, non è una che scalda il cuore e non intende provare a cambiare. Non ci è riuscita in 25 anni di carriera politica, non ci riuscirà di colpo. Probabilmente non vuole: Clinton è convinta di essere pronta a fare bene il lavoro che chiede di essere chiamata a fare così com’è. Dura, quadrata, preparata, antipatica. Proprio come una donna o un uomo possono essere.

Il lavoro del leader non è solo quello di piacere in una serata televisiva vista da 30 milioni di persone. Ma per farlo devi piacere ai milioni che ti guardano e che non votano necessariamente con il cervello – per anni molti americani bianchi hanno votato contro i loro interessi. Nei prossimi giorni vedremo se i sondaggi indicheranno che Hillary è riuscita a convincere gli americani. Di certo la candidata sembrava meno tesa, contratta che in altre occasioni. Se non lei ci dovrebero essere riusciti tutti coloro che hanno parlato prima di lei. Il partito democratico ha dato una prova di forza e di diversità impressionanti – compresa la prima transgender a parlare in diretta Tv da un palco così importante. Specie se paragonati a quelli messi in mostra a Cleveland dai repubblicani.

E se proprio non ci è riuscito nessun altro ci dovrebbe essere riuscito Khizr Khan, padre del capitano Humayun Khan, morto in un attacco suicida in Iraq, che tirando fuori dalla tasca la costituzione ha detto a Trump: «La hai mai letta se vuoi ti presto la mia? Cerca le parole Libertà. Sei mai stato al cimitero di Arlington? Ci vedrai le tombe di tutte le etnie, sessi, religioni. Non hai mai sacrificato niente e nessuno». Forte e convincente. Anche un padre musulmano dall’aria severa, così, avrà dato una mano a Hillary a diventare presidente degli Stati Uniti. Mancano tre mesi e qualche giorno al voto, un voto importante per i pericoli e le possibilità che presenta. Hillary non sarà un sogno di presidente, ma una cosa è certa: è pronta e come Obama, se eletta, avrà fatto la storia.

Esercitare memoria, mica commemorarla

Una'immagine d'archivio della strage del 29 luglio 1983 a Palermo nella quale persero la vita Rocco Chinnici e altre tre persone, i due carabinieri della scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. MIKE PALAZZOTTO/ANSA / KLD

«[…] sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c’è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani.
Il rifiuto della droga costituisce l’arma più potente dei giovani contro la mafia.
»

Sono le parole di Rocco Chinnici intervistato da Pippo Fava. Era il 1983 e Chinnici sarebbe morto da lì a poco, con una Fiat 126 imbottita da 75 chili di tritolo sotto casa sua. Il 29 luglio di trentatré anni fa moriva Chinnici e a rileggerlo oggi sembra che stia parlando oggi.

«La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. […] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini.»

Io non so se capita anche a voi ma quando è l’anniversario di qualche vittima di mafia mi prende un sentimento di sconforto: se le analisi di qualche decennio fa sono plausibili anche rapportate al nostro presente significa che la strada da percorrere è lunghissima e che le loro idee sono rimaste sotto traccia. Bisognerebbe cambiare le commemorazioni, forse, smettendo di commemorare la memoria e iniziare ad esercitarla; così potremmo rispettarli, i morti.

Buon venerdì.