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Spagna a bocce ferme. Rajoy non molla, ma il suo governo sembra una missione impossibile

epa05010484 Little figures of Catalonian traditional Christmas crib called 'caganer' (the defecator) picturing Spanish political leaders (L-R): Albert Rivera of Ciudadanos party; Socialist Party's leader Pedro Sanchez, a traditional Catalonian farmer holding a Spanish flag, Spanish Prime Minister, Mariano Rajoy and Podemos' leader, Pablo Iglesias during the launching by its manufacturer caganer.com in Torroella de Montgri, Girona, Catalonia, northeastern Spain, 04 November 2015. The 'caganer' is a traditional figure of the Catalonian nativity scenes for at least two centuries. EPA/ROBIN TOWNSEND

In Spagna tutti vogliono evitare le terze elezioni in un anno, ma nessuno vuole Rajoy. Tranne Rajoy (e Ciudadanos). Il leader dei popolari prosegue nel tentativo di formare un governo, seppur di minoranza.

Dopo il voto di giugno (il secondo a soli sei mesi da quello altrettanto infruttuoso di dicembre 2015), ha accettato l’investitura di re Felipe VI pur non avendo i numeri per governare. Tutti vogliono evitare le terze elezioni in un anno, ma nessuno (fuorché i popolari) vuole Mariano Rajoy al timone. Al momento il premier nominato può contare su 137 seggi dei 350 totali e sulla non contrarietà di Ciudadanos (32 seggi) e Coalicion Canaria (1 seggio), che si asterranno in caso di fiducia.

Tolto il deciso quanto ovvio No di Unidos Podemos (Podemos+Iu), l’unica forza politica che può ancora tenere in piedi il progetti di Rajoy è il Psoe, quantomeno con un’astensione (quindi un appoggio esterno) che consenta un governo di minoranza. Ma il leader del Partito socialista, Pedro Sanchez, sembra deciso a non cedere: «Vogliamo cambiare il governo di Rajoy e questo è il motivo per cui voteremo “no” alla fiducia».

L’Europa intanto toglie il piede dall’acceleratore dell’austerity: la Commissione ha annullato le sanzioni per Spagna e Portogallo (anche se tocca ancora aspettare l’ok del Consiglio) e ha elaborato nuove richieste di correzione dei conti pubblici: il debito della Spagna dovrà rientrare sotto il del 3% del Pil dal 2018. Intanto, le elezioni in Galizia (terra dello stesso Rajoy, nato a Santiago de Compostela) e Paesi Baschi (il 25 settembre) sono dietro la porta. E la Spagna è senza governo da otto mesi.

Muraro: «Il Pd sui rifiuti polemizza con se stesso»

La visita della sindaca di Roma, Virginia Raggi, nel quartiere di Tor Bella Monaca per verificare l'emergenza topi e rifiuti, Roma, 11 luglio 2016. ANSA/CLAUDIO PERI

«Ma quale conflitto di interessi!». L’assessora Paola Muraro, blindata da Raggi, risponde in perfetto “grillese” al Pd. Anche perché resistere alle pressioni pur fortissime, pesanti come i trecentomila chili di rifiuti che ogni giorno rimangono sulle strade, non è poi così complicato, potendo ricordare, ad ogni appunto su Ama e sulla “monnezza”, che la polemica cavalcata dai dem «il Pd la sta facendo con se stesso, perché loro, e del centrodestra di Alemanno, è stata la fallimentare gestione di Ama negli ultimi vent’anni». Ha imparato subito la lingua dei 5 stelle, la tecnica Muraro: «Quello che in qualsiasi azienda, in qualsiasi amministrazione sarebbe considerato un valore aggiunto, cioè competenza ed esperienza», scrive in un post pubblicato sul blog di Grillo, «viene usato dai vecchi partiti come fossero elementi negativi, perché tremano davanti alla volontà politica di sistemare i danni che loro stessi hanno causato».

Usa il blog Muraro, non per entrare nei dettagli del suo piano (del piano che dovrebbe avere per tener fede alla promessa di pulire Roma entro il 20 agosto), ma per rispondere alla più insidiose delle accuse mosse in queste ore dalla stampa e dal Pd: quella del suo conflitto di interessi, con Ama e le aziende che per Ama lavorano, per via della sua attività di consulente – svolta per Ama, ancora, e per alcune aziende che per Ama lavorano negli ultimi dodici anni. È argomento molto usato dai dem, quello suggerito da un articolo di Sergio Rizzo comparso sul Corriere: il giornalista ha sommato 12 anni di consulenze arrivando alla cifra tonda di un milione di euro di compensi. Per status e tweet indignati il numero è perfetto.

Muraro risponde così: «Hanno scritto anche del milione di euro per le mie consulenze in 12 (dodici) anni (dal 2004 al 2016). Mi faccio i conti in tasca: corrisponde a una media di 90.880 euro l’anno al lordo di tasse, previdenza, assicurazioni e spese per lo svolgimento dell’incarico». «Vi sembra una cifra folle?», chiede retorica, «folle è la strumentalizzazione che ne fanno!». E risponde, Muraro, pure all’altra accusa che le è piombata addosso proprio stamattina, con la lettura dei giornali. Repubblica infatti documenta il fatto che Muraro, consulente di Ama, è stata anche consulente di altre società, che di Ama hanno poi vinto gli appalti.

Qui Muraro la butta in angolo e punta al principio: «Lavorare in qualità di consulente è legittimo. Sono un’esperta in materia di rifiuti e sostenibilità ambientale e ho prestato le mie competenze per numerose aziende». Punto. Non una riga sull’altra domanda – assai legittima – di queste ore: come si è arrivati al nome di Muraro per l’assessorato? Niente colloqui online, né sondaggi, infatti, sono stati fatti per formare la giunta: in periodi di burrasca, il tema rispunta. Ma per Muraro, invece, «sta ai romani, oltre alle speculazioni dei media e agli anatemi delle opposizioni, comprendere chi è la causa della fase di pre-emergenza che attraversa Roma», e parla di «un vero e proprio golpe dei rifiuti», tentato da chi vuole che nulla cambi.

Monte dei Paschi, dopo i guru della finanza, i dipendenti: «Basta sacrifici»

Il presidio Fisac CGIL davanti la sede della Banca MPS dove si svolge l'assemblea degli azionisti a Siena, 18 Luglio 2013. ANSA/FABIO DI PIETRO

Nella partita che vede di fronte il Monte dei Paschi e la Bce non ci sono solo gli azionisti e gli obbligazionisti a rischiare. Ci sono anche loro, i dipendenti della terza banca d’Italia, la più antica del mondo, fondata nel 1472. Sono 25mila, l’equivalente degli addetti ormai di una grande industria. Oggi l’istituto senese pare avviato verso un futuro più roseo rispetto alla scorsa settimana. Intanto il titolo in Borsa registra, al contrario delle altre banche, una impennata + 4,32. È la risposta a quanto è avvenuto negli ultimi giorni. Nonostante la bocciatura nello stress test, comunque si assiste ad un utile netto nel semestre di 302 milioni ma soprattutto è stato deciso il piano di vendita delle sofferenze pari a 10 miliardi di euro e soprattutto il fondamentale aumento di capitale di 5 miliardi.

Ma oggi si fanno vivi i sindacati che lanciano un allarme. Più che giustificato, perché tra gli obiettivi dell’immediato, ci sarà l’applicazione del nuovo piano industriale alla fine di settembre. «Abbiamo già fatto in passato la nostra parte per favorire il risanamento dell’azienda, con pesanti sacrifici occupazionali, normativi e salariali», adesso, sottolineano Cgil, Cisl e Uil in una nota unitaria, «è ora che si mettano in campo politiche aziendali in grado di tutelare i livelli occupazioni». Inutile dire che il timore è legato al fatto che i dipendenti paghino ulteriormente la situazione di crisi. Oltre ad aver visto azzerato in molti casi il proprio Tfr che avevano investito in azioni Mps, i lavoratori della banca senese non vogliono sentir parlare di ulteriori sacrifici che vengono visti legati al passato e quindi come «eccezionali e irripetibili». Quindi chiedono all’amministratore delegato Fabrizio Viola, con il quale hanno avuto un incontro la sera stessa dello stress test, di voltare pagina. Come?

Valorizzando le professionalità interne, invertendo la tendenza generale ad assumere dirigenti dall’esterno, ridurre le differenze salariali con il chiaro riferimento ai super stipendi dei top manager.
Molti sono i passaggi dell’attuale gestione che in passato hanno suscitato attriti. Per esempio il fatto che l’azienda avesse annullato unilateralmente il contratto integrativo; soltanto pochi mesi fa è stato raggiunto un accordo. Ma anche sul processo di esternalizzazione di un migliaio di dipendenti – in alcuni casi finita in tribunale – c’è stato conflitto. Insomma, la questione Monte dei Paschi, oltre ai guru della finanza e della politica, interessa – e direttamente – anche ai lavoratori. Che a questo punto vogliono contare di più, essere informati e negoziare le possibili negative “ricadute” della crisi Mps.

E se fosse Harry Potter a sconfiggere Donald Trump?

Più che un’ipotesi di fantasia si tratta di un fatto scientifico. I dati di un recente studio infatti sembrano suggerire che i fan di Harry Potter sono molto meno inclini a sostenere il bullo Donald Trump nella sua corsa alla Casa Bianca. Diana Mutz ricercatrice della Annenberg School for Communication alla University of Pennsylvania, tra il 2014 e il 2016 infatti ha somministrato oltre 2000 questionari, chiesto ad altrettanti cittadini americani se avevano letto la saga della Rowling o visto i film che ne erano stati tratti e di indicare, in una scala da 1 a 100, la loro posizione su temi come: pena di morte, uso di tecniche di tortura come il waterboarding per interrogare prigionieri sospettati di terrorismo, discriminazioni nei confronti di musulmani o omosessuali e, ovviamente, sulle politiche proposte da the Donald, da poco nominato ufficialmente il candidato repubblicano in corsa per la Casa Bianca.
Stando alle risposte raccolte sembra proprio che esista una correlazione fra leggere o vedere i film di Harry Potter e manifestare un forte dissenso nei confronti di Trump. Addirittura, per molti degli intervistati, Donald non è altro che una brutta copia di Lord Voldemort, il cattivissimo antagonista del maghetto di Hogwarts. E J.K. Rowling e gli utenti twitter che hanno lanciato l’hashtag #voldetrump sembrano essere perfettamente in linea con il campione studiato da Diana Mutz.

Ad un primo sguardo il paragone tra i due personaggi potrebbe sembrare un modo dei democratici per prendere in giro un avversario politico, in realtà l’analogia Trump-Voldemort sembra così calzante da essere diventata bipartisan ed aver convinto in egual misura entrambi gli schieramenti politici. «Gli stessi sostenitori di Donald Trump – spiega Diana Mutz – hanno acquistato un poster che raffigura il loro candidato di fronte alla una bandiera americana con una citazione del Signore Oscuro (Voldermort ndr) che dice: “Non esistono il bene e il male, esiste solo il potere e quelli che sono troppo deboli per esercitarlo”». Un errore di valutazione che secondo Mutz ha però un fondamento reale che rafforza la tesi #Voldetrump: «Anche Trump come Voldemort si mostra come un uomo forte capace di sottomettere gli altri al suo volere, siano essi il governo cinese o i terroristi di Isis». E non serve ribadire come il lessico utilizzato nei comizi dal candidato repubblicano sia proprio quello del bullo attacca brighe con smanie di potere: “gli darei un pugno”, “mi fate schifo”, “potrei sparare a una persona nella folla e nessuno mi direbbe nulla”.
I dati raccolti nella ricerca di Mutz dimostrano inoltre che in genere i lettori di Harry Potter: tendono a dare dei punteggi bassissimi alle politiche di Trump rispetto agli altri elettori, hanno posizioni molto più aperte e tolleranti nei confronti di musulmani e omosessuali, non sono per nulla d’accordo con le affermazioni di the Donald contro migranti, messicani e donne. Soprattutto i fan dell’eroe nato dalla penna di J.K. Rowling si dimostrano più disposti ad opporsi a politiche punitive come appunto dimostrano le risposte date dagli intervistati sul tema della tortura nelle carceri e violenze di carattere fisico contro i terroristi o presunti tali.
Harry Potter insomma, oltre ad essere un best-seller e campione di incassi al cinema, sarebbe un manifesto di umanità e libertà. Un romanzo di formazione che si trasforma in un manuale di cittadinanza per grandi e piccini ed educa ad una società integrata e cosmopolita nella quale le differenze non vengono stigmatizzate. Lo stesso Potter e molti dei suoi compagni di avventure infatti sono dei meticci. “Babbani mezzosangue” in gergo potteriano, mezzi maghi e mezzi umani, che nell’arco dell’epopea inventata da Rowling si trovano a combattere contro politici del mondo della magia fedeli a Voldemort e ossessionati dal mito della purezza della razza e della forza, proprio come Donald Trump.

Per comprendere a pieno l’influenza culturale e la portata potenzialmente rivoluzionaria di Harry Potter in questa tornata elettorale basta guardare ai numeri. Secondo l’editore inglese della serie di romanzi le vendite in tutto il mondo ammontano a circa 450 milioni di copie. Soprattutto: a nove anni dalla fine della saga il maghetto di Hogwarts continua ad essere un fenomeno letterario e ad accendere entusiasmi. E, stando ai dati forniti dalla catena di librerie Barnes and Noble, Harry Potter and the Cursed Child, il sequel della saga che sarà in libreria a settembre, ha già battuto i record negli Stati Uniti di prevendite e prenotazioni. Non è da meno la versione cinematografica prodotta dalla Warner Bros. La serie di film è una delle più remunerative nella storia di Hollywood, si parla di quasi 8 miliardi di dollari di incasso, dei quali 2,3 ricavati dalla vendita dei biglietti nei soli Stati Uniti.
Proprio per questo visto che, come spiega Diana Mutz, la visione politica proposta da Trump è radicalmente opposta ai valori proposti nella serie di Harry Potter, «la moltitudine di fan del maghetto potrebbero giocare un ruolo non indifferente nell’influenzare la risposta degli Americani a Trump».

#TuNonSaiChiSonoIo: Michelina partita dall’Eritrea oggi è volontaria al Baobab

A Roma ci è arrivata da sola quando aveva appena 17 anni. E ora che abita nella Capitale da ormai 38 anni, Michelina racconta di quando è partita dall’Eritrea nella speranza di arrivare in Italia e trovare un lavoro. Qui da noi, al di là del mare, l’aspettava un parente. «Io sono una di quelle che ce l’ha fatta, sono stata fortunata non ho mai dovuto dormire in strada». Non come i ragazzi del Baobab di via Cupa a Roma, accampati lungo il marciapiede in attesa di trovare di nuovo un posto dove stare, che lei aiuta come volontaria proprio perché sa bene cosa significa essere migranti, arrivare qui da lontano, sentirsi stranieri e spaventati. Proprio perché lei è stata fortunata, lo ripete spesso Michelina che la sua Eritrea l’ha lasciata negli anni 70, nel pieno della guerra d’indipendenza dall’Etiopia quando insieme alla sua famiglia di partigiani passava le notti a nascondersi sulle montagne per fuggire alle rappresaglie. 

La storia di Michelina fa parte del progetto #TuNonSaiChiSonoIo, storie di migranti raccolte da Agi e dai giornalisti di Next New Media. Su Left trovate anche le testimonianze di Ibrahima e Mark

Autobomba a Kabul: quattro vittime. Stavolta la firma è dei talebani

KABUL, Aug. 1, 2016 (Xinhua) -- Afghan security force members stand guard near the site of an attack in Kabul, capital of Afghanistan, Aug. 1, 2016. Scores were feared killed and injured after a powerful truck bombing and ensuing gunfire rocked a foreign guesthouse in eastern Kabul in the early hours on Monday, sources and witnesses said. (Xinhua/Rahmat Alizadah) .****Authorized by ytfs* (Credit Image: © Rahmat Alizadah/Xinhua via ZUMA Wire)

Dopo una settimana dall’attentato rivendicato dall’Isis che è costato la vita a 80 persone, Kabul è di nuovo scossa da un altro attacco. Stavolta sono i talebani a lasciare la firma. Un camion bomba è esploso attorno alle 1:30 locali all’ingresso del Northgate Hotel di Kabul, una struttura con sorveglianza armata dove alloggiano ‘contractor’ stranieri, civili e militari, situato nel quartiere Pul-e-Chakri, poco distante dall’aeroporto. L’obiettivo dei terroristi era quelo di colpire quindi una base militare straniera
L’attacco è stato portato avanti sia con l’autobomba che da singoli terroristi, quattro uomini armati, ne è scaturito un conflitto a fuoco durante il quale sono morti tre attentatori. I militari sono intervenuti uccidendo tre degli attentatori: uno è morto in seguito ad un’esplosione, altri due sono stati uccisi nello scontro a fuoco con le forze di sicurezza. Nell’operazione è morto anche un agente di polizia. Finora non si hanno conferme di vittime civili nonostante i talebani abbiano parlato di “decine di vittime”.
Una settimana fa, il 23 luglio, durante la “marcia della luce”, una manifestazione pacifica della minoranza Hazara che protestava per avere la linea elettrica nel proprio territorio, vi era stato l’attentato rivendicato dall’Isis, il più sanguinoso dal 2001, con 80 vittime. Era la prima volta che l’Isis colpiva nella capitale dell’Afghanistan.

Il dio denaro e il terrorismo. Caffè, 1 agosto 2016

Hillary accusa Mosca: mi spia. Così il Corriere della Sera. Sarà vero, non lo sarà? Non è qui il punto. La verità è che la campagna dei democratici ha due colori. Da una parte il partito si è spostato “a sinistra”, ora chiede il salario minimo a 15 dollari l’ora, il college alla portata di ogni ragazzo americano, la copertura sanitaria per tutti. Dall’altra la Convention traboccava di valori “patriottici”, dei colori della bandiera, di slogan sull’America che riecheggiano quelli da sempre al centro delle convention repubblicane. Ed ecco la logica di tale dualismo: Trump è inaffidabile, è anti americano, votate Hillary, con il programma di Sanders e la retorica dei Bush. Il richiamo alla guerra fredda -che oggi non si gioca più sulle note della paura di extra terresti comunisti che clonano gli americani (“L’invasione degli ultracorpi”, film di Don Siegel del 1956) ma, naturalmente, su quella di hacker di Putin che violano segreti a stelle e strisce- serve a questo, a etichettare Trump come anti americano e a vendere il prodotto Clinton: dietro la sua freddezza, i nostri vailori, da difendere a ogni costo
L’abbraccio contro il terrore. Titolo della Stampa con sotto la foto di “un imam in una chiesa di Roma”. In 23mila in Italia si sono presentati alla messa domenicale, davanti a immagini che raffigurano santi e persino dio (e che sono rigorosamente vietate dall’islam) per rimuovere un’altra immagine, quella dei “sedicenti” musulmani, Adel e Abdel, che in chiesa hanno sgozzato padre Jacques. Pochi, tanti? L’importante è che si stia aprendo un confronto: può l’Islam integralista -che prevale nel mondo musulmano grazie anche ai finanziamenti dell’Arabia Saudita- accettare che in suo nome si attacchino le chiese e si uccidano un prete che dice messa? La risposta prevalente è no. Anche per quell’Islam, fondamentalista e estremista, merita la morte “solo” l’apostata, l’islamico (o assimilato) che tradisce la sua fede. Non i fedeli di religioni monoteiste, che in quanto tali vanno ignorati e tollerati. Ma si tratta solo dell’avvia di una riflessione. In futuro chi crede in Allah dovrà alzare la sua voce contro il massacro degli Yazidi (assimilati ai musulmani, ma colpevoli di rappresentare il pavone, simbolo pagano), i curdi, gli sciiti. Dovrà condannare la pratica di mettere a morte gli omosessuali e di lapidare le donne “infedeli”. E dovrà farlo, non per provare qualcosa a noi cristiani o a noi occidentali, ma per sé, per la pace e il riscatto dell’islam. Noi possiamo aiutarli affermando i valori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre i948 e non votata dall’Arabia Saudita. Distinguendo valori e lascito di sangue dell’imperialismo.
L’Islam non è terrorista. Repubblica apre con le parole del papa. Di ritorno da Cracovia, Bergoglio ha detto alcune cose interessanti. “In quasi tutte le religioni c’è il fondamentalismo e può arrivare a uccidere con le parole o con il coltello”. Vero: basterebbe ricordarsi dei cristiani fondamentalisti che in America, in questi anni -non nei secoli bui della conquista coloniale o dell’inquisizione- hanno ucciso nel nome del dio in croce medici o infermiere che praticavano l’interruzione di gravidanza. Bergoglio però va oltre: “A me non piace – dice- parlare di violenza islamica. Tutti i giorni sfoglio i giornali e vedo violenze. In Italia, uno uccide la fidanzata, l’altro la suocera… e questi sono cattolici battezzati, sono cattolici violenti. Se parlo di violenza islamica devo parlare anche di violenza cattolica”. Qui si potrebbe obiettare al pontefice che quei violenti cattolici non ammazzano nel nome di Cristo. Potrebbe rispondere – e non saprei dargli torto- che per gli islamici stradisti potremmo al massimo parlare di terrorismo nel nome di Allah ma non di terrorismo islamico. Poi però il papa aggiunge: “Il terrorismo cresce quando non c’è un’altra opzione. Ora dico qualcosa che può essere pericoloso… Ma quando si mette al centro dell’economia mondiale il dio denaro e non l’uomo e la donna, questo è già un primo terrorismo. Hai cacciato via la meraviglia del creato e hai messo al centro il denaro. Questo è un primo terrorismo”. Il messaggio è inequivocabile: bisogna riscattare la mondializzazione dalle guerre imperialiste e dal messaggio consumista. Altrimenti non ci salveremo dalla barbarie. Lo dice da prete, qual’è.
Renzi, il signor quindiciballe. Oggi il Fatto Quotidiano fa l’esegesi delle bugie disseminate dal premier nell’intervista a Repubblica. Ne ho scritto e non ci torno. Segnalo un’intervista a Gianni Cuperlo, il quale parla del Pd come di “un partito quasi estinto, un comitato elettorale permanente al servizio di potentati locali”. Per colpa di Renzi: “Non puoi dire che la crisi è alle spalle o che il Jobs Act è la cosa più di sinistra fatta negli ultimi anni La Cgil ha raccolto 3 milioni di firme su tre referendum: è la prima volta nella sua storia. Quando spieghi che per i lavoratori Marchionne ha fatto più di tutti i sindacati, ti metti in urto con la parte del Paese che dovresti rappresentare”. Infine, con una certa crudeltà, Cuperlo ritorce contro il premier il suo maldestro tentativo di scaricare le colpe per la bassa crescita, le sofferenze bancarie e la subalternità all’Europa, sul duo Monti – Letta: la politica economica di Renzi, dice, “è stata troppo in continuità con quelle di Monti e Letta. Certe idee potevano valere 10 o 15 anni fa. Non si può pensare du rieditare” le opere di Blair o Bill Clinton. Persino Hillary ha proposto politiche espansive, il salario orario minimo a 15 dolla- ri, un piano di infrastrutture per creare lavoro che non ha eguali dai tempi di Eisenhower”. Cuperlo conclude “Non mi addormento la sera pensando a Renzi, ma a come ricostruire una nuova sinistra, dentro e fuori il Pd”. Per cominciare, votiamo No al referendum?

Il guru di Stamina ci riprova a Tblisi. È allarme cliniche delle staminali

Vannoni

L’esperto di comunicazione Davide Vannoni, accusato  di associazione per delinquere finalizzata alla truffa e somministrazione di farmaci difettosi per le circa 900 infusioni di  staminali che tra Torino, Brescia, Trieste e San Marino avevano coinvolto un centinaio di pazienti affetti da malattie neurodegenerative, nel 2015 ha patteggiato una condanna a un anno e 10 mesi, per questo e altri reati.

Ma ora, il sedicente esperto di staminali, ci riprova. Un lancio Ansa riporta che  le infusioni di Stamina sono riprese al Mardaleishvili Medical Centre di Tbilisi, in Georgia.   Davide Vannoni farebbe da supervisore.  Proprio in Paesi dell’Europa dell’Est erano partite le prime cosiddette sperimentazioni di Stamina che, di fatto, non avevano nulla di scientificamente sperimentale. E, racconta l’agenzia Ansa, in Georgia si è recata di recente una paziente malata di Sla per sottoporsi a quel trattamento che, speculando sulle speranze dei malati, fa loro sborsare ingenti somme, in cambio di nessuna cura. Anzi. Può capire che se ne esca molto peggio. In Italia l’autorità giudiziaria e due comitati scientifici  hanno messo alla sbarra il metodo Stamina. Ma  i malati continuano a crederci e vanno  in Georgia fra loro, stando alla testimonianza del marito di una signora malata di Sla, ci sarebbero  anche i genitori del piccolo Federico e della piccola Celeste, che era stata sottoposta a  infusioni in Italia, dopo che il ministro della salute Balduzzi aveva sciaguratamente avallato  la sperimentazione in ospedali pubblici.

Nel 2013, infatti, il Senato votò il via libera  al decreto sulle staminali che, convertito in legge, consentì a chi ha già iniziato le “terapie” con il metodo Stamina di continuarle e prevedeva una sperimentazione di 18 mesi per la quale furono stanziati 3 milioni di euro. E questo nonostante autorevoli scienziati, a cominciare da Elena Cattaneo, da tempo avessero denunciato la truffa di Stamina sulle più importanti riviste scientifiche internazionali, mobilitando su Nature e Science contro questo scandalo che mette a rischio la salute delle persone anche premi Nobel e un gran numero di medici e ricercatori. Ma evidentemente neanche l’inchiesta di Guariniello, finita con la condanna di  Vannoni e del medico Andolina che lo aveva aiutato a mettere in atto il suo piano ai danni della salute pubblica, è bastata a sradicare le false speranze propalate da Stamina.

E purtroppo non si tratta di un caso isolato. In tutto il mondo cresce  l’allarme per il “turismo” delle staminali. A denunciare il fiorire di cliniche private che promettono cure miracolose è il New England Journal of Medicine  che mette in guardia dai loro metodi non validate e dalle promesse di guarigioni improbabili e di soluzioni miracolistiche, per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, le lesioni del midollo spinale, i danni da ictus.  Sul New England Journal of Medicine questo inquietante scenario è raccontato attraverso storie drammatiche come quella di Jim Gass che si è sottoposto in Cina, in Messico e in altri Paesi  a infusioni intratecali di staminali  cioè a base di cellule mesenchimali, embrionali, fetali. Che gli hanno causato una paraplegia e incontinenza urinaria.  Per poi scoprire che il midollo spinale a livello toracico risultava invaso da una massa, una “ganga cellulare rapidamente proliferante a differenziazione gliale”, con un Dna diverso da quelle del paziente. Una lesione, tecnicamente una ‘neoformazione’, era qualcosa di mai visto, apparentemente simile a quelle di un glioma maligno ma privo di altri tratti tipici dei tumori  come le aberrazioni genetiche . Insomma un cancro inedito, mai descritto prima in clinica.
Il medico specialista Aaron Berkowitz e altri suoi colleghi del Brigham and Women’s Hospital di Boston che avevano segnalato il caso  al New England  sottolineano  la potenzialità delle staminali di formare tumori se usate in questi tipi di infusioni:  “le cellule staminali embrionali – scrivono – formano teratomi quando iniettate nei topi e le staminali neuronali murine possono trasformarsi in gliomi maligni”.
Senza una vera sperimentazione che prevede molti step e verifiche prima di intervenire sull’uomo e non considerando i rischi già accertati queste cliniche delle staminali che spuntano come funghi nelle zone del mondo dove minori sono i controlli  procedono nel loro business senza tener conto delle “gravissime complicazioni legate all’introduzione di staminali ad elevata attività proliferativa nei pazienti”.  I testimonial che si affacciano in rete per sostenerne i vantaggi sono moltissimi e in genere, come nel caso di Vannoni, non sono medici ma al più esperti di marketing, con forti interessi economici  e del tutto spregiudicati nello speculare sulla sofferenza e disperazione di chi è affetto da malattie gravi, per le quali non c’è ancora una terapia efficace.

Islamofobi, perché non mafiofobi o corruttofobi?

Pensa se si trovasse la molla, il dado e la chiave giusta per indirizzare gli istinti più bassi; se si riuscisse a sollevare con le mani le paure più ancestrali e mirarle come se fossero una fionda. Pensa se i soffiatori di paure scegliessero una settimana di servizio civile abbandonando la turpe propaganda per sconvolgere l’agenda delle fobie. Come se da stamattina in Italia fossimo tutti mafiofobi, una cosa così.

Immaginate una rassegna stampa mattutina in cui alla signora della strada si chiede con insistenza se non ha paura per i propri figli e i propri nipoti di una mafia che si infiltra dappertutto, travestita da brava persona, arrivando a danneggiare chiunque senza preavviso e portando violenza come da giuramento in nome di dio o qualche santo (San Michele Arcangelo, ad esempio, nel caso della ‘ndrangheta). Immaginate la signora che risponde ripresa al tg della sera e elenca tutte le proprie insicurezze dicendo che no, che non si può fare i buonisti con questa gente, con Cosa Nostra o ‘ndrangheta o camorra, che se li prendano in casa loro, i buonisti, che siano i buonisti ad ospitare i parenti di Riina, Provenzano, Dell’Utri o Cosentino.

Oppure figuratevi un Paese in cui tutti camminino torvi con il sospetto di avere un corrotto o un corruttore nella stessa carrozza dell’affollatissima metropolitana: gente che tende l’orecchio per carpire dal vicino qualche indicibile accordo che attenti alla sicurezza e all’economia nazionale. Un clima di sospetto per cui viene chiesto a chiunque sia classe dirigente di lavare i piedi ai cittadini sotto un’orda di flash per lanciare un segnale. Immaginate l’Europa che chieda alla Turchia di allestire campi profughi per mafiosi, truffatori e corruttori, con Salvini che prefigura la ruspa sull’archivio di Andreotti, sull’ufficio di Verdini, sulla cella di Riina, per le filiali di Banca Etruria, sugli accordi loschi di Finmeccanica; ruspe sui figli di Bossi, ronde per chiedere i conti di Expo o irruzioni durante riunioni di massoneria.

Immaginate, per un secondo soltanto, se questo diventasse un Paese capace di essere prepotente contro i prepotenti piuttosto che essere forte con i deboli e debole con i forti. Ci sarebbe da ridere, a vederne l’imbarazzo.

Buon lunedì.

Ai Weiwei finalmente (più) libero

Dopo aver trasformato il Belvedere di Vienna in un lago dove fioriscono inediti fiori di loto creati con giubbotti salvagente, Ai Weiwei si appresta a ricoprire la facciata di Palazzo Strozzi con 22 gommoni arancione ancorati alle finestre. S’intitola Reframe l’installazione omaggio a tutti i migranti che sarà inaugurata il 23 settembre a Firenze, insieme ad una ampia retrospettiva, Ai Weiwei libero, che ripercorre tutto il suo lavoro e la sua lunga lotta per i diritti umani e per la libertà di espressione. Che ha conosciuto momenti drammatici nel 2008 e nel 2011, quando l’artista fu picchiato quasi a morte dalla polizia cinese, dopo essere stato in Sichuan a documentare il disastro del terremoto, denunciando le responsabilità dello Stato per il crollo di abitazioni fragili «come budini di tofu» in una zona sismica.

Tre anni dopo, con una generica accusa di frode fiscale e senza alcun processo, Ai Weiwei fu arrestato e tenuto in isolamento per 81 giorni in un luogo segreto. Solo nel 2015 ha riavuto il passaporto potendo andare a Londra per la sua personale alla Royal Accademy. In quella prestigiosa istituzione inglese ha lavorato l’attuale direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino, curatore di questa retrospettiva fiorentina, realizzata da Fondazione Strozzi con la Regione Toscana, il Comune e Galleria Continua di San Gimignano, tra le prime ad aprire una “filiale” anche a Pechino. «A questa mostra abbiamo lavorato molto e a lungo »dice a Left Galansino.

«L’idea mi è venuta nel 2014, prima ancora di cominciare questo mio nuovo lavoro. Penso che fare una mostra con un simile artista possa essere un buon punto di partenza per una programmazione di Palazzo Strozzi più orientata verso il contemporaneo». Quella di Firenze sarà una esposizione interamente nuova, diversa da quella londinese, «per nostra precisa intenzione ma anche per il modo di lavorare di Ai Weiwei. Le sue mostre non viaggiano come blocchi unitari in posti diversi ma vengono concepite sempre con una attenzione al contesto». Inoltre «la retrospettiva di Strozzi è molto più ampia in termini di trattazione: partiamo dagli esordi della carriera di Ai Weiwei. Ci sarà, per esempio, una sezione dedicata al suo periodo giovanile a New York. Ripercorriamo 30 anni della sua ricerca mostrando alcune delle sue istallazioni più iconiche ed opere nuove site specific». Quanto al tema della migrazione a cui è dedicata un’istallazione in facciata, «nella mostra londinese non era ancora presente». Ai Weiwei l’ha sviluppato soprattutto nell’ultimo anno anche andando di persona a Lesbo.

Particolarmente interessante, a Firenze, sarà vedere come Ai Weiwei articolerà il dialogo fra antico e moderno .«A rendere unica la mostra a Palazzo Strozzi è anche il luogo. Non ha mai esposto in un contesto di questo genere», sottolinea Galansino. «Questo è uno dei più bei palazzi civili del Quattrocento  fiorentino, è un simbolo della cultura umanistica e rinascimentale. Esporre qui è una sfida nuova per l’artista ma anche per noi: non avevamo mai realizzato un percorso che unisse tutto il palazzo concependolo come un’unità dalla Strozzina al piano nobile, dal cortile alla facciata». Come farete con le istallazioni di Ai Weiwei che sfidano, per peso e dimensioni, la struttura del palazzo? «Proprio considerando questo aspetto tutto è stato calibrato su misura per i nostri spazi che richiedono un’attenzione particolare rispetto agli edifici moderni nei quali si usa esporre l’arte contemporanea», assicura il direttore e curatore della retrospettiva Ai Weiwei libero che segna un momento di svolta nella ricerca di questo poliedrico artista, architetto, blogger e scrittore, che ha disegnato lo stadio di Pechino come un modernissimo nido e alcuni anni fa ha disseminato la Tate Gallery di migliaia di semi di porcellana, dipinti a mano. «La periodizzazione della sua opera è importante», dice Galansino. «La mostra della Royal Accademy chiudeva un periodo. Ai Weiwei ha ricevuto il passaporto nell’estate del 2015, un mese prima dell’inaugurazione. E da lì nasce un’altra fase della sua attività. Si riappropria della libertà di viaggiare, che per un artista è molto importante. Perde lo status di recluso che ha caratterizzato la sua attività negli ultimi anni e ha determinato il suo essere “presente ma assente” alle sue stesse mostre. Quando era ancora impossibilitato a spostarsi – ricorda il direttore e curatore – sono andato diverse volte in Cina per incontrarlo. Da architetto qual è poteva lavorare bene sulle piante, assieme al suo team molto efficiente. Ma poi ha avuto modo di vedere gli spazi con i suoi occhi. Anche a livello di poetica e di produzione questa ritrovata libertà ne ha cambiato l’azione». Ampliando il suo orizzonte. «Ora Ai Weiwei apre lo sguardo all’Occidente con una ricerca non più solo rivolta a temi cinesi. Ci sono diversi elementi di cambiamento da un anno a questa parte nel suo lavoro». L’aggettivo “libero”, nel titolo della mostra ha dunque un duplice significato. «Si riferisce alla libertà riconquistata dall’artista ma anche al modo totalmente libero e creativo in cu ha utilizzato e interpretato gli spazi di Palazzo Strozzi», conclude Arturo Galansino.

Ma se il lavoro di Ai Weiwei è cambiato  e si è sviluppato negli anni, possiamo dire lo stesso dell’arte cinese contemporanea che una decina di anni fa ha conosciuto un vero e proprio boom? Per sapere di più sulla scena artistica cinese nel suo complesso abbiamo rivolto questa domanda a Filippo Salviati, curatore dei testi dell’audioguida che accompagna la mostra fiorentina di Ai Weiwei, ma anche coautore della importante monografia Arte contemporanea cinese (Electa, 2006), che meriterebbe di essere ripubblicata. Negli ultimi anni, dice il docente di storia dell’arte dell’estremo Oriente «poco è accaduto nell’arte contemporanea che siamo un po’ abituati a percepire come un processo dinamico, sempre in grado di attualizzarsi e innovarsi e che invece, non solo in Cina ma nel mondo intero, pare avvitata su se stessa senza aver più la capacità di formulare pensieri nuovi. Meno male dunque che sono ancora vivi e attivi Ai Weiwei, Xu Bing, Zhang Huan, Zhang Peili, Qiu Zhijie i Gao Brothers e molti altri ancora, perché senza il loro lavoro il panorama sarebbe desolante». Viva, dunque, quegli artisti «con alle spalle una vita trascorsa nelle dinamiche della storia che inevitabilmente ti formano: hanno ancora qualcosa, anzi molto, da dire – assicura Salviati -, restano all’avanguardia, nel senso di una ferma presenza radicata nel presente. Anche coloro che, come Gu Dexin, si sono ritirati dal mondo, come i taoisti di un tempo, e hanno smesso, pare, di “produrre arte”: proprio perché l’arte, oggi, è al 99 per cento mera produzione di prodotti soggiogati alle regole del commercio, del mercato». In questo quadro anche il 798, il famoso distretto dell’arte contemporanea a Pechino non appare più così stimolante. «Il 798 non può proporre più niente perché quando un laboratorio diventa un Luna Park la ricerca si arresta. È divenuto un luogo istituzionalizzato» dice Salviati che è tornato a visitarlo proprio la settimana scorsa, «assorbito nel panorama del presente dominato dal denaro, un luogo non di innovazione ma di ripetizione, dove i visitatori si fanno selfie e guardano alle gallerie come negozi: non è più il “non-luogo” di una volta dove l’arte era praticata come esperimento e in semi-clandestinità.  Oggi assomiglia a un centro commerciale, dove il “nuovo” è spesso vecchio riciclato. Il 798, insomma, è una esperienza chiusa», Tanto che nella sua recente riproposizione in forma di mostra a Roma a Filippo Salviati è apparso «un vero mostro, una ‘fantozziana’ potiomkin». 

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