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La Rai e il federalismo dell’indignazione

Anche per la Rai il futuro sarà per la prossima volta, quindi. E sarebbe fin troppo facile andare a ripescare le promesse non mantenute: anche su questo ritorniamo al vento freddo della delusione. «Fuori i partiti dalla Rai!» è l’urlo con cui ciclicamente il salvatore di turno ammaestra il popolino con la stessa retorica di cho invece vorrebbe chiuderla, la Rai. Frasi fatte, propaganda fritta, come questa:

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Oppure i soliti proclami, roba così:

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Quello che sappiamo oggi della Rai è che Bianca Berlinguer (non certo renziana) sia stata rimossa per lasciare il posto a quello stesso Luca Mazzà che sbatté la porta a Ballarò non concordando con la linea “troppo antirenziana” del programma. In tempi di servitù l’autonomia di pensiero è un pericolo, del resto. Da sempre. Servono analisi? E allora oggi vale la pena riprendere le parole di Enrico Mentana che dice:

«Questa storia del cambio di direttori nei tg Rai è tristissima e pacchiana insieme. È chiaro che l’obiettivo era rimuovere Bianca Berlinguer dal tg3. Ed è chiaro che i top manager Rai questo obiettivo proprio non se lo erano prefisso, tanto è vero che poche settimane fa sono stati presentati i palinsesti della nuova stagione, senza tenere conto di un possibile spazio “risarcitorio” per lei. Insomma, l’ordine è venuto improvviso e da fuori. In vista del referendum? Direi proprio di… sì. Ma per non farla troppo evidente si è pensato di non sostituire solo lei. Quindi via anche Masi dal tg2, così, per compagnia, per dimostrare alla Commissione di Vigilanza che non è un fatto personale, e politico. Una foglia di Fico, insomma. Quelli dell’opposizione strepiteranno per il colpo contro i sostenitori del no referendario, quelli della maggioranza diranno che la Berlinguer era lì da 7 anni e cambiarla non è un delitto, e nessuno si filerà il povero Masi, danno collaterale di una guerra politica, che conferma al di là di ogni sarcasmo che tutti noi paghiamo la Rai nella bolletta della luce, ma le mani sull’interruttore sono sempre le stesse.»

E ancora una volta vedrete che gli stessi che scendevano in piazza contro l’editto bulgaro berlusconiano si insabbieranno. Succede sempre così quando la normalizzazione si insinua. Succede sempre così quando s’insedia l’idea che le ingiustizie siano solo quelle che riguardano i nostri. Federalismo dell’indignazione: eccoci.

Buon mercoledì.

(aggiornamento: la Rai dice che le nomine non sono ancora ufficiali. Vedremo)

La guerrigliera curda che leggeva Dostoevskij

Lo scrittore e musicista Marco Rovelli ha fatto un lungo viaggio in Kurdistan per ritrovare tracce di Filiz, la guerrigliera dagli occhi verdi che dà il titolo al suo nuovo, intenso, romanzo, pubblicato da Giunti. Un viaggio che gli ha fatto scoprire non solo il coraggio  e i valori di questi partigiani che lottano contro l’Isis e contro la stretta autoritaria imposta da Erdogan, ma anche il loro amore per la danza,  la musica, la letteratura e la filosofia. Tanto da ritrovarsi, nel folto di quelle lontane montagne,  a rispondere a domande su «uno scrittore italiano condannato dalla Chiesa, che si chiama Giordano Bruno», di cui il leader del PKK Ocalan parla in un libro. L’autore presenterà il romanzo  domenica 11 settembre al festival Con-Vivere, a Carrara.

Marco, che cosa ti ha colpito della storia di Filiz (“Avesta” era il suo nome di battaglia), tanto da decidere di scrivere un libro proprio su di lei e non su un’altra delle molte guerrigliere che conbattano nelle file del PKK curdo?

Avevo letto un’intervista su Foreign Policy, mi aveva colpito il suo volto, dolce e quasi intimidito dall’obiettivo, e la forza delle sue parole. Dopo qualche giorno è arrivata la notizia della sua morte. L’ho preso quasi come un segno, dovevo raccontare la sua storia. Nella scrittura non si deve razionalizzare tutto, bisogna lasciarsi trascinare dall’imponderabile. L’ho fatto, e ho scoperto una persona straordinaria, che davvero incarna la sostanza più profonda e intensa del popolo curdo e della sua lotta.

Andando in Kurdistan a parlare con le persone che l’avevano conosciuta che cosa hai scoperto di lei? Quali ragioni profonde la motivavano?

A un certo punto, nella propria adolescenza, Filiz, che diventerà Avesta, scopre di non essere quel che credeva. Prima ha visto gli orrori dei turchi, e lì ha scoperto di non essere turca; poi ha scoperto di essere curda, di appartenere a una cultura diversa, fatta di elementi che lei stessa non conosceva. La danza e la musica, ad esempio, sono elementi decisivi per lei. Ma anche il poter partecipare in quanto donna a delle riunioni, cosa che prima mica si immaginava. L’identità non è tanto il passato, quanto le possibilità di essere qualcosa di nuovo, le possibilità di creare: e una partigiana come Avesta èquesto che sceglie di fare, creare nuove possibilità di vita.

I libri, la cultura, la ricerca sono elementi che alimentano la vita in clandestinità di queste ragazze nonostante la durezza della quotidianità da guerrigliera?

Lo studio, la lettura e la discussione sono le attività che impegnano i guerriglieri per la maggior parte della loro vita quotidiana in montagna. Questo perché si tratta, per loro, di trasformare la propria mentalità, soprattutto. Salire in montagna ha un che di trasformazione radicale della vita. Dopo la salita in montagna si è persone nuove, si abbandona la propria vita precedente. Si studia per comprendere il mondo e se stessi. È così mi sono trovato a parlare, nel deserto iracheno, di Wallerstein, di Giordano Bruno, di Dostoevskij.

Nella loro lotta anche per l’emancipazione delle donne, oltre che per libertà e democrazia, leggi qualche analogia con le partigiane che hanno fatto la Resistenza, pur con tutte le differenze storiche?

Ci sono, certo. La partecipazione delle donne nella lotta di Liberazione è stata un momento decisivo per l’emancipazione di genere. Dopodiché i contesti sono molto diversi. La diversità sta soprattutto nel fatto che per i curdi legati al PKK la lotta non è solo contro i turchi per lo stato nazione (cosa che da quindici anni peraltro è stata abbandonata in nome del con federalismo democratico), ma anche all’interno della stessa società curda contro il potere dei clan. Il feudalesimo che è nel medesimo movimento società patriarcale. Emancipare la donna, o meglio emancipazione della donna, inteso come genitivo soggettivo.

I tuoi libri nascono da una potente e precisa fusione fra realtà e finzione, hai lavorato così anche per La guerriera dagli occhi verdi? L’impressione leggendo è che l’immaginazione e il racconto ti siano servite anche per tratteggiare più in profondità la realtà interiore della protagonista fra infanzia e realtà adulta.

Ho cercato di essere Fedele alla storia così come l’ho ricostruita parlando con i guerriglieri che hanno combattuto con Avesta e con la sua famiglia. Ma poi ci ho lavorato come per un romanzo, sia colmando alcuni buchi (pochi), sia drammatizzando la narrazione, i personaggi, le vicende. La costruzione è stata quindi molto diversa dai “reportage narrativi” del passato, quando raccoglievo le storie e cercavo di restituirle con gli strumenti letterari, ma sempre dall’esterno, con l’inserzione del testimone che sta sulla scena (il sottoscritto, intendo). In questo caso ho immaginato di entrare nella mente e nello sguardo di Avesta, per entrare nella sua anima, per vedere il mondo dal suo punto di vista, per farla vivere – prima ai miei occhi, poi agli occhi del lettore. E, in fondo, credo di aver messo in scena una tragedia contemporanea. Nel senso che nella vicenda di Avesta ho visto quei caratteri eterni proprio delle tragedie greche: il destino, la scelta del destino come vera libertà, la catena di sangue, nel rapporto che legava Avesta e fratello come non vedere quello tra Antigone e Polinice…

Le guerrigliere curde si trovano a combattere una triplice battaglia, contro la società patriarcale, contro l’Isis e il governo autoritario di Erdogan. A che punto è la loro lotta?

È una lotta durissima proprio perché il supporto internazionale non c’è. A parole piace a tutti la donna che combatte il barbaro dell’Isis. Ma nei fatti le considerazioni geopolitiche fanno sì che i curdi vengano lasciati a loro stessi, carne da macello come è da sempre. I curdi possono trovare aiuto solo in loro stessi.

In Italia oltre al tuo romanzo, è uscito un graphic novel di Zerocalcare che tocca in qualche modo la stroia delle guerrigliere curde, mentre Fancesca Tosarelli e Wu Ming 5 hanno dedicato loro una parte del loro libro reportage Ms Kalashnikov. Le guerrigliere curde sono entrate anche nell’immaginario letterario?

Non so, questi sono solo alcuni casi. Ma di certo le guerrigliere curde hanno tutte le caratteristiche per entrare nell’immaginario non solo letterario: a patto però che si rifugga da esotismo e orientalismo, e si comprenda che cosa significhi concretamente il fatto che un terzo delle Hpg, le unità militari del PKK, sono donne.

Banche ancora nel mirino. E la Borsa va giù

Palazzo Mezzanotte a Piazza degli Affari dove si e' svolta la conferenza stampa di presentazione del programma di "Sovranita' in conflitto", ottava edizione del Festival dell'Economia, 30 maggio 2013. ANSA/BERNARDINATTI

Eliminati i famigerati Npl, Non performing loans, cioè i crediti deteriorati, quelli ormai persi, il Monte dei Paschi secondo il presidente del Consiglio Matteo Renzi è pulito. Grazie all’operazione Atlante, il fondo privato che si è accollato quelle sofferenze che avevano determinato la bocciatura della Bce. «Abbiamo trovato la soluzione finale per Siena», ha detto in una intervista a Cnbc, cioè dovrebbe essere l’ultima volta che a Piazza Salimbeni  si interviene e si ricapitalizza – 5 miliardi per la precisione – . Il presidente del Consiglio interviene per tranquillizzare sul Monte dei Paschi e in generale sulla salute delle banche italiane. «Penso che gli stress test abbiano mostrato che le banche italiane non sono il problema del sistema europeo. Questa è la vera novità», ha detto. «Negli ultimi 12 mesi ogni giorno si diceva che il problema erano le banche italiane e noi replicavamo che non era vero. Alla fine gli stress test mostrano la realtà: abbiamo la migliore banca europea, Intesa Sanpaolo, e quattro istituti su cinque sono in una buona situazione». Ma se il presidente del Consiglio si dimostra ottimista e continua la difesa dell’operato del suo governo dopo aver sferrato – sempre sulle banche – un attacco alla classe politica precedente domenica dalle colonne di Repubblica, gli investitori per il momento sono scettici. Oggi la Borsa di Milano – insieme alle altre europee – ha registrato una giornata decisamente no. Alle 16 Piazza Affari registrava un -2,1 %. L’effetto scatenante, secondo gli esperti, è l’“onda lunga” degli stress test dell’Eba, i cui risultati non hanno soddisfatto complessivamente. A zavorrare i listini infatti sono ancora una volta le banche (-2,4% l’indice Dj Stoxx di settore), con gli investitori innervositi anche dal taglio degli obiettivi di utile di Commerzbank (-8%). Anche istituti che pure avevano superato il test dell’autorità bancaria europea, come Unicredit, Ubi e Intesa San Paolo, oggi segnano una discesa. Oggi vanno male anche le telecomunicazioni (-1,2%), le materie prime (-1,2%) e l’energia (-1%), nonostante il petrolio sia sopra i 40 dollari al barile.

Stragi di Stato. Il depistaggio diventa reato nell’anniversario di Bologna

Le stragi che hanno segnato la storia recente del nostro Paese hanno tutte portato in dote un baluardo quasi insormontabile per chiunque sia stato incaricato di cercare i responsabili: le azioni di depistaggio. Servizi deviati, logge segrete, politici, militari e funzionari corrotti rispondendo agli interessi più disparati, di volta in volta hanno gettato sabbia negli ingranaggi investigativi e processuali sugli attentati terroristici a Bologna (Stazione centrale, 2 agosto 1980), Brescia (Piazza della Loggia, 28 maggio 1974), Milano (Piazza Fontana, 12 dicembre 1969) solo per citarne alcuni. Distruggendo, occultando, danneggiando o alterando prove e documenti, come solerti marionette della strategia della tensione hanno rallentato fino quasi a fermare il processo di ricostruzione della verità e di restituzione della giustizia alle vittime, ai sopravvissuti e ai loro familiari. Sapendo di rischiare poco o nulla per via di uno sconcertante vuoto normativo nell’ordinamento penale. Da oggi non è più così. “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, allo scopo di ostacolare o impedire indagini o processi, modifica il corpo del reato o la scena del crimine oppure mente o è reticente”, rischia il carcere da 3 a 8 anni. La sanzione sale fino a 12 anni quando l’azione è commessa in un processo per reati gravi tra cui la strage, l’attentato contro il presidente della Repubblica o la Costituzione, il traffico illegale di armi o di materiale nucleare, chimico o biologico e i reati associativi. Così cita la Legge 133/2016 che regolamenta il nuovo “delitto di frode in processo penale e depistaggio” e che per una coincidenza, o forse no, entra in vigore nel giorno del 36esimo anniversario della strage di Bologna. Approvata il 5 luglio scorso in via definitiva dalla Camera, la norma il cui primo firmatario è Paolo Bolognesi, attuale presidente dell’Associazione vittime della strage di Bologna, era attesa da decenni. Da quando per la prima volta il 2 agosto del 1993 Torquato Secci, primo presidente dell’associazione, ne fece richiesta pubblicamente dal palco della commemorazione.

Quella che non è certamente casuale è la frase scelta dall’associazione per il manifesto commemorativo di quest’anno: “Il Paese deve sapere chi, tramite Licio Gelli, fu tanto determinato contro la democrazia da finanziare una strage di 85 morti e 200 feriti”. Sta lì a ricordare che ancora oggi non è messa la parola fine sulla vicenda storica e processuale di uno degli attentati più cruenti e crudeli del secondo dopoguerra. Si conoscono i nomi degli esecutori materiali – gli ex Nar Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini – tutti condannati in via definitiva, manca quello del mandante e con esso di conseguenza il motivo per cui fu pianificata la strage provocata da un ordigno contenuto in una valigia lasciata dai terroristi nella sala d’aspetto della seconda classe della stazione di Bologna. L’orologio, come tutti ricordiamo, segnava le 10:25.

Come ricostruisce Roberto Scardova in Alto tradimento. La guerra segreta agli italiani, da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna, Licio Gelli è stato la figura chiave dei depistaggi delle indagini sull’attentato del 2 agosto. Non solo, nel libro – firmato per Castelvecchi con Antonella Beccaria, Giorgio Gazzotti, Gigi Marcucci e Claudio Nunziata – vengono per la prima volta prodotti i documenti desecretati che provano il ruolo della loggia P2 nel finanziamento della strage. È la calligrafia di Gelli, ricorda Paolo Bolognesi nella prefazione, quella su un foglio intestato “Bologna” in cui compaiono «un numero di conto corrente di una banca svizzera», e una cifra: 13.970.000 dollari. Il documento fu sequestrato al capo della P2 nel 1982 «al momento del suo arresto a Ginevra». Alto tradimento offre una rilettura documentata di come in Italia, fra gli anni Settanta e Ottanta, strutture clandestine, sollecitate e coperte – depistaggi, appunto – da ambienti istituzionali italiani e internazionali, abbiano attuato uno spregiudicato attacco alla democrazia basato sulla “guerra non ortodossa”. Dalle fitte pagine, dense di fatti, nomi e date, emerge con chiarezza che il finanziamento “Bologna” «in favore di più persone» fu completato tramite operazioni eseguite su banche facenti capo a Umberto Ortolani e Roberto Calvi. Il presidente del Banco Ambrosiano in seguito attribuirà ai servizi segreti proprio un finanziamento di 15 milioni di dollari assicurato dal Pentagono che «avrebbe fatto esplodere il mondo». Questa leggerezza, che fu registrata in segreto da Flavio Carboni durante una loro conversazione, determinò la sua condanna a morte. Quanto a Gelli, le ammissioni che confermano il suo coinvolgimento in un progetto eversivo realizzato dopo la strage del 2 agosto, fatte in un tre diverse interviste nel 2011 (Il Tempo), nel 2013 (Il Fatto) e nel 2015, andata in onda su La7 tre giorni dopo la sua morte, il 18 dicembre 2015, rappresentano una utile chiave di lettura anche della destinazione di quel finanziamento. Resta aperta la domanda: chi furono i mandanti? I depistaggi orditi dal Venerabile, che ha sempre tentato di minimizzare le responsabilità di Fioravanti e dei suoi camerati, fino a oggi hanno tenuto al riparo i burattinai della strage di Bologna. Ben presto alle informazioni prodotte dal libro “Alto tradimento” se ne potrebbero aggiungere di nuove altrettanto importanti. Una questione ritenuta pregiudiziale da chi indaga sulle menti di Bologna è il deposito – atteso entro il prossimo autunno – delle motivazioni della sentenza della Corte di assise di appello di Milano che a luglio 2015 ha condannato all’ergastolo i due neofascisti di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, la fonte “Tritone” dei servizi segreti, per la strage di piazza della Loggia a Brescia. I magistrati sposano in questo la tesi di Bolognesi che per conto dell’associazione dei familiari delle vittime lo scorso anno ha depositato in procura un dettagliato dossier, frutto di un lavoro di ricerca e dell’analisi incrociata di migliaia di pagine di atti giudiziari di processi per fatti di strage e terrorismo dal 1974 a oggi.

Bologna, 2 agosto 1980: quando il terrorismo era italiano. Foto, fatti e testimonianze

Una donna piange mentre viene soccorsa dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980. ANSA

Sono le 10:25 del 2 agosto 1980, la sala d’attesa è affollata. Intorno il caos della stazione ferroviaria di Bologna: il caldo, la fretta di partire, le valige, una in particolare abbandonata su un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala ovest. Un clic, poi l’esplosione. 23 kg di esplosivo che travolgono tutto e tutti, i detriti e l’onda d’urto arrivano addirittura a colpire il treno Ancona-Chiasso fermo al binario 1 in attesa di ripartire. Muoiono 85 persone, in 200 rimangono feriti. Inizia così uno degli episodi più terribili che segnano la storia della democrazia italiana sul quale ancora permangono ombre.

Il presidente del consiglio Francesco Cossiga (sinistra) sul punto in cui si e' formato il cratere provocato dall'esplosione alla stazione centrale di Bologna in una foto d'archivio del 3 agosto 1980. "Non credo che essere servitore dello Stato sia nascondere la verità. Per questo, per me, Cossiga non fu un servitore dello Stato": il presidente dell'Associazione Familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi, interpellato dall' ANSA dopo la morte dell'ex presidente, conferma il proprio giudizio critico. (ARCHIVIO 97543) ANSA
Il presidente del consiglio Francesco Cossiga (sinistra) sul punto in cui si e’ formato il cratere provocato dall’esplosione alla stazione centrale di Bologna in una foto d’archivio del 3 agosto 1980. «Non credo che essere servitore dello Stato sia nascondere la verità. Per questo, per me, Cossiga non fu un servitore dello Stato»: il presidente dell’Associazione Familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi, interpellato dall’ ANSA dopo la morte dell’ex presidente, conferma il proprio giudizio critico. (ARCHIVIO 97543) ANSA

Il 2 agosto 1980 ero una bambina di 9 anni e alle 8.20 mi trovavo alla Stazione di Bologna. Dovevo partire col treno per la mia prima vacanza da sola in montagna con la mia migliore amica, Simona.
E sì, era la prima volta che partivo senza i miei genitori e mi accompagnò mio papà alla Stazione di Bologna. Nell’atrio mi aspettava la mia amica con i suoi genitori. Guardammo l’orario del treno diretto a Vicenza, dove avremmo proseguito in pullman fino a Gallio, paesino di montagna vicino ad Asiago. Il treno quella mattina fu puntuale e ricordo ancora l’emozione di partire sola con in tasca le Big Babol, le gomme da masticare che profumavano di fragola. […] Verso l’ora di pranzo arrivammo alla casa in montagna. Mentre aspettavamo che il pranzo fosse pronto, il papà della mia amica accese la tv per guardare il telegiornale. Rimanemmo senza parole nel vedere le immagini in bianco e nero della nostra stazione squarciata, la nostra città…Poche ore prima eravamo anche noi lì sul marciapiede di un binario, nel caldo afoso di Bologna. Dobbiamo avvisare tutti che siamo arrivati! Che noi siamo salvi: «mamma non ti preoccupare – le dissi – noi siamo arrivati…». Io arrivai… molti altri no.

Francesca Cappellaro (fonte)

Il lavoro dei soccorritori subito dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980, in una foto d'archivio. ANSA
Il lavoro dei soccorritori subito dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980, in una foto d’archivio. ANSA

Erano circa le 10.50, ero con mio zio. Arrivati al portico di fronte alla stazione e coperti da una colonna che la nascondeva, c’era gente che ci passava davanti completamente coperta di polvere ,dai capelli alle scarpe, gente con macchie di sangue, gente che imprecava e bestemmiava. Come mi spostai e vidi ciò che la colonna copriva i brividi mi trapassarono il mio corpo. Brividi che riprovo ogni volta che penso a quei momenti, ogni volta che passo davanti a quella colonna, ogni volta che passo per la stazione, ogni volta che passo di fronte alla casa del mio compagno di scuola che quel giorno perse la mamma. Brividi che ogni 2 agosto trapassano il mio corpo.

Roberto Marzano (fonte)

Un'immagine della strage alla stazione di Bologna, dove una bomba il 2 agosto 1980 uccise 85 persone. Thomas Kram, terrorista delle 'Revolutionaere Zellen' legato a Carlos 'lo Sciacallo', esperto di esplosivi e che pernottò a Bologna all'hotel Centrale nella notte tra l'1 e il 2 agosto dando il suo vero nome, e Margot Frohlich, terrorista anche lei tedesca e anche lei legata a Carlos, che tra l'altro nell'82 venne arrestata a Fiumicino con dell'esplosivo nel doppio fondo della valigia, e che secondo una testimonianza l'1 agosto alloggiò all'hotel Jolly di Bologna, vicino alla stazione. Sono loro a impersonare la 'pista palestinese' per la strage alla stazione di Bologna, partita dal lavoro della commissione Mitrokhin, e da luglio i loro nomi sono iscritti sul registro degli indagati. Lo scenario preso in considerazione dagli inquirenti bolognesi è quello della cosiddetta 'pista palestinese', secondo cui la strage fu una vendetta del Fronte popolare per la liberazione della Palestina contro l'Italia, che aveva arrestato un suo dirigente. ANSA
Un’immagine della strage alla stazione di Bologna ANSA

La stazione dei treni.
uno, due, tre, dieci, venti, cinquanta, settantasei alla prima conta. Ottantacinque al definitivo. Centinaia i feriti. Ma la linea 30, segnata alle 10.30 in transito per viale Pietramellara, guidata dal babbo non sospettava nulla del genere e con puntualità girò a destra. La stazione dei treni non era più una stazione dei treni, era una cosa, una roba, senza senso o forma, polvere e macerie, gente ferita e grida, le ambulanze, le prime. La polizia.
Una bomba in stazione il due di agosto, chi ci avrebbe mai pensato. Mambro e Fioravanti, la p2, lo stato. Sicuramente lo stato lo sa. Non lo sanno gli autisti degli autobus tra cui il babbo, non lo sanno gli autisti dei taxi, i dipendenti della ferrovia, i lavoratori della Cigar, chi passava per caso, chi andava via, tornava, aspettava nella sala d’aspetto della seconda classe. Non lo so io nato nel 1985. Non lo sai tu. Non lo sanno i vigili del fuoco, i medici e le persone che da persone qualunque sono diventate testa e braccia di soccorsi improvvisati. Non lo sa ancora nemmeno l’autobus 37 con Agide Melloni e 16 ore di servizio come soccorritore.

Alberto Guidetti (fonte)

I fiori portati dai cittadini davanti alla carrozza dell'Adria Express dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980, in una foto d'archivio. ANSA.
I fiori portati dai cittadini davanti alla carrozza dell’Adria Express dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980, in una foto d’archivio. ANSA.

I familiari di alcune delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, in una foto d'archivio. ANSA
I familiari di alcune delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, in una foto d’archivio. ANSA

Veduta di Piazza Maggiore piena di persone durante la manifestazione organizzata dai sindacati contro il terrorismo dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980. ANSA
Veduta di Piazza Maggiore piena di persone durante la manifestazione organizzata dai sindacati contro il terrorismo dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980. ANSA

La vendetta di Monti.Caffè del 2 agosto 2016

Bombe americane sulla Libia. Gli italiani, avvertiti per tempo, avrebbero condiviso, si preparerebbero a dare mano forte. Ecco il primo titolo dei giornali in edicola. Bombardamento necessario? Visto dalla Casa Bianca, sì. Gli eserciti che si confrontano a Sirte, sanno uccidere, riescono bene a distruggere, ma non sanno vincere. Così “l’esercito” raccogliticcio -varie bande tribali in divisa- del premier Serraj, quello che fu scortato dalla coalizione internazionale a Tripoli e lì resta protetto a vista, non riesce a cacciare dalla città che fu di Gheddafi le “milizie” del califfo, anch’esse disorganizzate e ed eterogenee, ma tenute insieme dal troppo sangue versato, che li costringe a combattere o a morire. D’altra perte, utilizzando questa “ultima” guerra “per por fine alle guerre”,come scrive Zucconi, Obama rende un favore alla candidata Clinton, lavando con le bombe il terribile rovescio che lei subì, da segretario di stato, in Libia nel settembre 2012 (assalto del Consolato di Bengasi e uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens). Inoltre l’azione americana in Libia prova a”coprire” quel che sta succedendo ad Aleppo. Ieri è stato abbattuto un elicottero russo (morti i 5 dell’equipaggio) che portava provviste e medicine ai “governativi” che ora sono assediati dai “ribelli”. Cioè da un’alleanza tra i “moderati” del Free Syrian Army (Fsa) appoggiato dall’occidente, i salafiti e i sunniti del Jaysh al-Fatah al-Halab e i tagliagola di Al Nusra. Tutti aiutati dell’Isis, che ora dirotta le sue minacce contro la Russia e Putin. Che ve ne pare? È guerra! Che prosegue la politica con altri mezzi -un occhio alle elezioni-, che bombarda ma viene a patito col caro nemico -specie se ricco di petrolio e depositi bancari-,nel caso in specie con l’Arabia Saudita. Che non si dispiace troppo quando il peggior nemico attacca l’alleato competitivo, in questo caso la Russia, nel mirino dell’Isis e accusata dalla Clinton di voler distruggere l’America aiutando l’ anti americano, Trump. E noi italiani? Non ne parliamo in Parlamento, ci vantiamo di essere furbi e di minimizzare i rischi, ci sentiamo momentaneamente al riparo. Speriamo che lo stallone italico prosegua a proteggerci.
Banche sane, male solo MPS. Non è il titolo di oggi, è quello di sabato. Invece ieri il dio mercato ha bocciato il sistema bancario de Noantri: Unicredit ha perso 9 punti, affossando Milano. Meglio MPS, per via della promessa di metterci soldi freschi, in teoria soldi privati, in realtà garantiti dalla banca depositi e prestiti e quindi soldi nostri. Sabato Matteo era tornato Renzi e aveva cantato vittoria: un chicchirichì solo per il week end. Oggi la gelata e pure Monti lo fa a pezzi, sia pure in modo paludato e fintamente ossequioso, più ai potenti che ai lettori del Corriere. Apre una citazione di Draghi: “signor ministro, non tutti gli italiani sono cretini”. Poi Monti spiega: “Renzi allontana da sé il calice porgendolo ai suoi predecessori, in particolare Enrico Letta e il sottoscritto”. Ci accusa di non aver messo soldi pubblici nelle banche quando ancora era permesso (dall’europa). Ma se allora, che non era strettamente necessario, avessimo sostenuto il sistema bancario “con fondi dello Stato, avremmo aggravato la già precaria situazione dello Stato medesimo, con il probabile default. In tal modo, per risolvere un problema non esistente, ne avremmo creato uno gigantesco. Essendo gli attivi delle banche largamente investiti in titoli di Stato, con la geniale idea oggi sbandierata da Renzi avremmo travolto sia lo Stato sia le banche. In altre parole: invece di evitare all’Italia il disastro greco dello Stato, avremmo cumulato tale disastro con quello spagnolo delle banche”. Inoltre Monti osserva come l’intervista del premier in carica “oltre alla ripetuta (ribollita, mi verrebbe da dire) critica sulle banche, conteneva un nuovo capo d’accusa a noi «predecessori». Avremmo disseminato di trappole il cammino finanziario di Renzi, con diverse clausole di salvaguardia”. “Mi limito a riprendere quanto è stato scritto oggi da diversi commentatori. Su un totale di 16,8 miliardi di clausole di salvaguardia disinnescate nel 2016, 3,3 miliardi erano stati inseriti dal governo Letta nella legge di Stabilità 2014. Il resto erano clausole inserite dal governo Renzi nel 2015”. È un conflitto fra Titani, entrambi succubi del Kaos mercatista. Solo che uno, Renzi, le spara troppo grosse.
Assessore a 5 stelle. ci spieghi il suo milioncino (di consulenze). Così gridavano ieri, nell’aula consiliare di Roma, alcuni pidini grillizzati. La sindaca è corsa via dal figlio, l’assessora Muraro ha spiegato sul sacro blog cdi Grillo che lei quelle consulenze le ha avute ma che era tutto regolare, solo 79 euro al giorno -secondo chi fa i conti in rete sarebbero 279- ma che il Pd ne approfitta per tentare “un golpe dei rifiuti”. Proprio il Pd che ha ridotto Roma com’è. Credo che abbia ragione Marcello Sorgi, il quale scrive sulla Stampa: l’errore della Raggi è “di essere venuta meno al principio numero uno del Movimento 5 stelle, la regola del «prima» e del «dopo». Pur avendo legittimamente messo le mani avanti sul disastro di Roma, attribuendone le colpe ai suoi predecessori in Campidoglio e al sistema di «Mafia Capitale», la Raggi, venuta «dopo», ha scelto come assessora all’Ambiente una donna del «prima», quella Paola Muraro che per ben 14 anni aveva collaborato con l’Ama con una consulenza molto ben retribuita, e negli ultimi tempi si era data a rappresentare gli interessi di un’altra ditta, la Bioman, appaltatrice dei servizi di «compostaggio», cioè di confezionamento dei rifiuti in attesa di trasporto e smaltimento”. D’altra parte, osserva Sorgi, chi l’accusa, “Daniele Fortini, incaricato nel gennaio 2014 dall’ex-sindaco Ignazio Marino di mettere a posto con le buone o con le cattive la suddetta Ama, nei due anni e mezzo in cui ha guidato l’Ama, cosa ha combinato? Per prima cosa ha fatto fuori la Muraro, che adesso non vede l’ora di rendergli pan per focaccia togliendogli la poltrona di sotto. Poi ha cercato di fare qualche decina di licenziamenti, nulla in confronto alle migliaia di assunzioni clientelari all’Ama, si parlò di una «parentopoli», fatte da Alemanno. Ma soprattutto s’è dedicato a redigere ben quindici esposti, dicasi quindici e magari tutti indispensabili, alla Procura della Repubblica di Roma, sperando forse che il procuratore Pignatone venisse ad arrestare quelli che lui non riusciva a licenziare. Nel frattempo, di far funzionare la raccolta dei rifiuti che giacciono abbandonati e putrescenti per le vie di Roma, Fortini ovviamente non s’è occupato, e continua a non occuparsi nessuno”. No comment.

Bologna: 36 anni di paludi e trattative

Il 2 agosto del 1980 ero un bambino intento ad altro. La strage di Bologna è un racconto che mi è rimbalzato anni dopo con tutto il fumo che ammanta le stragi italiane: microscopici dettagli sul dilaniamento delle vittime, minuziosi particolari delle loro storie, centinaia di angolature fotografate e scritte, chili di audizioni nelle diverse commissioni parlamentari, lenzuola di tesi disparate e un’enorme bibliografia. Per noi che siamo nati a cavallo della strage della stazione, Bologna è una biblioteca sterminata. E ci si perde nelle biblioteche folte ma senza logica. E talvolta si perde la verità, quella che non ha interesse a sembrare convincente.

La verità convincente è il prodotto politico di un Paese passato per il terrore: un’ostinata ricerca di un risultato semplice, condivisibile e soddisfacente per l’opinione pubblica. Così anche per la strage alla stazione di bologna gli anni hanno impresso l’orma di una verità gustosissima e prêt-à-porter. E fa niente se Licio Gelli, Cossiga, gli avanzi di Gladio e le criminalità diversamente organizzate sono passate come un raffreddore. Mambro e Fioravanti, anche quest’anno, sono l’imene ricostruito di una storia che si fa fossile, se serve per confortare.

Scriveva Sciascia in uno dei suoi ultimi libri (A futura memoria, 1989, Bompiani): «Fra le cose che mi rimprovero come viltà, viltà personale, anche se si tratta di viltà sociologica e storica, c’è quella di non aver preso le difese di certi fascisti quando mi è sembrato che fossero accusati ingiustamente. Se fossero stati rampolli della sinistra da un pezzo mi sarei dato da fare per loro, avrei sottoscritto petizioni… ma ahimé, appartengono alla destra, e allora, anche se intuisco che qualcosa non funziona, nei processi a cui sono sottoposti, non mi sento abbastanza sollecitato a indagare più a fondo».

Tra terrorismo nero, coperture democristiane, internazionali anticomunisti, denti conficcati nel potere c’è il solito odore di trattative e paludi.

Chissà se impareremo a galleggiare, nelle paludi.

Buon martedì.

La Nigeria che rischia la carestia

Non c’è pace per la Nigeria. Su quell’unica strada che collega le due principali città dello stato del Borno, raccolto nel nordest del Paese, giovedì  28 luglio un convoglio umanitario dell’Unicef è stato colpito da un assalitore. Andava verso Maiduguri – la capitale – di ritorno da Buma, dove gli operatori avevano appena fornito assistenza sanitaria alla popolazione in disperato bisogno. Il percorso battuto dal convoglio attraversa una regione stremata dalla guerra e dalla gravissima crisi umanitaria che questa ha prodotto nel paese a sud del Niger. Un operatore è rimasto ferito, mentre l’Unicef ha deciso di sospendere gli spostamenti nella regione.

 

Del continente africano, la Nigeria è il grande gigante. Nell’arco degli ultimi due decenni l’economia ha raggiunto livelli di crescita sorprendenti – nel paese del Borno, una delle regioni più violente del Pianeta, il reddito medio è di oltre 5000 dollari l’anno – e il numero dei suoi abitanti, soprattutto quelli più piccoli, è aumentato in maniera impressionante. La Nigeria è il paese con la più vasta popolazione minorile: sono 88 milioni i minori e 30 milioni i bambini e le bambine al di sotto dei 5 anni.
Da grandi numeri, però, grandi criticità. Nel paese centroafricano a detenere le redini della promettente economia è soltanto un 20%, mentre i due terzi della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta. Un gigante che porta sulle sue spalle il peso di una gravissima crisi umanitaria e di un conflitto che ha esasperato le già critiche condizioni di vita dei suoi abitanti. Il 90% della popolazione che in Nigeria vive al di sotto della soglia minima di povertà, risiede nel nord est del Paese, quella che del 2014 è sotto il giogo terroristico dalle milizie jihadiste di Boko Haram. Attacchi come quello della scorsa settimana nel Borno sono diventati sempre più frequenti. Per detenere il controllo sulla regione, le milizie saccheggiano, violentano e attaccano quei pochi rifornimenti in grado di alleviare le mortificanti condizioni di vita della popolazione. E’ una guerra disperata e votata alla disperazione, uno degli strumenti, assieme al terrore, usati dalle milizie per imporre il proprio controllo sulla regione. Gli attacchi hanno, infatti spesso come unico obiettivo i civili, costringerli a spostarsi e privarli delle risorse (acqua, cibo, servizi sanitari). In Nigeria i profughi sono oltre 2 milioni e buona parte degli approvvigionamenti vengono dalle agenzie umanitarie che sono continuamente minacciate da Boko Haram con l’intento di costringerle ad abbandonare il territorio.

La decisione delle Nazioni Unite di sospendere gli spostamenti dei propri operatori nelle aeree ad alto rischio del paese rischia, per questo, di paralizzare ulteriormente il delicato equilibrio di forze in campo in Nigeria e di fare il gioco di Boko Haram. L’Unicef, ha però risposto all’attacco annunciando di voler potenziare il proprio impegno sul territorio. «Non possiamo lasciare che questo spregevole attacco impedisca a chiunque di noi di raggiungere quell’oltre due milioni di persone che hanno bisogno di una assistenza sanitaria immediata». Ha dichiarato Jean Gough, portavoce di Unicef Nigeria. L’agenzia, fondo umanitario dell’Onu per l’infanzia, ha richiesto quest’anno 55 milioni di dollari per implementare il proprio lavoro di emergenza. Fino ad ora 23 milioni sono già arrivati e l’Unicef è riuscita a raggiungere oltre due milioni di persone e a fornire servizi di assistenza a oltre 56,000 di quei bambini che in Nigeria sono vittime della malnutrizione.

In totale le potenziali piccole vittime della malnutrizione sono 244mila e uno su cinque rischia la vita. La crisi alimentare che sta colpendo la regione centroafricana potrebbe essere la più devastante degli ultimi dieci anni. Le responsabilità sono sicuramente dei terroristi, ma anche delle autorità governative. Se lo scontro armato tra milizie ed esercito rallenta lo spostamento degli approvvigionamenti e i continui attacchi terroristici complicano il già difficile monitoraggio del numero di persone bisognose di assistenza, il controllo delle forze governative sugli aiuti umanitari e sulle comunicazioni aggrava ancora di più la già critica situazione nigeriana. Nella forbice tra il tentativo di controllo dell’una e l’altra forza, finisce una popolazione sempre più bisognosa d’aiuto e fiaccata da una crisi alimentare che rischia di trasformarsi in carestia, avendo così effetti devastanti ed irreversibili sul territorio e la sua popolazione.

Gli Usa bombardano Sirte. L’Italia prepara la campagna aerea

Fighters from the pro-government forces loyal to Libya's Government of National Unity (GNA) use a tank on July 2, 2016 to hit Islamic State (IS) group targets in Sirte during an operation to recapture the coastal city from the jihadists. Fighters allied to the Government of National Accord took control of a residential area called the "700 housing units" near Ibn Sina hospital and the city's Ouagadougou conference centre, the GNA's forces said on social media. / AFP / MAHMUD TURKIA (Photo credit should read MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

Gli Stati Uniti hanno bombardato postazioni dell’Isis a Sirte, in Libia. Il Pentagono ha dato conferma dei raid. Si tratta del primo coinvolgimento diretto degli Usa nella guerra delle forze libiche contro l’Isis. Il presidente Obama ha risposto con le armi alla richiesta che veniva dal governo libico. “Altri bombardamenti continueranno a prendere di mira l’Isis a Sirte” per consentire al governo di unità libico di “compiere un’avanzata decisiva e strategica”, ha detto il portavoce del Pentagono Peter Cook.
In un messaggio video il premier libico Fayez Serraj aveva annunciato di aver richiesto il supporto aereo alla coalizione di nazioni guidata dagli Stati Uniti, affermando che “i raid avranno una durata limitata” e che le prime operazioni avrebbero già “inflitto pesanti perdite” tra le fila dei jihadisti dell’Isis.

La Farnesina plaude alle “operazioni aeree avviate oggi dagli Stati Uniti su alcuni obiettivi di Daesh a Sirte”. “Le valuta positivamente”. Lo si legge in una nota in cui si dice che l’obiettivo di questo intervento militare sarebbe “contribuire a ristabilire la pace e la sicurezza in Libia”. L’Italia, ricorda il ministero degli Esteri, sostiene il governo guidato dal premier Fayez al Serraj e “lo incoraggia dalla sua formazione a realizzare le iniziative necessarie per ridare stabilità e pace al popolo libico”. E ancora: l’Italia “apprezza quindi gli sforzi che il governo di unità nazionale e le forze a lui fedeli stanno conducendo per sconfiggere il terrorismo, in particolare l’operazione Bunyan al Marsous per liberare la città di Sirte da Daesh”. Dunque, se dopo aver chiesto agli Usa il governo libico chiede direttamente all’Italia, gli aerei partiranno da basi italiane come quella di Sigonella e quella di Birgi, mentre è ancora invia di definizione il via libera da Aviano. Questo secondo gli accordi firmati con il governo di Serraj che definisce modi e termini dell’ingaggio di alleati. Ci prepariamo alla campagna di Libia, dunque, con aerei e droni, in una situazione locale assai complessa, instabile, potenzialmente esplosiva. Anche se la nota della Fornesina maschera l’impresa parlando di aiuti umanitari. Così recita la nota del ninistero degli Esteri: “Il sostegno italiano a questa operazione si è concretizzato in forme diverse nel corso degli ultimi mesi, in particolare attraverso importanti operazioni umanitarie per la cura dei combattenti feriti e a beneficio delle strutture sanitarie del Paese”.

Olimpiadi, Schwazer vola a Rio: «Dimostrerò che sono pulito»

Alex Schwazer, winner of Iaaf World Race Walking Team Championships 50 km, Rome, 08 May 2016. ANSA / Giancarlo Colombo - Fidal - Press Office +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

Sabato prossimo Alex Schwazer volerà verso Rio de Janeiro, dove si attende il verdetto del Tribunale arbitrale sportivo (Tas) sulla sua partecipazione ai giochi. Il marciatore non ci sta a rinunciare alle Olimpiadi e fa sapere che prenderà il volo il 6 agosto assieme al suo allenatore Sandro Donati. «Non posso pensare che tutto il lavoro svolto negli ultimi mesi, tutti i controlli a cui mi sono sottoposto, non siano serviti a nulla» ha scritto questa mattina l’atleta sulla sua pagina facebook.

Che la tensione sia palpabile lo conferma a Left anche Donati, che approfondisce sul settimanale in edicola tutti i dubbi sul campione di urina raccolto il primo gennaio e trovato positivo al testosterone sintetico. Il tecnico originario di Monteporzio Catone ha spiegato tutti i suoi dubbi su un eventuale manomissione dei campione, sugli interessi e poteri forti che non vogliono Schwazer ai Giochi. E sul fatto che l’esito delle analisi sui stato reso noto soltanto a giugno, dopo che l’atleta altoatesino vincendo la 50 km di marcia ai mondiali a squadre di Roma dell’8 maggio, con tempi di tutto rispetto, aveva conquistato la partecipazione a Rio 2016.

Ventiquattr’ore dopo l’inaugurazione dei Giochi, l’atleta partirà per il Brasile, determinato a mettere la parola fine su quella che doveva essere la sua occasione di riscatto e invece si è trasformata in un incubo. «Su richiesta della Iaaf, l’8 agosto avrò un’udienza davanti al Tribunale Arbitrale dello Sport e spero di ottenere in un paio di giorni il giudizio che decide definitivamente se potrò o meno partecipare alle Olimpiadi. Non so cosa pensare perché la confusione di queste settimane è stata tanta e devo dire che è veramente dura mantenere un equilibrio che permetta di affrontare un’Olimpiade in questa situazione. Sempre che possa affrontarla da atleta» ha dichairato il marciatore altoatesino.

Schwazer ha confermato la sua intenzione di argomentare davanti al Tas la propria innocenza «mostrando l’assoluta linearità di tutti i controlli ematici ed ormonali a cui mi sono sottoposto». Il 12 agosto è in calendario la 20 km maschile e una settimana dopo, venerdì 19, la 50 km: se Schwazer potrà gareggiare sapremo già su chi saranno puntati i riflettori olimpici.

Il nostro approfondimento su Left in edicola dal 30 luglio

 

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