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Ad Aleppo gas al cloro e bombe su 6 ospedali. L’Unicef: Strage di bambini

epa05452200 A handout picture made available by Syrian Arab news agency SANA shows Syrian families evacuated from Aleppo by the Syrian army in Aleppo, Syria, 02 August 2016 . Syria's Arab News Agency SANA says that tens of families have get out the eastern neighborhoods via al-Sheik Said corridor in the south of the northern city of Aleppo. It stressed that a number of gunmen turned themselves in to Syrian authorities and handed over their weapons. EPA/SANA HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Sei ospedali bombardati in una settimana dalle forze del regime di Assad, tra cui ce ne sarebbe uno pediatrico dove hanno perso la vita 4 bambini che a seguito dell’attacco non hanno più potuto avere l’ossigeno di cui necessitavano. Aleppo, città contesa da governo e ribelli, non è nuova ad attacchi sulle strutture sanitarie, ma quello degli ultimi giorni è il più violento mai registrato dall’inizio del conflitto siriano, nel 2011. Finora nel Paese sono stati censiti almeno 336 attacchi ai danni di strutture sanitarie con circa 700 vittime.

A proposito di Aleppo, Widney Brown, direttore dell’ong statunitense Physician for human rights, presente nell’area con i suoi operatori, ha dichiarato: «Dal mese di giugno abbiamo visto aumentare le segnalazioni di attacchi contro i civili ad Aleppo e i bombardamenti sulle infrastrutture mediche che rimangono nella regione. Ognuno di questi attacchi costituisce un crimine di guerra».

Anche l’Unicef esprime forte preoccupazione per quello che sta avvenendo nella città siriana: a farne le spese della guerra in corso sono soprattutto i bambini. Il direttore regionale dell’Unicef, Saad Houry, ha chiesto il libero accesso umanitario in città per poter soccorrere i bambini, che costituiscono un terzo dei 300.000 abitanti intrappolati nei quartieri assediati dai ribelli.

L’organizzazione dell’Onu per la tutela dell’infanzia si è detta allarmata per le dichiarazioni russe in merito all’utilizzo di gas al cloro durante un attacco dei ribelli a un quartiere della città controllato dalle forze governative che avrebbe ucciso 7 persone ferendone 23. È stato il capo del Centro militare russo di riconciliazione in Siria, Sergei Chvarkov, a dichiarare di aver informato gli Usa circa l’utilizzo di sostanze tossiche da parte dei ribelli in una zona residenziale di Aleppo.

Due giorni fa, erano stati invece i gruppi ribelli ad accusare il governo di aver utilizzato gas tossici nella città di Saraqeb, a sud ovest di Aleppo, in reazione a un’analoga accusa nei loro confronti da parte dei media di Stato, che parlavano di ricorso a gas nocivi proprio ad Aleppo. Attacchi al cloro – che contrariamente ad altri gas nocivi non è bandito perché utile a purificare l’acqua – si erano già verificati negli anni scorsi. Ieri intanto gli scontri si sono intensificati e gli insorti hanno cercato di rompere l’assedio del governo alle parti della città sotto il loro controllo.

Dopo 5 anni di guerra, l’Unicef stima che quasi 8,5 milioni di bambini siriani sono stati direttamente colpiti dalle conseguenze del conflitto, l’80 per cento del totale dei bambini del Paese. I siriani morti a seguito di questa guerra sono 280mila e dei 24,5 milioni di residenti almeno 6,5 milioni sono scappati.

Rompiamo il silenzio sullo Yemen

Lo Yemen è stato per millenni l’Arabia felix, un’oasi di civiltà lungo la via delle spezie. Si narra che qui fiorì il regno della regina di Saba che tenne testa a Salomone e per questo è stata dipinta dai cristiani con una zampa caprina.
Mitica sovrana, bella e saggia, Bilqis (questo il suo nome arabo, dall’antica dea dell’amore) è spesso evocata come immagine positiva nei discorsi delle donne yemenite che oggi lottano per l’emancipazione. Ma questo Paese della penisola araba, oggi martoriato dalla guerra civile, non è solo la terra dell’arabo classico codificato nel Corano, ma anche la culla di una straordinaria cultura pre islamica, che si è espressa in templi dalle colonne svettanti e vertiginose, in enigmatiche e lucenti sculture di alabastro, ingegnose dighe e sistemi di irrigazione ben più antichi di quelli romani. Mentre la raffinatissima architettura della capitale Sana’a, con la sua labirintica medina, fa pensare ai racconti delle Mille e una notte. «Parliamo di bellezze, non semplicemente naturalistiche, ma costruite dall’uomo con fantasia e studio», commenta Isabella Camera d’Afflitto, che in libri come Perle dello Yemen (Jouvence), Lo Yemen raccontato dalle scrittrici e dagli scrittori (Orientalia) e Letteratura araba contemporanea (Carocci) ha tracciato un quadro della letteratura yemenita che arriva fino ai nostri giorni, presentando nuove generazioni di scrittori – fra loro molte donne – che stanno emergendo nel vasto e variegato mondo della letteratura in lingua araba. Parliamo di romanzieri, poeti, drammaturghi, saggisti che oggi, «benché isolati a causa del conflitto in atto – racconta l’arabista della Facoltà di Studi Orientali di Roma – continuano a scrivere, cercando nuovi modi per pubblicare e non perdere i contatti con la comunità intellettuale internazionale». Anche se è molto critica la situazione in cui versa Sana’a, dopo che questo conflitto ha ucciso la speranza di rinnovamento delle primavere arabe. Anche in Yemen migliaia di giovani, ragazzi e ragazze, scesero in strada per chiedere democrazia e diritti. Ma alle proteste laiche e progressite del 2011 fece seguito il tentativo di colpo di Stato dei ribelli Houthi, sciiti sostenuti dall’Iran, e la dura risposta militare dell’instabile governo sunnita di Abd Rabbo Mansour Hadi, mal visto dalla popolazione, perché eterodiretto dall’Arabia Saudita, che ha approfittato di questa situazione di instabilità. Un conflitto, quello che si gioca sulla pelle dei civili yemeniti, sanguinoso e complesso, in cui si scontrano gruppi sunniti e sciiti, ma che più profondamente va letto nel quadro di annosi conflitti tribali per il controllo del territorio. Che il generale Sales, nei suoi 33 anni al potere, aveva astutamente saputo governare, restando a galla. E che negli ultimi anni è riesploso, fomentato da potenze straniere, in primis l’Arabia Saudita e l’Iran, ma anche con un coinvolgimento del Qatar e degli Emirati. Tanto che la città di Aden «che cinquant’anni fa – dice Camera D’Affitto – aveva leggi e costumi moderni ed era considerata la Parigi del mondo arabo» oggi è terreno minato, sottoposta ad attacchi dell’Isis e di gruppi legati ad Al Qaeda che hanno fatto di Mukalla, e del suo vantaggioso porto, il loro quartier generale. Insieme a un numero altissimo di vittime – si parla di settemila morti e 11mila feriti – questa devastante guerra di cui i media internazionali parlano pochissimo ha prodotto miseria, carestie, fame e immensi danni al patrimonio culturale yemenita. Solo nel 2015 i raid della coalizione sunnita per stanare i ribelli Houtii hanno distrutto 36 siti archeologici, di fatto vanificando larga parte del lavoro di scavo e di recupero compiuto negli anni Ottanta e Novanta da studiosi come l’italiano Alessandro de Maigret, al quale si deve l’importante scoperta dell’età del Bronzo yemenita, e in particolare del grande complesso di rovine (Wad Yala) che, dopo Marib, è considerato il più importante giacimento sabeo sinora scoperto nello Yemen.

Attacchi dell’Isis o pilotati da altri gruppi fondamentalisti come Al Qaeda hanno preso di mira anche l’accogliente e superba Sana’a, patrimonio dell’Unesco. Numerose esplosioni hanno colpito il centro storico, come quella avvenuta nel marzo del 2015 (pochi giorni dopo l’attentato di Tunisi al museo del Bardo) che ha ucciso 142 persone. I raid sauditi hanno distrutto celebri case-torri in mattoni e pietra, costruite nel caratteristico stile della città risalente all’età preislamica, è andato giù parte del palazzo reale del sovrano sabeo Ilisharah Yahdub del III sec. d.C. ma anche una intera sezione del Museo archeologico dello Yemen, dove si trovava una importante collezione di scultura pagana e musulmana. Non lontano da Sana’a è stata colpita anche l’antica Marib, capitale del regno sabeo, con la famosa grande diga, capolavoro di ingegneria idraulica che smistava l’acqua verso la città, e il sito di Sirwah. Alcune immagini mostrano la rovina del muro di cinta di Baraqish e la distruzione di eleganti templi ipostili, come quello di Nakrah, risalente al VII sec. a.C. e rimasto in uso sino al I sec. d.C., che era stato portato alla luce all’inizio degli anni Novanta (e poi restaurato nel 2004) proprio da de Maigret prematuramente scomparso nel 2011. Il direttore dello Yemen’s General Organisation of Antiquities and Museums, Mohannad al-Sayani, denuncia distruzioni mirate, per motivi ideologici, «che puntano ad annientare il patrimonio culturale yemenita simili a quelle intenzionali perpetrate dall’Isis in Iraq e Siria». Un attacco barbaro e antistorico in un Paese che ancora nel primo decennio degli anni Duemila viveva un periodo di grande vitalità culturale grazie a intellettuali come, ad esempio, ‘Arwa Abduh Uthmàn, ricercatrice del Centro di studi yemeniti impegnata nella lotta per i diritti delle donne attraverso la scrittura ma anche rifiutandosi di portare il velo. «La letteratura non è affatto marginale se si vuole capire lo Yemen oggi» sottolinea Isabella Camera D’Afflitto. «Le scrittrici oggi sono tante e il salto generazionale è enorme» se si considera che perlopiù provengono da famiglie povere che non potevano permettersi di mandare le figlie a scuola. «Le scrittrici e attiviste yemenite di oggi sono colte, hanno una laurea e un dottorato» racconta la docente di lingua e letteratura araba de La Sapienza, a Roma. Fino a non molto tempo fa a Sana’a erano aperti numerosi circoli culturali impegnati sul fronte dell’emancipazione femminile, che facevano informazione nei villaggi per cercare di debellare la piaga delle spose bambine. «All’ingresso di uno di questi circoli a Sana’a c’era una scritta che dava il benvenuto agli uomini», ricorda Camera d’Afflitto.« Ma ad una condizione: che non indossassero la Jambiya, il tradizionale pugnale curvo infilato nella cintura».

L’assurda conta dei femminicidi: siamo a 160 dal 2015. Ma nulla cambia

Sono così tante che è diventato difficile contarle. Sono oltre 60 nel solo 2016, 160 da gennaio 2015. Sono giovani, anziane o appena bambine. Sono infermiere, casalinghe, studentesse. Sono donne e sono tutte vittime di femmicidio.
C’è voluto che nel 2011 s’introducesse un termine per raccontare le storie delle vittime e definire i tratti costitutivi di un fenomeno che è ormai diventato endemico alla nostra società. Le vittime sono donne, gli assassini sono uomini. Il movente, per quanto ci si affanni a cercane di comprensibili, è influente.

La modalità ripetitiva, frutto di una violenza oscena che pare sempre cercare lo strumento più brutale per esprimersi. Vania Vannucchi, l’infermiera uccisa ieri a Lucca, è stata bruciata viva dall’uomo con il quale aveva avuto una relazione. Questa mattina a Caserta, Nicola Piscitelli ha ucciso Rosaria Lentini con 12 coltellate. Sabato scorso a Misterbianco, in provincia di Catania, Marina Zuccarello è stata sgozzata dall’ex fidanzato della figlia.

Dalla riflessione più fredda e generale, alla voce singola di ciascuna di queste atroci storie emerge il quadro di una realtà drammatica, di una pornografia della violenza che è il simbolo di una degenerazione emotiva profonda. Aldilà della messa in scena e dalla relazione che unisce i protagonisti, le singole storie di femminicidio danno voce all’urgenza di aprire un discorso pubblico sull’identità maschile, sulle relazioni tra i generi e sulla salute psichica e fisica delle donne.

Consenso, abuso, violenza, relazione, amore sono i termini di un vocabolario che deve essere discusso e che deve andare a sostituire quello assolutorio del raptus, della gelosia, del possesso, della rottura o del rifiuto che troppo spesso s’inserisce nel racconto o nella ricostruzione, come se un omicidio avesse bisogno di una giustificazione o di un elemento di razionale comprensibilità. Bisogna iniziare a parlare di educazione sentimentale, bisogna che si inizi a farlo nelle scuole. A dirlo alcune delle forze politiche.

Pietro Grasso, presidente del Senato, ha parlato di «un grande lavoro da fare, tutti insieme, per sradicare i resti di una cultura maschilista e possessiva che ancora permea la nostra società. Stare insieme è una sfida quotidiana: uomini e non si appartengono, si scelgono ogni giorno. Liberamente». Di campagne di educazione ha parlato anche la vicepresidente della Camera Marina Sereni, mentre il ministro per le Riforme costituzionali con delega alle Pari opportunità, Maria Elena Boschi, nel ricordare le vittime dei barbari assassini di questi giorni, ha annunciato di voler rafforzare l’impegno del governo nella prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne.

Boschi ha poi invocato la costituzione di una cabina di regia interistituzionale per l’attuazione del Piano straordinario a contrasto della violenza sessuale e di genere. Ma di strumenti validi in Italia ce ne sarebbero già e sono i centri antiviolenza. Quelli che stanno chiudendo. Lo dice in una dura nota, la deputata di Sinistra Italiana Celeste Costantino, presentatrice della proposta di legge sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole attualmente in discussione nella commissione Cultura di Montecitorio.

Secondo la Convenzione che garantisce la prevenzione e la lotta alla violenza di genere e che l’Italia ha ratificato nel 2015, i governi hanno l’impegno di sostenere ed incoraggiare – economicamente e culturalmente – il lavoro dei centri antiviolenza. Ma i fondi in Italia non ci sono e i centri sono comunque troppo pochi. Secondo il censimento di Women against violence Europe ripreso dalla piattaforma contro la violenza di genere, Chayn Italia, nel Paese i centri sono 140 e 73 le case rifugio, 6000 in meno di quanto previsto dall’Unione Europea.

Fintanto che i centri antiviolenza saranno minacciati dai tagli, l’educazione di genere relegata a polemiche posticce, quella che ormai si configura come una strage, rischia di continuare. La battaglia per la salvaguardia dei diritti e del corpo delle donne si deve combattere ogni giorno.

Chiamata diretta a scuola. Ora i prof devono “imparare” il linguaggio del corpo

Una delle immagini che appaiono sull'ironico book fotografico di maestri che prende di mira i provvedimenti della 'Buona scuola' del governo di Matteo Renzi, 8 aprile 2015. Il book è stato realizzato su Facebook dai docenti delle scuole elementari Longhena di Bologna, che in particolare contestano uno dei provvedimenti del ddl, cioè la chiamata diretta degli insegnanti da parte dei presidi. ANSA / FACEBOOK +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

«Non sbattete le ciglia ma ogni tanto leccatevi le labbra. E attenzione a non gesticolare troppo e a guardare di sbieco il preside…». Sissignori, a proposito di chiamata diretta dei professori capita di leggere anche i “25 consigli utili” per non fare brutta figura nel colloquio con il dirigente. È Orizzonte della scuola, uno dei portali di informazione più seguiti dai docenti, a pubblicarli, all’indomani della polemica che ha investito i “super poteri” dei presidi. Due dirigenti scolastici di Prato e Pistoia, avevano chiesto ai candidati di allegare al curriculum anche un video di due minuti “a figura intera” . Immediata la reazione e fiumi di ironia sul web con domande del tipo: “meglio in pantaloni o in bikini?”, ma anche tanta indignazione. Il senatore Pd Marco Di Lello ha anche annunciato una interrogazione parlamentare. «Forse – ha detto – qualche dirigente scolastico ha scambiato la chiamata diretta con un provino del Grande Fratello». Il ministro Giannini, intervistata dal Mattino sostiene che il video allegato al curriculum è una iniziativa che non parte dal Miur ma dai singoli dirigenti scolastici e comunque giudica la cosa «poco funzionale». Eppure l’idea del video “a figura intera” è una diretta conseguenza della legge 107 che prevede appunto i super poteri del preside.
Comunque Orizzonte della scuola, ha preso molto sul serio la storia del video. Anselmo Penna, prima di elencare i 25 consigli scrive: «Con molta probabilità, i dirigenti in questione vogliono avere un’idea chiara dei docenti che si candidano, analizzandone anche il linguaggio del corpo». Ed ecco quindi snocciolati i consigli che partono da come devono “essere” gli occhi, la bocca, il naso, le mani, la voce. Perfino il respiro, con suggerimenti che guardano lontano. «In oriente si dice che il respiro è il filo e la mente è l’aquilone, controllando il respiro si controlla la mente. Controllare il respiro vi aiuterà a mantenere la calma e gestire il vostro tono di voce». Ecco qua, sistemati i prof che magari contano sul proprio bagaglio di conoscenza ed esperienza , anche se il loro aspetto fisico non è da top model o da palestrato.

Tutta questa vicenda che ha del grottesco, è il risultato – in minima parte – anche di una trattativa fallita. I sindacati Cgil, Cisl, Uil e Snals (Gilda si era defilata) avevano tentato alcune settimane fa un disperato accordo con il Miur affinché la chiamata diretta e la mobilità dei docenti da ambiti territoriali a scuola venisse regolata in modo più soft, per competenze. Una iniziativa che aveva destato non poche polemiche perché i docenti con tanti anni di esperienza si sarebbero trovati scavalcati anche da chi, magari più inesperto, avesse nelle mani attestati vari di corsi di formazione. Comunque, al di là delle polemiche, non se n’è fatto di nulla. Al momento di fissare nero su bianco il pre accordo politico – a cui aveva aderito il sottosegretario Faraone – il Miur ha fatto marcia indietro e il tavolo, come si dice in gergo sindacale, si è rotto.
Adesso i sindacati passano al contrattacco, presenteranno ricorso al Tar contro la cosiddetta “chiamata per competenze” che il Miur, dicono in una nota, ha deciso in modo unilaterale. «Provvedimenti irragionevoli e contraddittori sul piano amministrativo che violano la trasparenza della pubblica amministrazione». Non solo. I sindacati – finalmente – denunciano il fatto che «sono anche in contrasto con importanti principi costituzionali, dalla libertà di insegnamento, ai diritti dei lavoratori, alla contrattazione».

La chiamata diretta, con questi sviluppi “folclorici”, tra video e linguaggio del corpo da imparare, non  è solo  la farsa dell’estate. In realtà colpisce la dignità e la professionalità dell’insegnante.

La Asl, i rifiuti, i Fori Imperiali. Il punto sulle grane del sindaco Raggi

La sindaca di Roma, Virginia Raggi, saluta dalla finestra del suo studio a margine della visita a Palazzo Senatorio in Campidoglio in occasione dell'apertura ai cittadini, Roma, 31 luglio 2016. ANSA/CLAUDIO PERI

Un po’ gli capitano – come l’emergenza rifiuti, che a Roma è ciclica e non certo un’esclusiva dell’assessora Muraro – un po’ se le cercano, i 5 stelle, le polemiche per rovinarsi (e rovinarci) il Ferragosto. Copiare intere frasi per redigere le linee programmatiche – come notato da Tommaso Labate sul Corriere della Sera – è infatti un ottimo argomento per chi li accusa di esser degli improvvisati. Tornare indietro sulla chiusura definitiva al traffico di via dei Fori Imperiali, da cui sarebbero restati fuori anche gli autobus – come invece deciso dalla giunta Marino, e operativo dal primo agosto – è poi un ottimo argomento per chi sostiene che i 5 stelle hanno le idee un po’ confuse, troppo spesso, incerti tra il mito della mobilità ciclabile e pubblica e la comodità di lisciare ancora una volta il pelo ai cittadini, a cui non piace la casta, come noto, piace il calcio (Paolo Berdini contrario allo stadio della Roma è stato in parte smentito dal vicesindaco Frongia), e di poter passeggiare ai Fori non importa nulla, per pigrizia, incultura o anche perché anni di urbanizzazione folle li hanno spinti a vivere in periferie lontane dal centro di Roma decine di chilometri, tanto che il centro più vicino alle loro vite è quello di Latina o qualche centro commerciale, e quindi tanto vale muoversi più comodamente quando si va in città.

Venticinque chilometri dista dai Fori, ad esempio, la zona di Rocca Cencia, centro nevralgico della vicenda rifiuti. Vicenda che nelle ultime ore, più che per i roghi, i sacchetti e i frigoriferi lasciati in giro, si sta caratterizzando per lo scontro a colpi di dossier tra l’assessora Paola Muraro e il presidente e amministratore di Ama, Daniele Fortini. I due si accusano a vicenda di esser protagonisti di un «golpe», addirittura. Per Muraro, tentato dalla vecchia dirigenza Ama in combutta col Pd ai danni della giunta Raggi: l’emergenza rifiuti sarebbe una sorta di polpetta avvelenata. Per Fortini è invece Muraro che vorrebbe far fuori lui (cosa che avverrà il 4 agosto) per far più spazio a Cerroni, il cattivissimo proprietario di Malagrotta che tanti affari ha fatto con la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti indifferenziati. Per Muraro è Fortini (e dice di avere le mail) a volere il ritorno di Cerroni (che è rientrato in scena offrendo, come soluzione al sovraccarico degli impianti in esercizio – di cui due già suoi – un ulteriore impianto a Rocca Cencia, appunto, che però è attenzionato dalla magistratura). Per Fortini è Muraro ad aver insistito sull’impianto di Rocca Cencia, con lui che in effetti le ha fatto notare le indagini e i costi più alti di quell’impianto. A suo favore Fortini porta poi i risultati di due anni in Ama, la raccolta differenziata salita dal 30 al 40 per cento – un mercato dove Cerroni non entra, non avendo impianti – e le gare per affidare lo smaltimento e il riciclaggio a impianti perlopiù fuori regione. Comunque, polemiche e accuse incrociate a parte, le novità sono due: il piano di Ama per recuperare il ritardo sta funzionando, la mole di rifiuti in strada diminuisce, pur lentamente, e il più (sperano ormai anche dal Campidoglio) lo dovrebbe fare Ferragosto, quando i rifiuti prodotti dai romani calano storicamente del 25 per cento; nelle prossime ore, poi, arriverà il successore di Fortini, e questo ci dovrebbe liberare, almeno in parte, dalla cortina di dossier.

Una buona notizia, per Raggi, è invece la richiesta di archiviazione per la vicenda delle consulenze per la Asl di Civitavecchia. La sindaca della Capitale era accusata di aver omesso di indicare un incarico assunto con l’Azienda Sanitaria di Civitavecchia quando era consigliere comunale. Doveva esser l’asso nella manica del Pd per i ballottaggi (l’inchiesta aveva preso il via dopo l’esposto di Renato Ienaro, presidente del Circolo romano sanità e ambiente del Partito democratico): non ha funzionato, allora, e il caso sarà adesso chiuso. Un boccata di ossigeno, è per Raggi, che però difficilmente compenserà la vicenda rifiuti, destinata a tenere banco ancora un po’, e la polemica sui Fori, che vede i fan di Marino (l’ex sindaco ha lanciato una petizione su change.org) e anche chi l’ha defenestrato difendere il progetto di pedonalizzazione che – per quello che chiederà l’assessore Linda Meleo alla giunta – è rinviata al 2021, quando cioè dai Fori dovrebbe sparire il cantiere della metropolitana. Ma suona molto come un mai più.

Jihadisti d’Italia. Oltre 100 affiliati di Isis e al Qaeda espulsi o arrestati

FILE- In this Friday, March 1, 2013 file photo, anti-Syrian President Bashar Assad protesters hold the Jabhat al-Nusra flag, as they shout slogans during a demonstration, at Kafranbel town, in Idlib province, northern Syria. The Nusra Front, Syria's al-Qaida affiliate, is consolidating power in territory stretching from the Turkish border to central and southern Syria, crushing moderate opponents and forcibly converting minorities using tactics akin to its ultraconservative rival, the Islamic State group. (ANSA/AP Photo/Hussein Malla, File)

Da Genova in Siria. Era tutto pronto quando la procura distrettuale anti terrorismo lo ha arrestato. Mahmoud Jrad, 23 anni, siriano, è accusato di «associazione e arruolamento con finalità di terrorismo». Il 23enne siriano non programmava attacchi terroristici nel nostro Paese, ma reclutava miliziani jihadisti da inviare a combattere con Jabhat al Nusra (letteralmente, “partigiani del soccorso al popolo della Grande Siria”), cellula legata ad al Qaeda che conta almeno altre 5 persone. Jabhat al Nusra, inoltre, è il gruppo protagonista del rapimento delle due cooperanti italiane Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, liberate a gennaio del 2015.

 

I jihadisti di al Qaeda, diversamente dai tagliagole dello Stato islamico, non puntano ad attacchi in Europa, ma a fare proseliti tra le comunità islamiche e arruolare nuovi combattenti da inviare in Siria e in Iraq. Non solo Isis, quindi. Oltre lo Stato islamico, altre sigle operano in Europa e in Italia, in primis al Qaeda ma anche – come spiega Umberto De Giovannangeli sul prossimo numero di Left (in edicola il 6 agosto) – «Demonizzare oltre 1 miliardo e 600 milioni di persone è sbagliato. Ma l’Islam integralista non è un’invenzione dell’Occidente. E anche quando l’Isis sarà spazzato via, il jihadismo si ripresenterà sotto nuove sigle».

 

Ma torniamo in Italia. L’Italia, finora immune da attentati di matrice islamica, ha però registrato un notevole numero di provvedimenti: 105 dall’inizio del 2015, tra arrestati ed espulsi. Le espulsioni sono un’arma facile per le mani del ministro Alfano. La lentezza e la difficoltà a vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, infatti, rallenta sì il processo di integrazione delle comunità straniere, ma rende più semplice le procedure di espulsione. Arresti ed espulsioni. Come il 23enne siriano di questa mattina, residente a Varese con la sua famiglia. O come Farook Aftab, il pakistano di 26 anni che voleva colpire l’aeroporto di Orio al Serio, era residente in provincia di Milano ed è stato espulso il 2 agosto dopo essere stato arrestato il 31 luglio per motivi di sicurezza con un provvedimento del ministro dell’Interno. E ancora K.A, 23enne turco arrestato a Venezia la notte del 31 luglio con uno zaino, una mannaia lunga 30 centimetri, un sampietrino appuntito e documenti in fotocopia falsi. Materiale sufficiente a far scattare l’allarme anti-terrorismo e l’arresto. Mentre pregava ad alta voce Allah inginocchiato sulla pensilina dello scalo ferroviario insieme ad altri cinque. E poi il giovane somalo arrestato a marzo in un centro di accoglienza di Campomarino (Campobasso) e arrestato il primo agosto con l’accusa di istigazione al terrorismo, adesso è recluso nel carcere di Sassari: secondo i suoi compagni di centro (lui nega ogni cosa), incitava alla Jihad all’interno del centro, esaltava gli attentati ed era pronto a realizzarne uno alla stazione ferroviaria di Roma. Tra i numerosi arrestati e/o espulsi c’è anche Mohammed Madad, imam marocchino di 51 anni, residente nel Reggiano prima e nel Vicentino poi, sospettato di agevolare il terrorismo internazionale. L’imam è stato espulso il 27 luglio su provvedimento del ministro dell’Interno per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato. Il sospetto è che potesse anche agevolare il terrorismo internazionale.

Cinema d’autore. Al via il Locarno Film fest, in piazza Grande e online

È il festival degli amanti del cinema d’autore e di chi vuole scoprire nuovi talenti da ogni parte del mondo (non solo nell’Occidente che guida il solito mainstream). C’è grande attesa, dunque, per questa sera quando si accenderà il maxi schermo in piazza Grande a Locarno, per l’edizione numero 69 della kermesse ( dal 3 al 13 agosto) che rende omaggio a due cineasti, Kiarostami e Cimino, recentemente scomparsi e che hanno giocato un ruolo importante nella storia di questo festival, con le loro opere.

L’apertura è “da brivido”, con The Girl With All the Gifts il film di Colm Mc Carthy interpretato da Glenn Close e Gemma Arterton tratto dal bestseller  La ragazza che sapeva troppo, un insolito «zombie thriller» pubblicato in Italia da Newton Compton, dello scrittore e sceneggiatore inglese Mike Carey, che ha scritto storie dei Fantastici quattro e degli X-Men  ma soprattutto autore di libri e fumetti  di qualità.

Accanto al concorso e alle molte sezioni collaterali dedicate al cinema più sperimentale e ai nuovi talenti, quest’anno la rassegna rende omaggio a Jane Birkin (qui un’intervista con l’attrice francese), Roger Corman, Bill Pullman ( che ha spaziato tra registi diversi come Mel Brooks, Wim Wenders, Wes Craven e David Lynch)e Mario Adorf, dedicando loro delle personali e retrospettive. Con uno sguardo agli anni Settanta il Pardo d’onore quest’anno va allo scrittore Alejandro Jodorowsky mentre Stefania Sandrelli, brillante interprete non solo di film italiani che quest’anno festeggia settant’anni e cinquantacinque di carriera  sarà premiata con il Leopard Club Award 2016. Omaggio anche all’attore americano Harvey Keitel,  interprete di moltissimi film diretto da Scorsese, Altaman eTarantino  fra i quali ci piace ricordare qui e Lezioni di piano di Jane Campion e L’inchiesta di Damiano Damiani.  Dopo la premiazione di Keitel in piazza Grande il 6 agosto, domenica 7,  sarà riproposto Smoke, il film che vinse il Prix du Public a Locarno nel 1995.

Quanto al concorso internazionale quest’anno sono diciassette i titoli del concorso al vaglio del pubblico e della giuria presieduta da Arturo Ripstein. Fra i titoli da segnalare l’italo-austriaco Mister Universo di Tizza Covi e Rainer Frimmel sul mondo del circo e poi il ritorno di due autori come Yousry Nasrallah (già Pardo nel 1989) e Joo Pedro Rodrigues.  Mentre tra le opere prime e seconde del concorso Cineasti del presente (giuria presieduta da Dario Argento)  da non perdere di vista il debutto del videoartista Douglas Gordon in un documentario che ha per protagonista il regista d’avanguardia Jonas Mekas, e l’esordio del videoartsiat italiano Yuri Ancarani sulle contraddizioni del Qatar.
E ancora, fra le eventi collaterali, la proiezione del film Palma d’oro 2016, Daniel Blake di Ken Loach  e il travolgente epos indiano  di Bollywood Mohenjo Daro, che promette di far ballare tutta la piazza.

 

E per chi non ha la possibilità di andare a Locarno, il Festival  in collaborazione con Festival Scope, presenta i film in gara nella sezione Cineasti del Presente direttamente online. A partire dal  5 agosto tutti i film della sezione si possono vedere subito dopo la premiere e rimarranno online fino al 21 agosto, in lingua originale con sottotitoli inglesi.

I film saranno disponibili attraverso il sito Festivalscope.com e sul player dedicato per chi è felice possessore di un iPad.

Gli atleti della squadra olimpica di rifugiati che gareggerà a Rio 2016

(AP Photo/Charlie Riedel)

Secondo una stima delle Nazioni Unite ci sono più di 21 milioni di rifugiati sparsi per il mondo, un numero senza precedenti nella storia e che potrebbe essere quasi pari a quello della popolazione di un’intera nazione. Proprio per questo il Comitato Olimpico Internazionale ha cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla crisi dei migranti mettendo insieme una squadra olimpica di atleti rifugiati che fra due giorni marceranno insieme durante la cerimonia di inaugurazione di Rio 2016 portando la bandiera olimpica.

Juncker nomina il britannico King per la Sicurezza e la lotta al terrorismo dell’Ue. Nonostante Brexit

An EU official hangs the Union Jack next to the European Union flag at the VIP entrance at the European Commission headquarters in Brussels on Tuesday, Feb. 16, 2016. British Prime Minister David Cameron is visiting EU leaders two days ahead of a crucial EU summit. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Il nuovo Commissario alla Sicurezza e alla Lotta contro il terrorismo e la criminalità viene dal Regno Unito e si chiama King. Sembra una battuta, e invece il 2 agosto Jean-Claude Juncker ha nominato, con un colpo di scena, un britannico per il delicatissimo portafoglio della Commissione. Nonostante la Brexit, e nonostante all’indomani del referendum di Londra, Juncker avesse dichiarato “I disertori non saranno accolti a braccia aperte. Il Regno Unito dovrà accettare di essere considerato come un Paese terzo, non saranno trattati con i guanti. Se gli inglesi dovessero dire di no, la vita nella Ue non sarà come prima”. E infatti King non parteciperà alle riunioni ministeriali. Sarà Dimitris Avramopoulos, il commissario degli Affari interni e immigrazione, a rappresentare la Sicurezza alle riunioni con i ministri dell’Ue e al Parlamento europeo. Eppure i toni adesso cambiano e nella lettera inviata da Juncker a King la scorsa settimana, il presidente della Commissione ha toni morbidi e accoglienti, e parla di Gran Bretagna e Unione europea che condividono “una finalità unitaria e chiara” per l’avvenire.

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Julian King

King avrà un ruolo fondamentale nel garantire “una risposta efficace dell’Ue alle minacce alla sicurezza per il periodo 2015-2020″, anche se la Gran Bretagna potrebbe aver lasciato l’Unione europea entro il 2020. Il suo nome era già stato fatto a luglio, dopo le dimissioni di Jonathan Hill seguite alla Brexit, Julian King era stato indicato come nuovo rappresentante britannico alla Commissione europea. Ma il portafoglio di Hill, alla Stabilità finanziaria, è già stato ripartito tra Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. Sir Julian King vanta un lungo passato da diplomatico. Lo conoscono bene a Parigi, dove è stato ambasciatore del Regno Unito, ma anche a Bruxelles dove, tra il 2008 e il 2009, è stato direttore di gabinetto del commissario al Commercio Peter Mandelson. E sua moglie occupa un posto di rilievo nelle stanze del Servizio di azione esterna dell’Unione europea.

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David Cameron e Jean-Claude Juncker

King dovrà lavorare a Bruxelles mentre partono i negoziati per la Brexit. Come l’hanno presa i britannici? Gli euroscettici non troppo bene, a giudicare da quanto si legge su The Indipendent: “Juncker deve essere letteralmente pazzo se pensa che i cittadini britannici possano iscriversi a un sindacato di sicurezza con l’Ue. Crede davvero che i burocrati inesperti della Commissione europea siano messi meglio dei servizi di sicurezza britannici?”, ha tuonato il portavoce dell’Ukip Il portavoce difesa di UKIP, il deputato Mike Hookem. Ma anche se il 23 giugno il Regno Unito ha votato per l’uscita dall’Ue, di quell’Ue fa ancora parte.

Rai di lotti e di governo.Caffè del 3 agosto 2016

Minimizzare, stare ai fatti, evitare paroloni. Sembra questa la scelta dei giornali in edicola. Per una volta, direte. Cominciamo con i bombardamenti su Sirte. “Dureranno un mese”, assicura il Corriere. Repubblica sottolinea che l’Italia resta per il momento un po’ di lato e scommette sulla conquista, in un mese, della città libica: “Sirte la Battaglia finale”. La Stampa dà conto della reazione di Putin, irritata ma con gli Stati Uniti: “Putin attacca Obama e chiede neutralità all’Italia”. L’eco delle bombe quasi si sente, ormai, in Sicilia, ma noi incrociamo le dita e speriamo di non dover andare in prima fila e che duri il meno possibile. Fra i commenti, molte cose (anche giudiziose) sulla necessità dell’intervento americano per evitare che l’Isis, con la sua presenza a Sirte, allarghi la forbice tra il governo (debole) di Tripoli e le truppe di Haftar (un po’ meglio organizzate e appoggiate da Egitto e Francia). Se Sirte fosse ripulita dai terroristi, le tribù libiche potrebbero sedersi per discutere del futuro.

Ho ascoltato l’intervista di Lucia Goracci a Erdogan, almeno la parte che Di Bella ha deciso di trasmettere. Devo dire di non aver avuto la stessa sensazione che si ricava dai titoli, e cioè quella di un Erdogan che minaccia l’Italia per l’indagine della procura di Bologna sul figlio, attacca la Mogherini e si prepara a far saltare l’accordo con la Merkel sui migranti. Ho visto piuttosto un dittatore che comincia a sentirsi solo. Vorrebbe che America, Europa e Italia gli riconoscessero il ruolo, che crede di aver avuto, nella lotta “al terrorismo”, che i nostri capi di stato e di governo si mostrino più solidali con lui, andando a Istanbul per condannare i militari “golpisti” e le bombe sul parlamento, che l’Unione Europea dia più visti ai turchi e intensifichi i rapporti commerciali. Erdogan vuol mostrare ai Turchi di aver credito in occidente. Le critiche della Mogherini, il silenzio sui visti, il fatto che il figlio, Bilal, non possa tornare a Bologna per concludere gli studi, le interviste che Fethullah Gûlen rilascia dall’America, gli sembrano altrettanti siluri che lo delegittimano. Quando Goracci gli ha chiesto della pena di morte, ha tirato su la lista dei paesi -in testa gli Stati Uniti- che prevedono la pena di morte. Quando gli ha chiesto degli arresti in Turchia, ha paragonato i suoi nemici alla nostra P2. E la storia di Bilal l’ha detta per sostenere che le accuse di corruzione a lui e alla sua famiglia, sia che vengano da un magistrato italiano o da Gúlen, altro non sarebbero che un tentativo di golpe (ai suoi danni) sotto altra forma.

Trattare con Putin, costringere Erdogan a allentare la morsa. Dovrebbero essere gli obiettivi dell’Europa. Sia Putin che Erdogan sanno di aver bisogno di noi, di un’Europa che non detti legge con le armi e non crei nuove cortine di ferro, che commerci e sviluppi rapporti culturali. L’Europa dovrebbe porre una sola condizione: il rispetto dei diritti dell’uomo e del cittadino nei paesi con i quali essa dialoga. Se non lo farà, se rimarrà vaga e distratta, timorosa di scegliere e adusa a farsi proteggere – e dunque dirigere- dagli Stati Uniti, allora Putin ed Erdogan sposteranno verso Est il centro di gravità delle loro politiche, e punteranno dalla vittoria di Trump. Nella fase storica segnata dall’insorgere di una anti mondializzazione terrorista e oscurantista, la grande battaglia è quella per i diritti e le libertà. Tutto si tiene.
Credito nella bufera. Crolla il titolo del Monte dei Paschi, molto male Unicredit, male Commerzbank e Credit Suisse. Federico Fubini ipotizza che i continui esami europei alle banche, gli stress test, abbiano stressato gli investitori, che non capiscono più cosa ci sia dietro e dunque non si fidano. Insomma è l’incertezza politica europea che pesa sui mercati.

Bianca Berlinguer lascia il Tg3, Di Bella resta a Rainews24. Lasciare una direzione dopo 7 anni potrebbe non esser un trauma. E mi pare di capire che a Bianca abbiano almeno offerto qualcosa, non la lasceranno a scaldare una sedia. Però il contesto di questo avvicendamento è squallido. Viene dopo il calcione di quel tale Anzaldi, uomo del premier in Vigilanza: “Renzi è il segretario del Pd e il capo del governo, e al Tg3 sembrano non essersene accorti”. Il sostituto della Berlinguer, Luca Mazzà, si è segnalato per le “coraggiose” dimissioni da Ballarò in dissenso con Massimo Giannini, il quale era caduto in disgrazia presso Renzi. Quanto a Di Bella, immagino che,sorridendo, oggi dica: hic manebimus optime. Era in predicato – sponsor il responsabile dell’informazione Verdelli- per dirigere oltre a Rianews24, Rai- Regione e Tg3. Una grana enorme, capo del personale (giornalistico) con quasi duemila amministrati, addio alle incursioni in video, o all’attentaanalisi del colpo di stato turco fatta al telefono quella notte stessa. Però quell’idea -che non io ho mai condiviso perché credo che tra direttore e redattori serva un rapporto diretto e personale- celava l’assoluta mancanza di progetti per il futuro dell’informazione e della Rai. Ora Maggioni e Campo dall’Orto rinunciano persino a fare finta. Niente cambia dietro il cavallo di Viale Mazzini. Solito tran-tran, solito ossequio al governo, bacio della pantofola al più forte partito dell’opposizione e sempre in auge la regola aurea della lottizazione: avanti i modesti.