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Louis Armstrong, 45 anni dalla scomparsa del genio del Jazz

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Il 6 luglio di 45 anni fa, la scomparsa del più grande trombettista jazz di tutti i tempi. Ricordato dal pubblico di tutto il mondo per la dolce ballata “What a Wonderful World”, Louis Armstrong è stato un musicista straordinariamente prolifico ed un personaggio ironico adorato dal suo pubblico e corteggiato dal cinema e dalla televisione. Ma cosa è stato a fare di Louis Armstrong una delle figure più amate della musica e dello spettacolo?

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© Music Division, The New York Public Library. “George Avakian and Louis Armstrong (seated) at Satch Plays Fats recording session” The New York Public Library Digital Collections. 1955

L’esordio e la straordinaria carriera

Il folgorante talento musicale di Armstrong emerge sin da subito per le strade di New Orleans. Orfano di padre e tolto alle cure della madre per essere destinato ad un orfanotrofio, il trombettista afro-americano inizia ad esibirsi come musicista di strada. Finito in riformatorio per aver sparato dei colpi di pistola in aria, Armstrong ha lì il primo incontro con lo strumento. Uscito poco dopo, il jazzista fa la conoscenza di Joe “King” Oliver, il più grande trombettista di New Orleans, che diventa suo mentore artistico e personale.
Per anni Armstrong si esibisce senza sosta per locali, battelli e città diverse fino ad approdare, a 23 anni, a New York. La città fa maturare il suo talento e segna la sua fama.

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© Music Division, The New York Public Library. “W.C. Handy, George Avakian and Louis Armstrong” The New York Public Library Digital Collections. 1954.

In poco tempo, l’ironico e solare musicista si trova ad incidere  con alcuni dei big del momento – Sidney Bechet e Bassie Smith – e si afferma come uno dei trombettisti più promettenti della scena jazz americana. Di lì la sua carriera continua con viaggi straordinari e  storici duetti – primo tra tutti quello che darà origine alla lunga collaborazione con Ella Fitzgerald. È in questo contesto che approda a modulare quello stile cantato che è rimasto tratto distintivo del jazz del musicista.

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L’arrivo in Italia, Sanremo 1968

All’apice della sua carriera e ormai sessantaseienne, l’icona jazz arriva ad esibirsi in italiano sul palco dell’Ariston. Per omaggiare il pubblico estasiato dalla sua esibizione, Armstrong decide di cantare un secondo pezzo, il celeberrimo When The Saints Go Marching In.

È allora che Pippo Baudo, alla conduzione del suo primo festival, è costretto – su indicazione del direttore artistico Gianni Ravera – ad interrompere l’istrionico jazzista. Fu la prima ed unica volta per Satchmo.

Schomburg Center for Research in Black Culture, Photographs and Prints Division, The New York Public Library. "Louis Armstrong" The New York Public Library Digital Collections. 1950 - 1979.
© Schomburg Center for Research in Black Culture, Photographs and Prints Division, The New York Public Library. “Louis Armstrong” The New York Public Library Digital Collections. 1950 – 1979.

La breve storia del suo brano più famoso, What a Wonderful World.

Nata su di un diverbio tra l’ideatore, George Douglas, e la casa di produzione ABC, la ballata cantata da Armstrong è forse ricordata come il pezzo più famoso della storia del jazz cantato. Inno dolce alla diversità e alla bellezza, What a Wonderful World ottenne la fama internazionale nel 1968 quando il brano venne inserito nella colonna sonora di Good Morning, Vietnam. Da allora il pezzo è stato ripreso da cinema e televisione centinaia di volte – da Twin Picks a Bowling for Columbine – diventando eterno ricordo e dono del trombettista di New Orleans alla storia della musica internazionale.

Ilaria Capua, prosciolta dal traffico di virus

Ilaria Capua

È stata prosciolta dall’accusa di traffico illecito di virus la ricercatrice Ilaria Capua. Un’accusa che l’aveva portata ad essere iscritta nel registro degli indagati in seguito a un’inchiesta dei Nas coordinati dalla Procura di Roma. «Non luogo a procedere» per la virologa romana e altre 12 persone. Così il giudice per l’udienza preliminare di Verona, Laura Donati.

Il caso ha visto la ricercatrice  al centro di una gogna mediatica che alla fine l’ha portata alla decisione di trasferirsi all’estero. Oggi Ilaria Capua (che nel 2013 è stata eletta in Parlamento con Scelta civica di Monti) è alla guida di un centro di eccellenza statunitense: il dipartimento dell’Emerging Pathogens Institute dell’università della Florida, dopo essere stata direttore del Dipartimento di scienze biomediche comparate dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie di Legnano, centro di riferimento in Italia per lo studio del virus dell’aviaria.

Tutto cominciò una decina di anni fa, quando scoppiò il caso della pandemia di aviaria (virus H5n1) la cui pericolosità fu ingigantita dai media occidentali e la conseguenza fu l’acquisto di milioni di inutili dosi del farmaco Tamiflu da parte di numerosi Paesi, Italia compresa. Nel 2006 la virologa decise di rendere pubblica la sequenza genetica del virus dell’aviaria, con l’idea che ci dovesse essere un libero accesso a tutti i dati su sequenze genetiche dei virus influenzali. Capua ha sempre avuto l’idea della ricerca open source di piena condivisione dei dati da parte della comunità scientifica,  anche per questo, consapevole di sfidare il sistema, depositò la sequenza genetica del ceppo africano dell’influenza H5N1 in un database open access. Una decisione che accese l’interesse dei media, con interviste e articoli apparsi su giornali anche Oltreoceano dal Wall Street Journal al New York Times, ma anche con interventi su riviste specializzate e autorevoli come Science e Nature.

Si accesero così i riflettori su di lei e il caso della ricercatrice che ha il coraggio di rompere consuetudini consolidate, che sfida le istituzioni e gli steccati delle specializzazioni diventa internazionale. Ilaria Capua ha sempre sostenuto che non si possono leggere le malattie virali umane e quelle animali in modo scisso, ma bisogna sempre considerare e studiare le interazioni con l’intero contesto di vita.

Nonostante il suo percorso scientifico convalidato da laurea  e specializzazione, nonostante i suoi circa duecento lavori pubblicati su riviste scientifiche indicizzate, si determinò intorno a lei un clima di veleni e di sospetti. Nel 2014 l’Espresso le dedicò la storia di copertina raccontando che era stata iscritta nel registro degli indagati. L’accusa è pesante: associazione a delinquere per corruzione, abuso d’ufficio, e traffico di virus. Un’accusa che, se provata, per uno scienziato e ricercatore significa la fine della carriera, comportamenti simili non solo violano la legge, ma vanno contro i principi che fondano la ricerca e la sperimentazione, volta a trovare una cura per le malattie, non per produrre danno alla salute delle persone.

La storia di copertina dell’Espresso (qui l’articolo originale “Quel business segreto della vendita dei virus”) parlava di un traffico internazionale di virus in cui l’Italia sarebbe stata uno snodo fondamentale. Questo inquietante scenario, secondo il settimanale, sarebbe emerso da un’inchiesta top secret della procura di Roma su virus «scambiati da ricercatori senza scrupoli e dirigenti di industrie farmaceutiche». Nell’articolo si parlava di una presunta cessione illecita di stipiti virali ad aziende farmaceutiche per la produzione di vaccini veterinari, ma anche di sfruttamento illecito dei diritti del brevetto Diva a favore di nuovo cartello di industrie farmaceutiche veterinarie per il controllo di epidemie H7 nel pollame in un lungo arco di anni, dal 1999 al 2006.

Sempre stando all’Espresso, in quella “impresa” sarebbe stato coinvolto anche il marito di Ilaria Capua, Richard John William Currie insieme ad altre 38 persone. La ricercatrice si difese pubblicamente scrivendo una lettera al Messaggero Veneto in cui si diceva certa di essere presto scagionata da quelle accuse infamanti e lesive della sua immagine. Oggi l’Espresso dà notizia del suo proscioglimento, ribadendo che l’inchiesta dei Nas «mette in risalto gli affari e i conflitti di interessi celati dietro emergeneze sanitarie», raccontando «con dati di fatto quanto l’avaria abbia arricchito Big Pharma». Sull’inefficacia del Tamiflu per l’avaria sono state pubblicate numerose inchieste e una infinita messe di articoli negli ultimi anni. Inchieste che hanno documentato dati alla mano – contestati dalla farmaceutica Roche – che questo farmaco ha più o meno la stessa efficacia del paracetamolo. 

 

Valls scavalca ancora le Camere sulla Loi Travail. E diventa “Monsieur Veto”

epa05409040 French Prime Minister Manuel Valls delivers a speech during a debate on the disputed planned labour law reforms at the French National Assembly, in Paris on 05 July, 2016. The French cabinet had in May invoked the Constitution's article 49.3, a rarely used article that allows to pass the bill without a parliament vote. The disputed labour law bill has been triggering violent protests and clashes since weeks. EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Procede ancora a tappe forzate il percorso della Loi Travail, il cosiddetto Jobs act francese che ha portato in piazza migliaia di persone preoccupate per le nuove norme messe a punto dalla ministra del Lavoro Myrima El Khomr. Mentre ieri si svolgevano nuove manifestazioni di protesta in varie città, davanti all’Assemblea nazionale il premier Manuel Valls di voler applicare, per la seconda volta dopo meno di due mesi, la cosiddetta procedura 49.3, che consente al governo di bypassare il voto delle camere  e anche la discussione del provvedimento (il riferimento è all’articolo 49.3 della Costituzione).

Il premier francese ha motivato la scelta con l’intento di scavalcare «i tatticismi» che bloccano il Paese e rivolgendosi ai deputati della sua maggioranza in dissenso, i cosiddetti “frondisti”, li ha invitati a non “giocare” richiamandoli alle proprie responsabilità. I parlamentari dell’opposizione hanno invece abbandonato l’aula durante il discorso di Valls, centrato sul fatto che il testo è stato «oggetto di un’ampia consultazione» e che a opporsi è una strana «alleanza tra conservatorismo e immobilismo» a destra e a sinistra. Contrariamente a due mesi fa, i parlamentari “frondisti” hanno rinunciato a un nuovo tentativo di raccogliere le firme – ne servono almeno 58 – per una mozione di sfiducia nei confronti del governo. Anche l’opposizione di destra non sembra voler procedere con la mozione di censura, ma voterebbe quella dei “dissidenti” socialisti.

Jean-Luc Mélenchon, candidato di sinistra alle presidenziali del prossimo anno, ha attaccato Valls per l’insistenza con cui ricorre «strumenti tirannici» come l’articolo 49.3, aggiungendo che se la Loi Travail viene approvata e lui diventerà presidente, la abrogherà. Anche i frondisti attaccano il capo del governo: «C’era ancora una proposta di compromesso. È stata respinta dal governo», ha detto il socialista Laurent Baumel. E Pascal Cherki, deputato di Parigi, ha aggiunto: «Non considerano il fatto che con una riproposizione del 49.3 rompono la loro legittimità istituzionale. Monsieur Valls diventa Monsieur Veto!».

Le mani della mafia sugli appalti di Expo e Fiera Milano: 11 arresti

I padiglioni di Francia, Guinea Equatoriale e Kuwait e quello di un marchio di birra a Expo Milano 2015 sarebbero tra le commesse andate a un gruppo collegato alla famiglia mafiosa di Pietraperzia, Enna. Stamattina gli 11 arresti per riciclaggio e frode fiscale ordinati dai pm milanesi Ombra e Storari coordinati da Ilda Bocassini. Il gip Maria Cristina Mannocci ha anche disposto un sequestro di cinque milioni di euro.

I soldi in ballo sono tanti, dal momento che il consorzio di cooperative Dominus scarl, finito nel mirino della direzione distrettuale antimafia di Milano, ha fatturato 18 milioni in tre anni (su 20 totali) per gli affari conclusi con Nolostand spa, società controllata da Fiera Milano, per la quale ha realizzato in Expo i 4 padiglioni già citati e allestito le esposizioni di Auditorium e Palazzo dei congressi.

Preoccupante la sottolineatura che i magistrati fanno rispetto alla «censurabile sottovalutazione» delle anomalie connesse al consorzio di cooperative al centro dell’inchiesta da parte dei vertici di Fiera Milano e della controllata Nolostand – non coinvolti ad alcun titolo nell’operazione di questa mattina.

Tra gli arrestati, sette in carcere e quattro ai domiciliari, ci sono gli amministratori de facto del consorzio Dominus, con sede legale a Milano e sede operativa a Bollate: Giuseppe Nastasi e Liborio Pace, entrambi imparentati, in Sicilia e nel milanese, con persone condannate per mafia e ‘ndrangheta. Nastasi avrebbe intestato le società del consorzio a prestanome, ma per l’accusa era lui il vero dominus dell’organizzazione. Liborio Pace, peraltro, è già stato coinvolto in un processo per associazione mafiosa, da cui è uscito indenne con l’assoluzione. Per loro l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata a falsa fatturazione e altri reati tributari, ad appropriazione indebita e riciclaggio con l’aggravante di aver agito per favorire Cosa Nostra. Aggravante contestata anche al padre di Giuseppe Nastasi, Calogero, anche lui coinvolto nell’inchiesta.

Il collegamento con la famiglia mafiosa di Pietraperzia è avvenuto, secondo i pm, con la consegna a un esponente del clan di denaro contante frutto di fondi neri realizzati grazie a fatture false. Ordinanza di custodia cautelare anche per l’avvocato Danilo Tipo, ex presidente della Camere penali di Caltanissetta e impegnato nelle fila del centrodestra, come consigliere e assessore, nella città siciliana.

L’accusa per lui è riciclaggio aggravato dallo scopo di favorire la famiglia mafiosa: a ottobre 2015 avrebbe portato 295.000 euro in contati dalla Lombardia alla Sicilia. A consegnargli la somma sarebbe stato Liborio Pace, che l’aveva sottratta a una perquisizione di routine in azienda. Ma Pace è sotto accusa anche per un altro trasporto di contanti nella tratta Lombardia-Sicilia, nel mese giugno dello scorso anno: stavolta nella scatola di una piscina gonfiabile a bordi di un camion c’erano 413.000 euro.

Una recente operazione dei carabinieri di Enna – 10 arresti per pizzo, armi e droga effettuati il 28 giugno su ordine della Dda – ha confermato la pervasività del clan di Pietraperzia, che ha assunto il controllo del territorio anche attraverso l’imposizione di pizzo e assunzioni ad aziende aggiudicatarie di appalti pubblici nella provincia. Qualche mese fa nel Comune siciliano è stato anche bruciato il portone di casa del sindaco 5 stelle.

Renxit. Il Caffè del 6 luglio

L’uomo del doppio incarico. Ovvero un cavernicolo armato da due bastoni, uno da segretario l’altro da premier. Così Giannelli disegna l’autunno di Matteo Renzi. Nando Pagnoncelli presenta l’ultimo sondaggio: Pd 43,5%, Movimento 5 Stelle 56,5. Ecco come andrebbe se si votasse oggi per il ballottaggio previsto dall’Italicum. “I 13 punti in più dei 5 Stelle sul Pd al secondo turno”, è il titolo del suo pezzo per il Corriere della Sera. Che è successo? Che il movimento fondato da Beppe Grillo è diventato -ha saputo diventare- lo strumento condiviso per mandare a casa Renzi, bocciare la sua politica, punire la sua arroganza. Come elettori già di sinistra e già di destra hanno votato Appendino e Raggi a Torino e a Roma, così voterebbero Di Maio, pur di liberarsi di una promessa non mantenuta, da un “comico” -dice Paolo Rossi al Fatto- che sta sempre in tv e ruba il mestiere ai comici. C’è qualcosa di spietato in questo voltafaccia dei giornali: il politico invocato, corteggiato e adulato, ora viene lasciato senza un saluto, in attesa che si spengano le luci della ribalta.

L’Italicum va buttato alle ortiche, scrive Piero Ignazi su Repubblica. “È nato male e non si può ritoccare. Come sarebbe stato molto meglio abolire il Senato piuttosto che trasformarlo in un dopolavoro dei consiglieri regionali ”. Però Renzi lo difende (l’Italicum) “nella convinzione che il risultato più importante delle elezioni sia quello di «sapere chi ha vinto» la sera stessa. Non si sa dove venga questa ansia da prestazione: nessun sistema elettorale si pone questo obiettivo, nemmeno quello inglese”. I parlamenti hanno infatti bisogno di “accordi-compromessi” , spiega il politologo, “evidentemente in Italia l’orrore per il dialogo ha prevalso”. Alimentando “la rivolta contro chi governa, trasformata subito in élite o in casta. Se non si comprende quanto sia importante la fuga dalle urne e la rabbia degli esclusi, allora si lascia andare alla deriva il sistema. Il populismo ha ancora una valenza soft nei 5Stelle: può deflagrare in posizioni lepeniste nell’arco di poco tempo”.

Se Renzi perde il referendum, riforme condivise. “Attenzione -dice alla Stampa Massimo D’Alema – in questa fase l’opinione pubblica, se si sente ricattata da una campagna palesemente menzognera, si irrita. Se vincerà il No e Renzi insisterà nel volersi dimettere, dopo di lui non ci sarà il diluvio, semmai il buonsenso». D’Alema prevede che si faranno riforme “condivise”. Tre semplici articoli: “Primo: è ridotto il numero complessivo dei parlamentari. Duecento deputati e cento senatori in meno”. “Articolo secondo: il rapporto fiduciario del governo è solo con la Camera dei deputati. Dunque, fine del bicameralismo perfetto. Articolo terzo: nel caso in cui il Senato o la Camera apportino delle modifiche ad un testo di legge, tali modifiche vengono esaminate entro un tempo limitato da una apposita commissione, costituita dai parlamentari dei due rami. Se l’intesa non c’è, passa il testo prevalente, che viene sottoposto al voto delle due Camere, con sbarramento a ulteriori emendamenti Fine della navetta, del bicameralismo perfetto e delle perdite di tempo. Un meccanismo di questo tipo esiste in altri Parlamenti: per esempio in quello americano”. D’Alema non ha torto. Una riforma avrebbe i voti della destra, della sinistra e dei 5 Stelle.

Forse lo abbiamo sopravvalutato. Parlavo ieri al telefono con un amico, uno che i giornali attribuiscono come me al popolo dei Gufi, nemici notturni del premier riformatore. All’inizio abbiamo creduto in lui, nelle sue capacità politiche, nella legittimità del suo successo dopo tanti errori e troppi ritardi della vecchia dirigenza. Per questo lo abbiamo criticato, per provare ad avviare un dialogo che lui non ha mai accettato. Ora tutti gli altri, quelli che trovavano pretestuosa la mia critica all’Italicum, o senza speranza l’allarme che avevamo lanciato sul progetto di riforma costituzionale, cancellano con un tratto di gomma quel loro sostegno al giovane leader: nullo e mai avvenuto. Quel mio amico e io concediamo a Renzi almeno delle circostanze attenuanti: il mondo è cambiato più in fretta di quanto tutti non potessimo immaginare e altri leader socialisti e della Terza Via -Hollande e Valls, per esempio, che imporranno di nuovo all’Assemblée Nationale con la super fiducia (il ricorso all’articolo 49-3 della Costituzione) il jobs act alla francese, provocando così una mozione di censura da sinistra, oltre a quella della destra- sono riusciti persino a far peggio. Un altro amico Walter Tocci, ancora iscritto al partito di cui renzi è il segretario ,avrebbe detto in direzione di lunedì: “Voterò No al referendum per aprire la strada a una riforma più saggia e più condivisa”. Ma Renzi ha parlato per un ora e mezza, quelche guitto di corte ha voluto il suo tempo, magari per definire il sindaco di Roma “una bambolina..(pausa)..imbambolata”. Così per l’intervento di Walter non c’è stato tempo. Lo trovate qui http://waltertocci.blogspot.it/2016…. Su Left in edicola, Barca, Cardini, De Magistris, Fassina, Florio, La Malfa, Moruno, Revelli, Saraceno, Tipras aprono il dibattito sul che fare. Nel prossimo numero, Prospero sulle elites, Galli sullo scontro sistema -anti sistema, Fornaro sull’astensionismo. Costruiamo un altro mondo. Almeno proviamo.

Questa Italia è il panificio La Barbera

Palermo, via Salvatore Morso, di fianco a corso Tukory, zona Filiciuzza: Miriam La Barbera insieme al giovane marito decide di aprire un panificio. Un forno, come si dice qui, e ci vuole coraggio ad aprire un’attività in questi tempi di insicurezze generali.

I due coniugi però possono contare sui preziosi consigli del padre fornaio e facendo due conti capiscono che con un forno a legna si può puntare alla qualità del prodotto stando anche attenti ai consumi. Funziona, il forno La Barbera: sono in molti, giovani e professionisti e anziani, a passare per uno spuntino di lavoro a mezzogiorno o per la razione quotidiana di pane. Vendere pane poi significa anche entrare nel quotidiano consumo delle persone, una famigliarità che non è solo commerciale e diventa presto consuetudine.

Qualcosa però non torna: le bollette dell’energia elettrica risultano alte, altissime e anche staccando i pochi elettrodomestici (la macchinetta del caffè, il forno a microonde e poco altro) il contatore sembra girare all’impazzata. Anzi: i consumi maggiori sono alla sera, mentre l’attività risulta chiusa. E non ci vuole molto per capire che al contatore del panificio in realtà si è collegato tutto il condominio. Alle lamentele dei due imprenditori le famiglie del palazzo rispondono che quel prestito di energia elettrica è “il contributo alle famiglie dei carcerati”. Pizzo, insomma. Un’estorsione che si infila nelle prese della corrente.

A fine ottobre succede il finimondo: due signore entrano in negozio e cominciano a lanciare di tutto. «Avete già le casse da morto pronte se chiamate gli sbirri o i tecnici dell’Enel» dicono alla giovane proprietaria che ha in braccio la piccola figlia di nove mesi. È troppo: il forno chiude, i due giovani sposi decidono di mollare. Chiuso. Finito.

L’iniziativa privata si spegne di fronte alla prepotenza e l’indolenza dello Stato. Si dice che forse in Procura non c’è nemmeno un’indagine aperta sul caso. A posto così. Fine del forno “La Barbera”.

Buon mercoledì.

La notizia riportata da Giulio Cavalli è stata data in esclusiva dalla testata online Palermo Today, potete leggere l’articolo originale qui

«Palamede è un eroe straordinario, è il più bello, il più intelligente. Può essere solo una donna». Intervista a Valeria Solarino

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«E non hai sentito la storia di Palamede? Di sicuro, poiché tutti i poeti cantano di lui e di quanto fosse invidiato per la sua saggezza, e poi ucciso per mano di Odisseo.»

Senofonte, Memorabili, IV, 2, 33

Questa storia racconta la sfida fra due tipi di intelligenza: quella di Odisseo, colorata delle mille astuzie per sfuggire alle situazioni scomode, e quella di Palamede, perfettamente illuminista. È più o meno con queste parole che dal palco Alessandro Baricco ci presenta l’antagonista e l’eroe del suo spettacolo Palamede. La storia che ieri ha debuttato a Roma al Foro Palatino e che sarà in scena fino al 9 luglio all’interno della programmazione del Romaeuropa Festival. E forse può suonare singolare, ma la frase dello scrittore torinese ci ricorda anche che, così come esistono due tipi di intelligenze, esistono anche due tipi di persone: quelle che amano Baricco e quelle che lo odiano. Troppo pop, troppo mainstream, troppo famoso, troppo. Questo spettacolo, come tutte le buone storie, ha il magico potere di mettere tutti d’accordo. Il successo della messa in scena infatti sembra, in tutto e per tutto, una formula alchemica che mescola in modo sopraffino al “parlar fluente” di Baricco, una scenografia d’eccezione come quella delle antiche rovine dello Stadio di Domiziano, musiche che scandiscono alla perfezione il tempo del racconto e la recitazione di Valeria Solarino, fantasma dell’eroe dimenticato che ben presto assume i tratti della vera e propria visione.

Valeria, come è nata l’intesa con Baricco? Come ti ha convinto a recitare in questo spettacolo?
Un giorno mi ha telefonato Alessandro e mi ha proposto questo spettacolo. Ci eravamo incontrati prima a Torino, ma non avevamo mai fatto nulla insieme e non ci conoscevamo nemmeno molto bene. Non sapevo nulla di Palamede e non conoscevo la storia di questo personaggio… mi ha convinto subito l’idea di fare qualcosa insieme a lui, perché è una persona che stimo come scrittore, come autore e come oratore. Poi quando mi ha spiegato che avrei dovuto interpretare io Palamede, ho pensato che fosse un fatto curioso… una bella sfida.

Palamede è l’eroe dimenticato dalla Storia, che sia una donna ad interpretare questo ruolo forse è ancora più significativo, visto che molte volte le donne sono state gli eroi dimenticati nelle storie che per secoli gli uomini hanno raccontato.
Sì, molti hanno fatto questo collegamento. In realtà credo che nell’idea iniziale di Alessandro non ci fosse questo sottotesto, ma potrebbe essere una possibile lettura… lo spettacolo alla fine è, sì dell’autore che lo realizza, ma, nel momento in cui viene messa in scena, anche del pubblico e che quindi assuma anche i significati che ci vede lo spettatore. Credo però che lo scopo principale di questa scelta sia un altro. Palamede è un eroe straordinario, è il più bello, il più forte, il più intelligente, qualsiasi uomo chiamato ad interpretare questo ruolo avrebbe ridotto quell’immagine. Portare in scena “un’altra cosa”, che appunto può essere solo una donna, sposta tutto su un piano diverso, diventa impossibile fare un paragone fra le aspettative che lo spettatore ha nei confronti dell’eroe e le caratteristiche dell’attore, se invece Palamede è una donna si tratta per forza di un’altra cosa.

Come è per te recitare in questo ruolo?
È una cosa singolare. Non mi era mai capitato di fare un monologo di trenta minuti a teatro. Questo spettacolo inizialmente era stato realizzato per l’Olimpico di Vicenza, dove lo abbiamo portato in scena l’anno scorso, e a Roma, in questa cornice, si è trasformato in un’altra cosa ancora. Fare un monologo è qualcosa di molto diverso rispetto ad uno spettacolo in cui c’è l’interazione con altri personaggi, per cui per me, a livello di attrice, è stata una prova particolare. Il fatto di non potermi muovere, di avere le mani legate e di dover trasmettere comunque tutta questa forza, senza alla fine fare niente, è stato stimolante, molto bello e divertente, ma soprattutto stimolante. Quando interpreto un personaggio parto sempre dal corpo, la forza e la debolezza che emergono in Palamede, non nascono da un cambio di tono, nascono da un cambio di tensione emotiva che parte proprio dal corpo. E così a seconda del momento, che sia quello dell’arringa, dell’accusa, oppure della supplica c’è sempre un cambiamento nel corpo, anche se impercettibile… un minimo di rilassamento, un modo di guardare diverso, ma c’è.

Palamede. La storia. Racconta l’altra storia, il punto di vista di quello che per le cronache ufficiali è stato considerato il perdente. E si scopre che forse il “perdente” aveva molto più da insegnare del “vincitore”…
Sicuramente Palamede è un personaggio di cui si è raccontato molto meno. È l’antagonista di Odisseo, ma probabilmente in realtà è anche molto più forte di lui, molto più intelligente. Nonostante questo viene ingiustamente cancellato, ingiustamente accusato di tradimento e macchiato di una colpa che non ha commesso. La storia che Alessandro è riuscito a ricostruire è straordinaria ed affascinante. In campo c’è l’antagonismo fra due eroi uno dei quali, Ulisse, è stato decisamente non migliore, ma più fortunato perché è passato alla storia.

Secondo te quanto parla dell’Italia di oggi questa storia nella quale si contrappone all’intelligenza, quella che sa essere utile per la comunità, la furbizia, quella che spinge avanti il singolo?
Beh sì, se vogliamo riportare la storia ad oggi e al nostro Paese, è chiaro che spesso i furbi riescono a fare più strada dei saggi. È indubbiamente più facile che l’astuzia riesca a prevalere sulla saggezza.

Che impatto può avere questo spettacolo sul pubblico? Credi che sentirsi raccontare l’altra faccia di una storia possa spingere a cercare l’altra faccia delle storie anche fuori da teatro?
Per come si sta evolvendo la società, e non solo quella italiana, la nostra capacità di ricordare le cose è diventata minima. Scorre tutto talmente veloce che spesso ci dimentichiamo ciò che è accaduto. Per cui credo che uno spettacolo riesca a far riflettere o far cambiare punto di vista su qualcosa solo a chi è già abituato a farlo, a chi sa prestare attenzione. Cultura ed arte non possono lottare da sole contro una società che sta andando nel verso contrario rispetto all’approfondimento, alla riflessione, alla concentrazione. Ci sono state persone che sono venute a vedermi che, pur avendo trovato lo spettacolo meraviglioso, faticavano a seguire le parole di Alessandro, perché non erano più abituate a tenere il filo del racconto. Oggi siamo abituati a internet, ai telefoni, alle comunicazioni immediate, ai botta e risposta telegrafici dei messaggi, l’attenzione richiesta è diventata talmente minima che uno sforzo del genere è possibile solo se sei allenato e predisposto. La cosa veramente straordinaria secondo me di questo spettacolo messo in scena al Palatino è che si portano i romani in un posto dove molto probabilmente non erano mai stati, gli si dà la possibilità di riscoprire un luogo che è loro, ma di cui magari ignoravano l’esistenza. Ben venga se Palamede riesce a fare questo.

Nello spettacolo reciti un riadattamento molto bello di In difesa di Palamede di Gorgia da Lentini, fissi il pubblico negli occhi e chiedi loro di assolverti, che dici, funziona? Il tuo pubblico, oggi, lo salverebbe Palamede?
Sì, sì, li ho convinti (ride). Nel senso, non c’è la controparte… e poi tutti a fine spettacolo alla fine mi dicono “povero Palamede” “ma perché lo hanno accusato, ma perché lo hanno condannato”… (e ride ancora)

Ed in effetti, non si può darle torto. A modo loro, Baricco e Solarino, alla fine, sono riusciti a riscrivere la Storia. Chissà se solo per una sera o qualcosa di più.

Strasburgo approva il Rapporto Forenza: «Le persone prima dei profitti, a cominciare dal Ttip»

Oggi, 5 luglio, il Parlamento europeo ha approvato il rapporto su Commercio internazionale, diritti umani e sociali e standard ambientali, di cui è stata relatrice Eleonora Forenza, eurodeputata de L’Altra Europa con Tsipras – gruppo Gue/Ngl. Approvato a larga maggioranza, il rapporto di cui è stata relatrice l’italiana Forenza, chiede che ogni accordo includa una clausola giuridicamente vincolante sui diritti umani e che la sua piena attuazione sia rigorosamente e costantemente monitorata.

«È un forte monito del Parlamento europeo», commenta Forenza, «in vista degli accordi commerciali internazionali dell’Ue». Il rapporto Forenza, poi, insiste sul fatto che i Paesi firmatari degli accordi commerciali con l’Unione europea debbano essere obbligati anche a ratificare e attuare le convenzioni fondamentali del lavoro dell’Oil, e sulla necessità di mantenere e rafforzare il ruolo dell’OIL, nel corso dei negoziati per gli accordi commerciali. Infine, si afferma la necessità di valutare l’impatto di genere degli accordi commerciali e si chiede la piena trasparenza nei negoziati come il Ttip e il Tisa.

«La mancanza di trasparenza è uno dei motivi per cui le persone non hanno fiducia nella politica dell’Unione», conclude Forenza. «Dopo il voto sulla Brexit, l’Ue non può continuare come nulla fosse. E non può continuare ademolire i diritti sociali e del lavoro, attraverso politiche neoliberiste ed austerità. Le persone devono sempre venire prima dei profitti».

Se ne è andato il poeta Valentino Zeichen. Così si raccontava su Left

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Se ne andato il poeta Valentino Zeichen, coraggioso letterato e artista, fin dagli anni Cinquanta  una delle voci più originali e contro corrente rispetto all’establishment letterario. Pensava la poesia come un servizio pubblico, con generosità, nonostante la mancanza di mezzi economici. Ci piace ricordarlo proprio con le sue parole, quando lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita de La Sumera (Fazi), il suo primo romanzo che in un primo momento era stato selezionato per il premio Strega. L’intervista  intitolata  Una questione di sensibilità è uscita su Left  il 5 marzo 2016. Eccola

«Ho iniziato a leggere con assiduità in riformatorio: c’era una biblioteca prevalentemente di libri d’autore» racconta il poeta Valentino Zeichen. «Costituiva un potenziale conoscitivo disinnescato, dato che la maggior parte degli internati erano analfabeti». Fu così che «avventurandomi per caso lungo certi scaffali feci degli incontri affascinanti, Salgari, Tolstoj, Dostoevskij, Swift. Leggevo intuitivamente e cominciai a fare nessi fra i libri».
Così si presentava Zeichen nel 1975 nel volume .Il pubblico della poesia curato da Berardinelli e Cordelli per Castelvecchi. Nato nel ‘38 a Fiume e approdato a Roma nel ‘50, scappando da una famiglia che era quasi peggio del riformatorio, Zeichen da allora vive in estreme ristrettezze nella Capitale, scrivendo soprattutto poesie,«Penso che il poeta sia un servizio pubblico, che debba essere accessibile a tutti», dice di sé. Respingendo però l’idea di chiedere un aiuto. «La legge Bacchelli equivale/ a un premio Nobel della miseria/anche se salva tanti finti artisti dalla miseria», annota in Aforismi d’autunno. La misura breve, aforistica alla Karl Kraus, l’espressione ironica , fulminante, una scrittura icastica e leggera sono da sempre la cifra letteraria di Zeichen. Che dopo molte raccolte di poesie ora, in età matura, esordisce nel romanzo con La sumera, edito da Fazi. Il 19 marzo Zeichen ha parlato con Aurelio Picca e Renato Minore a Libri Come di questo libro che celebra la bellezza di una Roma dove gli dei sono atei. E quella delle ragazze incontrate nei pomeriggi d’estate nei musei. («In fondo alla scalinata si rese conto che quel volto apparteneva all’arte dello scolpire e non del dipingere»).

Sempre disponibile al dialogo e all’incontro Zeichen ci accoglie dicendo.«Abbiamo tutto il tempo, il mio è a perdere, scorre».

Perché un romanzo dopo una vita da poeta?

A pranzi o alle cene ho ascoltato molte conversazioni in vita mia. Fondamentale per scrivere romanzi è un vero ascolto. È importante capire, sentire il senso del ritmo delle battute, capire quando una conversazione crolla e perché. Gli scrittori anglosassoni sono bravi nei dialoghi, proprio perché stanno attenti a quello che gli altri dicono. La risposta è veloce, a tempo. In passato ho scritto radiodrammi, ho una certa praticaccia.

È in parte autobiografico questo ritratto di Roma anni Ottanta?

Forse sì e poi c’è la Roma di allora, certi scenari, problemi climatici, di clima culturale.

Si diverte a prendere in giro i manierismi delle avanguardie, il teatro catacombale, in antri bui con sedie scomode, per dirla alla Ennio Flaiano.
C’è una certa teatralità tipica di quegli anni, una teatralità soprattutto gestuale, non dialogica. Ma soprattutto c’è l’arte. Sì l’ossessione dell’arte. Uno mette nei romanzi o nelle pièce ciò che conosce meglio.

Una passione che innerva anche il linguaggio?

Come no? Lo nutre. La felicità dei romanzi sta in quello che uno ama e sente. D’un tratto mi sono reso conto che oggi tutti sono molto ragionevoli, molto abili nel ragionamento, accade socialmente, ma io dico la sensibilità dove è finita? È morta? Le persone non sono più sensibili? Neanche la parola viene più usata. “Sensibilità “sembra una parola assolutamente scomparsa, quasi fosse psicotica, qualcosa di malato da rifiutare.

Mancano di fantasia le trovate di artistar come Hirst con il suo teschio di diamanti ?

Mi viene da ridere quando penso a Damiem Hirst. Gli ho dedicato il testo teatrale Apocalisse dell’arte, che ho scritto per Le Edizioni della Cometa. Lei sa che al museo della scienza di Vienna c’è il varano di Comodo? In quel testo ho immaginato che Hirst si presenti all’ingresso con i documenti per trasportarlo al Kunsthistorisches Museum che sta davanti a quello della scienza. Così, con un trasloco, crede di aver risolto la faccenda e di aver cambiato di segno quel meraviglioso oggetto imbalsamato.

Damien Hirst lo ha fatto con lo squalo in formaldeide!

Esatto! Si potrebbe fare, ho immaginato io, anche con il varano. Sarebbe una cosa pazzesca. Una lezione sull’assurdità dell’arte da Duchamp in poi.

Portando l’orinatoio al museo ci ha fregato?

Beh, certo, Duchamp ha fatto un bello scherzo a tutta l’arte successiva a lui. Portando qualunque cosa, qualsiasi oggetto, nello spazio museale, lo distruggono. Non c’è più l’aura dell’arte, ma solo la diffamazione di essa. La sensazione è questa…. come vede io rincorro sempre la sensibilità, la mia disperazione è un po’ questa. La morte della sensibilità, che non c’è più.

Oltre alla sensibilità ciò che conta per il poeta è la fantasia, che lei sembra distinguere dall’immaginazione, parlando di Shakespeare. È così?

Io dico che vanno a braccetto. Esiste un’immaginazione concettuale e c’è una fantasia che apre al possibile. È ciò che non si trova nella tassonomia delle scienze. Invece la fantasia contamina il reale, è l’imprevedibile…

Al fondo cosa la colpisce di più in Shakespeare?

Come è possibile che con un inglese di quattrocento anni fa possa produrre quel ventaglio di sentimenti, di conflitti e anche di grandi riflessioni? Questo è veramente il meraviglioso. Evidentemente l’inglese oggi è una lingua funzionale piena di neologismi adatti a questo scopo. Però lui, con una lingua seicentesca, in formazione, riesce a dire un mondo. Ecco la meraviglia, che commuove.

Tra i poeti italiani del Novecento ?

Amo i versi di Montale. Ma trovo anche che una poesia come “La pioggia nel pineto “di D’annunzio sia inimitabile, perché è costruita con un ritmo particolare… è costruita con l’acqua…

Invece non ama molto Pasolini, mi par di capire. Non mi interessa molto, le sue problematiche non mi interessano. Era un moralista?

Sì, forse, nel senso che avrebbe voluto privare del progresso futuro i giovani. Dopo l’Unità d’Italia aspiravamo a diventare un paese moderno, sviluppato. Con questa sua visione antimoderna, per una sorta di ingenuità bucolica, negava il valore di quello che tutti desideravano, pretendeva che non lo desiderassero. Ma non puoi continuare a zappare se c’è il trattore, non puoi pretendere che la gente usi la vanga o l’aratro tirato da un cavallo, da una bestia da soma, se sono state inventate le macchine.

Dunque questo suo vivere ai margini, questa sua vita un po’ bohémien, senza agi, non è dettata anche da un rifiuto della modernità?

Assolutamente no! Io sono modernissimo. Sono per la tecnica.

Una volta si è definito un ribelle, cosa significa per lei questa parola?

Forse un ribelle individualmente. Significa avere una propria opinione. Avere punti di vista diversi da quello che è il pensiero corrente. Per esempio non mi sono mai occupato d politica, non ho mai sposato un partito. Sono un impolitico come diceva Thomas Mann, non perdo tempo in giochi di ingegneria sociale, come ha fatto invece la gran parte dei miei coetanei, che hanno perso la testa intorno a questo problema, che forse non spettava loro.

La poesia come ricerca di un senso più profondo è una forma di ribellione al linguaggio razionale e ordinario?

Sì la poesia può far capire degli aspetti della vita. Ma anche della società. In questo senso io sono un poeta ironico, con un certo humour. Questo mi viene abbastanza riconosciuto dalla critica. In questo c’entra anche il fatto che ho una vita particolare, sono profugo, fiumano, vivo a Roma, le sono fedele perché mi ha accolto. In un certo senso me la sono cavata, ho fatto diversi lavori, sono uno che non parte da situazioni di privilegio. Anzi.

Adesso come vive la candidatura a un premio ufficiale come lo Strega?

Come vivo questa cosa? Ad essere del tutto franco, qualunque sia l’esito… con una buona dose di indifferenza.

Il barrito dei piccoli, il giornale dei bimbi di Scampia

Nasce il Barrito dei piccoli, il giornale dei bambini di Scampia, grazie a un progetto a cui partecipano personalità come Alessandro Mendini, mago del design, che ha immaginato anche la nascita di un nuovo museo dei bambini a Napoli di cui qui anticipiamo alcuni disegni originali.

L’idea  di questo giornale nasce dal Mammut di Scampia, il centro territoriale che dal 2006 opera nel campo della ricerca e della pedagogia.  E la rivista che ha visto la luce a fine giugno con il titolo il Barrito dei Piccoli è, di fatto, il primo giornale della città per bambini, fatto dai bambini. A sostenerli in questa avventura ci sono il coordinatore del centro Mammut Giovanni Zoppoli che all’infanzia – anche intesa in senso lato come possibilità, scoperta, spinta al cambiamento individuale e collettivo – ha dedicato molti anni di lavoro e poi Mario Punzo direttore della Scuola italiana di Comix e decani del giornalismo come Titta Fiore responsabile delle pagine di cultura de Il Mattino  che ha messo a disposizione le proprie competenze, mentre il fumettista Luca Dalisi partecipa concretamente alla realizzazione del Barrito dei piccoli con le sue tavole colorate. Sono nate così 38 pagine fantasiose, stimolanti, scandite da una serie di rubriche, dette le “tane”, affidate ai bambini giornalisti: fra queste spiccano la tana della cronaca, la tana del racconto scientifico e quella del racconto immaginario. In quest spazi i bambini raccontano pensieri, piccole e grandi paure e sogni, trovando un rifugio sicuro.

disegno di A. Mendini
disegno di A. Mendini

«Per noi il Barrito dei piccoli racchiude il senso di tutte giornate ricchissime passate in questi ultimi due anni tra classi delle elementari di Scampia e area nord di Napoli (diventate redazione stabile e centrale del Barrito) e di altri quartieri/città/nazioni  da Modena, a Genova, toccando addirittura le Isole Fiji», racconta Zoppoli
«In queste 38 pagine c’è solo una piccolissima parte degli animali mai incontrati e altrimenti inincontrabili partoriti dai bambini in questi mesi», annota nell’editoriale. «E ci sono un bel po’ di cose di noi grandi, come la campagna per riappropriarsi dei cortili di scuola, le opere di Tatafiore, Mendini, Dalisi (Luca e Riccardo) e molto altro» Obiettivo centrato? « Una cosa penso che siamo riusciti a farla: mantenere fede al compito che ci eravamo dati di parlare direttamente ai bambini da 6 a 10 anni, al di là della classe sociale di appartenenza e senza mai spacciare per disegno di bambino quello che era di adulto e viceversa. Siamo stati attenti a non fare il solito giornale per bambini che piace solo agli adulti, cercando di accorciare questa distanza (quella tra grande e piccolo) puntando sul dubbio “sarà di una bambino o di una adulto”, e soprattutto sulle priorità date a bellezza e interesse per contenuti e immagini».  Inoltre,  come sempre «abbiamo cercato di non venderci mai il territorio, la Scampia cinematografica, né abbiamo fatto leva sul sarcasmo piccolo borghese che ridacchia sulle storpiature dialettali, puntando invece sempre sulla meraviglia di un quartiere ricco e povero come ogni altro luogo della terra, marginalità trasformata in nuova centralità».  Ma soprattutto, prosegue Giovanni Zoppoli, «abbiamo cercato di rimanere fedeli all’idea che vuole i bambini cittadini ora, e non domani, di un mondo che se visto con i loro occhi potrebbe davvero cambiare. Ci siamo resi conti che per questa fascia d’età (6-10 anni) c’è davvero un vuoto senza uguali, forse perché è un’età nella quale non è così facile essere presi per i fondelli dal Mercato, ma nemmeno si è diventati tanto di gomma da rimanere indifferenti a certi richiami. Un vuoto che forse risale ai tempi del Corriere dei Piccoli, almeno dal giro d’inchiesta che ci siamo fatti prima di partire con questo primo esperimento così ci è sembrato (e sappiamo bene che questo vuoto siamo ben lontani dall’averlo colmato con il nostro piccolo gioco). ma intanto festeggiamo il nuovo barrito emesso dal nostro mammut, e continuiamo ad immaginare nuove strade».

disegno di A. Mendini
disegno di A. Mendini