Tangenti e Pizza “ai vertici dello stato”. Non so se stupisca di più che le mazzette possano arrivare tanto in alto o che il signor Pizza, che della vecchia Dc possiede solo il simbolo, possa essere ancora là, al crocevia tra governo e affari L’Italia che non cambia. Un altro Pizza, il fratello, è finito in carcere. Par di capire che prendesse soldi e li distribuisse, spendendo il nome di suo fratello e del ministro dell’interno di Renzi. Per non sbagliare avrebbe incontrato Berlusconi, si sarebbe occupato del vertice dei servizi segreti, as usual, avrebbe favorito il fratello di Alfano, facendolo assumere alle Poste, con uno stipendio alto, ma non il più alto, e di questo il raccomandato si sarebbe lagnato. Inquisito ma non arrestato anche un deputato di Area Popolare partito di governo. Si chiama Antonio Marotta, avrebbe collezionato e distribuito tangenti, ma non si sa bene a chi: così il giudice non può accusarlo di corruzione ma “solo” di traffico di influenza, illecito finanziamento e ricettazione”. I simboli si sprecano in questa storia: se Pizza Giuseppe è il padrone del glorioso scudo crociato, il simbolo del nuovo centrodestra è proprietà di un altro del giro, Davide Tedesco. Continuità nel possesso, deja vu talmente forte da apparire caricaturale. Nulla cambia: ai vertici dello stato, c’è sempre bisogno di facilitatori e mazzette, di conti in nero e di fratelli.
Ha dato il meglio di sé, ieri in direzione. Non mi volete segretario? Battetemi al congresso. Non volete il doppio incarico? Cambiate lo statuto. “Basta con la sindrome del conte Ugolino”. Rivolto a Bersani. Basta -rivolto a Richetti- dire che avrei perso “il tocco magico”. “Caro Gianni -rivolto a Cuperlo- sono fuori dal talent”. “Ci sono dentro per la vostra macchiettista rappresentazione. C’è un racconto stereotipato che vede un gruppo di arroganti chiuso nel suo “giglio magico”. Non è così, mi occupo del paese. Alza la voce -come chi sa di dire bugie- addirittura grida per convincere gli astanti che il jobs act ha sconfitto in Italia il lavoro precario. Il governo ha fatto miracoli,dice, solo la minoranza non ci crede. Non toccate le riforme, giù le mani dal referendum. Qui fa sentire la voce di Napolitano: “io applaudivo da Palazzo Vecchio, voi applaudivate in aula”. Perciò se vincessero i “No” io andrei via e con me il governo, ma anche il Parlamento avrebbe finito (tradotto: andreste a casa). Evidentemente il premier ha già il potere di sciogliere le camere o forse il Presidente è rimasto Napolitano. La legge elettorale? Non si cambia, perché non c’è una maggioranza per cambiarla. I 5 Stelle? Sì, hanno vinto i ballottaggi, ma con lo loro bugie; e cita come mentitore Casaleggio, rischiando una querela da parte del figlio Davide. Quando però De Luca cerca di tiare su il morale della truppa plaudenti definendo la Raggi “bambolina imbambolata”, Renzi deve prendere le distanze: “è il sindaco di Roma”. Ieri, nel caffè, prevedevo che Renzi sarebbe tornato come nuovo, libero dalle ammaccature del voto nelle città o dal dovere di ogni valutazione critica, dopo un ciclo in lavatrice con “Nuovo”, il detersivo miracoloso che usa i fatti più recenti -Brexit, vertice con Merkel e Hollande, strage di italiani Dacca- per cancellare ogni memoria scomoda. Così è stato. E continuerà a essere. Intanto il Monte dei Paschi di Siena ha perso in borsa il 14%. Ora si sa che il governo dovrà salvarlo insieme alle altre banche, che il potere negoziale in Europa lo userà tutto per proteggere i possessori di obbligazione, che secondo “le regole” dovrebbero pagare i fallimenti bancari in solido con gli azionisti. Per Renzi tutto ciò è di sinistra, come il jobs act.
La Brexit si mangia i papà. Cameron, che il referendum l’ha voluto, perderà Downing Street. Boris Johnson, che lo ha vinto, non sarà mai leader. Farage da ultimo “si riprende la sua vita” anziché tentare di prendersi il Regno unito. Che non è mai stato così disunito. Con la City che vuole unirsi a Francoforte, la Scozia che si sente più europea che britannica, l’Irlanda del Nord che vorrebbe unire la sua di isola, le città che hanno votato contro, i giovani pure. La destra ha scoperto di poter vincere un referendum mettendo insieme diffidenza per la mondializzazione, paura dei migranti e del terrorismo, e amalgamando il tutto con il rimpianto per i fasti imperiali. Ma poi non può governare. Perché il capitale finanziario chiede che nulla ostacoli – neanche questa destra- la libera (e rapidissima) circolazione delle merci, pretende che gli stati nazione non si immischino nelle transazioni globali, e considera le disuguaglianze crescenti un semplice danno collaterale. Il nazional socialismo incontrò i Krupp, grandi industriali tedeschi. Farage, Johnson, forse anche Trump, non hanno finora avuto la stessa fortuna. Meglio così, anche se cresce l’incertezza.
Matteo, esci dal talent! Il Caffè del 5 luglio
I kamikaze arrivano nel cuore dell’Islam, a Medina
I kamikaze jihadisti in azione in Arabia Saudita, e uno dei tre attacchi proprio nel cuore dell’Islam, a Medina, la seconda città santa dopo La Mecca, vicino alla tomba di Maometto. L’attentato è stato eseguito nei pressi del recinto sacro della moschea del Profeta Maometto a Medina. Oltre al kamikaze sono morti anche due guardie della sicurezza. Altri due attacchi suicidi sono stati portati a termine a Qatif, capoluogo della regione a maggioranza sciita nell’est del Paese e a Gedda, vicino al consolato Usa, nel giorno dell’Indipendence day. Per il momento non ci sono rivendicazioni ma secondo gli analisti è solo l’ultimo atto di una escalation dopo gli attacchi terroristici dell’Isis a Istanbul, Baghdad e Dacca. Gli attacchi in Arabia Saudita sono avvenuti il giorno prima della fine del Ramadan. E nei giorni scorsi i capi di Daesh avevano incitato a compiere attacchi durante il mese sacro. Così come avrebbero spronato a farlo contro i sauditi.
L’attacco vicino alla tomba del Profeta è un tentativo di alzare la posta? Forse, visto che questo è un periodo in cui Daesh perde terreno sia nelle roccaforti in Iraq che in Siria, oltre che in Libia.
Anche la scelta di Medina è simbolica. Ogni anno milioni di pellegrini musulmani provenienti da tutto il mondo visitano la moschea, che è stata fondata da Maometto nel settimo secolo e contiene la sua tomba, così come quelli dei primi due califfi, Abu Bakr e Omar. Il complesso della moschea è seconda solo alla Grande Moschea della Mecca per devozione da parte di sunniti e sciiti.
L’onta di Renzi è Angelino Alfano. E quello sputo di partito
“…no, loro lo fanno, però devono passare i 4 anni, perché sennò non ci posso tornare, no? Io se potevo rimanere lì me ne fottevo di venire a fare il deputato a perdere tempo qua….che c. me ne sfottevo….stavo tanto bene là, il potere là è immenso, là è potere pieno, non so se rendo l’idea…ci sono interessi….sono legati grossi interessi…grossi interessi non avete proprio idea…“.
Queste sono le parole di Antonio Marotta. Antonio Marotta ha 69 anni, è un avvocato e sta in quel partito che è una crosta e si chiama NCD. Antonio Marotta però non è semplicemente un parlamentare. Figurarsi. In questo Paese degli illustri sconosciuti come lui finiscono addirittura al CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. L’orfano, per intendersi, che nella storia d’Italia ha messo i bastoni tra le ruote a Falcone, Caselli e oggi a Di Matteo. Gente che dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto e invece troppo spesso è al di sotto di qualsiasi livello di potabilità. Ma funziona così, qui da noi: la politica occupa posizioni dirigenziali affidandole troppo spesso ai più bravi servi. Mica ai più bravi.
In tutto questo Angelino Alfano, che per questo assurdo gioco di equilibrismi che se ne fottono della meritocrazia si trova a brigare da Ministro dell’Interno, dichiara, da Ministro del’Interno di essere “sicuro che si farà chiarezza”. Angelino Alfano, tra l’altro, è anche il segretario di partito di Roberto Formigoni (sì, quel Formigoni, lì, che ora è senatore ed è uno dei maggiorenti del partito, per dire) nonché il più longevo segretario del partito fondato da Marcello Dell’Utri, dopo Berlusconi ovviamente.
Questa gente, per intendersi, è maggioranza di governo. Questi sono gli alleati di Renzi. E non ci interessa sapere che questa sia l’unica maggioranza possibile perché no, c’è un limita di potabilità che questa inchiesta ha ulteriormente sottolineato. Perché viene difficile pensare come l’Italia possa cambiare verso con questa gente qui. O no?
Buon martedì.
Addio ad Abbas Kiarostami, il poeta del cinema iraniano
Il suo talento era fatto di silenzi che dicevano più di tante parole. Quello di Abbas Kiarostami era un cinema che aveva a che fare più con l’intensità della poesia che con il realismo in cui veniva ingiustamente confinato. La censura, si è spesso detto, lo aveva spinto verso un linguaggio ellittico, allusivo, scegliendo i bambini come suoi interpreti privilegiati. Più che la necessità, a noi pare la sua sia stata un’esigenza forte e consapevole quella di esprimersi attraverso dei piccoli antieroi, portando in primo piano il loro ricco mondo interiore fatto di emozioni, di immagini, di un intenso sentire che gli adulti troppo spesso sembrano aver perso.
Il regista iraniano Kiarostami scomparso ieri a Parigi all’età di 76 anni, è stato un maestro nell’indagare il non detto e la realtà più profonda delle relazioni umane. I suoi film, mai prevedibili, per quanto sviluppati su una linea paratattica alla Éric Rohmer, non svelano il loro significato facilmente. Dietro a quel tono calmo, meditativo, dietro quel velo di malinconia che sembra avvolgere tutto, si coglie un coraggioso dissenso verso la dittatura del reale in cui si è costretti a vivere, non solo quello di regime, ma anche quello della razionalità cosciente, delle convenienze, del dover essere. Kiarostami ha raccontato l’innocenza dei bambini stimolando lo spettatore a ritrovare dentro di sé, dimensioni profonde.
Diversamente da Jafar Panahi e da Mohammad Rassoulof, nei suoi film non si è occupato direttamente del regime iraniano, ma questo non significa che evitasse la politica. Basta pensare a un suo film apparentemente minimalista come Ten (2002) realizzato mettendo due telecamere fisse in una macchina guidata da una donna per mostrare gli inaccettabili maltrattamenti che subisce. L’ immagine di una donna al volante di un auto è di per sé una dichiarazione politica e “femminista” in Medio Oriente.
Ma si potrebbe parlare anche della sua più famosa trilogia, composta da Dov’è la casa del mio amico? (1987), La vita e niente di più (1992) e Sotto gli ulivi (1994) per dire quanto il suo cinema fosse capace di raccontare un intero mondo a partire da storie apparentemente qualunque, quotidiane, minimali, come quella del protagonista del primo film di questo trittico, un ragazzo che si mette in viaggio per restituire un libro scolastico; nel secondo film il regista vuole sapere se i due ragazzi che ha conosciuto con il suo precedente lavoro sono sopravvissuti al devastante terremoto accaduto in Iran nel 1990 e nel terzo, un altro regista esamina una scena apparentemente minore del secondo film, per rivelarne poi tutta l’imprevista l’importanza. In tutti questi casi tutto comincia da un dettaglio, all’apparenza senza molta importanza, ma che finisce per essere una pietra di inciampo, un detonatore capace di mettere a soqquadro un intero ordine costituito.
In Close-up (1990), il suo film forse più conosciuto, la stranezza dei casi della vita è portata con divertita auto ironia a esiti surreali: protagonista di questo finto documentario è un mistificatore che finge di essere il regista Mohsen Makhmalbaf, finché i due s’incontrano davvero e il falso Makhmalbaf dovrà chiedere scusa a quello vero, volendo cercare una riconciliazione, non ancora avvennuta nella società iraniana che ha perseguitato le sue migliori menti e gli oppositori laici.
Con la sua spiazzante ironia e talora con una insistita lentezza, il cinema di Kiarostami è tutto fuorché rassicurante e pacificante, basta pensare a un film dal titolo accattivante come il sapore delle ciliegie del 1997 ( palma d’oro a Cannes): protagonista è uomo di mezza età che percorre il mercato di Teheran, alla ricerca di qualcuno che lo aiuti a morire, qualcuno che sia in possesso di una pala e disposto poi a seppellirlo senza fare domande. In questo film che racconta la vicenda di un uomo determinato a suicidarsi Kiarostami racconta la decisione lucida e determinata, di un depresso che ha deciso di farla finita e che non si riesce a fermare. E’ un film in presa diretta, in cui assistiamo a conversazioni che avvengono in uno spazio che non è né interamente pubblico né interamente privato come se fosse un unico monologo interiore. Che mette radicalmente in discussione chi guarda. Come accade nel documentario che Kiarostami girò sui bambini rimasti orfani a causa dell’Aids in Uganda e che mette alla sbarra le buone ragioni degli occidentali bianchi che vogliono adottare bambini.
Alcuni degli ultimi film che Kiarostami ha girato di fuori dell’Iran , purtroppo, non hanno la stessa forza dei suoi capolavori. Per esempio in Copia conforme (2010), girato in Italia, William Shimell e Juliette Binoche mettono in atto un gioco di ruolo che risulta piuttosto manierato e fine a se stesso. Una variazione sul tema della autenticità e della finzione, che non riesce ad avere la stessa pregnanza che ebbe nella trilogia Koker. E il sapore beckettiano delle due opere forse non basta a fare di Someone in Love (2012) e de Il vento ci porterà via due film indimenticabili. Ma ci restano i sui libri di poesie che ( che si richiamano nella struttura agli haiku giapponesi) e soprattutto la sua opera cinematografica degli anni Settanta e Ottanta in cui sa raccontare magistralmente la realtà con lo stupore di un bambino.
«In bocca al lupo». Renzi sbeffeggia la minoranza dem

«Se volete che io lasci, chiedete un congresso anticipato e vincetelo». «In bocca al lupo», sorride Renzi, dopo aver parlato per un’ora di banche, barconi e referendum (e aver detto qui che lui, se vincesse il no, oltre a dimettersi scioglierebbe le camere). Ha infatti preso larghissimi, aiutato dalla cronaca della settimana, i temi di organizzazione del Pd e delle amministrative. Ne parla, certo, e prende di petto la minoranza dem, ma solo dopo aver fornito una serie di titoli alternativi ai giornali – che si distraggano pure, persi tra il ricordo commosso delle vittime dell’attentato di Dacca, tra l’orgoglio per le operazioni di recupero del barcone affondato nel Mediterraneo, carico di vite, e tra la trattativa in Europa per le banche e sulla Brexit. L’impressione che vuole dare Matteo Renzi con il suo intervento è infatti proprio questa: lui parla – e anzi fa cose che contano per il Paese, per la pace, per la crescita -, gli altri, Bersani&co, vorrebbero parlare solo di questioni interne, incapaci di comprendere che «nel tempo della comunicazione» qualcosa dai 5 stelle bisognerebbe imparare: perché «litigano più dei partiti e lo fanno senza il coraggio dello streaming», i 5 stelle, ma poi si mostrano all’esterno «come una falange». Quindi Renzi prima ricorda che sulle banche lui sta risolvendo problemi che si trascinano addirittura dal governo Ciampi (responsabilità quindi dei rottamati) e non certo i problemi personali di qualche banchiere amico (a lui, dice, lui dei banchieri «non importa molto» ma che «salvare i correntisti è salvare i cittadini»), e poi rivendica i margini di flessibilità ottenuti dall’Europa. Dice che «il jobs act è il vero modo per combattere la povertà» (e risponde così all’ironia di Bersani che si è detto «commosso» dal fatto che il ministro Calenda abbia parlato del problema delle disuguaglianze crescenti) e poi se la prende con «quelli che propongono il reddito di cittadinanza». Trova il tempo di rivendicare ancora pure le unioni civili, e di mandare in onda una clip su Cantona sull’importanza dei passaggi (e quindi della fiducia nella squadra): «Per come interpreto la politica io», dice, «l’importante è il passaggio e non fare gol». E poi, solo poi – e solo siccome il vecchio Pd vuole proprio parlare di come sono andate le elezioni di quindici giorni fa – Renzi parla del voto e del partito. Lo fa controvoglia: «Diciamoci la verità», dice con fare comprensivo, «a molti di voi delle amministrative non interessa, vi interessa parlare l partito». «Parliamone», allora. Renzi riconosce che «con Torino e Roma la palma va ai 5 stelle» ma nota che «il simbolo delle amministrative è stata Milano». E poi ci sono i piccoli comuni. «Davvero possiamo dare un giudizio nazionale?», si chiede Renzi. Insomma è un pareggio. Per cui non si giustificano quindi particolari interventi sul Partito. Respinte le richieste di modifiche sull’Italicum, «se volete che io lasci», aggiunge magnifico Renzi, «non avete che da chiedere un congresso anticipato e vincerlo». «In bocca al lupo». Allo stesso modo, «se volete dividere le cariche», se volete che il segretario non sia più automaticamente il candidato premier, «non avete che da proporre una modifica allo Statuto».
Appalti truccati nei ministeri, 24 arresti per riciclaggio e corruzione
Cinque misure interdittive con obbligo di firma, 24 ordinanze di custodia cautelare – dodici in carcere e dodici ai domiciliari – e il sequestro di 1,2 milioni di euro tra immobili, quote societarie, e conti correnti, oltre a decine di perquisizioni sul territorio nazionale.
Sono 50 in tutto gli indagati. Le Fiamme gialle hanno scoperchiato un’organizzazione criminale costituita da politici, imprenditori e funzionari pubblici che si spartivano tangenti per vedersi assegnati gli appalti dei ministeri. Tra i reati contestati nell’ambito dell’operazione «Labirinto» disposta dalla Procura di Roma, c’è l’associazione a delinquere finalizzata alla fronde fiscale, corruzione, riciclaggio, appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato.
L’associazione, spiegano gli inquitenti, ruotava intorno al faccendiere Raffaele Pizza, fratello dell’ex sottosegretario all’Istruzione del governo Berlusconi Giuseppe Pizza, attualmente segretario della Nuova democrazia cristiana e anch’egli iscritto nel registro degli indagati. Tra le personalità coinvolte vi sono anche due alti funzionari dell’Agenzia delle entrate, finiti in manette, e Antonio Marotta, avvocato e parlamentare dell’Ncd, che commenta la sua iscrizione nel registro degli indagati per traffico di influenza illecita definendosi «oggetto di un equivoco».
Marotta è un ex componente del Consiglio superiore della magistratura e siede a Montecitorio dal 2008, prima tra le fila dell’Udc, poi di Forza Italia e dal 2013 nel partito del ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il deputato – per il quale i pm hanno chiesto la custodia cautelare, richiesta respinta poi dal gip – sarebbe il braccio destro del faccendiere Pizza, e avrebbe «coadiuvato» quest’ultimo nello sviluppo di un sistema affaristico criminale portando avanti l’attività di illecita intermediazione. Giuseppe Pizza, secondo i finanzieri, usava uno studio legale vicino al Parlamento per ricevere denaro di illecita provenienza e smistarlo – anche con la collaborazione del parlamentare – attraverso alcune società di comodo a lui riconducibili, che movimentavano grandi somme di denaro tra conti personali e aziendali.
Il faccendiere avrebbe adoperato i propri legami personali con personaggi ai vertici della politica e dell’imprenditoria «per aggiudicarsi gare pubbliche, sopratutto favorendo la nomina ai vertici di enti pubblici di persone a lui vicine per ricevere favori di ritorno e facilitazioni». A risalire al nome di Pizza è stato il Nucleo valutario della Guardia di Finanza, che, dopo aver indagato sull’emissione di un gran numero di fatture per operazioni poi risultate di fatto inesistenti, è riuscita a ricostruire la struttura dell’associazione criminale imperniata intorno al faccendiere.
Le indagini sono partite nel 2013, dopo le segnalazioni nei confronti di un consulente tributario romano e alcune società a lui riconducibile. Il sistema ricostruito dalle Fiamme gialle ha portato alla luce l’evasione fiscale di grandi somme di denaro – oltre dieci milioni di euro – per costituire fondi neri che sarebbero stati riciclati attraverso la galassia di società che facevano capo attraverso prestanome, a Pizza. Fondamentale sarebbe stato il sostegno assicurato al faccendiere dai due funzionari dell’Agenzia delle Entrate finiti in manette per corruzione aggravata. Al centro dell’indagine anche l’appalto del call center unico Inps-Inail: nella distribuzione di lavori e subappalti il gruppo avrebbe organizzato false fatturazioni per generare fondi neri da riutilizzare in attività di riciclaggio e finanziamento illecito ai partiti.
(Br)exit Farage. Perché cadono le teste della destra britannica
Teste che cadono dopo aver vinto e cambiato – forse – la storia del loro Paese. Dopo Boris Johnson è la volta di Nigel Farage. Anche David Cameron si è dimesso, ma lui aveva perso. A pochi giorni dal referendum che ha potenzialmente portato la Gran Bretagna fuori dall’Europa comunitaria – sul quando e sul come la chiarezza è poca, sia da parte dell’Unione, dove è in corso uno scontro tra Bruxelles e Berlino dalle conseguenze poco chiare, sia a Londra – tutti i leader di partito ballano e il segretario con più mesi di attività alle spalle è Tim Farron del partito liberal-democratico, nominato nel luglio 2015, dopo la disastrosa esperienza del partito come partner minore della coalizione con i conservatori.
Ma torniamo a Farage: con una conferenza stampa a sorpresa ha annunciato di dimettersi dalla sua carica di leader dello Uk Independence Party (Ukip) perché «dopo essermi ripreso il mio Paese, è ora di riprendermi la mia vita». Farage ha scherzato ricordando come nel 1994, quando per la prima volta corse per una carica elettiva, ottenne pochi voti in più di Screamin’ Lord Sutch, personaggio mitico e minore della storia musicale dell’Inghilterra degli anni ’60, che da un certo momento in poi si presentava alle elezioni con il suo Official Monster Raving Loony – e che proprio nel 1994 prese 1114 voti, in un seggio.

Ma torniamo a Farage, che nel 1994 suonava un po’ come il signore qui sopra, Screamin’ Lord Sutch, appunto. Ci ha messo 22 anni, ma la parabola della sua figura da rappresentante perfetto dell’inglese medio, foto al pub, sigaro, battuta sempre pronta e linguaggio schietto è quella di molti altri personaggi del panorama politico europeo. Da semi-paria o marginali, a centrali nel dibattito politico, se non nei consensi. La sua ossessione con il ritorno alla Vecchia Inghilterra, le frasi a effetto sull’invasione degli immigrati e le paure disseminate a man bassa – come il riferimento al numero delle persone straniere sieropositive residenti in Gran Bretagna a spese dell’NHS, la sanità pubblica, nel dibattito Tv che precedette le elezioni europee nel 2014 – sempre dette con il sorriso sarcastico stampato sulla faccia sono uno dei tormentoni della politica del Regno di Elisabetta da qualche anno a questa parte. Se il sistema elettorale maggioritario puro britannico non ha mai premiato lui e neppure il suo partito oltre misura, la sua presenza è riuscita a cambiare il tono del dibattito politico, spostando i conservatori a destra.

Che ne sarà ora dell’Ukip è difficile a dirsi. Già tre volte Farage si è dimesso per poi tornare guidare il partito, che è evidentemente una sua creatura e che senza di lui rischia di scomparire. Specie adesso che il referendum è fatto. Può anche darsi che proprio il timore di perdere di centralità e peso politico abbia consigliato al buon Nigel di farsi da parte. L’altra possibilità è che Farage tema che tutte le sparate, esagerazioni e bugie dette durante la campagna referendaria gli tornino indietro e che voglia evitare di essere sulla scena pubblica quando la conseguenze pratiche della Brexit prenderanno forma.
Attenzione però: Farage non si è dimesso da eurodeputato e ha detto che «Seguirà con attenzione la situazione della Brexit e le trattative» e che nella delegazione che negozierà con Bruxelles dovranno esserci rappresentanti di tutto lo spettro politico. Una candidatura? Difficile venga accolta. L’altra battuta è: vedremo che situazione ci sarà nel 2020. Ovvero: una bella pausa di riflessione, un po’ di presa di distanze e poi, se ce ne sarà l’occasione, un bel ritorno alla guida della sua creatura.

Per paradossale che sembri, tutta la partita referendaria era una partita interna alla destra britannica e alla sua leadership e i risultati non sono buoni per nessuno. David Cameron, che aveva scommesso sul referendum per tenere a bada la rivolta nel suo partito e tagliare le teste dei suoi avversari, è stato il primo a essere decollato. Secondo è venuto Boris Johnson, che era rimasto indeciso sulla posizione da prendere tra Remain e Leave chiedendosi quale scelta sarebbe stata migliore per il suo futuro politico. L’ex sindaco di Londra sperava di ottenere un buon successo del Leave, senza vincere, e di poter segnalare come la maggior parte dei voti per l’uscita dall’Europa venissero dalla base conservatrice. Ha vinto e, quindi, perso. Terzo a uscire di scena, almeno per ora, è Farage, vittima del suo trionfo.
Quarto potrebbe essere Michael Gove, che ha prima tradito Cameron, poi guidato la campagna per il Leave assieme a Johnson, poi gli ha assicurato che avrebbe diretto il suo staff per contribuire ad aiutarlo a divenire leader dei conservatori e, infine, lo ha mollato. Oggi Gove è terzo per sostegni di deputati ricevuti tra le persone candidate a guidare i tories e il Paese e potrebbe non partecipare al ballottaggio. L’enorme paradosso è che nettamente in testa per sostegni ricevuti c’è Theresa May, unica candidata leader a essersi schierata per la permanenza nel Regno Unito.
Quanto al Labour, la situazione rimane di stallo. C’è una parte dei deputati fedeli a Corbyn che propone una mediazione interna svolta dalla leadership della TUC, il Trade Union Congress, i sindacati, che sono più vicini al leader ma hanno assoluto bisogno di un’opposizione che funzioni. Il problema è che le fazioni non si parlano e che, senza uno sfidante ufficiale, non c’è, per coloro che vogliono defenestrare il leader di sinistra, un modo per far dimettere il capo del Labour. Corbyn non ha nessuna intenzione di dimettersi e promette battaglia in caos di una sfida. È una situazione molto difficile che rende meno gravi le divisioni e il caos interno al partito conservatore.
Maschio, femmina o X. Il Canada valuta il terzo genere per i documenti d’identità

Sfilando tra le bandiere arcobaleno che nella giornata di ieri hanno invaso la città di Toronto, il primo ministro Justin Trudeau ha dichiarato che il governo federale canadese sta valutando l’iter giuridico che potrà permettere l’utilizzo del genere neutro nei documenti d’identità.
Proud. #PrideTO pic.twitter.com/syfEwPACRQ
— Justin Trudeau (@JustinTrudeau) 3 luglio 2016
Le dichiarazioni di Trudeau, primo ministro nella storia del Canada ad aver aderito al Pride, fanno eco a quelle della provincia dell’Ontario che la scorsa settimana ha concesso ai propri cittadini di poter indicare con una X il genere sulle patenti di guida, comunemente utilizzate in Nord America come documento d’identità.
Il Canada non è tuttavia il primo Paese a prendere in considerazione questa possibilità. Australia, Nuova Zelanda e Nepal hanno già infatti legittimato l’uso del terzo genere da tempo.

In conclusione del suo intervento, Trudeau ha poi ricordato le 49 vittime della strage di Orlando, sottolineando la simbolica importanza di luoghi come il Pulse, definendoli centrali nella costruzione di spazi e comunità più sicure. Il primo ministro canadese ha poi rinnovato il suo impegno nell’attenuare ulteriormente le restrizioni imposte agli omosessuali nella donazione del sangue. Ad oggi la legislazione canadese consente agli uomini che hanno avuto rapporti con altri uomini di donare il sangue dopo un anno di astinenza.
Il cast di Game of Thrones in Grecia al fianco dei rifugiati per un appello all’Europa
I protagonisti della serie Game of Thrones, Lena Headey, la spietata Cercei Lannister, Maisie Williams, che interpreta Arya Stark e Liam Cunningham, Ser Davos nel mondo di Westeros, sono sbarcati in Grecia e hanno visitato i programmi di supporto per i rifugiati lanciando un appello ai leader europei: riconsiderate l’accordo preso a marzo con la Turchia che rende ancora più drammatica la situazione dei migranti, la maggior parte in fuga dalla guerra in Siria.

“I’d like to just erase the complacency & fear and replace it with humanity” @IAMLenaHeadey https://t.co/i69Looupk7 pic.twitter.com/c15x2on0x9
— IRC Intl Rescue Comm (@theIRC) 1 luglio 2016
As their IRC trip comes to an end, @Maisie_Williams @IAMLenaHeadey @liamcunningham1 say “This is only the beginning” pic.twitter.com/okyaJMxEEB
— IRC Intl Rescue Comm (@theIRC) 1 luglio 2016
In Greece @Maisie_Williams meets 13yo Haya who dreams of being an actor & performed 3 plays at @theIRC safe space pic.twitter.com/smly5CkjdY
— Kathleen Prior (@KathleenAPrior) 30 giugno 2016
“They want to go home but they can’t, because we have destroyed it.”
GoT cast visits refugee camps in Greece.https://t.co/kFmwYj8S4z
— AJ+ (@ajplus) 2 luglio 2016
Qui l’audio con l’intervista completa al cast
Il trafficante pentito: «Chi non non paga muore e i suoi organi venduti»

«Mi è stato raccontato che le persone che non possono pagare vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivederli in Egitto per una somma di 15mila dollari. Gli egiziani vengono attrezzati per espiantare l’organo e trasportarlo in borse termiche». A raccontare il traffico di esseri umani che viaggia sui binari dell’orrore, è un pentito, il primo del network internazionale che lucra sulla disperazione dei popoli in fuga dall’Africa.
È un collaboratore di giustizia, un eritreo arrestato nel 2014. L’uomo collabora con gli investigatori della Dda di Palermo che dalle prime luci dell’alba hanno condotto una vasta operazione in tutta Italia, arrestando 38 persone che fanno parte di un’organizzazione criminale.

Durante l’operazione, denominata Glauco 3, è stata individuata a Roma – lo scorso 13 giugno – la centrale delle transazioni in un esercizio commerciale dove sono stati sequestrati 526.000 euro e 25.000 dollari in contanti, oltre a un libro mastro riportante nominativi di cittadini stranieri e utenze di riferimento.
Le indagini hanno avuto una svolta grazie alle dichiarazioni del pentito, che ha fornito un quadro a livello internazionale della rete criminale. L’organizzazione transnazionale sarebbe composta da 25 eritrei, 12 etiopi e un italiano. Le attività del network interesserebbero oltre che le basi operative del Nord Africa, anche Agrigento, Palermo e Roma, ma anche altri Paesi europei.







