Home Blog Pagina 1124

Gufo e lunare. Il Caffè del 4 luglio

Discutere del doppio incarico? Lunare. Nello sciocchezzaio semplificato che Matteo Renzi regala alle trasmissioni televisive, la luna è lontana dal mondo reale. Chi l’ammira, guardando un alto, è dunque lunatico, volubile, bizzarro. Creatura notturna, come il gufo. Se tanto mi dà tanto, la direzione del Pd avrà il copione consueto: una relazione del segretario disseminata di frasette per irritare i dissidenti, per farli “venire allo scoperto” e poi servirli con la levata degli scudi fedeli della maggioranza, che è entrata in direzione perché Renzi ha vinto le primarie. Infine tutti a casa, con o senza (scontato) voto finale. L’umiliazione subita da Renzi a Napoli, Giachetti e il Pd asfaltati a Roma; la sconfitta a furia di voti a Torino, tutto ciò è il passato, è “vecchio”. Nuovo è il Brexit, nuovo è il triunvirato con Hollande e Merkel, nuova è la battaglia per salvare il Monte dei Paschi e le altre banche, cui Financial Times dedica oggi la prima pagina, nuovo è il funerale di stato per gli italiani sgozzati a Dacca. “Nuovo” potrebbe chiamarsi il detersivo con cui la politica di governo lava le sue colpe. Un ciclo in lavatrice con “Nuovo”, e il Renzi sconfitto, ammaccato e logoro del dopo ballottaggio, torna bianco che “più bianco non si può”. Resta da vedere cosa diranno oggi Gianni Cuperlo e Walter Tocci. Consiglierei loro di dire qualcosa di semplice, più semplice degli slogan del segretario ma anche con più sostanza. Costruiremo comitati per il No al referendum• Questo dovrebbero dire: perché è la riforma costituzionale la madre dell’italicum, perché quella riforma vuol mutare una democrazia rappresentativa in plebiscitaria: sei per Renzi o contro, politica o anti politica? Non si può cambiare prima di ottobre, in fretta e male, la legge elettorale, dando l’impressione di voler truffare i 5 Stelle. Si può e si deve fermare con un voto la riforma che deforma la costituzione, Facciamolo!

Il commando dei giovani ricchi, “La doppia vita dei killer”, “Sgozzati dai bamboccioni”. C’è qualcosa di osceno, oltre che di sciocco, in questi titoli del Corriere, della Stampa e del Giornale. Appena meglio, Repubblica dà almeno la notizia: “I kamikaze figli dell’alta borghesia”. E allora? Ci sentiamo traditi, siamo stupiti perché gli assassini non erano sporchi, brutti, poveri e (dunque) cattivi? Ho scritto tanto ieri e l’altro ieri della mondializzazione e dell’anti mondializzazione globalizzata; ho ricordato come con il sorriso sul volto ci si possa attaccare alla vita o scegliere di morire ammazzando. Ho scomodato Adorno. Non aggiungerò se non quel che è ovvio: il messaggio semplificato e radicale del wahabbismo arriva prima nelle università, come una lama taglia il grasso delle menzogne politiche e ideologiche locali, ma consegna alcuni giovani alla menzogna globale e al loro destino di morte. Christine Lagarde, pagina 12 di Repubblica, invoca : “una globalizzazione dal volto umano, la sfida per battere le disuguaglianze”. Le darei ragione, se non avessi motivo di ritenere che il Fondo Monetario Internazionale, la struttura che Lagarde presiede, al massimo pensi un lifting, che, si sa, alla lunga restituisce persino più mostruose le rughe che pretendeva di cancellare.

La tragedia del Bangladesh. Kushi Kabir, attivista dei diritti civili, sostiene che nel suo paese “la forma prevalente dell’Islam (era) il sufismo, spirituale e tollerante». «Dal 2013 tutti coloro che hanno una mentalità razionale, scientifica, coloro che si dicono atei o che mettono in dubbio la religione hanno cominciato ad essere uccisi. Poi è successo ai preti e alla ridottissima minoranza sciita e già prima gli ahmadi. Attentati ogni due – quattro mesi, poi anche due o tre nello stesso mese. Prima che ce ne accorgessimo, sono passati al machete». Ad aprile ecco cosa Amnisty International scriveva a proposito di quel paese: “E’ scioccante che nessuno sia stato punito e che non sia data protezione a membri della società civile che sono minacciati». Il Bangladesh è conteso da clan familiari, maggioranza e opposizione, che hanno per leader delle donne, ma usano la politica, come la minaccia del terrore, per rafforzarsi e regolare i conti fra di loro: arresti, persone scomparse, omicidi mirati. Le vittime innocenti dell’altra sera erano un messaggio che la jihad (non importa se già collegata con Daesh o al Qaeda) lanciava a quel potere, nella speranza di poter prendere il potere. Vittime straniere perché se ne parli. Occidentali, perché in occidente la vita ha un valore.

25 bambini dilaniati, 126 vittime a Bagdad. Lo sapevate? Erano sciiti. E la strage, questa volta, è stata rivendicata dagli assassini di Al Bagdadi. È stata compiuta nel nome di Al Wahhab, il nume dell’ideologia al potere in Arabia Saudita e in tanti stati islamici “moderati”. Lo sciita è “apostata”, perché si dice musulmano ma non segue la “vera” Sharia, la legge islamica come l’ha interpretata lo wahhabismo nel settecento. Apostata è lo Yazida, che adora “l’angelo pavone”. Apostata la donna curda che combatte a volto scoperto Daesh a Kobane. Quando da noi si insiste sul “terrorismo islamico”, certo che è terrorismo islamico ma quando lo si ripete, come se ripeterlo fosse di per sé una medicina, si sottintende che la guerra tra “islamici”, la guerra mossa dall’Arabia sunnita allo Yemen a maggioranza sciita, il confitto tra curdi laici e turcomanni islamisti, che tutto questo non ci interessi affatto. Che si scannino tra loro le “bestie islamiche”, direbbe Sallusti. Anche a Dacca si scannano tra loro. Ma ogni tanto lo fanno per procura: ammazzano 9 italiani per far più male ai loro nemici islamici. O sparano ai turisti all’Aeroporto Ataturk per contestare la tregua di Erdogan con Putin. È la mondializzazione, miei cari! Con il gambero che fa il giro del mondo prima di arrivarvi in tavola, fanno il giro del mondo anche i virus distruttivi del terrore, le ideologie del ritorno al medio evo, i batteri dell’odio per le donne. Il mondo si salva insieme, o perisce.

Trattative, riunioni chiuse, telefonate. Le difficoltà di Virginia Raggi

Il neo sindaco di Roma Virginia Raggi, affaccia al balcone dello suo studio in Campidoglio, 02 luglio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

«Se Raggi non si sbriga a formare la giunta e a rendere immediatamente operativi i punti fondamentali del suo programma, la faranno a fette». Il Fatto Quotidiano, che pure è il giornale che ha sollevato il caso delle consulenze con la Asl di Civitavecchia, non si può certo considerare un giornale ostile a Virginia Raggi. È un giornale. E così però scrive Antonio Padellaro rispondendo alla lettera di un lettore. Lo scrive per spronare la sindaca, Padellaro, che però aggiunge: «Il 7 luglio quando la nuova inquilina del Campidoglio annuncerà la giunta saranno passati 17 giorni dalla sua elezione. Francamente troppi».

Non è più neanche ormai il ritardo, però, il problema di Virginia Raggi. I giornali di questi giorni – non senza ragioni – parlano soprattutto di riunioni segrete, vertici ristretti, veti incrociati, correnti, con Roberta Lombardi e Paola Taverna da un Lato, e la sindaca, Alessandro Di Battista (che però si espone poco) e Luigi Di Maio dall’altro (il candidato premier in pectore da Spoleto ha difeso Raggi sul caso MArra, dicendo che «chi ha operato bene anche in altre forze politiche può essere coinvolto»). Per il Movimento che doveva decidere tutto in rete, non è il miglior spettacolo che si possa offrire. Non sembra neanche un Movimento – si deve notare – ma proprio un odiato partito, o quasi una coalizione.

Uno spettacolo che produce (e si alimenta) di gaffe e incidenti. Come le prime due nomine firmate dal sindaco e destinate a saltare: Davide Frongia, il fedelissimo consigliere comunale al secondo mandato, forse sarà infatti vicesindaco o assessore al Patrimonio, alla fine, e non capo di gabinetto – carica per cui aveva una parziale incompatibilità; Raffaele Marra, soprattutto, già dirigente vicino a Gianni Alemanno e Renata Polverini, non sarà vice capo di Gabinetto: scoppiata la polemica, il suo incarico è prima stato definito «temporaneo», poi, intervenuto direttamente Grillo con una telefona alla sindaca, si è detto che sarà spostato «ad altro incarico».

Chi prenderà quel posto ancora non si sa – e stasera, dopo un week end di pausa, c’è una riunione del mini direttorio romano – ma tanto di caselle aperte ce ne sono ancora pure nella giunta. Nome più nome meno si è comunque in alto mare. Mancano, ad esempio, l’assessore alla mobilità (ha detto di no – purtroppo – Cristina Pronello, la professoressa del politecnico di Torino di cui vi abbiamo raccontato le idee su Left), e manca l’assessore al Commercio, un ruolo decisivo nella Roma dei mercati e dei bancarellari. C’è da trovare, infine, qualcosa per Marcello De Vito – che è il nome che tiene tutto in stallo, che rende più difficili le trattative, lui, malvisto dalla sindaca e da Frongia, ma caro a Taverna e Lombardi.

E così il Friuli-Venezia Giulia scopre la ‘ndrangheta

Non che non si sapesse, per carità. Figurarsi se in giro c’è ancora qualcuno che pensa esistano territori incontaminati dalla ‘ndrnagheta e figurarsi se il ricco Friuli, da Trieste in giù, non potesse essere un piatto troppo ricco per diventare boccone tra i denti della criminalità organizzata. Però la notizia arriva con tutta una sua drammaturgia degna di un film e allora forse vale la pena raccontarla.

Già durante l’inaugurazione dell’anno industriale il presidente vicario della Corte d’Appello di Trieste Alberto Da Rin aveva dichiarato senza troppo riverenze che l’azienda ‘IT Costruzioni Generali’, che guarda caso si occupa di edilizia e movimentazione terra, era in odore di mafia. Bei tipi quelli della Direzione Investigativa Antimafia di Trieste, tutti lavoro e senza remore, con la schiettezza di chi sa di prendere molto sul serio il proprio lavoro. La IT Costruzioni risulta essere di Martino e Antonio Iona (oltre che di Teresa Antonella): Iona è un cognome conosciuto da quelle parti, gente che riesce ad entrare negli appalti che contano.

Il “capo” è Giuseppe “Pino” Iona, 51 anni, attivo dalle parti di Monfalcone. Iona ha ricevuto un avviso di garanzia e un invito a comparire alla DIA e quando si è seduto di fronte ai magistrati (il capo della Direzione distrettuale antimafia, Carlo Mastelloni e il sostituto procuratore Federico Frezza) ha avuto la bella sorpresa di trovarsi di fronte a un pentito che lui ben conosce. Una carrambata, se ci fossero state le telecamere. Secondo il collaboratore di giustizia Iona sarebbe dedito al commercio illegale di armi e stupefacenti con i Paesi dell’Est e risulterebbe a capo di un’organizzazione mafiosa in tutto e per tutto assimilabile a una ‘ndrina. Uomo di peso, Pino: tra il 2007 e il 2011 secondo la Procura riusciva a muovere anche un chilo di cocaina a settimana.

Ma l’aspetto interessante è che anche Iona, come i suoi colleghi boss sparsi in giro per il mondo, sapeva bene che il modo migliore per mafiare in tranquillità era quello di non farsi notare, non farsi vedere, non farsi sentire. Una storia che potrebbe essere la fotocopia di tante altre lassù al nord. E mica per niente fu proprio Franco Roberti (Procuratore capo dell’antimafia) ad augurarsi anche in Friuli una svolta culturale per alzare la soglia di attenzione ed evitare l’ennesima colonizzazione mafiosa.

Ora il segnale è arrivato. Resta da vedere se gli errori di sottovalutazione in Lombardia e Emilia Romagna ci hanno insegnato qualcosa.

Buon lunedì.

Roma, migranti abbandonati sull’asfalto. In attesa della giunta Raggi

Centinaia di migranti sono accampati in queste ore per le strade di Roma. Dormono accampati sull’asfalto che in queste ore si infiamma con le temperature che superano i 30 gradi. Le condizioni igienico-sanitarie, ovviamente, sono critiche. Uomini e donne, qualcuna di loro è anche incinta, sono arrivati da pochi giorni nel nostro Paese dopo un viaggio drammatico che a Roma non trovano nessun tipo di accoglienza istituzionale.

Baobab_2
Roma, 4 luglio. Migranti accampati in via Cupa

Arrivano perlopiù dal Corno d’Africa e sono in centinaia, in queste ore Roma torna a essere il teatro dell’abbandono disumano. Per loro, l’unico rifugio possibile si trova in via Cupa nei pressi dell’ex centro ‪‎Baobab‬. L’unica assistenza arriva dai cittadini e dai volontari di Baobab Experience mentre la clinica mobile e gli operatori di Medu continuano a fornire prima assistenza medica.

Adesso, l’organizzazione Medici per i Diritti Umani chiede alla sindaca ‪Virginia ‎Raggi‬, al ministero dell’Interno e alla Regione Lazio «di approntare misure immediate e civili di accoglienza per i gruppi di migranti più vulnerabili nella città di Roma, al pari di quanto avviene in altre città italiane ed europee. Non farlo è omissione di soccorso oltre che una sconfitta civile ed etica per la capitale d’Italia».

Più scura è la notte più vicino è il giorno. A colloquio con Carmen Consoli

«Left… cioè siete mancini?», ride Carmen Consoli mentre prende posto sul divano di Palazzo Farnese, a Roma. È simpatica, ironica, acuta, ha gli occhi vispi e l’aria serena. È autentica. Con gli occhi neri incorniciati in una pelle di pesca, da fare invidia a una ventenne, sfodera un umore raggiante. E il colloquio avviene in forma bilingue, sono troppe le espressioni in siciliano a cui non intende rinunciare. Tradotte, del resto, perderebbero in colore e intensità.

«AAA Cercasi signorina intraprendente, giovane brillante, ma più di ogni altra cosa dolce e consenziente». Sono passati dieci anni da quando la cantavi, era il 2006, come stanno oggi le donne?
Male, ci dicono i dati del telefono rosa, di cui faccio parte. La situazione non è migliorata, le associazioni come il telefono rosa non hanno molti aiuti, il che vuol dire che si tende a parlare dei fatti come puro gossip. E, quindi, a creare casi per l’audience televisivo, a diffondere le notizie tragiche sulla violenza perpetrata sulle donne, ma senza parlare di soluzioni. Non si parla di provvedimenti, ma di dettagli morbosi che potrebbero persino ispirare possibili femminicidi! Quindi no, purtroppo la situazione non è cambiata. Anzi, si è persino tornati a parlare di reinserire il delitto d’onore… pur di motivare l’uccisione di un altro essere umano, della donna nello specifico.
E «i funzionari della questura continuano a dire che non c’è alcuna ragione di avere paura!». L’anno scorso torni sull’argomento con la “Signora del quinto piano”. Cruda, crudissima.
Eppure non mi sono discostata troppo dalla realtà (sorride amara), racconto una donna murata viva, nella realtà è successo anche di peggio.
Ed è stato ogni volta raccontato, talvolta anche nei minimi dettagli, anche i più morbosi.
Credo che, in generale, si stia perdendo di vista il rispetto verso gli altri esseri umani. Non bisogna fare confusione tra il progresso tecnologico e il progresso umano. Dev’essere cominciato tutto un ventennio fa, insieme alla mortificazione della cultura, quando sono stati presi provvedimenti seri contro la cultura. Ricordi le “tre i” della Moratti? Inglese, Internet, Impresa. Non c’è stato più spazio per la C, di cultura. E così si è impoverito il terreno dell’animo umano, fino ad arrivare a un agire che fa parte di “mondi bassi”: un agire primitivo, un ritorno a quando si dovevano ancora scrivere le leggi, a prima che venissero disciplinate le comunità civili.

Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 2 luglio

 

SOMMARIO ACQUISTA

La superpotenza? È quella del computer più veloce

Si chiama Sunway TaihuLight ed il più potente e veloce supercomputer al mondo, dotato com’è di 41.000 chip, ciascuno delle quali contiene 260 processor cores, per un totale quindi di 10,65 milioni di nuclei di elaborazione; una memoria di 1,3 petabytes (1,3 milioni di miliardi di byte) e una capacità di effettuare 93 petaflop (93 milioni di miliardi) di operazioni al secondo.
I suoi “produttori” cinesi lo hanno presentato al mondo nei giorni scorsi a Francoforte, nel corso della International Supercomputing Conference. Con un orgoglio che genera da almeno quattro motivi. È tre volte più potente e veloce del precedente primatista dei computer, il China’s Tianhe-2, che, come indica il nome, è anch’esso cinese. Ha un numero di nuclei di elaborazione venti volte superiore al più potente supercomputer messo a punto negli Stati Uniti d’America. È ad alta efficienza energetica: pur correndo tre volte più veloce, consuma meno energia di China’s Tianhe-2 (15,3 megawatt contro i 17,8, il 14% in meno). E poiché stiamo parlando di macchine che hanno una potenza dell’ordine dei megawatt, significa che divorano energia con un costo annuo di alcune decine di milioni di euro.
Ma la più grande novità di Sunway TaihuLight è che è un supercomputer interamente cinese. Con microprocessori e un’architettura tutti “fatti in casa”, frutto solo della creatività orientale. Al contrario del China’s Tianhe-2, che è stato realizzato con processori Intel, prodotti negli Stati Uniti.
La Cina, dunque, possiede i due supercomputer più potenti del mondo. Non è una performance casuale. Nella classifica che gli informatici amano redigere dei Top500, ovvero dei cinquecento supercomputer più potenti del pianeta, la Cina con 167 macchine precede gli Stati Uniti, che ne hanno 165.

Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 2 luglio

 

SOMMARIO ACQUISTA

Minima moralia, meditazioni sulla vita offesa. Il Caffè del 3 luglio

Bestie islamiche! Alessandro Sallusti ha deciso di usare prole forti. E di provare a vendere qualche copia in più del suo Giornale, dopo averci provato con il Mein Kampf. Certo è non umano, se si vuole è bestiale, sequestrare persone che cenavano allegre in compagnia, chiedere loro di recitare certi versetti e, se non sapevano farlo, sgozzarli con il machete. Bestie evolute, tuttavia, con la connessione internet a portata di tiro e la testa piena di vento. E certo, queste particolari bestie non erano né cattoliche né indù, erano islamiche. Bestie islamiche, dunque. E ora che facciamo? Convochiamo il G8, chiediamo all’India indù di sottomettere Bangladesh e Pakistan. Alla Cina, Filippine e Indonesia. I nostri amici israeliani assoggetteranno Arabia Saudita, Emirati, Egitto. La Russia la Turchia, Noi europei magari il Maghreb e l’Africa sahariana e sub-sahariana. Dimenticavo, ci sono anche Siria e Iraq e poi l’Iran, perché la fatwā dell’Imam Sallusti accomuna sunniti e sciiti. Lì dovranno i nostri protettori americani, che già ci avevano provato, imponendo uno Scià alla Persia e poi con un paio di guerre in Iraq. Chissà perché poi hanno desistito. Lo bocca del cacciatore Sallusti è piena di parole forti, la mascella è tesa e minacciosa, ma il carniere è tristemente vuoto.
L’orrore e il sorriso. Repubblica mostra in prima pagina i sorrisi di Claudia e di Marco, di Adele, Claudio, Simona, Nadia, Maria, di Vincenzo e di Cristian. Vittime della carneficina. A pagina due e tre altri sorrisi, quelli senza nome dei 5 carnefici autori della strage. Questo è lo stato presente: noi uomini sorridiamo al futuro, ma possiamo farlo aggrappandoci alla nostra vita o scegliendo di ammazzare e di morire. Nel 1968 un regista britannico nato in India, molto a sud ovest di Dacca, immaginò il ribelle Mick Travis che fa seguaci e prende i mitra per cancellare le regole di un college britannico. L’anno dopo If vinse la Palma d’oro a Cannes. Svolgete lo stesso tema quasi 50 anni dopo. Dopo che per mezzo secolo i nostri amici sauditi hanno sguinzagliato migliaia di imam a promettere l’apocalisse islamica, cioè la distruzione della civiltà di Avicenna e Averroè, della civiltà che costruì le mura di San’a’ e il palazzo dell’Alhambra, per tornare alle origini, a un medio evo violento e purificatore, quando la legge faceva lapidare l’adultera e gli uomini portavano barbe incolte, proni a sottomettersi al potere politico del califfo e ubbidendo a lui credendo di ubbidire a Dio. Nel medesimo mezzo secolo noi occidentali abbiamo perso, con vergogna, una guerra in Vietnam, poi una economica con la Cina, abbiamo costruito lager in Cile, fatto ammazzare un milione fra comunisti e loro familiari in Indonesia, dilaniato e umiliato e insultato quella lingua di terra dove sono nate le tre le religioni monoteiste. Dove le ragioni islamiche distano a pochi metri dalle radici giudaico-cristiane. E poi internet, che mette tutti in condizione di sapere (o di credere di sapere) e di agire subito dopo, senza bisogno di capi che chiedano ai loro capi, che chiedano ai loro. La bestialità è una malattia dell’uomo. Pol Pot pensava che la sua rivoluzione in Cambogia non dovesse cambiare i rapporti di produzione ma la natura dell’uomo, a colpi di bastone. L’innovazione straordinaria, di cui siamo testimoni e protagonisti sta cambiando la natura dell’uomo; la quale, beninteso, è un prodotto storico ma nella storia mutava lentamente, nel corso di secoli e millenni, non nel volgere di qualche anno. La globalizzazione cambia la storia offrendo a tutti tutte le merci e ogni possibile sogno. Cambia la natura dell’uomo con il bastone del denaro, della pubblicità e dei meravigliosi mezzi di comunicazione. L’uomo cambia e sorride -cambia davvero e diventa migliore: non intendo negare l’emancipazione delle donne, il progresso dei diritti e delle libertà- ma la reazione di rigetto e il femminicidio, la pulsione di morte come inno a una vita possibile eppure negata, accompagnano naturalmente un cambiamento tanto accelerato. Se tutto è possibile e niente lo è, posso prendermi la vita degli altri e la mia. Vivere morendo.
Quando Al Wahhab visse 250 anni fa, faceva le sue prove la prima mondializzazione, quella che abbe l’illuminismo come ideologia e come alfieri l’imperialismo inglese e le guerre napoleoniche. La rozza predicazione di quell’ideologo settario era – ahinoi – modernissima. Consisteva nel depurare l’islam da ogni mediazione, di semplificarne il messaggio, e negare ogni possibile interpretazione del Corano se non quella letterale. L’islam in pochi scarni tweet. La morte del nemico come sola propaganda. L’esaltazione del potere del califfo con l’alibi della sottomissione al potere senza nome. Perché Dio non è nominabile, né raccontabile, né umano: è sovrumano. E dunque sovrumana è la politica in nome di Dio. L’occidente non ha voluto capire -ancorché fosse tutto scritto-, ha trattato quei fanatici come rozzo antidoto all’emancipazione di una parte del mondo. Per dividere il medio oriente e sottometterlo all’Impero Britannico, per farne un alleato dell’America agli albori della guerra fredda, per usarlo contro il nazionalismo pan arabo e il movimento dei non allineati, lo ha armato contro i russi sovietici e contro gli sciiti iraniani. Siamo noi occidentali che abbiamo coltivato nel nostro seno la serpe dell’anti globalizzazione globalizzata che ora ci atterrisce, dall’11 settembre alla strage di italiani nel caffè ristorante di Dacca. Non vedo che un modo per uscirne: rendere umana la globalizzazione. Vasto programma, lo so. È come chiedere una rivoluzione mondiale, mentre ognuno di noi si è ridotto a fare lobby per migliorare di un niente lo stato presente delle cose. Nel tempo in cui appaiono totalizzanti solo le ideologie delle destre, sia quella islamico wahhabita che l’altra che unisce Trump, Farage, Orban e la Le Pen, e che vorrebbe chiudere i nostri popoli in altrettante fortezze inespugnabili, per proteggerli dal cambiamento che noi stessi abbiamo imposto al mondo. Cambiamento che ora muove decine di milioni di migranti, arma migliaia di kamikaze, mette sulle nostre tavole gamberi allevati in Pacifico e sgusciati in Africa.
Socialisme ou Barbarie,  Castoriadis ne scrisse 70 anni fa. L’idea era quella che solo prendendo in mano la propria storia l’uomo potesse evitare le catastrofi del nazismo, della guerra, dello stalinismo. In questi decenni -soprattutto negli ultimi tre- la politica e la sinistra hanno imparato a fare il contrario, si sono acconciate ad attaccare l’asino dove voleva il padrone e a lasciar fare ai mercati. Al denaro che liberamente crea denaro e disuguaglianze, alla pubblicità che promette, in terra e a ognuno, le cento vergini, ignude e levigate, del paradiso islamico. All’industria farmaceutica che garantisce di vincere la vecchiaia con lifting e diete. Consumare e partecipare, ottimizzare la gestione del proprio vagone rimanendo lontani dalla locomotiva che corre in testa al treno. Nessuno vede che, davanti, le locomotive sono due e una corre verso il baratro. Forse il capitalismo saprà aggiustarsi da sé, forse un nuovo meraviglioso chip separerà le due locomotive e consegnerà quella cattiva a un binario morto. Ma ci vorranno decenni e ci saranno nuove stragi. Stupri collettivi e insulti all’ambiente e alla vita. Possiamo aspettare? Allora non lamentiamoci troppo. Dopotutto anche gli intellettuali realisti – come gli islamici estremisti- chiedono di aver fede e promettono felicità in cambio di sottomissione.

L’impegno di Montanari per la cultura, a Roma e a Sesto

Professor Tomaso Montanari, Sesto Fiorentino e Roma saranno due laboratori politici? Come consigliere per la cultura lei si batterà per la piena applicazione dell’articolo 9 della Costituzione che tutela paesaggio e patrimonio d’arte. In questi due Comuni proverà a contrastare la linea del governo Renzi che tratta i musei come supermercati e mette a rischio il territorio con lo Sblocca Italia?
Comincerei col dire che Roma e Sesto sono due laboratori assai diversi per dimensioni, e per natura politica della giunta. Ma in comune hanno l’idea che non dobbiamo per forza scegliere tra la mercificazione ultraliberista e sgangherata di Renzi e Franceschini e la decadenza materiale del patrimonio culturale: nel mezzo c’è la via che considera il patrimonio culturale un bene comune, palestra di cittadinanza. Vorrei sottolineare che mentre il Pd sceglie attraverso il filtro della fedeltà al capo, sia a Sesto che a Roma sono stato cercato da persone che non mi conoscevano, ma che condividevano ciò che ho scritto e che dico. A queste condizioni, chi fa il mio mestiere ha il dovere morale di dare consigli a chi governa.
Con sindaci come lo storico dell’arte Argan e come Petroselli, che si avvalse dell’urbanista Insolera e dell’archeologo La Regina, Roma e il suo patrimonio d’arte hanno conosciuto momenti alti di tutela in passato. Ora il suo lavoro di consigliere della giunta Raggi di cui fa parte l’urbanista Paolo Berdini potrebbe rinnovare quella stagione. Quali sono le priorità?
Per il pochissimo che dipende da me, ce la metterò tutta, quando questo gruppo di consiglieri per la cultura sarà ufficialmente creato. Io credo che ci dobbiamo provare, tutti insieme: e la presenza di Paolo Berdini è una straordinaria garanzia. Dovessi indicare le priorità della cultura direi: fuori la gestione privatistica della cultura pubblica; il progetto di una grande Appia libera e pedonale dal Colosseo a Cecilia Metella; fare dei Musei Capitolini il museo più civico d’Europa.
Mentre il ministro Franceschini si impegna molto per l’arena del Colosseo con ingenti investimenti, i lavoratori che lo tengono aperto hanno visto il loro diritto di sciopero compresso con una legge ad hoc. Cosa ne pensa?
Penso che Dario Franceschini sia il peggior ministro per i Beni culturali della storia della Repubblica: ha distrutto il modello italiano di tutela. E il Colosseo è il simbolo di questo strazio. Franceschini lo trasforma in una location per fare spettacoli a pagamento, immaginando un patrimonio culturale al servizio di spettatori-clienti-consumatori. Concepire la cultura come puro intrattenimento decerebrante è una scelta commerciale che si rivolge ad un pubblico abbiente. E forse si capisce perché a Roma il Pd vinca solo nei quartieri centrali e benestanti. Quanto ai lavoratori, Franceschini è stato terribilmente scorretto: l’assemblea era legale e comunicata per tempo, ma il Ministero ha preferito non avvisare i visitatori e far scoppiare un caso montato artatamente. Qual era lo scopo di questa mistificazione? Un noto documento programmatico della banca d’affari americana JP Morgan del giugno 2013 additava tra i problemi «dei sistemi politici della periferia meridionale dell’Europa» il fatto che «le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste»: bisognava dunque rimuovere, tra l’altro, le «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori» e «la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo».
I funzionari della soprintendenza capitolina con la Cgil hanno scritto nei mesi scorsi un comunicato sindacale durissimo in cui denunciavano riduzione di organico, mortificazione delle competenze attraverso esternalizzazioni e richiami disciplinari per chi osa denunciare lo status quo. Un suo commento?
Condivido ogni frase di quel comunicato: la soprintendenza capitolina è un corpo in agonia, “commissariato” da Zetema e ormai giunta ad un bivio drammatico: o essere soppressa, o riprendere, vita, competenza, finanziamenti, strategie. Personalmente consiglierò di seguire questa seconda strada, dopo aver preso misure radicali…..

Questo articolo prosegue su Left in edicola dal 2 luglio

 

SOMMARIO ACQUISTA

La demenza senile della democrazia

Brexit è stato la sconfitta dei giovani da parte degli anziani. Il grafico (vedi il grafico a destra) mostra la distribuzione per età del voto fra Remain e Leave e segnala che a votare in maggioranza per l’uscita sono stati gli elettori sopra i cinquanta anni, e determinanti quelli sopra i 65. I più giovani, fra i 18 e i 24 anni, per ben oltre il 70% erano per restare, e comunque erano pure in maggioranza per restare le persone fino a 49 anni. Una delle ragioni del risultato è stata l’affluenza alle urne più alta tra le fasce di popolazione più avanti negli anni rispetto ai giovani.
Non c’è, invece, alcuna correlazione geografica fra voto e diminuizione del salario reale (per la deindustrializzazione o altre cause): la geografia del voto – conferma l’analisi del direttore della britannica Resolution Foundation, Torsten Bell – dimostra che le aree in cui il salario reale è diminuito più della media non hanno votato Leave più della media né, viceversa, si è preferito il Remain dove il salario il salario reale è aumentato più dell amedia. Non è dunque il disagio sociale vero ad essere correlato con il voto per il Leave, ma piuttosto la sua percezione, mediata dall’istruzione e dall’età.
Le città in cui ha sede un’università di respiro internazionale – Londra, Cambridge, Oxford, e molte altre – si sono compattamente espresse per Remain. La decisione di rompere dopo oltre quaranta anni di (scettica) convivenza dentro l’Unione europea è stata presa da pensionati o pensionandi inglesi e gallesi delle contee e città minori, contro i loro figli (oltre che contro gli scozzesi e gli irlandesi del Nord).
È il quadro di una democrazia che per la sua struttura demografica assegna un potere preponderante a persone con minore istruzione, che viaggiano di meno, che usano di meno internet, che sono più condizionate da retoriche nostalgiche. Chi oggi ha quaranta anni o meno nel Regno Unito è nato in un Paese che era già parte di un progetto europeo. Chi ha più di 65 anni ha avuto una infanzia, e per i più anziani una giovinezza, con riminiscenze e favole post-imperiali. Non a caso uno dei temi del Leave è stato quello, obiettivamente risibile, di tornare a rafforzare i legami con i Paesi del Commonwealth, il club delle ex colonie.

Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 2 luglio

 

SOMMARIO ACQUISTA

Ora i partiti socialisti cambino linea

Siamo di fronte a eventi storici che influenzano in modo determinante il corso e il futuro dell’Europa e dei suoi popoli. Il tempo storico è denso, procede a una velocità molto superiore da quella con cui i leader europei si sono abituati a reagire. Così l’Europa patisce gli effetti dell’insufficienza e dei ritardi nell’affrontare la crisi. Una crisi che ha le sue radici nell’economia, ma che si trasforma in crisi politica.

Un continente in crisi d’identità
Il risultato del referendum in Gran Bretagna è l’ultimo evento di questa drammatica crisi politica. Le carenze croniche delle leadership europee, il persistere in politiche di austerità, il tentativo di sfruttare riflessi xenofobi e la retorica anti-immigrati, hanno alimentato, già da tempo, populismo, sciovinismo, nazionalismo.
La decisione del popolo britannico va rispettata, conferma una crisi di identità dell’Europa. Una crisi strategica. E, naturalmente, questa crisi non arriva come un fulmine a ciel sereno: quando si costruisce un’Europa aprendo i confini all’austerità e all’autoritarismo ma chiudendoli agli uomini, costruendo recinti, lasciando correre certe politiche, la retorica dell’odio e dello sciovinismo, credo che l’ultima cosa che si possa fare è dare la colpa ai popoli. Le responsabilità sono dei leader che hanno creato un’Unione europea che è unione solo nel nome, priva di una vera solidarietà e della reciproca comprensione tra gli Stati membri. Un’Unione che ricorda le regole che si è data quando vuole punire gli indisciplinati, ma che le dimentica quando si tratta di distribuire in modo equo i costi. Infine, un’Unione che invece di integrare continua ad alimentare le tendenze euroscetticiste, a dare argomenti a bigotti e demagoghi, un tempo residuali e oggi assurti al ruolo di protagonisti della Storia.

Quell’avvertimento a Cameron
Se vogliamo trovare la madre della crisi attuale, cerchiamola in chi ha fatto circolare la caricatura ideologica del “Nord lavoratore” e del “Sud pigro”. Per cui i popoli del Nord si sentono autorizzati a chiudere fuori dai confini gli immigrati fastidiosi e quelli del Sud dovrebbero sentirsi degli intrusi in Europa. Questo non può più continuare a essere. Oggi abbiamo bisogno di un nuovo inizio e di una nuova visione dell’Europa unita. Questo vuol dire più Europa o meno Europa? Meno Europa, è ovvio, è l’esempio della Gran Bretagna, che può essere seguito da altri Paesi. Ricordo, durante il vertice in cui si decise uno status speciale per la Gran Bretagna, di aver avvertito Cameron: mi auguro – gli dissi – che questa decisione, imposta dalla necessità e senza il pieno consenso di tutti, ti aiuti a vincere il referendum, ma non ne sono sicuro. Perché se per tanto tempo hai cercato di convincere i cittadini britannici che è meglio meno Europa, primo o poi vincerà l’opzione niente Europa.

Liberi dai tecnocrati
D’altra parte, che vuol dire più Europa? I suoi leader, quelli che oggi la invocano, devono chiarire che cosa significa. Se significa un’Europa più autoritaria, meno democratica, più antisociale, senza sovranità popolare, allora possiamo farne a meno. La risposta è più Europa sociale e democratica. Un’Europa in cui torni la politica, libera dalle redini dei tecnocrati.
Quando ci siamo rivolti al popolo greco, l’estate scorsa, non abbiamo pensato neppure per un momento di abbandonare l’Europa, ma di cambiarla, con gli altri popoli, in modo radicale. Gli attuali leader europei, però, gli stessi che ora ci sorridono e ci salutano, allora per intimidirci hanno distorto i fatti dicendo che la domanda del nostro referendum era “per la permanenza o per l’uscita” dall’Europa.
Abbiamo dovuto ripetere, con pazienza, che non volevamo uscire dall’Unione europea o dall’euro, ma che cercavamo un accordo più giusto. Syriza è una forza internazionalista che dà battaglia per cambiare l’Europa dal suo interno, non per sciogliere l’Europa.

Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 2 luglio

 

SOMMARIO ACQUISTA