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Il progetto politico delle città ribelli. Intervista a Luigi de Magistris

Il candidato a sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, durante la chiusura della campagna elettorale in piazza Dante, Napoli, 16 giugno 2016. ANSA/CIRO FUSCO

Lunedì 27 giugno, ore 18. L’Italia si ferma per la Nazionale. «Sindaco, mi conferma l’intervista? C’è la partita…». «Perché, gioca il Napoli?», replica Luigi de Magistris, rieletto alla guida di «Napoli città autonoma». E alle 18 in punto ci accoglie a Palazzo San Giacomo.

Sindaco, lei parla di autonomia dentro l’Europa mentre il Regno Unito ha votato per la Brexit.
Credo che in Gran Bretagna abbia vinto la paura dello straniero, della contaminazione dell’altro. A Napoli invece si sta costruendo un processo di autonomia sull’abbattimento delle paure, sulla presa di coscienza che le differenze sono una ricchezza e non un pericolo. L’incontro tra fasce sociali diverse è diventato un elemento di ricchezza per una città senza mura e senza confini, in cui si costruisce la civiltà del benessere.

Napoli come Barcellona, Madrid e Atene. All’indomani della sua riconferma, ha parlato di un network delle “città ribelli” contro le oligarchie di Bruxelles. Ci spiega?
Perché con la riconferma è nato un progetto politico, non si tratta più soltanto di un laboratorio. L’esperienza della città di Napoli va raccontata insieme a quella di altre grandi città del mondo, come Barcellona, Atene e altre ancora, perché qui il popolo è diventato protagonista del suo destino. Si è rotto un sistema, non ci sono più guinzagli che legano Napoli ad apparati partitocratici o sistemi mafiosi, a lobby, congreghe o circuiti di potere politico né locali, né regionali o nazionali. La gente senza potere, in particolare i giovani ma anche una nuova borghesia illuminata, si è messa a fare politica nella nostra città. Abbiamo governato per cinque anni, senza un euro e senza rinunciare alla nostra visione politica. Il risultato? Siamo l’unica città d’Italia che ha pubblicizzato l’acqua, non ha privatizzato servizi essenziali e non ha licenziato nessuno. Abbiamo dato una visione internazionale a Napoli, resistendo ai tentativi di occupazione istituzionale e alle politiche di austerità. È chiaro che siamo oltre l’esperienza amministrativa.

Cosa intende con “città autonoma”?
Napoli autonoma è un démos, è una città, una comunità che si racconta. Forse, per la prima volta dal Dopoguerra la novità viene dal Sud e pone fine a quella litanìa della questione meridionale, dei soloni che da Roma, dai governi e dal parlamento, ci raccontano come deve cambiare il Mezzogiorno e poi fanno “politiche di gabbie” per tenere bloccato il popolo. Trovo molto bello che sia passato il concetto di “città ribelli”, ora dalla città ribelle bisogna passare al Sud ribelle, d’Italia prima e d’Europa e del mondo poi. Perché vogliamo essere a disposizione di tutte quelle popolazioni che si vogliono emancipare, la potenzialità dei Sud è enorme.

Prima o poi le potenzialità dovranno pur concretizzarsi. Come si fa?
Si fa consolidando le relazioni e gli scambi di prassi ed esperienze, consolidando incontri e dibattiti. Pochi giorni fa a Roma ho incontrato Yanis Varoufakis, presto incontrerò Ada Colau, sindaca di Barcellona. Continueremo a tessere reti di comunità, di città-comunità, mentre gli altri costruiscono Stati-nazione e ritornano ai nazionalismi, non ci interessano le chiusure a riccio. Siamo per l’autonomia ma di apertura. Non siamo quelli delle espulsioni né delle rigidità formali e dei nazionalismi. Senza ambiguità.

A chi si riferisce quando parla di ambiguità?
Penso a tante ambiguità, come quelle dei 5 stelle che su alcuni temi, come sui migranti e sui Rom, continuano ad averne. La nostra concezione è veramente solidaristica, di globalizzazione dei diritti e delle persone, in cui si possa costruire l’Europa dei popoli. E quindi costruire ponti anche con città dell’Est e mediorientali. Crediamo in un mondo che riparta dai suoi abitanti e dai suoi territori.

Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 2 luglio

 

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Attacco a Dhaka, chi sono i gruppi islamisti attivi in Bangladesh

Morti, feriti e ostaggi. È questa la situazione venutasi a creare in un ristorante di Dhaka, la capitale del Bangladesh, dove un commando di nove persone armate ha preso in mano un ristorante nel quartiere di Gulshan, dove sono le ambasciate e vivono molti stranieri. Lo stesso ristorante è frequentato da cosiddetti expats, il personale di ambasciate, Ong e altre organizzazioni internazionali attive nel Paese.

Mentre scriviamo sappiamo che ci sono due morti tra i poliziotti, che il gruppo armato è entrato gridando Allah Akbar, ha preso prima le cucine e poi la sala, lanciando bottiglie molotov. Sappiamo anche che l’Isis ha rivendicato tramite Amaq, la sua agenzia di stampa, e che ci sono almeno 20 ostaggi – la rivendicazione parla anche di 20 morti, ma non se ne sa nulla. Ci sono italiani tra gli ostaggi, il ristorante è nei pressi dell’ambasciata. Due sono riusciti a fuggire.

Bangladesh Attack

Da dove viene questa violenza e quanto Isis c’è in Bangladesh?Nelle scorse settimane più di 8.500 persone sono state arrestate dopo che nel Paese si sono verificati una serie di attentati e attacchi contro attivisti laici e rappresentanti delle minoranze religiose. Tra il febbraio del 2013 3 l’aprile scorso ci sono stati almeno 20 assalti e uccisioni, anche di stranieri o personale locale che lavorava per agenzia di sviluppo. Le vittime, quando non straniere, sono spesso blogger che parlano di temi considerati irrispettosi, o militanti per i diritti civili degli omosessuali.

Il database sugli attacchi terroristici dell’università del Maryland conta più di 100 attacchi – molti senza vittime – solo nel 2015. Il 28 settembre 2015 veniva ucciso anche l’italiano Cesare Tavella.

 

Nel mese di aprile, il direttore di unica rivista gay del Bangladesh, un professore universitario e uno studente di legge Dhaka che avevano espresso opinioni laiche in un blog sono stati ammazzati.

Molti degli attentati, non tutti, sono stati rivendicati dall’Isis, ma il governo ha ogni volta smentito, anche quando un commando ha ucciso la moglie di un importante poliziotto dell’anti-terrorismo. Resta da capire se l’attitudine del governo è dettata dalla paura e voglia di negare la presenza del Califfato anche in Bangladesh o se si tratta di un’affermazione basata su dati reali. Certo è che dal Bangladesh – e molto di più dalla comunità britannico-bangladesha – sono partiti diversi miliziani per andare a combattere in Siria. Quelli potrebbero essere un eventuale legame.

In Bangladesh sono attive diverse formazioni di islamismo radicale armato, tra cui Jamatul Mujahideen Bangladesh, legata a doppio filo a Jamaat-e-Islami, che è un partito politico, in passato determinante per la costruzione di maggioranze parlamentari. L’emiro di Harkat-ul-Jihad Islami è stato uno dei cinque firmatari della fatwa di Osama Bin Laden del 1998 contro l’Occidente. Spesso il Paese è anche stato la piattaforma per gli attacchi in India di gruppi pakistani come Lashkar-e-Taiba, forse l’organizzazione più grande di questo tipo in Pakistan, dove oggi è fuorilegge ma per anni è stata al centro dello scontro politico.

A maggio era stato condannato a morte e ucciso Moitur Rahman Nizami, ex ministro di Jamat-e-Islami, ritenuto responsabile di atrocità commesse contro le minoranze negli anni 70. La sua morte ha generato proteste e un crescente clima di tensione. È dal 2013 che il governo arresta dirigenti e militanti del partito, quell’anno una rivolta generata dagli arresti ha provocato 50o morti. Da allora altre decine di persone sono state arrestate e molti dirigenti si sono dati alla macchia. Un ulteriore elemento di instabilità per un Paese poverissimo, abitato da 130 milioni di persone.

 

Come è felice Di Maio, dopo i sondaggi che fanno volare M5s

Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio durante la conferenza stampa con i principali candidati sindaci del M5s alle prossime amministrative del 5 giugno, 19 maggio 2016 a Roma. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Sorride Luigi Di Maio. Per lui il primo luglio è stata una bella giornata. Anche perché, per Matteo Renzi, invece, lo è stata un po’ meno. Il sondaggio che Demos ha realizzato per Repubblica dà infatti il 5 stelle avanti nella popolarità rispetto al presidente del Consiglio, che è in caduta costante e solo in parte fisiologica, con il suo governo che nel giugno 2014 piaceva al 69 per cento degli italiani e oggi solo al 42. Arriva infatti sorridente, Di Maio, a Spoleto, dove pure lo aspetta un incontro importante, uno dei tanti che sta collezionando per perfezionare il suo profilo da leader presentabile del Movimento, da premier in pectore. Incontra ambasciatori, incontra leader internazionali, vola in Germania, vola in Spagna, va a Londra e a Parigi (dove – racconta – «ho avuto l’impressione di parlare ancora con i Bersani e i D’Alema dell’epoca, convinti che Le Pen sia un fastidio momentaneo») e quindi, immancabilmente, si fa intervistare da un senatore del giornalismo come Paolo Mieli, nella borghesissima cornice del festival dei Due Mondi di Spoleto.
E dice tante cose, Di Maio. Racconta dell’infanzia a Pomigliano, del padre missino, del caro professore craxiano, socialista nostalgico della Prima Repubblica, e di quello di Filosofia che è «comunista-comunista-comunista»: «Io sono il mix di una padre di destra, di una città sindacalizzata e di un professore comunista», dice quindi, «e ho preso il buono che c’era in ognuna di queste cose». Parla del limite dei due mandati, poi, dando qui una mezza notizia, peraltro: potremmo scommettere senza troppe remore che la sacra regola cambierà e non varrà per tutti. Perché la difende, ovviamente, Di Maio, ma poi aggiunge: «Se stiamo parlando della prossima legislatura, comunque, io penso che se vinceremo dovremo lavorare, goderci il momento, e poi, tra otto anni», alla storia dei limite due mandati, «ci pensiamo e lo decideranno i cittadini».

E poi parla ovviamente della legge elettorale. Che è, popolarità e gradimento a parte, la vera preoccupazione del segretario del Pd e premier in questo momento, perché la seconda cosa che dice il sondaggio Demos – già in realtà perfettamente visibile con volto delle amministrative – è che il Movimento 5 stelle al ballottaggio sarebbe addirittura dieci punti avanti al Pd. Sono i 5 stelle, infatti, il vero partito della Nazione, capace di raccogliere a sinistra ma soprattutto a destra, dove pure avrebbe voluto pescare Renzi, che però ha coccolato (dall’abolizione dell’articolo 18 in giù) più i moderati. Grillo invece cavalca temi come l’immigrazione, e pesca più a fondo. Ecco allora l’idea di cambiare l’Italicum. Solo che Renzi una modifica in funzione anti grillina sarebbe un assist clamoroso, ma sa anche che il ballottaggio con il premio di maggioranza alla lista che si era cucito addosso ora potrebbe calzare a pennello al Movimento. Non è bello, e allora in attesa di capire cosa fare bisogna almeno innescare la polemica: e i 5 stelle hanno abboccato subito all’amo gettato dallo spin Filippo Sensi. Sembrano loro, adesso, i difensori dell’Italicum.

Brexit: Gove lancia la sua candidatura. May favorita a sostituire cameron?

Michael Gove, il bruto che ha assassinato le ambizioni di Boris Johnson e tradito Cameron, quando ha scelto di guidare la campagna per il Brexit, ha presentato la sua candidatura a leader conservatore. «Qualsiasi cosa sia il carisma, è qualcosa che non ho» ha detto il Segretario alla Giustizia, che ha promesso nell’ordine: niente elezioni fino al 2020, articolo 50 da far scattare nel 2017, fine della libertà di movimento in Europa, nuova legge su immigrazione e “ripensamento dei servizi pubblici”.

La differenza con Theresa May, che sulle trattative e la non necessità di tornare alle urne conviene, è grande: stabilità e ritorno alla normalità per la Segretaria agli Interni, sebbene senza tentativi di tornare in Europa, pensiero più ideologico nei toni per Gove. May è la figura a cui affidarsi in tempi di spavento e crisi dopo il referendum, è stata contraria – moderatamente – all’idea di uscire dall’Europa, ma ha immediatamente detto che non si torna indietro.

Gove è la faccia del cambiamento radicale, e nel suo discorso di lancio della campagna per la leadership ha insistito sul fatto che il voto nel referendum significa volontà di cambiare tutto da parte del popolo. Gove si è anche rivolto a quelli che non ce la fanno, la colonna del voto pro Brexit, un voto potenzialmente in fuga verso l’Ukip di Nigel Farage. Per adesso però, il radicale del gruppo di 5 candidati alla leadership che verrà eletta da un’assemblea di 1922 delegati, ha una grande debolezza: viene additato da molti come un traditore. In un periodo di incertezza, essere una figura tanto controversa può non aiutare.

Alla corsa partecipano anche altri tre candidati: Stephen Crabb, Andrea Leasom e Liam Fox. Tutti molto pro Brexit, tutti con meno peso specifico e alleati di May e Gove, che divrebbero essere i due che finiranno al ballottaggio. Resta da capire come e quanto l’assemblea conservatrice sia animata da furore ideologico o dalla paura del disordine che arriverà con le trattative a Bruxelles.

A proposito di queste, la commissaria al commercio, Maellstrom ha fatto sapere che di negoziati non si parla fino a quando la Gran Bretagna non chiederà il ricorso all’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Il braccio di ferro su come e quando, viste le posizioni britanniche, che tendono a rimandare, continuerà. Intanto, il Cancelliere dello Scacchiere si è rimangiato l0’idea di arrivare al surplus di bilancio entro il 2020. Ovvero, un’altra volta la destra promette tagli e pareggi di bilancio e poi rinuncia.

Intanto si accende lo scontro nel Labour. Non è chiarissimo quali saranno i candidati, ma c’è la certezza che lo scontro sarà duro: in pochi giorni, al partito, si sono iscritte 60mila persone in pochi giorni, per votare a favore o contro la leadership di Jeremy Corbyn.

Mi chiamo Imran, ho 11 anni e guadagno meno di 5 dollari al giorno

Bangladeshi child Ridoy, 7, looks towards camera as he works at a factory that makes metal utensils in Dhaka, Bangladesh, Sunday, June 12, 2016. He earns less than $5 per day. The World Day Against Child Labor, which was initiated in 2002 by the International Labor Organization to highlight the plight of child laborers, is observed across the world on June 12. (AP Photo/ A.M. Ahad)

Imran è nato in Bangladesh e ha 11 anni. Lavora in una fabbrica di Dhaka che fa utensili in metallo e guadagna meno di 5 dollari al giorno.
A giugno si è celebrata la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, istituita nel 2002 dall’Organizzazione internazionale del lavoro per evidenziare la difficile situazione dei bambini sfruttati.

Bangladeshi boy Imran, 11, looks towards camera as he works at a factory that makes metal utensils in Dhaka, Bangladesh, Sunday, June 12, 2016. He earns less than $5 per day. The World Day Against Child Labor, which was initiated in 2002 by the International Labor Organization to highlight the plight of child laborers, is observed across the world on June 12. (AP Photo/ A.M. Ahad)
Imran, 11 anni (AP Photo/ A.M. Ahad)

Secondo l’Unicef, il problema è ancora attuale e coinvolge, nei Paesi in via di sviluppo, oltre 150 milioni di bambini di età compresa tra i 5 e i 15 anni. La maggior parte di loro, circa 1 su 4, fa lavori rischiosi per lo sviluppo fisico (nelle miniere cambogiane o congolesi, nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio oppure a contatto con sostanze nocive per la salute).

Bangladeshi child Ridoy, 7, looks towards camera as he works at a factory that makes metal utensils in Dhaka, Bangladesh, Sunday, June 12, 2016. He earns less than $5 per day. The World Day Against Child Labor, which was initiated in 2002 by the International Labor Organization to highlight the plight of child laborers, is observed across the world on June 12. (AP Photo/ A.M. Ahad)
Ridoy, 7 anni, guadagna meno di 5 dollar al giorno(AP Photo/ A.M. Ahad)

Bangladeshi boy Robin,10, looks towards camera as he works at a factory that makes metal utensils in Dhaka, Bangladesh, Sunday, June 12, 2016. He earns less than $5 per day. The World Day Against Child Labor, which was initiated in 2002 by the International Labor Organization to highlight the plight of child laborers, is observed across the world on June 12. (AP Photo/ A.M. Ahad)
Robin,10 anni (AP Photo/ A.M. Ahad)

Nizam, 11 (AP Photo/ A.M. Ahad)
Nizam, 11 (AP Photo/ A.M. Ahad)

Alcuni svolgono mansioni pericolose e lesive della dignità umana, come la prostituzione, la tratta, lo spaccio o l’arruolamento come bambino soldato. La maggioranza di loro, secondo Unicef, si trova in Africa sub-sahariana (il 25%), mentre in Asia meridionale il 12% di loro – circa 77mila bambini – svolge lavori potenzialmente pericolosi.Tra i Paesi sfruttatori vi sono Pakistan (l’88% dei bambini che non studiano, lavorano), il Bangladesh (48%), l’India (48%) e lo Sri Lanka (10%). Anche l’Italia non è esente dal problema: secondo Save the children sono 340mila i bambini costretti a lavorare, e 28mila di questi sono coinvolti in attività pericolose.

In this Sunday, June 12, 2016, photo, Ridoy, 7, works at a factory that makes metal utensils in Dhaka, Bangladesh. The World Day Against Child Labor, which was initiated in 2002 by the International Labor Organization to highlight the plight of child laborers, is observed across the world on June 12. (AP Photo/A.M. Ahad)
(AP Photo/A.M. Ahad)

(AP Photo/A.M. Ahad)
(AP Photo/A.M. Ahad)

In this photo taken on Sunday, June 12, 2016, child laborers share a light moment as they work at a metal factory in Dhaka, Bangladesh. The World Day Against Child Labor, which was initiated in 2002 by the International Labor Organization to highlight the plight of child laborers, is observed across the world on June 12. (AP Photo/ A.M. Ahad)
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In this Sunday, June 12, 2016, photo, Abdullah, 12, works at a metal factory in Dhaka, Bangladesh. The World Day Against Child Labor, which was initiated in 2002 by the International Labor Organization to highlight the plight of child laborers, is observed across the world on June 12. (AP Photo/A.M. Ahad)
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(AP Photo/ A.M. Ahad)

Gallery a cura di Monica Di Brigida

Pablo Iglesias: «Che ci è successo il 26 giugno? La paura del nuovo»

Leader of Podemos, a left-wing party that emerged out of the "Indignants" movement, Pablo Iglesias speaks during a press conference in Madrid on 2014 to speak about the party's eight percent result in last weekend's European elections. Podemos' eight percent win in last weekend's European elections, gave them five seats in the European Parliament. Although they still have a long way to go to really trouble Spain's establishment, the result took many observers by surprise since opinion polls had forecast only a two or three percent vote share for the party. AFP PHOTO / GERARD JULIEN

«Che ci è successo il 26 giugno?», Pablo Iglesias apre ufficialmente il dibattito in Podemos. Difende la confluencia con Izquierda unida e dà la sua lettura ai risultati deludenti del 26 giugno: «La paura del nuovo, il timore davanti al cambiamento».

Che ci è successo il 26 giugno? Se escludiamo l’ipotesi della frode, impensabile in un Paese come la Spagna, appaiono diverse cause possibili: in molti hanno creduto che queste cause siano potute essere la nostra campagna elettorale, o la confluencia con Izquierda unida, che non dovevamo situarci nel temuto spazio alla sinistra dello scacchiere politico. Entrambe le ipotesi hanno contribuito a incoraggiare il conflitto interno in Podemos, i nostri avversari insistono su esse.

La mia opinione è che nessuno di questi due fattori è stato determinante e che, al contrario, la causa principale che spiega la frustrazione delle nostre aspettative e il fallimento dei sondaggi è un’altra: ricordo di averla identificata con Íñigo (Errejón, ndr) quando preparavamo la strategia per la campagna elettorale del 20 dicembre – la famosa remontada – sospettavamo, allora, di essere una forza politica che attirava a sé molta simpatia e che avrebbe potuto contare anche sul voto di chi non pensava che avremmo potuto governare ma che però vedeva con simpatia la nostra irruzione. Però allora ragionavamo sul fatto che questa gente non ci avrebbe votati se ci avesse visti come possibili vincitori. Credo sia questa la chiave di lettura per capire cosa è successo nelle ultime elezioni: hanno una simpatia per noi, apprezzano lo scossone che abbiamo dato alla politica spagnola, rispondono a un sondaggio che non andranno a votare. E davanti alla reale possibilità che noi andassimo a governare hanno deciso di non votarci. Se l’accordo con Izquierda unida non è stato vittorioso è stato perché non è stata immediatamente vista come forza politica egemonica e non perché ha attirato paure nei nostri confronti.

La chiave, a mio parere, è la paura del nuovo. E se la Braxit ha influito è stato precisamente nella direzione di confermare questo timore davanti al cambiamento. È la mia opinione, adesso che si apra il dibattito. Benvenuti a Fort Apaches.

Pablo Iglesias
(traduzione di Tiziana Barillà)

Presidenziali Austria, ballottaggio da rifare. L’ha deciso la Corte Costituzionale

epa05326765 Former right-wing Austrian Freedom Party (FPOe) presidential candidate Norbert Hofer (L) and party leader Heinz Christian Strache (R) pose for a photographs after a news conference in Vienna, Austria, 24 May 2016. Hofer the previous day was narrowly defeated by Austrian President-elect Alexander Van der Bellen, who had won the presidential elections run-off over Hofer by just a few thousands of votes. Lettering in background is part of a slogan reading: 'Danke Oesterreich' ('Thank You Austria'). EPA/CHRISTIAN BRUNA

Si disputerà nuovamente il ballottaggio per la scelta del Presidente della Repubblica austriaco. Lo ha deciso stamattina la Corte Costituzionale, dopo che il Partito delle libertà austriaco (Fpoe) aveva presentato un ricorso per «presunte irregolarità» con cui si sarebbe tenuto il voto. Le elezioni erano state vinte lo scorso 22 maggio dal verde Alexander Van Der Bellen, che aveva sconfitto lo sfidante, l’ultra-nazionalista Norbert Hofer, dell’Fpoe, per soli 30mila voti in più. Decisivi per la vittoria del candidato verde furono i voti arrivati per corrispondenza, che gli permisero di sconfiggere l’estrema destra con un 50,3% contro il 49,7%. Capovolgendo il risultato del primo turno, in cui Hofer aveva ottenuto il 34% dei consensi contro il 21% di van Der Bellen.

L’Fpoe contesterebbe proprio i voti arrivati per corrispondenza, scrutinati, secondo il partito di destra, prima dell’arrivo della Commissione elettorale. Le irregolarità confermate dalla Corte costituzionale riguardano oltre 77mila voti, abbastanza per cambiare l’esito della consultazione e dare all’Austria – e anche all’Europa – per la prima volta nella storia, un Presidente di estrema destra.

«Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità. La sentenza deve rafforzare il nostro stato di diritto» ha detto il presidente della Corte costituzionale Gehrart Holzinger, prima di leggere la sentenza che ha annullato il ballottaggio. È la prima volta che in Austria viene annullato un ballottaggio: nel 1970 e nel 1975 erano stati annullati i voti di alcuni collegi, ma non era mai successo in tutto il paese. Il ballottaggio dovrebbe disputarsi tra settembre e ottobre. Ma non si sa ancora di preciso.

Referendum abrogativi di leggi sul lavoro, raccolte 3 milioni di firme dalla Cgil

Roma, 9 aprile 2016: Al via la raccolta delle firme per la proposta di legge sulla 'Carta dei diritti' © Simona Caleo/Cgil

Senza tanto clamore sui media, ma con una grande mobilitazione a tappeto sono stati raccolti dalla Cgil oltre 3 milioni di firme per tre referendum abrogativi sulle ultime leggi sul lavoro. E questa mattina sono stati depositati in Cassazione.

I quesiti – per i quali occorre 500mila firme e quindi in questo caso il numero raccolto è il doppio – riguardano questi punti:  la cancellazione del lavoro accessorio (i voucher), la reintroduzione della piena responsabilità solidale in tema di appalti e soprattutto una nuova tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (qui il testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale) per tutte le aziende al di sopra dei cinque dipendenti.

I quesiti sono finalizzati al sostegno della proposta di legge della Carta per i diritti universali del lavoro. E infatti continua la raccolta firme per quella che si presenta come una grande riforma dello Statuto dei lavoratori. «Abbiamo raccolto oltre un milione di firme per ciascuno dei tre referendum abrogativi, possiamo fare ancora di più con le firme a sostegno della Carta. La #SfidaXiDiritti continua», conclude Camusso.
La proposta di legge di iniziativa popolare (il testo si può leggere qui), racconta ad Articolo1 il costituzionalista Vittorio Angiolini si rivolge a tutti i lavoratori e vuole tutelare «un patrimonio di diritti individuali e collettivi quanto alla rappresentanza di tutti, privati e pubblici, subordinati e autonomi e occasionali, basta che intrattengano un rapporto di lavoro», compreso anche lo stage e o il tirocinio. L’obiettivo è che «ogni lavoratore non si deve trovare alla mercè dell’organizzazione e ognuno possa esprimere la propria personalità».

Cosa è andato storto nel voto spagnolo? L’analisi di Alberto Garzon, leader di Izquierda Unida

Alberto Garzón

Pablo Iglesias, subito dopo i risultati elettorali in Spagna, lo ha detto inequivocabilmente: i risultati non sono quelli che speravamo, e l’alleanza con Izquierda unida resta in piedi. Non pochi analisti in questi giorni hanno addossato la mancata spallata – non chiamiamola sconfitta – alla confluencia, ovvero alla scelta di Podemos di allearsi con Izquierda unida in quel fronte che ha preso il nome di Unidos Podemos e si è attestato come terza forza politica della Spagna. Dentro Podemos la discussione sembra essere animata, ne seguiremo gli sviluppi. Le possibilità di governare per il fronte del cambiamento svaniscono, mentre gli spagnoli si rifugiano nel “vecchio Rajoy” e premiano il Partito popolare e con esso l’Europa dell’austerità. Intanto, sulle spalle dei socialisti di Sanchez il peso della scelta: larghe intese e governo di unità nazionale o tornare nuovamente al voto? Il dibattito in Spagna prosegue. Nei giorni scorsi avevamo pubblicato l’appello al voto di Pablo Iglesias, oggi traduciamo brani di una lettera aperta di Alberto Garzón, leader di Izquierda unida.

(…) I risultati delle passate elezioni non sono stati quelli che speravamo. Non abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo fissati dando vita all’alleanza tra Podemos e Izquierda Unida. (…) Non siamo riusciti a sconfiggere il Pp né a creare le condizioni parlamentari affinché il nostro Paese possa avere un governo di sinistra.

Una riflessione calma e rigorosa diventa necessaria. (…) non speravamo in questo risultato, né se lo aspettava qualsiasi partito politico o sondaggista. Probabilmente nella nostra società, e ancor di più nella sinistra, ci sono forze sociali che non siamo riusciti a intercettare. (…)

Quello che appare evidente, senza il pregiudizio delle analisi postume, è che non siamo stati capaci di sedurre né convincere l’elettorato di sinistra che aveva confidato in Iu e Podemos nelle passate elezioni. La nuova astensione, quella di chi aveva votato a dicembre e non oggi, praticamente coincide con il numero dei voti persi dalla coalizione. Non è chiaro se questo pezzo di elettorato lo si era perso già prima della coalizione, per via della frustrazione rispetto alle negoziazioni relative all’investitura di governo, o se si tratta di un fenomeno posteriore. Quello che è chiaro è che non siamo riusciti a convincere tutti i nostri elettori del momento storico che il nostro Paese sta attraversando. (…)

Ciò nonostante, è positivo che noi ci chiediamo se la confluencia (l’alleanza) sia stata una buona idea. Io credo di sì. La confluencia è stata, in primo luogo, una strategia razionale che ci ha permesso di mantenere i seggi nonostante la perdita dei voti. E in secondo luogo, è stata una buona idea in termini politici, perché ci permetterà di iniziare a costruire uno spazio politico con un enorme potenziale di trasformazione.

Tuttavia, dobbiamo porre l’attenzione sul risultato politico generale. Dal 2011 ad oggi il ciclo politico di mobilitazioni e proteste ha prodotto un cambiamento radicale nel sistema dei partiti ma anche nello spazio politico della sinistra. Mentre nel 2011 potevamo contare solamente undici deputati in questo spazio, oggi possiamo contarne 71. si tratta di un’avanzata considerevole, sebbene insufficiente. (…)

Ma le analisi non possono limitarsi unicamente al risultato elettorale. Il nostro Paese continua ad attraversare una dura crisi economica e politica che colpisce le fondamenta della nostra società. L’attuale fase storica del capitalismo è gestita dai governi neoliberali la cui gestione provoca un deterioramento delle condizioni di vita della maggioranza. Queste politiche sono le responsabili dell’aumento della frustrazione e della rabbia delle classi popolari, quello che ha alimentato l’ascesa dell’estrema destra in tutta Europa e che minaccia di far implodere il progetto dell’Unione europea, come abbiamo visto nel Regno Unito.

Nel nostro Paese, tuttavia, siamo in gran parte riusciti a spiegare la crisi con le coordinate ideologiche della sinistra. E il regime è ancora in crisi, incapace di risolvere la questione economica senza ricorrere a duri tagli che colpiscono la sua base sociale e incapace anche di raggiungere uno scenario di governabilità. I prossimi saranno mesi e anni di grandi sfide per le classi popolari e per la sinistra sociale e politica. E per far fronte a questo compito siamo più forti che mai.

Durante la nostra XI Assemblea (di Iu-unidad popular, ndr) abbiamo approvato la tabella di marcia che dà il via alla costruzione della confluencia e unità popolare, dalla mobilitazione sociale al piano culturale. Senza alcun dubbio la confluencia elettorale è insufficiente e incapace senza altri due elementi: la capacità di costruire una visione del mondo diversa da quella delle oligarchie e un movimento popolare protagonista. Sono convinto che sia questo il cammino corretto, e dobbiamo trarre vantaggio dal fatto che abbiamo un’organizzazione forte e unita. (…)

L’egemonia non è un concetto che si riferisce alla capacità di vendere un prodotto nel mercato elettorale ma, è più corretto, la capacità di estendere un’alternativa concezione del mondo, culturale e sociale e perciò ancorata alla vita quotidiana delle classi popolari. (…)

(Traduzione di Tiziana Barillà)