Una buona notizia per la salute della terra e soprattutto per gli umani. Il buco dell’ozono sopra l’Antartide comincia a ridursi. Secondo una ricerca coordinata dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) e pubblicati sulla rivista Science, il “buco” è di circa 4 milioni di chilometri quadrati più piccolo di quanto non lo fosse nel 2000. Che sarebbe, tanto per dare l’idea, di dimensioni pari a 12 volte l’Italia. Questi risultati sembrano contraddire la situazione osservata nel 2015, ma gli scienziati avrebbero effettuato tutti i controlli passando in esame tutte le misure dal 2000 a oggi. L’ozono, ricordiamo, è molto importante perché è lo strato gassoso che avvolge la Terra e impedisce l’arrivo sulla Terra delle radiazioni ultraviolette del Sole, responsabili di tumori della pelle, come melanomi e carcinomi e di danni alla vista come cancro e cataratta, oltre ad essere responsabili di alterazioni del sistema immunitario. Gli scienziati spiegano la riduzione del “buco” con la progressiva eliminazione di emissioni di sostanze chimiche in atmosfera. Questo grazie al protocollo di Montreal che nel 1987 dettò delle norme precise per bloccare la produzioni di sostanze chimiche contenenti clorofluorocarburi (Cfc), i maggiori responsabili dell’assottigliamento dello strato di ozono. Pensiamo solo ai frigoriferi, alle bombolette spray. Dopo una “resistenza” iniziale di alcuni Paesi, come la Cina e l’Urss, nel 1990 più di 90 Stati decisero di eliminare la produzione di Cfc. Come si vede, le scelte industriali possono cambiare nettamente e i benefici si vedono.
Pd 45,3% 5Stelle 54,7 il sondaggio di Diamanti, Caffè
Cinquestelle, sorpasso sul Pd, è il titolo forte di Repubblica. Sondaggio Demos, commentato da Ilvo Diamanti. Le risposte del campione attribuiscono al Pd il 30,2% e a 5Stelle il 32,3. Potrebbe essere un vantaggio effimero, indotto dalle recenti elezioni amministrative, ma la notizia molto più seria, un vero knock-out nella situazione data, è il risultato previsto per il ballottaggio: il Pd guidato da Renzi totalizzerebbe il 45,3% dei voti, i 5 Stelle raggiungerebbero il 54,7%. Scarto di quasi 10 punti. Ciò significa che al movimento di Grillo sta riuscendo quello che non è riuscito a Renzi: far breccia nell’elettorato di destra e persino prendere voti nella sinistra non renziana. Il perché si capisce: chi governa deve scegliere e scegliendo scontenta qualcuno, i 5 stelle si presentano come una forza politica anti casta, né di destra né di sinistra, e questo dà loro una posizione di vantaggio che durerà fino a quando non fossero contestati dall’interno del loro campo, e in nome della loro stessa ideologia, per scelte ritenute non conseguenti o contrarie all’interesse generale. Voler correre ora ai ripari, prevedendo la semplice possibilità di coalizzarsi tra primo e secondo turno in funzione anti 5 Stelle, senza rivedere l’insieme delle riforme che tendevano e tendono a trasformare la nostra democrazia parlamentare in premierato assoluto, sarebbe vano e stolto.
Un baro da due soldi. Così Beppe Grillo definisce nel suo blog Matteo Renzi. Pietosa la contro replica della retroscenista Maria Teresa Meli: “I «5 Stelle sono usciti allo scoperto». Esattamente ciò che voleva il premier”. Scrive oggi Michele Ainis: “La riforma costituzionale sottrae alle minoranze lo spazio di manovra del Senato. E l’Italicum consegna lo scettro del comando a un gigante contornato da una folla di nanetti. Perché frantuma le opposizioni, consentendo l’accesso in Parlamento a chiunque rastrelli il 3% dei consensi. Perché rende autosufficiente il vincitore, dato che il premio di maggioranza va alla lista, non alla coalizione. E perché infine chi perde il ballottaggio non ottiene nessun premio di consolazione, col risultato che qualche voto in meno può costare la metà dei seggi. In breve, abbiamo inventato un maggioritario al cubo. In un’altra stagione, magari potrebbe funzionare. Qui e oggi, è meglio ripensarci, come chiede un fronte sempre più esteso di parlamentari, anche all’interno del Pd. Infatti nessuna legge elettorale è superiore Urbi et Orbi: dipende dal contesto, non dal testo. Ma in questo caso il testo calza a pennello su un sistema monopolare, quando in Italia i poli sono ormai diventati tre. Attenzione, c’è il rischio che il corpo strappi la camicia”. A me sembra che Renzi si sia messo in trappola: non può cambiare la legge elettorale prima che si voti per il referendum, perché le sue riforme apparirebbero così tutte ad personam. Se al referendum vincessero i sì, magari grazie a sponsor come Jovanotti, Benigni, Buffon che il guru americano Messina, secondo il Fatto, vuol reclutare alla causa del premier, Renzi correrebbe il rischio di riunire poi contro di sé tutti i nemici (di destra, di sinistra e non di sinistra né di destra), col rischio di essere spianato nel ballottaggio. Potrebbe allora cambiare l’Italicum, ma gli servirebbe quel nuovo Nazareno che Confalonieri gli offre. “Idea utile ma impossibile”, secondo Marcello Sorgi.
Sì alla Turchia nell’Unione, dice alla Stampa il ministro degli esteri, Paolo Gentiloni. La Turchia è sotto attacco: 42 morti all’aeroporto Ataturk, i kamikaze venivano da repubbliche ex sovietiche e avevano solide basi in Turchia. Difficile non accostare la strage alla lettera di scuse inviata da Erdogan a Putin per l’abbattimento del suo aereo da caccia. Difficile non chiosare l’articolo scritto ieri da Roberto Toscano “Erdogan balla coi lupi” (del terrorismo islamico), aggiungendo che l’aspirante sultano ha risuscitato lo scenario peggiore, quello da cui mosse il genocidio degli armeni, la guerra russo-turca di un secolo fa. Erdogan ora ha paura dei lupi? Ha deciso di cambiare politica estera e di rinunciare a sostenere Daesh e islamisti turcomanni in Siria? Allora aiutiamolo, aprendo le porte a quel sublimato di Europa, romana, bizantina, mediterranea che è Istanbul. Ma a una condizione: l’immediato stop ai bombardamenti sui curdi che combattono Daesh e sui villaggi curdi in Turchia. Rispetto dei diritti civili, liberazione dei prigionieri politici. Se l’Europa non è questo, non è.
Se vi va stretta la legge elettorale
Come si svela una truffa? Appena cadono le cortesie di rito e si svelano i motivi reali che stanno dietro a una scelta. Così la discussione sull’Italicum (la legge elettorale sventolata come “grande riforma per il futuro dell’Italia” disse Matteo Renzi) mostra cos’è la politica italiana al momento: una partitella di cortile con in palio il potere, prendendo a calci la democrazia.
Così sembra quasi banale voler ricordare quanto la legge elettorale sia le fondamenta di una sana democrazia: rappresentanza, agibilità politica, l’attività parlamentare e la composizione stessa di un governo sono il risultato di un’elezione che trovi la giusta declinazione. La legge elettorale, se ci pensate, decide le dinamiche stesse della politica, ne suggerisce le alleanze e ne sancisce le modalità. Per questo bisognerebbe averne cura.
Il 19 maggio del 2014 Riccardo Nencini (un viceministro, eh) ospite ad Agorà disse che l’italicum serviva per fare fuori il M5S. Il Pd era al 40% e il M5S al 25%. Un’uscita che passò quasi inosservata e che pure già chiariva quale fosse lo scopo. Così come in questi giorni non sembra difficile capire perché improvvisamente anche il M5S non sia così disposto a rivederla.
Una legge a uso e consumo, quindi, che serva come arma personale per sbarazzarsi di questo o quel avversario. Noi (ce lo ricordiamo vero?) siamo quelli che scesero in piazza tutte le volte che quell’altro legiferava per se stesso. Ma se nelle leggi ad personam (o contra partitum) si sfiorano i nostri interessi invece stiamo zitti? No, vero?
Buon venerdì.
Quello che Renzi non dice affrontando Brexit
Sviluppo, innovazione, migranti. Questi sono gli obiettivi che Renzi pone all’Europa dopo il Brexit. Purtroppo però ne mancano altri due: equità e solidarietà.
Perché proprio aver vissuto le politiche dell’Unione Europea come squilibrate a favore di qualcuno – dei più abbienti, non solo tra i Paesi, ma anche e soprattutto tra i gruppi sociali, dei più istruiti, di coloro che godono dei benefici della globalizzazione – ignorandone i costi per altri – per i più periferici, coloro che sono vittime, piuttosto che beneficiari della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, coloro sui cui spazi e modi di vita incide più immediatamente la pressione migratoria – ha motivato la crescente ostilità all’Unione, in Gran Bretagna come altrove.
La bugia di Farage (smentita il giorno stesso della vittoria del Leave) su a che cosa serviranno i finanziamenti non più destinati alla Ue hanno toccato un nervo scoperto: un sistema sanitario pubblico sempre più affaticato, servizi scolastici pubblici cui è affidato per intero il compito dell’integrazione dei migranti, quartieri periferici e intere cittadine lontane dallo scintillio della city e dei ceti internazionalizzati non per forza, ma per scelta.
L’esempio della Grecia non è passato invano: i ceti più deprivilegiati, in Inghilterra e altrove, hanno imparato che l’Europa non verrà in loro soccorso (a differenza di quanto ha fatto con le banche e con i grandi creditori), anzi, che proprio loro porteranno il peso maggiore delle politiche di austerità, tanto più se il loro governo è debole nello scacchiere europeo e internazionale. E tutti noi vediamo come tutti gli accordi sul ricollocamento dei migranti non riescano ad essere attuati.
Pensare che le cose cambino se si ritorna alla piena autonomia nazionale (posto che questa sia possibile in un mondo dove i mercati, finanziari e non, attraversano e scompigliano agevolmente i confini) può essere un’illusione. Non solo per gli effetti negativi sull’economia immediati e di medio periodo dell’uscita, ma perché la crescente disuguaglianza tra gruppi sociali e tra centro e periferia non sono solo l’effetto delle “politiche di Bruxelles”, ma anche di politiche nazionali che le hanno sistematicamente ignorate, quando non incoraggiate in nome del “mercato” e della “crescita”. Derubricare il tutto a populismo (o peggio, a ignoranza), tuttavia, non aiuta a capire il disagio profondo che sta dietro al Brexit, a tutti i movimenti che in giro per l’Europa sono tentati di andare nella stessa direzione, ed anche, per rimanere nel nostro piccolo, al sommovimento politico emerso nelle elezioni locali. Il ritorno prepotente della disuguaglianza, nelle sue forme classiche ed anche in alcune inedite, non è solo un tema per dibattiti accademici. È qualche cosa che tocca la vita e le speranze di migliaia di persone, in Gran Bretagna come in altri Paesi, inclusa l’Italia. Persone che non vogliono subire anche la beffa di sentirsi trattare da ignoranti resistenti al cambiamento e preda di ogni sirena populista. Se il populismo cavalca questi temi e se ne avvantaggia, senza risolverli, continuare ad ignorarli non può che peggiorare il senso di esclusione e sfiducia.
Ciò che non solo la Commissione Europea per quanto riguarda la tenuta dell’UE, ma anche Renzi, il governo, il Parlamento italiano per quanto riguarda l’Italia, dovrebbero finalmente capire è che non solo lo sviluppo, almeno nel senso tradizionale, non è dietro l’angolo, che molta occupazione distrutta non tornerà più, che l’innovazione tecnologica crea nuova occupazione ma anche ne distrugge. Succede anche che la domanda di lavoro si segmenta sempre più tra buona e cattiva occupazione, divaricando forse più di un tempo opportunità e condizioni di vita. Più sviluppo, più occupazione, più innovazione, posto che si riesca a ottenerli, non comportano automaticamente minore disuguaglianza. Può anzi essere vero il contrario.
Viceversa, ridurre le disuguaglianze sia con politiche di pari opportunità che compensino gli svantaggi di partenza (istruzione, miglioramento delle condizioni di vita nei contesti più disagiati, servizi “abilitanti” alla partecipazione al lavoro e sociale, salari decenti), sia con politiche redistributive che sostengono situazioni di particolare vulnerabilità impedendo che si incancreniscano, riduce il potenziale di rancore ed estraneazione. Facilita anche lo stesso sviluppo – economico, sì, ma anche sociale e umano. Lo ha capito anche l’Ocse, abbandonando la filosofia iper-liberistica di qualche anno fa, come si evince dal rapporto del 2015, In it together. Why less inequality benefits all.
Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 2 luglio
Ce n’est qu’un debut continuons le combat
Partiamo dai fatti. Il voto spagnolo ha fermato la sinistra, punito i socialisti, premiato l’usato insicuro, il partito di Rajoy che ha portato il Pil a crescere del 3% ma con una percentuale insopportabile di giovani disoccupati e con disuguaglianze crescenti. Hanno vinto i politicanti peggiori, quelli che hanno parlato alla pancia del popolo britannico, promettendo un’improbabile ritorno ai fasti dell’impero, una volta liberatisi dei migranti e dei vincoli europei. Hanno vinto Nigel Farage e Boris Johnson, gente che mette l’orticaria pure ai trader della City.
Non ci sono scorciatoie, né cavalli bianchi che ti portino al sicuro e alla meta. Perciò bisogna essere sinceri (e persino spietati) nell’analisi. Sul voto spagnolo può aver influito l’effetto Brexit. Gli elettori venivano da una legislatura di appena sei mesi, con i partiti che non avevano saputo formare un governo. Dopo la Brexit, presentata dai media con toni apocalittici come la bomba che avrebbe potuto far saltare l’Europa, gli spagnoli non hanno avuto il coraggio di votare Unidos Podemos, cioè ex indignados insieme ad ex comunisti. Pablo Iglesias è stato dunque sfortunato, ma è possibile che abbia anche voluto troppo e in troppo poco tempo. Da movimento di protesta, né di destra né di sinistra, ha trasformato Podemos in partito che mirava al governo e si proponeva di guidarlo trascinandosi dietro la “vecchia” socialdemocrazia. È probabile che parte del suo stesso gruppo dirigente ci abbia creduto poco e che parte dei suoi elettori non se la sia sentita di seguirlo. Ora Iglesias riflette: Moruno, il portavoce, ci anticipa qualcosa.
Nel Regno Unito il leader del Labour, Jeremy Corbyn, si è schierato tardi, e in modo assai timido, contro Brexit. Perché non voleva confondersi con Cameron e perché riteneva più importante difendere salari, diritti, welfare piuttosto che un’Unione a guida tedesca. Ora una parte del suo partito, e la maggioranza del suo gruppo parlamentare, ne chiede la testa. Pensa che in ogni caso né gli operai né il ceto medio deluso torneranno a votare per il Labour Party. Dunque a che serve Corbyn? Meglio proporre un nuovo New Labour che allacci rapporti con la City, parli ai giovani che avrebbero preferito restare in Europa, punti sulle città , si batta per i diritti più che contro il privilegio. Sadiq Kahn, neo sindaco di Londra, potrebbe offrire il suo volto a questo nuovo New Labour. Ma Corbyn promette battaglia, sostiene a ragione che la riforma della sinistra debba passare per la sfida al neoliberismo, alla dittatura dei mercati, alle leggi del profitto di borsa che crea utili per multinazionali e fondi d’investimento, ma brucia i risparmi delle famiglie e crea nuove disuguaglianze. Lunedì il voto di sfiducia. Vedremo.
In Italia, Matteo Renzi era nell’angolo. Sconfitto a Roma e Torino, incapace di intendere la protesta delle periferie, non più incondizionamente sostenuto dai media. E destinatario di consigli non richiesti: cambia l’Italicum (Veltroni), non legare la sorte del governo al referendum (Del Rio). Ma Brexit gli ha offerto un’occasione: ora promette di piegare Berlino e Bruxelles, di spendere in deficit, di aggirare il bail in per salvare le banche. E ha trovato una bandiera, la “delicata bellezza del sentimento europeo”.
Una sinistra dovrebbe sfidarlo. Appoggerai Tsipras? Convincerai Sánchez a dialogare con Iglesias. Chiederai alla Merkel di ridurre il surplus commerciale alzando i salari tedeschi e dando fiato all’eurozona? O sei ormai troppo legato alla casta e fai solo fuffa?
Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 2 luglio
La Commissione Europea proroga l’uso del glifosato. Ignorando due milioni di cittadini.
«Una scelta assurda!» commenta l’eurodeputato socialista belga Marc Tarabella, all’indomani della decisione della Commissione Europea di prolungare di 18 mesi l’autorizzazione per l’uso del glifosato, il pesticida della Monsanto sospettato di essere cancerogeno già da tempo. «Questa è la prova di una grave défaillances all’interno dell’Ue», commenta il deputato: «mettere il profitto della Monsanto prima della salute di 500 milioni di europei: è questa la decisione della Commissione europea! Ancor più grave è che ciò sia avvenuto dopo la Brexit, quando ci saremmo aspettati una più forte rimessa in questione del suo impiego».
Alla scadenza delle concessioni – prevista per il 30 giugno – le associazioni ambientaliste e le Ong si aspettavano un’inversione di rotta a favore di politiche ambientali più attente alla salute e alla sicurezza dei cittadini europei. Cosa che non è avvenuta: il Commissario Ue alla salute e alla sicurezza, Vytens Andriukaitis, ha annunciato in giornata la proroga delle concessioni per l’erbicida, giustificando la decisione presa come un «obbligo giuridico» per la Commissione. Andriukaitis si è poi detto «sorpreso per il silenzio degli Stati membri»: la Commissione europea è stata incaricata di occuparsi del problema proprio dagli Stati Ue, dopo due riunioni che si sono concluse con un nulla di fatto, senza una decisione adottata a maggioranza qualificata. A favore della proposta si sono schierati 19 stati membri; altri 7, tra i quali l’Italia, si sono astenuti, mentre Malta e Francia hanno votato contro. Proprio la Francia è un grande oppositore al glifosato, tanto che già nel 2011 aveva classificato il diserbante come «pertubatore endocrino», ossia una sostanza che altera la funzionalità del sistema endocrino.
Duro anche Gaetano Pascale, Presidente dell’associazione Slow Food, che ha accusato l’esecutivo europeo di ignorare i pareri della Comunità scientifica e la voce dei cittadini, ricordando che oltre 2 milioni di europei si sono schierati contro l’uso della sostanza, sottoscrivendo una petizione popolare. Indignata anche la Coalizione italiana #Stopglifosato, che chiede un incontro con i ministri Martina, Galletti e Lorenzin.
Entro la fine del 2017, come sottolineato da Andriukaitis, è comunque atteso il parere dell’Agenzia per la chimica europea (Echa), che si pronuncerà sulla pericolosità del prodotto.
Il glifosato è stato dichiarato «potenzialmente cancerogeno per l’uomo» nel marzo 2015 dall’Associazione di ricerca sul cancro (Airc), che lo classificato nei fattori di rischio del gruppo 2A (assieme alle carni rosse e al bitume), dimostrando tra l’altro una correlazione tra l’uso del pesticida e il sorgere di linfomi di tipo non-Hodgkin. L’autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), invece, ha sostenuto il contrario, ossia che è improbabile che il glifosato rappresenti una minaccia di cancro per l’uomo. La ricerca dell’Efsa è stata bollata come scarsamente indipendente, e alcuni attivisti hanno dimostrato il coinvolgimento di alcune corporation del farmaco, che avrebbero, in maniera del tutto strumentale, pilotato lo studio e i dati.
Il pesticida è stato creato nel 1950 in svizzera, ed è entrato nel mercato nel 1974. é presente in oltre 750 prodotti per l’agricoltura, ma il più noto è il Roundup della Monsanto.
«Non mi pare che la Brexit abbia ammorbidito Merkel»

«Non mi pare che la Brexit abbia ammorbidito Merkel. Fa bene Renzi a provarci, ma l’intervento sulle banche si sarebbe dovuto fare prima». Questo dice a Left Ernesto Longobardi, economista, professore, con cui abbia parlato un po’ della tenuta del sistema bancario, che sembra la prima vera conseguenza della Brexit, su cui si dovrebbe arrivare – ma non ci si arriverà – allo scontro con la Germania di Angela Merkel.
Mercati turbolenti, banche in affanno. Il primo effetto della brexit è la preoccupazione per la tenuta del sistema bancario. Perché?
«Perché i debiti sovrani sono protetti da Bce e quindi il rischio Paese, almeno a giudizio dei “mercati”, si è rivolto verso le banche e la loro esposizione. In Italia i bond decennali hanno più o meno tenuto, e anzi i rendimenti sono pur lievemente aumentati. Le banche invece sono crollate perché la percezione dei mercati, da citare sempre tra virgolette, è che questa volta, a differenza del 2011, i debiti pubblici siano protetti: ma non mi pare si possa parlare di una diretta conseguenza, non vedo un nesso diretto, se non per l’atteggiamento dei mercati, tra Brexit e la tenuta del sistema bancario».
E ora, anche se non l’ha detto in parlamento, Renzi vuole margini più ampi di intervento sulle banche, vuole fare ciò che il bail in impedisce. Cosa servirebbe?
«Quello che sta chiedendo Renzi è anche giusto, ma bisogna vedere se può riuscire adesso, così in ritardo: e non mi pare che la Brexit abbia ammorbidito Merkel. La cifra di cui si parla in queste ore, comunque, è 40 miliardi che servirebbero per sistemare le sofferenze, dopo averle svalutate».
Merkel dice però che le regole non si possono cambiare ogni due anni. Si è sbagliato, come rinfaccia al premier Renato Brunetta, a non intervenire prima?
«Si è sbagliato a sottoscrivere, come hanno fatto gli ultimi governi italiani, tutto ciò che chiedeva Merkel, dal fiscal compact al pareggio di bilancio in costituziona, fino alle norme sulle banche. Ma i governi, bisogna dire, l’hanno fatto perché le pressioni erano tutte sul debito pubblico, all’epoca, e finché non è intervenuto Draghi con il cannone l’Italia è rimasta sottoscacco».
Come dice Saccomanni, ministro di Letta: «La nostra priorità era il debito pubblico».
«In qualche modo ha ragione».
Germania, Francia, Spagna, intervennero sulle banche già nel 2013, con molte più risorse dei 6 miliardi messi sul piatto dall’allora governo Letta. Fa bene Renzi a rimpallare la colpa su chi l’ha preceduto?
«Avremmo dovuto farlo anche noi, sì. Ma non credo che avrebbe fatto diversamente un altro governo».
È giusto che sia lo Stato a pagare scompensi spesso frutto di azzardi se non di truffe?
«Bisognerebbe trovare un equilibrio tra quel che pagano tutti i contribuenti e quel che si lascia a chi con un titolo o con un altro ha investito nella banca. Ma bisogna farlo tenendo conto il grosso problema di informazione e di quanto poco possa fare un depositante per disciplinare la sua banca».
Resta comunque il tema delle responsabilità. In America fanno le cause di rivalsa, qui sembra trionfare una cera impunità.
«Che però temo sia un problema di nostra cultura».
Nel cuore della Mongolia con lo scrittore Ian Manook
È una terra bellissima e ferita la Mongolia raccontata da Ian Manook, lo scrittore francese che il 30 giugno è ospite del Letterature Festival di Roma mentre Fazi manda in libreria il suo Yeruldelgger, il primo volume di una trilogia che in Francia è diventato un caso letterario (150mila copie vendute e decine di premi). Protagonisti del romanzo sono personaggi decisamente fuori dall’ordinario come commissario Yeruldelgger, un gigante dal passato durissimo ma che non ha perso la sensibilità, come il medico legale Solongo, solitaria e bella come il sole, e poi come l’ispettrice Oyun e Gantulga un vispo ragazzetto di strada, che aiuta il commissario nella sciarada di un caso che comincia con il ritrovamento di uomini e donne cinesi assassinati. In attesa del suo intervento sul palco di Massenzio, gli abbiamo rivolto qualche domanda per capire qualcosa di più del suo lavoro.
Ian Mannok, oltre ad essere giornalista e scrittore lei è anche un viaggiatore, perché fra i tanti Paesi che ha conosciuto ha deciso di ambientare il suo romanzo in Mongolia?
Ho scritto questo romanzo per una sfida con mia figlia, io non ne avevo mai scritti, il giallo non faceva parte della mia cultura. Allora ho provato a scrivere un romanzo “cinematografico”, cercando di vederlo in una ambientazione diversa dalla Francia. Ero incerto fra il Brasile, l’Amazzonia, dove ho viaggiato per più di un anno da giovane, ma avevo pensato anche a scenari più mirabili come la Patagonia, l’Alaska e la Mongolia. Alla fine ho scelto quest’ultima anche per la sua tradizione sciamanica. In quel tipo di cultura la morte e altri aspetti della vita hanno letture differenti rispetto a come le vediamo noi in occidente. Ho pensato che potessero dare ai miei personaggi una caratterizzazione differente e interessante. Ma l’ho scelto anche perché ero stato in Mongolia nel 2007 : mia figlia minore aveva adottato un bambino a distanza e volevamo conoscerlo, sapere come era cresciuto.
Il ragazzino di strada che aiuta l’ispettore mi ha fatto pensare ai bambini che a Bucarest vivono nei sotterranei. Ad Ulan Bator l’emarginazione riguarda in modo particolare le madri single che non hanno nessun aiuto, anche quando hanno figli disabili. Ed è un fenomeno che riguarda solo la metropoli. Come nasce?
Quando i nomadi perdono gli animali non hanno più di che vvivere. Allora vanno nei sobborghi di Ulan Bator, dove gli viene assegnato un piccolo appezzamento di terra, 700 metri quadri, per mettere una tenda. I ragazzini delle famiglie che hanno perso i loro mezzi di sussistenza vanno nella metropoli in cerca di un modo per sopravvivere. Un po’ come i bambini di Bucarest, è vero. Quanto al mio Gantulga l’ho immaginato avendo a mente Gavroche dei Miserabili di Victor Hugo.
Ulan Bator con i suoi bassifondi e l’architettura sovietica non è solo uno sfondo nel romanzo. In che modo l’ideologia sovietica è intervenuta sovrapponendosi alla tradizione locale? Con quali effetti?
Dagli anni Venti i mongoli sono stati sotto il regime sovietico. E fino agli anni Novanta non sono più stati indipendenti.È stata una dominazione molto forte da parte del regime sovietico. Dobbiamo ricordare che la Mongolia è stata la prima ad essere annessa. Ai mongoli oggi non piacciano per niente i souvenir della Russia, Ulan Bator è una città dal triplice volto: c’è una parte sovietica, che i mongoli non amano, non l’hanno distrutta, ma lasciano così abbandonata a se stessa; un’altra parte di Ulan Bator ha l’aspetto di una capitale di un Paese emergente, con l’ambizione di fare soldi rapidamente. Vi svettano edifici molto moderni. La terza parte della città ricorda che proprio in Mongolia è nato il terzo Dalai Lama, l’unico non tibetano. La stessa parola Dalai Lama, che significa “oceano di saggezza”, è di origine mongola. Curioso, anche perché in Mongolia non c’è il mare. È un nome che fu inventato per il terzo Dalai Lama e poi fu riattribuito ai primi due ed è rimasto in uso. Si va riscoprendo il fatto che la Mongolia è stata un’ area importante per la filosofia buddista. Così oltre alla parte russa e a quella ultra moderna, c’è anche una parte della città che è luogo di ritrovo per i buddisti che non si fermano più solo a Katmandù.
I nomadi hanno una concezione dell’abitare e un modo di intendere i confini non come barriere che può insegnare qualcosa alla vecchia Europa che sempre più sembra voler alzare muri?
Non dobbiamo pensare alla Mongolia come a un paesaggio da cartolina. I nomadi, in realtà, non sono gente che vive tranquillamente in un paesaggio meraviglioso. Il loro è un modo di sopravvivere in un ambiente non facile. Non trovi popolazioni nomadi dove il contesto è accogliente, li trovi dove sono costretti a spostarsi a causa di pericoli, come i terremoti ad esempio. Li trovi in Amazzonia e nei deserti. Non fidarsi delle cartoline. L’altra cosa da dire è che dietro al nomadismo ci sia un’idea che la terra non appartiene a nessuno. Il nomadismo è il contrario: dice che la terra appartiene a tutti. Se la si pensa così non si lascia il terreno distrutto, saccheggiato, bisogna fare in modo che chi arriva dopo trovi il modo di sopravvivere. La nostra filosofia occidentale è piuttosto dell’idea che il territorio non è di nessuno, dal momento che lo sfruttiamo come se dopo di noi non ci sia più nessuno.
La sua è una narrazione sconfinata, come si sta sviluppando la sua trilogia di cui in Italia è uscito, per ora, solo il primo volume ?
Nel libro quando parlo del personaggio parlo anche della Mongolia, quando parlo del Paese parlo anche del protagonista. Yeruldelgger è come la Mongolia, sembra forte, indistruttibile, ma può sparire da un momento all’altro. La Mongolia davvero da qui a dieci o venti anni può collassare economicamente, politicamente, ma anche fisicamente perché è una delle zone più a rischio sismico. Nella trilogia ho voluto provare a raccontare tre momenti diversi che si intrecciano, nella prima fase Yeruldelgger cerca di fare il meglio per il suo Paese riallacciandosi alla tradizione, in maniera positiva, senza rabbia, ma non ci riesce. Nel secondo volume il protagonista del racconto è arrabbiato con se stesso per non essere riuscito a non infuriarsi, per questo esigeva un terzo libro: per dare una prospettiva alla propria vita e a quella del Paese. In Francia uscirà i primi giorni di ottobre.
#MexicoNosUrge, l’appello a Italia e Ue dopo il massacro dei maestri messicani

Dopo la visita di Matteo Renzi, parte domani dal Messico anche il viaggio del presidente Sergio Mattarella in Sud America. La seconda economia dell’America Latina, però, assieme al Pil fa registrare una crescita costante delle violazioni dei diritti umani.
L’ultimo episodio riguarda Nochixtlán, nello stato meridionale di Oaxaca, dove il 19 giugno 13 persone sono state uccise a seguito di scontri con le forze dell’ordine, che hanno sparato ad altezza d’uomo. Le vittime sono i “maestri” del sindacato Coordinamento nazionale dei lavoratori dell’educazione (Cnte) e tanti manifestanti iscritti al sindacato sono stati feriti e arrestati.
Il sindacato protesta da mesi contro la riforma educativa che impone la valutazione dei docenti come condizione per l’accesso al lavoro. Due suoi leader erano stati arrestati la settimana precedente con l’accusa di corruzione.
A seguito di questi fatti, e in occasione della visita del Capo dello Stato, la piattaforma #MexicoNosUrge rinnova il proprio appello all’Italia e all’Unione europea per fare pressione al governo messicano e interrompere le relazioni diplomatiche in attesa di un cambiamento di rotta in tema di rispetto dei diritti umani.
L’APPELLO
#MexicoNosUrge AL FIANCO DEI MAESTRI E DELLE MAESTRE DELLA CNTE IN MESSICO
“Fondamento dell’accordo. Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella DichiarazioneUniversale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo.”
Art. 1 trattato di libero commercio tra il Messico e l’UnioneEuropea
Un anno dopo siamo ancora qui a dire #MexicoNosUrge
Dopo gli omicidi del foto giornalista Rubén Espinosa, dell’attivista Nadia Vera, della studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e di altre due donne che si trovavano con loro, Mile Virginia Martin e Alejandra Negrete, avvenuti a Città del Messico venerdì 31 luglio 2015, l’appello #MéxicoNosUrge volle rompere il silenzio. Perché non si può rimanere in silenzio di fronte alle violenza nei confronti di chi vuole denunciare la situazione che subiscono milioni di persone in un Paese, il Messico, che l’Italia e l’Unione Europea riconoscono soltanto come importante socio commerciale. Rimanere in silenzio sarebbe una forma di complicità.
Un anno dopo, nel giugno del 2016, torniamo a urlare che #MéxicoNosUrge, dopo che domenica 19 maggio nello Stato di Oaxaca abbiamo assistito al massacro di 10 cittadini. La Polizia Federale è tornata a reprimere la lotta degna dei maestri e delle maestre del sindacato CNTE che lottano contro la riforma educativa. Pistole, fucili di precesione e cecchini hanno operato assieme alla polizia in assetto anti-sommossa, per sgomberare uno dei tanti blocchi stradali che dal 15 maggio batte il tempo della resistenza contro la svendita e la distruzione della scuola pubblica messicana. A maggio avevamo celebrato il decimo anniversario dalla nascita dell’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca, figlia dello sgombero violento di un presidio di maestre e maestri della CNTE nella capitale dello stato di Oaxaca. Negli ultimi mesi sono a decine gli arresti “politici” che colpiscono aderenti della CNTE e simpatizzanti. Già a dicembre 2015, in Chiapas, due maestri sono stati uccisi dalla Polizia durante gli scontri.
Nel maggio del 2016 sono stati ricordati,anche, i dieci anni dal massacro di San Salvador Atenco. Una Commissione Civile di Osservazione dei Diritti Umani -i cui componenti erano cittadini europei- nel giugno del 2006 ha presentato al Parlamento Europeo un rapporto sui fatti e sulle gravi violazioni dei diritti umani in relazione allo sgombero forzato di una comunità per costruire il nuovo aeroporto di Città del Messico in una zona ejidal (cioè di proprietà collettiva) dello Stato del Messico.
La mattanza di Nochixtlan inauguara una nuova fase nello schema repressivo messicano: la polizia spara sulla folla uccidendo e la stessa polizia si rivendica di aver usato armi da fuoco. Non era mai successo prima.
Negli ultimi dieci anni, infatti, la situazione si è fatta se possibile ancora più grave, con decine di migliaia di sparizioni forzate, violenza sistematica contro chi vuole difendere e promuovere i diritti umani, contro attivisti dei movimenti sociali e contro i giornalisti e fotografi che documentano la condizione di violenza strutturale scelta come forma di“politica attiva” dai governi di Felipe Calderón, prima, e di Enrique Peña Nieto (che nel 2006 era governatore dello Stato del Messico durante i fatti di Atenco), ora.
Tra gli attivisti e giornalisti minacciati e perseguitati ci sono anche cittadini italiani ed europei; tra le vittime ci sono anche cittadini italiani ed europei (come il finlandese Jyri Antero Jaakkola,assassinato dai paramilitari nello stato del Oaxaca nel 2010).
In questo panorama di violenza diffusa e repressione contro i civili ricordiamo la sparizione forzata dei 43 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, avvenuta la notte del 26 settembre del 2014 nella città di Iguala, stato del Guerrero, in cui sono coinvolti la polizia municipale di Iguala ed elementi dell’esercito messicano.
Il 30 giugno 2014 l’esercito messicano, con un ordine scritto dall’Alto Comando Militare, fucilava 22 ragazzi in un’esecuzione extragiudiziale, una delle tante esecuzioni extragiudiziali portate a termine dall’esercito che ha l’ordine di “abbattere” civili considerati delinquenti senza alcun diritto ad avere un processo.
L’ONU ha recentemente spiegato come in Messico la tortura sia un metodo utilizzato in maniera sistematica negli interrogatori da tutte le forze di sicurezza.
Tutto questo accade nel silenzio della cosiddetta “comunità internazionale” e l’Unione Europea di fatto si disinteressa dei crimini dello stato messicano, continuando a mantenere relazioni commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani.
Tra il 2007 e il 2016 in Messico ci sono stati più di 164mila omicidi di civili. Negli stessi anni in Afghanistan e in Iraq si sono contate circa 104mila vittime. Il numero di persone sparite dal 2006 ad oggi, basandosi su dati conservativi del governo messicano, supera le 30mila persone. Organizzazioni dei diritti umani dicono che se oggi venisse fatto un conto di morti e desaparecidos i numeri andrebbero verso il raddopio.
A fronte di tutto questo l’indifferenza dei grandi mezzi di comunicazione internazionali è impressionante e complice.
Per tutto questo, #MexicoNosUrgee non possiamo rimanere in silenzio.
Chiediamo che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico, in particolare per le costanti aggressioni ai giornalisti e difensori dei diritti umani.
Chiediamo all’Italia e all’Unione Europea che si sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone. I Paesi dell’Unione Europea devono applicare l’embargo agli investimenti in Messico e chiudere le loro Ambasciate, così come si è fatto nel caso di altri paesi che non osservano l’obbligo del rispetto dei diritti umani e del diritto alla vita dei propri cittadini.
Per aderire scrivere a [email protected]
Migranti, recuperato il relitto della strage 2015. Oggi sono morte 10 donne

Una nuova strage nel Canale di Sicilia. Nello stesso giorno in cui viene recuperato il peschereccio affondato il 18 aprile 2015 che costò la vita a 700 migranti, dieci donne muoiono nell’affondamento del gommone sul quale viaggiavano. Il naufragio è avvenuto a circa 20 miglia dalle coste libiche. Una richiesta di soccorso è arrivata alla Guardia costiera italiana che ha inviato la nave Diciotti.
Quando la nave è arrivata nel punto segnalato, l’equipaggio ha trovato il gommone semiaffondato e molte persone in acqua, tra i quali anche dieci donne ormai senza vita. Il gommone trasportava molti migranti, ne sono stati salvati 107, fra cui donne e bambini. Non si escludono altre vittime, la nave Diciotti infatti sta cercando dispersi, mentre invece è andata bene ai 117 migranti che si trovavano su un’altra imbarcazione in difficoltà. Le condizioni del mare, al momento del naufragio, erano pessime, il mare forza 3, il vento a 30 nodi e onde alte due metri.
Il relitto del peschereccio affondato il 18 aprile – la più grande tragedia nel Mediterraneo – è arrivato nel porto di Augusta. Dentro ci sono ancora 500 cadaveri, rimasti per oltre un anno alla profondità di 370 metri. Verranno recuperati e identificati, ma soprattutto verrà data loro una sepoltura.
Rispetto al 2015, questi primi mesi del 2016 hanno fatto registrare un numero maggiore di vittime. Secondo i dati dell’Alto commissariato delle Naizioni Unite per i rifugiati, al 31 maggio le vittime dei naufragi nel Mediterraneo sono stati 2.510, mentre nello stesso periodo del 2015 erano 1.855.








