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Istanbul, dopo l’attentato blitz contro presunti jihadisti

epaselect epa05397829 Relatives of Umut Sakaroglu, a custom officer at Ataturk Airport who was killed in the attacks on 28 June, mourn during a funeral in Istanbul, Turkey, 29 June 2016. At least 41 people were killed and more than 239 others were wounded in three separate gun and bomb attack outside and inside the terminal of Istanbul's Ataturk international airport on 28 June, media reported quoting officials. The attacks have been linked to either the Islamic State (IS) militant group or Kurdish separatists, media added. EPA/SEDAT SUNA

La polizia di Istanbul ha condotto una serie blitz in città contro sospetti militanti dello Stato islamico. Mentre il Paese dichiara una giornata di lutto nazionale, le forze dell’ordine hanno perquisito diversi indirizzi nei quartieri Pendik, Başakşehir e Sultanbeyli ma non è chiaro se sono stati effettuati arresti. L’agenzia Anadolu, nel dare la notizia, spiega che non ci sono conferme del legame diretto con l’attentato all’aeroporto Ataturk, uno dei più trafficati al mondo con 42 milioni di passeggeri l’anno, in cui hanno perso la vita 42 persone e oltre 230 sono rimaste ferite.

In un’altra operazione, il 25 giugno, fa sapere la stessa agenzia, le forze di sicurezza hanno ucciso due presunti militanti dello Stato islamico al confine con la Siria. Si tratterebbe di due cittadini siriani che attraversavano illegalmente la frontiera e hanno ignorato l’alt delle forze dell’ordine. Uno dei due militanti era ricercato in Turchia, perché sospettato di voler effettuare un attacco suicida nella capitale Ankara o nella città meridionale di Adana.

Quello di martedì scorso ad opera di tre attentaotri suicidi è il decimo attacco terroristico subito dalla Turchia in meno di un anno. Modalità operativa degli attentarori e scelta dell’obiettivo – dicono gli analisti – fanno pensare che sia opera dello Stato islamico, dalle cui fila non è ancora gunta alcuna rivendicazione dell’attacco. La mente va all’attentato all’aeroporto di Bruxelles, a tutti i luoghi dove gli attentatori hanno colpito persone di diverse nazionalità e al tempo stesso l’economia e il turismo. Non a caso, il direttore della Cia John Brennan ha dichiarato: «Ci sono i segni distintivi della depravazione dello Stato Islamico».

Intanto dalla Siria arriva la notizia di un convoglio con almeno 250 combattenti dell’Isis uccisi in un raid Usa poco fuori Falluja. Sarebbero 40 i veicoli distrutti mentre si dirigevano probabilmente verso al-Qaim, città ancora controllata dai jihadisti, dopo che Falluja è stata liberata al termine di 5 giorni di assedio dell’esercito iracheno e della coalizione internazionale. L’attacco agli uomini dle Califfato in fuga dalla città segna una svolta nella lotta all’Isis, i cui militanti erano quasi sempre usciti indenni scappando per tempo dalle città sotto attacco.

epa05397160 An armed Turkish policeman patrols behind a police line after multiple suicide bomb attacks at Ataturk international airport in Istanbul, Turkey, 29 June 2016. At least 36 people were killed and more than 140 others were wounded in three separate gun and bomb attack outside and inside the terminal of Istanbul's Ataturk international airport on 28 June, media reported quoting officials. The attacks have been linked to either the so-called Islamic State (IS or ISIS) militant group or Kurdish separatists, media added. EPA/SEDAT SUNA
La polizia presidia l’aeroporto di Ataturk di Istanbul dopo l’attentato. EPA/SEDAT SUNA

L'interno dell'Aeroporto di Istanbul in seguito all'attentato suicida dei tre kamikaze nel quale 41 persone hanno perso la vita, e 240 rimaste sono rimaste ferite, Istanbul, 29 Giugno 2016. ANSA/ VINCENZO CHIUMARULO
L’interno dell’Aeroporto il 29 giugno. ANSA/ VINCENZO CHIUMARULO

L'interno dell'Aeroporto di Istanbul in seguito all'attentato suicida dei tre kamikaze nel quale 41 persone hanno perso la vita, e 240 rimaste ferite, Istanbul, 29 Giugno 2016. ANSA/ VINCENZO CHIUMARULO
L’interno dell’aeroporto. ANSA/ VINCENZO CHIUMARULO

A Rio 2016 c’è anche Bebe Vio. E il suo coraggio di combattere nonostante la paura

19 anni, capelli corti biondi e occhi blu che svelano come uno spiraglio la tenacia e la forza che ha permesso a Bebe Vio di diventare una campionessa e di gareggiare fra poco più di un mese alle Olimpiadi di Rio. Soprattutto di non arrendersi, di continuare a combattere a testa alta anche dopo quel fatidico 2008, anno in cui è stata colpita da una meningite fulminante che le causò un’estesa infezione ad avambracci e gambe per cui si rese necessaria l’amputazione.

«Ho sempre saputo che avrei continuato a fare scherma. Quando l’ho chiesto ai dottori, dopo la malattia, mi hanno sputato in un occhio. Quando l’ho chiesto a quelli delle protesi si sono messi a ridere, però io fin da subito ho capito, e sapevo, che sarei riuscita a riprendere la scherma». E così è stato. Senza discussioni, né tentennamenti. Senza dubbio alcuno. «Non mi sono mai chiesta come avrei potuto farlo a livello pratico. Pensavo solo “Io voglio fare scherma”. Nient’altro. In fin dei conti quando vuoi fare veramente una cosa, non ti poni nemmeno il dubbio su come farla, ma la fai e basta».

Forse ciò che più colpisce e disarma di Bebe Vio, è proprio questo: la sua determinazione, la sua incrollabile certezza e tenacia nel rialzarsi sempre, malgrado momenti difficili e dolorosi. E la sua disinvoltura nel farlo.
«Credo, alla fine, che i problemi, grandi o piccoli, li abbiamo tutti. A fare la differenza è solo il tipo di reazione», ha dichiarato di recente in un’intervista. Ed è proprio la capacità di reazione ad aver permesso a Beatrice Vio, per tutti “Bebe”, classe 1997, di diventare campionessa del mondo nei giochi paralimpici di scherma. Il titolo se l’è guadagnato a Eger, in Ungheria, e a breve partirà per Rio per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi.
All’età di undici anni fu colpita da meningite fulminante. Malattia che, oltre ai più di cento giorni di degenza ospedaliera, le causò una grave ed estesa infezione con conseguente necrosi agli arti inferiori e superiori, di cui si rese necessaria l’amputazione. Un duro colpo per Bebe, come del resto per ogni ragazzina di quell’età, che però, contro ogni pronostico medico, ha continuato a imbracciare il suo fioretto e a combattere. Anche se in modo diverso da prima.
Il suo primo incontro con la scherma risale a quando aveva solo 5 anni: «Ero in una palestra a vedere una partita di pallavolo, ma mi stavo annoiando terribilmente. Decisi di uscire e di entrare in un’altra palestra, che aveva porte e finestre aperte. Entrando vidi tutti questi zorri bianchi e mi sembrava il paradiso. Mi sedetti a guardarli estasiata per un tempo indefinito, fin quando un omone grande e grosso, che è poi diventato il mio primo maestro, non mi ha chiesto di provare. È stato amore a prima vista».

Un amore che a tutt’oggi dura e che, nel corso degli anni è stato costretto a svolgersi in due tempi: una prima fase in piedi e la seconda in carrozzina.
Lei le chiama la sua prima e la sua seconda vita, e la cosa sembrerebbe non turbarla affatto. Anzi. «Preferisco e mi piace sempre di più tirare di scherma in carrozzina perché non posso avere paura». Ha le idee chiare Bebe, e continua: «Se stai piedi hai tutta una pedana lunghissima a disposizione e se hai paura puoi prendere e scappare, arretrare, ragionare e farti avanti se ci riesci, mentre in carrozzina no: stai inchiodato lì, sei all’altezza dell’avversario, a cui è sufficiente allungare il braccio per colpirti, e, soprattutto, non puoi muoverti. Per cui devi farti avanti e affrontare chi ti sta di fronte, facendogli capire che, anche se sei più piccola, sei tu la più forte».

Sentendola parlare viene da chiedersi se Bebe non abbia mai paura di fronte a un avversario. «Un po’ di paura c’è sempre in realtà – ribatte convinta – il segreto è riuscire a trasformarla in una sensazione positiva. Se non hai paura – spiega – non va bene, perché vuol dire che non temi l’avversario e che lo sottovaluti. Se tu invece lo vedi, riesci a trasformare quel po’ di paura che hai all’inizio in voglia di vincere, di farcela». E aggiunge: «Se invece hai paura di aver paura, sei spacciata. Nella scherma se non ci sei con la testa, non combini nulla.». È saggia Bebe, soprattutto per la sua età: solo diciotto anni. Al momento è alle prese con la maturità, e fra un mese la aspetta un’altra grande prova: le Olimpiadi di Rio dove rappresenterà l’Italia.

«È fattibile, è fattibile», afferma scherzando sul peso dei suoi impegni. «Tirare di scherma senza braccia – racconta ancora Bebe – è un po’ come pretendere di correre senza gambe. Solo che poi vedi le gambe di Pistorius, che sono bellissime, e ti accorgi che con quelle puoi correre, partire e andare dove vuoi. Anche per me è stato così: mi hanno dovuto creare una protesi ad hoc per tenere il fioretto, ma è sufficiente quello per poter praticare la scherma. E – prosegue – la protesi, così come le gambe per correre e camminare, la carrozzina per tirare, l’ho avuta grazie all’associazione».

L’associazione di cui parla Bebe è Art4Sport, una onlus fondata nel 2009 dalla sua famiglia che si impegna a raccogliere fondi per fornire protesi, carrozzine e tutto il necessario ai ragazzi amputati che desiderano comunque praticare uno sport. Inutile dire che, ogni anno, sempre più ragazzi si avvicinano ad Art4Sport. «È bellissimo vedere questi ragazzi che cambiano, diventano sicuri di sé, non hanno più paura di mostrarsi, di mostrare le protesi, e scoprono possibilità che prima nemmeno sapevano di avere», confida Bebe al telefono, tradendo un piccolo tremolio nella voce.

«Ci sono tanti ragazzi che non ci pensano, che non sanno di avere queste possibilità perché, semplicemente, non hanno mai visto nessun altro farlo. È infatti questa l’importanza dell’associazione: far vedere a qualcuno che ha passato le tue stesse cose che si può fare, che non è impossibile. Gli dai così la forza per poter dire “Bene, allora posso farlo anch’io”». Ecco, è allora questo il segreto: niente è impossibile, basta volerlo. E magari si arriva anche a gareggiare alle Olimpiadi. Perché alla fine quello che conta, più delle braccia e anche più delle gambe, è il cuore. Parola di Bebe Vio.

«Waterboarding? Fantastico!». Trump adora la tortura ma ha guai con donazioni e sondaggi

«Il Waterboarding? Lo adoro, ma penso che non sia duro abbastanza». A parlare, rispondendo a una domanda gridata dal pubblico, è Donald Trump, il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti. Trump era in Ohio per un comizio e stava parlando dell’attentato di Istanbul. Trump fa riferimento alla tecnica di interrogatorio per la quale la testa dell’interrogato viene tuffata sott’acqua. Una tortura, bandita negli Stati Uniti dal 2006, dopo, appunto, che vennero fuori in serie, prima le foto di Abu Ghraib e poi i dossier sulle modalità di interrogatorio utilizzate dall’intelligence americana contro i sospetti di terrorismo in giro per il mondo.

L’idea di Trump è che si risponda alle decapitazioni dell’Isis, non con lo Stato di diritto, ma con la mano pesante. Che in Iraq e Afghanistan ha funzionato benone. «Loro fanno quel che vogliono, dobbiamo farlo anche noi» è il concetto. Difficile dire se dopo anni di discussioni, notizie scioccanti e un dibattito giuridico prolungato gli americani si berranno l’idea che la tortura serva davvero a qualcosa. Trump, tra l’altro, sembra pensarla come strumento punitivo, non di intelligence: quando dice «loro decapitano e fanno quel che vogliono» sembra appunto dire “facciamogli male anche noi”.

Durante lo stesso comizio Trump ha promesso di avviare una guerra commerciale con la Cina. Il voto dei britannici sul Brexit, in questo senso gli da ragione: c’è una parte della classe media e lavoratrice bianca che non vuole più la globalizzazione. Ne parla anche Bernie Sanders su un editoriale sul New York Times, proprio facendo riferimento al Brexit: «L’idea che Donald Trump possa beneficiare delle stesse forze che hanno concesso ai sostenitori del “Leave” in Gran Bretagna dovrebbe far suonare un allarme per il partito democratico. Milioni di elettori americani, come i sostenitori del Leave, sono comprensibilmente arrabbiati e frustrati dalle forze economiche che stanno distruggendo la classe media». Sanders fa appello all’introduzione di nuove norme di commercio internazionale più eque e suona un campanello d’allarme vero per i democratici. Clinton – e la presidenza del marito – sono stati campioni dei trattati commerciali, dal Nafta in giù. E non è un caso che tra i possibili vicepresidenti di Hillary ci siano Elizabeth Warren e Sherrod Brown, senatori della sinistra che come Sanders parlano alla classe lavoratrice bianca.

Trump non ha solo un problema di immagine politica e di sparate eccessive che piacciono alla base ma spaventano gli elettori medi. E ha un problema di risorse. E poi di sondaggi. Di oggi la notizia che la campagna del miliardario newyorchese, tragicamente indietro nella corsa per le donazioni – cruciali per vincere le elezioni, per pagare spazi Tv, per organizzare i volontari – ha accettato soldi da cittadini non americani. Non solo, li ha anche chiesti con delle email. Due cose vietate dalle leggi sul finanziamento delle campagne. E nei sondaggi è indietro di una media di sei punti percentuali – con alcuni che registrano un distacco da Clinton di 12 punti.
Pessima l’immagine di Trump anche nel mondo. I risultati di un sondaggio del Pew Research Centre sono illustrati in breve dall’immagine qui sotto. Si tratta di una indagine globale e segnala come solo il 9% degli interrogati abbia fiducia in Trump, contro il 77% in Obama e il 59% per Clinton. Non è un sondaggio che conta, ma è un pessimo segnale per gli Usa. Il miliardario piace più a cinesi e italiani che a tutti gli altri.

Europeans express confidence in Obama and Clinton, but not Trump
No confidence in Donald Trump

Renzi prende tre sberle. Caffè del 30 giugno

Banche, Onu e Migranti: Renzi prende tre sberle, scrive il Fatto Quotidiano. È vero o non è vero? Sulle banche, toni a parte, concordano tutti. “Merkel frena Renzi”, Repubblica. “Sfida sulle banche tra Roma e Berlino”, Corriere. Ricordo i fatti: le banche italiane sono in sofferenza, come si vede -se non altro- dall’andamento della borsa di Milano, e il governo vuole “salvarle”. Lo farebbe con soldi dei contribuenti italiani ma chiede all’Europa di poter infrangere la regola del bail in, secondo cui prima che uno stato paghi, devono pagare, se non i piccoli correntisti, almeno gli azionisti e i possessori di obbligazioni. Il governo teme di essere travolto dalla rabbia dei piccoli investitori sul lastrico. Merkel risponde: “non cambiamo le regole ogni due anni”, la Stampa. Quale sia la replica di Palazzo Chigi si evince dalla prima pagina del Sole24Ore: “banche tedesche vulnerabili”, secondo un rapporto del Fondo monetario internazionale. Vulnerabili perché hanno in pancia più derivati di quanto non ne abbiano le italiane. Mal comune mezzo gaudio? Non vedo il gaudio: un intervento europeo su tutte le sofferenze bancarie, che venisse a sommarsi a quel che già fa la BCE, dandogli denaro a tassi negativi, avrebbe un impatto fortissimo sulle finanze pubbliche e sulla pubblica opinione. Perciò Merkel preferisce lasciare sulla graticola gli istituti troppo piccoli e per niente competitivi: il bail in può essere considerata una regola ingiusta, se si ammette -come è vero- che molti investitori siano stati truffati, ma nell’idea tedesca, frena una condotta ancora più discutibile: quella per cui paga sempre Pantalone, cioè lo stato. Per quanto riguarda il consiglio di sicurezza dell’ONU, l’Italia puntava al seggio ma ha ottenuto un mezzo seggio, se lo dovrà spartire con l’Olanda. E sugli aiuti per i migranti, un altro rinvio.

Al capezzale di Berlusconi. Sallusti, direttore del Giornale, fa intervistare Luigi Di Maio, candidato premier in pectore dei 5 Stelle. Ecco il titolo: “Noi grillini e gli elettori moderati, quante affinità su tasse e migranti”. Messaggio chiaro: meglio unirsi al diavolo che sottostare al Renzi. “Berlusconi ritorni alla politica e aiuti il governo” dice invece alla Stampa Felice Confalonieri. Intanto Alfano vorrebbe convergere su un candidato comune di tutto il centro destra per le elezioni del successore di Crocetta, elezioni previste in Sicilia nel 2017. Intanto (sempre Alfano) promette crisi di governo se Renzi non cambierà l’Italicum.

Cambi all’Italicum, il premier apre, assicura l’oracolo della retroscenista Maria Teresa Meli. Solo che, come talvolta succede, il responso dell’oracolo è, questa volta, piuttosto confuso. Renzi cambierebbe, ma solo dopo la vittoria dei sì al referendum. Purtroppo (per la Meli) Sinistra Italiana ha ottenuto che già la Camera discuta a settembre (prima del referendum) una sua mozione sull’incostituzionalità della legge elettorale. Così la polemica scoppia ora e non sarà facile rinviare le scelte per non disturbare il voto referendario. Gotor, voce dei bersaniani, dice a Repubblica che “quel sistema (dell’Italicum, cioè premio di maggioranza e ballottaggio per il premier, capolista bloccati) va completamente rifatto”. Ceccanti, uno dei più disastrosi consiglieri delle sgangherate riforme Renzi, dice invece alla Stampa che “cambiare sarebbe suicida, darebbe ai grillini la patente di vincenti”. Cioè si oppone anche alla modifica più ridotta, quella che consentirebbe ai partiti di coalizzarsi in vista del secondo turno, per provare a tener lontano da Palazzo Chigi il movimento 5 Stelle che fin qui, ha sempre escluso accordi coi partiti. Renzi, tirato da una parte e dall’altra, vorrebbe prima un appoggio di tutti, della minoranza Pd, del centro destra di governo, di Ala, di parte dei berlusconiani, al Sì alla riforma del Senato. Per poi discutere, dopo la vittoria sua e della Boschi, da posizioni di forza. Intanto ripete: se perdo il referendum vado via.

Ballare coi lupi, l’errore di Erdogan, è il titolo di un articolo di Roberto Toscano su Repubblica. I lupi sono i terroristi islamisti. Chi ha provato a ballare coi lupi è il sultano Erdogan. Sbagliando, finendo in una guerra contro Assad che non può vincere perché né russi né americani vogliono che la vinca, esponendo il suo paese e l’aeroporto internazionale Ataturk, snodo per i turisti del mondo intero, alle rappresaglie dei terroristi vestiti di nero che si sentono traditi da una Turchia che ora dialoga con israeliani e russi e non può più rifornirli impunemente di armi in cambio di petrolio. Condivido. Mi chiedo, però, quanto i lupi si siano fatti strada nei gangli vitali del protettore turco. Perché se l’ordine dell’ultimo attentato non fosse partito direttamente da Raqqa ma da Ankara, da un pezzo dello stato turco intriso di ideologia islamista e colluso nei traffici del Daesh, la situazione sarebbe perfino peggiore e la Turchia potrebbe scivolare verso una guerra civile generalizzata.

Per fare l’albero ci vuole un fiore, per la riforma il referendum

Ma dai, ma davvero? Quando l’ho visto ammetto di avere pensato ad uno scherzo e non tanto per il messaggio in sé (arrivano sms di qualsiasi tipo da qualsiasi azienda, non scandalizziamoci per così poco) ma soprattutto per la forma. Perché le parole contano. Le parole sono importanti e, come diceva spesso una delle mie direttrici preferite, chi scrive male pensa male. Non c’è che dire.

Così quando ho letto il messaggio che il Partito Democratico ha inviato a molti italiani (a proposito: costa poco, un’interrogazione scritta, per sapere in base a quale iscrizione e con quali autorizzazioni) mi sono soffermato sulla prosa. Soffermato, inchiodato. Gelato forse. Sì Meglio.

«Per fare la riforma ci vuole il referendum, per fare il referendum la tua firma conta. Se non l’hai ancora fatto, puoi andare nel tuo comune e firmare il modulo blu del comitato Basta un sì. Lorenzo Guerini.»

Secondo Lorenzo Guerini (o chi per lui, e se si tratta di un ghost writer mio dio licenziatelo in fretta) dalla nostra firma dipende la riforma Boschi. Altro che democrazia diretta; qui di direttissimo c’è un messaggio che arriva come una spada di Damocle. Già si immaginano le scenette famigliari: “amore scappo in comune perché sto facendo saltare la riforma costituzionale!”, oppure un “mi scusi per il ritardo ma avevo un fine settimana al mare in famiglia e non pensavo di rallentare le riforme”. E fa niente se in fondo il referendum si farà comunque al di là delle firme raccolte (che come scrive Guerini “contano” nel senso che sono un euro l’una per ogni voto poi preso come ricco montepremi elettorale), l’importante è entrare nella testa. Rimanere in mento. Essere un motivato che si ricorda facilmente.

Dopo la politica dentro un tweet siamo all’industria della propaganda pubblicitaria. E come nella pubblicità più banale c’è un’orma di ritmo (che ricorda l’albero per fare il legno e che ci vuole il fiore e tutto il resto) e un messaggio alla cazzo da rovesciare in testa ai telespettatori. In questo caso telefonatori. Sparato nel mucchio. Che verrebbe da chiedere se non si sia un po’ esagerato con la semplificazione contro i gufi professoroni costituzionalisti o se davvero il grande capo Guerini pensa di essere il pastore di una folta mandria di piccoli (e ingenui) indiani.

Tenetelo in tasca quando vi dicono degli altri che sono eterodiretti. Oppure quando vi dicono che bisogna stare nel merito. Oppure ogni volta che sentite puzza di esibita superiorità culturale. Tenetelo in tasca.

Buon giovedì.

Cosa sappiamo della strage all’areoporto di Istanbul

La tecnica del commando somiglia a quella usata spesso da Daesh: si arriva, si apre il fuoco e, solo poi, ci si fa esplodere in aria o si fanno esplodere bombe. Il 22 marzo scorso era toccato all’aeroporto di Bruxelles, ieri all’Ataturk di Istanbul. Tre persone armate di kalashnikov sono entrate nel terminal, hanno aperto il fuoco e fatto esplodere bombe o si sono fatti esplodere – in un video si vede un attentatore colpito rimanere a terra qualche secondo e poi farsi esplodere. Risultato, 36 morti e 147 feriti. L’ennesima strage per una Turchia che da mesi è attraversata da crisi interne e regionali che portano la morte nelle città del Paese. Attentati curdi e dell’Isis e poi chissà che ruolo degli apparati di sicurezza, che in Kurdistan curdo hanno compiuto efferatezze e rappresaglie anche contro la popolazione civile accusata di sostenere i ribelli del Pkk.

Il momento dell’esplosione (attenzione, le immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità)

Il caos dei momenti successivi in un filmato AP

Stavolta però, così ritengono le autorità di Ankara, l’attacco terroristico viene dall’Isis, che colpisce dove può e quando può, specie in Paesi dove la situazione è instabile. Proprio come in Turchia, che in questi anni è  testimone e attore della guerra in Siria e anche destinazione di milioni di profughi in fuga da quel Paese.

L’attacco all’aeroporto è il terzo attentato suicida dell’anno nella città vetrina del Paese e provocherà un danno incalcolabile all’economia. Non solo cresce l’instabilità e aumenta la tensione interna, ma colpisce in maniera mortale il turismo, che pesa per quasi il 5% del Pil.

A maggio il numero di arrivi  è diminuito del 34,7% rispetto all’anno scorso. E’ il più grande calo in 22 anni, causato dalla tensione interna e dai pessimi rapporti con la Russia – frutto avelenato della tensione attorno alla Siria e all’abbattimento dell’aereo civile di Mosca. L’attentato di ieri è un colpo alla stagione turistica.

La reazione del presidente Erdogan è ovviamente furiosa: «Quelle bombe sarebbero potute esploder in qualsiasi areoporto, questo deve essere un momento di svolta nella guerra al terrorismo», ha detto. Tutti i capi di Stato, dagli Usa all’Europa hanno solidarizzato con la Turchia. Tre giorni fa il governo di Ankara e quello israeliano avevano siglato un accordo che riporta le relazioni tra i due Paesi verso la normalità – dopo la vicenda della Mavi Marmara e della Freedom flotilla. L’attentato non va messo in relazione con il nuovo corso diplomatico, ma l’Isis, se e quando rivendicerà l’attentato, potrebbe fare riferimento alla questione per propaganda.

 

Strage a Istanbul ed effetto Brexit. Caffè del 29 giugno

Colpiamo Costantinopoli, da Repubblica. Nell’immaginario dell’Isis, come in quello di Al Wahhab, vissuto nel secolo dei lumi ma in medio oriente, il tempo si è fermato mille e più anni fa. Erdogan, il sultano, che vendeva armi all’Isis in cambio di petrolio e combatteva i loro nemici curdi in Siria e in Iraq, ha tradito. Ora porge la mano a Israele e scrive una lettera di scuse a Putin, per avergli abbattuto un aereo. Ecco che che Istanbul ritorna Costantinopoli e gli assassini in nero si presentano a uno dei metal detector posti fuori dall’aeroporto Ataturk. Scoperti, prendono a sparare sulla folla, poi un kamikaze, già quasi immobilizzato dalle guardie, si fa saltare: 36 morti, oltre 100 feriti. È la vendetta dei terroristi costretti a lasciare Fallujah. Ora i musulmani ricchi o del ceto medio abbiente che portavano le loro mogli, totalmente velate, in vacanza premio sul Bosforo, ora sanno di essere anche loro nel mirino. Il nuovo governo turco combatterà sul serio, a questo punto, il terrorismo islamico o continuerà a usarlo contro il nemico curdo e il pario di Demirtas?
Mario Draghi protettore d’Europa. Quasi riflettendo ad alta voce, il presidente della BCE ha proposto 5 linee d’azione per salvare Europa ed europei dopo la Brexit. 1) Fare tutto ciò che serve per la stabilità dei prezzi: la BCE continuerà a stampare euro e a comprare titoli del debito fin quando saremo in deflazione. 2) Scambiare più informazioni e coordinare le banche centrali in modo che possano intervenire, se non un momento prima delle crisi finanziarie, almeno subito dopo. 3) Proteggere le banche ed evitare che falliscano. Qui Draghi dà una mano al nostro governo che vuole evitare, con denaro pubblico, che si ripeta il caso di Banca Etruria e perciò chiede di non sottostare al bail in, cioè all’obbligo di tosare i detentori di obbligazioni bancari in caso di fallimenti pilotati. 4) Tagliare le tasse solo in favore di nuovi investimenti. No, dunque a tagli come quello dell’IMU, sì ad aiutare chi crea lavoro. Pare che Renzi abbia capito: “Tasse, virata di Renzi” scrive la Stampa: prima gli investimenti poi i tagli (elettorali?). 5) Adattare l’Unione ai cambiamenti richiesti dai cittadini: insomma renderne le sue istituzioni più rappresentative ed evitare referendum come quello britannico, scaricando le responsabilità sugli elettori per poi dirgli “ma che avete fatto?”.
Corbyn sfiduciato. Ieri il leader del New Labour è stato spinto alla porta da 172 parlamentari del suo stesso partito che gli hanno votato la sfiducia, Solo in 40 lo hanno sostenuto. L’accusa è di non aver difeso con abbastanza energia la tesi del Remain. L’idea sottostante è che operai e ceto medio deluso non voteranno più Labour. Dunque non serve il vecchio Corbyn. Meglio cercare nuovi leader, sufficientemente liberisti da allacciare rapporti con la City che per ora resta ostile alla “nuova” destra di Johnson e Farage, ma anche capaci di parlare ai giovani pro Europa e al popolo delle città, che ha votato Remain. Corbyn però resiste, convinto che la base del partito lo appoggerà e che sono le scelte sul welfare e il contrasto del capitale finanziario le caratteristiche che definiscono un vero partito di sinistra. Certo, i laburisti sembrano usciti a pezzi da Brexit, quanto i Tory.
In Spagna, Iglesias riflette, Su quel che ha fatto in pochi anni. Ha trasformato un movimento che muoveva dagli indignados, prima in una forza della protesta “né di destra né di sinistra”, poi nel collante di coalizioni che hanno vinto e governato nelle città più importanti come Madrid e Barcellona, infine in un movimento che ha scelto di allearsi con Izquierda Unida, ex comunisti, per puntare al governo del paese puntando a trascinarsi dietro la “vecchia” socialdemocrazia, cioè il Psoe. Troppo in troppo poco tempo! La coalizione Unidos – Podemos ha ottenuto oltre 5 milioni di voti, ne ha perso per strada un milione. Probabilmente a favore dell’astensione, che è cresciuta del 5% rispetto al voto di dicembre. Alcune analisi del voto dicono che i giovani, fra i 18 e i 24 anni avrebbero tradito, questa volta, Iglesias, altre mostrano che una parte di chi aveva votato le alleanze con Podemos nelle principali città, non ha sostenuto Unidos Podemos alle politiche. Non è strano: nelle città, infatti, il movimento di Iglesias aveva costruito alleanze molto larghe e molto movimentiste, che possono non essersi ritrovate nell’accordo con Izquierda Unida e in prospettiva coi socialisti. La alcadessa di Madrid, Manuela Carmena dice: “Io sono un sindaco indipendente, il comune non ha partecipato alle elezioni e io non ho fatto campagna elettorale”. A Madrid 100 mila voti sono mancati  domenica a Unidos Podemos.
L’effetto Brexit spiana l’Italicum e consiglia prudenza sul referendum costituzionale. “Italicum, il premier fa dietrofront” scrive la Stampa. Ora intende aprire alle forze del centro e della destra che chiedono la possibilità di coalizzarsi tra primo e secondo turno. Non più “basta inciucio, chi vince comanda” ma un premio a chi meglio sa coalizzare. Ovviamente sperando di mettere nell’angolo i 5 Stelle che tengono alla loro solitaria purezza. Quanto al referendum, scrive Sabino Cassese, per il Corriere: “Dal referendum inglese c’è una lezione che possiamo trarre per l’Italia. Il referendum è un esempio di «single issue politics». Con esso si chiede al popolo una cosa sola. Caricarlo di altri significati, facendolo diventare una decisione su problemi complessi, ne snatura la funzione e sottopone a sentimenti, umori, ideologie collettivi compiti che per le nostre democrazie spettano ai Parlamenti”. Renzi rinunci, dunque, a trasformare il referendum d’ottobre in un plebiscito sulla sua politica.

Corbyn sfiduciato dai deputati del Labour: «Non mi dimetto, mi ha eletto la base»

L’80 per cento dei deputati laburisti ha votato una mozione di sfiducia contro Jeremy Corbyn. Un pessimo risultato per i vincitori di questo scontro e per lo stesso leader del partito, che ora si trova in una posizione di estrema debolezza. Quella del partito degli eletti del Labour è una rivolta che cova da lontano: ai Comuni la maggioranza è rappresentata da figure cresciute nel partito di Tony Blair, prima, e di Ed Milliband, poi (il secondo non un seguace di Blair, ma non una rottura con il leader precedente).

Pochi minuti dopo il voto, il leader del partito eletto con il 60% dei voti dalla base, ha diffuso un comunicato nel quale si invita il Labour a rimanere unito, si elencano alcuni successi e si segnala come gli avversari politici e il governo Cameron siano in enorme difficoltà per non avere un piano sulla Brexit. Nel testo Corbyn non nomina il voto dei parlamentari e invita tutti ad allinearsi. Ancora una volta, anche a causa delle trame ordite contro di lui da una parte di coloro che gli hanno votato contro, Corbyn si segnala per la scarsa capacità di mediare, negoziare con coloro che non stanno con lui. In una dichiarazione successiva dice che «non tradirà» il voto degli elettori. Che ieri si erano radunati fuori da Westminstr per manifestare solidarietà al loro leader.

I sostenitori di Corbyn e lo stesso leader laburista definiscono questo un golpe e ricordano come le regole del partito siano molto chiare: a scegliere il capo e il futuro candidato alla premiership è la base, non gli eletti. Anche sui social networks, molti dei giovani che hanno dato un contributo fondamentale alla sua campagna – e che si sono iscritti al partito per votarlo – urlano al colpo di mano. In effetti un piano per fare fuori Corbyn dopo il referendum e accusandolo di scarsa leadership sull’Europa c’era. E il leader laburista ha dato una mano, non impegnandosi granché nella battaglia contro l’uscita dall’Europa. Corbyn è stato criticato anche da Owen Jones, il giovane intellettuale e giornalista che ha fatto molta campagna per lui. I numeri, dice Jones, non parlano a favore di Corbyn. Jones non chiede però le dimissioni, ma una riflessione sul futuro da parte di tutti.

Certo è che a questo punto un nuovo voto per la leadership laburista è scontato. E c’è anche chi mette in dubbio che il capo del partito possa concorrere: per avere il proprio nome sulla scheda servno 50 firme di parlamentari, e Corbyn ha preso 40 voti. Difficile arrivare a non far concorrere il capo del partito eletto dal 60% degli iscritti, se vuole concorrere. Sarebbe un segnale pessimo mandato a chi ha votato Corbyn e non aiuterebbe un partito già messo molto male a causa del risultato del referendum per il quale si è speso poco, che ha perso e che ha visto gli elettori delle zone tradizionalmente rosse votare per l’addio all’Europa.

Cosa succede ora lo sapremo nelle prossime ore, tra gli sfidanti di Corbyn ci saranno il numero due del partito Tom Watson – eletto anche lui, le cariche elettive si votano separatamente – e Angie Eagle, ministra del governo ombra dimissionaria e una delle due deputate apertamente omosessuali elette ai Comuni. La verità è che il clima è disastroso e che i laburisti si stanno cacciando in un pantano da soli, proprio mentre i conservatori si apprestano anche loro a una battaglia interna sul futuro, l’identità del partito e la leadership. Un po’ di unità a sinistra, per una volta, avrebbe giovato.

Brexit, primo Consiglio europeo nell’incertezza. Tra battute acide, timori e sospetti

epa05395867 British Prime Minister David Cameron (R) is welcomed by European Commission President Jean-Claude Juncker (L) prior to a meeting in Brussels, Belgium, 28 June 2016. EU leaders meet in Brussels on 28 June for the first time since the British referendum, in which 51.9 percent voted to leave the European Union (EU). EPA/OLIVIER HOSLET

«Lei è qui, ma non era per Brexit?». Il coniglio Juncker non resiste alla tentazione di sfottere Farage quando lo incontra a Bruxelles. «Sono ancora viva», dice la regina mentre stringe la mano del primo ministro nord irlandese Martin McGuinnes. Viva certo, ma con un Regno Unito sempre più disunito. Scozia e Irlanda del Nord non ne vogliono sapere di lasciare l’Europa perché così ha deciso una maggioranza di elettori inglesi e del Galles. Intanto i conservatori di Cameron danno un’interpretazione singolare del Common Law britannico: «Siamo usciti dall’Unione – dicono – ma trattiamo, chiediamo all’Europa ulteriori vantaggi (niente migranti) per restare buoni amici». Fuori, dentro? Che sarà mai! Siamo marinai e mercanti, atlantici ma anche europei. Al Parlamento di Bruxelles manca tuttavia siffatto sense of humor: così vota una mozione per «l’attivazione immediata» del divorzio.

«No a trattative segrete» ruggisce il coniglio mannaro Juncker. Incredibile: i “consigli” di Angela Merkel, che chiedeva di lasciare tempo ai britannici e di fargli ponti d’oro, non sono più “ordini” teutonici per i burocrati di Bruxelles. Tutto può accadere, mentre le borse rimbalzano e la sterlina risale.
Jeremy Corbyn, che dovrà difendersi da una mozione di sfiducia presentata da due deputate laburiste, avverte di voler restare in campo, pronto a ricandidarsi se lo sfiduciassero. «Meglio colpire i Tory, che dividere il labour», dice un militante, e sarà il tono della sua difesa. Tory a loro volta sotto accusa, come mostra questo titolo sbrigativo del giornale dei mercati, il Financial Times: Brexit: “When? How? Really?” Quando? Come? Davvero? Insomma, avete rotto le uova, ora che frittata farete?

In Spagna Rajoy rivendica il suo diritto a governare, avendo ottenuto il 33% dei voti. Ma nessuno vuol coalizzarsi con lui: una cosa è rifiutare il “cambio”, un’altra donarsi al vecchio che ha condotto il Paese verso una ripresa del Pil impastata con la disoccupazione giovanile e le ingiustizie che crescono, oltre che con la corruzione di sempre. Rivera, leader di Ciudadanos, dice che potrebbe trattare con Rajoy ma solo se trattasse anche il leader del Psoe Sanchez, il quale rifiuta per ora persino l’ipotesi di una astensione per consentire all’avversario di formare un governo scongiurando nuove elezioni, le terze in un anno.

Con eleganza muliebre la socialista Susanna Diaz gli dà il benservito: «No me gusta hacer leña del árbol caído». L’albero caduto, con il quale non vuol fare legna da ardere, è Sanchez. Che lasci da solo e permetta ai socialisti di astenersi. Podemos, intanto, si interroga sul milione di voti perduti. Probabilmente Iglesias ha preteso troppo e troppo in fretta. Da leader degli indignados a candidato premier, dalla pretesa di non essere né di destra né di sinistra alla coalizione con i comunisti. Ora è fermo alla meta. Per un turno.

Violenza sessuale, l’importanza della reazione: «Mi so’ fatta forza»

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Aveva più o meno la stessa età della ragazzina vittima dello stupro di gruppo a Salerno, Franca Viola, la donna siciliana che nel 1965 venne rapita e violentata dall’uomo che poi chiese il matrimonio riparatore. Ma lei disse no e anzi denunciò il suo rapitore e violentatore che venne processato e condannato. Quel no della ragazzina 17enne siciliana è forse uno dei più importanti atti di ribellione civile del secondo dopoguerra, foriero di un grande cambiamento della società e anche della cultura. Ricordiamo che all’epoca lo stupro era considerato un reato contro la morale e non contro la persona, come venne riconosciuto soltanto nel 1996.

Ma perché ricordare Franca Viola? Perché la ragazzina di Salerno, ha dimostrato nel suo post su facebook, riportato dai media, oltre a un grande dolore, anche la forza della denuncia, del non pensare che “tanto è così e non ci puoi fare niente”. Ha dimostrato di saper opporsi al silenzio, di saper reagire.

«Forse la colpa è stata mia che mi sono fidata di un “mostro” ma ringrazio anche me stessa che mi sò fatta forza e ho raccontato tutto ai miei andando dai carabinieri a sporgere denuncia».

Dovrà affrontare, è vero, prove difficili, come scrive oggi su Repubblica Michela Marzano perché la violenza sessuale è devastante.
Soprattutto poi se viene da qualcuno di cui ti fidavi.

“Pugnalata da chi credevo fosse mio amico facendomi lasciare un segno indelebile che non dimenticherò facilmente, anzi, penso che mai dimenticherò”.

Ma intanto c’è stato quel “mi so’ fatta forza”, e la denuncia, con la conseguente confessione ai carabinieri degli aggressori. Che cosa accadrà poi? Al di là delle esternazioni allucinanti di un Salvini, qui c’è tutto da ricostruire, al di là delle pene che verranno comminate. Sembra che uno dei violentatori – minorenni come lei – abbia detto «Ma che abbiamo fatto di male?». E allora, come scrive Michela Marzano «si spalanca il capitolo della prevenzione e della decostruzione degli stereotipi di genere, dell’educazione all’affettività e della cultura del rispetto». Tanto lavoro da fare, anche per sfatare quel «Forse la colpa è stata mia», segno di una colpevolizzazione che non ha ragion d’essere.
Una buona notizia arriva dalla Commissione Cultura della Camera dove è iniziato finalmente da ieri la discussione sulla proposta di legge dell’educazione sentimentale nelle scuole. Il percorso è lungo, ma, come dice Celeste Costantino di Sinistra italiana, «finalmente il Parlamento discuterà di “prevenzione” – e non soltanto di leggi punitive e securitarie – alla violenza maschile sulle donne, all’omofobia e al bullismo».
Intanto, niente silenzio e vergogna. Quel «mi sò fatta forza» sono parole che pesano. Nel senso che sono importanti, che servono. A tutti.