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Dal confine al confino. Come vivono i profughi in Grecia

A Salonicco si sta relativamente bene. Ci sono quartieri più disastrati e zone più turistiche e frequentate. Ci sono macchine e via vai di gente. I lavori per la metropolitana della seconda città della Grecia sono stati iniziati e interrotti due anni fa, causa: crisi e fine dei soldi. Cantieri fantasma e lavori in corso che non finiranno mai. E, fin qui, forse, è tutto più o meno negli standard dell’immaginario di un’italiana che si reca in Grecia per un incontro sul tema dell’immigrazione. Già il giorno prima di arrivare, sui social, girava la notizia dell’imminente sgombero del campo informale di Idomeni. E degli 8.500 profughi che durante il loro percorso verso il centro dell’Europa, si sono ritrovati davanti a un nuovo muro, eretto dalla Macedonia al confine greco, avallato e accettato senza troppe proteste da Bruxelles.

Sara Prestianni - Un campo informale nei dintorni di Idonei
Sara Prestianni – Un campo informale nei dintorni di Idomeni

Qui in Grecia lo chiamano “The Deal”, l’accordo Ue-Turchia dello scorso 18 marzo. Un termine che sa di commercio, commercio di esseri umani contro la moneta dei diritti. Lo sgombero inizia, seguiamo quanto accade via social. Il primo giorno in 4mila vengono convinti a salire sui bus della polizia che li accompagnerà nei primi centri governativi. Senza scontri, ma con la tipica fermezza – racconteranno ragazzi e donne – di chi non ammette dialoghi né repliche. Arriviamo al confine con l’area del campo il giorno dopo. La strada provinciale è presidiata e bloccata dalla polizia greca. C’è silenzio inquietante, aria rarefatta. Come dopo un terremoto. Il posto di blocco non ci fa passare. Bisogna essere muniti di autorizzazione anche per andare a vedere i resti del campo vissuto per mesi sotto la neve invernale e ora, a inizio primavera, sgomberato con le ruspe.

I resti di un avamposto di resilienza e resistenza umana che sperava di continuare il suo viaggio. Dopo di noi passerà un gruppo di giornalisti, messi su un pullman per un bel giro turistico, come si farebbe intorno alle macerie di un luogo bombardato e abbandonato. O in un safari fotografico in Africa. Moltissimi dei migranti che non sono saliti sui pullman hanno dovuto muoversi a piedi. I taxi sono stati proibiti perché avrebbero potuto, dietro pagamento, accompagnare i profughi verso altre zone e offrire quindi un servizio come quello dei trafficanti. E se, invece, avessero chiesto il prezzo della corsa sarebbero stati incriminati di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

Sara Prestianni - la frontiera greco-macedone
Sara Prestianni – la frontiera greco-macedone

Pochi chilometri più in là, i primi campi informali. Piccoli accampamenti con tende da due posti che sembrano volare non appena si alza un soffio di vento più deciso. Decine di bambini che, appena ti vedono, ti corrono incontro con l’allegria di chi non ha capito e non sa cosa succede. Dietro, i volti delle madri. Hanno sguardi silenziosi, un misto di dignità e angoscia spezzata. Sguardi come parole spezzate in un limbo. Incontro migliaia di profughi nei campi informali, e un numero sconcertante di bambini in transito, in tendopoli, campi militari allestiti come nelle zone di guerra. Su banchine dei porti, zone di carico e scarico merci, pompe di benzina sulle strade provinciali, campi semi-arati con i serpenti che attraversano la strada. Uomini e donne in fila per una bottiglia d’acqua davanti alla cisterna che passa una volta al giorno. In fila per un pasto. File che possono durare anche 5 ore e, all’arrivo, le razioni potrebbero anche essere finite. Come in un film di fantascienza, a quel punto, gli esasperati si azzuffano, litigano, corpo a corpo, e la polizia li guarda da due metri, braccia conserte, senza intervenire.
Gli attivisti greci informano che sono 55mila i profughi prigionieri in Grecia, isole comprese. In un recente comunicato stampa l’Unhcr riporta invece 57mila, e aggiunge che l’Rmrp (il Piano di risposta per rifugiati e migranti) è stato ridefinito alla luce del fatto che ora i profughi non sono più da considerare “transitanti” ma “stanziali”. Se chiudi il cancello gli animali non escono dalle stalle. Il nuovo piano ha avuto un adeguamento anche economico. Si calcola un fabbisogno di quasi 670 milioni di dollari Usa solo per il 2016, di cui per adesso sono stati raccolti quasi 329 milioni. Questi 57mila nomi nuovi da identificare, collocare e accogliere, ci fanno paura. Tra loro, giovani donne con neonati, alcune durante il viaggio hanno partorito il loro primo figlio, molte il secondo o il terzo. Molti bambini sono nati in Grecia, molti forse già in Turchia. Figli del viaggio della speranza e dell’incubo dei muri, dei fili spinati e dei trafficanti. Figli dell’indifferenza e delle quote dell’Europa. Ora sono qui, incastrati con le loro madri e i loro padri in questa terra di confine e di confino che è diventata la Grecia.
Hotel Hara, all’ingresso di Evzoni. Il “campo” è all’interno di una pompa di benzina dismessa. Il piccolo ristorante, stile Autogrill, funziona invece a ritmo accellerato. La benzina non si può acquistare, ma i servizi sono altri. Qui c’è il business delle docce, tanto per cominciare. L’acqua scarseggia e c’è chi regola i flussi chiedendo 5 euro per 5 minuti di getto d’acqua. E in quei 5 minuti la gente si organizza, passano anche dieci persone per volta, di corsa con un pezzo di sapone e una pezza per ottenere qualcosa che assomigli a una doccia. Poi, ancor più fiorente, c’è il traffico di esseri umani. Le associazioni riportano di una base della mafia albanese e macedone all’interno del ristorante, contrattano e organizzano i viaggi e il superamento del confine. Fino a qualche settimana fa il tariffario era il seguente: per un Safety travel da Atene in Austria, 2.500 euro; con incluso anche un documento falso si arriva fino a 5mila. Adesso, invece, che la gente è allo stremo, i prezzi si sono fatti più abbordabili: con 50 euro si può attraversare a piedi il confine, di notte, economico ma altrettanto pericoloso. Una tratta percorsa solo da giovani pronti a correre il rischio di incappare nella polizia macedone, col suo carico di violenza. Chi invece ha ancora qualche disponibilità economica può acquistare un biglietto aereo per la Germania e un visto falso, con 300 euro. Ma su questo in molti hanno il dubbio sia una truffa, chi è partito non ha mai dato conferma del suo arrivo. Ancora un’altra opzione è quella dei carri merci: stipati dentro i container su ruote e poi nascosti dietro le casse di merce. Anche se questi carri bestiame – raccontano i profughi – quasi mai riescono a passare il confine greco, perciò, quando ti scaricano, ti ritrovi da solo lontano dalla partenza ma ancora al di qua della Grecia.
Sono tantissimi gli uomini e le donne che non vogliono trasferirsi nei campi ufficiali gestiti dai militari. Hanno paura di entrare in una nuova prigione. Non si fidano più. Dicono di aver paura che, dal giorno alla notte, questi campi diventino chiusi, di non poterne più uscire. Adesso ne sono tutti convinti: l’unica soluzione è chiedere asilo in Grecia, l’alternativa è essere rispediti in Turchia ed entrare in un campo turco. Un incubo senza fine.
Nea Kavala Camp – They will are open the border?
Siamo a circa venti kilometri da Salonicco, nel campo allestito alla fine di febbraio, uno dei primi ad aprire, all’interno di un aereoporto dismesso. Ospita circa 2.600 persone, siriani, iracheni, pachistani, kurdi. È un campo “aperto” gestito dai militari, ma aperto per i migranti non per la società civile. Entriamo grazie a un permesso concordato dagli attivisti greci con le autorità di polizia. All’interno sono presenti alcuni operatori di Unhcr e Save the chidren che, durante le tre ore di visita, in realtà, passano il tempo chiacchierando tra loro. C’è anche un presidio medico, fatto da due grosse tende della Finnish Red Cross e German Red Cross con i loghi bene in evidenza. Le tende dei nuclei familiari sono in prevalenza dell’Unhcr, e molte donne arrivate il giorno stesso allestiscono quella che diventerà la loro nuova casa. Ha tutte le sembianze di una zona di guerra, a prima vista, tale è la mancanza di tutto.
Sulla pista dove un tempo atterravano gli aerei, adesso ci sono delle lunghissime file per ritirare il cibo. Ci si mette in fila almeno due ore prima. Un uomo in fila mi chiede chi sono e cosa faccio lì: «L’Europa non vuole vedere il nostro dramma. Siamo scappati dalla guerra e dall’orrore della Siria. Ora l’Europa ci tratta come criminali, siamo in mano della polizia come terroristi! Quando un giorno tornerete in Siria, quando la guerra sarà finita, direte che la vittoria è stata vostra, che avete combattuto per noi “poveri siriani”, ma nel frattempo siete voi che ci state uccidendo». In fila anche giovani coppie con bimbi di pochi mesi, tutti dicono che nessuno sa dargli informazioni legali o di altro genere.
Mi imbatto in Amin, 11 anni, che mi porta a conoscere la sua gentile e accogliente famiglia. Sono scappati da Aleppo. Mi accolgono e mi offrono di fermarmi a mangiare con loro, è ora di pranzo. Il padre di Amin è in Germania, e loro cercano di raggiungerlo, sono in viaggio da 7 mesi. Insieme ad Amin ci sono sua madre, sua sorella e suo zio: dalla Siria all’Iraq, poi Turchia e dopo 4 mesi nel campo a Idomeni sono stati sgomberati e portati al campo. «They will re open the border?», mi chiede Amin con gli occhi che brillano, mentre noi adulti ci guardiamo negli occhi, in silenzio, senza quasi riuscire a deglutire. «Il tuo sogno è forte e grande e insieme ai nostri diventerà ancora più forte e grande. Bisogna aspettare ancora un po’. Inshalla», rispondo. «Inshalla», rispondono subito loro. La loro accoglienza è immediata, sincera, semplice e diretta. La nostra no.

L’Europarlamento discute la Brexit (diretta video)

Oggi Cameron si incontra con i leader europei. Intanto l’Europarlamento in seduta plenaria sta discutendo le conseguenze del voto britannico. Qui la seduta in diretta.

Qui la seduta in italiano tradotta sul sito del Parlamento

Incertezza e proclami, Caffè del 28 giugno 2016

Attenti a quei tre, Hollande, Merkel, Renzi. Potrebbero fare la differenza e correggere le politiche insulse dell’Europa su debito e surplus commerciale, lavoro e salari, immigrazione e welfare. Oppure la foto che li ritrae riuniti può raccontare l’impotenza, la rimozione, il ripiegarsi su piccoli interessi nazionali, il bla-bla ipocrita degli europeisti di facciata. Che cosa si sono detti? “Borse in caduta, Londra Bocciata”, scrive il Corriere, delineando il contesto in cui si è tenuto il summit. “L’Europa dà più tempo per la Brexit”, si legge in cronaca. Merkel ha spiegato a Hollande e a Renzi che la Gran Bretagna acquista molte più merci dall’Europa di quante non ne venda, dunque conviene non pressarla troppo, darle tempo, offrirle una via d’uscita confortevole. “Brexit e scudo bancario” azzarda Repubblica. Ecco un punto tutto italiano. Le nostre banche soffrono, il governo vorrebbe sostenerle con aiuti di stato ma deve chiedere il permesso, perché il famoso bail in prevede che prima del salvataggio pubblico siano clienti e correntisti a pagare per ogni banca che fallisce. Merkel ritiene sbagliata la richiesta italiana ma, assicura Federico Fubini: “non si metterà di traverso”. “Per lei oggi è politicamente meno costoso – spiega il commentatore del Corriere- lasciare che le banche italiane vengano stabilizzate con fondi del governo di Roma, piuttosto che dover presentare ai suoi elettori un altro intervento europeo”. La sovrana (Angela) con il principe consorte (François) e il principe ereditario (Matteo). Giannelli racconta così il nuovo sacro romano impero. Ma il principe ereditario, per evitare -a spese del contribuente- nuovo panico tra i correntisti, dovrà vedersela con i “burocrati di Bruxelles”. È andata così. Il resto, chiacchiere.
Molinari ha intervistato Mattarella. E il presidente, che non ha e non vuole avere un ruolo diretto nelle scelte di governo, ha detto alla Stampa: “L’Europa deve sapersi legittimare quotidianamente di fronte alle attese della gente. Il rischio è stato ed è quello di un’Unione ripiegata sui problemi della finanza e dei conti pubblici”. Si è parlato di questo a Berlino? Non sembra. Per Francia e Germania i conti con l’immigrazione devono farli i paesi protesi nel Mediterraneo. Nè Hollande né Renzi hanno osato chiedere alla Merkel di ridurre il surplus commerciale del suo paese, magari alzando salari e stipendi in Germania e facendo così respirare l’intera l’eurozona. Nessuno pare abbia evocato, come invece avrebbe dovuto, il problema dei debiti e della solidarietà fiscale. Santo Mario (Draghi) stampa moneta, compra titoli del debito e tiene sotto controlli lo spread. Ma non può continuare a farlo per sempre. Prima o poi, non solo la Grecia, ma anche l’Italia dovrà (se vuol restare nell’euro) “ristrutturare il debito”, cioè tagliarlo, abbatterne il valore assoluto, allungare i termini di pagamento azzerando gli interessi. Di seguito l’ammontare in euro del debito italiano: 2.171.671.000.000. l’84% in titoli di stato. Caro Mattarella, le elites europee si ripiegano nei tecnicismi non perché non apprezzino (per dirla con Renzi) “la delicata bellezza del sentimento europeo”, ma perché non osano sfidare “i mercati” e l’ideologia dei mercati secondo cui a pagare debbano essere prima i lavoratori, poi i popoli, infine gli stati “deboli”.
La Spagna ha avuto paura, dell’Italia del calcio che ieri l’ha infilzata due volte, ma anche di se stessa. Scrive su Repubblica Javier Moreno, già direttore del Pais: “La Spagna domenica si è affacciata sull’ignoto, ha esitato per un istante e poi è tornata indietro. Il Paese doveva decidere se proseguire nella demolizione del sistema politico nazionale, in linea con le rivolte populiste in atto nel resto d’Europa e degli Stati Uniti, oppure tirare il freno a mano”. Ha tirato il freno a mano, dando il 33% dei voti al partito ultra liberista (e corrotto) di Rajoy. Si è turata il naso, come Montanelli disse dell’Italia quando nel 1976 votò ancora Democrazia Cristiana. Ha voluto allontanare da sé l’immagine di Madrid e Barcellona governate da coalizioni di sinistra – sinistra, ha voluto scongiurare che ex comunisti (Izquierda Unida) ed ex indignados (Podemos) entrassero alla Moncloa, ha voluto stoppare una riforma costituzionale che avrebbe trasformato la Spagna in un paese multinazionale. In quello che è sempre stata, ma che la destra -più forte al sud, dal tempo della cacciata di moriscos e marranos- non ha mai voluto che fosse. Ora Rajoy ha il diritto governare, ma nessuno vuol farlo con lui. Non Ciudadanos, la destra rinnovata che i popolari hanno vampirizzato nel voto, non Sanchez, segretario del Psoe, che nega anche la possibilità di un’astensione per evitare un terzo ricorso alle urne. Invece Susanna Diaz, governatrice dell’Andalusia, feudo socialista dove i popolari stavolta hanno superato il Psoe, e il vecchio Felipe Gonzales ritengono che sia Podemos il nemico da battere. Vedremo. Intanto Podemos si sta chiedendo, a porte chiuse, perché mai sondaggi e exit poll si siano sbagliati. Perché, caro Iglesias, i sondaggi colgono (ed esasperano) la tendenza, quella su cui si scommette in borsa. E la tendenza, dopo che tutti avevano attaccato Podemos per il no opposto al governo Psoe-Ciudadanos, indicava che il tuo movimento avrebbe tenuto: 5 milioni di voti lo confermano. La paura dell’ignoto, l’antica ruggine tra andalusi e catalani, l’orrore per i comunisti e gli “anarchici” della Spagna franchista e post franchista, quei sentimenti li capiscono meglio gli storici che i sondaggisti. La sinistra ha perso una battaglia, ora non perda la guerra!
Erdogan il realista. Continua a bombardare i curdi, in Iraq in Siria e nella stessa Turchia. Continua a insultare chi parli del genocidio di un secolo fa per nascondere la persecuzione odierna di tutto popolo. Però normalizza i rapporti con Israele e chiede scusa (con lettera) a Putin per aver abbattuto quel suo aereo da caccia. Dobbiamo gioirne? Ho dei dubbi. Turchia, Egitto, Arabia Saudita devono usare cautela nei giorni in cui l’Isis ha perso Fallujah,mentre l’Iran estende la sua influenza nella regione e finché Obama dormirà alla casa Bianca. Ma questi stati, occidentali e islamici, autocratici e corrotti, sono i Mangiafoco del medio oriente, i burattinai delle guerre e dell’esodo dei popoli. Non la soluzione, ma il problema.

McDonald’s nel cuore di Firenze? Si accende la rivolta dei cittadini

L’apertura di un McDonald’s nel cuore di Firenze sta scatenando i cittadini che protestano attraverso pagine facebook, con cartelli e una ridda di messaggi al sindaco per scongiurare quella che per adesso è solo una eventualità.  Dopo aver a lungo tentennato ( tanto che McDonald’s parla di mesi di trattative) in Consiglio comunale il sindaco Dario Nardella ha espresso la sua contrarietà e quella della giunta all’apertura di un negozio della nota catena di fast food in piazza del Duomo e anche in altre piazze storiche e di pregio del centro storico, che è patrimonio dell’Unesco.

Già la scorsa settimana Nardella, con un post su facebook, aveva espresso la sua opinione contraria. “Mc Donald’s ha certo diritto di fare domanda – ha scritto  il sindaco di Firenze – la legge lo prevede. Ma noi abbiamo il diritto di dire di no”. Il sindaco ha anche rivolto un “appello agli imprenditori fiorentini” affinchè nello stesso spazio dove potrebbe sorgere il Mc Donald’s “si faccia invece nascere una bottega artigiana o un’attività che rispetti i criteri di qualità richiesti da uno spazio come Piazza del Duomo”. Ha poi sottolineato come “non esista certo un pregiudizio verso l’azienda, che ha tranquillamente aperto in altri posti della città, come la stazione”. Nardella ha anche spiegato che, in assenza di una normativa nazionale, “il regolamento Unesco per la tutela del tessuto tradizionale delle botteghe del centro storico è un argine necessario ma non sufficiente: il decreto Franceschini in corso di approvazione, che ha ad oggetto la protezione dei centri storici e vedrà probabilmente la luce dopo l’estate, conferirà al regolamento forza nazionale”. Registrando con soddisfazione questa decisione del sindaco, che dire però di Eataly a due passi dal Duomo  che miniaturizza la cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto in un inguardabile kitsch, per vendere i prodotti di Oscar Farinetti, sodale del premier Renzi? E che dire del centro storico fiorentino trasformato in una Disneyland a misura dei turisti, tanto che i cittadini non lo abitano più? Bene dunque il no alla catena di fast food a stelle e strisce, ma ci auguriamo presto anche una riflessione approfondita sulla riduzione del cuore storico di Firenze a un brand commerciale, fosse pure made in Italy. Da rileggere in proposito uno scherzante e incisivo pezzo di Tomaso Montanari,  Eataly, il Bignami del Rinascimento.

La Corte suprema sceglie i diritti: bocciata la legge antiabortista del Texas

La Corte suprema degli Stati Uniti ha dato un colpo ai tentativi degli Stati a guida repubblicana di abolire l’aborto con strumenti legali surrettizi. Per limitare o impedire le interruzioni di gravidanza senza vietarle per legge, molti Stati introducono ostacoli e limiti che rendono di fatto impossibile praticare l’aborto ma senza vietarlo – che sarebbe incostituzionale dopo la storica sentenza Roe contro Wade del 1973.

Ieri è stata la volta della dichiarazione di incostituzionalità di una legge del Texas che prevedeva che le cliniche che praticano l’aborto avessero sale chirurgiche con standard da struttura ospedaliera e che i medici che in queste lavorano avessero anche un posto in un ospedale vicino alla clinica. La scusa era quella di tutelare la salute delle donne, come se una clinica che ha gli standard per praticare l’interruzione di gravidanza fosse meno attrezzata per farlo – o se queste venissero praticate in ambienti non sterili da personale scelto a caso.

La legge aveva ridotto il numero di cliniche che praticano gli aborti da 40 a 20 in pochi mesi e il numero sarebbe arrivato a 10. «Gli ostacoli imposti dalla legge texana restringono il diritto costituzionale delle donne e non garantiscono nessuna tutela in più per la salute delle donne» ha scritto la giudice Breyer nel suo parere, votato a maggioranza 5 a 3, con il moderato Kennedy, ago della bilancia della Corte, che si è schierato con le tre donne giudice. Contro i conservatori Alito, Roberts e Thomas.

Si tratta di una vittoria importante perché gli Stati che hanno approvato leggi simili a questa per ridimensionare questo diritto sono diversi: quelle misure ora verranno sfidate in tribunale con questa sentenza che fa giurisprudenza. La decisione dell’Alta corte è tanto più importante perché in questa fase, a causa dell’ostruzionismo dei repubblicani, che si rifiutano di dare il loro assenso alla nomina del giudice Garland perché, dicono, un presidente uscente non può nominare giudici. Falso, lo hanno fatto in moltissimi, sia democratici che repubblicani: se un giudice si ritira o muore, il posto va riempito. In queste settimane è spesso capitato che la corte non raggiungesse una maggioranza perché i giudici si dividevano quattro contro quattro.

Segni della fine: l’autoriciclaggio dei politici. E la lezione di Chiara.

Capisci che la fine della legislatura è ormai segnata dai nasi iperattivi dei politici che si spandono alla sera nel centro di Roma. Vagolano furtivi, sono improvvisamente tornati amicali, d’una cortesia impulsiva che sfiora la malattia e cercano di annusare ogni possibilità do autoriciclaggio. Molti di loro seguono una parabola che inizia da un’umiltà servile in campagna elettorale (e con il proprio segretario per ottenere un posto eleggibile al caldo) per impennarsi al delirio di potenza per la durata della magistratura e poi crollare alla sottomissione in cerca di un nuovo padrone quando sentono che si avvicina la fine. Eccoci. Ora siamo qui.

Appena sente odore di elezioni la nostra classe dirigente diventa diligente, diligentissima nell’ubbidire a chiunque possa offrire una ricandidatura. Bene, in questo tempo di povera etica appassita succede a Milano che l’ex assessora Chiara Bisconti scriva una lettera ai suoi elettori spiegando un concetto banale eppure rivoluzionario: smettere di fare politica e tornare al proprio mestiere. E in questo tempo di biechi rapaci le sue parole sono una luce. Vale la pena leggerle (le trovate qui):

L’ho capito dai tanti messaggi che mi sono arrivati.
Affetto, ringraziamenti, empatia. E poi la domanda, ma perche non ci sei più?

Allora ora è importante chiarire che è una mia scelta.
ho scelto cosi. E provo anche a spiegare il perché.

Credo nella società civile. Ne faccio parte.
Credo che quando la società civile si mette al servizio della politica accadono grandi cose.
Si incontrano le competenze, i saperi, le prospettive diverse; si incrociano gli sguardi.
Ma la società civile deve rimanere tale. Per continuare ad essere assessora avrei dovuto fare un passaggio elettorale. Ci ho pensato bene. E poi ho deciso di non farlo.
Troppo lontano dalle mie corde. Mi avrebbe snaturato. E soprattutto avrebbe diluito il portato del mio essere società civile.
Libera, indipendente, senza alcun condizionamento nella presa delle decisioni.
Ciò non vuol dire che chi lo fa o lo ha fatto non abbia fatto bene.
Anzi. Ma bisogna saper essere quello che ci si sente davvero di essere.
Credo fermamente che società civile e politica debbano camminare insieme. Libertà di pensiero e rappresentanza di interessi ben amalgamati, fianco a fianco per il bene della città.
Ma ognuno saldamente ancorato a quello che è davvero.

Come persona credo anche nel piacere e nel bisogno di evolvere.
Ci si arricchisce da ogni esperienza; si fa tesoro del passato.
Ma serve anche l’emozione di mettersi di nuovo in gioco, di tuffarsi in una cosa nuova. Per rimettere in moto le energie che nascono dal confrontarsi con nuovi limiti.
Rifare la stessa esperienza di assessora non avrebbe stimolato in pieno le mie possibilità.

E poi credo nella qualità del tempo.Ora ho bisogno di ritrovare il mio tempo, per calmarmi, per tornare a ritmi più lenti.
Voglio incontrare un tempo più profondo, per dedicarmi ai temi a me cari, per riagganciarmi ad una realtà esterna che corre veloce e che in certi momenti ho sentito scivolarmi via.
Un tempo ritrovato anche per ritrovare me stessa, chi sono diventata e cosa voglio veramente.

Queste le motivazioni della mia scelta.
Che sono saldamente ancorate al mio modo di essere.

Buon mercoledì.

Siete proprio come vi vogliono i padroni

«Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo»: la frase, populista e rivoluzionaria, è di Don Lorenzo Milani, un prete che oggi sarebbe subito bannato nella pagina Facebook della ministra Boschi o di Lorenzo Guerini, due nomi a caso tra la folta schiera della mansuetudine che si simula cattolica nei politici nostrani.

Ieri Hollande, Merkel e Renzi si sono incontrati per un summit che avrebbe dovuto essere il primo passo per la grande soluzione europea. Wow, uno pensa, che esplosiva riunione di intelligenze internazionali. La Merkel, teutonica e stentorea, ha dichiarato che «serve ancora una richiesta ufficiale». In pratica, anche se potrebbe sembrare una barzelletta, i tre si sono pomposamente riuniti per convenire che manca l’oggetto della discussione: si legge dappertutto che il Regno Unito sia uscito dall’Europa ma a Bruxelles, non è nemmeno arrivato uno straccio di mail. Disdetta.

Ma non è solo questo, il punto: che tre persone si riuniscano sotto la coltre servile di fotografi e cronisti per salvare il mondo dimostra principalmente che la figura dei salvatori funziona non solo nei film americani ma anche nei simposi europei e soprattutto di avere capito veramente poco degli ultimi voti in giro per l’Europa. Un trio che si riunisce davanti a un caffè per fingere una rivoluzione istituzionale è il quadretto perfetto di un’Europa che strimpella questa patetica commedia.

Una volta, quando tutto sembrava molto più semplice, i dirigenti si facevano carico dei fallimenti e invece oggi no, oggi sono la malattia e la cura, i maggiorenti e i loro stessi oppositori, i demiurgi e gli schiavi. Tocca a noi provare ad essere diversi da come ci vorrebbero. Quell’ingranaggio lì, in alto, continua imperterrito come un carillon.

Buon martedì.

Spagna, veti incrociati e stallo. Rajoy spera nel Psoe

Mariano Rajoy è il vincitore delle elezioni spagnole: con il 33% e qualche voto in più rispetto a dicembre, il suo partito popolare è l’unico ad essere cresciuto rispetto a sei mesi fa. Male Ciudadanos, male il Psoe e male l’alleanza tra Podemos e Izquierda Unida che non ha pagato in termini di consensi e neppure di eletti.
Il quadro politico spagnolo non appare però più chiaro rispetto a tre giorni fa: c’è un vincitore e non c’è una maggioranza.

La partita è complicata, come lo era sei mesi fa: Rajoy ha dichiarato che cercherà di formare un governo entro luglio chiedendo appoggio ad altri: «Mi piacerebbe governare con il sostegno sufficiente, se non lo avremo, ricordiamoci che abbiamo quello di otto milioni di spagnoli» ha detto il leader della destra moderata spagnola. Dalla sua Rajoy ha un fattore: la stanchezza degli spagnoli. I suoi tre avversari non hanno formato una coalizione prima del voto di domenica e non intendono farlo ora. Davvero avranno tutti il coraggio di far tornare la gente alle urne? A quel punto, il primo partito potrebbe fare campagna come l’unico “responsabile”.

Il Psoe di Pedo Sanchez ha invece fatto sapere che non appoggerà una candidatura Rajoy né si asterrà nel caso questi si presenti alle Camere per chiedere un voto di fiducia. La chiusura e gli attacchi nei confronti di Podemos e Pablo Iglesias lasciano però intendere che i socialisti non sono neppure intenzionati a cercare di formare loro un governo. Mandando a dire «tocca a Rajoy l’iniziativa, decidere con chi parlare e di cosa», sperano forse in un qualche sbocco istituzionale tecnico all’italiana?

Il rebus è complicato da Ciudadanos che ha spiegato che non appoggerà un governo in continuità o che abbia dentro forze nazionaliste (baschi e catalani di centrodestra). Con il veto del leader di Ciudadanos Rivera non resterebbe che un governo dei due partiti tradizionali. Per i due partiti tradizionali del bipolarismo imperfetto spagnolo, formare un governo assieme significherebbe aprire autostrade a destra e sinistra alle due formazioni nuove ed emerse ammaccate dal voto di ieri.

Quanto alla sinistra, sia Podemos che Izquierda Unida hanno ribadito la volontà di rimanere alleati nonostante la perdita di un milione e passa di voti in sei mesi. L’esecutivo di Podemos ha commissionato studi demoscopici per cercare di capire meglio perché l’alleanza non ha funzionato e ha ribadito la propria contrarietà a un esecutivo di coalizione con Ciudadanos e Psoe a guida Sanchez. Il gruppo dirigente non pensa che il proprio No al tentativo del leader socialista fallito nei mesi scorsi sia alla base della sconfitta.

Di certo la Brexit e le paure che ha ingenerato, ha contribuito al buon risultato del partito di Rajoy. E di certo la Brexit peserà nel dibattito politico spagnolo a venire: c’è un flusso costante di britannici che comprano case e passano le vacanze in Spagna: se la Gran Bretagna precipitasse in una crisi vera, sarebbero guai per l’industria turistica spagnola.

Reggio Calabria, auto dell’assessore in fiamme. Il sindaco: «Non ci fermerete»

Reggio Calabria Lungomare Falcomatà con uno scorcio della città foto Franco Cufari (DEMANIO)

L’aria si surriscalda a Reggio Calabria, e non solo per lo scirocco che da giorni soffoca la città. Lettere minatorie, incendi e devastazioni. Il Comune di Reggio è sotto tiro. E il più preoccupante dei segnali è arrivato la notte tra sabato e domenica, quando l’auto dell’assessore ai Lavori pubblici, Angela Marcianò, è stata data alle fiamme.

Trentotto anni, avvocato, consulente di Nicola Gratteri e componente della commissione parlamentare anti criminalità e corruzione, Marcianò è stata eletta nel 2014, all’indomani dello scioglimento per mafia del Comune, e oggi è assessore della giunta guidata da Giuseppe Falcomatà.

«Sono molto scossa», ha ammesso Marcianò, che però ha aggiunto decisa: «Non faremo un passo indietro». E il sindaco di Reggio Calabria rincara la dose: «Se qualcuno pensa di intimidirci ha sbagliano i conti, l’azione di rinnovamento e di contrasto alla criminalità organizzata inaugurata dal governo cittadino non indietreggerà di un millimetro».

L’attentato arriva a pochi giorni dalla prima Marcia nazionale degli amministratori sotto tiro che si è svolta lo scorso venerdì a Polistena (Rc), organizzata da Avviso Pubblico. L’associazione degli enti locali contro le mafie ha censito episodi di minacce a sindaci, assessori e funzionari in almeno 227 comuni italiani.

Brexit, rivolta anti-Corbyn: Labour nel caos (come i conservatori)

A quattro giorni dal referendum, il quadro politico britannico è esploso. Dodici ministri ombra del governo laburista si sono dimessi chiedendo le dimissioni di Jeremy Corbyn – e in giornata si dimetteranno una serie di viceministri – il partito conservatore è in preda al caos, con le fazioni favorevoli e contrarie alla leadership di Boris Johnson che affilano i coltelli. Poi ci sono l’Europa, i mercati, la trattativa con Bruxelles e il difficile rapporto con la Scozia. I titoli delle banche sono di nuovo crollati – la Royal Bank of Scotland è ai livelli del 2009, quando era sull’orlo del fallimento e venne salvata con soldi pubblici – e la sterlina continua a perdere nei confronti di dollaro ed euro, nonostante il Cancelliere dello Scacchiere Osborne abbia tentato di tranquillizzare sulla situazione prima dell’apertura dei mercati. Hollande e Merkel hanno fatto sapere oggi che non ci saranno colloqui informali sulla Brexit: quando Londra chiederà di far scattare l’articolo 50, si comincerà a discutere. Un modo per mettere pressione sul Regno Unito.

Se la destra non sta bene, la sinistra è in preda a una guerra civile. La rivolta contro Corbyn covava dal giorno della sua elezione a leader e poche ore dopo il risultato del referendum è esplosa. Uno solo, tra i ministri ombra non legati al leader laburista, solo una non ha lasciato, mentre alcuni suoi alleati si sono dimessi, dicendosi convinti che il leader della sinistra non abbia le caratteristiche per far vincere il partito. Le dimissioni sono una pioggia, anche da parte di figure non nemiche: la Segretaria alla Casa, Blackman-Woods si è dimessa spiegando di non avere differenze politiche, ma di non aver visto, durante la campagna referendaria, un leader all’opera. E dopo un incontro con lo stesso Corbyn, si sono dimessi anche Lisa Nandy e Owen Smith e altri tre, la prima era una potenziale concorrente di sinistra per la leadership del partito, l’opinion maker e giovane firma della sinistra britannica, Owen Jones la incoraggiava. Tom Watson, vice di Corbyn, anche lui eletto, quindi con un mandato, ha chiesto al leader di «riconsiderare la sua posizione», non un invito alle dimissioni, ha specificato, ma alla riflessione. Si dice così, in politica, ma anche quello di Watson, che è un abile manovratore, è un missile. Anche i più vicini al leader ammettono che una nuova corsa per la leadership a questo punto è probabile.

A guidare la rivolta, che nei retroscena del Guardian è un piano studiato a tavolino, è Hilary Benn, figlio dell’ex leader della sinistra interna Tony, che probabilmente è stato una figura di riferimento proprio per Corbyn. Benn, Segretario ombra per gli Affari esteri, ha avuto posizioni diverse dal capo del partito sulla Siria e sul programma nucleare Trident e la sua nomina era un ramoscello d’ulivo nei confronti dell’ala del Labour sconfitta da Corbyn durante il voto sulla leadership. Dopo alcune dichiarazioni e le notizie uscite sul complotto anti Corbyn, questi lo ha rimosso dalla sua posizione. Il licenziamento di Benn ha determintao dimissioni in serie. In due giorni 15 su 23 hanno lasciato

Il clima nel Labour è tra i peggiori possibili: il ministro ombra per i rapporti con il Parlamento, Bryant, è arrivato a dire che nella discussione privata avuta prima delle dimissioni, Corbyn si è rifiutato di dire cosa ha votato al referendum – un modo per suggerire che potrebbe aver votato Leave.

La vera grande preoccupazione di una parte importante del Labour, non solo orfani del blairismo, è che si vada presto al voto e che il partito sia impreparato, manchi di una strategia credibile. Questo hanno ribadito proprio i segretari che si sono dimessi oggi, sostenendo che «non è più un problema di quei deputati che si oppongono a Jeremy fin dall’inizio. Corbyn non sa unire il partito, serve una nuova leadership». Si dice che la decisione di dimettersi dei ministri ombra che hanno visto il leader oggi sia stata causata da quella che hanno percepito come arroganza da parte di John McDonnell, Cancelliere ombra dello Scacchiere e tra i più forti alleati di Corbyn. Il giorno dopo il referendum McDonnell ha dichiarato: «Jeremy non va da nessuna parte, il momento è difficile, dobbiamo negoziare con l’Europa ed è il momento della sinistra di stare unita».

La verità è che sempre più figure importanti del partito, anche sostenitori di Corbyn, ritengono che occorra una nuova contesa per la leadership. Con una controindicazione: pochi mesi fa migliaia di giovani entusiasti accorsero a votare per Corbyn, cosa penseranno oggi se il loro leader venisse defenestrato da quello che appare come un colpo di mano? Certo è che se questa rivolta caotica non si placherà, l’immagine del partito laburista sarà davvero compromessa.

Una brutta situazione, visto che l’ala destra del partito conservatore, che parla di privatizzare il sistema sanitario nazionale ed è contraria a ogni intervento pubblico in economia, rischia seriamente di prendere in mano le redini del governo. Tra le voci anti-Johnson c’è anche la superstar televisiva degli chef britannici, il giovane che ha insegnato agli inglesi a cucinare, Jamie Oliver, si è schierato contro l’ex sindaco di Londra scrivendo su Instagram: «Ti prego di una cosa Gran Bretagna evita di darmi Boris fuckin Johnson come primo ministro o con te ho chiuso. La mia fede in noi stessi sarà persa per sempre. Non possiamo permettere che accada restando a guardare».

Theresa May, possibile alternativa a Johnson alla guida dei Tories
Theresa May, l’alternativa a Johnson alla guida dei Tories

 

L’alternativa a Johnson sembra essere Theresa May, Segretario agli Interni che ha fatto campagna per il Remain. In caso di sua vittoria si potrebbero evitare nuove elezioni. Vincesse l’ex sindaco di Londra, invece, si tornerebbe a votare: la sua piattaforma è molto diversa da quella di Cameron.

Per concludere tornano utili le parole di Alistair Darling, che si è speso molto per la campagna per rimanere in Europa e da Cancelliere dello Scacchiere ha gestito la crisi finanziaria che colpì il Regno Unito assieme agli Stati Uniti nel 2008: «Non abbiamo un governo, non abbiamo un’opposizione e le persone che ci hanno trascinato in questo caos si nascondono e abbiamo un gap di quattro mesi prima di avere un nuovo premier. Sono più preoccupato oggi che non all’esplosione della crisi finanziaria del 2008».