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Nulla è più bello di Roma. Al Palatino arte contemporanea, performance e lo spettacolo di Baricco

Par tibi, Roma, nihil. Niente è comparabile a te, Roma. Quando, alla vista della Capitale e delle sue rovine, Hildebert de Lavardin pronunciò queste le parole era su per giù il 1100. Oggi, alla vista dello stesso spettacolo, qualsiasi viaggiatore giunto nell’Urbe potrebbe dire la stessa cosa. E Par tibi, Roma, nihil è anche il titolo della mostra, realizzata a partire da un’idea di Monique Veaute e curata da Raffaella Frascarelli, per unire arte antica e opere contemporanee nella splendida cornice del foro Palatino. Proprio fra le monumentali rovine che un tempo costituivano il cuore vibrante della Città eterna, infatti, sarà possibile, fino al 18 settembre, imbattersi nelle installazioni di 36 artisti contemporanei fra i quali spiccano i nomi di Kounellis, Chen Zhen, Buren, oltre a quelli di esponenti più giovani come Vascellari, Senatore, 
Arena e di grandi autori internazionali come Khader Attia, Michal Rovner, Pascale Marthine Tayou.
L’esposizione inoltre è anche l’occasione per offrire al pubblico un’anteprima della 31esima edizione del Romaeuropa Festival che, con la direzione artistica di Fabrizio Grifasi, da settembre a novembre, regalerà nuova vita ai luoghi simbolo della Capitale grazie ad una serie di eventi. Arti visive, musica, teatro e performance invaderanno spazi spesso dimenticati dalla collettività e vissuti ormai più come uno sfondo molto suggestivo che come qualcosa di ancora vivo e carico di una memoria capace di trascendere le epoche.

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Death of the monument, Marko Lulic – ph. Luciano Mandato

Il progetto Patrimonio storico e creazione contemporanea, nel quale rientra anche Par tibi, Roma, nihil ha infatti l’obiettivo di riuscire a riavvicinare i lembi della storia e fondere in un unico scenario senza tempo la bellezza di oggi e di ieri, coinvolgendo quanto più possibile i visitatori.

David Crossing the Moon, Pascale Marthine Tayou; courtesy Galleria Continua - ph. Luciano Mandato
David Crossing the Moon, Pascale Marthine Tayou; courtesy Galleria Continua – ph. Luciano Mandato

Kounellis
Kounellis

Promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma che ha ideato il progetto congiuntamente con la Fondazione Romaeuropa Arte e Cultura, in collaborazione con Nomas Foundation, la mostra offre inoltre l’occasione per aprire spazi chiusi da tempo al pubblico: lo Stadio Palatino e il peristilio inferiore della Domus Augustana, cui si aggiungono la terrazza e le Arcate Severiane e, per la prima volta oggetto di un intervento artistico, l’area della Meta Sudans, tra l’Arco di Costantino e il Colosseo.

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Personale è politico, Valerio Rocco Orlando courtesy Galleria Tiziana di Caro, Napoli – ph. Luciano Mandato

L’impatto sullo spettatore in effetti è impressionate. Ci si trova immediatamente immersi, e parte attiva soprattutto grazie alle performance, di un dialogo costante fra il monumentale passato della Roma capitale dell’impero, il presente e il futuro. «Le opere della collezione Nomas – spiega la curatrice Raffaella Frascarelli – dialogano con l’identità di Roma, in bilico tra la suggestione dell’antico e le contraddizioni socio-politiche generate dalla trasmissione e mutazione della sua immagine. Al centro del dibattito critico l’appropriazione della memoria storica, la manipolazione ideologica delle masse operata dall’arte antica, la creazione di un mito del potere, la dittatura attiva della religio, la strutturazione di Lex e Ius, il paradosso globale e le contraddizioni dell’eredità culturale. Un viaggio di dissenso all’interno del mito di Roma, una rilettura anarchica dei dispositivi di stratificazione della storia, un’esperienza di self-education che induce lo sguardo a un ruolo attivo, dischiudendo prospettive aperte a un consumo culturale consapevole e critico».

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L’impatto sullo spettatore in effetti è impressionate. Ci si trova immediatamente immersi, e parte attiva soprattutto grazie alle performance, di un dialogo costante fra il monumentale passato della Roma capitale dell’impero, il presente e il futuro


Ad attivare letteralmente i visitatori, trasformandoli quasi in novelli Indiana Jones, è sicuramente anche il progetto artistico di Nico Vascellari che spiega: «Concepisco gli spazi della mostra come un punto di partenza per creare un tragitto con il quale percorrere Roma durante tutto il periodo della mostra Ogni giorno infatti preleverò un qualcosa dai luoghi della mostra per portarlo e nasconderlo in un luogo della città che verrà svelato sulle mie pagine social (www.instagram.com/nicovascellari www.facebook.com/vascellarinico). C’è tempo fino alle 24 del giorno in cui ciascun oggetto è stato nascosto per rivendicare al mio studio la scoperta. Una volta ricevuta questa rivendicazione l’oggetto verrà autenticato come mia opera che diverrà di proprietà di chi l’ha trovato. Il progetto è pensato per estendere a tutta la città il luogo e il tempo della mostra e rinnovarne continuamente attenzione e presupposti».

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A tracciare un fil rouge tra ieri e oggi sarà anche “Palamede, la storia” lo spettacolo di Alessandro Baricco con Valeria Solarino, in scena dal 4 – 9 luglio proprio allo Stadio di Domiziano al Palatino e sempre inserito all’interno delle iniziative che preannunciano il Romaeuropa Festival.

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Palamede, La Storia. Di e con Alessandro Baricco. Produzione Elastica srl. Foto di Giacomo Maestri-001
Alessandro Baricco

Per realizzare lo spettacolo Baricco ha scavato come un archeologo fra testi antichi e testimonianze, riportando alla luce la straordinaria storia di Palamede, eroe della guerra di Troia quasi del tutto dimenticato dalle cronache ufficiali e soprattutto completamente cancellato dalla più famosa di queste: l’Illiade di Omero. «Pochi lo sanno – racconta lo scrittore – ma Palamede è il nome di uno degli eroi achei che andarono ad assediare Troia. Io non l’avevo mai sentito prima di mettermi a studiare l’Iliade per portarla a teatro, anni fa. In mezzo a tutte quelle storie indimenticabili mi capitò di incontrare la sua. Era talmente pazzesca che l’ho tenuta da parte per anni e poi mi son messa a studiarla sul serio: alla fine ne ho fatto un spettacolo teatrale che ho intitolato Palamede, l’eroe cancellato. L’ho fatto per un teatro molto particolare, l’Olimpico di Vicenza: là dentro era come un orologio che ticchettava senza errori. In teoria era quel Palamede che si era pensato di portare al Palatino. Poi però ho visto il posto: magnifico, solenne, vagamente magico. Ora: io, riguardo a posti come quelli ho una mia idea. Sono come enormi e antichissimi strumenti musicali: non bisogna andare a farci il teatro, bisogna suonarli. Che poi vuol dire partire da come sono fatti loro e cercare di farli risuonare con qualche storia, o visione, o magia. Quindi ecco quello che succederà: porteremo la storia di Palamede nello Stadio di Domiziano, e cercheremo di far suonare quei muri. Si tratta di far accadere la storia».

«Io, riguardo a posti come quelli ho una mia idea. Sono come enormi e antichissimi strumenti musicali: non bisogna andare a farci il teatro, bisogna suonarli».

Alessandro Baricco, scrittore

E ad aiutare Baricco in questa magia “orchestrale” Valeria Solarino che sulla scena trasformata in un teatro sacro in cui gli spettatori sono una comunità, evocherà fantasmi e figure mitologiche che hanno, forse, un tempo abitato quei luoghi negli echi e nei ricordi di chi un tempo era passato di lì.

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Valeria Solarino, Palamede. La storia.

Brexit, le belle parole che ha detto Renzi. E quelle che non ha detto

Un momento nell'aula del Senato durante comunicazioni del presidente del Consiglio dei Ministri in vista del Consiglio europeo. Roma 27 Giugno 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

«Il voto inglese pesa come un macigno sulla storia europea» dice Matteo Renzi, che però coglie l’occasione per rispolverare il suo profilo ottimista, anzi euro-ottimista. «Ciò che è accaduto nel Regno Unito può essere la più grande occasione per l’Europa», aggiunge infatti. L’occasione per dimostrare che «l’Europa è l’Europa che combatte una battaglia di giustizia sociale e non quella delle sole procedure burocratiche». Come dargli torto? Bisognerebbe proprio fare in modo che sia cosi. Bisognerebbe sì.

Bisognerebbe però dire qualcosa di più, cosa che per ora il premier non fa, non prendendo ad esempio di petto il tema del bail in (come gli ricorda col solito eccesso polemico Alessandro Di Battista) né il problema delle politiche economiche tedesche, su cui invece molti economisti hanno ormai acceso i riflettori. Ci dice Emiliano Brancaccio – per dire – che dietro il Brexit c’è il tema della redistribuzione interna ai Paesi europei, «l’eccezionale divaricazione, anche tra i tassi di occupazione». E lì la Germania è il problema, per ora.

Con il suo intervento in parlamento, poche ore prima del vertice a tre, con Francia e Germania, e alla vigilia del Consiglio Ue, il primo post Brexit, comunque, Matteo Renzi si iscrive nel fronte, con Hollande (e secondo il ministro delle finanze francese, Michel Sapin, anche con Merkel), di chi dice che ormai il dato è tratto, e che tirarla per le lunghe può solo fare più danni. «Tutto può fare l’Europa», dice giustamente Renzi, «tranne che aprire una discussione di un anno sulle procedure. Oggi, vista l’affluenza straordinaria al referendum in Gran Bretagna, tutto possiamo fare tranne che fare finta di niente». Un po’ come sostiene Romano Prodi, insomma: «Francia e Italia», lo ha anticipato il professore, «devono dire che non si può far finta di nulla». Fanno solo male, secondo Prodi, «fantasiose» e anzi «patetiche» idee come quella della petizione per rifare il referendum.

Ma suonano così un po’ generiche, anche perché già sentite negli ultimi due anni, le parole di Renzi. Che va a Berlino, lui e l’Italia, «a testa alta, con le sue idee», per dire «con forza», che servono «più crescita e investimenti, meno austerity e burocrazia». «Lo diciamo da due anni». Appunto.

Il 27 giugno 1980, un aereo civile precipitava nel Tirreno. Ustica, vogliamo la verità

Nel 36esimo anniversario della strage di Ustica , il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, «auspica che si riescano a rimuovere le opacità purtroppo  ancora persistenti». Lo ha scritto in un telegramma alla presidente dell’associazione parenti delle vittime, Daria Bonfietti. «È una domanda di giustizia quella che le famiglie rappresentano», sottolinea il presidente. E forte è la domanda di verità che l’associazione non si stanca di rilanciare.  Come si evince da questo intervento di Daria Bonfietti che pubblichiamo di seguito:

Vogliamo arrivare alla piena verità. Questa è la richiesta pressante che ci accompagna in tutte le iniziative per questo 36esimo anniversario della strage di Ustica.
Concludere il cammino verso la verità significa chiarire fino in fondo la dinamica dell’incidente, individuare con precisione gli aerei aggressori e definire le singole specifiche responsabilità.

È la conclusione a cui deve arrivare la magistratura, nella consapevolezza delle difficoltà, della mancanza degli elementi definitivi che, dopo le distruzioni operate dai militari in Italia, ci possono venire soltanto dalla collaborazione internazionale. Ribadiamo dunque che questo deve essere il grande impegno del nostro Governo.

Il 27 giugno 1980, in una normale serata, un aereo civile precipitava nel Tirreno, portando alla morte 81 innocenti cittadini italiani: le bugie inghiottirono la verità, proprio come l’aereo era sprofondato in fondo al mare. Un cedimento strutturale si disse, la tragica ovvietà che gli aerei cadono. E il dolore dei parenti fu avvolto da un colpevole silenzio. Poi le voci di pochi e l’impegno dell’associazione svegliarono le coscienze, seguì una grande mobilitazione dal basso, anche le indagini della Magistratura presero, pur tra difficoltà di ogni tipo, finalmente vigore.
Si arrivò alla Sentenza-ordinanza del Giudice Priore: «L’incidente al DC-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti».

Più di recente le sentenze definitive della Cassazione di Palermo hanno ribadito che il DC9 Itavia è stato abbattuto e hanno condannato il ministero dei Trasporti per non aver salvaguardato la vita dei cittadini, mentre il ministero della Difesa è stato condannato per i tanti comportamenti militari che hanno ostacolato il raggiungimento della verità.
Poi nel 2007 il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, ha esplicitamente parlato di responsabilità dei francesi per un loro attacco non riuscito a Gheddafi e questa affermazione ha fatto formalmente riaprire le indagini.
Altre attendibili ricostruzioni chiamano in causa gli americani impegnati in una situazione di grande tensione tra Egitto e Libia. In entrambi i casi siamo all’interno di ricostruzioni che rimandano tutte, anche con protagonisti in parte diversi, ad una battaglia in cielo completamente compatibile con la ricostruzione del giudice Priore.

 

La manifestazione nel Giardino della memoria di Bologna

Nel  36° Anniversario,  la strage di Ustica viene ricordata dall’associazione  guidata da Daria Bonfietti che riunisce i parenti delle 81 vittime  della strage con una rassegna che a Bologna parte il 27 giugno e arriva fino al  10 agosto . Nel Giardino della Memoria di via di Saliceto, davanti al Museo per la Memoria di Ustica, va in scena De Facto, opera poetica elettronica tratta dagli atti dell’istruttoria del giudice Rosario Priore. Poi l’incontro con il sottosegretario De Vincenti, durante il quale per la prima volta si confronteranno sulla “Direttiva Renzi” rappresentanti del governo  e un gruppo di  storici.  Il Museo diventa teatro della performance degli studenti dell’Istituto Comprensivo Zappa del Quartiere Navile, a conclusione di un percorso educativo, nato dalla convenzione tra ministero dell’Istruzione e l’ associazione dei parenti delle vittime. E ancora: Lo spettacolo vincitore del Premio Scenario per Ustica e l’intervento della Compagnia della Fortezza che porta il suo messaggio con un forte coinvolgimento del pubblico, ma accendono la riflessione sul presente  anche gli spettacoli delle Compagnie Abbondanza-Bertoni e Castello-Cosentino. Questo grande abbraccio di pubblico attorno al Museo si concluderà nella notte del 10 agosto con la magia della poesia, con Paolo Billi e i “suoi” ragazzi del Pratello. «Ancora una volta, questi diversi linguaggi dell’Arte vogliono essere il nostro strumento per ricordare e ribadire l’impegno per la verità». (s.m)

Chiuso Sos Donna nel Casale Rosa, avamposto nella periferia romana

Battuta d’arresto per i centri antiviolenza a Roma. Chiuso il Casale Rosa. Questa mattina alle 10,30 sono arrivati i vigili urbani e i referenti del Comune a cui le responsabili del servizio Sos Donna h24, gestito dalla cooperativa Befree, hanno consegnato le chiavi. Il bando è scaduto e non c’è stata alcuna proroga, come invece aveva stabilito il prefetto Tronca per altri centri che però sono case rifugio, ospitano cioè le donne vittime di soprusi o di atti di violenza da parte del proprio partner. Ma se Sos Donna – che ormai da anni ha creato una rete con istituzioni, forze dell’ordine e ospedali – per il momento chiude, ha un futuro traballante anche l’altro centro, lo storico Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, al centro di una vertenza Regione-Comune.

Venerdì, dopo ore di protesta e mobilitazione in Campidoglio con striscioni e flash mob, la sindaca Virginia Raggi ha incontrato una delegazione di donne responsabili di associazioni e cooperative sociali che gestiscono sportelli e centri antiviolenza capitolini a rischio chiusura. «Virginia Raggi si è impegnata pubblicamente per salvare Sos Donna e per rifare bandi scaduti. Ha chiesto la documentazione relativa a tutti i centri», afferma Angela Ammirati di Befree. L’impressione, dopo l’incontro, è stata positiva, raccontano le donne dei centri,  la sindaca ha detto «che i centri antiviolenza non vanno chiusi» anche se nell’immediato avrebbe potuto fare poco. All’incontro erano presenti tra associazioni e cooperative Befree, Una stanza tutta per sé, Lucha y siesta, Dalia, Donna Lisa. «Il Comune di Roma non ha idea del patrimonio che ha, noi invece siamo consapevoli del patrimonio che rappresentiamo per le donne», ha detto una operatrice dopo l’incontro. Come appunto Casale Rosa, in via Grottaperfetta, alla periferia di Roma, un luogo che è diventato, come dice Oria Gargano, presidente di Befree un «centro di mediazione sociale» con il territorio, grazie ai laboratori per i bambini e agli eventi culturali e d’incontro che vi sono organizzati. Sos Donna h 24 esiste da sei anni e dall’agosto del 2014 ha sede in questo bel casale dal colore rosa. Adesso, chiuso il servizio, le donne che venivano seguite sono state indirizzate agli altri due sportelli di Befree, lo storico Sportello Donna all’ospedale San Camillo e l’altro, al centro di Torre Spaccata.

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Ma se il Casale Rosa per il momento è chiuso, rimangono aperti dei problemi notevoli, come spiega Emanuela Donato, responsabile di Sos Donna. «Là dentro sono rimasti i dati sensibili, le relazioni relative a 2000 donne che abbiamo seguito in passato e che stiamo seguendo tuttora. La preoccupazione è che questo materiale, importante anche per vicende giudiziarie in corso per le quali noi veniamo periodicamente convocate nei tribunali, possa essere a rischio». Adesso la responsabilità della custodia è del Comune, visto che il servizio è comunale, questo tengono a precisare le responsabili di Sos Donna che hanno firmato in questo senso un verbale. Ma in caso di occupazione dei locali – il casale era stato in precedenza occupato – da parte di esterni, cosa accadrà di tutto quel materiale?

Autismo e vaccini. Se i tribunali ratificano una bufala pericolosa

Per quanto la medicina abbia da tempo dimostrato che non esiste alcun nesso fra vaccino trivalente e autismo, alcuni giudici si ostinano a non tener conto dell’evidenza scientifica e della truffa, ben nota e documentata, che è alla base di questa pericolosa bufala. Un caso clamoroso fu quello che riguardò la procura di Trani nel 2014 che aprì un’inchiesta sul vaccino trivalente dopo la denuncia da parte dei genitori di due bambini ai quali è stata diagnosticata una «sindrome autistica ad insorgenza post vaccinale».

Ora un nuovo caso di falso nesso fra vaccino e autismo riguarda il vaccino tetravalente contro tetano, differite ed epatite B e pertosse: il Tar della Sicilia impone al ministero alla Sanità di risarcire un ragazzo autistico di Agrigento che vi si sottopose nel 2000. Alla base c’è la decisione del tribunale civile che nel 2014 sostenne un rapporto di causa-effetto tra medicinale e patologia riconoscendo alla famiglia un danno di 250mila euro che il ministero non ha saldato.
Della infondata correlazione fra vaccini e autismo abbiamo scritto molte volte su Left, raccogliendo le voci dei maggiori esperti sul campo. Forse però è utile richiamare ancora una volta per sommi capi la vicenda, perché questa pervicace convinzione non è innocua, perché induce i meno informati a non vaccinare i propri figli.

Dunque veniamo ai fatti. Studi autorevoli e indipendenti dalle case farmaceutiche hanno smentito qualsiasi nesso fra vaccino e autismo. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) già nel 2013 bacchettò l’Italia, dopo la sentenza del tribunale di Rimini che riportava in campo pregiudizi infondati verso il vaccino trivalente. E ancora oggi ribadisce: «I dati epidemiologici disponibili mostrano che non c’è evidenza di una connessione tra MPR e i disordini dello spettro autistico».

Ben nota è la frode che ha è alla base questa perniciosa credenza: tutto cominciò nel 1998 con un articolo che il medico inglese Andrew Wakefield pubblicò su The Lancet, ipotizzando una stretta relazione fra autismo e vaccini. Lo studio esaminava le vicende di dodici bambini che, a detta del medico che poi fu processato, avrebbero sviluppato marcati disturbi del comportamento in seguito alla somministrazione del vaccino. Nell’articolo si parlava anche di sintomi legati a disturbi intestinali e di una fantomatica sindrome detta “enterocolite autistica” (di fatto inesistente). All’inizio degli anni Duemila esplose il caso Wakefield in Inghilterra: il medico fu osannato dai media fin quando, nel 2000, una serrata inchiesta del Sunday Times lo smascherò portando alla luce che aveva intascato 55mila sterline per confezionare ad hoc quell’articolo che doveva servire come “pezza d’appoggio” per estorcere risarcimenti ad aziende produttrici di vaccini. Nel 2010 The Lancet non solo ritirò lo scritto di Wakefield ma lo cancellò dai suoi archivi. Due anni dopo, con una sentenza dell’Alta Corte britannica, il medico è stato radiato dall’Albo e gli è stato vietato di esercitare la professione.

La leggenda di un nesso fra vaccini e autismo non è innocua. Produce panico non giustificato dai dati della letteratura scientifica. E ha conseguenze nefaste: la mancata vaccinazione di massa, per esempio, impedisce oggi di raggiungere l’obiettivo possibile di debellare morbillo parotite e rosolia, malattie comuni ma che possono avere pericolose complicanze. Un bambino su mille può andare incontro ad encefaliti e avere danni ulteriori. Che nel 2016  un bambino possa morire di morbillo è inaccettabile, perché le protezioni per evitarlo ci sono. Checché ne pensino alcuni giudici mal informati da consulenti (sui quali varrebbe la pena di fare una inchiesta approfondita).
«Noi medici – dice il pediatra Alberto Villani dell’ospedale Bambino Gesù – dovremmo dedicare più tempo a spiegare ai genitori perché è importante vaccinare. Bisogna dire che ci possono essere alcune piccole contro indicazioni come la febbre ma anche che il rapporto rischio/beneficio è del tutto sbilanciato su quest’ultimo. Non è un caso che tetano, polio, difterite siano sparite dalle nostre vite. I vaccini sono uno strumento meraviglioso e affidabile».

20 luglio 2016

L’importante presa di posizione della Federazione degli Ordine dei medici:

 la Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo) prende posizione in modo chiaro sui vaccini: i medici che sconsigliano i vaccini infrangono il codice deontologico, e vanno incontro a procedimenti disciplinari che possono arrivare alla radiazione. La Fnomceo ha presentato un documento circostanziato sul tema. «Noi siamo pronti a fare la nostra parte – ha spiegato il segretario Luigi Conte – sono già in corso e sono stati fatti procedimenti disciplinari per medici che sconsigliano i vaccini. Si può arrivare anche alla radiazione».

Spagna, Rajoy vince, ma costruire una maggioranza sarà difficile

Il dato elettorale spagnolo conferma senza stravolgere il risultato del 2015, ossia un Paese diviso in molte parti, con i due partiti tradizionali che hanno perso peso, ma non continuano a perderne, anzi, e le due grandi novità che si confermano, ma rimangono al palo. Il premier uscente (e supplente in mancanza di nuove maggiorane) Mariano Rajoy è il vincitore delle elezioni: il suo PP cresce sia in termini di seggi, che percentuali (oggi 33%, sei mesi fa 28,7%) più di quanto non perda il più piccolo e centrista dei due nuovi schieramenti politici spagnoli, Ciudadanos. Il partito di Rajoy aumenta i voti, unico partito, nonostante il calo degli elettori: lo spostamento vero di ieri, oltre a a un po’ di voti persi da Ciudadanos e da UnidosPodemos, è questo. Il PP supera anche i socialisti in Andalusia, un sorpasso significativo – dove non è primo non è il Psoe a primeggiare.


L’avanzata del PPE non trasforma però gli equilibri parlamentari e rende lo stesso difficile il formarsi di una coalizione di centrodestra o comunque una maggioranza appesa a un filo. Per ottenere astensioni o formare una maggioranza, il primo partito votato dovrà cedere, negoziare. Ma quanto e su cosa? Rajoy per ora ha detto che il suo partito sarà all’altezza delle aspettative e si è detto felice che in Spagna abbiano «vinto i democratici e gli amanti della libertà».
L’alleanza di sinistra Unidos Podemos si conferma al millimetro in termini di seggi alle Cortes di Madrid, ma cala in termini percentuali di voto di Podemos e Izquierda Unida, anzi perde un paio di punti e molti voti. «Non sono buoni risultati, né quel che ci aspettavamo», ha detto alla stampa il direttore della campagna di Podemos Íñigo Errejon, primo a parlare, ribadendo che la mano tesa al Psoe per formare una coalizione resta nonostante la delusione – che comunque giunge nonostante una sostanziale tenuta. Il patto Unidos Podemos non è riuscito a portare più gente alle urne o a confermare i propri voti. La chimica dell’alleanza non ha funzionato e la sinistra (Psoe compreso) dovrà ragionare su cosa fare in futuro.

Nonostante il risultato non sia quello sperato, l’alleanza sembra destinata a durare: a domande diretta, Pablo Iglesias ha risposto: «L’ho già detto: sì». Se ci sono stati spostamenti siginificativi oltre ai voti in uscita da Ciudadanos verso il PPE, lo sapremo nelle prossime ore, quando avremo delle analisi. Certo che il sorpasso ai danni del Psoe non c’è stato e che i voti presi nel dicembre 2015 non si sono sommati ieri notte.

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Il leader del Psoe, Pedro Sanchez ha risposto, per ora, con un attacco diretto a Iglesias: «Potevano votare un governo progressista, che mandasse a casa Rajoy, non lo ha fatto per ambizioni personali». Paese. Intanto il Psoe, che non viene superato, ma perde seggi e voti (non percentuale) rispetto al peggior voto della sua storia. Il non sorpasso diventa motivo di gongolare. Un po’ poco. I toni duri di Sanchez fanno pensare a una prima apertura a un governo ampio per “riforme” con Rajoy e Rivera. O qualcosa di simile. A sinistra la porta sembra chiusa. Vedremo i dati sul voto dei giovani e se siamo davanti a un altro voto in stile Brexit, con le generazioni più adulte contrapposte nell’urna ai giovani, ma il traffico sui social network evidenzia una gran delusione di molti under30.

Per ora insomma le posizioni sono ferme e Ciudadanos, eventuale alleato possibile di Rajoy, vede accrescere il suo peso politico nonostante il calo di consensi. Rivera ribadisce: «il centro è vivo ed esiste, ma dobbiamo ragionare sul perché non siamo riusciti a portare i nuovi elettori di nuovo a votare». Rivera parla di legge elettorale ingiusta, cita numeri e sembra chiedere, appunto, una nuova legge elettorale e un ricambio molto forte nell’eventuale governo che dovrà appoggiare: «non vogliamo corruzione (leggi PPE) e non vogliamo populismo (leggi Podemos). Detto da Rivera è poco credibile: «A Psoe e PPE dico: sediamoci attorno a un tavolo, ma se si parla di poltrone noi non ci stiamo». Ciudadanos prega che PPE e Psoe un invito lo facciano.

L’unica grande novità del voto sta nel calo dell’affluenza alle urne, a dire il vero scontata, che votare due volte in pochi mesi senza che il quadro politico sia sostanzialmente cambiato, non invita i cittadini a pensare che votando daranno una svolta alla situazione del Paese.

Dalla vittoria di Gonzalez nel 1979 a oggi, il calo della partecipazione al voto

Umani, dunque, migranti

Aboriginal rock art: stencilled hands reaching out from the past as if seeking reconciliation and recognition of the original inhabitants of Australia from the roof of a cave at the western end of the Buckland Tableland, Great Dividing Range, Central Queensland Highlands, Australia

Se proviamo ad uscire dall’ottica emergenzialista con cui i media trattano l’emigrazione, rifiutando la percezione delirante di essere presi d’assalto da torme di sospetti terroristi, potremmo scoprire, non solo che i migranti sono un enorme valore per l’Europa, ma anche che continui spostamenti connotano da sempre la specie Homo. E ne hanno favorito lo sviluppo in un lungo «processo di espansione globale inarrestabile che non ha precedenti nella storia evolutiva dei primati». Lo sostiene il filosofo della scienza Telmo Pievani nel libro Libertà di migrare (Einaudi) scritto con Valerio Calzolaio, esperto di migrazioni ambientali, che avanza la proposta politica di riconoscere lo stato di rifugiato non solo a chi è costretto a lasciare il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni politiche, ma anche a chi oggi deve partire a causa dei cambiamenti climatici. Il libro viene presentato alla  giovedì 10 novembre alle 15, nella sala Aldo Moro della Camera dei deputati. Insieme agli autori, Laura Boldrini, presidente della Camera.
Professor Pievani come cambia la prospettiva se guardiamo l’emigrazione dal punto di vista evoluzionistico?
Il nostro libro nasce da un’insoddisfazione riguardo al dibattito pubblico italiano, ma non solo, in cui vediamo i commentatori trattare l’emigrazione come qualcosa di inaspettato, con stupore, quasi fosse un fenomeno contingente da affrontare come un’emergenza. Non ha alcun senso. Ed è sbagliato non solo sul piano politico ma anche scientifico. L’emigrazione va letta in una prospettiva ampia, sia nel tempo che nello spazio. Nello spazio perché è un fenomeno globale, planetario, che ci ha resi umani. Nel tempo, perché ci riguarda da almeno due milioni di anni. Nel frattempo l’umanità ha causato il cambiamento del clima e le popolazioni, come scrive Calzolaio, tristemente sono costrette a spostarsi come milioni di anni fa.
Possiamo dire che la migrazione abbia favorito la nostra evoluzione?
È stata sia la causa che la conseguenza. La migrazione è stata una grande strategia a partire da 2 milioni di anni fa quando il clima diventò instabile. Trovandosi a vivere un ambiente imprevedibile, gli umani compiono una scelta unica che nessun primate fa: migrano, si spostano, continuano ad andare sempre più in là. Si è assistito così a una serie di uscite dall’Africa, in successive ondate, dal Corno d’Africa e dall’area sub sahariana, sempre arrivando nel Medio Oriente (snodo fondamentale da millenni per l’umanità); da lì le migrazioni umane si sono indirizzate verso l’Asia e dall’altra verso il Caucaso e l’Europa, quasi propaggine dell’Eurasia, molto attraente perché ricca di risorse. Tutto ciò ci fa capire che noi europei siamo da sempre migranti.
Nel libro lei distingue fra migranti per necessità e per scelta. Questo passaggio cruciale implica una disposizione mentale di ricerca, di curiosità. Quando scattò il cambiamento?
Avvenne con la nostra specie, Homo sapiens. Anche se probabilmente non accadde subito. Dopo le prime grandi migrazioni, ce ne furono altre 800mila anni fa e poi le nostre, 120/100mila anni fa. Lo spostamento delle popolazioni umane, in particolare dei sapiens, non è avvenuto in splendida solitudine, ma in compagnia di altre specie umane. Va ricordato che Homo sapiens è l’ultima forma umana in mezzo a tante altre che poi si sono estinte. Le prime ondate non mostrano differenze. Ma intorno a 60mila anni fa ci fu un’uscita diversa dalle altre, più veloce, e demograficamente più aggressiva. Ecco il fatto misterioso che attrae gli studiosi. Quelle che vennero allora dall’Africa erano genti più creative e al contempo più invasive. Così rimanemmo da soli espandendoci a livello planetario, essendo capaci di adattarci a qualsiasi eco-sistema. Anche in mezzo ai ghiacci, come dimostra la scoperta di resti di un mammuth cacciato nell’Artico 45mila anni fa pubblicata a gennaio su Science. Già eravamo migranti senza confini.
Che cosa avevano di diverso i sapiens?
Pensiamo che sia qualcosa legato al linguaggio, alla comunicazione, alla capacità di immaginare altri mondi, perché a quel punto la curiosità diventò un elemento fondamentale. C’era già una mente capace di immaginare, questo è tipicamente umano.
A quel punto il migrare non fu più solo dettato da bisogni materiali, ma anche immateriali, da esigenze più profonde?
Sì il fenomeno migratorio nasce per una impellenza legata al clima ma poi nell’evoluzione le cause si mescolano; quel modo di migrare potrebbe anche aver cambiato il nostro modo di vedere e di pensare. Migrare ci ha reso cognitivamente più aperti, ci ha fatto incontrare altre fome umane come i Neanderthal con cui abbiamo convissuto a lungo. Tutto questo ci ha spinti ad esplorare, a mappare, a capire il paesaggio, a muoverci nel territorio. Ripeto, nessun primate ha queste caratteristiche. Le altre specie animali nascono in un luogo, in un ecosistema e vi rimangono, si adattano. Homo sapiens no. Diventa una specie planetaria.
Diversamente dagli animali, non segue un istinto che lo obbliga a reiterare i comportamenti.
Esatto. Vecchie teorie sostenevano che avevamo un cervello adattato specificamente alla savana africana. In realtà noi sappiamo che, se c’è qualcosa tipico dei sapiens, è proprio la plasticità, il nostro non essere specializzati per un ambiente unico. E questo ha scatenato l’evoluzione culturale che ci ha permesso di sviluppare anche le tecnologie, le armi, i tessuti ecc.
Queste «fiammate di innovazione culturale e tecnologica» nel libro sono connesse a cambiamenti nella vita di Homo sapiens come l’allungamento del periodo infantile. Come influì?
È uno dei filoni di ricerca oggi più promettenti. Alcune caratteristiche non sono solo della nostra specie Homo: certi strumenti tecnici venivano prodotti da altre specie prima di noi. E non tutte le specie Homo hanno il cervello grande. Queste caratteristiche si sono indebolite molto. Una invece si è molto rafforzata nel genere Homo ed è proprio l’allungamento dell’infanzia e dell’adolescenza; i dati molecolari lo confermano. Questo mutamento ebbe il suo picco massimo in Homo sapiens. La neotenia è un adattamento costoso. I piccoli della specie Homo nascono inermi, quindi dipendono dal gruppo per il cibo e per il sostentamento. Prolungare quel periodo è dispendioso. Nonostante questo si diffuse. L’ allungamento dell’infanzia e dell’adolescenza ha dato dei vantaggi collaterali notevoli che riguardano il gioco, la sperimentazione sociale e linguistica. Molti esperti oggi pensano che quella sperimentazione sia avvenuta nel rapporto, nel gioco fra i cuccioli fra loro e con le madri. La neotenia ha aperto uno spazio di inventività, di creatività. Un’evoluzione che avviene attraverso l’apprendimento e la trasmissione non genetica, non biologica, ma culturale appunto.
L’arte rupestre nasce grazie a quel periodo?
Sì, alcuni dati usciti di recente lo confermano. Da lì nascono l’arte, la pittura rupestre, le incisioni e più in generale la creazione di oggetti con un valore simbolico, con dei segni, con delle geometrie, con dei pattern che avevano un senso. I più antichi oggetti simbolici vengono dall’Africa. Risalgono a 70mila anni fa pietre ocra incise trovate in Sudafrica. Oggi gli specialisti pensano che nacque in Africa questa particolare capacità simbolica per cui fare un segno su una superficie, tracciare un simbolo, significa qualcosa nel gruppo e scatena l’immaginazione. È di 40mila anni fa l’arte rupestre di Sulawesi. Una bellissima scoperta pubblicata l’anno scorso su Nature. È accaduto in Indonesia dove non ci aspettavamo di trovarla. Nell’arcipelago indo-malese c’è la rappresentazione di un cinghiale tipico di quelle zone, dipinto e inciso in modo molto bello con segni di movimento nel manto. Anche a Sulawesi ci sono mani di uomini, di donne e bimbi impresse in negativo sulla parete della caverna, analogamente a ciò che si vede a Chauvet, a Lascaux, ad Altamira, solo che quelle indonesiane sono più antiche. Parliamo appunto di 40mila anni fa mentre l’arte rupestre europea è di qualche millennio dopo.
Che rapporto c’è fra queste diverse espressioni?
Si pensa che tutto parta dall’Africa poi, migrando 60mila anni fa, quegli esseri umani si portano dietro oltre al linguaggio anche l’arte rupestre, capacità immaginative, la fantasia. Probabilmente gli artisti che realizzarono quelle bellissime opere a Sulawesi erano discendenti dello stesso gruppo di migranti usciti 60mila anni fa dall’Africa, che raggiunsero anche l’Europa.
Nel volume Einaudi curato dall’antropologo Marco Aime, Contro il razzismo, il genetista Barbujani torna utilmente a decostruire l’idea genetica della “razza.” Volendo usare quel brutto termine, possiamo dire che di razza umana ce n’è una sola?
Assolutamente sì. Oltre ogni ragionevole dubbio. Le altre forme che abbiamo incontrato appartenevano ad altre specie biologiche. Anche quando ci potevamo accoppiare e dare origine ad ibridazioni. Eravamo specie diverse anche se geneticamente molto vicine. Se parliamo invece di Homo sapiens, cioè dei 7 miliardi e passa di esseri umani che oggi abitano il pianeta, veniamo tutti da quei gruppi africani migranti di 60mila anni fa. Siamo tutti africani, con piccole differenze di adattamento al clima, legate al colore della pelle, degli occhi, dei capelli. Tratti che possono sembrare appariscenti ma che sul piano biologico non sono niente, sono una manciata di geni che contano molto poco. Se mettiamo insieme tutte queste cose: una origine unica, africana, molto recente, da un gruppo piccolo che poi diventa mobile e promiscuo, il risultato è che non possono esistere razze biologiche umane. Non c’è più alcun motivo biologico, genetico, perché possano esistere.
Ma negli Usa c’è chi torna a parlare di razza…
Oltreoceano c’è un movimento, anche di scienziati, purtroppo, che sostengono si possa continuare ad usare quel termine. Dicono che alcuni farmaci per l’ipertensione o per l’attacco cardiaco e così via siano farmaci “razziali” perché vanno particolarmente bene per gli afroamericani o per i nativi americani: operazione ideologica, totalmente criticabile, perché anche qualora tu scoprissi che alcuni farmaci hanno una percentuale di successo maggiore su alcuni- sempre ammesso che sia così – questa non è una ragione scientifica valida per usare il termine “razziale”. È un’operazione di marketing, di business farmaceutico, senza base scientifica. Negli Usa si è aperto un dibattito. In particolare è uscito un libro di Nicolas Wade sulla razza, che cita dati di genetisti, i quali gli hanno scritto una lettera pubblica in cui affermano di non condividere le considerazioni e i dati che questo signore pubblica. È un libro veramente sconcertante perché, senza base scientifica, torna a dire che ci sono alcune differenze addirittura cognitive fra le razze umane, cose insomma che avevamo sperato di esserci lasciati alle spalle per sempre.
Tornando alla scienza lo studio di Homo naledi, scoperto nel 2015 sta portando novità?
Tutta la comunità scientifica è in attesa della datazione, molto difficile da fare, perché non si riescono ad usare i soliti sistemi per le datazioni indirette. In ogni caso si tratta di una scoperta strepitosa. Se come dicono alcuni ha 2 milioni di anni, abbiamo trovato forse una di quelle forme di transizione all’origine del genere Homo, se invece risale a 500mila o un milione di anni fa sarebbe comunque notevole, perché vorrebbe dire che una forma così arcaica ha vissuto a lungo in Sudafrica. E poi resta da capire come siano finite quelle migliaia di ossa in una camera così nascosta come quella che è stata scoperta. Non ce l’hanno portate l’acqua, né animali, non sono cadute dall’alto. Gli scopritori ipotizzano che siano state messe lì apposta: sarebbe la prova di un gesto intenzionale, di una sorta di proto sepoltura. Inoltre nella camera di Naledi ci sono tantissime altre ossa che non sono ancora state tirate fuori. Il capo della spedizione Lee Berger ha annunciato novità, che per ora solo lui conosce, perché i fossili non sono ancora stati descritti. Dopo l’estate dobbiamo aspettarci grandi notizie.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 25 giugno

 

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Solo i pesci morti seguono sicuramente la corrente

È allarmante questo fastidio diffuso che si sparge impunemente ogni volta dopo un voto: attenzione, non è contrizione per la sconfitta o una sentita valutazione degli errori compiuti e non è nemmeno banalmente la delusione del tifoso tradito dal partito del cuore ma piuttosto si tratta di un preoccupante senso di superiorità culturale che ammanta i vinti mentre ci convincono di averci concesso l’opportunità di sbagliare. E quando in politica qualcuno vorrebbe imporre la propria valutazione, il proprio sguardo sui fatti del mondo e quando qualcuno pretende di sapere (solo lui) ciò che serve e come serve si sparge in giro un odore di libertà concessa. E non è libera la libertà concessa. La propria libertà e la libertà degli altri non si scontrano in un equilibrio che traballa in base al momento e alla paura: è sistematica, la libertà.

Così le analisi del voto sono diventate ormai un monito. Politici che non ascoltano il voto ma piuttosto lo interpretano giudicando l’elettorato con l’arroganza del maestrino e ostinandosi (impunemente) a volere (loro) un popolo che li rappresenti per davvero. E mentre qualche democratico (d’etichetta, s’intende) ci insegna che chi vota male non dovrebbe votare (i democratici, pensa te; le destre saranno per la fucilazione, probabilmente) l’allarme per questa inversione della politica ormai tutta impegnata a forgiare popoli senza nessuna capacità d’ascolto viene derubricato come becero populismo. E che sia lodato il populismo, allora, di fronte all’oligarchia politicista.

Non ce ne stiamo accorgendo ma questi stessi che vorrebbero togliere il voto ai poveri e agli ignoranti sono stati eletti per superare l’ignoranza e la povertà: dovrebbero chiederci scusa e invece ci accusano del loro fallimento. Un’incessante narrazione completamente fuori tema sta invadendo l’Europa tant’è che oggi i maturandi si sono travestiti da commissari: dopo avere imposto un modello economico precostituito ora vorrebbero preconfezionare anche il modello culturale e poiché non ci riescono si incazzano, spargono scemenze con la postura dei sacerdoti e trovano fior fiore di editorialisti che li prendono sul serio.

Megafoni scambiati per intellettuali, leader dissociati in cerca di conferme, sondaggisti come quattro amici al bar,   burocrati che millantano fantasia, giornalismo annacquato con la propaganda, analisti ammaestrati dallo stesso domatore e politici prodotti in serie: una classe diligente (piuttosto che dirigente) che non ha ancora capito che solo i pesci morti seguono la corrente.

Buon lunedì.

Brexit, il caos politico aumenta ma i tempi e i trattati sono lunghi

Il 23 Giugno il Regno Unito ha “partecipato a un esercizio democratico gigantesco, forse il più grande della nostra storia”. Così afferma David Cameron nel suo discorso che annuncia le dimissioni. “Oltre 33 milioni di persone da Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord e Gibilterra hanno tutte potuto dire la loro. Dovremmo essere orgogliosi del fatto che, in queste isole, abbiamo fiducia nelle persone per queste grandi decisioni. (..) Il popolo britannico ha votato per lasciare l’Unione Europea, e la sua volontà deve essere rispettata.”

Con un tasso di partecipazione del 72,2%, il più alto dalle elezioni generali del 1992, una maggioranza dei britannici, 51,9%, contro il 48,1%, ha detto sì alla uscita dell’Unione europea. Un voto storico per il terzo referendum del Regno Unito. E tuttavia, come il Financial Times sottolinea, il risultato non è vincolante: il dettaglio è di non poco conto. Il referendum sull’Unione Europa, infatti, è un referendum consultivo, a differenza del referendum del 2011 sulla riforma elettorale. Dunque non ha immediate conseguenze giuridiche.

Per lasciare l’Unione Europea, la procedura prevista è che il governo faccia appello all’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Esso dispone che ogni Stato membro possa decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. Finché il governo britannico non fa appello a questo articolo il Regno Unito rimane un membro dell’UE e nessuno può obbligarlo ad uscirne. Tuttavia il governo non sembra al momento intenzionato ad avviare la procedura. Infatti Cameron nonostante l’orgoglio per il pronunciamento popolare, ha annunciato che la trattativa con l’Unione europea inizierà con un nuovo primo ministro, il quale dovrà prendere la decisione su quando far scattare l’articolo 50.

Non vi è inoltre alcuna indicazione che i suoi possibili successori e convinti sostenitori dell’uscita dall’Unione Europea, abbiano fretta di avviare il processo formale e legale per lasciare l’Unione. Lo ha sottolineato Boris Johnson, ex sindaco di Londra, fra i più accesi sostenitore del Brexit: “Votando per lasciare l’Unione europea, è fondamentale sottolineare che non c’è fretta, (…) ne bisogno di invocare l’articolo 50.”

Va anche ricordato che quest’articolo, una volta attivato, prevede un periodo di due anni per la produzione di un accordo tra lo Stato uscente e l’Unione europea. Per la maggior parte dei commentatori, due anni non sono realistici per sciogliere 40 anni di integrazione. Si prevede piuttosto che ne servano da 7 a 10, sempre che i partners accettino di estendere il periodo previsto di due anni. Se non accettano, significherebbe un hard exit per il Regno Unito.

Inoltre, il Brexit rappresenta una minaccia per l’esistenza stessa del Regno Unito, in quanto la Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato per il Remain. La probabilità di un secondo referendum per l’indipendenza scozzese è superiore oggi di quanto non fosse prima del 23 giugno.

Tutto questo fa pensare che gli effetti del voto per il Brexit siano più che incerti. Alcuni commentatori ipotizzano nuove elezioni generali centrate sul Remain, o un secondo referendum. Nel frattempo il caos politico aumenta…