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«Le rivolte? Ci piacciono solo quelle degli altri». A colloquio con Zerocalcare

May 15, 2016 - Torino, TO, Italy - Meeting with the cartoonist Zerocalcare on the occasion of the publication of ''Kobane Calling'' during Book Fair in Turin. (Credit Image: © Daniela Parra Saiani/Pacific Press via ZUMA Wire)

«Però scrivilo che non sono un intellettuale né un politico, che non sembri che m’atteggio». Ci tiene a precisarlo Zerocalcare, d’essere «solo uno che fa fumetti». Eppure con il suo linguaggio a fumetti, è riuscito a sdoganare questioni ormai relegate nell’underground: l’antifascismo, la rivolta, la resistenza ai tempi d’oggi. Colmando il vuoto che contraddistingue una generazione, quella dei trentenni. A Michele Rech – che vive a Roma, è cresciuto in Francia e ha appena dato alle stampe Kobane Calling (Bao Publishing 2016) – chiediamo: come si rivolta la gente in questi anni di crisi? «Difficile!», ride Michele. «Direi che a Kobane, in quel pezzo di mondo, è in atto una rivolta che segue a 40 anni di lotte e di percorso del movimento curdo, non è solo un movimento giovanile, c’è una complessità e una tale pazienza… È un lavoro determinato e a lungo termine che sarebbe difficile da ridurre ai soli trentenni. Chi si rivolta in Turchia e in Kurdistan lo sta facendo in continuità con il lavoro di 40 anni, mentre chi si rivolta da noi, in Italia e in Europa, lo sta facendo in rottura con il lavoro di 40 anni che è stato fatto contro di noi. Credo sia questa la differenza più grossa».

Da noi, in Europa intendi. Ma quanta differenza tra la rivolta di piazza a Parigi contro il Jobs act e il malcontento che in Italia si ferma al voto ai 5 stelle: ce lo dicono i risultati elettorali analizzati nelle pagine precedenti…
Non conosco così bene la rivolta francese. L’unica cosa che mi limito a dire riguarda il mio mondo, il mondo a cui appartengo: noi guardiamo alle rivolte che bloccano il Paese in Francia e li applaudiamo. Ma quando la stessa cosa succede in Italia te danno vent’anni de carcere. Quando uno dice che «in Italia è più difficile rivoltarsi», o che «non si capisce perché i giovani protestano in tutto il mondo e in Italia no», andrebbe detto che quando succede qui tutto viene letto solo attraverso il metro giudiziario e penale.
Meglio le lotte degli altri, insomma.
Ogni volta che un italiano alza la testa ci impegniamo a prenderlo a bastonate. Ciclicamente qualcosa si muove anche qui, però non si solidarizza e non gli si dà attenzione. E quando questa cosa si manifesta in modo più forte e arriva fino ai media l’unica risposta che c’è è quella giudiziaria. Allora si capisce che si fatica molto di più…

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Troppi decreti, troppi voti di fiducia il problema è il (non) governo

Gran parte del dibattito sulla revisione costituzionale in atto tende a concentrarsi su aspetti caratterizzati da estremo tecnicismo, mentre la discussione condotta sui mezzi di informazione procede, all’opposto, per slogan e prese di posizione precostituite.

Vorrei partire da queste ultime per arrivare, attraverso l’esposizione di dati di fatto e al loro inquadramento sistematico, alla dimostrazione della loro inesattezza.

Il primo punto ha a che fare con le premesse della riforma. Abitualmente, nel discorso pubblico, chi ne sostiene la necessità dà per scontato il fondamento di tale affermazione. Eppure, se dovessimo girare per le strade chiedendo agli italiani quali sono i temi sui quali è indispensabile intervenire con urgenza, le risposte riguarderebbero il lavoro, la crisi del sistema industriale, le pensioni o l’immigrazione, l’organizzazione dei servizi sanitari, dell’istruzione, oppure il carico fiscale insostenibile da un lato e la diffusa evasione dall’altro. Di una cosa possiamo essere certi: che il bicameralismo, il riparto di competenze tra Stato e Regioni o l’eterno dilemma tra sistemi elettorali maggioritari o proporzionali non sono argomenti ritenuti interessanti al di fuori di una ristretta cerchia.

Sostengono però i riformatori che proprio il diabolico intreccio tra bicameralismo paritario e sistema elettorale avrebbe sinora paralizzato il Governo, impedendogli di agire come dovrebbe e saprebbe per risolvere i problemi sopra elencati. Insomma, la diagnosi sarebbe semplice e la terapia obbligata: le istituzioni sono paralizzate a causa del Parlamento-palude, perciò razionalizzare la struttura, semplificare le procedure consentirebbe di liberare finalmente le energie del Governo, finora ostaggio impotente di un Parlamento rapace ma inerte, il Parlamento dei fannulloni quotidianamente irriso su tutti i mezzi di comunicazione.

È allora necessario verificare quanto, di tutto ciò, corrisponda al vero. Propongo qui l’analisi dei dati sulla produzione normativa della legislatura in corso, premettendo che non si discosta significativamente dalle precedenti: il discorso che svolgerò non si riferisce tanto all’attuale Parlamento o al Governo in carica, quanto ai rapporti tra potere legislativo ed esecutivo nell’attuale assetto costituzionale.
Cominciamo dai “fannulloni”. Gli atti normativi primari, in tre anni, sono stati 420, pari a una media di 11,67 al mese. In sostanza, più di uno ogni tre giorni. Ma, si dirà, tra di essi la maggioranza proviene dal Governo. Osservazione interessante, sulla quale ritorneremo presto. Per ora, limitiamoci a rilevare che la produttività è tutt’altro che scarsa. Anzi, proprio questo dato conforta un’affermazione di segno opposto che spesso sentiamo fare: si producono troppi atti normativi rispetto alla reale necessità.
Dunque, questo Parlamento inerte, che dovrebbe essere drasticamente riformato per diventare più rapido ed efficiente, produce già oggi molte leggi, forse addirittura più di quelle che dovrebbe. Più della quantità, è importante e grave il problema della qualità della nostra legislazione, che però non si presta a semplificazioni né ad un approccio grossolano.

Si potrebbe a questo punto obiettare – come fanno i sostenitori della Grande Riforma – che proprio la pervasività della produzione parlamentare, eccessiva in quantità e discutibile in qualità, inibisce gli sforzi del Governo che, se potesse avere gli ampi poteri di cui “altri” esecutivi dispongono, saprebbe senz’altro far fronte alle gravi difficoltà attuali. Eppure l’attuale assetto costituzionale consente già oggi al Governo di sostituirsi sistematicamente al titolare della funzione legislativa, ed il Governo infatti ne approfitta. Rispetto alle quattro categorie di leggi, solo una categoria è di provenienza parlamentare: 220 dei 420 atti totali sono del Governo.
Il “debole” Governo italiano dispone in realtà di poteri normativi che i governi forti cui spesso si fa riferimento non hanno mai avuto.

Non è così per l’esecutivo statunitense, che non ha nessun potere di normazione primaria e che è stato severamente bacchettato dalla Corte Suprema ogni volta che ha tentato di appropriarsene anche in modo indiretto. Non è così per i governi britannico e tedesco che – in regimi parlamentari come il nostro – non dispongono della decretazione d’urgenza, potendo soltanto chiedere deleghe al legislatore. Tra i regimi parlamentari europei, solo il Governo spagnolo ha un potere di decretazione d’urgenza, soggetto a decadenza entro 30 giorni (anziché i nostri 60) e con esclusione di un insieme di materie che il costituente ha ritenuto “sensibili”. Ma non è tutto, perché a questi poteri di intervento sulla legislazione si aggiunge il controllo sull’attività interna al Parlamento.

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Presto: premi reset. Caffè

Francois Hollande (R), France's Socialist Party (PS) candidate for the 2012 French presidential election and his Campaign communications director, Manuel Valls, attend a meeting with executives of innovative companies for a campaign visit, on February 22, 2012, at the Genopole, France’s leading science and business park dedicated to genomics, genetics and biotech, in Evry, suburb of Paris. AFP PHOTO / PATRICK KOVARIK

Si cerca un bottone con su scritto reset. Disperatamente, probabilmente invano. Così 2milioni di cittadini britannici vorrebbero rifare il referendum. Si attaccano a una norma che lo prevederebbe, quando i votanti non fossero stati il 75% degli aventi titolo e la maggioranza non avesse raggiunto il 60%. Ora Londra, che voleva restare europea, si lagna dello schiaffo subito ad opera delle campagne inglesi, gli scozzesi rimpiangono di aver perso il referendum per l’indipendenza e ne chiedono un altro, gli irlandesi del nord dicono a chi ha votato Leave “volete dividere di nuovo la nostra isola!”. In Europa è lo stesso: tanti rimpianti e pochi programmi. Accompagnare in fretta Londra alla porta (così vuole la Francia) o scegliere un divorzio lento e consensuale (Germania)? Il Corriere titola: “L’Europa già divisa su Londra”. Ma a guardare oltre i titoli di testa, è la voglia è di premere su reset che trionfa. Il sogno di ritrovare una guida forte, un direttorio dei tre paesi che, insieme, possiedono il 70% dell’argenteria dell’Unione: Germania, Francia, Italia. Se ne parla da anni,non si è mai fatto. Per la volontà di presidenti della Commissione come Prodi (al vertice di Nizza) e per l’opportunismo nazional-populista di politici al governo in quei tre paesi. E poi un direttorio perché? Per imporre la solita politica: unione solo monetaria, austerità, attacco ai diritti del lavoro e del welfare? Pare di sì. Tant’è che i giornali tornano a puntare il dito accusatore contro i popoli, contro i cittadini elettori. Oggi contro gli spagnoli che tornano alle urne.

“Madrid: incubo ingovernabilità. L’ipotesi della grande coalizione”. Scrive Repubblica. Il Corriere fa eco: “Ci vuole un esecutivo stabile per reggere l’impopolarità delle politiche di austerità che chiede ancora Bruxelles”. Dunque quelle politiche sarebbero indiscutibili. Dunque dovremo sostenere i politici che le sostengono: in Europa Merkel, Hollande, Renzi e in Spagna Rajoy e la destra del Psoe. Dunque “l’incubo” da esorcizzare nel voto spagnolo sarebbe Podemos che, insieme a Izquierda Unida, è accreditato del 26%, a 3 punti dai Popolari e con 5,5 punti in più dei socialisti? Vai col liscio. Come se niente fosse successo.

La moneta unica non è mai stata un buon modo di iniziare a unire l’Unione, dice al Corriere il nobel Amartya Sen, “ma su questo – aggiunge- non ritengo che si possa tornare indietro. Invece all’errore delle politiche di austerità, soprattutto nei confronti della Grecia si può rimediare”. Come? “Innanzitutto la leadership europea deve riconoscere il fallimento di queste politiche”. Ridare a Tsipras l’onore che gli hai tolto? Dialogare con Iglesias quando domani potrebbe essere in grado di governare la Spagna, come dice di voler fare, insieme ai socialisti? Quando mai. Le elites di questa Europa inconcludente e sconfitta, unione monetaria ma non politica né economica, Europa che licenzia -per motivi economici- e aggredisce diritti e welfare, i furbi che ci governano, insomma, non sembrano disposti né a autocritiche né a ripensamenti operosi.Così gli squali del capitalismo ora li sfottono.

Soros, Trump, Messina. Soros -non è una novità- prevede che l’Europa andrà in frantumi. Trump, pescato in Scozia dalla Stampa, invita Italia e Francia a dire addio alla Germania e promette “l’appoggio del popolo americano” quando, fra poco, sarà presidente. Messina, che è il Ceo di Intesa San Paolo, dice a Renzi, con un’intervista al Sole24Ore, che Brexit è una grande occasione per l’Italia. Ora si può far saltare, sostiene, a nostro vantaggio l’intera politica europea e annullare le “stupide regole” dell’Unione. “L’indicatore che misura il rapporto debito pubblico/pil ed esclude il risparmio privato è un’invenzione tedesca”. Nessun senso di colpa, dunque, se abbiamo due milioni di miliardi di debiti: risparmiamo (in nero) e tanto basta. E le sofferenze bancarie? “Siamo seri. Anche mettendo insieme cose che non stanno insieme, titoli di Stato in pancia alle banche italiane e sofferenze nette, siamo a una frazione di un terzo/quarto del pil italiano, ma se andiamo a esplorare i derivati posseduti da banche tedesche e francesi scopriremo che i totali dell’attivo sono un multiplo del Pil dei loro paesi”. Tradotto, il Ceo di Intesa San Paolo propone a Renzi una politica spregiudicata, che provi a rilanciarci l’economia facendo debito e ribaltando il tavolo con Francia e Germania, sfruttando le loro debolezze. Naturalmente, per Messina, i sacrifici per le famiglie e l’attacco ai diritti è bene che restino. Prima o poi -immagino sia questo che pensi- i benefici dell’espansione fondata sul debito curerà alcune ferite.

Tutto cambia, mentre resta forte la voglia di premere reset. L’indizio, che è quasi una prova viene dal tono delle chiacchiere politiche nostrane. Su Repubblica, Veltroni, il più renziano degli ex Pd, ora consiglia al suo segretario di cambiare l’Italicum. Il fido (?) Del Rio dice al Corriere: “Il referendum si farà ma non deve essere un test sul governo”. Insomma, voglia di Renzi, archiviando le battaglie del Renzi. Di un Renzi nuovo, rottamatore d’Europa

Noi siamo l’alternativa per il futuro della Spagna e dell’Europa

Oggi, Podemos e i suoi alleati rappresentano la principale alternativa di governo al Partito popolare. Siamo in un momento di impasse, con il Partito socialista che si mostra in difficoltà nell’effettuare una scelta tra le due possibili opzioni di governo presenti nell’attuale disputa politica, in ballo ci sono il presente e il futuro della Spagna. E il contesto internazionale ed europeo in cui avviene questa trasformazione del sistema politico è inedito, completamente diverso da quello che ha determinato la sorte del nostro Paese nel XX secolo.
Passeranno ancora degli anni prima che gli storici e gli scienziati sociali possano dare conto della dimensione degli eventi sociali e politici che stiamo vivendo e che, in poco più di due anni, sono riusciti a consolidare nientemeno che un nuovo sistema partitico.

L’emergere di Podemos, come traduzione politico-elettorale della nuova epoca inaugurata dal movimento degli Indignados del 15 maggio 2011, ha ridefinito lo scacchiere politico. Ma se qualcosa supera in importanza quella irruzione impetuosa, questo qualcosa è il suo consolidamento come opzione di governo capace di guidare un’alleanza storica senza precedenti (e, a mio giudizio, senza passi indietro) con una pluralità di forze che va dagli spazi politici tradizionali della sinistra in Spagna e Catalogna, passando per i partiti galiziani, valeciani e baleari, per gli eco-socialisti e i movimenti sociali, fino alle coalizioni municipaliste che oggi governano le principali città del Paese.

La nostra prima sfida è quella di pensare, in Spagna e in Europa, che siamo in grado di governare solamente attraverso un’alleanza con la vecchia socialdemocrazia, in un contesto post-Guerra Fredda, dove le identità politiche della sinistra che si sono forgiate al calore del Secolo Breve (1917-1989) adesso hanno difficoltà a riconoscere se stesse. Il che implica l’apertura di un dibattito nel Paese, che deve includere i settori della vecchia socialdemocrazia, in chiave ideologica e geo-strategica, su che tipo di politiche possono essere attuate da uno Stato e un governo con enormi limitazioni di sovranità e quali ruoli possiamo avere nel resto d’Europa, in America Latina e nel mondo.

La nostra seconda sfida implica l’apertura di un complesso dialogo per trovare una soluzione istituzionale-costituzionale alla pluri-nazionalità della Spagna, attraverso vie democratiche, mentre ci dotiamo di un nuovo patriottismo, di un’idea di Paese capace di sostenere un progetto collettivo nel rispetto delle diversità all’interno della nostra patria. Non è certo una questione nuova, ma è una tensione costitutiva della nostra storia politica che va attualizzata nei dibattiti e nelle formule sul federalismo e sulla trama costituzionale e giuridica delle diverse realtà e dei diversi sentimenti nazionali.
Sebbene la struttura del nostro sistema politico e le strutture politiche, economiche e militari internazionali in cui siamo sussunti (Ue, Nato, ecc.) siano eredi del mondo bipolare, oggi il contesto è cambiato abbastanza da poter immaginare nuove possibilità.

Il fallimento delle politiche di austerità imposte dalla Germania al Sud d’Europa e l’abdicazione da parte della vecchia socialdemocrazia, trascinata nel vicolo cieco della Terza Via, delle politiche neo-keynesiane, hanno aperto lo spazio per una nuova socialdemocrazia, non condizionata dalle contingenze della Guerra Fredda, che possa esigere una politica allo stesso tempo sovranista ed europeista. È possibile essere sovranisti ed europeisti contemporaneamente? Deve esserlo, se capiamo che la democrazia deve improntare la legittimità delle istituzioni tanto statali quanto europee.

I deficit democratici delle strutture decisionali dell’Unione e lo svuotamento delle istituzioni dello Stato sono una questione sospesa. L’enorme disaffezione nei confronti dell’Europa può assumere molteplici espressioni (i grezzi referendum sul trattato costituzionale europeo e l’avanzata dell’estrema destra antieuropeista sono solo alcuni esempi) e può essere combattuto solo attraverso un’idea di Europa associata ai diritti sociali e al benessere. Per questi e non altri motivi l’Unione è risultata attraente come progetto politico e sociale agli occhi delle popolazioni del Sud e su queste deve basarsi un nuovo progetto socialdemocratico per un Continente che deve avere una sua propria identità geopolitica non subordinata alle altre potenze.

Una nuova idea di Spagna in Europa, plurinazionale e dove i diritti sociali sono garantiti nel segno di un nuovo modello produttivo, non possiamo costruirla da soli; richiede ampie alleanze, sociali, politiche e con settori strategici dell’imprenditoria, tanto nel nostro Paese quanto in Europa.
Dopo le elezioni emergeranno chiaramente le due opzioni di governo: la continuità del Partito popolare al governo oppure un governo con Unidos Podemos. Il Psoe si troverà presto innanzi al dilemma di decidere con quale delle due opzioni impegnarsi a condividere la responsabilità. In qualunque dei due casi il cambiamento del sistema è assicurato e la variazione dell’esecutivo sarà solo una questione di tempo.
Sono convinto che la vecchia socialdemocrazia, qualunque sia l’esito del 26 giugno, resterà una forza politica fondamentale e un alleato necessario per noi, ma credo anche che il suo peso specifico come alternativa di governo ai conservatori sarà determinato dalla decisione che prenderà adesso. Dopo il 26 giugno il Psoe potrà unirsi al cambiamento e rinnoversi oppure oppure rimanere ancorato al passato e diventare una forza con un peso storico molto minore nella determinazione del futuro della Spagna.
(El País del 3 giugno 2016)

Questo articolo è tratto da Left in edicola dal 25 giugno

 

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La cosa che conta dell’amore è l’amore

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«I fatti e le persone sono inventati ma le emozioni, sono autentiche» inizia così, con un disclaimer come nei titoli di testa di un film, Camera Single di Chiara Sfregola (Leggereditore). Basta scorrere le prime pagine del romanzo per trovarsi immersi in quella cosa che molto genericamente potremmo definire l’amore. Dinamiche di coppia, drammi, piccoli gesti, gelosie, fare la spesa in due, parole. Quelle di chi sta insieme e ormai non si chiama più per nome – Roba da estranei! – ma, semplicemente: “Amore”, una trionfante metonimia in cui il tutto rappresenta una parte e la parte rappresenta il tutto. E allora, alla luce di questo, quando, dopo le prime righe, scopriamo che Linda è innamorata di Margherita, non fa differenza, perché dire Margherita è la stessa cosa di dire: Alessandro, Giulio, Fabio, Ludovica. Perché Margherita, appunto, è Amore. Nessun genere e nessuna categoria in particolare. Solo quella cosa che accade, nel senso che proprio ti cade addosso. E ti travolge.

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Mentre ci racconta il suo romanzo e chiacchiera del mondo là fuori, Chiara Sfregola è tutta occhi, cervello e un parlare veloce, ricco. Vivo. «Il libro è proprio autobiografico?» le chiedo, «Beh, no, magari! La realtà è molto più noiosa, la vita vera è più “zozza” della fiction» mi dice, buttando lì una frase che potrebbe essere un aforisma perfetto per diventare virale sul web. E penso che forse non è un caso che questa storia inizi proprio dalla rete. Camera Single infatti prima di diventare un libro era un blog. «Passare dal blog al romanzo – spiega Chiara – è stato molto liberatorio, prima avevo un po’ d’ansia, perché sapevo che ogni settimana mi leggeva mia madre. Con il romanzo ho potuto prendermi delle libertà in più, so che ancora non lo ha letto, ma il romanzo è dedicato a lei». La dedica è quella che ogni figlia, dotata della giusta dose di ironia, probabilmente vorrebbe fare: a mia madre, se no chi la sente.
Camera Single scorre veloce, è leggero e incuriosisce forse anche proprio perché riesce a parlare di un amore omosessuale senza cadere nei soliti cliché. «Ho cercato di raccontare le emozioni nel mondo più universale possibile – racconta l’autrice – Una mamma non ama in modo diverso un figlio a seconda del fatto che sia maschio o femmina, che tu ami una persona del tuo stesso sesso o del sesso opposto al tuo è esattamente la stessa cosa. L’amore è amore. Poi è ovvio che se si scende nei dettagli, raccontare la storia fra due ragazze mette in campo dinamiche diverse. Ma è solo una contingenza, una contingenza che ha il vantaggio, magari, di farci scoprire un mondo diverso dal nostro. Credo sia questo che in fondo chiediamo alla narrativa: raccontare dei sentimenti universali, ma che non sono per forza la copia fedele delle nostre vite. Se ci pensi bene è lo stesso principio per cui guardiamo Game of Thrones. Nessuno è davvero mai vissuto a Westeros eppure non perdiamo una puntata».
In questo caso, al posto di draghi e cavalieri, a fare da sfondo “esotico” al romanzo di Sfregola non ci sono solo i locali gay e le feste, ma anche la Roma delle perferie e della gentrification, delle periferie che cambiano come il Pigneto e il Quadraro a quella bene degli uffici della zona Prati o dei bar di Monti. Uno scenario che ben presto si popola di elementi che sembrano un piccolo manifesto di una generazione. Quella che legge Vice, quella dei millennials, quella che usa le app di incontri non più né meno del car-sharing, quella degli hipsters e dei concertini indie nei circoli Arci, quella che “fa cose, vede, gente e ha sempre un progetto in tasca”, perché quando cammini sul crinale dei trent’anni non hai più dei sogni, hai dei “Progetti”. Poco importa se gay o etero.

Questo articolo continua sul numero di Left in edicola dal 25 giugno

 

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Michela Murgia: «I cambiamenti vengono sempre dai luoghi di disagio»

Michela Murgia

L’assenza di un’idea di bellezza nella progettazione di uno spazio abitativo urbano produce un degrado, che non è solo materiale, ma determina un disagio, scrive Michela Murgia nel suo nuovo libro Futuro interiore, pubblicato da Einaudi. Nella Capitale, come in molte altre città sono state costruite delle periferie che sono dei “non luoghi”, dove la piazza è al più un parcheggio. Il voto al M5s alle ultime elezioni amministrative è venuto in larga parte proprio da lì, stando alle analisi apparse sui giornali. «Non direi che Chiara Appendino e Virginia Raggi vengano esattamente dalle periferie», precisa la scrittrice. «Tuttavia è indubbio che i quartieri marginali abbiano avuto l’impressione di non essere più ascoltati dai referenti consueti, e hanno cambiato interlocutore», dice la scrittrice che nell’ultimo anno ha vissuto a Torino.

Dunque il risultato non l’ha sorpresa?
Non c’è niente di sorprendente nel fatto che i cambiamenti, in questo caso di amministrazione, partano dai luoghi dove si sta male, dato che dove si sta bene nessuno ha interesse a cambiare alcunché. Qualunque partito che ascolti e sembri farsi portatore delle situazioni di disagio prende i voti del disagio: l’altro ieri era il Pci, ieri era la Lega, oggi il M5s, domani sarà un altro. Sono partiti diversi, ma a votarli sono le stesse persone, il che significa che la decisione nell’urna non dipende da un posizionamento ideologico, dall’adesione o meno a un’idea di mondo, ma da uno sconforto pre-politico, che porta a fidarsi non tanto di chi promette una cosa o l’altra, ma semplicemente di chi c’è, chi ha con il territorio una relazione viva, di ascolto, di presenza, di condivisione. Il resto è una conseguenza e forse lo capirà anche chi in questi anni ha pensato di poter arrivare al consenso facendo a meno della relazione coi cittadini.

«Il dissenso è essenziale all’esperienza democratica», lei scrive. Ma persino il Partito democratico, che ha la parola “democrazia” nel nome teme il dissenso e in aula procede a colpi di fiducia. Cosa ne pensa?
Il dissenso non è gradito ad alcuno che abbia un potere di governo, ma non ho visto nessuno gestirlo sgraziatamente come i renziani. Dalla puerile definizione di «gufi» fino al tristemente famoso «ciaone» con cui sui social media sono stati presi per i fondelli i promotori dell’ultimo referendum sulle concessioni di estrazione degli idrocarburi, è evidente che la delegittimazione del dissenso è la prassi nel governo attuale. Lo stesso invito a disertare le urne rivela quanto poco il manovratore desideri essere disturbato mentre ha le mani sulle leve. L’apoteosi dello spirito accentratore del governo renziano si vede però nella proposta di riforma costituzionale sulla quale saremo chiamati a votare in autunno: i poteri decisionali che verrebbero sottratti alle regioni (cioè alla base territoriale) per assegnarli ai ministeri (cioè agli apparati sotto il diretto controllo del governo) sono uno degli ultimi ambiti di organizzazione del dissenso che ci resta. Un ottimo motivo per votare “No”.

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C’era una volta l’Europa, Caffè

C’era una volta l’Europa. Semplice, evocativo, non vanamente consolatorio. Il titolo più efficace è del Manifesto. Gli altri parlano di “tempesta”, la Stampa, di “colpo all’Europa”, il Corriere, di un “piano per salvarla”, La Repubblica. Oppure usano l’esortazione: “Europa svegliati!”, il Sole24Ore. Ricorderete: dopo aver vinto il suo referendum Tsipras fu umiliato dalla Merkel, da Hollande, da Renzi e tutti si accorsero che “Atene non aveva un piano B”. Ora sono gli aguzzini di Trsipras a non avere “un piano B” davanti alla porta che gli elettori britannici gli hanno sbattuto in faccia. Sì, certo, Draghi allaga borse e banche stampando euro, compra titoli del debito italiani e spagnoli per evitare che lo spread torni. Sono risposte necessarie ma il loro effetto è temporaneo: possono attutire il crollo delle borse -pauroso quello di Milano, meno 12,5% -, possono evitare che l’euro si apprezza dopo l’ondata di vendite che investe la sterlina. Ma poi? I commenti di Polito per il Corriere, Scalfari su Repubblica, Napoletano per il Sole, confermano questo vuoto di idee: chiedono – in modo più accorato e urgente il direttore del Sole24Ore- che i politici al governo in Francia, Germania e Italia, facciano ora quello che non hanno fatto fino a ieri: che diano all’Europa, con urgenza, sotto la pressione del Brexit, istituzioni federali e democratiche, che imbocchino per l’Europa la strada di una politica espansiva e più solidale. Dove erano questi commentatori quando gli stessi governanti strozzavano la piccola Grecia, in nome delle regole immutabili che presiedono al modo folle con cui si è costruita l’Europa dell’euro? Dove, quando in Spagna si infliggeva un colpo doppio ai lavoratori e alle famiglie in nome della ripresa: prima il licenziamento poi lo sfratto? Il piano di cui parla Repubblica nel titolo si limita a due mosse. La prima: fare presto, visto che Londra deve uscire, che esca subito. La seconda rimanda come al solito alla BCE e quello che può fare, per limitare i danni, l’onesto Draghi. Non basta. Perché -ha ragione Ezio Mauro- la malattia d’Europa è prima di tutto una malattia politica.

“L’europeismo non è più un sentimento politico, in nessuno dei nostri Paesi”, scrive l’ex direttore di Repubblica. “L’antieuropeismo è invece un risentimento robusto e potente, distribuito a piene mani dovunque”. Siamo arrivati fin qui perché : né Cameron né Merkel, né Hollande né Renzi, sono mai stati leader europei. Sono stati, e sono, leader nazionali pronti a usare a piene mani populismo e demagogia per confermarsi nel loro ruolo. Cameron ha voluto il referendum: pensava di domare gli istinti nazionalisti e secessionisti del suo paese e si è visto con che risultato. In tutti questi anni Merkel ha fatto credere ai tedeschi di aver generosamente contribuito a un progetto -l’Euro e l’Europa- nascondendo i vantaggi incassati dalla Germania nell’operazione e promettendone altri, grazie alla sua leadership e alla sua grinta nell’imporre “compiti a casa” e sacrifici ai partner piùdeboli. Hollande contro ogni evidenza ripete ai francesi “Ca va mieux” mentre strizza l’occhio alla Grandeur gollista, con le sue incursioni in Africa e in Medio Oriente. Renzi, toglie diritti e deprime la partecipazione democratica, come gli chiedono le istituzioni sovra nazionali, ma distribuisce bonus elettorali e sgravi fiscali, e mostra i muscoli da giovanotto con cui -promette- rimetterà in riga “i burocrati” di Bruxelles. E, con questo spettacolo, vorreste che il sentimento europeo vinca il risentimento? Naturalmente ogni segno di rinsavimento, ogni ritorno a una politica degna del nome, l’abbandono del populismo dei governi, sarebbe benvenuto. E non mancherò di segnalarlo e di lodarlo, qualora venisse. Per ora, lasciatemi constatare come questa classe politica e dirigente abbia fatto fallimento. C’erano un tempo elites europee.

Ottimista, nonostante tutto. Lo sapete, a me l’analisi spietata serve per vedere, comunque, la possibilità che si può aprire. Possibilità non vuol dire “probabilità”, è solo uno spiraglio per il quale, comunque, val la pena di battersi. Lo vedo, questo spiraglio, nel voto di domani in Spagna: se Podemos vincesse o arrivasse a un’incollatura dai popolari, forse potrebbe dar vita a un governo delle sinistre, l’ottusità del Psoe. Potrebbe proporre una Spagna federale in un’Europa federale. Anche in Gran Bretagna qualcosa può accadere: i giovani hanno votato contro Brexit, anche se sono andati alle urne in percentuale più bassa degli anziani “risentiti” che hanno scelto il Leave. In tutte le città ha prevalso il Remain, nelle campagne ha trionfato il Leave. Scozia e Irlanda del Nord cercheranno bloccare l’anacronistico nazionalismo imperiale britannico, a costo di disunire il regno, chiedendo di far parte dell’Europa e restando legati a Galles e England in uno stato federale molto lasco. Bernie Sanders, che non si è ritirato dalle primarie, dice però ai suoi millennials: votiamo per la Clinton e contro Trump. Non gli chiede di credere nella Clinton, di tornate sotto l’ala dell’establishment. Vuole almeno che il Partito cambi il suo programma, che si sposti a sinistra, mentre comincia a proporre la sua corsa entusiasmante come quella di un nuovo soggetto. In Italia c’è un’unica grande arma per salvare il salvabile: il referendum di ottobre. Trasformato in plebiscito pro o contro il realismo dei mercati, pro o contro l’Europa dorotea, pro o contro la politica che pretende deleghe in bianco, da un apprendista stregone che somiglia a Cameron come una goccia d’acqua a un’altra. Battiamoci perché vinca il No, perché si apra una vera fase costituente, con il dialogo con la destra senza inciucio nazareni con una apertura di credito (e con rispetto) nei confronti dei 5 Stelle. Se Renzi non Renzi fosse un leader politico, e non solo un tattico che gioca con la politica, prenderebbe atto del no e cambierebbe il verso della sua azione di governo. Altrimenti, senza rimpianti, avremo un Cameron in meno anche in Italia. La rivoluzione copernicana della politica vuol dire oggi partire dai giovani. Quelli che sanno che lavoro sicuro non l’avranno, perché la ripresa che si annuncia fa persino crescere disuguaglianze e precariato. Quelli che lasciano il paese per studiare o fare ricerca, che ma sono pronti a tornare. Quelli che sono italiani o turchi, inglesi o nati in Siria ma hanno un progetto comune: trasformare il mondo al lume della ragione, costruire la convivenza nel diritto. Progetto europeo! L’unico vero progetto europeo. Vedete, fa più per l’Europa un prete che dece a Yerevan, sì’ quello degli armeni fu genocidio, degli esorcismi e delle promesse dei politici professionisti dopo Brexit

Viaggio in Islanda. Raccontata da Stefansson

Dopo una potente trilogia dal sapore epico, ambientata nell’Islanda di cento anni fa e che aveva come protagonista un ragazzo senza nome, amante della poesia (inesperto di tutto eppure dotato di una saggezza profonda), lo scrittore e poeta Jón Kalman Stefánsson torna con un nuovo romanzo dal titolo Grande come l’universo (Iperborea, traduzione di Silvia Cosimini). Ancora una volta un libro forte e avvolgente come la corrente del mare, dall’andamento musicale, profondo nel raccontare il mondo interiore dei personaggi. Ma questa volta anche politico. Insieme al precedente I pesci non hanno gambe (2015), infatti, accompagna il lettore in un viaggio dagli anni 60 a oggi, ambientato a Reykjavík e a Klefavìk, «strana e remota cittadina con poche migliaia di abitanti» oppressa dalla presenza di basi militari Usa e dalla disoccupazione; «porto vuoto» dove «nelle mattine serene il sole è una palla di fuoco che prende forma oltre le montagne, come se qualcosa di grande stesse salendo dal profondo», si legge nel preludio.
L’Islanda è sempre stata l’isola degli elfi e delle fate nel nostro immaginario. Delle saghe e della grande letteratura. Il Paese della natura selvaggia dove vive una società pacifica e solidale. Un equilibrio silenzioso, qualche anno fa, rotto da un gigantesco crack bancario. E ora anche dalla voce dell’opinione pubblica che ha cominciato a farsi sentire con più determinazione. Costringendo tre mesi fa il primo ministro Gunnlaugsson a dimettersi. Dopo le rivelazioni dei Panama papers che hanno messo in luce il suo conflitto di interessi (una società off shore legata a lui aveva contratto un grosso credito nei confronti di tre banche).
Rompendo il loro proverbiale riserbo, gli islandesi si sono liberati di un premier corrotto?
Sì ci siamo liberati del primo ministro che si è dimesso. Anche se è ancora alla guida del suo partito e siede in Parlamento. Intanto il ministro delle Finanze, il conservatore Benediktsson, segretario dell’Independence Party, benché il suo nome compaia nei Panama papers, se ne sta attaccato alla poltrona. Va detto però che il governo è stato costretto ad anticipare le elezioni all’autunno.
Com’è la situazione oggi?
L’economia regge nonostante siano passati pochi anni dal default bancario. Anzi, direi che va molto bene. Anche grazie al turismo che è molto cresciuto. Si dice che il Partito pirata che alle ultime elezioni ha preso il 6 per cento, alle prossime, possa andare oltre il 30 per cento. Chissà che cosa potrà succedere! La situazione generale è buona, in Islanda c’è un alto tenore di vita, una società moderna, anche se avanzano aspetti preoccupanti: gli ospedali pubblici sono in crisi e aumentano le privatizzazioni. I proprietari delle grandi fabbriche ittiche fanno enormi profitti e si mettono in tasca i soldi senza investire. Acquistano i mezzi di comunicazione per controllarli e restituiscono sempre meno alla società. A parte questo… siamo felici come fringuelli.
Anche Ari, l’editore e poeta protagonista di Grande come l’universo attraversa un periodo di crisi, tradisce la sua compagna, spreca il suo talento. Alla fine, però, scopriamo che la crisi può essere un’opportunità di cambiamento?
Tradisce la moglie, sì e no. Penso che piuttosto tradisca se stesso. La sua vita è in un vicolo cieco. In gran parte perché ha smarrito i suoi sogni o meglio non ha più cercato di seguirli. Al culmine di tutto questo si accorge di amare due donne. Scopre che non si può obbligare il cuore. Non puoi comandare i sentimenti e gli affetti come si fa con un cane. È impossibile vivere senza prendere posizione, senza fare scelte. Per anni è fuggito da se stesso, lasciando che i giorni scorressero via. Tradendo le proprie aspirazioni, la propria vita. Nel profondo di sé sa di aver cercato di ingabbiarla. Si è limitato a gestire le situazioni per anni e quando lo incontriamo all’inizio del romanzo rischia di implodere. Ma forse è fortunato, perché tante persone passano la vita a controllare le cose razionalmente per poi morire da vecchi con i loro sogni… Sì, penso che nella crisi ci sia anche una possibilità di cambiamento. A volte è meglio che la situazione esploda così si è obbligati a ricostruire tutto ex novo, piuttosto che accontentarsi di una vita al minimo.
«La cosa più dolorosa deve essere non aver amato amato abbastanza», dice Ari nel finale de I pesci non hanno gambe che con questo romanzo forma un dittico. Due romanzi che sembrano avere qualcosa di autobiografico nel ripercorre l’ultimo cinquantennio di storia islandese. Un’impressione sbagliata?
Capita di usare aspetti della propria vita, spesso qualcosa che riguarda l’atmosfera. Lo si fa senza accorgersene. Ma il bello della letteratura è che puoi utilizzare aspetti della vita “vera” per trasformarli in qualcosa di completamente diverso. E alla fine la questione cruciale non è tanto se il romanzo è autobiografico o meno, ma se funziona, se ha una sua autonomia e universalità, se emoziona, se ha un senso…
Lo spirito ribelle di Margrét che impara da uno sconosciuto a leggere le stelle e poi la zia Veiga che nonostante la guerra, si lascia andare alla passione; come sempre nei suoi romanzi i personaggi femminili sono particolarmente affascinanti, come è riuscito a dar loro voce?
Non l’ho cercata coscientemente. Sono parte di me; la loro voce emerge quando scrivo. E poi è più interessante scrivere di donne perché, oppresse per migliaia di anni, sono state costrette a guardare il mondo da un punto di vista differente rispetto a quello dei potenti che hanno scritto la storia ufficiale, la storia della religione, che hanno dettato la cronaca. La voce della donna è diversa, per questo mi attrae come uomo, come poeta e scrittore.
Perché storicamente è stato più difficile per le donne affermarsi come scrittrici?
Perché, come accennavo, gli uomini hanno “scritto il mondo”. Anche Dio è uscito da una penna maschile. La maggior parte della letteratura classica è maschile. La Bibbia è stata redatta nella forma che conosciamo dagli uomini e la donna è stata tagliata fuori. Il modo di pensare che esprime è maschile. Scrittrici come Virginia Woolf o Jean Rhys hanno dovuto trovare un nuovo modo per esprimersi, un modo personale per utilizzare questo strumento maschile, il linguaggio. Jean Rhys, per esempio, ha scritto romanzi di grande interesse intorno al 1930. Come Buongiorno, mezzanotte (il titolo è ispirato ad Emily Dickinson) in cui racconta la vita di un barfly a Parigi; ma ci vollero almeno 30 anni perché fosse notato, perché era insolito vedere una donna in quel ruolo ed esprimersi in quel modo. Andava contro corrente. Era troppo… strano. Questo ci dice quanto le nostre menti e il nostro modo di percepire siano improntate al solito modo di pensare tradizionale.

Nei suoi libri lei fonde poesia e prosa cercando di restituire una visione più profonda della realtà e l’invisibile dei rapporti umani. Quanto conta per lei la ricerca di un linguaggio diverso da quello razionale della “veglia”?
La ricerca di una dimensione irrazionale per me è molto importante. Come scrittore, poeta e come persona. Da bambino ero sempre molto sorpreso nel vedere le persone indossare maschere seriose. Mi colpiva che tutto fosse plasmato da rituali, da abitudini; come se le persone credessero di sapere esattamente come il mondo avrebbe dovuto essere,; come se nella loro mente non fosse mai sorto il dubbio che la realtà possa essere diversa da come la si vede ogni giorno sui media. La realtà era solo quella per loro e tutti i loro schemi mentali lo confermavano. Io invece volevo sapere… perché la sinistra si chiama sinistra, perché il blu non si può chiamare giallo, perché (erano gli anni Sessanta) quasi tutte le donne stavano a casa, mentre gli uomini lavoravano. Perché i maschi avevano sempre l’ultima parola e comandavano su tutto? Quella mi sembrava la cosa più strana, perché avevo notato che gli uomini intorno a me non erano in alcun modo superiori, più saggi, più forti, o migliori delle donne. Erano forse più sicuri di se stessi, ma questo per me era ancora più incomprensibile, dal momento che non mi sembrava che avessero molti motivi per esserlo. Ancora oggi sto cercando di scoprire perché la sinistra si chiama sinistra, perché il blu non è giallo, perché gli uomini governano il mondo… L’importanza della letteratura, se vogliamo, è proprio questa: può farci vedere che la realtà in cui viviamo è governata da regole molto stupide e che la cultura in cui siamo immersi è fatta di credenze e gretti rituali. Se il nostro mondo è travagliato, malato e pieno di violenza bisogna cercare lì le cause.

Tempesta Brexit: Il piano tedesco e il nuovo referendum scozzese

«Questo non è un voto solo sull’Unione europea, ma è un giudizio di disaffezione verso il sistema politico che fallisce in troppi luoghi: dalle comunità date per sicure dei laburisti, a quelle colpite dai tagli dei conservatori a causa di una crisi che non sono loro ad aver causato». Nicola Sturgeon leader dello Scottish National Party ha parlato per nove minuti e annunciato quello che tutti sapevamo: sebbene con cautela e trovando la formula giusta, un secondo referendum sull’indipendenza scozzese è inevitabile. Il suo predecessore Alex Salmond ha parlato di una campagna (per l’uscita) fatta di odio e paure e twittato una bandierina europea. Il Sinn Fein nordirlandese la pensa allo stesso modo.

La tempesta per il voto britannico sull’Europa sta diventando uno tsunami e, per ora, sta investendo la Gran Bretagna e le borse di tutto il mondo: dopo le asiatiche e le europee è Wall Street a perdere il 2,7% mentre scriviamo. Nel giro di poche ore abbiamo assistito alle dimissioni del premier David Cameron e al possibile avvio del processo di separazione della Scozia che, come dicono i leader del Snp, «in nessun modo accetterà di uscire dall’Europa».

Come ha commentato con efficacia Edward Snowden: il voto dimostra come metà della popolazione si può convincere a votare contro i propri interessi in poco tempo.

A questo proposito segnaliamo un altro aspetto con il tweet qui sotto: le aree che hanno votato per uscire dall’Europa sono quelle economicamente più dipendenti economicamente dall’Unione. Votare contro i propri interessi, appunto.

La reazione dell’Europa è quella dell’invito alla cautela ma anche ferma: Juncker e diversi altri leader europei dicono che le trattative e la richiesta di far scattare l’articolo 50 dei Trattati (qui spieghiamo cos’è) va fatta senza perdere tempo. Il contrario di quel che pensa Boris Johnson, che forse si candida alla leadership dei conservatori e, comunque, si trova a essere la faccia pulita del fronte del Brexit. I presidenti del Consiglio, Commissione e Parlamento europeo – Donald Tusk, Jean-Claude Juncker e Martin Schulz, rispettivamente – e Mark Rutte, il primo ministro dei Paesi Bassi, presidente di turno, hanno scritto una dichiarazione congiunta sostenendo che qualsiasi ritardo per l’uscita della Gran Bretagna «prolungherebbe inutilmente l’incertezza…si tratta di una situazione senza precedenti, ma siamo uniti nella nostra risposta».

Certo è che per il progetto europeo la situazione si complica: l’Ue perde il 13% della popolazione, il 18% del Pil e 18 miliardi l’anno in contributi. Sia Hollande che Renzi, figure critiche della conduzione della Germania a guida tedesca, hanno parlato della necessità di fermarsi a riflettere.

Il tedesco Handelsblatt sostiene di avere in mano un piano di otto pagine preparato dal ministro delle finanze tedesco Schauble sul processo di uscita e sul futuro: la Germania vorrebbe «negoziati costruttivi sulla separazione». Dopo due anni, il governo tedesco avrebbe in mente di offrire a Londra lo status di Paese associato.

Ma nel documento si legge anche che non ci sarebbe «nessun accesso automatico al mercato unico». Il timore è incoraggiare altri Paesi come la Francia, l’Austria, la Finlandia e l’Olanda a seguire l’esempio della Gran Bretagna. «La portata dell’effetto imitazione dipenderebbe in gran parte da come verrà trattata la Gran Bretagna». Tradotto significa che Bruxelles sarà dura con il nuovo governo di Londra. Merkel ha parlato di colpo al processo di unificazione europea.

Se a Trump è piaciuto il risultato del referendum ed ha annunciato che altri Paesi seguiranno, il vicepresidente Biden ha detto che gli Stati Uniti avrebbero preferito un risultato diverso e Obama ha aggiunto che il rapporto di partnership e amicizia con l’Europa e il Regno Unito non cambia. Clinton ha parlato di «tempi incerti».

Guai possibili anche per Jeremy Corbyn: il Leave vince in tutte le aree dove il Labour prende voti e qualche deputato che non ama il leader ha già cominciato a borbottare e a parlare di necessità di ripensare la linea politica. È presto per dirlo, ma anche per il partito laburista, il referendum potrebbe essere un guaio serio.

 

Trump in Scozia elogia il Brexit. Sanders: «Voterò per Clinton»

Donald Trump è molto contento per il voto britannico. Ora potremo stabilire relazioni migliori e moltiplicare i commerci con la Gran Bretagna. The Donald è in Scozia per inaugurare una sua proprietà, il posto sbagliato per parlare bene del referendum: in Scozia il Remain ha vinto ovunque. Probabilmente verrà contestato e c’è già chi ha piantato bandiere messicane nelle zone che visiterà – in polemica con la sua idea di espellere gli irregolari e di raddoppiare il muro al confine. Qui sotto parla con i giornalisti all’arrivo: «La gente è stufa, vuole riprendersi i confini…questo non è l’ultimo posto dove capiterà una cosa del genere».

Trump si augura una qualche forma di effetto Brexit anche nel voto americano: in fondo la maggioranza dei britannici che ha votato per uscire dall’Europa è fatta di maschi, bianchi e over 50. Esattamente il ritratto dell’elettore repubblicano. Certo è che riferirsi così all’Europa e soffiare sul vento della disgregazione dell’Unione europea è molto poco presidenziale. E pericoloso.

Più preoccupato e centrato sulle elezioni americane è Bernie Sanders, che nella trasmissione politica del mattino, Morning Joe, annuncia che, sebbene non abbia ancora deciso di darle il suo sostegno ufficiale, alle elezioni di novembre voterà Clinton e farà tutto quel che può per sconfiggere Donald Trump (qui sotto il video). È la prima volta che Sanders dichiara esplicitamente che voterà per Clinton, che nel frattempo sta volando nei sondaggi. L’ultimo sondaggio che mette molto vicini Hillary e Donald risale a metà maggio, questa settimana il sondaggio peggiore per Clinton le assegna 3 punti di vantaggio, il migliore 10. Sanders non si ritira perché, come spiega, «il mio lavoro, oggi, è influenzare la piattaforma del partito».