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Causa Brexit slitta la direzione dem. Non i problemi di Renzi&co

Roberto Speranza durante l'assemblea della Sinistra Riformista Pd, Roma, 23 giugno 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Slitta la direzione, ma nel Pd lo scontro è solo rimandato. Discutere oggi di Verdini sarebbe stato troppo. Meglio farlo venerdì prossimo, quando stonerà meno discutere per ore del risultato delle amministrative: farlo nel giorno in cui la Gran Bretagna decide di lasciare l’Europa, sarebbe stato troppo, sì, pure per i dem che – come dice Emiliano – sono abituati «a concentrarsi troppo sulle cose interne». Siccome gli ultimi sondaggi della notte davano in vantaggio il remain però, Renzi aveva già fatto arrivare le sue veline: sappiamo cosa vuol fare il premier-segretario. Ha anche rilasciato un’intervista a La Stampa mostrandosi baldanzoso: «Farò al mio partito un discorso chiaro, che somiglierà a una sfida. Se vogliono un ritorno ai caminetti, hanno una via dritta: un nuovo segretario. Il congresso non è lontano, possono provarci».

Non sappiamo invece cosa vuol fare la minoranza. Che paventa di non votar più fiducie («In questi mesi abbiamo votato cose che non ci convincevano, come togliere la tassa sulla casa ai miliardari. Non c’è più voto di fiducia che tenga»), e si dice tentata dal seguire D’Alema sul No al referendum costituzionale, nella speranza (vana) di ottenere una modifica all’Italicum: «La riforma costituzionale è pessima. Sto cercando motivi per votare sì. Se ci fosse una riforma della legge elettorale, ad esempio, probabilmente la pillola potrebbe essere meno amara», dice ad esempio Errani.

Errani (tenetelo d’occhio) che nella pre riunione della sinistra dem è tornato sulle scene dopo l’assoluzione. Ed è tornato con un discorso non «sulle figurine per la segreteria» ma nel merito. Contro la politica degli 80 euro, delle tasse abbassate a tutti: «L’idea di un welfare consolatorio produce grosse contraddizioni». Tipo Raggi e Appendino. Tipo Brexit. Entrambi frutti, si potrebbe notare, di politiche sbagliate.

Parigi, 23 giugno. Una manifestazione/passeggiata

A protester of the French movement Nuit Debout during a national demonstration against the Labor Law reform in Paris, France, 23 June 2016. Labor unions demonstrated during a national strike across France to protest against employment law reforms in the so-called El Khomri bill. EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Il percorso l’avevo fatto qualche settimana fa per guardare la piena della Senna: Place de la Bastille, Canal de l’Arsenal, 1,6 chilometri, venti minuti circa di cammino a passo rapido. È l’itinerario proposto dal governo francese per la manifestazione sindacale del 23 giugno contro la loi travail, dopo ridicoli tentennamenti e la minaccia di negare il diritto di manifestare. Tutti gli accessi alla zona finalmente autorizzata sono blindati da cancelli di ferro e camionette della polizia. Per entrate bisogna accettare una perquisizione: niente foulard, caschi, occhiali di protezione. Due signore si fanno fotografare davanti a un cartello appeso sulle griglie “C’est pas une manif, c’est un zoo”, non è una manifestazione, è uno zoo. Un luogo dove rinchiudere il dissenso.

Le immagini di quelle griglie mi fanno tornare alla mente il G8 di Genova, e subito un senso di angoscia mi assale, nonostante il sole che splende e l’atmosfera allegra che c’è in piazza. Il corteo sindacale inizia la marcia che per forza di cose assomiglia più a una passeggiata, una balade, come si direbbe da queste parti. 2000 CRS sono stati mobilitati e infatti sono ovunque. Ogni tanto sbarrano la strada, costringendo il corteo a fermarsi sotto un sole cocente, con il chiaro intento di dire: siamo noi che guidiamo il gioco. Alcuni sono appostati lungo il bordo del canale, come temessero l’arrivo dall’acqua di chissà chi. Non so se c’è più da ridere o da piangere. A un certo punto i CRS sbarrano di nuovo la strada, un uomo sulla sessantina fa il gesto brusco di voler passare. Basta questo per far alzare i manganelli, la tensione è forte, l’uomo protesta “non sono un vostro prigioniero” dice, “lasciatemi passare”. Lo bloccano fisicamente, lui insiste “stiamo manifestando anche per voi, non contro di voi”. Mi accorgo che l’uomo ha paura, sta tremando violentemente, i CRS sudano nelle tute nere corazzate, “e allora resti al suo posto” dice uno di loro. Il servizio d’ordine della CGT interviene per evitare incidenti, poco dopo il corteo riprende.

Basta un soffio per far scoppiare il casino, questo è il risultato della politica di governo che ha scelto di delegare alle forze dell’ordine la gestione del conflitto, di usare l’état d’urgence come risposta al malcontento crescente, più del 60 percento della popolazione è solidale con la protesta che scuota il Paese da mesi. Il governo appare sempre più isolato, disconnesso dalla realtà. Molti dei cori in piazza sono contro il Partito socialista. Manca meno di un anno alle presidenziali…

Il corteo lentamente avanza e ha quasi compiuto il suo breve itinerario. Sulla piazza, davanti all’Opéra Bastille un cordone di polizia blocca un folto gruppo di gente, si sente della musica, sono i Nuit Debout, con l’orchestre debout. Suonano e cantano. La polizia apre il passaggio permettendo il ricongiungimento delle due estremità del corteo, e sono applausi, e fischi e canti, un movimento liberatorio. Il prossimo appuntamento è per il 28 giugno, giorno in cui la legge dovrebbe essere approvata in Senato.

Non sono modifiche, è un’altra Costituzione

La legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi investe l’intera seconda parte della Costituzione: ben 47 articoli su un totale di 139. Non è quindi, propriamente, una “revisione”, ma un’altra costituzione, diversa da quella del 1948. Di qui il suo primo, radicale aspetto di illegittimità: l’indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138, che è un potere costituito, in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e perciò anticostituzionale ed eversivo.
La differenza tra i due tipi di potere è radicale: il potere costituente è un potere sovrano, che l’articolo 1 attribuisce al “popolo” e solo al popolo, sicché nessun potere costituito può appropriarsene; il potere di revisione è invece un potere costituito, il cui esercizio può consistere soltanto in singoli e specifici emendamenti onde sia consentito ai cittadini, come ha più volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso nel referendum confermativo alle singole revisioni. È una questione elementare di grammatica giuridica: l’esercizio di un potere costituito non può trasformare lo stesso potere del quale è esercizio in un potere costituente senza degradare ad eccesso o peggio ad abuso di potere.
Ma ancor più gravi sono la forma e la sostanza della nuova costituzione. Per il metodo con cui è stata approvata e per i suoi contenuti, questa legge di revisione è un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del 1948, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioè all’idea stessa di Costituzione.
Innanzitutto per il metodo. Non è con i modi adottati dal governo Renzi che si trattano le costituzioni. Le costituzioni sono patti di convivenza. Stabiliscono le pre-condizioni del vivere civile, idonee a garantire tutti, maggioranze e minoranze, e perciò tendenzialmente sorrette da un consenso generale. Servono a unire, e non a dividere, dato che equivalgono a sistemi di limiti e vincoli imposti a qualunque maggioranza, di destra o di sinistra o di centro, a garanzia di tutti. Così è stato per la Costituzione italiana del 1948, approvata dalla grandissima maggioranza dei costituenti – 453 voti a favore e 62 contrari – pur divisi dalle contrapposizioni ideologiche dell’epoca. Così è sempre stato per qualunque costituzione degna di questo nome.
La costituzione di Renzi è invece una costituzione che divide: una costituzione neppure di maggioranza, ma di minoranza, approvata ed imposta, però, con lo spirito arrogante e intollerante delle maggioranze. È in primo luogo una costituzione approvata da una piccola minoranza: dal partito di maggioranza relativa, che alle ultime elezioni prese il 25% dei voti, corrispondenti a poco più del 15% degli elettori, trasformati però, dalla legge elettorale Porcellum dichiarata incostituzionale, in una fittizia maggioranza assoluta, per di più compattata dalla disciplina di partito e dal trasformismo governativo di gran parte dei suoi esponenti, pur apertamente contrari. Insomma, una pura operazione di palazzo. E tuttavia questa minoranza ha imposto la sua costituzione con l’arroganza di chi crede nell’onnipotenza della maggioranza: rifiutando il confronto con le opposizioni e perfino con il dissenso interno alla cosiddetta maggioranza (“abbiamo i numeri!”), rimuovendo e sostituendo i dissenzienti in violazione dell’articolo 67 della Costituzione, minacciando lo scioglimento delle Camere, strozzando il dibattito parlamentare con “canguri” e tempi di discussione ridotti in sedute-fiume e notturne, ponendo più volte la fiducia come se si trattasse di una legge di indirizzo politico, ottenendo l’approvazione in un clima di scontro giunto a forme di protesta di tipo aventiniano, fino all’ultima, gravissima deformazione del processo di revisione: il carattere plebiscitario impresso al referendum costituzionale dal presidente del Consiglio che lo ha trasformato in un voto su se stesso. Non si potrebbe immaginare un’anticipazione più illuminante di quelli che saranno i rapporti tra governo e parlamento se questa riforma andasse in porto: un parlamento ancor più umiliato, espropriato delle sue classiche funzioni, ridotto a organo di ratifica delle decisioni governative. Del resto, sia l’iniziativa che l’intera gestione del procedimento di revisione sono state, dall’inizio alla fine, nelle mani del governo; laddove, se c’è una questione di competenza esclusiva del Parlamento e che nulla ha a che fare con le funzioni di governo, questa è precisamente la modifica della Costituzione. L’illegittima mutazione del referendum costituzionale in un plebiscito era perciò implicita fin dall’origine del processo di revisione e strettamente connesso a un altro suo profilo di illegittimità: al fatto che il potere di revisione costituzionale, proprio perché è un potere costituito, ammette solo emendamenti singolari e univoci, i quali soltanto consentono che il successivo referendum previsto dall’articolo 138 avvenga, come ha più volte richiesto la Corte costituzionale, su singole e determinate questioni, e non si tramuti, appunto, in un plebiscito.
Si capisce come una simile revisione – quali che fossero i suoi contenuti, anche i più condivisi e condivisibili – meriti comunque di essere respinta, soltanto per il modo con cui è stata approvata. Giacché essa è uno sfregio alla Costituzione repubblicana, dopo il quale la nostra costituzione non sarà più la stessa perché non avrà più lo stesso prestigio. Le costituzioni, infatti, valgono anche per il carattere evocativo e simbolico del loro momento costituente quale patto sociale di convivenza. Questa nuova costituzione sarà percepita come il frutto di un colpo di mano, di un atto di prepotenza e prevaricazione sul Parlamento e sulla società italiana. Sarà la costituzione non della concordia ma della discordia; non del patto pre-politico, ma della rottura del patto implicito in ogni momento costituente: indipendentemente dai contenuti.

Ma sono precisamente i contenuti l’aspetto più allarmante della nuova costituzione. Si dice che con essa viene superato il bicameralismo perfettamente paritario. È vero. Ma il superamento del bicameralismo perfetto avviene con la sua sostituzione con un monocameralismo sommamente imperfetto. Imperfetto per due ragioni.
In primo luogo perché la seconda Camera non è affatto abolita, ma sostituita da un Senato eletto non dai cittadini, come vorrebbe il principio della sovranità popolare, ma dai Consigli regionali “in conformità” – non è chiaro in quali forme e grado – “alle scelte espresse dagli elettori”, e tuttavia dotato di molteplici competenze legislative. Contrariamente alla semplificazione vantata dalla propaganda governativa, ne seguirà un’enorme complicazione del procedimento di approvazione delle leggi. Basti confrontare l’attuale articolo 70 della Costituzione composto da una riga – “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” – con il suo nuovo testo, articolato in sette commi lunghi e tortuosi che prevedono ben quattro tipi di leggi e di procedure: a) le leggi di competenza bicamerale, come le leggi costituzionali, le leggi di revisione costituzionale, le leggi elettorali e altre importanti e numerose leggi sull’ordinamento della Repubblica; b) tutte le altre leggi, di competenza della Camera ma a loro volta differenziate, a seconda del grado di coinvolgimento del Senato nella loro approvazione, in tre tipi di leggi: b1) le leggi il cui esame da parte del Senato può essere richiesto da un terzo dei suoi componenti e sulle cui modificazioni la Camera si pronuncia a maggioranza semplice in via definitiva; b2) le leggi di cui all’articolo 81 4° comma, le quali vanno sempre sottoposte all’esame del Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data di trasmissione; b3) le leggi di attuazione dell’articolo 117, 4° comma della Costituzione, che richiedono sempre l’esame del Senato e le cui modificazioni a maggioranza assoluta dei suoi componenti sono derogabili solo dalla maggioranza assoluta dei componenti della Camera.
All’unico procedimento bicamerale attuale vengono dunque sostituiti quattro tipi di procedure, differenziati sulla base delle diverse materie ad esse attribuite. È chiaro che questo pasticcio si risolve in un’inevitabile incertezza sui diversi tipi di fonti e procedimenti, ancorati alle diverse ma non sempre precise e perciò controvertibili competenze per materia. Il comma 6° del nuovo articolo 70 stabilisce che «i Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza». Ma come si risolverà la questione se i due presidenti non raggiungeranno un accordo? E comunque l’incertezza e l’opinabilità delle soluzioni adottate rimangono, e rischiano di dar vita a un contenzioso incontrollabile su questioni di forma che finirà per allungare i tempi dei procedimenti e per investire la Corte Costituzionale di una quantità imprevedibile di ricorsi di incostituzionalità per difetti di competenza.

Ma c’è soprattutto una seconda ragione, ben più grave e di fondo, che rende inaccettabile il monocameralismo imperfetto introdotto da questa revisione: la trasformazione della nostra democrazia parlamentare, provocata dalla legge elettorale maggioritaria n. 52 del 6 maggio 2015, in un sistema autocratico nel quale i poteri politici saranno interamente concentrati nell’esecutivo, e di fatto nel suo capo, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio negli Stati Uniti, dove è comunque garantita la netta separazione e indipendenza del Congresso, titolare del potere legislativo, dal Presidente. Il sistema monocamerale infatti, in una democrazia parlamentare, implica un sistema elettorale puramente proporzionale, in forza del quale i governi e le loro maggioranze si formano in maniera trasparente in Parlamento, quali frutti del dibattito e del compromesso parlamentare, e restano costantemente subordinati alla volontà della Camera della quale il governo è espressione. Solo così il monocameralismo è un fattore di raffor­zamento, anziché di emarginazione del Parlamento: solo se l’unica Camera – la Camera dei deputati – viene eletta con un sistema elettorale perfettamente proporzionale, in grado di rappresentare l’intero arco delle posizioni politiche, di garantire perfettamente l’uguaglianza del voto, di riflettere pienamente il pluralismo politico e, soprattutto, di assicurare costantemente la presenza e il ruolo di controllo delle forze di minoranza e di opposizione. È stato solo questo il monocameralismo proposto in passato dalla sinistra: quello che, grazie alla massima rappresentatività ed efficienza decisionale dell’unica Camera, alla sua composizione pluralista e alla forza delle opposizioni, assicura quella che chiamavamo la “centralità del Parlamento”, cioè il suo ruolo di indirizzo politico e di controllo sull’attività del governo quale si conviene a una democrazia parlamentare.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 25 giugno

 

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Destra, sinistra e 5 Stelle si uniscano nel “No” al Referendum

In trenta mesi da segretario e premier è riuscito a scontentare quasi tutti. Ha perso 45 amministrazioni su 90: nessun leader della sinistra aveva mai fatto peggio. Il Pd è stato “asfaltato” a Roma e a Napoli. A Torino donne e uomini che avevano sempre, e nonostante tutto, votato a sinistra hanno accolto Chiara Appendino, bocconiana a 5 stelle, come una liberazione dall’ipocrisia, dal racconto menzognero di un Paese che sorride alla ripresa mentre tante famiglie operaie sono costrette a impegnarsi la fede nuziale per mettere la cena a tavola. La rivolta, sofferta e privata, di intellettuali e militanti che hanno sentito di non poter più votare una sinistra così, sinistra della “buona” scuola e del Jobs act, dei petrolieri e delle smorfie a Marchionne, è stata sorretta e superata per slancio da un vero e proprio moto popolare nelle periferie. A Tor Bella Monaca il 75% degli elettori ha scelto Virginia Raggi. Alle Vallette, Chiara Appendino ha preso il doppio dei voti Pd. E se tra primo e secondo turno 25mila torinesi hanno ritirato il certificato elettorale per poter votare, il sindaco uscente ha solo aggiunto 8mila suffragi al primitivo bottino, il sindaco eletto ne ha conquistati altri 82mila. Compresi, ovviamente, molti voti di una destra, rottamata e non unita, che ha preferito una giovane bocconiana NoTav a Renzi e alla sinistra dell’establishment.

«È andata in scena la rivolta contro l’Ancien Régime, incarnato proprio dal quel Renzi che avrebbe dovuto rottamarlo», ha scritto Massimo Gramellini. «Governare senza una storia politica a far da cornice e dei valori di riferimento – ha scritto Ezio Mauro – diventa un’interpretazione autistica, staccata dal corpo sociale». Matteo Renzi, purtroppo, è fatto così: trasforma la contesa politica in una serie di partite a scacchi, dalle quali esce vincitore perché sa cogliere la debolezza dell’avversario, vede la linea di minore resistenza dalla quale passare e usa a suo vantaggio i succhi gastrici dell’antipolitica. Ma non ha visione né idee forti, perciò le prende in prestito dai poteri forti. Si circonda di personalità minori, con poca esperienza e scarsa competenza, perché non sopporta di poter essere guidato, né ripreso. Come un ragazzo viziato, si porta via la palla se prende il gol. La colpa è sempre degli altri: serve il “lanciafiamme”. Dunque si torna a “spianare” ed “asfaltare”.

Non modificherà l’Italicum, Renzi, anche se ha capito che con quella legge un demagogo votato appena da un sesto degli elettori potrà portarsi via il banco e far danni da Palazzo Chigi per cinque anni. Chiederà obbedienza al Pd e trasformerà il referendum – non una riforma ma una riscrittura della Costituzione, come spiega Luigi Ferrajoli – in un plebiscito giacobino: o me o il diluvio. Proseguirà con i bonus e gli sgravi, che non creano occupazione e mettono a rischio i conti. L’unica politica che gli importa è la sopravvivenza della sua politica. Si circonderà di pesi piuma giovani e telegenici, piazzisti di una narrazione ottimistica e anacronistica.

Davvero per la sinistra, ma anche per la destra e per i 5 stelle è l’ultima chiamata per rimettersi in questione e cambiare l’Italia. Uniamoci tutti per dire No alla riforma Renzi, per non piegare la Costituzione al capriccio di un leader. Un No detto insieme, di cittadini di sinistra, di destra e 5 stelle, che si sono incontrati ai ballottaggi in risposta all’arroganza del premier, potrebbe aprire in autunno una fase costituente. Darebbe la possibilità ai tre poli – ma noi speriamo che come in Spagna diventino 4 – di aprire una vera dialettica, un confronto anche aspro, ma sulle idee, non su slogan e tweet.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 25 giugno

 

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JK Rowling : “Harry Potter lascia l’Inghilterra dopo la Brexit”

La scrittrice che ha inventato il maghetto Harry Potter avverte che ora, dopo la Brexit, la Scozia ha molte ragioni in più per lottare per la propria Indipendenza separandosi dalla Gran Bretagna. Questo 23 giugno è stato una giorno storico per la Gran Bretagna e il 52 per cento dei voti che determinano l’uscita inglese dalla Ue avranno molte conseguenze, dice JK Rowling,  che via twitter ha accusato David Cameron di aver determinato tutto questo con l’idea di indire un referendum. Poco o nulla contano le affermazioni del premier inglese a favore del “remain” e ora il “bel gesto “ di annunciare le dimissioni. Ormai la frittata è fatta dice JK Rowling che scrive “Niente più magia in Gran Bretagna”

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Commentando il risultato del voto, Rowling che nel 2015 aveva fatto campagna perché la Scozia rimanesse nel Regno Unito, ora vede le ragioni della secessione uscire rafforzate dal voto di giovedì scorso. Se più di 30 milioni di persone hanno votato il turn-out, interessante è la geografia del voto: mentre Londra e l’Irlanda del Nord hanno votato in modo schiacciante per rimanere, il Galles ha votato per l’uscita. Ma è la Scozia il dato da sottolineare con il 62 per cento dei voti contro la Brexit.

Aggiornamento del 26 giugno:

Il Parlamento scozzese potrebbe cercare tramite un voto dell’assemblea di fermare l’uscita dall’Unione europea sancita dal vito del 23 giugno. Lo ha dichiarato  il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon,

“La mia sfida, ma anche la mia responsabilità è cercare di negoziare per proteggere gli interessi della Scozia”., ha dichiarato in un’intervista alla BBC.  Sturgeon  ha aggiunto ” è mio dovere, verso chi rappresento, tentare di impedire di essere trascinati fuori dall’Ue contro il nostro volere”. Sturgeon ha annunciato che chiederà ai deputati  scozzesi (69 del suo partito sul totale di 129) di rifiutare  il consenso legislativo alla Brexit,  dal momento  che gli elettori scozzesi  hanno votato remain a larga maggioranza.  L’esito  finale pro Brexit nel Regno Unito  ora, a pre concretamente la strada, a un secondo referendum per l’indipendenza,  che ebbe esiti negativi  nel 2014.

Nel frattempo, in Inghilterra la richiesta per un nuovo referendum sulla Brexit ha superato la soglia dei tre milioni di firme e continua a raccogliere adesioni-

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Ludovico Einaudi suona fra i ghiacci dell’Artico per Greenpeace

Uno dei video più belli che possiate vedere. Uno spettacolo davvero suggestivo, il pianista Ludovico Einaudi suona mentre fluttua fra i ghiacci dell’Artico. La piattaforma sulla quale l’artista si esibisce è stata costruita da Greenpeace per supportare l’incontro dell’Ospar previsto questo giugno a Tenerife in Spagna. I 15 Paesi che compongono il comitato ambientale internazionale, fra i quali non compaiono gli Stati Uniti, si stanno infatti impegnando a proteggere e conservare l’area Nord dell’Atlantico e le sue risorse. Artico incluso. E il video di Einaudi sembra perfetto per sensibilizzare il maggior numero di persone possibile sulla questione.

Cameron lascia, Gran Bretagna spaccata, Europa più debole. Il punto sulla Brexit

Sondaggi smentiti: più di 17 milioni i cittadini britannici hanno scelto di uscire dall’Europa, circa il 51,8% dei votanti. La partecipazione al voto è stata alta, ma non come appariva essere nelle prime ore dopo il voto (72%, si diceva 80%) e ieri notte tutto sembrava filare liscio. Nigel Farage dichiarava «Sembra che il Remain l’abbia spuntata» e due sondaggi diffusi dopo la chiusura delle urne – ma non exit polls –  assegnavano la vittoria al fronte europeista. Come nel 2015, quando i sondaggisti non avevano previsto l’ampiezza della vittoria dei conservatori di David Cameron, le rilevazioni erano sbagliate e la Gran Bretagna si è svegliata fuori dall’Europa.

Cameron si dimette de facto

David Cameron è uscito alle 8 e 20 del mattino di Londra e ha annunciato le sue dimissioni entro pochi mesi: «Vorrei rassicurare gli investitori e gli europei che vivono qui: non ci saranno cambiamenti immediati e nel modo in cui le persone viaggiano, i beni si comprano e vendono. Ai negoziati devono partecipare anche le autorità scozzesi, gallesi e nordirlandesi» – un modo per tenere assieme il regno, che ha votato in maniera molto difforme. Dopo le rassicurazioni la bomba politica: «Sono stato un orgoglioso premier britannico e ho combattuto questa campagna in maniera diretta e chiara e non me ne pento, io credo che la Gran Bretagna è più forte in Europa. Ma i britannici hanno votato e credo che serva una nuova leadership. Non posso essere il capitano che guida fuori dall’Europa. Non c’è una timeline e per i prossimi tre mesi il premier sarà io, ma per la conferenza conservatrice di ottobre serve una nuov leadership». Cameron e la moglie Samantha si girano e si incamminano verso il 10 di Downing Street senza voltarsi. Il premier aveva la voce rotta, durante le ultime frasi della sua dichiarazione. Probabilmente entrambi piangevano. Il premier ha investito molto capitale politico per vincere una battaglia contro la parte del suo partito che lo combatteva. Ha peso di brutto e con lui la Gran Bretagna e l’Europa.

I negoziati, quindi, con la richiesta di Londra di attivare l’articolo 50 dei Trattati, saranno condotti da un nuovo premier (o magari dallo stesso Cameron, improbabile) ma con un nuovo mandato chiaro. Non sarà il premier favorevole all’Unione a dover negoziare per uscirne, ma un governo in linea con il sentimento dei britannici – o meglio, degli inglesi.


Come si esce: l’articolo 50 del trattato di Lisbona
Ai sensi dell’articolo 50 del trattato sull’Unione europea, uno Stato membro può notificare al Consiglio europeo la sua intenzione di lasciare l’Unione e avviare le trattative per il ritiro. I trattati cessano di essere applicabili a tale Stato a partire dalla data del contratto o, in mancanza di un accordo, entro due anni dalla notifica, a meno che lo Stato e il Consiglio europeo siano d’accordo nel prorogare tale termine. L’accordo delinea anche il quadro di riferimento per le future relazioni dello Stato interessato con l’Unione. L’accordo deve essere approvato dal Consiglio, che lo delibera a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo. Chi esce, volesse rientrare, è sottoposto al processo a cui sono sottoposti tutti coloro che chiedono di diventare membri dell’Unione.


 

Le borse

Ai mercati finanziari la cosa non è piaciuta: la sterlina è precipitata ai livelli del 1985, subendo il peggior crollo della sua storia e perdendo circa l’11% del suo valore in poche ore. Il Nikkei, l’indice di Borsa di Tokyo, è sceso del 7% mentre scriviamo, l’Hang Seng di Hong Kong del 4,3%, Londra -11,4% peggiore crollo mai registrato, Francoforte -10%, Parigi -8%. Giù S&P e balzo in avanti del prezzo dell’oro.  Le autorità della piazza finanziaria più importante del mondo assieme a Wall Street si sono affrettate a emettere un comunicato: siamo e restiamo un centro cruciale, lo siamo stati per secoli, non ci sarà una fuga di banche, dicono. Certo non succederà nelle prossime ore, ma qualche rischio per uno dei settori trainanti dell’economia britannica c’è.

Giovani europeisti, anziani nazionalisti

Il Paese si è diviso, come previsto su linee generazionali e geografiche. I 18-24enni hanno votato al 75% per rimanere in Europa, i 25-49enni al 56% Remain, gli over 50 fino a 64  al 56% per uscire e gli ultrasessantacinquenni al al 61%. Ogni contea della Scozia ha votato per rimanere: il 62% degli scozzesi vuole stare in Europa e si trova fuori contro la sua volontà. Il Nord Irlanda ha votato per rimanere, così come Londra (59,9%), il Galles, un po’ a sorpresa, vota per uscire. Tutta l’Inghilterra, ma di più le zone del Nord ex industriale dove il Labour è forte, votano per uscire. In generale, la parte che guarda al passato, nazionalista, preoccupata per il futuro vota per uscire. C’è un pezzo di Europa che, in ogni Paese, non sa dove si vada e lo dice in ogni forma nelle urne e mandando segnali molto diversi tra loro: votando Corbyn leader, votando FN in Francia, 5 Stelle in Italia, Podemos in Spagna, eleggendo un governo di sinistra in Portogallo.

Le altre conseguenze politiche del voto

Sono molte e diverse tra loro. I vincitori di questo scontro sono Boris Johnson, che guida le classifiche degli scommettitori come prossimo leader conservatore, e quella parte del partito conservatore che ha lavorato per quello che il leader dell’Ukip, il partito nazionalista e un po’ xenofobo, Nigel Farage ha definito “independence day”.

Non va bene neppure al Labour: dopo aver perso la Scozia, le zone dove il partito di Jeremy Corbyn è più forte votano per uscire contro il timido volere del suo partito. I laburisti non escono sconfitti, ma malconci sì. Non avrebbero voluto il referendum, ma sono in qualche misura ininfluenti: persa la Scozia, oggi non determinano il risultato nelle aree dove sono più forti – se non nella cosmopolita e giovane Londra. Lo scozzese SNP e il Sinn Feinn nordirlandese hanno un argomento in più per invocare la separazione dal Regno Unito. E lo stanno già timidamente facendo.

La carica degli anti-europeisti

Il profilo Twitter di Marine Le Pen, leader del Font National francese è ammantato con l’Union Jack britannico. Non una bestemmia ma una presa di posizione, quella del tweet qui sotto: «Ha vinto la libertà! Lo chiedo da anni, anche in Francia lo stesso referendum».


Stesse dichiarazioni ha rilasciato l’olandese Geert Wilders. In casa nostra, più ambiguo, che sa che in Italia la maggioranza è, nonostante tutto, con l’Europa, Matteo Salvini gioisce e dice «Adesso tocca a noi».

L’Europa reagisce

Donald Tusk ha appena convocato un meeting a 27, il primo senza Londra. Mentre il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz twitta: i britannici hanno sempre avuto una relazione ambigua con l’Europa. Ora il loro volere va rispettato, servono negoziati rapidi e chiari

I negoziati non saranno facili: Oggi abbiamo pesiamo molto meno in Europa, ha detto il Foreign Secretary, il ministro degli Esteri Hammond, aggiungendo «Putin sarà felice del risultato». Negoziare i termini dell’addio non sarà facile: l’Europa ha enormi problemi e dovrà in qualche modo scoraggiare altri a seguire le orme di Londra. Donald Tusk ha detto: vogliamo mantenere la nostra unità a 27. Non sarà facilissimo. Crisi dei rifugiati, Grecia – e poi Italia e Francia – sono un problema serio e il progetto europeo consolidatosi negli anni 90 oggi è un malato terminale. Servirebbe uno scatto da parte di una classe dirigente che in questi anni è stata incapace di pensare ad alternative migliori, eque, sostenibili per i singoli Paesi.

I prossimi giorni diranno quanto grave è la crisi europea.

 

 

Questi sono i camerieri delle banche

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, con i ministri dell'Economia Pier Carlo Padoan (s) e dei Trasporti Graziano Delrio (d), in Senato durante la discussione in Aula delle mozioni di sfiducia al Governo, Roma, 19 Aprile 2016. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Io se fossi in voi, questa mattina, mi prenderei del tempo per ascoltare anche distrattamente la discussione alla Camera del decreto-legge 3 maggio 2016, n. 59, recante disposizioni urgenti in materia di procedure esecutive e concorsuali, nonché a favore degli investitori in banche in liquidazione. Il decreto, a detta del governo, dovrebbe servire a tutelare gli investitori che in questi anni (e in questo ultimo anno) hanno visto evaporare i risparmi di una vita grazie ai consigli di qualche funzionario compiacente che, in nome della banca per cui lavora, ha pensato bene di rifilare spazzatura travestita da investimenti.

Peccato che gli investitori siano cittadini in tutte le loro forme più fragili: pensionati, vedovi, ingenui, custodi dei guadagni di una vita, piccoli imprenditori previdenti, artigiani lungimiranti. Formiche. Formiche in un’epoca di cicaleccio. Aspiranti lungimiranti in un mondo invece di troppi furbi, troppo furbi. Le vittime delle banche, insomma, non sono strani tipi da decreto o editoriale ma siamo noi. Colpiti. Più o meno lontano. Più o meno direttamente.

Matteo Renzi e il suo governo, se stamattina avrete voglia di prestarci orecchio, stanno apparecchiando una legge che è la prova incontrovertibile di una politica serva del mondo finanziario e bancario. Una legge che, entrata in vigore, permetterebbe di “velocizzare” le pratiche di pignoramento in alcuni casi senza nemmeno bisogno di un passaggio giudiziario; una legge che tutela i carnefici facendo leva sulle vittime; una legge che trasforma il rapporto con le banche in un cappio ancora più stretto intorno al collo di chi si ritrova dalla parte del debitore.

Ecco, stamattina, mentre venite sommersi dal polistirolo della politica da chiacchiericcio, tendete un orecchio a cosa è diventato questo Paese che si riempie la bocca di cambiamento e invece sta raggiungendo gli inferi della servitù dei poteri forti. Pensate alle rivolte francesi, ai movimenti europei, alle parole di Sanders, alle nuove sinistre e intanto saggiate l’indifferenza, l’impermeabilità e l’acquiescenza che circonda questa mattinata da voltastomaco. Il testo di legge è qui.

Buon venerdì.

Games of Thrones è un esempio di cosa potrebbe succedere con Brexit

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Dopo la vittoria della Brexit, l’attenzione è tutta puntata sulle borse e sul crollo della sterlina. Eppure la decisione storica che ha preso la Gran Bretagna impatterà su molte più cose di quelle che al momento immaginiamo. Un esempio? L’uscita dall’Ue del Regno Unito potrebbe mettere in pericolo la produzione di Games of Thrones.

Uno dei luoghi principali per le riprese della serie è infatti l’Irlanda del Nord, qui vengono girate tutte le scene che riguardano Grande Inverno, come ad esempio l’epica “Battaglia dei bastardi”. Ora, secondo l’eminente testata Foreign Policy, HBO, casa produttrice dello show, riesce a sostenere il costo enorme per la realizzazione di una serie così imponente – circa 10milioni di dollari per un episodio della sesta stagione – grazie ai finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale dell’Unione europea. Soldi che, dopo la vittoria del “leave” al referendum, probabilmente non ci saranno più. E lo stesso accadrà per molti altri spettacoli televisivi e cinematografici girati in UK, visto che negli ultimi 7 anni la Gran Bretagna ha ottenuto circa 32milioni di dollari dalle organizzazione europee per investire su questi progetti.

Per quanto riguarda invece le sorti di Games of Thrones, con una settima stagione già confermata e un’ottava (e forse ultima) in programma, Jon Snow, Sansa Stark e compagni potrebbero dover cercare scenari alternativi per portare avanti le loro avventure diventate ormai troppo costose nel regno di Sua maestà.

Hawking e Higgs «Brexit un disastro per la ricerca». Il parere di Rovelli e altri scienziati

Le conseguenze della Brexit, votata il 23 giugno nel Regno Unito, preoccupano molto scienziati e ricercatori inglesi anche per l’effetto che avrà sulle assegnazioni dei fondi europei alla ricerca.  E preoccupa in modo particolare i giovani ricercatori che vengono da altri Paesi europei e che hanno contratti in scadenza o comunque posizioni precarie. Prima del voto Nature aveva fatto un sondaggio fra gli scienziati annunciando il “no” alla Brexit da parte dell’83% dei ricercatori inglesi.  Dati confermati dalle prime analisi del voto da cui emerge che soprattutto le persone con livelli di sitruzione più bassi si sono espressi per l’uscita dall’Unione europea, mentre gli strati più colti e informati della popolazione,hanno votato in gran parte “remain”.

A far notizia è stato soprattutto Stephen Hawking che, analogamente al  Nobel Peter Higgs ( che ha teorizzato il Bosone), ha definito la Brexit  «un atto disastroso per la ricerca e le università in generale».  Sulla stessa linea  i centocinquanta componenti della prestigiosa  Royal Society dell’università di Cambridge.
Il voto a favore della Brexit, in concreto, mette a rischio la possibilità  britannica di accesso ai fondi messi a disposizione dall’Unione per la ricerca.

L’Inghilterra è  leader nella ricerca scientifica e il Paese che  guidato da Cameron (che ha annunciato le dimissioni dopo l’esito del voto)  fin qui, era al primo posto per numero di progetti approvati.  Dal 2007  al 2013 il contributo ricevuto dai britannici è stato di 8,8 ai ricercatori inglesi, mentre il Regno Unito ha versato al fondo comunitario  5,4 miliardi di euro. I flussi di denaro provenienti dall’Ue sono più di un quarto della spesa interna inglese per la ricerca e lo sviluppo.

Come è noto, il  sistema di ricerca europeo favorisce la collaborazione e lo considera tra i requisiti fondamentali per l’assegnazione  dei fondi. E anche per questo la Brexit  peserà sulla comunità scientifica inglese, che per altro ha  livelli molto alti di produzione di letteratura scientifica anche perché, oltre ai propri laureati, ha a disposizione ricercatori e scienziati immigrati. Le stime dicono che il 15 per cento dei ricercatori che operano  in Inghilterra provengono dall’estero.  Cosa accadrà loro e ai ricercatori precari o con contratto in scadenza?  Se dovessero  tornare a casa sarebbe un grave danno  anche per l’Inghilterra.  Alcuni sostengono che potranno continuare a collaborare anche con la Gran Bretagna fuori dall’Europa, grazie ad un accordo ad hoc, simile a quello che ha la Svizzera.

Di fatto la burocrazia per chi opera fra Inghilterra e l’Europa aumenterà.  Nuovi e più complicati scenari si profilano, per esempio, dal punto di vista del diritto digitale;  ci saranno probabilmente molte complicazioni che riguardano la normativa sulla privacy se il Regno Unito non si conformerà più alla legge  unitaria condivisa da tutti e  28 Paesi che fanno parte dell’Unione Europea.  Oppure pensiamo a cosa potrebbe accadere nel commercio elettronico se la normativa non fosse più  quella condivisa dalla Ue.  E ancora pensiamo alle maggiori complicazioni che potrebbero incontrare le start up che oggi in grande numero scelgono di avere una base in Inghilterra.Che in futuro potrebbe risultare molto meno appetibile per le imprese.

Anche per questo il fisico Carlo Rovelli, diventato popolare con le sue Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi) diventate un best seller commenta così  la decisione inglese  pro Brexit sul suo account facebook : «Mi dispiace molto per gli amici inglesi, che preferiscono insularità alla collaborazione; è una loro scelta».  E poi aggiunge, con spirito positivo:  «prendiamola come  un’opportunità e facciamo una Europa unita. E’ in gran parte a causa dell’Inghilterra che avevamo fallito finora».