Exterior view of Manchester Town Hall, the setting for the national count in the EU referendum, in Manchester, Britain, 23 June 2016. Counting gets underway in the referendum on the UK's membership of the European Union. EPA/PETER BYRNE UK AND IRELAND OUT
È finita. A separare il Regno Unito dall’Europa non c’è più solo il Canale della Manica ma una visione del mondo completamente diversa e, forse, opposta.
Sono poco meno delle 4 di mattina a Londra quando si comincia a capire che, nonostante manchino all’appello oltre un centinaio di seggi da scrutinare, la Gran Bretagna ha scelto il Brexit. Non sono bastati i voti della Scozia e delle città più cosmopolite come Londra ed Oxford – il Paese ha scelto di uscire dall’Europa e, per usare le parole del leader dello UKIP, Nigel Farage, ha optato per «l’indipendenza».
Un risveglio amaro per gli inglesi che si trovano un Paese letteralmente spaccato a metà. A nord la Scozia che ha votato compatta per rimanere nell’orbita di Bruxelles. Poi le città metropolitane e, quindi, più internazionali. Ma, nel mezzo, la provincia britannica composta dalla working class che ha avuto l’ultima parola su questo temuto referendum. Ma è stato davvero un voto sull’Europa?
Per gli opinionisti, che per tutta la notte si sono dati il cambio per le maratone su Sky News e sulla BBC, questo non è necessariamente un voto sull’Europa ma sull’establishment più in generale. Un voto di protesta di immani proporzioni (e conseguenze) che ha come punto focale l’immigrazione, la sicurezza, il sistema sanitario al collasso e quello scolastico.
Il Regno Unito, che è entrato a far parte della allora Comunità Europea nel 1973, esce oggi sbattendo la porta con un inimmaginabile voto di protesta. Resta da capire se la Scozia possa riproporre a breve un nuovo referendum per l’indipendenza per riuscire ad ancorare il nord della Gran Bretagna all’Unione Europea e sganciarsi, come si è provato a fare lo scorso anno, da Londra.
Intanto, la sterlina è crollata ai minimi e sotto l’1.35 dollari, il punto più basso dalla metà degli anni 80.
E ora? Cameron, ad esempio. Si andrà alle elezioni entro il prossimo anno? Questo voto sull’establishment, sì, mette una data di scadenza al governo di David Cameron che ha sperato fino all’ultimo in una vittoria del Remain. Ma niente da fare. Il referendum, che ha dilaniato il Partito conservatore del Primo Ministro, potrebbe essere l’ultimo chiodo della bara confezionata per il governo. Nonostante 84 parlamentari conservatori abbiano firmato una lettera prima della fine dello spoglio che dava pieno mandato a Cameron qualsiasi fosse stato il risultato elettorale, è ormai chiaro che il premier sarà costretto alle dimissioni. In tanti, anche all’interno del suo partito, credono infatti che gli inglesi debbano tornare a votare entro il prossimo anno per scegliere il nuovo inquilino del 10 di Downing street.
Vi ricordate quando il più grande pericolo per l’#Europa era il comunista Tsipras? #Brexit
Un grattacapo per la neosindaca Virginia Raggi, piccolo, ma di grande valore simbolico. Non è certo un problema che riguarda colossi come Atac o Ama, è solo un centro antiviolenza, il Casale Rosa, sede di Sosdonna h24 dalle parti dell’Eur. Ma dal 26 giugno chiuderà i battenti, con tutto quel che ne consegue. Per questo motivo il presidio che si terrà il 24 giugno in Campidoglio (ore 16.30) acquista un significato politico, sociale e culturale.
«Anche perché del problema della violenza contro le donne Virginia Raggi durante la campagna elettorale ne ha molto parlato, ora vedremo quali risposte darà, vogliamo sperare che la sua non sia stata una presa di posizione di circostanza», dice a Left Oria Gargano, presidente di Befree la cooperativa sociale che gestisce il centro di via Grotta Perfetta. La situazione è precipitata il 31 maggio scorso. Sosdonna h24 e il centro Donatella Colasanti e Rosaria Lopez gestiti da Befree, insieme alla Casa Internazionale delle donne gestita da Telefono Rosa e a Il Giardino dei ciliegi del Ceis-Don Picchi sono stati avvisati che i servizi non sarebbero stati prorogati. Questa decisione sarebbe stata presa dal commissario Tronca secondo questa «sconcertante motivazione», si legge in un comunicato di Befree. «Poiché il 20 aprile scorso è stato varato il Decreto legislativo n. 50 (“Attuazione delle direttive 2014/23/Ue, 2014/24/Ue e 2014/25/Ue sull’aggiudicazione dei contratti di concessione e sugli appalti pubblici) il Comune “ha determinato” di non emanare nuovi bandi né di concedere proroghe in mancanza di direttive attuative del decreto stesso». Il fatto che già i fondi per queste strutture fossero stati messi a bilancio non ha influito sulla decisione del commissario Tronca, afferma Befree, che ha lanciato una petizione su Change.org raccogliendo 10mila firme.
Pochi giorni fa, infine, è giunta la notizia della proroga, ma solo per gli altri tre centri residenziali, non per Sosdonna h24, che non è una casa rifugio. «Svolge un ruolo importantissimo: attorno a Sosdonna è stata creata una rete con le istituzioni, gli ospedali, le forze dell’ordine», spiega Oria Gargano. Le cinque operatrici attive tutto il giorno ricevono le richieste di aiuto o di informazioni per risolvere situazioni di donne che vogliono uscire da una spirale di oppressione e di violenza. Ma vengono chiamate anche dagli operatori istituzionali, dai pronti soccorso o dai posti di polizia. «Se all’ospedale Pertini, per esempio, arriva una donna che è stata picchiata, si rivolgono subito noi», sottolinea la presidente di Befree. Sono 1924 le donne – per il 40% straniere – che sono passate da Sosdonna e Casale Rosa è diventato dall’agosto 2014, da quando cioè Sosdonna vi si è trasferito, un centro di «mediazione sociale» anche per il territorio. Vengono realizzati laboratori per bambini, attività e spettacoli che «animano un quartiere dormitorio», dice Gargano.
Adesso il timore è che quell’esperienza possa finire nel nulla, con conseguenze, anche immediate non indifferenti. Per esempio per quanto riguarda la tutela della privacy, nel caso i locali finissero abbandonati a se stessi. «Un problema di cui nessuno parla è che là dentro ci sono documenti, verbali, materiale “sensibile” sui dati delle donne che sono state accolte», fa notare la presidente di Befree. La sindaca Raggi è invitata da Befree a dare risposte, con urgenza.
Il 'Mirror' sull'esito del referendum sul Brexit, 24 giugno 2016. "We're out", "Siamo fuori", titola il Daily Mirror sulla foto di un giovane viso dipinto con i colori dell'Union Jack. ANSA / WEB
BREXIT è fatta. I giornali in edicola lo ignorano, confortati da sondaggi sbagliati, ma una maggioranza di cittadini britannici ha votato per abbandonare l’Europa. Per il Leave il 51,89% degli elettori, per il Remain il 48,11. La Manica si trasforma da ponte che era in muro d’acqua. La City piange per gli affari perduti. La borsa di Tokyo, che lavora quando da noi è notte, lascia 8 punti. Molti londinesi corrono a cambiare sterline con dollari o con euro. La moneta britannica è già ora ai minimi degli ultimi 31 anni. “We are out”, dice Nigel Farage e parla di“Independence Day”, ma gli indipendentisti scozzesi rispondono “il nostro futuro è nella UE”, Sinn Fein chiede già un referendum che permetta all’Irlanda del Nord di lasciare il regno unito per unirsi all’Irlanda. Obama cerca Cameron, cancellerie europee in subbuglio, Marine Le Pen chiede il referendum anche in Francia. Renzi rinvia la direzione del Pd. Ha un senso tutto ciò? Purtroppo ha un senso. Gli inglesi erano entrati nell’Unione di malavoglia, con un piede dentro per lucrare soltanto i vantaggi di un’area di libero mercato e un altro fuori, nessuno gli aveva detto che la storia era cambiata e che anche loro dovevano tornare al punto d’inizio, prima della battaglia di Bouvines e della Magna Carta Libertatum, alle radici comuni dei popoli dell’isola e del continente. Francia e Germania sembrarono più avanti, quella volta davanti alle croci dei morti di Verdun quando Helmuth Kohl e François Mitterrand si tennero per mano, ma poi si ripiegarono nella cura di interessi nazionali, soprattutto interessi della Germania, che ha risolto, in pace e con l’euro, la ferita che l’ha portata a iniziare due guerre mondiali nel secolo scorso: l’essere il primo produttore del continente ma non avere a disposizione abbastanza liquidità. E tuttavia neanche i tedeschi ammettono i vantaggi dell’Euro e dell’Unione. Al contrario si lamentano, come Kohl rimproverava di lagnarsi ai turisti che dalla Germania partivano – disse – felici verso il mare e le città d’arte italiane, ma poi tornavano di cattivo umore perché l’Italia non è tedesca.
Colpa dell’immigrazione? Certo. La mondializzazione e la scia avvelenata delle guerre imperialiste hanno mosso un esodo dal Medio Oriente e dall’Africa vero l’Europa. Ma la Gran Bretagna conviveva con flussi non meno rilevanti da Paesi lontani, dal Pakistan all’India, un tempo sudditi di sua maestà. Quello che inquieta i Farage è l’immigrazione di cittadini con pari diritti, di europei, studenti, ricercatori, imprenditori di se stessi. Ciò che rende nervosi gli elettori di destra in Francia, in Austria, in Olanda, più che il nero che arriva è la rimozione della domanda su cosa debba essere Europa, se un blocco continentale, Europa dei barbari divenuti cristiani nel Medioevo che, gioco forza, dovette ritirarsi dal Mediterraneo, o se l’Europa Mediterranea, con dentro Atene Grecia, Roma e l’Italia, Madrid e la Spagna. Un’Europa quest’ultima che non può non darsi una politica per l’Africa e per il Medio Oriente. L’immigrazione ha fatto solo precipitare la reazione chimica, mostrando viltà e scarsa capacità di prevedere da parte delle classi dirigenti nazionali ed europee.
E ora? Grandi turbolenze nei mercati, perché chi può cercherà di avvantaggiarsi della crisi. Speculando al ribasso sulla sterlina, ma anche vendendo titoli del debito – lo spread risale -, cercando di attrarre altrove una parte di fondi che muovevano dalla City. Dopo la febbre alta, euro banchieri ed euro politici prenderanno a dire che la separazione tra Gran Bretagna e quel che resta dell’Europa sarà comunque lunga, che durante il processo si potranno riscrivere le basi della convivenza europea, Dopodiché, chissà, magari la Gran Bretagna, alla fine, rinuncerà a uscire. Faranno come gli struzzi, temo, metteranno la testa sotto la sabbia, proveranno a contenere i danni. Come sempre. Ma se si passa alla società, cioè ai comportamenti e al sentire di milioni di uomini, ogni Paese si allontanerà dal vicino e in ogni paese sarà più a rischio l’unità interna. La Scozia e l’Irlanda del Nord si separeranno dall’Inghilterra. La Catalogna dalla Spagna, la provincia francese da Parigi, la Napoli di De Magisteri si allontanerà dalla Milano di Sala. Al contrario servirebbe uno scatto in avanti. Pretendere subito una vera Europa, solidale e democratica, che ristrutturi il debito greco e induca i tedeschi a comprare di più, che vari a tempo di record un piano europeo per il lavoro giovanile e per la ricerca. Che combatta le guerre in Medio Oriente, nonché i Paesi che le provocano, e appresti un piano Marshall per l’Africa. “Follie, delirio vano è questo”, direbbe la Violetta di Verdi e di Piave. Molto, molto più folle è proseguire con i tatticismi delle attuali classi dirigenti, con gli ammiccamenti insinceri alle opinioni nazionali. Non mi piace fare il catastrofista, ma l’attuale crisi dell’Europa, esorcizzata e alla fine subita, ricorda la disintegrazione degli imperi che accese la prima guerra mondiale aprendo il Secolo Breve.
Una condanna a 2 mesi di carcere con la condizionale per aver usato l’io narrante nella sua tesi di laurea “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”, conseguita nel 2014. È successo a Roberta Chiroli, ricercatrice. Il 15 giugno 2016, il tribunale di Torino l’ha condannato per concorso morale in violenza privata aggravata e invasione di terreni. Due mesi, a fronte dei 9 anni chiesti dai pm torinesi. Per le stesse circostanze era imputata anche una ricercatrice di Sociologia all’Università della Calabria che però è stata assolta. «Siamo indignati: che ci risulti, è la prima volta dal 25 aprile 1945 che una tesi di laurea viene considerata oggetto di reato e subisce una condanna. Ci domandiamo, increduli, quale perversione attraversi un paese che porta nelle aule di un tribunale le parole di una tesi di laurea», recita l’appello “Mai scrivere “noi”. Appello per la liberta di ricerca e di pensiero.
Quello che per la difesa è un “espediente narrativo”, per l’accusa è la prova del “contributo” alla dimostrazione NoTav. «L’uso del noi nella tesi rappresentava una scelta stilistica», spiega l’avvocato di Chiroli, Valentina Colletta, «quindi è assurdo che la ragazza sia stata condannata sulla base di questa osservazione. Anche perché i filmati dimostrano che entrambe le ricercatrici hanno sempre avuto un atteggiamento defilato rispetto alla manifestazione». Il lavoro di ricerca sociale di Chiroli, del resto, ha attenuto dalla commissione di laurea il voto di 110 e lode. Ma il giudizio dell’autorità giudiziaria è stato la sanzione penale.
Com’è andata
Laureata in antropologia culturale, etnologia, etnolinguistica, nel 2014, Roberta si è recata per qualche mese in Val Susa, insieme a Franca Maltese, dottoranda in Antropologia all’università della Calabria, partecipando a incontri e manifestazioni No Tav. Entrambe partecipano, ma non entrano nella proprietà privata, si limitano a osservare. Di ritorno a Venaus, sul treno, i manifestanti vengono fermati dagli agenti di polizia, anche Roberta e Franca, che vengono denunciate, insieme ad altre 43 persone, per concorso morale nei reati di blocco stradale, imbrattamento, resistenza aggravata a pubblico ufficiale, violenza privata aggravata, invasione di terreni. In attesa delle motivazioni della sentenza, il giudice potrebbe aver accolto la tesi del pubblico ministero: condanna per concorso morale in quanto la Chiroli ha utilizzato il “noi partecipativo”. L’io narrante, insomma. Come questo.
La luce che fende la scena, svela la nuda realtà in un drammatico chiaroscuro, quasi caravaggesco. un lampo fulmineo fa emergere uno spoglio basso napoletano, bambini scalzi, vestiti di stracci, attaccati alle gambe di una madre giovanissima, dallo sguardo altero che sfida l’obiettivo. Bellezza amara. Una vecchia posa per un ritratto con in mano la foto incorniciata di quando era giovane. L’ingiustizia del tempo sul volto di una donna. Un ragazzino controvento cerca di vendere sigarette di contrabbando. Un bimbo con un vassoio di caffè, più grande di lui. Un dolore profondo si legge negli occhi di questi ragazzini costretti a crescere troppo in fretta.
MimmoJodice, il maestro della fotografia a cui si deve questa straordinaria narrazione per immagini di una Napoli che non c’è più, era uno di loro. Nato nel 1934 nel quartiere Sanità, dopo la morte di suo padre quando lui aveva 5 anni, fu costretto a cercare un modo per sopravvivere in una città difficile e complessa di cui coglie immediatamente i problemi. L’ampia, emozionante, retrospettiva che Electa gli dedica al Madre dal titolo Attesa. 1960-2016 (fino al 24 ottobre 2016) ben racconta il percorso che, a partire da quella realtà drammatica ma piena di vita, lo ha portato poi a sviluppare raffinate meditazioni sugli infiniti orizzonti che si aprono sul mare e sulle tracce delle civiltà antiche – da Pompei a Palmira – ma soprattutto a lavorare sull’immagine femminile, ritraendo il volto di Angela (luccicante di stelle dietro il cellophane in una foto degli anni 60) musa, compagna di vita e collaboratrice per poi approdare a progetti sperimentali sul nudo in movimento tracciando linee come in un dripping alla Pollock, in sequenze fotografiche che sembrano pitture astratte. La scelta di Jodice di usare quasi esclusivamente il bianco nero ha che fare con il disegno: la sua prima passione da ragazzino, dettata da una esigenza espressiva profonda non tanto dal fatto che carta e matita cinquant’anni fa erano per lui certamente più a portata di mano di una costosa attrezzatura. A questo gusto del disegnare, di creare immagini che non sono la piatta riproduzione della realtà, Jodice non ha mai rinunciato neanche quando negli anni dell’impegno politico si tuffò nella fotografia sociale. Non occupandosi di fatti di cronaca, ma della vita delle classi più povere e dei lavoratori, sempre cercando la qualità formale, riequilibrando le luci in camera oscura, cercando per “arte del levare” un’armonia compositiva che potenzia il contenuto, come nel caso della celebre foto del ragazzino con la maglia a righe che si staglia, espressivo e potente, su un gioco rovesciato di luci e ombre. Una attenzione alla costruzione dell’immagine che ritroviamo fortissima in tutto il progetto dedicato alla fabbrica in cui spiccano gli scatti di Bagnoli e all’Italsider. L’impegno nel mettere la fotografia al servizio della “causa” va di pari passo con lo sviluppo di una originale poetica, con la progressiva definizione di una identità stilistica, che nell’orizzonte tetro e poderoso delle acciaierie produce folgoranti silhouettes di operai da cui si irradia la fontana di luce che promana dalla saldatrice. La lotta contro l’ingiustizia e le disuguaglianze sociali, la dignità del lavoro, le battaglie delle donne sono al centro della sua ricerca negli anni 70, quando va in piazza a documentare oceaniche manifestazioni, per i diritti di tutti. Avvertendo una propria responsabilità di artista, senza scadere mai nella propaganda. Anche in questo caso non usa la fotografia per fare copie della realtà, ma per realizzare immagini che esprimono un pensiero su quella realtà, andando oltre la superficie delle cose. Come raccontano le spettacolari sequenze montate da Francesco Jodice (figlio di Mimmo e a sua volta fotografo di talento, a cui Camera ora dedica una personale) che scorrono su grande schermo a pianterreno del Museo, nella sala che il direttore e curatore Andrea Viliani ha pensato come un’agorà aperto alla città.
Qui esplodono i fuochi d’artificio delle affollate feste popolari anni 60 e 70 , c’è il bambino che cammina sul filo sospeso a mezz’aria sotto migliaia di occhi accalcati su minuscoli terrazzi ma ecco anche i rituali di una religiosità popolare, in cui si mescolano magia e superstizione. Senza tacere sul fondo di violenza che vi si legge in filigrana: gli incappucciati della processione per San Gennaro sono identici a quelli del Ku Klux Klan. L’ambiguità dell’immagine, la sua polisemia, è uno degli aspetti che Jodice più coltiva. Insieme all’ironia, che diventa guizzo vitale in foto come quella di una famiglia in un interno senza mobili, sul muro sporco c’è scritto “felice anno”.
In questi ritratti dalla forte impronta teatrale si ritrova l’umanità rappresentata da Caravaggio e da Ribera, sembra di rivederne le espressioni e perfino certe “arie” da ceffo. L’attenzione di Jodice verso la pittura napoletana del ‘600 è raccontata nell’ampio svolgimento della mostra al terzo piano da una splendida natura morta dello stesso Ribera, un genere che negli anni più recenti il fotografo napoletano ha reinventato in termini moderni, “documentando” in modo visionario il centro storico preda di un consumismo che produce effetti di soffocante horror vacui. Questo immane accumulo di merci sembra vivere di vita propria, producendo un senso di palpabile straniamento; così come enigmatiche e sottilmente inquietanti appaiono le Vedute di Napoli realizzate negli anni 80, che nelle bianche sale del Madre scorrono intervallate da tele di Morandi e di De Chirico (La grande torre, 1932-38). Dopo gli anni di impegno civile, Jodice cercò un modo per esprimere la delusione perché nulla era cambiato, lo sconforto per non essere riusciti a sconfiggere le disuguaglianze. «Non era successo niente. Ci eravamo illusi», ha raccontato lui stesso. Nacque così l’idea di fotografare una Napoli deserta, senza persone, azzerando la riconoscibilità dei luoghi, facendo emergere una dimensione irreale, sospesa fra realtà e immaginazione: un colonna fasciata, che non siamo certi ci sia davvero sotto la stoffa. Un cortile con un capitello romano, attraversato da un filo con mollette, ma i panni non ci sono più. Macchine prese da dietro, con i vetri oscurati. Finestre che non si aprono, architetture cieche. Intonaci sbrecciati rivelano balconi finti, solo disegnati. Due rampe di scale, ma entrambe scendono e nessuna sale. Tutto concorre a rappresentare una sinistra dimensione di vuoto, di sconfitta, di speranze tradite. Qui come in altri progetti è una visione di Napoli smitizzante ma anche struggente e poetica, quella che il fotografo ci offre, con luoghi antichi congelati dalla polvere accanto alle nuove aggressioni urbane di una tangenziale o di un viadotto che sfregiano il panorama. Con i suoi modi riservati MimmoJodice ha lanciato un allarme per Napoli anche due anni fa in occasione dei festeggiamenti per i suoi 80 anni, esprimendo preoccupazione per il degrado della città. Denunciando lo stato in cui versano Santa Chiara, la posta centrale, il centro storico. Da Napoli non è mai voluto andar via, neanche quando trasferirsi a New York avrebbe accelerato la sua carriera o quando Parigi lo celebrava. «Non me la sono sentita – ripete spesso -. Napolimi ha dato i temi della mia ricerca, il mare, la memoria, l’archeologia». Fin da ragazzino ha sempre avuto una passione per la città sotterranea, per Pompei, per le tracce del passato. Iniziando negli anni 60 un viaggio nell’antico che continua ancora oggi, cercando di ricreare vedute senza tempo, le stesse che hanno visto i viaggiatori tanti secoli fa. La linea dell’orizzonte governa quasi sempre l’immagine. È nata così la serie Eden come ricorda Germano Celant in Fotografia maledetta e non (Feltrinelli). Paesaggi in cui aleggia un senso di attesa, che invitano a perdersi a guardare.
MimmoJodice non cerca la bellezza, ma l’intensità. I suoi atleti della villa del papiro ad Ercolano riproposti al Madre non vogliono essere belle sculture, ma presenze vive, magnetiche. Senza nostalgie romantiche per le rovine, semmai drammaticamente presenti, interroganti, come le foto di statue dal volto sfregiato, fratturato, o addirittura abraso che evocano i drammatici calchi pompeiani come a ridar voce a quelle persone arse vive o soffocate dalla lava. La mostra curata da Andrea Viliani permette cogliere la genesi di questi progetti, ne esplicita le fonti, inserendo nel percorso espositivo alcune opere selezionate con l’artista stesso: in particolare due testimonianze dell’archeologia mediterranea, la scultura in marmo bianco del Compagno di Ulisse e il busto in bronzo di Artemide che rimandano a un ideale Museo del mare nostrum. Qui la fotografia intesa come linguaggio colto dispiega tutte le sue possibilità. E anche sotto questo riguardo MimmoJodice è stato un anticipatore. Facendo incontrare fotografia e arte, con progetti sperimentali come la serie di foto strappate: ritraggono addensati paesaggi rurali calabresi percorsi verticalmente da una crepa che ne interrompe l’immobilità. Tagli a vivo, sulla immagine stampata, che evocano i tagli di Fontana, le drammatiche fratture alla Burri, che squarciano l’ordinario. Oppure all’apposto viene colpito dal Cretto di Burri nella Gibellina ferita dal terremoto, cerca il gesto dell’artista che si oppone alla distruzione. Così anche Torre del Greco o gli angoli più degradati di Napoli diventano luoghi senza tempo che rimandano alla pittura e diventano emblemi di un universale discorso sull’uomo.
Mimmo Jodice, dalla proiezione Teatralità quotidiana a Napoli, anni 70-2016 – Collezione dell’artista
Mimmo Jodice, dalla proiezione Teatralità quotidiana a Napoli, anni 70-2016 – Collezione dell’artista
Mimmo Jodice, dalla proiezione Teatralità quotidiana a Napoli, anni 70-2016 – Collezione dell’artista
Mimmo Jodice, dalla proiezione Teatralità quotidiana a Napoli, anni 70-2016 – Collezione dell’artista
La prima notizia è che la Chiesa oggi celebra il «Giubileo degli uomini e delle donne delle istituzioni pubbliche». Cioè la Chiesa, se non lo sapevate, alla presenza delle maggiori cariche dello Stato, celebra un Giubileo ad hoc “per gli uomini e le donne delle istituzioni pubbliche”, il cosiddetto «Giubileo dei politici». In ordine “visibilmente” presenti – alla Pontificia Università Lateranense di Roma – insieme a monsignor Enrico Dal Covolo (il celebrante): Marianna Madia, Maria Elena Boschi, Angelino Alfano, Maurizio Gasparri, Lorenzo Guerini, Nicola Zingaretti, Beatrice Lorenzin, Rosy Bindi, Stefania Giannini, Laura Boldrini… e non poteva certo mancare Roberto Formigoni (più chiaro ora perché c’è bisogno di un “giubileo” ad hoc).
La seconda notizia è che al Giubileo dei politici, i forti fanno i forti: Boschi e Madia, tutta la prima fila del potere costituito, si permette di snobbare a lungo, il potere nuovo, quello più piccolo che si affaccia in veste ufficiale e che li guarda come fossero dei marziani.
Virginia Raggi oggi entra con la sua fascia tricolore nella culla del Potere pontificio che nei secoli della Storia ha sempre “stretto” tra le sue braccia re, imperatori, primi ministri e ministri, ed è stata appositamente tenuta a distanza, senza saluto. Troppo piccola lei, frutto del popolo, crepa vistosa di quel potere biondo e phonato che va in scena.
Baci e abbracci tra monsignori e potere, e Virginia può aspettare. Deve aspettare, avranno pensato.
Raggi umiliata da Boschi hanno scritto. E la polemica si è concentrata sul saluto o meno della ministra alla sindaca. A suon di video. Mentre, se di notizia si può parlare – e non di assurdità, com’è -, è che esiste un giubileo “riservato” dove politici di ogni dove (proprio ogni!) abbracciano la Chiesa che li abbraccia a sua volta. E Virginia? Di Virginia ci teniamo, per ora, quello sguardo scuro, sbigottito, quasi spaventato dallo spettacolo. Da quello sfoggio di potere senza tempo. Poi vedremo.
(nota di redazione) Alla fine, dopo molto evitarla, è finita così, forse per salvare le apparenze e mettere a tacere i media sulla troppa freddezza della ministra Boschi.
Hanno ricevuto intimidazioni di ogni tipo, sono stati vittime di atti vandalici. Sono i sindaci e gli amministratori d’Italia che nei loro territori si oppongono alle cosche e alla criminalità. E per questo motivo sono sotto tiro. Il 24 giugno a Polistena (Reggio Calabria) uno dei maggiori centri della piana di Gioia Tauro, si tiene la prima marcia degli amministratori sotto tiro (ore 11.30). Mentre nel pomeriggio a Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) viene presentato il Rapporto 2015 sugli amministratori sotto tiro promosso daAvviso Pubblico. Tra i presenti:Filippo Bubbico, vice ministro dell’Interno, Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare Antimafia, Doris Lo Moro, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali.
Tra i sindaci sotto tiro c’è anche Michele Tripodi al suo secondo mandato a Polistena. Pubblichiamo il suo messaggio di benvenuto:
Venerdì 24 giugno la città di Polistena sarà ancora una volta protagonista di un’importante battaglia di impegno civile, sociale e culturale.
L’Associazione nazionale “Avviso Pubblico”, la rete degli enti locali che promuove sui territori formazione ed impegno contro le mafie, ha deciso di istituire un appuntamento annuale fisso per manifestare il continuo sostegno a tutti gli amministratori locali minacciati ed intimiditi durante l’esercizio del loro mandato elettivo.
Ma la Prima marcia degli amministratori sotto tiro di Polistena, sarà comunque un momento simbolico forte e coinvolgente, nel quale confluirà il bisogno di tantissimi cittadini comuni, lavoratori, commercianti, imprenditori, intimiditi e colpiti dalla criminalità organizzata attraverso l’usura ed il racket, di scendere in piazza per difendere i valori della democrazia e della convivenza civile. La scelta di Polistena, per organizzare la prima marcia in assoluto in Italia e in Calabria, ci gratifica, rende ancora più vivo e rinnova il nostro impegno contro le mafie: in Calabria, proprio perché la nostra regione è una delle più colpite dal fenomeno, a Polistena perché è un luogo simbolo di lotte per il riscatto sociale e civile. Qui, le battaglie contro la ndrangheta sono state sempre condotte a viso aperto dall’Amministrazione Comunale e da tutti coloro, a partire da semplici cittadini, associazioni, cooperative sociali, chiesa, che s’impegnano per diffondere ed affermare nella società i valori dell’onestà e della laboriosità in contrapposizione al tentativo delle mafie di condizionare le scelte di ognuno.
Saremo felici di accogliere tutti, sindaci e amministratori provenienti da ogni parte d’italia, personalità impegnate socialmente e politicamente, cittadini e magistrati sotto scorta, persone normali, giovani disoccupati, anziani rassegnati, emarginati e migranti, e tutte quelle figure che combattono tutte insieme, spesso nell’anonimato, nel silenzio e nella paura, la loro battaglia quotidiana contro le mafie ed il malaffare, che è e sarà sempre lotta per il cambiamento culturale e speranza per il riscatto e l’emancipazione della Calabria.
Benvenuti a Polistena
Per l’Amministrazione Comunale
il sindaco, dott. Michele Tripodi
La facciata di Palazzo Madama, sede del Senato, con le luci spente in occasione della campagna 'M'illumino di meno', l'iniziativa per il risparmio energetico lanciata dalla trasmissione radiofonica 'Caterpillar' di Radio Due, Roma, 19 febbraio 2016. ANSA / FABIO CAMPANA
Si stava votando la ratifica di convenzioni internazionali sul terrorismo. E l’aula si è trovata davanti un testo che suonava così: «È punito con la reclusione da sei a dodici anni chiunque, con le finalità di terrorismo a) procura a sé o ad altri materia radioattiva, b) crea un ordigno nucleare o ne viene altrimenti in possesso». Era proprio necessario che governo e maggioranza prescrivessero l’entità delle pene a proposito di reati che, ove commessi, ogni giudice ha già la più ampia possibilità di comminare pene severissime? È lecito dubitarne. Ma la maggioranza non resiste alla tentazione di prescrivere nel dettaglio entità massima e minima di ogni pena per ridurre la discrezionalità del giudice.
Un assist da sogno per il senatore Nitto Palma, ex magistrato ed ex guardasigilli che ha ridicolizzato il provvedimento: solo 12 anni a chi “crea un ordigno nucleare” e lo vuole usare per seminare il terrore? Non meno di 15 anni, suvvia! A favore dell’emendamento le opposizioni, 5 stelle compresi, tranne Sinistra Italiana. Ma a favore votano anche i “volenterosi” di Verdini e la maggioranza va sotto. Panico, sospensione della seduta – intanto i verdiniani abbandonavano l’emiciclo in base alla nota tecnica del dare un colpo al governo e poi ritirarsi e non metterlo troppo in difficoltà – e alla ripresa il relatore, Sergio Lo Giudice, è costretto a far suo un altro emendamento della destra che porta da 15 a 20 anni la pena per chi provi a usare quelle armi di sterminio.
Come avrete capito terrorismo e ordigni nucleari non c’entrano nulla con quel che è successo stamani in Senato. C’entra parecchio il dilettantismo della maggioranza di governo che tutto vuole prescrivere nel dettaglio e c’entra soprattutto la volontà degli alleati di Renzi di alzare il prezzo del loro appoggio ora che il premier appare più debole. Ciascuno lo fa a suo modo: Verdini con le imboscate. Casini con un’intervista al Corriere: «Renzi cambi, non può solo dividere». «Ma non dite che sono diventato anti renziano», diceva oggi con un gran sorriso sul volto.
Aula bunker di Rebibbia - Sentenza processo Cucchi
«Un vuoto normativo esiste. Mi auguro di dare una risposta in tempi rapidi sull’approvazione, è una questione che dobbiamo risolvere anche nei confronti della Corte europea di Strasburgo». Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si è espresso così in merito al reato di tortura. Sollecitato da Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo che questa mattina – 23 giugno – gli hanno consegnato le oltre 200mila firme raccolte fin qui (l’obiettivo è 300mila) con la petizione su Change.org: Contro ogni tortura: l’Italia approvi la legge entro il 2016.
«Il caso di mio fratello Stefano è un simbolo», ha commentato Ilaria Cucchi. «Lo ha riconosciuto lo stesso procuratore della Repubblica. È un caso di tortura. Stefano è diventato il simbolo di tutte le altre storie che non hanno voce. Queste firme dimostrano l’attenzione della gente comune che si sente coinvolta». E l’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, ha aggiunto: «Sta passando un messaggio sbagliato, quello che il reato di tortura sarebbe contro le forze dell’ordine e che violerebbe di conseguenza la sicurezza dei cittadini. Nulla di più distorto. Lo stesso ministro ce lo ha riconosciuto». Mancano tre giorni al 26 giugno, Giornata mondiale contro la tortura, e meno di sei mesi alla fine del 2016.
Nonostante la scarsa crescita e un tasso di disoccupazione che rimane elevato, in Italia è stato registrato nel 2015 un aumento dei milionari rispetto all’anno precedente. A farcelo sapere è il World Wealth report 2016, redatto dalla società di consulenza finanziaria Capogemini. Il rapporto definisce i milionari High net world individuals (Hnwi), ossia coloro che detengono più di un milione di dollari di ricchezza. Se nel 2014 erano, nel nostro paese, circa 218mila, l’anno successivo se ne contano 228mila, ossia 10mila persone in più (+4,5%, a fronte di una crescita complessiva dello 0,6%). Nella buona performance italiana pesano due fattori, il risparmio nazionale (+18,7%) e un aumento della capitalizzazione di mercato (+12,7%), mentre viene penalizzata dalla flessione del mercato immobiliare (-2,4%).
Nel mondo – continua il rapporto – ci sono in totale 15,4 milioni di paperoni, il 4,9% in più rispetto all’anno precedente, e la ricchezza totale stimata e detenuta da queste persone è di 58.700 miliardi di dollari. I dati sono stati ricavati attraverso interviste a 800 gestori di patrimoni e 5200 «grandi abbienti».
Inaspettatamente la quota di ricchezze concentrata nelle mani di pochi è andata progressivamente aumentando negli anni della crisi, subendo una lieve frenata solamente nel 2011: 39 milioni di dollari nel 2009, 42 nel 2010, 41 nel 2011, 46 nel 2012, 52 nel 2013 e 56 nel 2014. Addirittura risulta quadruplicata se si confronta con i dati del 1996. Secondo Andrea Falleni, vice presidente di Capogemini Italia, «se i modesti tassi di crescita attuali saranno mantenuti, questa cifra dovrebbe raggiungere i 100 miliardi di dollari nel 2025».
Concentrazione di persone Hnwi per area geografica
Il primato della ricchezza Hnwi spetta alla regione Asia-Pacifico, che ha registrato un aumento dello9.9%, a fronte della scarsa performance degli Usa (+2,3%) e dell’Europa (+4,8%). Tale brusca accelerata, trainata da Cina e dal Giappone rispettivamente del 16% e dell’11%, ha permesso all’area asiatica di superare quella nordamericana anche in valori assoluti, sia in termini di patrimoni detenuti (17,4 miliardi di dollari dell’Asia-Pacifico contro i 16,8 del nord America e i 13,6 dell’Europa) sia in termini di popolazione che detiene la ricchezza (5,1 nell’Asia-Pacifico, 4,8 nel nord America, 4,2 in Europa).
Concentrazione della ricchezza Hnwi per area geografica
Calano i super ricchi in America Latina (-8% dei milionari e 6% dei patrimoni) a causa delle due crisi in Brasile e Messico.
Nel 2015 solo un terzo della ricchezza totale Hnwi è stata affidata a società di gestione patrimoniale, mentre il 35% è stata di natura liquida, depositata su conti bancari o in forma di contanti. Cresce nel mondo la richiesta di servizi digitale. Nel 2015 c’è stato un aumento del 20% di richiesta di digitalizzazione della finanza. «Le aziende di maggior successo», conclude il rapporto, «saranno quelle in grado di innovarsi e convertirsi alle interazioni digitali».