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Cari gay, non fate coming out

Ogni due anni, d’estate, qualcosa ci ricorda che siamo italiani. Sì, avete capito bene: sto parlando di calcio.
Che siano i Mondiali o che siano gli Europei, negli anni pari è tutto uno sventolare di bandiere tricolore come nemmeno durante la festa della Repubblica. Cosa succede il resto del tempo? Ci dimentichiamo di essere italiani? Certo. Perché la vita è anche altro, e noi non siamo solo la nostra nazionalità: siamo un mosaico di caratteristiche, e prendere una parte per il tutto è da stupidi, perché quello che ci rende unici non è la caratteristica in sé ma il modo in cui è combinata con le altre. Per esempio, un naso un po’ storto ammanta di fascino un viso da bambola, come un paio di occhi verdi diventa assolutamente irresistibile su una persona di colore.
E dunque, fra le varie cose, io mi dimentico di essere lesbica. Perlomeno finché non apro il giornale e leggo della strage di Orlando, o vado su Twitter e leggo dichiarazioni omofobe da parte del politico di turno. Perché esattamente come il calcio agisce sul resto della popolazione (in barba ai cliché non ho mai giocato a calcetto) queste azioni mi colpiscono nell’orgoglio. Mi smuovono qualcosa dentro, come quel video francese della carbonara fatta con la panna (Anche lì, di nuovo, tutti orgogliosamente italiani).
In condizioni di quiete, perciò, non sento alcun bisogno di presentarmi al nuovo venuto e dire “Piacere, Chiara. Sono lesbica”. Dovrei? E perché piuttosto non dovrei dire “Piacere, Chiara. Non so nuotare” oppure, ugualmente importante “Piacere, Chiara. Sono celiaca/diabetica/cardiopatica”? Dopotutto, sono informazioni che potrebbero potenzialmente salvarmi la vita in caso di pericolo. Solo che io penso a me stessa come Chiara: né come a un elenco di caratteristiche, né come a una sola di queste. E quindi, a meno che qualcuno non mi proponga di andare a fare una pizza o di mangiare un gelato o di fare bungee jumping trascurerò di parlare della mia condizione medica.

©antoniopronostico
L’amore fa puff, illustrazione di Antonio Pronostico

Il fatto è che il peso del coming out, socialmente parlando, è tale che molte persone non riescono a farlo per tutta la vita. O che fanno con immensa fatica, atterrite dalla paura di un riscontro negativo da parte di genitori, colleghi e amici. E in effetti un feedback negativo, in seguito a un coming out, non è da escludere. Perché prendendoci uno spazio specifico per dire “sono gay” in qualche modo ci stiamo scusando. Stiamo ammettendo qualcosa. Come se fosse la confessione di una colpa, una giustificazione necessaria. Con una dichiarazione così solenne “Sono gay”, con questo faro puntato sull’orientamento sessuale, ci poniamo in difetto. E come tali ci mettiamo in una posizione eccezionale per ricevere critiche.
Ora io, che ci volete fare, ho preso da mio nonno Damiano: sono sfrontata, e di questi problemi non ne ho mai avuti. Davvero: nessuno mi ha mai fatto storie a causa del mio orientamento sessuale. Nessuno ha mai fiatato. Non davanti a me, perlomeno. Ma non si tratta di fortuna, né di vivere nel paese dei balocchi. Vivo in Italia: un Paese sufficientemente fascista da non aver mai contemplato l’omosessualità fra i reati e sufficientemente retrogrado da non tutelare i figli delle coppie dello stesso sesso già nel ventunesimo secolo. La mia difesa, da sfrontata quale sono, è l’attacco. Un particolare tipo di attacco. Tanto per cominciare è un attacco non violento.
Lo scenario che vi potete immaginare è quello, familiare, del lunedì mattina alla macchinetta del caffè. Le chiacchiere di riscaldamento prima di gettarsi in ufficio sulle sudate carte riguardano, tanto per cambiare, il week end appena trascorso. Chi è stato spaparanzato sul divano a guardare la TV, chi è stato a casa dei suoceri, chi ha avuto il pupo malato, chi si è ubriacato e chi è andato alle terme. E poi arriva la fatidica domanda. “E tu?”
Senza nessun imbarazzo mi gioco la mia cartuccia: «Sono andata al mare con la mia ragazza».
Perché non vuol dire semplicemente: “Cara società, sono lesbica” ma vuol dire: «Sono lesbica. Embè?» E questo è un attacco politico. Perché la narrazione quotidiana della propria vita è un’affermazione politica.
Perché noi siamo qui, adesso, tutti i giorni. E non dobbiamo giustificarci, davanti agli altri, ma dare loro gli strumenti per comprenderci, rispettarci, tutelarci. Perché la vita è quello che succede mentre siamo impegnati a fare altri progetti e ad aspettare che ci vengano concessi dei diritti. Perché la vita è quella cosa che succede mentre ci dimentichiamo di essere gay, lesbiche, bisessuali, transessuali o persino italiani. E pensiamo a noi stessi, com’è giusto che sia, in quanto semplici individui.

*Chiara Sfregola è una blogger e scrittrice.  Scrive su LezPop.it e ha appena pubblicato il suo primo romanzo Camera Single (Leggereditore).

Su Left in edicola dal 25 giugno trovate un’intervista a Chiara Sfregola autrice del romanzo Camera Single

 

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Quindi è colpa di Orfini

Fantastico. Alla fine dicono la Madia e Giachetti che a Roma la sonora sconfitta del PD abbia un nome e cognome: Matteo Orfini. Sarebbe il già vecchio giovane turco l’uomo che ha portato i democratici nella palude e, dice la Madia, che con lui si sono perse le periferie, si sono persi voti e si è pagato lo scotto per Mafia Capitale.

Da quando la politica ha preso i tempi del turborenzismo, tutta presa dall’ansia del cambiamento e dall’ossessione della narrazione veloce, anche la memoria sembra essersi corrotta in mezzo alla fretta: la rimozione di Ignazio Marino, voluta e ordinata da Matteo Renzi (come lo stesso ex sindaco ha raccontato),  è stata l’inizio di un declino che non sarebbe stato difficile immaginare concludersi con un fallimento simile.

Credere che i cittadini romani possano ritenere affidabile un partito che rimuove il proprio sindaco, tra l’altro con un vigliacchetto appuntamento da un notaio senza passare dal Consiglio Comunale, significa avere perso non solo la connessione con i propri elettori ma addirittura con il buon senso. Il renzismo (anche a Roma) si è convinto, sbagliando, che tra le deleghe di un partito politico ci sia quello di brigare internamente senza dare risposte ai cittadini: Renzi risponde stizzito alle critiche ma oculatamente ha evitato di dare spiegazioni di alcuni passaggi politici che non passando direttamente dal voto avrebbero avuto bisogno ancora di più di comunicazione e comprensione.

Su Mafia Capitale la guerra televisiva su chi avesse la mafia più lunga tra destra e sinistra è apparsa piuttosto disdicevole; la campagna anti-Raggi (con tanto di sms non richiesti nelle battute finali della campagna elettorale) ha avuto il sapore di un infantilismo di ritorno; una campagna elettorale basata sulle buche, sulle olimpiadi (presunte) e sull’esposizione di membri del governo come feticci portafortuna. Siamo sicuri che sia tutta colpa di Orfini?

La cultura può essere il volano d’Italia. Ecco come

Secondo il World Economic Forum, l’Italia perderà la metà dei suoi posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Anche per incapacità di usarli per valorizzare le competenze culturali, archeologiche di storia dell’arte che abbiamo e che, sempre di meno trovano impiego. Colpa del blocco del turn over, delle assunzioni bloccate da anni nelle soprintendenze che sono state depauperate di finanziamenti e competenze, dal momento che, sempre più, chi va in pensione non viene sostituito ed è venuto meno il passaggio di competenze da generazione a generazione. A questo quando che abbiamo più volte denunciato raccogliendo la voce di studiosi come Settis e Montanari, assai critici verso l’attuale riforma Franceschini, si aggiunge un fattore globale come quello dell’avanzata di grandi gruppi che gestiscono servizi prodotti da altri, speculandoci. Pensiamo per esempio a facebook che il sito di informazione più frequentato, senza produrre proprio contenuti giornalistici ma basandosi sulla condivisione di contenuti di altre testate rilanciate dagli utenti del social network di Zuckerberg. È il lato b della sharing economy.

Che accanto a tanti vantaggi, sfruttando e alla fine indebolendo la forza contrattuale di chi produce cultura. Sempre stando agli economisti del Wef questa skill distruption (alla lettera distruzione di competenze) costa all’Italia il 48% dei posti di lavoro tra il 2015 e il 2020. Una tendenza che si potrebbe contrastare se riuscissimo a tutelare e a valorizzare ( i due aspetti sono inscindibili a nostro avviso) il patrimonio culturale italiano, dando finalmente piena applicazione all’articolo 9 della Costituzione che tutela paesaggio e beni culturali legandoli alla ricerca e alla conoscenza.

«La cultura dalla radici antiche è oggi un importante volano per la crescita del Paese», ha detto Ermete Realacci presentando La Fondazione Symbola nel rapporto 2016 Io sono Cultura, l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi fotografa lo stato dell’arte della produzione culturale oggi in Italia, proponendo di puntare sulla green economy per mettere in sicurezza e far conoscere la bellezza e la varietà del paesaggio italiano. Meno convincenti forse le proposte che riguardano il patrimonio artistico considerato nelle sue potenzialità solo dal punto di vista della valorizzazione, parola chiave della Riforma Franceschini, ma anche diventata sospetta da quando il premier Renzi parlò del suo interesse verso i musei come «macchine per far soldi» evocando modelli di sfruttamento intensivo senza badare ai rischi.

Il punto di forza del Rapporto Symbola, in ogni caso, è la fotografia che offre dell’Italia che produce cultura. Diamo dunque una rapida occhiata al quadro, in modo che ognuno poi possa trarne le considerazioni che ritiene più opportune. Il primo elemento da ricordare è che nel sistema culturale lavora un milione e mezzo di italiani, il 6,1% dell’occupazione. Secondo i dati raccolti in questo studio, realizzato da Fondazione Symbola e Union camere in collaborazione con la regione Marche, «la cultura è uno dei motori primari della nostra economia.

Al Sistema Produttivo Culturale e Creativo (industrie culturali, industrie creative, patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive, produzioni creative-driven) si deve il 6,1% della ricchezza prodotta in Italia: 89,7 miliardi di euro». Ma l’aspetto da considerare è anche che la cultura ha sul resto dell’economia un effetto moltiplicatore pari a 1,8: in altri termini, per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,8 in altri settori. Gli 89,7 miliardi, quindi, ne “stimolano” altri 160,1, per arrivare a quei 249,8 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, il 17% del valore aggiunto nazionale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano.

In questo quadro è soprattutto il centro Italia a guidare la classifica delle macro aree più attive in questo settore: cultura e creatività producono il 7,5% del valore aggiunto totale dell’economia locale. Seguono il Nord-Ovest, che attraverso l’industria culturale e creativa genera il 7,1% del suo valore aggiunto e il Nord-Est, che sempre dal settore delle produzioni culturali e creative vede arrivare il 5,8% della sua ricchezza. Il gap si riscontra nel Mezzogiorno, dove l’industria culturale produce il 4,3% della sua ricchezza. Se guardiamo invece alle singole regioni, a sorpresa, in vetta alla classifica si trova il Lazio ( con l’8,9%), Lombardia (7,5%) e Piemonte (7,1%); quarta la Valle d’Aosta (6,6%) e quinte le Marche (6,2%), seguita – come era facile immaginare- da Emilia Romagna e Toscana (entrambe al 6%) e poi Friuli Venezia Giulia (5,7%), Veneto e Trentino Alto Adige (il 5,6%).

Considerando, invece, l’incidenza dell’occupazione delle industrie culturali sul totale dell’economia regionale la classifica subisce qualche variazione: in vetta c’è il Lazio, seguito Lombardia e Valle d’Aosta, rispettivamente con il 7,8%, il 7,6% e il 7,3%; quindi Piemonte (7%), Emilia Romagna e Marche (attestate al 6,6%), Trentino Alto Adige (6,5%), Veneto, Toscana e Friuli Venezia Giulia (tutte e tre al 6,3%).

La provincia di Milano è al primo posto in Italia sia per valore aggiunto che per occupati legati alle industrie culturali e creative (rispettivamente 10,4% e 10,5% del totale dell’economia provinciale). Nella classifica provinciale per incidenza del valore aggiunto del sistema produttivo culturale e creativo sul totale dell’economia, seguono Roma, attestata sulla soglia del 10%, Torino al 9,1%, Siena all’8,5% e Arezzo al 7,8%. Quindi Firenze con il 7,5%, Modena e Ancona entrambe al 7,2%, Bologna con il 7,1% e Trieste al 6,7%. Dal punto di vista dell’incidenza dell’occupazione del sistema produttivo culturale e creativo sul totale dell’economia, come anticipato, è sempre Milano la provincia con le migliori performance. Ma subito dopo troviamo Arezzo (9%), Roma (8,8%), Torino (8,5%), Firenze (8%), Modena (7,7%), Bologna (7,6%), Monza-Brianza e Trieste (entrambe al 7,5%), Aosta (7,3%).

Brexit: chi vota cosa, chi pensa cosa

The scene inside the White Horse Inn in Priors Dean, Hampshire, England also known as the 'Pub with no name' which has been made a polling station for the EU referendum Thursday June 23, 2016. Voters in Britain are deciding Thursday whether the country should remain in the European Union. (Andrew Matthews/PA via AP) UNITED KINGDOM OUT - NO SALES - NO ARCHIVE

Oggi i quotidiani britannici titolano in maniera divergente: da “il giorno del giudizio” di The Times a Il giorno dell’indipendenza del tabloid sparato sull’uscita The Sun. Il rivale Daily Express titola invece: “Non fate un salto nel buio”. Qui sotto una rassegna.

 

Immigrazione e spesa: una percezione falsata della realtà

Il pubblico britannico non si è potuto fare un’idea di quel che è in gioco. Segno che i media non hanno fatto un buon lavoro. La percezione dei britannici su alcuni fenomeni è piuttosto diversa dalla realtà delle cose. Un’indagine Ipsos segnala infatti come su immigrazione, costi dell’Europa, pressione degli immigrati sui costi del welfare, i cittadini britannici abbiano un’idea sbagliata. Due esempi: i britannici pensano che la popolazione immigrata che risiede nel Regno Unito sia intorno al 15%, la verità è che gli immigrati sono il 5%. La maggioranza ritiene che la Gran Bretagna sia tra i primi contribuenti all’Unione europea e ritiene – correttamente – che Londra prenda meno di quanto versi a Bruxelles. La verità è che il Regno Unito è il quarto contributor dopo Germania, Francia e Italia. Stessa percezione sbagliata se parliamo del peso degli stranieri sul welfare britannico, così come, nella testa degli elettori, si esagera la percentuale di spesa in burocrazia del budget dell’Unione europea (i britannici ritengono sia il 37%, è il 6%).

United Kingdom Independence Party leader, Nigel Farage, arrives to cast his vote in Biggin Hill, south eastern England, Thursday, June 23, 2016, as voters head to the polls across the UK in a historic referendum. Voters in Britain are deciding Thursday whether the country should remain in the European Union — a referendum that has exposed deep divisions over issues of sovereignty and national identity. (Gareth Fuller/PA via AP) UNITED KINGDOM OUT NO SALES NO ARCHIVE
Nigel Farage ha votato (Gareth Fuller/PA via AP)

Britain's Labour Party leader Jeremy Corbyn smiles as he arrives to cast his vote in the EU referendum at a polling station in Islington, London Thursday June 23, 2016. Voters in Britain are deciding Thursday whether the country should remain in the European Union. (Daniel Leal-Olivas/PA via AP) UNITED KINGDOM OUT - NO SALES - NO ARCHIVE
Anche Jeremy Corbyn

Un rapporto oscillante con l’Europa

Storicamente, la voglia di Europa della Gran Bretagna non è mai stata enorme. La serie storica è fatta di grandi oscillazioni. Nel 1977 il 56% voleva rimanere, nel 1980, un anno dopo l’elezione di Margaret Thatcher, i filo europei erano solo il 29%, 10 anni dopo il 68% voleva rimanere, nel 2000 il 43%.

Chi e quanti andranno a votare?

Questa è la domanda cruciale: più giovani vuol dire più voti per l’Europa, più anziani il contrario. Tradizionalmente le persone più adulte votano di più, ma cosa succederà stavolta? I londinesi sono in gran maggioranza per il No, così come scozzesi e gallesi. Le altre regioni d’Inghilterra tendono a essere favorevoli all’addio all’Unione europea. Le donne sono a favore del Remain in lievissima maggioranza, chi ha studiato anche. Chi segue la politica preferisce rimanere in Europa, chi non la segue granché vuole lasciare. I sostenitori del Labour sono in gran maggioranza a favore dell’idea di far parte di un consesso più ampio di Stati, conservatori e Ukip vogliono uscire.

Se voleste fare una previsione del risultato, ecco un bel quadro interattivo con il quale giocando su chi vota e quanti votano – e utilizzando i dati raccolti da YouGov in questi mesi – si prevede il risultato (il link è nella foto qui sotto)

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Nel 2015 record degli omicidi di militanti ambientalisti. Il rapporto di Global witness

Berta Caceres
epa05278864 Members of the Latin American Network of Women Defendor of Social and Environmental Rights pay tribute to Honduran activist killed Berta Caceres, at a square of San Salvador, El Salvador, 26 April 2016. Demonstrators asked for justice in the case of Caceres, assassinated last 03 March in Honduras. EPA/Oscar Rivera

Lo scorso 25 agosto Raimundo Rodrigues Dos Santos e la moglie Maria, mentre tornavano a casa lungo una strada tranquilla, sono stati attaccati improvvisamente e picchiati brutalmente da due uomini sconosciuti. La moglie è sopravvissuta miracolosamente, ma Raimundo è morto poche ore dopo a causa delle percosse. La sua unica colpa era quella di essere un difensore attivo della riserva indigena di Gurupi, – nello stato di Maranhao, a nord del Brasile – che rischia l’estinzione a causa del disboscamento illegale, pratica criminale ma frequente portata avanti dai latifondisti terrieri in tutta la foresta Amazzonica brasiliana.
E la storia di Raimundo non è l’unica: le violenze contro indigeni e attivisti ambientalisti sono frequenti sia nell’Amazzonia che in tutto il Brasile, tanto che il 2015 ha registrato un record di uccisioni, con ben 50 morti, il doppio rispetto al 2014. E il problema non è solo brasiliano, ma globale.

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Secondo il rapporto dell’Ong Global witness, nel 2015 sono stati avvenuti 185 omicidi di militanti ambientalisti – circa tre a settimana – il 59% in più rispetto al 2014. il dato peggiore dal 2002, anno in cui cominciò il monitoraggio del fenomeno. Le uccisioni denunciate sono avvenute in 16 paesi: il triste primato spetta all’America latina e al Sud Est asiatico, dove in cima alla classifica vi sono Brasile (50) Filippine (33) e Colombia (26), paesi in cui c’è un consistente aumento della domanda di commodities.

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Il caso più famoso è sicuramente quello dell’attivista Berta Caceres, esponente degli indigeni Lenca, che si batteva contro la costruzione della diga di Agua Zarca, in Honduras. La donna, vincitrice del premio Goldman per l’ambiente, fu uccisa in casa mentre dormiva. Inizialmente la polizia sostenne che si trattò di una rapina, ma la verità venne poi a galla. Nessuno è ancora stato arrestato per il suo omicidio. Storie di uomini e donne la cui vita è stata violata perché hanno difeso i diritti delle loro famiglie e comunità.

Manifestazione per l'attivista Monica Caceres
Manifestazione per l’attivista Monica Caceres

Michelle Campos  ha documentato i crimini portati avanti contro la comunità indigena di Lumad, nella regione del Mindanao, ha denunciato, in un giornale di Manila, la brutale uccisione del padre e del nonno, giustiziati da un gruppo paramilitare con contatti nell’esercito. Un terzo uomo è stato rapito e il suo corpo è stato ritrovato dopo pochi giorni nudo e mutilato a causa delle torture. Il nonno di Michelle, Dionel Campos, portava avanti una campagna contro lo sfruttamento, da parte delle compagnie minerarie, delle riserve di carbone, nichel e oro della zona. Tutta l’area del Mindanao è militarizzata e costellata di conflitti tra popoli indigeni e compagnie minerarie e di agro business, che sfruttano le terre ricche di materie prime senza il consenso delle comunità, spesso con il plauso del Governo. Alcune organizzazioni umanitarie hanno documentato gravi abusi, tra cui esecuzioni extragiudiziali, concentrate in aree in cui le aziende cercano il controllo dei terreni e delle risorse.

Gli indigeni, che difendono in prima persona i territori dallo sfruttamento delle multinazionali, sono i più colpiti, quasi il 40% del totale delle persone uccise nel 2015 (67 in totale). Dati che dimostrano come i nativi subiscano sempre di più le violenze, in consistente aumento, da parte delle compagnie minerarie e agro alimentari, desiderose di mettere le mani sulle terre ricche di risorse naturali ancora intatte. Un caso emblematico è quello del Nicaragua, dove l’aumento della domanda di terreni è la causa principale del conflitto tra proprietari e comunità locali, che ha causato la morte di 12 leader indigeni nel 2015.

Altro caso emblematico è la Colombia. Fabio Moreno è stato latitante sin dal 7 aprile 2015, il giorno in cui il suo amico e collega Fernando Salazar Calvo è stato ucciso davanti alla sua casa. Entrambi gli uomini erano attivisti della riserva di Canamomo Lomaprieta, nella Colombia Centrale. Poche settimane prima dell’attentato sono stati minacciati da alcuni uomini di cessare la loro attività. Il loro gruppo indigeno, lo Embera Chami, ha convissuto in un territorio ricco di oro, praticando uno sfruttamento di piccole proporzioni, rispettoso dell’ambiente. Il Governo colombiano ha poi approvato le concessioni minerarie nell’area senza consultare minimamente la comunità locale. Questo ha aperto la strada all’attività dalle società minerarie come AngloGold Ashanti e all’estrazione mineraria illegale da parte di gruppi armati. E persone come Fabio e Fernando sono state costrette, fin da subito, a convivere con minacce e intimidazioni.
Sono stati in totale nove gli attivisti uccisi in Colombia nel 2015. L’attività delle multinazionali sta portando alla degradazione del suolo, dell’ambiente e all’aumento della povertà e della diseguaglianza. Secondo le associazioni per i diritti umani gli autori dei crimini sono perlopiù gruppi di paramilitari che operano in collusione con le elites locali e governative. Nessuno ancora è stato arrestato per l’uccisione di Fernando, e e Fabio è ancora costretto a vivere in latitanza per la mancanza di protezione da parte del Governo colombiano.
«Una delle ragioni dietro all’aumento degli omicidi è l’impunità, le persone sanno che possono farla franca con questi crimini» dice Billy Kyte, attivista di Global Witness, alla Reuters. E il rapporto documenta anche la compiacenza dei Governi agli interessi dei potentati economici: secondo Global witness 16 assassini sono legati a gruppi paramilitari, 13 all’esercito e 11 alla polizia. E i governi più corrotti sono quelli africani, che marginalizzano gli attivisti e la protesta bollando le azioni degli ambientalisti come anti-sviluppo.
Global Witness alla fine del rapporto da alcuni consigli ai governi per affrontare la situazione. Tra questi, aumentare la protezione delle zone e delle persone a rischio, investire risorse nelle indagini e fare di tutto per portare i responsabili di fronte alla giustizia, cercare di trovare una mediazione tra aziende e comunità indigene e supportare le loro ragioni, riconoscere i loro diritti e combattere la corruzione e l’illegalità che affliggono il settore delle risorse naturali. Secondo l’associazione, i numeri delle uccisioni sono ancora più alti se si tiene conto che gli omicidi avvengono in villaggi remoti o nella foresta pluviale, nel più totale silenzio. Dati preoccupanti, che dimostrano come l’ambiente sia il nuovo campo di battaglia per i diritti umani.

One way only. Il viaggio a senso unico dei migranti in una mostra

“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schierato

“One way only – Senza voltarci indietro” è il titolo della mostra fotografica di Stefano Schirato che sarà ospitata a partire dal 23 giugno a Roma presso la Biblioteca della Camera dei Deputati a Palazzo San Macuto in via del Seminario.
Un percorso in bianco e nero che racconta l’arrivo di migliaia di famiglie di migranti e il loro lento procedere lungo la rotta balcanica. Una marea indefinita di persone che è composta dalle storie, i ricordi, le tragedie e le speranze di ognuno. Sono anziani e giovani, bambini, uomini e donne, in cerca di una via verso il nord Europa. Un’unica via, un’unica direzione, opposta e contraria a quella che ci si lascia alle spalle: la guerra.

“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schierato Lesvos-Greece. Rifugiati siriani arrivano su un gommone dalla Turchia.
“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schirato
Lesvos-Greece. Rifugiati siriani arrivano su un gommone dalla Turchia.

“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schierato
“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schirato

«Devi poter ascoltare i passi lenti di quella gente, le urla in mezzo al mare per comprendere che è molto di più di quello che ti raccontano i media»

Stefano Schirato, fotografo


“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schierato Skala Sykaminea, Lesvos. Il pianto di un bambino siriano dopo lo sbarco sulle coste di Lesbo.
“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schirato
Skala Sykaminea, Lesvos. Il pianto di un bambino siriano dopo lo sbarco sulle coste di Lesbo.

“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schierato
“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schirato

“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schierato Mytilini, Greece. Un uomo siriano sorregge il figlio disabile.
“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schirato
Mytilini, Greece. Un uomo siriano sorregge il figlio disabile.

“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schierato Lesvos-Greece. Mytilini Port area.
“One way only – Senza voltarci indietro” © Stefano Schirato
Lesvos-Greece. Mytilini Port area.

gallery a cura di Monica Di Brigida

Perché in Gran Bretagna si vota di giovedì?

Oggi si vota il referendum sulla Brexit. Ma perché in Gran Bretagna si vota di giovedì? Per ragioni pratiche, potremmo dire. Perché il giovedì per un lavoratore britannico è come il 26 del mese per un pensionato italiano: l’ultimo giorno utile per spendere la sua paga. E in Uk è il venerdì il giorno della paga settimanale, perciò i governanti britannici scelsero il giovedì per garantirsi che gli elettori proletari non avessero più soldi per sbronzarsi al pub. E i seggi elettorali sono spesso allestiti per strada, così da trovarsi di strada per la gente che va a lavorare.

English-PubPublic Bar, Saloon Bar, Private Bar, scritte incise sulle caratteristiche insegne di ferro battuto. I pub, sono nati nel 1400 come osterie che offrivano cibo e alloggio, per volere del re Riccardo II. Solitamente, aprono alle 11 e chiudono prima di mezzanotte e, 20 minuti prima, una campanella o la luce spenta per alcuni secondi, ne segnala la chiusura. «Last orders, please!», «Time, gentlemen!», c’è ancora tempo per l’ultima ordinazione.

Ramsay MacDonald
Ramsay MacDonald

p.s. l’unica eccezione è avvenuta nel 1931 quando si votò di martedì 27 ottobre. In quell’anno venne interrotta la consueta alternanza laburisti-conservatori e si tenne un governo di unità nazionale guidato da Ramsay MacDonald. Erano tempi di guerra e di crisi economica (quella del 1929) e il Regno Unito aveva optato per le misure di austerity.

Di che parliamo quando parliamo di Brexit? Guida alla notizia del giorno

«Dovrebbe il Regno Unito continuare a essere un membro dell’Unione europea? ». I cittadini di Sua Maestà britannica, Elisabetta II, si troveranno a decidere se continuare a fare parte dell’istituzione transnazionale meno amata del decennio scegliendo tra le opzioni «Rimanere un membro dell’Unione europea/Lasciare l’Unione europea», il fac-simile della scheda lo vedete qui sopra – l’Union Jack l’abbiamo aggiunto noi.

La risposta che daranno i britannici avrà ripercussioni enormi, sul loro Paese innanzitutto e poi sull’Europa. Circolazione delle persone, commercio, idea di Unione che l’Europa è in grado di immaginare e provare a mettere in pratica.

Hanno diritto a votare 44 milioni e 772mila persone. 37,9 milioni sono inglesi, 2,1 gallesi, 3,9 gallesi, 1,2 nordirlandesi. La nazionalità non è indifferente, visto che gli scozzesi vogliono rimanere a tutti i costi e in caso di vittoria dei sostenitori del Brexit potrebbero decidere di tenere un nuovo referendum per uscire dal Regno. La partecipazione al voto sarà un aspetto cruciale: quanti andranno? Nel 1992, quando vinse Tony Blair per la prima volta, votò il 77,7% degli aventi diritto, nel 2001 il 59,4% e l’anno scorso il 66,1%. Più voti forse significa più fuga dall’Europa.

Gli schieramenti

I principali partiti sono divisi al loro interno. I leader sono per il No, liberaldemocratici, Verdi e nazionalisti dello Scottish National Party compresi; per il Sì le voci più forti sono quelle di Boris Johnson, ex sindaco di Londra e papabile leader conservatore in caso di terremoto, e poi Nigel Farage, il cui Ukip è fondamentalmente una creatura dell’Europa, nel senso che nasce in opposizione ad essa. Tra le voci forti per il No c’è il neo-sindaco di Sadiq Khan, che ha giganteggiato contro Johnson nel dibattito televisivo a due giorni dal voto. Dei 650 membri del parlamento o MPs, 478 (73,5%) sono per rimanere, l’1,4% non si è espresso. La forza del Sì nei sondaggi è un segnale di come la domanda sull’uscita dall’Europa sia forte nella società britannica: comunque vada un quarto degli elettori in più degli eletti voterà per abbandonare l’Ue.

I sondaggi

Il Sì è stato in vantaggio per mesi, ma più si avvicina la data e gli argomenti si fanno seri, e più il fronte del No cresce. Gli ultimi sei sondaggi assegnano la vittoria al No in quattro casi, un pareggio e una vittoria del Sì. Gli indecisi restano il 9-10% e i distacchi minimi, dentro al margine di errore. Dovessimo dare retta ai social network stravincerebbe il No, come mostrano i rilevamenti di Reputation Squad su Twitter e Facebook. Farage stravince, Cameron secondo, terzo Johnson quasi pari con il premier, poco dietro il laburista James Corbyn e Sadiq Khan  u passo. Farage è però molto attivo su Twitter e negli ultimi mesi l’unica cosa di cui si è occupato è il referendum. Gli altri leader hanno altro a cui pensare.
brexitometer reputation squad

L’engagement su Twitter e Facebook rispecchia invece gli orientamenti, con il Sì, che è per forza di cose più motivato che prevale di un soffio.Brexitometer social media

Di cosa si è parlato in campagna elettorale?

Pro-Brexit

La campagna ha assunto toni nazionalisti fin da subito: gli inglesi sono nazionalisti e gelosi della loro isola e con i tempi che cambiano si sentono invasi. E il 10-12% di loro vota Ukip nonostante il sistema elettorale non dia quasi speranze di eleggere deputati al partito di Farage. Boris Johnson nel dibattito Tv ha detto che in caso di vittoria del Sì, il 23 giugno potrebbe diventare l’Independence day della Gran Bretagna (ironia vuole che l’Independence day americano celebri l’indipendenza proprio dall’impero dove non tramontava mai il sole di Sua Maestà).

L’immigrazione, il controllo delle frontiere per tenere fuori rifugiati e terroristi, la burocrazia di Bruxelles sono gli argomenti forti del Sì. Oltre a quel manto di nostalgia per la cara vecchia Good Old England di pub, città minerarie coperte di smog, paesaggi verdi, ristoranti di fish&chips con le posate e i piatti di plastica come nella miglior tradizione dell’era moderna, in cui tutto quel che era sintetico era buono e Sheperd’s Pie, il pasticcio di carne più popolare. Quel Paese, se mai è esistito, oggi non c’è più.

La polemica più dura c’è stata per il manifesto che vedete qui sotto: l’uso delle masse di rifugiati che camminano nel mezzo della campagna europea da parte dell’Ukip viene considerato da molti volgare e xenofobo. Tanto che la baronetta Sayeeda Warsi, conservatrice per il Brexit, ha cambiato campo a pochi giorni dal voto proprio a causa dei toni usati dai favorevoli a lasciare l’Europa. Farage si è rifiutato di chiedere scusa. Ma a quei toni viene imputata anche la morte di Jo Cox, uccisa da uno squilibrato, certo, che però era animato da risentimento e nazionalismo.

leave

L’idea dei favorevoli a uscire è che da sola, la Gran Bretagna può affrontare meglio la minaccia terroristica, fermare l’immigrazione (“come in Australia”), commerciare meglio e di più con i Paesi extraeuropei, Stati Uniti e Cina in testa «perché non ci vorranno anni per negoziare un trattato commerciale e non dovremo sottostare alle regole assurde imposte da Bruxelles».

I contrari

I contrari all’uscita hanno argomenti razionali, a volte troppo, ma riescono anche a mettere passione. I sindacati del personale sanitario ad esempio spiegano che l’NHS, il sistema sanitario nazionale, rischia di collassare senza l’apporto di medici e infermieri stranieri. Che siano immigrati indiani o polacchi, il discorso non cambia, sempre di stranieri si tratterà. L’idea che senza Europa quella che viene definita un’invasione si arresterebbe è ridicola: in Gran Bretagna vivono milioni di pakistani, indiani, bengalesi, asiatici di altra provenienza, africani che non hanno nulla a che vedere con la presenza del Paese in Europa. Quanto al terrorismo, ha urlato nel dibattito Tv la leader del partito conservatore scozzese: «Se la Cia, il capo dell’Mi6, gli esperti del settore e i militari mi dicono che sono più sicura in Europa io credo a loro». E se parliamo di regole e burocrazia europee? Sono troppe, è vero, ma siccome il Regno Unito esporta il 58% del totale delle merci che vende all’estero proprio in Europa, queste devono essere compatibili con le regole europee.

Jeremy Corbyn, che non è un euroentusiasta, chiede un Sì di testa perché le grandi questioni che ci stanno davanti: immigrazione, cambiamento climatico, Siria, non si affrontano da soli.

 

Nei mesi scorsi il governo britannico ha posto sul tavolo alcune questioni a Bruxelles: mantenimento del pound, dichiarazione che il Regno Unito non ha intenzione di fare passi aggiuntivi verso più Unione europea, taglio dei benefici del welfare agli immigrati che perdono il lavoro – un modo per scoraggiare l’immigrazione da welfare, che è una frazione di frazione. Qui sotto la pagina di pubblicità su Metro comprata da un cittadino per comunicare al mondo il suo sdegno per la volgarità del dibattito sull’immigrazione. «Gli immigrati aumentano dello 0,5% l’anno, davvero non siamo in grado di gestirli» Per l’Europa sarà comunque un problema: se vincesse il Sì, ci troveremmo quasi certamente di fronte ad altri referendum e a risultati ancora migliori per i partiti euroscettici (a meno che Londra non affondi nei guai di una crisi il giorno dopo). Se vincerà il No, comunque si apre una fase di rinegoziazione molto complicata.

metro brexit

In questi giorni e nei mesi passati contro la Brexit si sono schierati la City, che teme di perdere la propria centralità mondiale nel mondo delle transazioni finanziarie, le società della Premier League, molti artisti e Soros ha messo in guardia sul pericolo di un attacco alla sterlina. Anche la musica è terrorizzata: come il calcio un’industria britannica globale che teme per le tariffe per l’export, i visti di ingresso e uscita per gli artisti in tour (in Gran Bretagna e dalla Gran Bretagna). Figure come Brian Eno, Johnny Marr, Bob Geldof, fondatori di importanti case discografiche indipendenti come Rough Trade o Beggar’s banquet, tutti si sono espressi pubblicamente per il No.

E a proposito di musica, qui in fondo potremmo caricare il classico dei Clash che recita Should I stay or should I go, “Resto o me ne vado”. Postiamo invece Panic degli Smiths, che è quello che prenderà alla City di Londra in caso di vittoria del Sì.

La rivoluzione di De Magistris a Roma. Il sindaco di Napoli incontra Yanis Varoufakis

«Siamo l’unica vera ed effettiva novità politica di questo voto». Parla di rivoluzione e di protagonismo politico, Luigi de Magistris, il giorno dopo la sua riconferma a Napoli. Osannato dai napoletani, Giggino esce a pugno chiuso da Palazzo San Giacomo cantando Bella Ciao. Ignorato dai media e contrastato da quelli che definisce i «poteri forti e l’apparato», de Magistris è stato rieletto a Napoli con il 66,85% delle preferenze al ballottaggio, doppiando l’avversario di centrodestra Gianni Lettieri. Con lui vince una sinistra che non si nasconde e non teme d’essere vecchia e anacronistica: parla di zapatismo in salsa partenopea e cita Gramsci e Che Guevara. Ma questa volta, il sindaco, esce dalle mura della sua roccaforte e arriva a Roma con il suo movimento Dema – Democrazia Autonomia, per incontrare Yanis Varoufakis e il suo movimento DiEM25. Poche ore dopo la vittoria, del resto, de Magistris lo aveva annunciato: Napoli deve diventere «un soggetto autonomo, una forza nazionale e internazionale».

Riprendersi le città in alternativa alle grandi coalizioni di governo, che impongono misure di austerità e limiti alla democrazia. La “Napoli in comune” di de Magistris, come la “Barcelona En Comú” di Ada Colau, è una delle città ribelli d’Europa. Tra le due città c’è «un sodalizio fondato dall’allargamento delle pratiche di democrazia, di partecipazione e sui beni comuni», dicono all’unisono i sindaci: «Insieme lavoreremo per un Mediterraneo di pace e diritti, lavoreremo per i nostri popoli contro le sofferenze dettate dall’austerità finanziaria».

Baobab

L’incontro si tiene, il 23 giugno alle ore 18, in una cornice speciale: il Baobab di Roma, la tendopoli di via Cupa gestita in modo volontario da alcuni cittadini che tempo fa si sono costituiti in associazione (Baobab Experience) e che è stato il rifugio di centinaia di migranti. Sgomberato, adesso il Baobab continua comunque ad accogliere i migranti che transitano da Roma. Tende per strada e trattative con il Campidoglio che adesso ha una nuova guida, quella di Virginia Raggi.

Ci sarà anche Left, per seguire l’incontro e, ovviamente, aggiornarvi.