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Migranti sfruttati e prezzi da fame. Dentro la #FilieraSporca dell’agricoltura italiana

IMMIGRAZIONE: ROSARNO, MAMMA AFRICA RIAPRE MENSA PER I NERI In questa immagine d'archivio (13 marzo 2010) immigrati africani durante la raccolta delle arance a Rosarno (RC) due mesi dopo la famosa rivolta degli immigrati, che provoco' scontri tra clandestini e abitanti. FRANCO CUFARI/ DBA

Il caporalato è la drammatica punta dell’iceberg. E la repressione una risposta necessaria ma non sufficiente. L’analisi della filiera agricola contenuta nel secondo rapporto #FilieraSporca presentato oggi a Roma traccia il quadro di un pezzo importante dell’economia italiana caratterizzato da pesanti sacche di sfruttamento ai danni di braccianti – tra cui anche i migranti in attesa del riconoscimento del diritto d’asilo –  e piccoli produttori, anche in virtù della crisi di alcuni comparti come quello agrumicolo e dell’assoluta mancanza di trasparenza lungo tutta la filiera.

Rifugiati sfruttati

La raccolta dei Rifugiati. Trasparenza di filiera e responsabilità sociale delle aziende, si intitola quest’anno il report realizzato da Terra! Onlus, Associazione daSud e Terrelibere.org. Il numero di Left disponibile online da domani e in edicola sabato, dedica un approfondimento al tema, con l’analisi e le proposte di esperti e attivisti, anche alla luce dell’indagine di #FilieraSporca, disponibile sul sito www.filierasporca.org. In provincia di Catania, denunciano le associazioni promotrici del dossier, la raccolta delle arance durante la stagione appena terminata è stata effettuata anche con l’impiego di richiedenti asilo ospitati nel Cara di Mineo. «Non hanno il permesso provvisorio di lavoro – spiegano a Left – eppure abbiamo raccolto testimonianze che confermano che lavorano nei campi per 10 o 20 euro al giorno quando va bene».

Arance in ginocchio

#FilieraSporca ha realizzato anche un approfondimento sulla composizione del prezzo delle arance, che quest’anno – anche a causa delle condizioni meteo che hanno alterato la caratteristica colorazione della varietà Tarocco – ha raggiunto il minimo storico di 7 centesimi al chilo pagati dall’industria dei succhi (quelle fresche finite sui banchi di mercati e supermercati vengono pagate intorno ai 17 centesimi al chilo). «Senza il lavoro di quei migranti, pagato una miseria, forse quelle arance non sarebbero nemmeno state raccolte», spiega Fabio Ciconte, portavoce di Terra! Onlus.

Concorrenza al ribasso

A contribuire alle cifre così irrisorie incassate dai produttori sono anche l’imposizione del prezzo di vendita da parte della Grande distribuzione e l’aumento dell’importazione di agrumi da Paesi come Egitto, Marocco e Spagna, a prezzi molto ridotti. A fronte di ciò, la regione agrumicola italiana per eccellenza, la Sicilia, affronta il mercato «assecondando la concorrenza al ribasso e puntando su prodotti di scarso valore e non su qualità e specialità. Così, a farne le spese sono innanzitutto i lavoratori, su cui si scarica gran parte del peso di questi problemi» prosegue Ciconte. Il rapporto racconta infatti come, alla luce dei diversi fattori, il lavoro dei raccoglitori venga pagato 8 o 9 centesimi al chilo se regolare, scendendo a 4 o 5 quando invece a 4 o 5 e anche meno se irregolare.

IL COSTO DI 1 KG DI ARANCE FRESCHE
Costo arance

Il peso dei big

#FilieraSporca ha anche invitato un questionario sulla trasparenza di filiera a 10 gruppi presenti in Italia: Coop, Conad, Carrefour, Auchan-Sma, Crai, Esselunga, Pam Panorama, Sisa Spa, Despar, Gruppo Vegè e Lidl. Le risposte sono pervenute solo da Coop, Pam Panorama, Auchan-Sma e Esselunga. Conad ha spiegato di «non essere molto interessata a questo tipo di operazioni». La Coop inoltre risulta il distributore di arance e derivati a marchio più trasparente, seguito da Coca Cola, Auchan e Pam. «Questo dimostra che serve una legge sulla trasparenza – commenta Fabio Ciconte -:accanto alla repressione di frodi e illegalità, bisogna introdurre un’etichetta narrante collegata a un elenco pubblico dei fornitori, in modo da conoscere per quante e quali mani è passato il prodotto che consumiamo. Senza le attuali opacità si ridurranno anche le innumerevoli occasioni di sfruttamento che raccontiamo nel nostro rapporto».

Intellettuali di tutto il mondo contro il golpe in Brasile. In difesa di Dilma e della democrazia

«La pratica del colpo di Stato istituzionale sembra essere la nuova strategia delle oligarchie latinoamericane. Dopo Honduras e Paraguay, è la volta del Brasile. I movimenti sociali sono oggetto di un’offensiva politica di grande entità che trascina il Brasile in un una regressione democratica». In difesa di Dilma Rousseff, eletta con 54 milioni di voti, e contro il processo di impeachment un centinaio di intellettuali brasiliani e stranieri hanno sottoscritto l’appello “Contro il colpo di Stato in Brasile”. I tedeschi Jürgen Habermas, Axel Honneth e Rainer Forst, la nordamericana femminista Nancy Fraser e il canadese Charles Taylor, sono solo alcuni del centinaio di intellettuali brasiliani e stranieri che hanno sottoscritto un appello per criticare e condannare il processo di impeachment subito da Dilma, qualificandolo come «golbe bianco» e – aggiungono gli intellettuali – l’opposizione, formata dai partiti di destra, che ha approfittato della crisi economica per scatenare una campagna violenta contro la Presidenta. Il testo, poi, afferma anche che l’obiettivo dell’impeachment è attaccare i diritti sociali garantiti dal governo di Dilma, deregolamentare i processi economici nel Paese e porre un freno alle numerose indagini per corruzione.

Il documento lanciato dalla professoressa di Etica e Filosofia politica Yara Frateschi e dalla docente di Filosofia Miriam Madureira è stato presentato durante la conferenza internazionale di Filosofia e Scienze sociali di Praga, nella Repubblica Ceca. «Non si tratta di un’adesione a un partito, ma di una chiara manifestazione di solidarietà ai brasiliani», ha dichiarato Frateschi al quotidiano online brasiliano Opera Mundi. «Il Brasile negli ultimi anni è stata in grado di avviare un processo di trasformazione sociale nel rispetto delle regole democratiche»

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Ecco il testo dell’appello, tradotto in italiano da Left:

Il 31 marzo 1964 un colpo di Stato ha instaurato una dittatura civile-militare in Brasile, inaugurando un buio periodo di 21 anni di sospensione delle garanzie civili e politiche. Oggi, 52 anni dopo, il popolo brasiliano si trova ad affrontare ancora una volta una rottura dell’ordine democratico. Come risultato dell’approvazione da parte del Senato di un processo di impeachment sulla base di irregolarità contabili, Dilma Rousseff, che era stata eletta nel 2014 per un mandato di 4 anni, è stata costretta, il 12 maggio 2016, ad abbandonare il suo posto di presidente la Repubblica. Anche se questa rimozione dovrebbe essere temporanea, della durata massima di 180 giorni, periodo durante il quale i senatori dovrebbero ricostituire e valutare i motivi che hanno portato al processo di impeachment, è improbabile che Dilma riesca a tornare nel suo ufficio.
La temporanea rimozione di Dilma Rousseff è il culmine di un processo caratterizzato dall’arbitrio e dalla polarizzazione nella società brasiliana democratica senza precedenti, percepibile almeno da quando la sua rielezione nel 2014. Attribuendo i recenti scandali di corruzione esclusivamente alle al Partito dei lavoratori (anche se sono stati gli unici ad avere il coraggio di indagare contro se stessi) e manipolando l’opinione pubblica contro i presunti rischi di una scalata della sinistra nel Paese, l’opposizione di destra ha approfittato della crisi economica emersa dopo anni di stabilità e crescita per dare il via a una violenta campagna mediatica. È riuscita ad aggregare contro il Partito dei lavoratori (Pt) di Lula e Dilma le grandi sezioni delle élite aziendali e pezzi della classe media conservatrice, così come i settori autoritari rappresentati nel Congresso e nella magistratura, evidentemente puntando allo smantellamento dei diritti sociali garantiti dal governo di Dilma e alla deregolamentazione dell’economia. Inoltre, una volta al potere, probabilmente eviteranno di affrontare la corruzione in quanto è probabile che vedrebbero coinvolta la propria gente, al contrario di Dilma Rousseff, la cui onestà nell’amministrazione della cosa pubblica non è messa in dubbio, tant’è che le accuse di corruzione non fanno parte del processo di impeachment. L’impeachment è uno strumento giuridico di portata estremamente limitata nel presidenzialismo brasiliano. È regolato dall’art. 85 della Costituzione brasiliana del 1988, e il suo uso è limitato a casi di gravi reati (“crimini di responsabilità”) del Presidente. E le irregolarità contabili nella gestione dei fondi pubblici, di cui Dilma Rousseff è accusata, non sono reati gravi nel senso previsto dalla Costituzione, è evidente che questa accusa non è legittima. Inoltre, l’intero processo era pieno di aspetti discutibili, che contribuiscono per aggiungere ulteriore illegittimità ai suoi risultati. Pertanto, non è esagerato considerare l’attuale processo di impeachment contro Dilma Rousseff un colpo di stato bianco, che produrrà conseguenze durature per la regola di diritto democratico in Brasile. Di fronte a tutto questo, riteniamo necessario affermare il nostro ripudio assoluto della povertà illegittimo del presidente Dilma Rousseff, e il nostro forte sostegno per il mantenimento dello Stato di diritto in Brasile.

E qui il manifesto “Contro il colpo di Stato istituzionale in Brasile” su Change.org

Hollande rimedia un’altra figuraccia e autorizza la manifestazione di domani che aveva negato

French President Francois Hollande (C) walks to greet Sweden Prime Minister Stefen Loefven (not pictured) prior to their meeting at the Elysee Palace in Paris, France, 22 June 2016. EPA/JEREMY LEMPIN

Ancora stamani il titolo di Le Monde non lasciava dubbi: Manifestation interdite, Valls choisit l’epreuve de force. Poche ore e il governo ha dovuto suonare la ritirata. La Cgt e gli altri sindacati, che si oppongono alla riforma del Code du Travail, il Jobs act francese, avranno la loro manifestazione. Un corteo breve, dalla Bastiglia alla Bastiglia, girando intorno al Bacino dell’Arsenale, ma è il principio che conta. La prefettura di Parigi aveva vietato il corteo dopo gli scontri tra giovani e polizia che avevano costellato l’ultimo, grande, defilé sindacale, da la Porte d’Italie a Les Invalides. La speranza di Hollande, di Valls e dei loro strateghi, se di strateghi si può parlare, era di provocare un moto d’ordine nella pubblica opinione che continua a solidarizzare con gli scioperi di sindacati, pure minoritari, e che continua a ritenere che le violenze dei giovani contro la polizia siano, almeno in parte, conseguenza delle violenze della polizia nelle banlieues e contro i giovani. Giocando la carta della drammatizzazione, dell’orgoglio nazionale – sono in corso gli europei di calcio-, dell’ordine. Ma così operando il governo è riuscito a saldare la protesta sociale al grande tema della difesa dei diritti. Era dal tempo della guerra d’Algeria, nei primi anni 60, che un corteo sindacale non veniva proibito nella terra dell’Illuminismo. Gli intellettuali sono insorti, sono insorti molti commentatori famosi. Persino Marine Le Pen stamani ha detto che per lei la Cgt (il sindacato comunista) aveva il diritto di manifestare. Non si regala lo stato di polizia a un governo debole e screditato, che fa la voce grossa per recuperare qualche punto di popolarità.

La Cassazione dice sì all’adozione per le coppie omosessuali

Un momento del corteo delle famiglie Arcobaleno a Milano, 14 aprile 2016. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Il via libera della Suprema Corte all’adozione del figlio del partner di una coppia omosessuale non è altro che la stepchild adoption che tanto aveva fatto litigare le forze politiche ai tempi della legge Cirinnà sulle unioni civili. Con la giurisprudenza che arriva dove la politica non aveva osato.
La sentenza della Cassazione, la 12962 della Prima sezione civile, ha respinto infatti il ricorso del procuratore generale e ha confermato la sentenza della Corte d’Appello che a sua volta aveva confermato la sentenza “storica” del 29 agosto 2014, emessa dal Tribunale per i minorenni di Roma.

«Sono contenta che la sentenza del Tribunale per i minorenni di Roma sia stata confermata nella sua interpretazione dell’articolo “casi particolari”. Ma soprattutto sono contenta per tutti i bambini che potranno trarre vantaggio da questa sentenza, perché non riguarda solo i bambini di cui mi sono occupata io ma quei tanti che vivono questa situazione». È Melita Cavallo che a Left esprime la sua soddisfazione per quella sentenza basata – come ha sempre sottolineato – sulla legislazione vigente, in questo caso l’art.44 lettera “d” della legge 184 del 1983. Presidente del Tribunale per i minorenni di Roma fino a dicembre 2015, il giudice Cavallo ha trattato una quindicina di casi, sempre a Roma. Quello oggetto della Suprema Corte nell’agosto 2014 fece sollevare personaggi del centrodestra come Carlo Giovanardi che parlò di un atto «che scardina i principi della Costituzione». Riguarda l’adozione di una bambina figlia di una donna che convive con la compagna da prima che nascesse. L’adozione, spiega la Cassazione «prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempre che alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi effettivamente il preminente interesse del minore». La Cassazione precisa anche che la stepchild adoption «non determina in astratto un conflitto di interesse tra il genitore biologico e il minore adottato, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice».

Adesso questa sentenza farà, come si dice, giurisprudenza nei Tribunali. Intanto, le sentenze nelle aule di giustizia continuano a esprimersi sulle adozioni in coppie omosessuali. A Napoli il 5 maggio 2016 la Corte d’appello ha detto sì all’adozione di due bambini figli di due donne che si erano sposate in Francia, mentre a Torino il 27 maggio sempre la Corte d’appello ha stabilito l’adozione per i figli di due coppie lesbiche. Oggi, dopo la notizia della sentenza, mentre il sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto twitta «#stepchildadoption. #Buonenotizie», Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato evoca il referendum per fermare «la deriva antropologica».

L’uno-due di Prodi e D’Alema, gli effetti sulla direzione del 24

Massimo D'Alema durante il seminario dei deputati della Sinistra Italiana su "La guerra globale e la pace come politica" alla Sala Capranichetta in piazza Montecitorio. Roma 11 marzo 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

«Serve una figura che si occupi del Pd a tempo pieno». Questa è la frase principale dell’intervista rilasciata da Massimo D’Alema al Corriere della Sera. Quello è il centro, al netto della promessa di votare “no” al referendum costituzionale di ottobre. È la frase che interessa la minoranza dem, che vorrebbe proprio convincere Renzi ad abbandonare l’idea della figura unica del segretario-premier, idea veltroniana che caratterizza il Pd sin dalle origini. Renzi però non è tipo disponibile e i suoi (Latorre per primo) dicono che proprio non si può snaturare il partito. Sereni dice che «non è certo quella la soluzione».

E la minoranza dem, infatti, non ci crede: «Solo un congresso può modificare lo Statuto», riconosce Gotor. E solo Davide Zoggia si ostina a chiedere le dimissioni – da segretario – del premier. Gli altri sono più miti, quasi fermi, e puntano più su un rimpasto nella segreteria. Per fare che? «Faremmo come i vecchi democristiani» avvisa Enrico Rossi, che ancora una volta è su una posizione a metà. Critico con Renzi ma ben lontano dalla minoranza. «Lo facevano i democristiani quando si accorgevano di essere un po’ in crisi al governo». Ed è però esattamente quello che sta succedendo a Renzi. Su cui pesa oggi pure il giudizio di Prodi, che si è scoperto attento al tema della «redistribuzione del reddito»: «Al momento si sente la mancanza di risposte che affrontino il problema delle paure», dice. Spera dunque la minoranza, ma non azzarda né si aspetta troppo. «Renzi da noi non vuole farsi aiutare», è il commento a microfoni spenti. Ma forse, pensando al congresso, è meglio così.

Esame di maturità, com’è buono il ministro Giannini. Ecco l’analisi delle tracce

Un vocabolario di italiano in una classe durante le prove scritte della maturita' nell'Istituto Tecnico Commerciale di Pontedera, Pisa, 20 giugno 2012. ANSA/STRINGER

Ma come è “buono” il Ministero dell’Istruzione. La prima prova di Italiano all’esame di Stato, anno scolastico 2015-2016 il primo dell’era della Buona scuola, se vede gli insegnanti delusi, quando non disperati, dalla legge 107, almeno fa felici gli studenti. L’analisi di un testo di Umberto Eco, il rapporto padre-figlio, il valore del paesaggio, il voto alle donne e il superamento del Pil, l’avventura dello spazio con la figura-mito di Samantha Cristoforetti. Ecco le tracce scelte dal ministro Giannini con i suoi esperti. Temi alquanto controcorrente, verrebbe da dire, di sinistra. Addirittura in certi casi il Miur propone riflessioni in aperto contrasto, per esempio, con la politica economica del momento. Come nel caso dell’ambito socio-economico.

Il titolo è “Crescita, sviluppo e progresso sociale. È il Pil la misura di tutto?”. Le tracce sono una “spiegazione” su cosa sia il Pil tratta dal’Enciclopedia dei ragazzi della Treccani, e uno stralcio ampio di un discorso del 1968 del senatore Robert Kennedy, in cui già si parlava di un Pil che misura tutto ma «non una vita degna di essere vissuta». La ricchezza produce anche inquinamento, minaccia per la salute, disuguaglianza, vale la pena? È chiaro come questo discorso cozzi contro la caccia all’aumento del Pil dello 0,00… che caratterizza spesso il dibattito politico ed economico del Paese. Ricordate le battaglie sui report statistici?

Anche il tema di ambito storico-politico, “Il valore del paesaggio” contrasta, se vogliamo, con certe politiche del governo come quelle dello Sblocca Italia. Politiche apertamente contrastate da un professore come Salvatore Settis che alla Costituzione e alla difesa dell’articolo 9 (citato nelle tracce Miur) ha dedicato saggi e battaglie personali. Ebbene, tra i brani citati ce n’è proprio uno del normalista “Perché gli italiani sono diventati nemici dell’arte” da Il Giornale dell’arte del 2012. Se al primo posto c’è la difesa e la tutela del paesaggio, però le altre tracce scivolano un po’ sui benefici che possono arrivare dal punto di vista dello sviluppo culturale, economico e culturale (da testi di Andrea Carandini e di Vittorio Sgarbi). Che ci sia una guida occulta per spingere a ragionamenti più “morbidi” rispetto a quelli dei paladini dell’articolo 9?
Gli altri temi offrono tante sponde. Come quello di ambito artistico letterario “Il rapporto padre-figlio nelle arti e nella letteratura”. Chi è che non ha un rapporto conflittuale con il proprio padre? Qui si citano una poesia di Umberto Saba, un dipinto di De Chirico e poi un passo di Kafka dalla celebre Lettera al padre, in cui lo scrittore ceco racconta una ingiusta e dolorosa punizione. L’altro padre terribile è quello di Federigo Tozzi, il Domenico da Con gli occhi chiusi. Se il Miur vuole sapere come va il rapporto generazionale, il piatto è servito. Oppure quello di ambito storico “Il voto alle donne”, con brani tratti da Alba de Cespedes e Anna Banti. In questo caso, gli studenti, attenti agli anniversari, forse hanno avuto modo di leggere o informarsi su un argomento molto noto anche in rete. Diciamo che anche questa traccia era prevedibile, così come l’analisi del testo di Umberto Eco. Già nei siti scolastici circolavano riassunti o letture che ipotizzavano un tema dedicato all’autore de Il nome della rosa.
Infine le tracce più “leggere”, quella di ambito tecnico scientifico “L’uomo e l’avventura dello spazio” con la storia di Samantha Cristoforetti e un brano tratto da Umberto Guidoni, Viaggiando oltre il cielo. E quello di carattere generale, anche questo facile, se solo uno si è tenuto informato sulle vicende dei migranti e dei muri d’Europa: «Il candidato deve riflettere sul concetto di confine, muri, reticolati, frontiere, la costruzione e l’attraversamento di confini».
Come vediamo, un Miur benevolo e tracce che ben si prestavano alla tipologia B – articoli di giornale o saggi brevi (la tipologia introdotta dal ministro Tullio De Mauro) – che è rimasto tale e quale anche con la Buona scuola. Anche se, come si legge oggi su Repubblica, si prefigura un cambiamento dell’esame di maturità, come suggerisce Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. «Prove comuni a tutti e una correzione unificata a livello centrale». In questa maniera datori di lavoro e atenei «avranno gli elementi per capire le reali competenze e potenzialità dei candidati indipendentemente dalla commissione e dal luogo dove sono stati esaminati». Peccato che «l’uniformità» non riguardi l’insegnamento e la aree del Paese. Ma questa è un’altra storia.

La carica degli artisti inglesi contro la Brexit

Damien Hirst

Artistar come Damien Hirst, ma anche critici e curatori autorevoli come Hans Ulrich Obrist ae Julia Peyton-Jones della Serpentine Gallery di Londra e ancora una ridda di direttori di musei e biennali (Iwona Blazwick della the Whitechapel Gallery, Simon Wallis di Hepworth Wakefield, Sally Tallant, direttrice della Biennale di Liverpool, Caroline Douglas della Contemporary Art Societye molti altri) hanno scritto messaggi perché la Gran Bretagna non esca dall’Unione Europea. Alla vigilia del referendum, le loro lettere a Frieze.com e le immagini di opere create ad hoc sono diventate virali in rete. «Nei giorni scorsi ho inviato email ad artisti a un certo numero di artisti, scrittori, direttori di musei e curatori chiedendogli di esprimersi apertamente sulla questione referendum», scrive Jennifer Higgie su Frieze. La somanda era semplice e diretta: La Gran Bretagna deve uscire o rimanere nell’Unione europea? Quali sono i vostri pensieri su questa storica decisione?

db La risposta è stata a valanga. «Anche per la qualità e il tipo di risposte – dice Higgie, autrice dell’articolo dal titolo programmatico What is lost is lost forever-. In 72 ore sono fioccate opere d’arte, video, YouTube clips, saggi, aforismi, citazioni». Non solo da parte di artisti ma anche da parte di alcune delle voci della letteratura ingese di oggi, da Geoff Dyer a Philip Hoare a Olivia Laing. Ed è stata una valanga di messaggi a favore della permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea.

Damien Hirst, la star degli squali in formaldeide e dei teschi tempestati di diamanti che sono diventate icone dell’arte nel passaggio al nuovo millennio, ha creato un’icona in cui giganteggiano due lettere che dicono IN (dentro la Ue) con colonne di farfalle azzurre su fondo arancio, mentre il critico e il curatore Obrist cita Etel Adnan su Instagram sottolineando l’importanza e la necessità di una comunanza condivisa tra le nazioni.

Mia anti brexit
Mia anti brexit

«L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea rappresenta un Mindscape che ci obbliga a una regressione al passato – scrive il direttore della Serpentine gallery di Londra – Invece che guardare al futuro ci riporta ad un retrivo nazionalismo alla mancanza di tolleranza, ci costringerebbe all’isolamento». E oggi tutto questo sarebbe inaccettabile dice Obrist.

apAnche perché – prosegue il critico e curatore – «conosciamo fin troppo bene il precedente storico che risale al 1920 e  al 1930». Basta leggere i diari di Harry Graf Kessler, «che oggi sono di straordinaria attualità perché ben raccontano la terribile  svolta che si ebbe nella storia politica sociale d‘Europa nel passaggio dagli anni Venti agli anni Trenta. Quando la solidarietà e il dialogo cosmopolita che aveva permeato l’ambiente culturale dei primi anni del XX secolo fu schiacciato dal nazionalismo e  della guerra“. Una mostra al Max Liebermann Haus di Berlino, dice Hans Ulrich Obrist, mette bene in evidenza l’attualità di Kessler ed è quello che Eric Hobsbawm ha chiamato un rimedio urgente contro l’oblio».

 as La faccia peggiore e più violenta del nazionalismo delirante si è vista già anche nei nostri giorni: «La scorsa settimana il deputato laburista, Jo Cox, è stata assassinato nella sua circoscrizione West Yorkshire da un uomo che si identifica con il motto morte ai traditori, la libertà per la Gran Bretagna’. Solo pochi giorni prima della sua morte, Cox – ricorda Obrist- aveva lanciato una difesa appassionata dell’ immigrazione in un articolo , in cui scriveva: Non possiamo permettere che la brexit ci tolga l’unico modo per affrontare  in modo positivo la questione dell’immigrazione. Possiamo fare molto di più per affrontare l’ impatto dell’immigrazione rimanendo nella Ue».

st«Il pensiero agghiacciante della Brexit non mi tiene sveglia la notte», dice l’artista Cornelia Parker, che hacurato la mostra Found’ at London’s Foundling Museum, aperta fino al 4 settembre. Siamo a un punto critico della storia in cui dobbiamo essere molto vigili sulla democrazia e le molteplici minacce che stanno crescendo contro di essa. Putin si agita in Siria e perfino nell’agone calcistico, nel tentativo di disattivare l’Unione europea. Ha incentivato la crisi dei rifugiati per i suoi scopi. Anche a Trump piacerebbe vedere l’Europa al collasso Trump. Con la Brexit – prosegue l’artista inglese preconizzando scenari assai cupi –  potrebbe essere veloce, causando problemi finanziari indicibili, sconvolgimento politico e caos. Gli esponenti della destra si muovono in modo aggressivo con il loro ordine del giorno e gli orrori del 1930 potrebbero tornare all’orizzonte». Quanto all’oggi, Parker come gran parte degli artisti intervenuti nel dibattito individua negli interessi finanziari e dei conservatori i motivi che spingono alla Brexit: «I peggiori politici del nostro governo fanno la coda per la Brexit: Michael Gove (che ha distrutto il nostro sistema di istruzione), Nigel Farage (che incoraggia la xenofobia), Boris Johnson (che vuol far carriera sulla Brexit)…. Se votiamo per uscire dall’Unione europea consegneremo a  loro un mandato storico e poteri per spendere i fondi nel  modo che loro vogliono. E non saranno spesi con saggezza».

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=ifAtvI48R_0]

Su Left n. 25 di parla di Brexit trovate un reportage da Dover, un’intervista a Vincenzo Visco sulle conseguenze economiche, un’analisi sulla situazione politica di Dario Castiglione e il punto da Londra di Massimo Paradiso

 

SOMMARIO ACQUISTA

Cosa dicono i risultati dei ballottaggi. L’analisi a freddo

Che Virginia Raggi avrebbe vinto a Roma era considerato da tutti scontato. Il successo netto di Chiara Appendino a Torino non veniva scontato, anzi. Due dati che evidenziano la superficialità con cui i commentatori hanno affrontato finora le questioni drammatiche della crisi della politica negli ultimi 25 anni e, in questo, la scomparsa della sinistra al di là dei magri risultati elettorali pure frutto di generosità di militanti.
La batosta che il Pd subisce può avviare un sano processo di destrutturazione di questa macchina del potere che ha operato ed opera per la colonizzazione della società da parte del capitale finanziario a livello nazionale ed europeo oltre che a livello locale. Questa è una buona prospettiva ma chiama in causa la capacità di organizzare un’alternativa di sinistra nuova.

La questione non è semplice. La crisi sociale e le sofferenze della società prodotte dal neoliberismo, dalla disoccupazione di massa alla distruzione progressiva del welfare, dalla privatizzazione tendenziale di ogni struttura produttiva e sociale pubblica fino alla manipolazione delle istituzioni e dei beni comuni ai fini della conservazione del potere da parte del Pd e delle forze del centrodestra, è stata interpretata e rappresentata dal movimento 5 stelle prevalentemente in chiave rottura col sistema politico sempre più autoreferenziale, opaco, clientelare, talvolta colluso con il malaffare, e, comunque, con un’economia spesso infarcita di corruzione. Questo apre delle prospettive e pone problemi ed interrogativi da affrontare con lucidità ed intelligenza e non con la superficialità con cui molti commentatori si sono espressi fermandosi a valutare il risultato del voto come punizione verso Renzi, e sicuramente c’è anche questo effetto salutare, considerando sostanzialmente il successo dei cinquestelle un accesso di febbre da curare per riprendere la strada giusta del neoliberismo, e non considerando che la crisi sociale pone le premesse di un’alternativa.

Il M5S interpreta questa crisi sul versante della legalità e delle trasparenza, premesse indispensabili, che includono anche una nuova idea della politica e della gestione delle scelte di organizzazione delle città. Li valuteremo all’opera. È significativo che a Roma e a Torino, per le politiche urbanistiche, siano state scelte due persone nettamente schierate contro la cessione ai privati speculatori della gestione delle politiche di organizzazione della città in funzione dei loro interessi e incuranti delle sofferenze dei senza tetto e delle comunità deprivate dei servizi e delle infrastrutture indispensabili a garantire un livello di vita dignitoso. Ho avuto la opportunità di avvalermi della preziosa collaborazione del prossimo assessore Paolo Berdini, persona di grande rigore morale e di alta professionalità, quando mi è capitato di dirigere la politica urbanistica della Regione Lazio e di portare in approvazione norme rigorose sul governo del territorio e mirate a rispondere alla domanda sociale di casa e di qualità dell’abitare. Norme che da subito, con una intesa cordiale tra il centrodestra di Storace e il centrosinistra di Veltroni, sono state via via snaturate per favorire l’urbanistica “contrattata”, e che l’attuale Giunta Zingaretti-Smeriglio si appresta a stravolgere interamente.

A Roma il M5S ottiene il successo in tutti municipi tranne quelli abitati dalla borghesia agiata, in quelle periferie deprivate di identità, di servizi, di lavoro, di sicurezza prima di tutto sociale. A Torino è la neosindaca Appendino a parlare della necessità di operare la ricucitura tra le due città, quella massacrata dalla crisi e dalle misure di austerità e quella gentilizia. Eppure, si dice che Fassino abbia amministrato bene, la città pulita ed ordinata, le strade senza le buche permanenti e non c’è stata “mafia sabauda”. Pare evidente che alla città impoverita e marginalizzata dalla crisi i cinquestelle abbiano parlato un linguaggio comprensibile che, magari, si è avvalso della delegittimazione della politica. Per una comprensibile eterogenesi dei fini la battaglia contro la “casta”, sostanzialmente mirata a sottomettere la politica ai poteri forti della economia, alle sue priorità di efficienza economica a danno dello stato sociale, e non alla effettiva moralizzazione della vita pubblica ai fini della giustizia e della uguaglianza, ha preso un’altra strada; gli apprendisti stregoni del neoliberismo scoprono con sorpresa e paura che gli spiriti liberati sono sfuggiti al loro controllo. Anche questo i cinquestelle interpretano e per questo sono oggetto di attenzione anche internazionale. E non si tratta del movimento di protesta come, con superficialità consolatoria, il potere ha definito finora i cinquestelle, come, per altro verso, anche Podemos in Spagna e Occupy Wall Street in America, esperienze diverse che sarebbe sbagliato accomunare semplicisticamente. Sono le forme che prende la rivolta contro le elites, comunque connotate, identificate come causa del crescente malessere delle masse popolari escluse dal circuito della valorizzazione finanziaria del capitale sempre più centralizzato in sedi del potere non sottoposte a legittimazione e controllo democratico.
Le elites hanno pensato che fosse loro diritto naturale detenere il potere e governare attraverso il pensiero unico neoliberista che ha omologato centrodestra e centrosinistra; alcuni commenti di loro rappresentanti nostrani sono rivelatori. Nel nostro provincialismo italico queste elites hanno assunto il volto ed il tono sussiegoso del Presidente Napolitano, che ha inaugurato un vero e proprio “stato di eccezione” e, prima con Monti, poi con Letta ed infine con il bullo di Rignano, hanno dato vita alla destrutturazione della società, dei diritti del e nel lavoro, e dello stesso ordinamento democratico.

Da qui il loro smarrimento e quello dei maître à penser organicamente arruolati; e, come i passeggeri di prima classe sul Titanic, continuano a disquisire sui nuovi equilibri tra centrodestra e centrosinistra, si esercitano nei balletti delle interpretazioni consolatorie pensando che tanto le Titanic ne peut pas couler. Certo occorrerà conoscere meglio la composizione culturale e sociale e i possibili sviluppi dell’onda anomala che ha messo in crisi la serena arroganza del potere nostrano, fatto di uomini e donne di scarse qualità e illimitate ambizioni. Ma, per chi continua a pensare che un altro mondo è possibile, è una occasione per misurarsi a costruire l’alternativa adeguata all’oggi e non a riproporre quella che, pur gloriosa e drammatica, è vissuta nel secolo passato.

Brexit, panico in Premier League: addio stelle europee e profitti se vince il Sì?

In caso di vittoria del Sì al referendum di domani sulla permanenza in Europa la City, centro della finanza mondiale assieme a Wall Street, prenderebbe un colpo terribile. E qualche altra borsa del continente (probabilmente Francoforte o magari Parigi) si troverebbe in eredità almeno una parte dei flussi di capitale, sedi di banche, posti di lavoro collegati alla finanza. Nel settore, a Londra e nel resto del Regno Unito lavorano due milioni e 200mila persone – compresi gli addetti alle pulizie, la sicurezza e mille altri impieghi non finanziari – paga tasse per 66 miliardi di sterline e genera una bilancia dei pagamenti positiva da 72 miliardi. Nel complesso si tratta del 12% dell’economia britannica. E la City ha detto in tutte le forme che è meglio votare per rimanere in Europa.

C’è un altro settore che è contrario all’uscita dall’Europa: il calcio. O meglio, le grandi società della Premier League, una macchina da soldi che funziona bene, attrae investimenti stranieri, vende all’estero, attira turisti, piazza merchandising e contribuisce all’appeal della Gran Bretagna nel mondo. Come i pub, i cappelli della regina o  i doubledecker rossi che circolano per Londra.

La League, poi, è bene ricordarlo è solo inglese, e l’Inghilterra è la parte dell’isola che con più forza vuole lasciare il continente alla deriva – in caso di Sì i nazionalisti scozzesi, che hanno il loro campionato di calcio, hanno promesso un nuovo referendum di separazione dal Regno. I ricavi della premier sono colossali e in parte dipendono dai diritti Tv venduti ai quattro angoli del pianeta. Con più squadre diventate competitive – Leicester, West Ham, ecc. – c’è anche più divertimento e attrattiva che non negli anni di dominio del Manchester United.

Secondo Deloitte, che redige un rapporto annuale sull’economia del calcio europeo, nel 2014/15 i club di Premier League hanno generato un fatturato di 3,3 miliardi di sterline; in crescita del 3% rispetto al 2013/14 e per la prima volta si tratta di guadagni in ogni settore: biglietti venduti, sponsorship, diritti Tv.

Come si legge nel rapporto, alla fine del primo tempo della seconda partita di stagione, i diritti Tv pagati erano di più di quelli generati da tutte le partite della stagione 25 anni fa. Le sei squadre più ricche, l’anno scorso hanno guadagnato più di tutta la prima serie nel 1991/92.  La Premier – a cui va aggiunto il campionato scozzese, molto meno ricco, ma non poverissimo –  da sola vale 4,4 miliardi di euro, come Bundesliga e Liga spagnola messe assieme.
Ma che c’entra l’Europa con la League? Lo ha spiegato bene David Beckam nel suo appello per il No: negli anni ho giocato con grandi campioni che hanno fatto grande il nostro calcio e giocato in squadre europee che mi hanno fatto grande.

Insomma, se l’isola decidesse di andarsene per conto suo, addio libera circolazione dei lavoratori, calciatori compresi. Qualche esempio tra coloro che brillano agli europei: Eden Hazard, stella della nazionale belga battuta dall’Italia agli europei e centrocampista del Chelsea; il francese N’golo Kanté, attaccante del campione Leicester e della nazionale e il suo compagno ne le bleues, Dimitri Payet, che in Inghilterra gioca nel West Ham. O ancora il tedesco Mesut Ozil. L’elenco potrebbe essere infinto, in totale, tra stelle e seconde file, i giocatori europei che militano tra Premier e seconda divisione (e in Scozia) sono 332, scrive la Bbc. La cosa non sarebe retroattiva, certo, ma il meccanismo si incepperebbe.

La regola oggi dice che il permesso di lavoro per i calciatori non europei è automatico solo nel caso in cui questi siano un talento riconosciuto nel loro Paese – un giocatore della nazionale, ad esempio. Bene, di tutti i giocatori che attualmente militano nei campionati britannici solo 23 europei risponderebbero a questi criteri. Cento giocatori di Premier dovrebbero lasciare, con il Newcastle, l’Aston Villa e il Watford che ne perderebbeor 11 ciascuno. Nessuno straniero della Scottish premiership potrebbe rimanere. Per questo tutti i club di premier sono contrari alla Brexit: con l’addio all’Europa il giocattolo fruttifero si potrebbe rompere. E senza stranieri l’appeal del campionato britannico potrebbe scemare: il pubblico si innamora e segue personaggi, giocatori del proprio Paese e così via: se Ranieri non fosse stato italiano quanto avremmo parlato del Leicester sui media italiani?

Certo, il calcio è un’industria speciale e in caso di vittoria del Sì, Premier League, Home Office e Uefa cercherebbero subito una qualche forma di soluzione. Ma ce n’è una capace di non finire sotto una valanga di ricorsi? Per qualche anno – e gli anni sono miliardi – le cose cambierebbero per certo. Oggi i giocatori Ue godono di un accesso privilegiato perché sono lavoratori all’interno di uno spazio comune. Fuori da quello, regole speciali per gli europei potrebbero rappresentare violazioni dei trattati internazionali. A quel punto, i vari magnati del calcio britannico, specie gli stranieri, dovrebbero ricostruire vivai, puntare sui giovani e così via.

Per la nazionale inglese forse sarebbe una manna – ma l’afflusso di stranieri ha svecchiato il gioco dei club e delel nazionali d’Oltremanica – per le tasche dei vari Abramovic, della famiglia Srivaddhanaprabha proprietaria del Leicester e per il governo cinese, che ha in mano il 13% del Manchester City assieme a Mansour bin Zayed, non sarebbe un programma allettante: meno prestigio, meno vetrine e meno guadagni.

Su Left n. 25 di parla di Brexit trovate un reportage da Dover, un’intervista a Vincenzo Visco sulle conseguenze economiche, un’analisi sulla situazione politica di Dario Castiglione e il punto da Londra di Massimo Paradiso

 

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