Home Blog Pagina 1135

Il sindaco NoTav e il pugno duro (e frettoloso) dei pm torinesi

A neanche 48 ore dalla sua elezione, per Chiara Appendino, sindaco NoTav, il gioco si fa duro. La mattina del 21 giugno, la polizia di Torino ha notificato 20 misure cautelari agli attivisti NoTav: 2 fermi con trasferimento in carcere, 9 arresti domiciliari e 9 obblighi di firma, tra cui quello a Nicoletta Dosio che si è subito rifiutata di rispettare. Sono ritenuti responsabili delle tensioni del 28 giugno 2015 a Chiomonte, quando agganciarono delle funi alle recinzioni del cantiere della Torino-Lione, cercando di abbatterle.

«Non è compito di un sindaco commentare l’operato della magistratura, che, com’è noto, è un organo indipendente», ha commentato la sindaca. «C’è un clima evidente di tensione dovuto alla mancanza di risposte politiche che noi speriamo di potere colmare, riportando al centro del dibattito le legittime ragioni del no all’opera».

«Un’operazione già pronta sicuramente da giorni, il pm Rinaudo e i suoi amici della questura hanno deciso di attendere l’esito del ballottaggio e la caduta del partito amico, il Pd, prima di scaricare la loro ennesima azione intimidatoria». Senza peli sulla lingua, commentano così dall’Askatasuna: «Con un tempismo quanto mai sospetto, appena terminate le elezioni di Torino, sono i pm con l’elmetto a prendersi le luci della ribalta proseguendo nella continua crociata contro i notav», si legge sul sito del centro sociale che ha già annunciato:«Giovedì 23 sera fiaccolata a Bussoleno in solidarietà agli arrestati!». E «Il 16-17 luglio invitiamo le realtà italiane che lottano a difesa dei territori. Lanciamo insieme delle iniziative per l’autunno».

In città l’opposizione non perde tempo a cavalcare i fatti per mettere spalle al muro Appendino: «Pretendiamo immediatamente che il sindaco prenda le distanze da questi soggetti e ci dica cosa intende fare per isolare i violenti legati al mondo antagonista», dice la Lega Nord torinese, con il capogruppo al Comune Fabrizio Ricca che poi si esalta e prosegue: «Il primo passo da fare adesso è sgomberare immediatamente tutti i centri sociali così da iniziare una vera e propria opera di pulizia in quei luoghi di illegalità che sono sempre stati difesi dalla sinistra torinese».

 

Dal M5S, invece, arrivano il sostegno del senatore Scibona, una denuncia non di poco conto sul metodo e un appello al pm torinese Armando Spataro: «Finito il silenzio elettorale, vediamo come chi alla Procura di Torino segue i movimenti in Valle di Susa, procede nuovamente con l’emissione di misure cautelari a danno di numerosi No Tav», ha detto il senatore a 5 stelle Scibona. «E lo ricordo per tutti, sono misure emesse prima di una sentenza, esclusivamente in via cautelare e che tra l’altro abbiamo poi visto decadere fino alle assoluzioni nei processi. In democrazia la legge è uguale per tutti, ma non alla Procura di Torino, dove i Procuratori che seguono le vicende legate al Tav sono forti con i deboli e deboli con i forti. Tracciano sentenze emettendo misure cautelari come fossero condanne. Questa non è giustizia, tanto meno amministrata in nome del popolo. Quello dei pm incaricati del fascicolo Tav è ormai un modo di fare a senso unico, volto a criminalizzare il dissenso e a lasciare impuniti invece i veri criminali. Indagini a senso unico mentre le centinaia di segnalazioni dei cittadini rimangono chiuse nei cassetti. Mi appello al procuratore capo di Torino, Armando Spataro. Prenda in mano la situazione, porti ordine tra i suoi sostituti che oggi non ricercano la Giustizia».

Gli italiani che rubano. Sui rom

ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Ogni tanto la cronaca regala drammaturgie finissime, inaspettate come saprebbe fare solo la penna di un creativo potente: a Roma, dopo una campagna elettorale (fiacchetta) di salvinate contro i rom succede ancora una volta che un’indagine della magistratura racconti quanta gente continui a lucrare sui campi rom. Illegalmente. Rubano sui campi rom e sono italiani, italianissimi. Romani al midollo.

I problemi in Italia sono problematici solo per quelli che non ci guadagnano: i rom, i rifugiati, gli ammalati, gli anziani, i disabili, i disoccupati, i senza casa e molti altri fragili ancora sono una miniera d’oro per chi ha lo stomaco di non intenerirsi. E oltre a essere un’ottima palude per un funzionale sistema correttivo si può anche fingere di intenerirsi o odiarli secondo le bisogna. Cosa c’è di meglio di un nemico da abbattere disponibile a diventare un’emergenza stabile?

Ogni volta che il Salvini di turno vi racconta di quanto costa l’accoglienza ricordategli giornate come quella di ieri: burocrati sotto traccia erodono regole e denaro più di qualsiasi rom frugatore di cassonetti. E se dovessimo avere una rabbia razzista direttamente proporzionale al danno subito forse davvero con le ruspe saremmo davanti ai cancelli di queste italianissime aziende che non sanno lavorare senza ungere un corrotto. Avremo picchetti di fronte agli uffici tecnici dei comuni sempre pronti a negoziare un favore a qualcuno e orde di leghisti a manifestare di fronte alle abitazioni di corrotti e corruttori.

E invece niente. Questi giudici comunisti arrestano italiani che rubano dai campi rom e rovinano la narrazione alla Meloni di turno. La prossima volta chiudete l’ufficio rom, prima dei campi. Intanto.

Inspira, espira: l’International yoga day, dalla Corea all’Afghanistan

 

A Seul, Corea del Sud

Bambine musulmane in Kashmir Il resto dell’India (con il premier Singh sdraiato)

Afghanistan, Australia, Gran Bretagna

Nel Pd va in scena la “strategia degli elogi” in vista di una «direzione drammatica»

(L-R) Democratic Party's (PD) Luigi Zanda, Lorenzo Guerini, Debora Serracchiani, Matteo Orfini and Ettore Rosato during a press conference at the PD headquarters in Rome, Italy, 01 June 2015 Premier Matteo Renzi's centre-left Democratic Party (PD) on Monday hailed Sunday's elections in seven Italian regions as a "clean victory" for the centre-left group after it prevailed in five. Deputy PD Secretary Debora Serracchiani said the votes showed the government's ambitious reform programme had popular backing, despite defeat in Liguria. "Since Renzi has been party leader, we have won back many regions from the centre right," said Serracchiani. ANSA/ANGELO CARCONI

Ora tutti ammetono che ha vinto il Movimentio 5 stelle. «Bravi, siete stati bravi» gli dicono, Renzi in testa. È un rito salvifico: ora mostrateci cosa sapete fare. Perché governare, no, non si improvvisa e alla fine quei voti torneranno al Pd, torneranno alla destra. Non dovrebbero esserne così sicuri, almeno non così presto quanto immaginano. Perchè il tallone d’achille del nostro sistema politico istituzionale non è il Parlamento che frena o la mancanza di ricambio al vertice della “casta”, mali succedanei. No, la questione dirimente è proprio l’incapacità di governare. Per mancanza di programmi, di visione lunga, di mestiere e di efficienza dei partiti al tempo della seconda Repubblica.

Può darsi allora che poche mosse grilline – mandare in procura (per un controllo) gli atti amministrativi delle precedenti gestioni, frenare gli entusiasmi pro banche e banchieri (come sta facendo Appendino a Torino) e magari presentarsi la mattina nelle sedi dei vigili urbani, in quelle delle società per la raccolta dei rifiuti o dei trasporti urbani, dare un’occhiata agli appalti per la manutenzione delle strade – può darsi che tali atti ordinari bastino per parecchi mesi a dare l’impressione di un governo delle città, almeno giudizioso.

Nel Pd ci si prepara alla direzione di venerdì, grande rito pubblico per emedarsi delle colpe e trovare la “quadra” in un partito che ha perso la metà dei Comuni che fino a ieri amministrava: erano 90, sono 45. Bersani concede un’intervista al Corriere della Sera. Si dice «amareggiato» per la sconfitta di Renzi. E invece che «resistere, resistere, resistere», slogan lanciato a suo tempo dal procuratore Borrelli, dice «reagire, reagire, reagire»: salvare la ditta e pure il rottamatore. L’asticella che pone a Renzi è molto bassa: «Accettare una discussione sul profilo del governo». Non prende nella polemica Speranza-Cuperlo, se si debba o no chiedere a Renzi di lasciare la segretaria del partito. Si limita a ricordare che a lui lo chiese Matteo di non esercitare il doppio incarico. Cuperlo, sentito dalla Stampa, chiede di cambiare l’Italicum.

Con spirito di collaborazione, perché – dice – «vorrei che Renzi riflettesse su una strategia che può condurre la sinistra a una sconfitta drammatica». Sono così prudenti forse perché temono che Matteo Renzi non abbia deposto «il lanciafiamme» e che voglia sostenere in direzione di aver perso «per non aver fatto abbastanza il Renzi», come ha già detto alla sua retroscenista Maria Teresa Meli, parlando di sé in terza persona. Tutto sommato, il disagio più grave è tra i renziani, da sempre o di complemento. Caduto il mito dell’invincibilità del capo, smaltita la sbornia per il 41% di due anni fa, si chiedono: ma che ci stiamo a fare? Fassino dice che non guiderà l’opposizione ad Appendino, poi dà un buffetto a Renzi: «Devi ascoltare di più». Emiliano affila le armi. Orlando, Martina e Rossi cercano un leader. E se fosse Pisapia?

Raggi e Appendino, vogliamo considerarle per quello che fanno e dicono?

La combo mostra la candidata del M5S a sindaco di Roma Virginia Raggi (S) e la candidata del M5S a sindaco di Torino, Chiara Appendino. ANSA

Virginia Raggi e Chiara Appendino non solo hanno sconvolto gli equilibri politici di Roma, di Torino e della politica nazionale. Stanno mettendo a dura prova anche il linguaggio giornalistico e il mondo dell’informazione. Troppo forte, forse, lo choc, anche per chi dovrebbe essere pronto a percepire la realtà e i suoi cambiamenti e a raccontarli in modo obiettivo. Una donna, giovane, alla guida di una grande città – addirittura la Capitale d’Italia – chissà, deve provocare scossoni notevoli, più o meno latentemente. Soprattutto quando non si tratta di un personaggio noto, già incasellato, parte magari di una nomenclatura antica. E dopo 2500 anni di storia e di papato, fanno giustamente notare i media stranieri…

Schermata 2016-06-21 alle 12.54.41
E allora è possibile notare subito alcune tendenze a proposito della lettura del fenomeno. Cerchiamo di raccontarle. Una, decisamente portatrice di pregiudizi e di una cultura misogina, è quella, per esempio, del Tempo. Con quel titolo “Roma in bambola” e l’immagine di Virginia Raggi come una Barbie di plastica non splende per sensibilità.  Ma tant’è. È il Tempo, forse è prevedibile, anche se è difficile abituarsi all’incultura, nonostante le battaglie di tanti anni contro il sessismo nei media o nella pubblicità come portano avanti personaggi come Emma Bonino o Laura Boldrini.
Ma questa tendenza, questo ricamare sul personaggio femminile, questo “accanirsi” sul privato o sull’aspetto fisico, appartiene non solo alla cultura, diciamo tradizionale, conservatrice, ma anche a quella “progressista”.
L’essere donna, e quindi persona fragile e quindi da proteggere – nella vulgata comune – è il motivo che spiega l’esplosione in rete della lettera del marito di Virginia Raggi che con quel “mi manchi” finale ha acceso gli… emoticon. Il privato se è di una donna, miete click, mentre se riguarda un uomo, lascia più freddini. Non ha avuto lo stesso successo infatti la lettera del figlio di Roberto Giachetti postata su Facebook l’ultimo giorno di campagna elettorale.
Un giornale “liberal” come Repubblica ha dovuto poi definire in un titolo – forse “per acchiappare” lettori – Chiara Appendino “neomamma”. Ed ecco che si scatena Michela Murgia che su Fb fa notare: «Ti laurei alla Bocconi in economia, fai un’opposizione di ferro in consiglio comunale per cinque anni e sei stimata come professionista, ma per Repubblica.it il dato che meglio ti caratterizza è che hai partorito sei mesi fa. Complimenti. Attendiamo con fiducia titoli analoghi su Sala padre, De Magistris zio e Merola nonno». Ha ragione Michela Murgia, il ragionamento non fa una piega. Ma forse è eccessiva anche una terza tendenza, quella più difficile da analizzare. Quella che provoca più conflitti, che fa pensare ad una lettura più “ideologica”, più “femminista” d’antan.
L’elezione delle due donne “sindache”, viene considerato come foriera di novità gloriose per tutto il mondo femminile. A prescindere.
Per esempio, ecco cosa scrive su Huffington Post Lidia Ravera:
«Mi aspetto che non considerino il loro essere donne un dato secondario, irrilevante. Mi aspetto che lavorino per tutte noi. Che restituiscano il favore alle loro madri, noi, le ragazze degli anni Settanta, che hanno messo le basi, perché tutto questo potesse avvenire. Perché le donne uscissero fuori, e facessero pesare la loro forza». Certo, anche questo pensiero ha una sua logica, specialmente se viene da un personaggio, come Lidia Ravera, che si è molto battuto per la difesa dei diritti delle donne.

Ma a noi piacerebbe che Virginia Raggi e Chiara Appendino fossero considerate dai media per quello che hanno studiato, per quello che fanno e dicono, non soltanto per il fatto di essere donne. E che quello che fanno e dicono servisse per tutti i cittadini, non solo per quelli di sesso femminile. Virginia e Chiara considerate persone, esseri umani, con la loro differenza, in quanto donne, ovviamente, ma uguali agli uomini. Forse questo è un altro passo avanti verso una cultura più laica e aperta che potrebbe arrivare, guardate un po’, dall’elezione choc del 19 giugno. Le due donne del M5s potrebbero – vedremo poi nei fatti – scalzare – dopo il Pd renziano – anche una cultura pesante che l’Italia si porta addosso. Qualcuna l’aveva detto, settant’anni fa. Tanto per ripescare nel passato, una grande politica e partigiana, Teresa Mattei, la più giovane dei Costituenti, soleva ripetere che l’emancipazione delle donne serve a tutta la società. Uomini compresi.

Brexit, l’ex speculatore Soros avverte: con il Sì pochi speculatori più ricchi. Tutti più poveri

«Un voto a favore della Brexit renderebbe poche persone molto più ricche e la maggioranza degli altri considerevolmente più poveri» scrive oggi George Soros su The Guardian. Se lo dice lui, che mercoledì 16 settembre 1992 (il black wednesday della sterlina britannica) guadagnò un miliardo di sterline vendendo la valuta britannica dopo che il governo conservatore era stato costretto a ritirare la moneta dagli accordi europei di cambio, forse ci si può fidare. L’estate del 1992 è la stessa durante la quale il governo Amato fu costretto a svalutare la lira e che segna l’inizio di un lungo periodo di difficoltà dell’economia italiana: dopo di allora il Pil è cresciuto sopra il 3% un solo anno, nonostante i relativi benefici dovuti alla svalutazione almeno fino all’introduzione dell’euro.

Il finanziere divenuto filantropo mette insomma in guardia i cittadini britannici: non vi fidate di chi vi dice che le conseguenze economiche dell’eventuale Brexit saranno minime. Non solo ce ne saranno nel medio e lungo periodo, ma lo shock immediato sarà fortissimo: gli speculatori, come me al tempo, si fionderanno sull’occasione e daranno un colpo durissimo all’economia, bruciando miliardi in risparmi e risorse della Bank of England. Non ci sarebbe beneficio per la svalutazione, che il sistema di commercio mondiale sono cambiate e l’incertezza sul futuro non porterebbe investimenti. Non ci sarebbe la possibilità di tagliare i tassi di interesse per determinarne, che questi sono già ai minimi termini. La dipendenza dall’afflusso di valuta straniera nel Paese, determinata dal ruolo centrale della City come piazza finanziaria planetaria e dalle svalutazioni del 1992 e del 2008, rende l’incertezza pericolosa: si potrebbe determinare una fuga di capitali, almeno nei primi due anni dice Soros, che colpirebbe l’economia. In sintesi la sterlina tornerebbe a precipitare verso il basso senza effetti, almeno parzialmente, benefici.

L’appello di Soros è solo l’ultimo ai britannici e la paura sembra aver fatto leggermente risalire il fronte del No all’uscita dall’Europa. Gli ultimi quattro sondaggi danno un pareggio, due vittorie del No e una del Sì. Gli indecisi sono intorno al 9%. La partita si gioca sulla quantità di persone che andranno a votare e sugli ultimi messaggi. Jeremy Corbyn ha discusso in televisione spiegando che, pur non essendo un fan dell’Europa, la sua scelta di votare per rimanere è legata alla razionalità: ci sono grandi questioni che riguardano l’umanità, dal cambiamento climatico ai paradisi fiscali, passando per le migrazioni, che non rimangono fuori dai confini perché lo decidiamo. Per affrontarle servono spazi comuni più grandi della Gran Bretagna, sembra dire Corbyn, che aggiunge: «Voglio rimanere in Europa per cambiarla».

A favore della permanenza anche la stella assoluta dal calcio britannico degli ultimi 20 anni, David Beckam. Secondo la persona più fotografata dell’isola dopo la regina, l’eroe dei frequentatori dei pub e degli stadi, che probabilmente sono una fetta importante tra coloro che propendono per il Sì, si è schierato per il No, ricordando come negli anni della sua carriera abbia giocato in squadre britanniche con giocatori europei divenute stelle e vissuto in splendide città d’Europa proprio per la libertà di circolazione dei calciatori. Con lui anche la moglie Victoria, che ha emesso un comunicato per chiedere alla campagna per la Brexit di non usare una sua intervista vecchia di 20 anni nella quale esprimeva la sua contrarietà all’Europa.

Stanotte, a due giorni dal voto, il duello Tv tra Boris Johnson e Sadiq Khan, conservatore ex sindaco di Londra e laburista neosindaco, il primo è la faccia del Sì, il secondo un ragionevole No. Chissà che tocchi al figlio di un immigrato pakistano che si è fatto da solo convincere i britannici a rimanere in Europa.

 

Attentati, licenziamenti, risorse economiche: la settimana nera di Trump

Per Donald Trump è un brutto periodo. La notizia di cronaca è quella relativa al giovane cittadino britannico fermato a un comizio mentre cercava di sfilare la pistola dalla fondina di un poliziotto con l’intento di sparare al candidato miliardario. Lo hanno preso e Trump non è mai stato davvero in pericolo, il 20enne Michael Steven Sandford pianificava – si fa per dire – di voler uccidere Trump da un anno e, finalmente, pensava di avere il piano perfetto: far finte di chiedere un autografo, sfilare la pistola e sparare. Non ne ha avuto nemmeno la lontana occasione, ma questo episodio è solo l’ultimo di una serie di incidenti minori. I comizi di Trump attirano proteste serie – musulmani, ispanici che alzano cartelli contro la sua xenofobia – e persone come Sandford e non finiscono mai in maniera completamente tranquilla. Non è un buon inizio per una campagna elettorale che solo ora diventa vera.
Michael Steven Sandford, arrestato durante un comizio di Trump (AP)
E quando il gioco si fa duro serve gente che sappia giocare. Per questo, dopo mesi di pressioni, mezzi passi avanti e poi indietro, ieri il candidato repubblicano ha finalmente licenziato il manager della sua campagna, Corey Lewandosky. Divenuto famoso per aver strattonato la reporter Michelle Fields che cercava di fare una domanda al suo capo – cosa che il manager di una campagna presidenziale proprio non fa – negli ambienti che sanno quel che succede all’interno degli staff presidenziali, l’ex braccio destro di Trump era noto per i suoi modi bruschi e per perdere continuamente le staffe con il personale. «Siamo una piccola campagna, abbiamo alle dipendenze meno di cento persone e il nostro capo lavora 20 ore al giorno…se vedo che la gente non fa lo stesso, certo posso perdere le staffe» ha detto Lewandosky alla Cnn in una intervista post-licenziamento.

Il vero problema di Trump, che aveva già imbarcato un consigliere repubblicano più esperto, è che Lewandosky non è in grado di giocare il gioco dei grandi: un conto è gestire le primarie repubblicane ed usare l’appeal mediatico del candidato per portare gente – tutto sommato poca e motivata – alle urne, altro è dover gestire una complicata macchina elettorale. Trump si è accorto che per giocare la partita vera servono professionisti navigati e li sta imbarcando. La necessità è quella di apparire più presidenziale, ma quel che ha portato al successo del candidato repubblicano è esattamente il suo essere fuori e sopra le righe. C’è una quadratura del cerchio?

Difficile a dirsi e a farsi, la natura di Trump è quella mostrata in questi mesi e forse è un po’ tardi per cambiare. Almeno a giudicare dal grafico prodotto da Philip Bump del Washington Post che segnala come il candidato in attesa di essere nominato dalla convention non goda di particolare sostegno: fa peggio di Bush nel 2004, di McCain nel 2008 e di Romney nel 2012. Gli ultimi due hanno perso e Trump non ha neppure avuto una spinta nel momento in cui è diventato il nominee, cosa invece capitata agli altri che per qualche settimana si sono molto avvicinati nei sondaggi a Obama. I numeri del miliardario texano, invece, non fanno che peggiorare.

C’è di più: non sono solo i sondaggi a essere pessimi, ma anche le donazioni. Qui sotto il tweet di Mark Murray della Nbc che segnala come Clinton stia stroncando Trump in termini di fondi impegnati nell’ultimo mese: in alto il confronto con il 2012 e quanto spendevano nello stesso mese Romnet e Obama, in basso c’è solo il blu di Clinton. Ventitré milioni a zero negli Stati che contano. Trump ha anche enormi problemi di raccolta fondi: i resoconti finanziari del mese indicano come il repubblicano abbia in cassa un milione e 400mila dollari contro i 41 milioni di Hillary Clinton. Un problema serio: Trump ha reso noto di voler lasciare al partito l’onere di organizzare il lavoro sul campo Stato per Stato. Di solito funziona al contrario: il partito si accoda e contribuisce al lavoro della campagna del candidato. I pochi soldi spesi in pubblicità Tv sono anche un segnale del fatto che le organizzazioni indipendenti che investono finanze nelle presidenziali – Americans for prosperity dell’ex cervello di Bush, Karl Rove, i miliardari fratelli Koch – non stanno puntando su Trump: prevedono una sconfitta e spenderanno per mantenere la maggioranza in Congresso. Un mese fa Trump era alla pari con Clinton, oggi i sondaggi assegnano alla ex first lady tra i 2 e i 12 punti di vantaggio. L’estate comincia male per Donald Trump.

Repubblica condanna Renzi. Senza appello

I commenti che oggi Repubblica dedica ai ballottaggi sono durissimi con Renzi ,davvero spietati. Ilvo Diamanti spiega i numeri della sconfitta: “ i governi di centro-sinistra dopo il voto si sono ridotti alla metà: 45, mentre prima erano 90. Il centro-destra ha mantenuto e anzi allargato un poco il numero delle città amministrate. Mentre il M5s è arrivato al ballottaggio in 20 Comuni e li ha conquistati praticamente tutti. Cioè, 19. Tra questi, Roma e Torino sono quelli che fanno più notizia. Comprensibilmente. Però il M5s si è affermato in tutte le aree. In particolare nel Mezzogiorno. A Roma e a Torino, peraltro le sue candidate hanno intercettato il voto dei giovani, dei professionisti, dei tecnici. Ma anche dei disoccupati. In altri termini: la domanda di futuro e la delusione del presente”. Per Diamanti, dunque, la narrazione ottimista e la pretesa di rappresentare il futuro di Renzi sarebbero state cancellate dal voto.

Chi semina vento raccoglie tempesta. Per venti anni direttore, ora editorialista di Repubblica, Ezio Mauro accusa Renzi di avere rottamato “la storia” e la sinistra. “Quando si destrutturano i valori e i fondamenti culturali di storie politiche che hanno attraversato il secolo, rimane un deserto politico…Desertificato di riferimenti culturali il campo della contesa disegnato dalla sinistra al potere diventa basico e nudo, con parole d’ordine elementari e radicali. Una su tutte: il cambiamento ma senza progetto, senza alleanze sociali, senza uno schema di trasformazione, cambiamento per il cambiamento, dunque soprattutto anagrafico, spesso con una donna al posto di un uomo. La rottamazione della storia si è portata via anche il deposito di significato, la traccia di senso che la storia lascia dietro di sé, comprese le competenze e naturalmente le esperienze, quel legame tra le generazioni che forma il divenire di una comunità e si chiama trasmissione della conoscenza, del sapere, delle emozioni condivise”. Davvero, non ho mai letto una analisi più severa su quel che Renzi è e su quel che ha fatto. Per l’ex direttore di Repubblica il premier ha ritenuto che “la classe dirigente non andava rinnovata ma sostituita, come si fa con una gomma bucata. Ed ecco i nuovi gommisti all’opera. Non hanno storia, solo una feroce gioia per la crisi delle istituzioni, da combattere in attesa di comandarle”. “Governare senza una storia politica a far da cornice e dei valori di riferimento, diventa un’interpretazione autistica, staccata dal corpo sociale”. Quando paragonai io Renzi a “un bambino autistico che ti sorprende perché sa risolvere un’equazione impossibile” lo feci con affetto, per il bambino e per Matteo. Speravo ancora che la sua straordinaria abilità tattica potesse risultare utile al paese. E neanche me la presi quando Renzi ne approfitto per “asfaltarmi”. Il giudizio di Mauro è molto più duro.

Gli elogi ai vincitori arma contro gli avversari interni. Infine Stefano Folli svela il trucco da saltimbanco che si cela dietro l’ammissione della sconfitta. “Renzi non si considera realmente dalla parte dei vinti. È come se dicesse ai “grillini”: voi avete espresso con maggiore efficacia un punto di vista che anch’io sostengo; in fondo ci troviamo sullo stesso versante della barricata; e se voi questa volta siete stati più bravi di me, è solo perché io sono appesantito e frenato dal mio Pd, oltre che dalle cure del governo”. Dunque egli prepara “una direzione drammatica al Nazareno”. Il famoso “lanciafiamme”, insomma, pur di non ammettere che è la sua politica, sua di Renzi, ad aver provocato l’attuale disastro. “Sembra che tutto si risolva individuando una Chiara Appendino o una Virginia Raggi renziana”. Ma la situazione è più complessa -avverte Folli- “ con l’Italicum i Cinque Stelle possono battere il candidato del centrosinistra: soprattutto se riescono ad attirare i voti di destra. Tuttavia resta improbabile che il governo accetti di riaprire il “dossier” della legge elettorale. Qui Renzi resisterà. Nel frattempo tenterà di recuperare i voti “grillini” blandendoli e ammiccando ai temi anti-sistema. Il che configura una scommessa temeraria, dal momento che una linea anti-casta non s’improvvisa. E imitare l’avversario rischia di accreditarlo invece di svuotarlo”.

Mi chiamo Erdogan e mangio i bambini. In missione per l’Europa

L’Europa piange lacrime di polistirolo per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato che, visto il quadro generale, sembra uno scherzo mal riuscito. Invece no. Ieri tutti i burocrati hanno finto almeno per un minuto di essere tutti contriti per poi lasciarsi andare all’ammazzacaffè. La Giornata Mondiale del Rifugiato è un po’ come il progetto di un distributore automatico di diritti: buono per farci sopra narrazione da campagna elettorale ma poi alla fin fine semplicemente una perversione da calendario.

Intanto, ventiquattro ore prima, le guardie turche (i militari servetti di una nazione indegna di essere considerata democratica eppur profumatamente pagata dall’Europa per “risolvere” il problema dei rifugiati) hanno pensato di schiacciare il grilletto per disinfettare il confine: sarebbero otto morti di cui quattro bambini. Un presepe di cadaveri. Una cosa così.

Le fonti ufficiali turche (che valgono più o meno come le dicerie da bar) dicono e non dicono, confermano ma non troppo e infine cercano di raccontare la difficoltà di “vigilare i confini”. Già, non potete immaginare come sia terribile vedersi minacciati da bambini laceri e scalzi. Roba da film dell’orrore. Già. Così mentre tutti fingono in Turchia sparano. E questa volta i rifugiati muoiono anche senza acqua salata. All’asciutto.

Se una grave emergenza umanitaria viene affidata ad un Paese che non rispetta (al di là della conferma di questa ultima notizia) i diritti umani come si dice? Vigliaccheria. Pilatesca codardia. Niente comunque che dia il diritto di fingersi dispiaciuti.

Buon martedì.