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La polizia sgombera gli insegnanti, 6 morti e 100 feriti in Messico

epa05378714 A handout picture provided by the Quadratin agency shows clashes between members of the Federal Police and protestors on the Oaxaca-Mexico highway and the federal highway 190, near the municipality of Nochixtlan, Mixteca, in Oaxaca, Mexico, 19 June 2016. Mexican reporter Elidio Ramos Zarate, of the El Sur newspaper, was killed on 19 June in the southern state of Oaxaca by unknown individuals while covering protests by teachers against the education reform, according to media reports. EPA/QUADRATIN HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

È di sei morti e un centinaio di feriti il bilancio degli scontri avvenuti tra insegnanti e polizia federale la scorsa domenica nel sud del Messico, nello Stato di Oaxaca. La protesta è esplosa violentemente, con alcuni veicoli dati alle fiamme, dopo che le forze dell’ordine hanno sgomberato in maniera piuttosto violenta, con l’uso di lacrimogeni, un concentramento che da oltre una settimana bloccava uno strada nella città di Asuncion Nochixtlan.

epa05378457 A general view shows overturned police vechicles, which were attacked by teachers during a protest against the education reform in the country, in Oaxaca, Mexico, 19 June 2016. At least three people died and 45 got injured in the clashes that began on the Oaxaca-Puebla federal road as authorities tried to end a block, started by the protesting teachers. EPA/STR

A prendere parte alle proteste sono stati gli insegnanti del sindacato Coordinamento nazionale dei lavoratori dell’educazione (Cnte), che si oppone alla riforma dell’istruzione adottata dal presidente Enrique Pena Nieto e dal suo governo di centrodestra nel 2013. La riforma prevede, tra le altre cose, un esame obbligatorio valutativo per tutti docenti, anche quelli già in attività. Secondo la Cnte, il test non sarebbe altro che un pretesto per allontanare dall’insegnamento chi è sgradito al regime. Le proteste sono scoppiate dopo l’arresto di due leader del sindacato, Ruben Nunez e il deputato Francisco Villalobos, accusati di corruzione e di riciclaggio di denaro. A prendere parte alle proteste, secondo fonti sindacali, 80mila persone nella municipalità di Oaxaca e oltre 20mila nel Chiapas.

epa05374177 Members of the National Coordination of Education Workers (CNTE) teachers' union hold banners as they march in Mexico City, Mexico, 17 June 2016. Members of the CNTE, coming from the Mexican states of Guerrero, Chiapas, Oaxaca, and Michoacan, protested against the education reform and called for resuming negotiations with authorities. Banner reading 'End The Repression. We Demand Roundtable Talks. CNTE'. EPA/SASHENKA GUTIERREZ

La Commissione per la sicurezza nazionale messicana ha giurato che gli agenti che hanno preso parte alle operazioni fossero sprovvisti di fucili, e che il massacro sia opera di «sconosciuti giunti dall’esterno che hanno cominciato a sparare sia sui manifestanti che sulla polizia». Alcuni video mostrano però almeno un ufficiale di polizia mentre spara più volte con una pistola. Anche il capo della polizia, Enrique Galindo, ha affermato poi che una divisione armata è stata schierata contro gli sconosciuti «che hanno aperto il fuoco contro polizia e manifestanti».

CNTE teachers' union demonstration in Mexico City

 

Secondo Galindo a guidare la protesta violenta non sarebbero gli insegnanti della Cnte, ma gruppi di violenti dal volto coperto giunti da fuori. I governi federali e statale hanno dato appoggio alla polizia: per loro «ci sono notizie della presenza di vari gruppi violenti che hanno guidato i blocchi di strade e installazioni strategiche per giorni» e quindi sarebbe il sindacato a dover prendere le distanze da questi gruppi non identificati.

Mexican teachers protest after arrest of union leaders

Secondo il segretario per la pubblica sicurezza, le vittime sono tutte civili, e almeno tre dei morti presentano ferite di arma da fuoco – una di queste sarebbe minorenne. Tra i feriti 55 sono agenti federali e statali, mentre 53 sono civili. Almeno 21 persone sarebbero state arrestate. Tra le vittime ci sarebbe anche un giornalista. La Cnte, ala radicale di un sindacato nazionale, ha denunciato senza mezzi termini «l’azione repressiva dei governi federale e statale».

Il sindacato nel 2006 diede vita a una rivolta sempre nello Stato di Oaxaca per protestare contro la scarsità di fondi destinate alle scuole e ai bassi salari. La rivolta durò sei mesi, e il bilancio fu di sei morti e centinaia di feriti. Le proteste cessarono dopo l’invio di oltre 2000 celerini e dell’esercito, che sgomberarono con la forza le barricate.

A Roma una serata per i rifugiati. E un appello al sindaco Raggi

Gli immigrati ospitati nel centro di accoglienza Baobab a Roma, 7 giugno 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La Giornata mondiale del rifugiato a Roma diventa un invito al neo-sindaco virginia Raggi, appena eletta e già messa di fronte alle necessità dei migranti, nella Capitale e non solo. Nel Giardino del Monk a Roma, questa sera Accogliamoci, una serie di sigle che ha proposto alcune delibere di iniziativa popolare, organizza una serata di arte e musica per «difendere e promuovere il diritto d’asilo e ricordare che si tratta di uno dei principi fondanti della nostra identità europea».

«All’indomani delle elezioni – spoegano gli organizzatori in una nota – chiediamo al nuovo sindaco che venga messa in cima all’agenda politica della capitale la riorganizzazione del sistema di accoglienza della città. Vogliamo che venga subito discussa la delibera di iniziativa popolare “Accogliamoci”: un’accoglienza diffusa sul territorio e finalizzata all’inclusione e all’autonomia e il monitoraggio costante del sistema sono l’unica strategia possibile per promuovere l’integrazione di richiedenti asilo e rifugiati e valorizzare il loro apporto».

Nella città di Mafia Capitale e dei luoghi dell’accoglienza sgomberati – vedi Centro Baobab – si mobilitano artisto come Ashai Lombardo Arop, Enzo Berardi, Monica Guerritore, Giuseppe Cederna, Nicola Linfante, Piccola orchestra di Tor Pignattara, Ardecore, Steadyrockerz. E spiegano: «Di fronte ai muri, ai fili spinati, ai respingimenti, alle migliaia di persone morte in mare e a quelle incastrate ai confini dell’Europa, di fronte alle strategie irresponsabili e inadeguate di un’Europa sempre più chiusa, l’unica risposta possibile ed efficace è garantire a richiedenti asilo e rifugiati protezione e accoglienza favorendone l’inclusione nei nostri territori. A partire da Roma, vittima di un malaffare che ha lucrato sulla pelle e sul futuro di migliaia di persone».

L’evento romano, cui hanno aderito numerose associazioni, è organizzato da Accogliamoci, soggetto che riunisce Radicali Italiani, A buon diritto, Arci, Consiglio Italiano per i Rifugiati, LasciateCIEntrare, Medici per i diritti umani, Città dell’altra economia, Monk.

Sempre questa sera a Firenze il concerto organizzato dall’Unhcr Italia, che ha lanciato una petizione e una campagna #WithRefugees accompagnata dallo spot qui sotto. Il programma del concerto a ingresso gratuito è qui

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Sarebbe bastato poco a Stefano Parisi per resuscitare il centrodestra – e vincere – a Milano

La candidatura di Giuseppe Sala dall’altra parte certo non ha scaldato gli animi e anche l’imprinting renziano evidentemente (come nel resto d’Italia) non ha portato benefici. Eppure Parisi (imbrigliato dall’ingombrante peso delle facce di Berlusconi, Salvini, Gelmini, La Russa e tutti gli altri) paga forse proprio questa sua moderazione così misurata e sparagnina che l’ha bloccato nelle due settimane del ballottaggio: nessuna ipotesi di giunta (sarebbe bastato qualche nome civico che allargasse l’elettorato e invece la sensazione che si è avuta è quella di delicati equilibri da ricomporre in caso di vittoria) e, soprattutto, l’incapacità di prendere pubblicamente una posizione netta su Renzi e sul referendum costituzionale di ottobre. In una tornata elettorale in cui la moderazione ha allontanato elettori piuttosto che conquistarli.

Quindi a Milano ha vinto il Pd? No, per niente. A Milano la candidatura Sala ha reso complicata una vittoria che in molti prevedevano facile facile («un calcio di rigore» aveva detto Matteo Renzi) e gli ultimi quindici giorni sotto stress da parte del centrosinistra ne hanno evidenziato i problemi: Renzi è sparito, il Pd ha avuto un improvviso innamoramento per la sinistra radicale, Pisapia ha avuto la conferma di avere scialacquato un capitale politico importante e la paura dei fascioleghisti ha funzionato più delle proposte. È un sindaco debole, Sala, per ora e lo sanno in molti: più dipendente da Pisapia che da Renzi.

De Magistris sindaco «24h» ma pronto a esportare il “modello Napoli”

Il rieletto sindaco di Napoli Luigi de Magistris durante i festeggiamenti all'interno di Palazzo San Giacomo, sede del municipio, dove ha indossato magliette 'Controllo Popolare' a Napoli, 20 giungo 2016. ANSA/ CIRO FUSCO

Canta Bella ciao, compie 49 anni, prende il 66,85%. De Magistris promette di fare il sindaco «h24» fino al 2021. Ma già vuol esportare il “modello Napoli”. Il sindaco “zapatista”, con indosso la maglia azzurra del Napoli canta Bella Ciao e festeggia una vittoria «contro tutti», dai 5 stelle (ai quali lascia la porta aperta) a Lettieri, a Renzi, che la sconfitta se l’è andata a cercare, andando a sfruculiare Napoli con le promesse (e il commissariamento) di Bagnoli.

Per De Magistris non ha “vinto la protesta” ma un’esperienza innovativa, di buona amministrazione fondata sulla partecipazione dei napoletani. «Siamo l’unica vera ed effettiva novità politica – dice – di questo voto». Ora non resta che capitalizzare questo “effetto novità”, sia nel governo della città sia per chiarire con i fatti come Napoli possa diventere «un soggetto autonomo, una forza nazionale e internazionale».

Qualche idea l’ha già data, De Magistris, guardando con favore alle municipalità spagnole – la Barcellona di Ada Colau in primis – e al modello Podemos, il movimento che si candida a conquistare la Moncada in alleanza con Izquierda unida. Che quello sia il riferimento del sindaco lo confermano le donne e gli uomini della sua squadra, comprensibilmente entusiasti.

Alessandra Clemente, “miss preferenze” con 4.666 voti che la candidano alla presidenza del Consiglio comunale, spiega: «Abbiamo il dovere di collegare quello che sta accadendo a Napoli a tutte le altre città italiane», approfittando dell’evidente «crollo della rappresentanza politica esercitata attraverso lo strumento del partito». Un movimento, quindi, che da Napoli “minaccia” di farsi protagonista della politica nazionale.

Appendino a Torino è la vera novità dei ballottaggi

La candidata sindaco di Torino, Chiara Appendino, durante il convegno "Le verit?? sul sistema Torino clientele e vizi della sinistra e della destra in citt??", Torino, 02 marzo 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Chiara Appendino, 32 anni, 5 stelle, nata a Moncalieri, buoni studi, è la vera novità emersa dai ballottaggi. L’hanno votata torinesi di sinistra e di destra, oltre, naturalmente, ai 5 stelle. Negli ultimi giorni, 25mila torinesi hanno ritirato il certificato per poter andare a votare.

Tra il primo e il secondo turno Piero Fassino, sindaco uscente, ha racimolato solo 8mila voti in più, Chiara Appendino ben 90mila. Eppure Torino non ha vissuto niente di simile a Mafia Capitale, né Fassino è stato mai tirato dentro un qualche scandalo. No, i torinesi hanno voluto bocciare Renzi, quel suo modo scomposto di corteggiare Marchionne, la sua narrazione scioccamente ottimista, mentre la città si sentiva ferita: troppi giovani disoccupati, troppi lavoratori poveri.

«Torino si è liberata – dice Marco Revelli – della cappa di ipocrisia che la opprimeva». Il centrodestra, politicamente irrilevante e perciò escluso dal secondo turno, ha votato a sua volta Appendino, intendendo punire il premier. Muove da Torino (lo scrive Gramellini) «una rivoluzione contro l’Ancien Régime», di cui l’ex rottamatore è diventato il garante.

Ora Renzi ha la quasi certezza che perderebbe, contro un 5 stelle, nel ballottaggio previsto dall’Italicum. Dovrebbe cambiare politica e legge elettorale, rinunciare al referendum come plebiscito sulla sua persona, dovrebbe dismettere la spocchia e cercare di coprirsi a sinistra, magari con Pisapia. Non lo farà: dopo due anni e mezzo da segretario e premier appare già prigioniero dei suoi stessi errori.

Sono i 5 stelle il vero partito della Nazione. Il risultato di Roma lo dimostra

Da sinistra, Luigi Di Maio, Virginia Raggi, Alessandro Di Battista e Roberta Lombardi, durante la chiusura della campagna elettorale della candidata del M5s a sindaco di Roma Virginia Raggi, Ostia (Roma), 17 giugno 2016. ANSA / ALESSANDRO DI MEO

Raggi prima donna al Campidoglio. «Un brutto colpo per il governo Renzi», titola il Wall Street Journal. “Big wins for Five Star Protest Party”, scrive la Bbc. Non hanno funzionato granché le telefonate di Maria Elena Boschi. «Pronto?». «Pronto». «Ciao Tommaso, sono Maria Elena. Volevo ricordarti di votare per Rob…». Tu-tu-tu. Roberto Giachetti tra il primo e il secondo turno è riuscito a convincere solo 50mila romani in più, a votare per lui. Niente. Almeno rispetto ai 309mila in più convinti da Virginia Raggi. Il Movimento 5 stelle, si dirà, raccoglie i voti della destra. Possibile, anzi probabile: è il fattore Italicum e questo dovrebbe però far riflettere palazzo Chigi, finora convinto di doversela giocare con il centrodestra: Roma ricorda invece che l’Italia non è Milano.

«Sono i 5 stelle il vero partito della Nazione», ammettono ora nel Pd, Matteo Orfini compreso – incurante delle richieste di dimissioni che gli stanno recapitando i colleghi di partito, soprattutto chi, come l’ex coordinatore cittadino Marco Miccoli, aveva detto che cacciare Marino «senza neanche uno straccio di piano B» non era un buona idea. Però è vero. I 5 stelle sono un perfetto partito della Nazione, soprattutto se – come hanno fatto a Roma durante la campagna elettorale – ben coperti a destra dal giustizialismo e dall’antipolitica, aprono a sinistra: contro le privatizzazioni, contro le grandi opere, annunciando il nome di Berdini all’Urbanistica, studioso nemico giurato di Caltagirone.

Il bacino più grande a disposizione, in città, era quello di Giorgia Meloni, ricco di 269mila voti: che siano andati in larga parte su Raggi è evidente. Ma sempre a destra c’erano i 143mila voti di Alfio Marchini (sostenuto da Forza Italia e da Storace) e Marchini – per mesi papabile candidato del Pd – aveva detto di preferire il candidato renziano. Roberto Giachetti si ferma però a 376mila voti, confermando così – non fosse bastato il risultato di Rutelli nel 2008 – che quella del voto moderato più che un’oasi è un miraggio. E che inseguendo quella, di certo non prendi granché dei 58mila voti andati a Fassina, in molti invece rassicurati dal volto presentabile dei 5 stelle. Non serve a molto neanche terrorizzare l’elettorato, tentare di accostare i 5 stelle a Casa Pound, né suggerire ai giornali l’esistenza in Procura di un fascicolo su Raggi, per la consulenza sulla Asl di Civitavecchia.

Così Giachetti prende solo duemila voti in più di quelli presi da Alemanno nel 2013, battuto da Ignazio Marino, fiaccato da Parentopoli e l’avvio di Mafia Capitale. Non può essere un buon risultato, e si capisce così che al primo turno non c’era stato nessun «mezzo miracolo» come invece aveva detto Renzi, pronto a spacciare per vittoria una sconfitta. Non è tutta colpa sua, però. Leggendo i dati dei quartieri periferici si svela che il voto è pur sempre anche un voto amministrativo. A Roma Est, a Lunghezza, Virginia Raggi sfiora l’80 per cento. Conterà qualcosa il fatto che lì – urbanizzazione degli anni veltroniani – per entrare a Roma, la tua città, ci sia solo l’autostrada, con tanto di pedaggio?

Che botta, Matteo. I risultati dei ballottaggi

Virginia Raggi, Rome mayoral candidate for the anti-establishment Five Star Movement (M5S), reacts at the caucus in Rome, Italy, 19 June 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il Movimento 5 stelle vince i ballottaggi, Matteo Renzi li perde. Questa è la sintesi, nonostante il Pd parli nuovamente di un risultato frammentato, come già fatto al primo turno. La faccia è una, in realtà, ed è quella di Matteo Orfini, ad esempio, che non si vede per commentare il risultato di Roma (dove Raggi supera il 67 per cento, raccogliendo 300mila voti in più rispetto al primo turno). Roma è peraltro il dato più importante ma non il più doloroso, per il Pd, che perde questa domenica anche un ventennale governo di Torino.

Perde Torino, dove Chiara Appendino stacca Piero Fassino, super favorito che doveva vincere al primo turno e invece manca la riconferma. Perde a Grosseto (dove vince il centrodestra), perde a Sesto Fiorentino (questa volta a vantaggio del candidato di Sinistra Italiana, oltre il 66 per cento). Ha già perso in partenza Napoli, escluso dai ballottaggi, dove De Magistris doppia Gianni Lettieri (che pure aveva incassato l’appoggio di pezzi del Pd). Perde, insomma. E abbastanza unanime è l’analisi dei commentatori: è la forza di Matteo Renzi a uscire fortemente ridimensionata.

Lontanissimo nella memoria sembra il 40 per cento delle europee, se anche Milano, che è vinta, è vinta per poco (18mila voti di scarto, con il centrodestra avanti in 5 municipi su 9). Se il centrosinistra governava 21 dei 25 comuni capoluogo andati al voto, ora sono 8, perché 7 ne conquista il centrodestra (erano 4, tra le nuove c’è la pesante Trieste e c’è Benevento, presa dal redivivo Mastella), 3 il Movimento 5 stelle (di peso, da zero, oltre Roma e Torino, c’è Carbonia), 3 la destra (Savona, Novara e Isernia, dove il ballottaggio era tra un candidato di Meloni, vincente, e quello di Salvini), uno il centro (Crotone) e uno la sinistra (Napoli, ovviamente). Poi ci sono le liste civiche, come il caso di Latina, vinta da Damiano Coletta, che Left ha raccontato più volte.

Con una direzione del Pd già convocata per il 24, ci sarà modo di fare i conti, nel Partito, e poi forse in parlamento, facendosi un po’ di conti sulla legge elettorale che si è voluto. Perché è allargando lo sguardo, il voto amministrativo, come già chiaro al primo turno, conferma un modello tripolare. Un modello semplice, anche per Roberto Formigoni. Che si lancia in un’analisi un po’ sbrigativa ma non così lontana dalla realtà, e per questo preoccupante – per Matteo Renzi.

A Latina vince la “rivoluzione condivisa” di Damiano Coletta

Latina Bene comune, uno dei successi più clamorosi delle elezioni amministrative. La vittoria di Damiano Coletta con il 75% delle preferenze sul suo avversario, Nicola Calandrini del centrodestra, non arriva dal nulla. Anzi, dietro alla vittoria di questo medico ed ex giocatore del Latina calcio nonché “filosofo”, come l’aveva definito con disprezzo il suo avversario, c’è un grande lavoro “dal basso”. Da anni, nel capoluogo pontino, associazioni come Rinascita Civile, per esempio, hanno alzato la testa e dato vita a un movimento di cittadini che si è allargato sempre più. Anche attraverso la cultura: la manifestazione Lievito, da cinque anni fa proposte controcorrente e di riflessione sul futuro della città.

Con la fiducia data a Coletta, i cittadini di Latina hanno dimostrato di sapere reagire, stanchi del governo di centrodestra che da sempre ha dominato la città, stanchi delle faide interne – spesso per questioni legate all’urbanistica – tra ex missini ed ex democristiani che hanno portato anche a due commissariamenti. Stanchi anche della debolezza atavica della sinistra storica che non è mai riuscita a fare una vera opposizione capace di ribaltare le sorti del Comune. E soprattutto stanchi della piattezza culturale in cui è precipitata la città, coinvolta, peraltro anche da pesanti inchieste della magistratura su possibili collusioni tra criminalità e politica.

Queste forze “civiche” con, tra gli altri, esponenti di Possibile e anche del Pd o ex Pd, dal 2015 si sono coalizzate attorno a Damiano Coletta e hanno cominciato una campagna a tappeto. Una delle liste che lo hanno sostenuto è costituita solo da giovani: “Latina Bene comune giovani” ha eletto Valeria Campagna, 18 anni, la più giovane consigliera comunale della storia di Latina. E centinaia di banchetti per la città hanno fatto conoscere il programma del candidato sindaco, che tra le sue parole chiave ha non a caso legalità e bellezza, oltre che dignità, come ha ripetuto ieri notte durante i festeggiamenti in piazza.

Sulle spalle di un suo compagno di lista, con il megafono in mano – un’immagine d’altri tempi, alla Di Vittorio, verrebbe da dire – Coletta ha ringraziato tutti i cittadini, commosso, ma ha anche detto con una voce ferma e decisa: «È la fine di un sistema politico che ci ha umiliato e vessato per anni».
Il neo-sindaco è riuscito a raccogliere consensi anche nei borghi di Latina, storicamente più conservatori rispetto al centro della città, più “progressista”. Il vento che soffia è il segno  della reazione alla rassegnazione. «La città ha ritrovato la sua libertà, con la partecipazione, la condivisione e il Bene comune». Parole semplici e ricche, quelle di Damiano Coletta, il medico “filosofo” che ha portato la “rivoluzione” a Latina.

Quanti sono i rifugiati nel mondo, da dove vengono, dove vanno (pochi in Europa)

Le operazioni di sgombero a Idomeni

Oggi è la giornata mondiale del rifugiato, le foto qui sopra vengono da Idomeni, dall’Indonesia, da Gaza (dove l’artista cinese Ai Wei Wei ha girato un documentario). È un anno speciale, questo, come lo scorso: i rifugiati sono al centro del dibattito politico europeo e sono una delle grandi crisi che in mondo (non l’Europa) deve affrontare. I numeri dell’Unhcr sono inequivocabili: milioni sono in fuga, in ogni angolo del pianeta, e la maggior parte non è nemmeno uscita dal suo Paese, ma vive lontano dalla sua casa.

65,3 milioni sono rifugiati, sfollati e richiedenti asilo, le domande di asilo in Europa nel 2015 sono state poco più di un milione e 300mila, 476mila di questi hanno chiesto asilo in Germania. 

 

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I Paesi da cui provengono i rifugiati sono principalmente Siria (4,9 milioni), Afghanistan (2,7), Somalia (1,1), pari al 54% del totale. Poi ci sono gli eterni campi profughi palestinesi in Libano e Giordania, che sono ormai divenute città. Il rischio enorme, se non si mette fine al conflitto siriano, è che altri milioni di persone si trovino a vivere in quelle condizioni. Poi ci sono i Paesi che non seguiamo, che ci interessano meno: i Paesi che confinano con la Niugeria, ad esempio, ospitano quasi 200mila persone. Poi ci sono il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea e, più di recente, il Gambia, dove una stretta del regime ha prodotto un nuovo flusso di persone in fuga.

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Da due anni, guardando le immagini di Lesbos, Idomeni, Lampedusa, Ventimiglia, Calais, parliamo di invasione. Alcuni partiti fanno dell’invasione la loro cifra, lo strumento per guadagnare consensi. Bene, i 5 Paesi che si trovano ad affrontare la crisi dei rifugiati in maniera più urgente e drammatica non sono in Europa. Li vedete qui sotto. E la Turchia, che pure usa strumenti di controllo e gestione dell’emergenza che sono brutali e inaccettabili, è il Paese che davvero può parlare di emergenza e invasione.

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I rifugiati in Europa tra 2014 e 2015, secondo l’Eurostat: l’Ungheria è il Paese che ne ha accolti di più pro-capite, poi Svezia e Austria. I dati sono falsati dall’apertura e chiusura delle rotte: le domande in Ungheria sono causate da questo, le poche domande in alcuni Paesi come la Gran Bretagna, hanno la stessa motivazione, all’inverso (frontiere chiuse). Del totale mondiale solo il 6% delle persone in fuga sono accolte in Europa.Number_of_(non-EU)_asylum_seekers_in_the_EU_and_EFTA_Member_States,_2014_and_2015_(thousands_of_first_time_applicants)_YB16

Una breve animazione di Medici Senza Frontiere che ci ricorda come, oltre all’anno dei rifugiati, questo sia anche l’anno dei muri e delle chiusure. Sappiamo dell’Ungheria, spesso ci dimentichiamo della lontana Australia, che ha una politica di chiusura grave e incivile