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I #ciaone fanno giri immensi e poi ritornano

Il sindaco di Roma Virginia Raggi con Alessandro Di Battista durante i festeggiamenti al comitato elettorale, Roma, 20 giugno 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Dice Rondolino che il Pd ha vinto. Dice il senatore Esposito da Torino che per il Pd non è andata così male come qualcuno vorrebbe far credere. Peccato che quel “qualcuno” siano gli elettori. Ma vabbè. Dicono in molti che non è un voto politico sul governo Renzi. Certo che no: è contro il governo Renzi. E il dispiacere (da italiano) più grosso è che in fondo i renzini e i renziani siano riusciti ad esibire così tanta arroganza che alla fine diventa difficile discernere il risentimento dalla politica. Comunque:

A Milano Beppe Sala vince male. Certo una vittoria è una vittoria ma quello che doveva essere un calcio di rigore si è trasformato in un successo strappato con fatica ai supplementari. E non so se davvero ci sia molto da festeggiare tenendo conto del fatto che Beppe Sala fosse appoggiato da Pisapia (piuttosto sbiadito), Renzi (ultimamente con un po’ di titubanza) mentre dall’altra parte Parisi dovesse sopportare di avere sullo sfondo le macerie del centrodestra e la faccia di Salvini (e la Gelmini e La Russa per citarne un paio).

A Napoli vince De Magistris contro tutti. Ancora.
Mentre ci dicevano che non sarebbe mai stato in grado di governare in realtà si è fatto rieleggere dopo 5 anni da sindaco. A Napoli. E chissà se Renzi non si sia reso conto che anche qui le sue parole contro il sindaco sono state un ottimo volano.

A Roma vince la Raggi. Ma anche qui straperde il PD. Giachetti (con faccia sollevatissima) ha promesso opposizione dura in consiglio comunale.
Lui, da vicepresidente della Camera. Fantastico. Ah, tra le altre cose non solo non c’è stata rimonta ma il risultato è peggio delle peggiori previsioni. Pagherei per avere la drammaturgia dei pensieri notturni di Ignazio Marino.

Torino, beh, Torino è la fotografia del fine impero: Fassino era quello che invitava Grillo a farsi un partito, se ne era davvero capace. E ora Fassino va a casa di fronte alla candidata di Grillo. Che poi su questa non possono nemmeno tirare fuori la tiritera che l’Appendino sia eterodiretta. Il Pd schiantato, tra l’altro, decide di lasciare le prime considerazioni politiche al senatore Esposito. Farsi del male da queste parti è una scienza esatta.

Dicono che il Pd ha vinto a Bologna. Già. Guardate i ballottaggi persi in regione.

Ciaone, dicevano. Solo che i ciaone fanno giri immensi e poi ritornano. Chissà se hanno intenzione, Renzi e i suoi, di continuare a bulleggiare fino al referendum. Chissà.

Buon lunedì.

Ah: crolla il Pd e a sinistra si perdono comunque voti. Però vedrete che alcuni dirigenti della sinistra che ha perso ci insegneranno (loro) cosa hanno sbagliato (loro) e continueranno a corteggiare il Pd. Alla grande.

Il rottamatore rottamato

Altro che voto locale: è cominciata la rottamazione. Del rottamatore! Si vede bene anche dalle “non sconfitte” di Milano e Bologna. Nella capitale del nord, Sala batte Parisi 51,7 contro 48,3%. È la vittoria di Pisapia, che ha preso l’ex Ad Expo sotto la sua ala e prima o poi presenterà il conto a Renzi. Ed è la sconfitta di Parisi, che negli ultimi giorni ha commesso due errori imperdonabili: non ha voluto dire i nomi dei suoi futuri assessori e non si è impegnato a votare “No” al referendum costituzionale. La vittoria a portata di mano gli ha fatto sfuggire la vittoria di mano. A Bologna, Merola ha scelto di disubbidire a Renzi: è andato al banchetto della Cgil e ha firmato il referendum contro il jobs act. Merlot 54,6%, la leghista Bergonzoni 45,4. Ma il Pd (di Renzi) ha strappato dopo 23 anni Varese alla Lega? Se è per questo una lista civica che ha per tema il “Bene comune” ha travolto la destra a Latina.
Già rottamato a Roma. Da Virginia Raggi, la prima donna a entrare da sindaco in Campidoglio. Dal movimento, 5 Stelle che ridicolizza le telefonate con chiamata al voto della Boschi, l’isterismo mostrato dal Pd negli ultimi giorni, quando si è attaccato a un servizio del Fatto Quotidiano per sostenere che la Raggi avesse “mentito”, che dovesse essere “indagata” e addirittura fosse da considerare “ineleggibile”. Alla fine dei conti, Virginia Raggi 67,2%, Bob Giachetti, 32,8. Doppiato. Se c’erano tre persone al seggio, una era con Renzi e due contro.
A Torino ora diranno che ha perso Fassino, con la sua faccia da sfigato, Fassino che era stato segretario del Pds, insomma una vecchia storia che si conclude. E invece no. Al primo turno il povero Piero aveva il 10% in più della Appendino. Poi i torinesi hanno sentito Renzi che celebrava il No-Tasi-Day, lo hanno visto strusciarsi con Marchionne e negare la ferita della città, governata bene magari, ma popolata da giovani senza lavoro, da precari e operai che, tra salario e periodi di cassa integrazione, non ricevono in busta paga quanto basti per sfamare decentemente i figli. Così i torinesi hanno tradito Piero e scelto Chiara, ragazza di Moncalieri, 32 anni, bocconiana che vede le ferite della città e promette di curarle. Senza escludere nessuno e dialogando con tutti. Appendino 54,6% Fassino 45,4.
E di Napoli, non ne parliamo? È stato Renzi ad attaccare a testa bassa De Magistris. È stato il premier a promettere mari e monti per Bagnoli, come se una capitale come Napoli si potesse far comprare da un toscano di provincia. E dalla provincia toscana s’è portato dietro Verdini. E ha rottamato Bassolino coprendo qualche broglio a vantaggio della Valente. Alla fine: De Magistris 66,85%, Lettieri, il suo antagonista di centro destra, 33,15.
Gli Italiani vogliono cambiare pagina. Dove il PdR si trovava contro il vecchio centro destra non hanno tradito il Pd. Dove invece non c’era questo alibi, questa paura di un ritorno all’antico, gli elettori non hanno avuto paura a votare una donna, per una ragazza, per una attivista del Movimento 5 Stelle. Il Partito della Nazione promesso è stato battuto tre volte: perché il Pd non ha sfondato a destra e al centro, perché l’avversario che Renzi avrebbe voluto (il centro sinistra) ha fatto male quasi dappertutto, perché M5S ha lucrato i vantaggi della sua (prudente) opposizione e si è candidato a vincere il ballottaggio dell’Italicum, dove potrebbe ottenere voti da tutte le parti. Semmai è il M5S un (Anti)Partito della Nazione.
E ora? Renzi non si dimetterà, nemmeno da segretario del Pd. Avrebbe bisogno -lo sa pure lui- di un colpo d’ala, di una mossa del cavallo che scompagini il centro della scacchiera. Ma a me sembra che abbia ormai le mani legate. Punterà sul referendum. Non potrà promettere subito nemmeno di cambiare l’Italicum, perché questo sarebbe darla vinta ai “vecchi” Cuperlo e Bersani. Proverà a offrire ponti d’oro a Pisapia, a recuperare Chiamparino ed Emiliano e Orlando e i renziani ormai critici. Ma come il fantasma di Banquo alla mensa dei Macbeth, la prospettiva di un prematuro declino si è invitato alla sua tavola. Le Monde, El Pais, Spiegel-on-line, già parlano in prima pagina del trionfo della Raggi. Se Podemos, dopo 26 giugno, riuscirà a formare in governo di sinistra col Psoe, se nella Francia delle Nuit Debout e delle manifestazioni sindacali contro il jobs act, la sinistra sbarrerà la strada alla ricandidatura di Hollande -“Primarie a gauche, la trappola per Hollande”, titola Le Monde-, se la Clinton sarà costretta a scegliere la Warren e a far propria tanta parte della linea Sanders, Renzi resterà solo. In attesa che la vittoria dei No al referendum stacchi la spina

Giornata mondiale dei rifugiati. 11 siriani uccisi al confine turco

Il 20 giugno è la giornata mondiale del refugiato. La Turchia si è apprestata a celebrarla con l’uccisione di civili in fuga che cercavano di passare il confine fra Siria e Turchia. Undici siriani sono stati uccisi. Tra i morti anche quattro bambini, mentre altre persone ferite sono in gravi condizioni. Le guardie di frontiera turche hanno sparato mentre i profughi tentavano di attraversare nella notte il confine, dall provincia di Idlib, nel nord della Siria.
A denunciare l’accaduto è l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani,con base in Gran Bretagna ( poi confermato da Human right watch), mentre il governo turco smentisce. Al contrario Ankara rilancia la retorica delle «porte aperte a tutte le persone in fuga dall’oppressione «senza fare nessuna discriminazione». (Oggi sono sono 2,7 milioni i siriani in Turchia, nei campi profughi e nelle grandi città). Ma si tratta di parole che non corrispondono ai fatti. La politica delle porte aperte non ha avuto modo di esistere da almeno da due anni, quando i curdi di Rojava cominciarono la lotta per Kobane sulla quale marciava l’Isis.
Va rilevato che il caso dell’uccisione di civili al confine non è un caso isolato. Gli undici siriani uccisi stavano tentando di attraversare la frontiera vicino al villaggio di Khirbet al-Jouz, dopo la fuga da Jarabulus e Idlib. Cinque appartenevano alla stessa famiglia. Nel corso di quest’anno sono già sessanta i rifugiati siriani assassinati alla frontiera della Turchia, che è sempre più blindata. A partire dall’ agosto 2015 quando ai migliaia di siriani in fuga, prima da Rojava, poi da Aleppo e Idlib, Ankara ha impedito l’accesso con reti elettrificate e blocchi di cemento. E poi con la costruzione di un vero e proprio muro lungo il confine. Il motivo sbandierato da Ankara è la protezione della città di Kilis che è ubicata a otto chilometri dal confine turco ed era stata colpita dall’Isis.

Piovono pietre su Renzi

29/01/2014 Roma, assemblea straordinaria dell'ANCI sulla Tasi, nella foto Piero Fassino

I primi exit poll danno il candidato del Pd in testa di poco a Milano e in vantaggio più netto a Bologna. Dove l’avversario è il vecchio centro destra, dunque, il Pd di Renzi fa fatica ma riesce ancora a tenere. Dove invece non c’è l’alibi della destra da battere, dello spauracchio leghista che ha danneggiato Parisi, gli elettori puniscano senza appello il rottamatore, la sua azione di governo e i suoi candidati. Si spiega così il vantaggio della Appendino sul sindaco uscente a Torino e la sconfitta senza appello di Bob Giachetti, doppiato nei voti da Virginia Raggi a Roma. Se aggiungiamo che a Napoli il Pd neanche concorre al ballottaggio, si può concludere che il Partito della Nazione, la creatura pensata per vincere dal premier segretario, è morto sul nascere. Semmai è il Movimento 5 Stelle, un anti-partito-della-nazione che prende voti in modo trasversale e si impone nella capitale burocratico-amministrativa e in quella che fu la capitale operaia.

La carica dei sindaci deboli (tranne Raggi): quanti voti hanno preso i neoletti?

Come è andata per davvero? Detta così è una sciocchezza, ma per sapere che mandato ha un sindaco è utile contare i voti. Quanti romani, napoletani, torinesi, milanesi hanno votato i neoeletti sindaci? Chi ha un mandato forte e chi no? I numeri parlano chiaro, Raggi ha vinto molto e molto bene, anche se si paragona il suo risultato di ieri rispetto alle tornate precedenti. Meno bene Chiara Appendino – che però ha fatto una rimonta clamorosa che segnala la voglia di un pezzo importante di città di cambiare, anche rispetto ad amministrazioni precedenti che non avevano fatto poi male. Non sono forti Merola a Bologna e De Magistris a Napoli: prendono una quantità di voti infinitamente più bassa di alcuni loro predecessori. In Emilia Romagna il Pd vince ma non gioca più sul velluto e a Napoli l’apparente inevitabilità – e il probabile scontento dell’elettorato Pd, che ha scelto di non scegliere – ha penalizzato De Magistris in termini di consensi. Resta il fatto che l’ex magistrato ha vinto due volte in una grande città senza avere un partito nazionale alle spalle.

A Roma Virginia Raggi prende 770mila voti, 310mila in più che al primo turno. Giachetti ne guadagna 50mila. La neoeletta sindaco di Roma prende quasi 100mila voti in più di Ignazio Marino. Nel 1993 Francesco Rutelli contro Gianfranco Fini aveva preso quasi un milione di voti. Stesso risultato quattro anni dopo. Veltroni oscilla tra 871mila e 926mila. La verità è che Raggi ha un mandato abbastanza ampio, avendo preso gli stessi voti di Alemanno e solo 100mila voti in meno del primo Veltroni, quando la partecipazione al voto era del 75% e i voti espressi 500mila in più. La mappa qui sotto evidenzia come Raggi sia forte in zone a est della Capitale, dove la sinistra ha spesso preso molti voti e come vinca ovunque.

 

A Torino Chiara Appendino guadagna 84mila voti rispetto al primo turno, Fassino 8mila. Quattro anni fa il sindaco uscente ne aveva presi 255mila, 50mila in più di Appendino ieri. Sergio Chiamparino ne aveva presi 307mila (quattro anni prima 285mila al secondo turno). Rispetto a quattro anni fa il Movimento 5 Stelle ha decuplicato i voti. La mappa è clamorosa: chi visita Torino la trova ben tenuta, ordinata e migliorata. È così, probabilmente, solo nelle aree in cui passeggiano i visitatori, le periferie sono scontente e votano 5 Stelle.

— YouTrend (@you_trend) June 20, 2016

A Milano, Beppe Sala prende 264mila voti, nel 1993 il candidato leghista Marco Formentini vinse con 452mila voti al secondo turno, Sala prende meno voti di Nando Dalla Chiesa che quell’anno prese 340mila voti (270mila al primo turno). Il pidiessino Fumagalli nel 1997 perse con 340mila voti al secondo turno, Bruno Ferrante perse da Letizia Moratti con 319mila voti – che ne prese 353mila. Giuliano Pisapia prese 315mila voti al primo turno, 365mila al secondo. Tra primo e secondo turno Sala guadagna 40mila voti, Parisi 30mila. I due non erano poi così distanti e la città non si divide in maniera clamorosa dal punto di vista geografico, come mostra la mappa di YouTrend qui sotto.

A Napoli Luigi De Magistris prende 185mila voti, 13mila in più che al primo turno. Quattro anni fa lo stesso sindaco ne prese 264mila al secondo turno (128 al primo, dove arrivò secondo a 11 punti da Gianni Lettieri, suo sfidante anche ieri). Antonio Bassolino vinse con 300mila voti al secondo turno del 1993 contro Alessandra Mussolini e 495mila nel 1997. Al secondo mandato, nel 2006, Rosa Russo Jervolino vinse con 304mila voti.

A Bologna, Valerio Merola guadagna 15mila voti rispetto al primo turno, riconquistando la poltrona di sindaco con 83mila voti, 23mila in meno di quattro anni fa. La candidata della Lega Nord, Lucia Bergonzoni, prende 30mila voti in più che al primo turno (ma c’era in lizza il candidato di centrodestra di quattro anni prima, Manes Bernardini a soffiarle consensi). Sergio Cofferati conquistò Bologna con 140mila voti nel 2004, Walter Vitali ne prese 145mila nel 1995. Nel 1990, un’altra era, ma già con il Pci in crisi, la sola lista comunista ne guadagnava 124mila. All’epoca fu un tracollo.

A Varese vince a sorpresa il Pd con Davide Galimberti. Il candidato leghista prende 15mila voti, perdendone 1100 rispetto al primo turno. Il neosindaco ne guadagna duemila. Al primo turno non correvano i 5 Stelle. Il Pd non perde e non guadagna rispetto a quattro anni fa, la Lega, al primo turno ha perso seimila voti di lista, passando dal 24% al 16%. Peggio il Pdl: 11,1 e 5mila voti secchi in meno.

Infine una città minore, Latina. Qui la Lista Bene Comune di Damiano Coletta guadagna 30mila voti rispetto al primo turno (46mila ieri), mentre lo sfidante di destra Nicola Calandrini perde qualche centinaio di voti. Coletta prende 6mila voti in più di quelli presi dall’ex sindaco di destra Di Giorgi.

Roma, con mille e mille dubbi, però votare Virginia Raggi non è da fascio-leghisti

Di Virginia Raggi si dice che sarà telecomandanda, anzi “blogcomandata”, da Grillo, e anzi, ancora peggio, dalla Casaleggio Associati. Lo si dice con buone ragioni, perché Raggi ha effettivamente firmato un vincolate e salato contratto con i vertici del Movimento, cui sono affidate tutte “le scelte amministrative” e che potranno cacciarla a piacimento. Quello che i dem non dicono mai, però, è che per Giachetti potrebbe esser lo stesso. Sì è vero – Giachetti potrebbe esser richiamato all’ordine o ricevere indicazioni perentorie su nomine o provvedimenti da un partito, che è una cosa più trasparente e democratica di una società privata. Però. Però questa democrazia non è stata esercitata nella cacciata, ad esempio, di Ignazio Marino che come Giachetti si professava (ed era) indipendente dal Pd. Dai vertici nazionali e locali del Pd, Marino, è stato cacciato: senza bisogno di un contratto, senza consultazioni della base, ma con una lunga ed estenuante campagna stampa e con un susseguirsi di dichiarazioni di autorevoli esponenti nazionali, premier compreso, che ricordano, per certi versi, quelle che il Movimento sta riservando a Federico Pizzarotti, sindaco di Parma.

Di Virginia Raggi si dice poi che non sia di sinistra. È vero: ho passato del tempo con lei, e sono convinto che non sia una donna di sinistra e neanche progressista. Sotto lo strato del giustizialismo, della fede nel sacro web e dell’antipolitica, io ho intravisto una donna di centro (peraltro cattolica): non il mio tipo. È poi vero quello che dice Stefano Fassina, per argomentare la sua scelta verso la scheda bianca: «Non ho mai visto Virginia Raggi correre con me per evitare lo sgombero del Baobab», il centro sociale che accoglieva a Roma i migranti transitanti. «Noi», dice Fassina, «abbiamo invece pagato proprio la difficoltà di andare nelle periferie a spiegare che la colpa disagio è dell’urbanizzazione selvaggia, non certo degli immigrati che vanno accolti con dignità». Non è certo noto per le sue posizioni sul sociale, il Movimento 5 stelle, che anzi raccoglie – e ha alimentato – molti dei frutti della lotta tra poveri. Però.

Però nel corso della campagna elettorale Raggi ha espresso alcune posizioni che possiamo tranquillamente definire di sinistra. In particolare si è detta contraria alla privatizzazione di Atac e favorevole a una nuova gestione, più pubblica, di Acea. Su questo c’è un’intervista a il manifesto che sta girando molto tra i militanti di sinistra. Raggi aveva sicuramente ben chiaro del pubblico a cui sarebbero arrivate quelle parole, che però sono parole importanti: «Non faccio analisi comparative con gli altri candidati, ma ascoltando le proposte di Fassina ho visto che ci sono diversi punti in comune, come l’impegno affinché Atac resti pubblica o la difesa dell’acqua come bene comune. E ancora: la difesa dei nidi pubblici, il diritto all’abitare». E poi: «Se qualcuno tifa per la privatizzazione selvaggia non voti M5S».

Sono parole importanti, soprattutto se lette insieme ai primi nomi trapelati per la giunta: i lettori di Left conoscono bene Paolo Berdini, urbanista della scuola Cederna, Insolera, nemico giurato di Caltagiorne e compagnia. Per l’urbanistica Giachetti chiamerebbe invece Lorenza Baroncelli, giovane, moderna, elegante sì, ma della scuola Boeri, con esperienza sul masterplan di Expo. Vi invito a leggere l’intervista che le ha fatto Gli stati generali: e se capisco che l’idea principale sia quella di un’amministrazione che deve coinvolgere e stimolare gli investimenti privati per rigenerare la città, non capisco proprio gli attacchi a Berdini e il francamente ingeneroso giudizio su Caudo. C’è poi una frase che spero sia dettata solo dal fatto che per anni è stata lontana da Roma, Baroncelli, e che si è occupata di altro: «La domanda non può essere come eliminare i pochi costruttori in città» dice, «ammesso che sia vero che siano stati favoriti». Anche la posizione sulle Olimpiadi (seppur meno netta: Di Maio qualche mese fa si diceva favorevole) è interessante: a Roma non servono grandi opere ma ricuciture dice in sostanza Raggi che però – senza rivendicare l’incertezza e risultato così ambigua – non esclude che, con un buon progetto, le Olimpiadi si possano prima o poi cercare.

C’è il tema dell’inesperienza, questo sì, e dell’improvvisazione. Il bello per chi non li ha votati al primo turno però, è che ce ne si potrà lamentare ogni giorno, dall’opposizione, usando l’argomento, finalmente, per dire che è tutta la retorica sul cittadino in politica, tutta la retorica contro il politico di professione, ad esser sbagliata. E il sindaco di Roma ne sarà la dimostrazione. È proprio scorretto, invece – è poi finisco le battute – ricordare – argomento efficace a sinistra – la figuraccia dei 5 stelle sulle unioni civili: fortunatamente non è competenza di un sindaco, soprattutto adesso che c’è una legge nazionale, che Raggi ha già detto che non potrà che applicare.

Con mille dubbi, insomma, ma la tentazione è forte. E per chi cede, noi non crediamo nei peccati.

Questo articolo continua sul numero 25 di Left in edicola dal 18 giugno

 

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Milano, chiunque vinca avrà un manager di centrodestra

Comunque vada a Milano ha vinto la tenerezza. La tenerezza di vedere la centrodestrorsità di un candidato come Beppe Sala (formalmente di centrosinistra), tutto numeri manageriali e bilanci d’artificio, che si finge improvvisamente sinistro e radicale per racimolare i voti che servono per sconfiggere il candidato di centrodestra al ballottaggio milanese. Il «rigore a porta vuota» (aveva detto così Renzi della candidatura di Sala a Milano, con la solita sicumera che ultimamente non sembra portare troppa fortuna) in realtà si è stampato sul palo e, nonostante la simulata euforia, a Milano ora il Pd (e i resti di Sel che hanno deciso di rimanere nell’impotabile coalizione) hanno paura di perdere. Eccome. Ecco perché anche a Milano si comincia con la solita tiritera del «non fare vincere la destra», delle differenze a sinistra che «non sono sostanziali» e tutto quel solito brodo che ci ha portato fin qui.

Come? Sono anni ormai che per non fare vincere la destra a sinistra si continua ad accettare il meno peggio, finendo per fare del Pd un partito di centrodestra: la favoletta del tener conto delle realtà locali è stata già punita dal voto quando una settimana fa a Milano s’è dovuto prendere atto del fatto che l’esperienza Pisapia (meglio: la speranza che aveva acceso l’esperienze Pisapia) non ha trovato il suo naturale sbocco nella candidatura di Beppe Sala e al di là dei numeri l’aria che si respira in città è ben lontana dal fiume di gente che accompagnò la rivoluzione arancione, festeggiando in piazza Duomo sotto un beneaugurante arcobaleno. Il crollo di consensi del Partito democratico pesa e, soprattutto alla luce di una campagna elettorale che ha potuto sfruttare l’onda lunga di Expo e della sua narrazione epica, preoccupa il comitato elettorale di Beppe Sala che, infatti, ha provato a smuovere gli ultimi giorni di campagna elettorale con qualche annuncio a sorpresa: prima il nome di Gherardo Colombo per presiedere un nuovo Comitato per la Legalità (pur essendo i poteri di un sindaco ben ristretti sull’argomento) e poi con i nomi nella futura giunta di Emma Bonino (per i rapporti con l’estero), Linus (sì, proprio lui, quello della radio) e Umberto Ambrosoli (capogruppo dell’opposizione a Maroni in Regione Lombardia, con il nodo del doppio ruolo).

Ma la domanda è la solita: «E quindi che si fa, si vota Parisi con Maroni, Salvini e berlusconiani?». E qui, forse, bisognerebbe avere il coraggio di decidere se la politica del Pd sia davvero così differente da quella degli orchi sventolati per spaventarci: sul tema della giustizia e del lavoro questo Pd ha coronato i sogni berlusconiani, sul tema della scuola e delle privatizzazioni il passo del centrosinistra a governo non sembra così distante dalla gestione lombarda di Roberto Maroni; «e Salvini?» è di solito l’ultima disperata domanda. Ma che differenza c’è tra il turpiloquio xenofobo di Salvini e l’arroganza costituzionale della Boschi? Un pregiudizio, certo. Ma che sembra non bastare più.

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Al voto, al voto

Il GrilloPd accusa la Raggi. Fracasso elettorale nel giorno del silenzio

ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Il Pd di Renzi insegue il Fatto Quotidiano nell’ultimo, disperato, tentativo di spostare voti a favore di Giachetti, candidato sindaco nella Capitale. Ricostruiamo i fatti.

Oggi, per la penna di Marco Lillo, il Fatto Quotidiano scrive che Virginia Raggi aveva regolarmente comunicato, nelle sue dichiarazioni del 2015, di aver percepito oltre all’indennità di consigliera comunale, un compenso di 1.878,68 euro dalla ASL Roma F per un incarico -un recupero credito- svolto in qualità di avvocato l’anno precedente. Tuttavia sostiene Marco Lillo che gli incarichi ricevuti da quella ASL erano stati due, uno del 2012 e uno del 2014. E osserva che la consigliera, sia nel 2013 che nel 2014, aveva barrato una casella con cui affermava “di non avere percepito compensi ovvero altri incarichi con oneri a carico della finanza pubblica”. Ora, se è vero che non aveva a quell’epoca percepito nulla, le si può tuttavia obiettare di aver taciuto “altri incarichi a carico della finanza pubblica”. Se n’era dimenticata la Raggi, non aveva fatto attenzione, per poi correggersi quando le era pervenuto l’assegno?

Giachetti è subito montato in cattedra. “La Raggi ha mentito”. Il suo assessore i(n pectore) alla trasparenza, Sabella, ha chiesto che la Procura di Roma aprisse un’indagine. -É stato presentato un esposto e l’indagine ci sarà-. Il renziano Carbone ha conclusi: È ineleggibile”.

Stamani Virginia Raggi ha pubblicato la sua deposizione del 2015, nella quale compare l’importo della cifra percepita e, a penna, l’indicazione che la collaborazione con la ASL Roma F, si era compiuta nel 2014 e l’acconto pagato nel 2015. Quanto al vecchio incarico, quello del 2012, la candidata sostiene: “nel 2012 non ero ancora consigliere e non era previsto alcun albo speciale”. A voler essere pedanti, le si potrebbe chiedere quando è stata pagata per quel lavoro.

Il Pd va molto oltre. Con un tweet del suo presidente Matteo Orfini, accusa la Raggi di aver rotto il silenzio elettorale. Con un altro della vice segretaria Serracchiani, pubblica il brano di un’intervista in cui la Raggi sostiene che “ da consigliera, lavorando 10 ore al giorno, aveva sospeso ogni attività professionale”. Falso, giubila la Serracchiani.

Che dire? Che il ridicolo ci sommerge. Abbiamo un partito di governo, che vuole sbloccare l’Italia da ogni cavillo che si attacca al cavillo. Un Pd più grillino dei grillini. Abbiamo un presidente di detto partito che pretende dalla Raggi che osservi il silenzio elettorale e dunque rinunci a difendersi quando oggi, sabato 18 giugno giorno del silenzio elettorale, la Repubblica così titola in prima pagina: “Voto nelle città ad alta tensione. Raggi mentì”.