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Ritorno a Britannia?

Londra – Chris e Duncan si fanno trovare alle 8.30 di sabato mattina a Muswell Hill, quartiere residenziale e liberal a nord di Londra. Da questa collina si può vedere tutto il profilo della capitale inglese, nonostante le nuvole basse e l’aria carica di pioggia. I due ragazzi inglesi, 24 e 26 anni rispettivamente, hanno già sistemato il loro banchetto a un angolo della strada, in concomitanza con il mercatino settimanale. Tra uno stand di cannoli siciliani e l’altro di formaggi francesi, ci sono loro: discreti, sorridenti, dalle buone maniere british. Il manifesto che campeggia sul tavolo pieghevole legge “Vote Leave”, vota per uscire, e hanno sacrificato il loro sabato mattina – forse ancora un po’ brilli dalla serata precedente – per volantinare e convincere piú inglesi possibile a votare al referendum del prossimo 23 giugno per far uscire la Gran Bretagna dall’Unione Europea.

«Non mi piace la parola Brexit» confida Duncan mentre fa colazione con una cassatella, comprata allo stand a fianco «mi piace di piú pensare che la Gran Bretagna avrà di nuovo la sua libertà e indipendenza». Da chi? «Dall’Europa» interviene Chris «da quell’accozzaglia di burocrati che ci dicono cosa fare in ogni momento della giornata. Noi non li abbiamo votati e loro devono occuparsi degli affari loro». Secondo i due ragazzi, la partita che si sta giocando può essere incapsulata in un singolo aneddoto. «Immagina che questo sia World of Warcraft» dice Chris, citando un popolare videogioco molto in voga tra i teenager di tutta Europa «noi dobbiamo limitare l’avanzata dell’orda che sta invadendo il nostro Paese». E “l’orda”, manco a dirlo, sono gli europei che ogni giorno sbarcano negli aeroporti inglesi in cerca di un lavoro. «Siete brave persone» continua Chris «ma siete troppi e troppo diversi da noi. Guarda questi italiani» dice Chris puntando il dito verso lo stand siciliano «gridano troppo». E poi «i francesi» rincara la dose Duncan «fanno del buon formaggio ma, detto tra di noi, puzzano un po’».


 

La copertina di Left in edicola dal 18 giugno

Sulla Brexit trovate un reportage da Dover, dove immigrazione e conservatorismo trascinano il Sì, un’intervista a Vincenzo Visco sulle conseguenze economiche, un’analisi sulla situazione politica di Dario Castiglione e  il punto da Londra di Massimo Paradiso (che leggete qui)


Anche se Chris e Duncan non rappresentano di certo tutto lo spettro di opinioni dei supporter del Brexit, è altrettanto vero che il Paese è spaccato a metà proprio su questo punto: immigrazione e lavoro. Sia chi campeggia per l’uscita dall’Ue sia chi propone di restare non è riuscito a dare un’immagine reale di cosa sia e cosa faccia l’Unione Europea. Anche il più strenuo europeista inglese, alla domanda “ma alla fine l’Europa che fa?”, cade nel comune cliché del “ha mantenuto il piú lungo periodo di pace dalla Seconda guerra mondiale” anche se questo ideale sta bruciando nelle banlieue parigine o annegando nelle acque del Mediterraneo.
«Uscire dall’Europa senza un progetto reale ma solo per il gusto di farlo è l’idea piú stupida del mondo» dice Laurie Penny, commentatrice politica e giornalista del New Statesman «ma nessuno delle due parti in gioco, pro o contro Brexit, è riuscita a proporre un storia positiva sul perché dell’Europa. Forse – dice laconica la giornalista – perché una storia positiva in realtà non c’è».
Quello che c’è è una lunga lista di benefici economici, reali o inventati, per riportare alla luce il concetto della vecchia “Britannia”, un ideale caro agli inglesi fatto di un Regno Unito «in bianco e nero, di thè alle cinque e della comicità innocua della televisione di Stato, quando tutti erano bianchi e si lavorava in fabbrica»

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Il caldo in Pakistan, l’inquinamento in Ghana, il Ramadan in Siria. Le foto della settimana

13 Giugno 2016. Accra, Ghana. Un mandriano ghanese porta il suo bestiame a pascolare nella spiaggia inquinata di Korle Gono. Settimane di inondazioni hanno riversato sulla spiaggia bottiglie di plastica e altri oggetti (Ansa EPA / Christian THOMPSON)
13 Giugno 2016. Accra, Ghana. Un mandriano porta il suo bestiame a pascolare a Korle Gono. Settimane di inondazioni hanno riversato sulla spiaggia bottiglie di plastica e altri oggetti (Ansa EPA / Christian THOMPSON)

16 giugno 2016. Aceh, Indonesia. Una barca di rifugiati provenienti dallo Sri Lanka si è arenata, in seguito ad un’avaria, sulla costa del Mar Lhoknga. I rifugiati rimasti bloccati sull’imbarcazione senza cibo e acqua, stanno chiedendo aiuto al governo indonesiano. (Junaidi Hanafiah / agenzia Anadolu/Ansa)
Aceh, Indonesia. Una barca di rifugiati provenienti dallo Sri Lanka si è arenata, in seguito ad un’avaria. (Junaidi Hanafiah / agenzia Anadolu/Ansa)

14 giugno 2016. Pakistan. Per combattere il gran caldo, le temperature hanno raggiunto anche i40 gradi Celsius, la gente si rinfresca in un torrente nella periferia di Islamabad (AP / B.K. Bangash)
Pakistan. Per combattere il gran caldo, la gente si rinfresca in un torrente nella periferia di Islamabad (AP / B.K. Bangash)

14 giugno 2016. Manila, Filippine. Alcuni coloni filippini e polizia in abbigliamento antisommossa durante la demolizione di circa un centinaio di case ordinata con una sentenza dal tribunale regionale di Quezon City (ANSA EPA / Francis R. Malasig)
14 giugno 2016. Manila, Filippine. Alcuni coloni e polizia antisommossa durante la demolizione di case (ANSA EPA / Francis R. Malasig)

14 giugno 2016. Fallujah, Iraq. Tempesta di sabbia in un campo rifugiati. Le Nazioni Uniti hanno stimato che circa 50.000 civili sono intrappolati all'interno della città e che 42.000 persone sono fuggite da Falluja durante l’operazione militare per riprendere la città che ha avuto inizio a fine maggio, mentre organizzazioni come MSF e il Consiglio norvegese per i rifugiati dicono che il numero di coloro che sono fuggiti è più vicino a 30.000. (Foto AP / Hadi Mizban)
Fallujah, Iraq. Tempesta di sabbia in un campo rifugiati (Foto AP / Hadi Mizban)

Peshawar, Pakistan. Residenti locali rimuovendo i detriti in una casa il cui tetto è crollato durante le forti piogge. Almeno due persone sono morte e più di 30 sono rimaste ferite. (EPA / Arshad Arbab)
Peshawar, Pakistan. Residenti rimuovono i detriti in una casa il cui tetto è crollato durante le forti piogge. (EPA / Arshad Arbab)

Londra. Un operaio pulisce il pavimento dell’istallazione dell’artista inglese Wolfgang Buttress. L’istallazione esposta in Kew Royal Botanic Gardens è dotata di luci e suoni che rispondono in tempo reale all'attività delle api di un alveare posto dietro le quinte, offrendo ai visitatori uno spaccato della vita all'interno di una colonia di api. (AP / Matt Dunham)
Londra. Un operaio pulisce il pavimento dell’istallazione dell’artista inglese Wolfgang Buttress. L’istallazione esposta in Kew Royal Botanic Gardens è dotata di luci e suoni che rispondono in tempo reale all’attività delle api (AP / Matt Dunham)

Oggetti appartenenti allo scrittore Ernest Hemingway a Finca Vigia, la sua casa a L'Avana, Cuba. (AP Photo / Desmond Boylan)
Oggetti appartenenti allo scrittore Ernest Hemingway a Finca Vigia, la sua casa a L’Avana, Cuba. (AP Photo / Desmond Boylan)

14 giugno 2016. Madrid. Pendolari nella stazione ferroviaria di Atocha. Il sindacato ha indetto 4 giorni di sciopero e, nonostante i servizi minimi concordati da parte della compagnia nazionale ferroviaria Renfe, molti sono stati i ritardi e i disagi. (AP / Francisco Seco)
Madrid. Pendolari nella stazione ferroviaria di Atocha. Il sindacato ha indetto 4 giorni di sciopero. (AP / Francisco Seco)

15 giugno 2016. Hebron, Cisgiordania. Un soldato dell'esercito israeliano durante un raid notturno a Yatta. L'esercito israeliano ha effettuato incursioni notturne in tutta la Cisgiordania come parte di una campagna militare in seguito all’attacco a Tel Aviv dell’8 giugno. (ANSA EPA / Abed Al Hashlamoun)
Hebron, Cisgiordania. Un soldato israeliano durante un raid notturno a Yatta. (ANSA EPA / Abed Al Hashlamoun)

15 giugno 2016. Gera, Germania. Una foto di Anastasiya Kuzina durante le prove del balletto 'Anita Berber - Goettin der Nacht' (letteralmente Anita Berber - Dea della notte), la prima del balletto sulla vita dell’attrice tedesca, cantante e femme fatale è prevista per il 17 giugno 2016. (EPA ANSA / CANDY WELZ / ARIFOTO UG)
Gera, Germania. Una foto di Anastasiya Kuzina durante le prove del balletto ‘Anita Berber – Goettin der Nacht’. (EPA ANSA / CANDY WELZ / ARIFOTO UG)

16 giugno 2016. El Salvador. Un autobus di detenuti fuori dal carcere Cojutepeque in cui erano detenuti più di mille membri della banda della 18th street. Il carcere è stato chiuso dal governo e i detenuti trasferiti in altre prigioni di media sicurezza. (Foto AP / Salvador Melendez)
16 giugno 2016. El Salvador. Un autobus di detenuti fuori dal carcere Cojutepeque. (Foto AP / Salvador Melendez)

16 giugno 2016. Dhaka, Bangladesh. Un uomo ricama un abito per la festa di Eid al-Fitr. (AP Photo / A.M. Ahad)
Dhaka, Bangladesh. Un uomo ricama un abito per la festa di Eid al-Fitr. (AP Photo / A.M. Ahad)

16 giugno 2016. Gauhati, India. Un uomo prepara un pasto in un ristorante lungo la strada. Piccoli ristoranti che servono cibo fresco a prezzi economici sono molto popolari tra i commercianti e i frequentatori dei mercati. (Foto AP / Anupam Nath)
Gauhati, India. Un uomo prepara un pasto in un ristorante lungo la strada. (Foto AP / Anupam Nath)

16 giugno 2016. Ny-Alesund, Norvegia. Una vista del ghiacciaio Blomstrand. Il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri norvegese Borge Brende hanno fatto un giro sul ghiacciaio per verificare la situazione sul cambiamento climatico. (AP Photo / Evan Vucci, Pool)
Ny-Alesund, Norvegia. Una vista del ghiacciaio Blomstrand. (AP Photo / Evan Vucci, Pool)

16 giugno 2016. Damasco, Siria. Nel quartiere di Jobar in mano ai ribelli, alcuni soldati dell’esercito siriano mangiano il loro iftar, il pasto per rompere il digiuno durante il mese di digiuno del Ramadan. (EPA / MOHAMMED BADRA)
Damasco, Siria. Nel quartiere di Jobar in mano ai ribelli, soldati dell’esercito siriano fanno il pasto della sera durante il digiuno del Ramadan. (EPA / MOHAMMED BADRA)

17 giugno 2016. Grotte di Postumia, Slovenia. Nuove immagini e un nuovo video documentano la nascita di 12 esemplari di proteo, conosciuti come "piccoli draghi. Ripresa, per la prima volta, da telecamera a infrarosso la schiusa delle uova che sta avendo luogo nelle grotte slovene è una rarità. Il primo uovo si è schiuso il 30 maggio, mentre i fan del Trono di Spade assistevano alla 'reunion' di Daenerys Targaryen con i suoi draghi. Negli acquari i protei sono venuti al mondo soltanto una volta, a metà del secolo scorso, in Francia. (ANSA/ UFFICIO STAMPA GROTTE DI POSTUMIA)
17 giugno 2016. Grotte di Postumia, Slovenia. Nuove immagini e un nuovo video documentano la nascita di 12 esemplari di proteo, conosciuti come “piccoli draghi”. Ripresa, per la prima volta, da telecamera a infrarosso. (ANSA/ UFFICIO STAMPA GROTTE DI POSTUMIA)

Gallery a cura di Monica Di Brigida

Pablo e Alberto, la sfida del sorpasso e del governo

Madrid – Si leggeva sui cartelli, lo gridavano le persone. No nos representan, non ci rappresentano. Era lo slogan con cui in migliaia riempirono Puerta del Sol, il chilometro zero di Madrid, dando inizio a una protesta destinata a cambiare le regole del gioco della politica spagnola. Per settimane si susseguirono manifestazioni e assemblee per ridisegnare, dicevano gli indignados, una democrazia anchilosata. Ma nessuno aveva previsto che da quel movimento spontaneo sarebbe arrivato uno scossone così forte da far saltare il bipartitismo che per 40 anni aveva governato la Spagna. «È cambiato tutto. Avevamo un sistema politico totalmente corrotto e nessuno faceva niente. La gente scese in piazza, iniziò a costruire il potere popolare che oggi si vede riflesso in partiti come Podemos. Il sistema bipartitico è esploso», diceva Sofia, assistente sociale di 37 anni, mentre poche settimane fa tornava al chilometro zero di Madrid per celebrare i cinque anni dal 15M, quel 15 maggio 2011 in cui iniziarono le proteste.

Bisogna tornare lì, nelle ragioni di quella piazza, per capire che cosa è cambiato per dare a un partito nato solo due anni fa un posto così centrale. Oggi Podemos fa ombra ai socialisti del Psoe, la formazione che per più a lungo ha governato dal ritorno della democracia a oggi. Tanto che si parla di nuova Transizione, dopo quella che segnò la fine della dittatura franchista.

Podemos sarà, secondo i sondaggi, la seconda forza politica nelle elezioni del 26 giugno, sei mesi dopo l’inconcludente risultato del 20 dicembre, quando il crollo del bipartitismo ha impedito la formazione del governo in un Paese abituato a maggioranze assolute e patti di legislatura stabili, dove la necessità di coalizioni si vive come il rischio di “italianizzazione”. Se Sofia, come molti altri nella piazza, dice che il 15M non è Podemos e che Podemos non è il 15M, tutti riconoscono che la richiesta di rappresentatività di quel movimento si è cristallizzata a livello politico nella formazione guidata da Pablo Iglesias, nonostante la resistenza di una sua parte a passare dalle assemblee alle istituzioni.

«C’era una parte dell’elettorato che non si sentiva rappresentata dalle forze tradizionali. Credo che Podemos ha commesso molti errori ma sono stati capaci di dare un’organizzare a tutto questo», commenta il politologo Pepe Fernández Albertos, che spiega una parte del successo del partito viola con la prossimità: «L’enfasi sul fatto che i rappresentanti siano vicini, questo vincolo tra rappresentante e rappresentati. In un momento in cui si viveva la distanza totale tra decisori politici ed economici e quello che succedeva in strada, Podemos ha saputo interpretare questa esigenza».

«Quello che è cambiato è che ora abbiamo 69 deputati», diceva Enrique Soriano García, ingegnere in pensione che insieme al suo amico Paco è tornato lo scorso 15 maggio alla Puerta del Sol. Non solo per la ricorrenza ma anche per celebrare l’accordo siglato da Podemos e Izquierda unida (Iu), la coalizione della sinistra storica. «Quarant’anni fa eravamo dirigenti della Gioventù comunista e per 40 anni i comunisti non sono andati oltre il 10%. Era ora che ci fosse questo accordo. Da soli non potevamo trasformare niente. C’è bisogno di Podemos e di moltre altre persone, e tra queste c’è Alberto Garzón». L’immagine del segretario di Izquierda unida Garzón e di Pablo Iglesias insieme sul palco è la fotografia che marca la grande differenza tra le elezioni del 26 giugno e quelle di dicembre. Un’unione che per una parte dell’elettorato è il sogno dell’unità della sinistra e per un’altra l’escamotage di Podemos per avanzare nell’obiettivo dichiarato di superare i socialisti. In Spagna lo chiamano il “sorpasso”, usando la parola italiana, ricordando il tentativo di Berlinguer nelle elezioni del 1976 quando il Pci prese solo il 4% meno della Dc, e riecheggiando la campagna che agli inizi degli anni Novanta fece il leader di Iu Julio Anguita, sognando di strappare al Psoe l’egemonia della sinistra.

Il sorpasso questa volta sembra possibile. L’ultima conferma è arrivata pochi giorni fa dai dati del macrosondaggio del Centro di investigazione sociologica, l’istituto pubblico di indagine: il Pp è il primo partito con il 29,2% dei voti, l’asse Podemos-Iu è al secondo posto con il 25,6 e a seguire ci sono il Psoe al 21,2 e i centristi di Ciudadanos al 14,6.

 

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A Milano arriva il mare (di gusto e cultura)

Nel quartiere milanese di San Siro è da poco terminato il restauro di Cascina Torrette, una struttura seicentesca che ospita un coworking, sale prova per musicisti, una cucina popolare con birreria artigianale e altri spazi a disposizione della collettività. In questa cornice, dalla prossima settimana e per tutta l’estate, si alterneranno una serie di appuntamenti sotto l’insegna “Dopo andiamo al mare? 2016”. La rassegna è organizzata da Mare culturale urbano, un centro di produzione artistica arrivato nella zona ovest di Milano per costruire un nuovo modello di sviluppo territoriale delle periferie, sviluppare scambi internazionali e attivare processi di inclusione sociale, rigenerazione urbana e innovazione culturale.

Esperti italiani e internazionali sono invitati a curare la produzione artistica di teatro, danza, cinema, arti visive, musica e cultura digitale. Quest’estate Cascina Torrette ospita appuntamenti di diversa natura, dal cinema in cuffia al jazz, dal teatro alla gastronomia.

A tessere il filo rosso durante i prossimi tre mesi sarà una firma storica di Left, Daniele De Michele alias Donpasta, che sarà animatore di United Food of Milano, sette appuntamenti che incrociano cucina popolare e temi di attualità legati al cibo, tra musica, video, teatro e fotografia. Il poliedrico dj, economista e “gastofilo” indagherà attraverso il cibo le connessioni fra tradizione e innovazione, centro e periferia della città, coinvolgendo gli abitanti del quartiere e una serie di ospiti speciali.

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Se le favole salvano la vita. Lo racconta Andrea Satta, pediatra e musicista

Sulla Casilina a Roma, c’è l’ambulatorio pediatrico di Andrea Satta che oltre ad essere la voce dei Têtes de Bois è anche un medico della Asl. Dal 2009 visita e cura circa mille bambini all’anno, e il suo studio medico è diventato una specie di avamposto. Sul futuro, perché, come dice Andrea, «ho a che fare sempre con coppie giovani e quindi ho davanti l’Italia del domani». Ma il suo ambulatorio è anche un osservatorio che testimonia quanto sia importate l’incontro tra culture diverse. «Sembrano tante belle parole», dice, ma nel suo caso si tratta di un vero e proprio progetto, che continua, appunto da sette anni. Il suo ambulatorio è diventato infatti il luogo dove si incontra la comunità che vive sulla Casilina: italiani, ma anche, per il 40 per cento, stranieri.

Tutto è cominciato quando ad Andrea è venuta l’idea di far raccontare alle madri le fiabe che ascoltavano da bambine. Così nel 2011 ne è nato un libro, Ci sarà una volta, (Infinitoedizioni) e adesso, dopo che Massimo Bray si è innamorato del progetto – racconta Andrea – è stato pubblicato un secondo volume per Treccani, Mamma quante storie, con le illustrazioni di Sergio Staino e Fabio Magnasciutti. Ne è nato anche un tour, Mamme narranti – Ci sarà una volta in tour, grazie alla vittoria di un piccolo bando del Mibact che si chiama Migrarti. Uno spettacolo domani, sabato 18 giugno (ore 17,30) al Teatro Verde a Roma (a due passi dalla stazione di Trastevere).

Andrea-Satta
«Tanti nodi si possono sciogliere anche attraverso l’ambulatorio. Io sono un pediatra di base convenzionato con l’Asl, non sono un santone che sta in cima alla montagna. Chiunque può venire da me», racconta Andrea che ogni giorno vede 40-50 bambini. Piccoli pazienti, ma anche genitori, nonni: questo è il popolo del suo ambulatorio. «Che non è una parrocchia, non è una sede di un partito, è un luogo dove puoi incontrare persone che hanno problemi come i tuoi, con la parte più bella della vita, visto che ci sono i bambini».

Andrea ripercorre la storia del suo progetto. «Ho provato ad “accendere” ancora di più questo luogo. Mi è venuta l’idea quando una mamma del Marocco mi disse che in otto anni in Italia parlava solo con due amiche, sempre le stesse, e che qualche chiacchiera la faceva solo mentre aspettava in ambulatorio». Ecco allora l’idea, semplice: l’invito a raccontare le fiabe che ascoltavano nei rispettivi Paesi quando erano piccole. Sono venute quindi, le mamme, con biscotti, cous cous, frittatine. Adesso le prenotazioni, estese a tutta la famiglia, arrivano fino a dicembre.
Questa esperienza è stata ripetuta in altre città, come a Napoli, dove con l’associazione Piano terra del Rione Sanità, Andrea Satta si reca una volta al mese. Il pediatra-musicista poi ci tiene a spiegare anche l’aspetto scientifico del raccontare fiabe. «Ci sono ricerche realizzate in Canada e in Francia che dimostrano come nel neonato pretermine (prematuro) l’ascolto della voce materna – io direi meglio l’ascolto di una voce innamorata, perché potrebbe essere anche quella di un padre – in un bambino che nasce prima del tempo, acceleri la maturazione di parametri fisiologici fondamentali, cardiologici e respiratori. Sto parlando di bambini in terapia intensiva che nascono magari dopo 30 settimane invece che a 40». «Se a un bambino pretermine l’ascolto della voce fa così bene, quanto lo può fare a un bambino 3-4 anni?», si chiede Andrea Satta.

Suono, voce, odore, tatto: i bambini riescono a sentire «il calore, la motivazione, il desiderio di prossimità che una voce esprime, regala qualcosa alla vita. Se lo lasci solo il bambino, in quella situazione, può morire».
Se poi il pediatra Satta deve vedersela con culture e tradizioni diverse, anche a proposito di alimentazione, qualcosa di comune invece l’ha scoperta nelle fiabe. Hanno tutte elementi simili, magari cambiano gli animali, ma il senso è sempre quello, vuoi che sia una fiaba africana o una toscana. «È come sdraiarsi su un prato una notte d’estate e guardare le stelle. A me questo come uomo mi fa crescere».

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Il programma

18 giugno, Teatro Verde, (Roma, Circonvallazione Gianicolense 10): dalle ore 17,30 Storie all’improvvisa con Andrea Calabretta, Laboratorio di burattini Storie di carta con il Teatro Verde – ore 18,30 Mamme narranti – musica dal vivo con Têtes de Bois. Ore 19.30  merenda multietnica al tramonto. Tra gli ospiti anche Massimo Bray, Armando Traverso e Fabio Magnasciutti.

Prossimi appuntamenti del tour, che si avvale anche della collaborazione dell’Arci sono: domenica 19 giugno mattina, Mamme Narranti viaggerà su Er Tranvetto Termini/Centocelle  (in occasione del centenario), con favole, musica e burattini. Il 25 giugno Parco della Reggia Borbonica di Quisisana a Castellammare di Stabia con l’Internationale Puppets Museu. E poi Genova, Legnano, Firenze, Lecce, Bari, Ravenna, Cagliari, Crotone, Enna altre città ancora.

Tutto quello che trovate su Left #25

Ci trovate in edicola alla vigilia del voto per i ballottaggi nelle città italiane. Subito dopo, il 23, toccherà agli inglesi scegliere se restare o uscire dall’Unione europea. Un voto dal quale dipende, a quanto pare, il nostro futuro e la sopravvivenza stessa dell’Europa e dell’euro. Poi, dopo pochi giorni, domenica 26 giugno, si voterà in Spagna, con Unidos Podemos che incalza i Popolari nei sondaggi e spera di poter formare, dopo le elezioni, un governo di sinistra con i socialisti di Pedro Sánchez. Politica, Europa. La storia di copertina non potevamo che dedicarla al Brexit, con i nostri reportage dalla Gran Bretagna e un’intervista a Vincenzo Visco.
Sul futuro della sinistra italiana, due pareri, di Stefano Fassina e di Alfredo D’Attorre. Entrambi di Sinistra italiana, dibattono con libertà sui risultati deludenti della sinistra al primo turno e, quindi, sul futuro.
Dalla Spagna, un reportage e l’intervista a Moruno, uno dei più stretti collaboratori del leader di Podemos, Pablo Iglesias.
Torniamo su Malek, ancora nelle carceri egiziane, e su Regeni con Michela AG Iaccarino e con De Giovannangeli sulla questione israeliana, a pagina 30 e 41. Pietro Greco indaga sulle origini della nostra specie: ci racconta di una piccola donna che può riscrivere la storia dell’umanità.
Ilaria Bonaccorsi con Horvat: non ci può essere rivoluzione senza amore. Il disamore, l’odio omofobo e il pregiudizio misogino stanno dalla parte opposta di Left. Come i fatti di cronaca, terribili, degli ultimi giorni stanno a testimoniare.

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Breve guida per i ballottaggi

Domenica si vota. È tempo delle ultime sportellate a Roma e Milano. Poi c’è Torino, mentre Napoli è da tutti data come chiusa. Lì Luigi de Magistris si scontra con Gianni Lettieri, del centrodestra, con il Pd a guardare. A guardare fino a un certo punto però, perché se il partito ha detto che non darà indicazioni, gira un appello di un gruppo di elettori e militanti dem orientati verso Lettieri. Che quindi può salire, contando ad esempio sul sostegno dei verdiniani di Ala, che al primo turno sono stati con la dem Valente. Ma è poca cosa – l’1,4 per cento – rispetto ai voti dei 5 stelle su cui può ragionevolmente puntare De Magistris. È il 9 per cento: non poco per chi è già avanti di 18 punti. Distanza anche maggiore rispetto a quella che c’è tra Raggi e Giachetti, a Roma: 11 punti, 140mila voti.
Anche qui una vittoria di Giachetti avrebbe del miracoloso. La vicenda della consulenza alla Asl di Civitavecchia, non basta, e al massimo pareggia la vicenda della villa a Subianco che Giachetti aveva definito «due casaletti». Diciamo che entrambi i candidati stanno sbagliando molto. Raggi però sconta anche il fatto di non esser riuscita a chiudere una giunta. Solo indiscrezioni dunque, come quella di Paolo Berdini all’urbanistica – confermata dall’interessato – ma niente di paragonabile a Giachetti, che ha presentato la squadra già per il primo turno.
Torino pare però più scivolosa: tra Appendino e Fassino corrono 50mila voti. Bisogna dunque vedere come si distribuisce la destra: 30mila della Lega, 20mila di Forza Italia, 20mila dei centrista Rosso. Poi ci sono i 14mila di Airaudo, ma contano meno.
Milano si annuncia al cardiopalma: sarà una bella notte, che potrete passare a contare i decimali. Parisi insegue Sala, ma con meno di un punto di scarto. È vero però che Sala ha virato a sinistra, nelle ultime due settimane, recuperando endorsement del mondo della cultura e dello spettacolo milanese, finora freddini, e quello di Basilio Rizzo, candidato della sinistra.
E se passarete la notte a seguire gli spogli, non potete però perdervi anche la sfida di Benenvento, che ha un suo interesse perché vede il ritorno in politica di Clemente Mastella, arrivato al ballottaggio distanziando di solo 166 voti il suo avversario. Mastella ci crede, e dice che fare il sindaco per lui è un po’ un sogno un po’ un risarcimento. C’è poi la sfida di Sesto Fiorentino, tutta a sinistra. O meglio tra il Pd e il candidato di Sinistra Italiana. Nell’ex Sestograd si sfidano così due Lorenzo: il dem Zambini che parte dal 32,5 e il sinistro Falchi, che insegue ma con il vantaggio di poter attrarre voti dagli esclusi, dei 5 stelle (che sono il 10 per cento) e soprattutto di Rifondazione, che aveva un suo candidato arrivato terzo con il 19 per cento.
Spostandoci in Emilia è interessante (perché serio) il destino di Finale Emilia, epicentro del sisma del 2012. Il sisma aveva già fermato la ricandidatura del sindaco uscente, il Pd Fernando Ferioli. E poi ha spedito il candidato di centrodestra, Sandro Palazzi, quasi 14 punti avanti a Elena Terzi, del centrosinistra. Riuscirà la rimonta?

A qualcuno Jo Cox dà fastidio pure da morta

epa05371773 Floral tributes and handwritten notes left in memory of British MP Jo Cox in Parliament Square, London, Britain, 17 June 2016. Labour MP Jo Cox was reported dead at the hospital in Leeds after being shot and critically injured in Birstall on 16 June. Cox was airlfted from the attack scene to a hospital in Leeds where she later died. Cox had in recent weeks campaigned for the Remain camp. Britons will vote on whether or not they want remain in the EU on 23 June. EPA/HANNAH MCKAY

Jeremy Corbyn è andato sul luogo dell’attentato. Stasera veglie in onore di Jo Cox a Edimburgo, a Manchester, a Birmingham, Brighton, Gasgow, Cardiff e Belfast. La più importante si terrà a Londra, in Parlament Square di fronte a Westminster. Si apprende che da tre mesi Jo Cox, la giovane donna di 41 anni, la deputata laburista, la mamma che lascia due figli, subiva minacce anonime. La polizia stava per decidere nuove misure di protezione quando Tommy Mair le ha sparato, poi le è saltato addosso, la ha accoltellata, più e più volte. Perché tanto odio? Perché era donna, e gli uomini in crisi odiano le donne. Perché era figlia di un operaio e aveva ottenuto la laurea a Cambridge. Perché gli elettori del West Yorkshire avevano fiducia in lei. Perché lavorava per integrare nella democrazia britannica immigrati musulmani e sosteneva il dialogo tra le chiese, cattolica e protestante. Perché, con Save the Children, aveva a cuore la sorte dei bambini africani.

Ci sono tanti perché, e tutti non spiegano. L’attentatore pare simpatizzasse per il gruppo neonazista americano National Alliance. Era abbonato da anni alla rivista dello Springbok Club, organizzazione che odia l’Europa, ed è a favore dell’apartheid. Un terrorista di casa nostra, insomma, per parafrasare Barak Obama. Come un terrorista di casa, non un alieno da “congiura degli ultracorpi”, era l’islamista con pulsioni omosessuali che inviava sms alla moglie mentre massacrava persone omosessuali all’interno del Pulse. Come il francese di origini magrebine, passato dal carcere, che è entrato nella casa di un poliziotto che conosceva, ha ammazzato lui e la moglie sotto gli occhi del figlio e poi ha dedicato il massacro, su facebook, al califfo del Daesh.

Ha ragione Obama: è dal nostro inconscio che si solleva il nemico. Noi gli forniamo le armi, noi non diamo un nome alla sua malattia. Con le nostre ossessioni, noi gli forniamo l’alibi ideologico, la bandiera per la quale ammazzare e alla fine ammazzarsi. Nazismo e follia wahabita sono mostri del nostro immaginario. E dovremmo prenderne atto.

Jo Cox forse lo faceva. Ben prima di entrare alla Camera dei Comuni, era “un’attivista”, stava con la gente del West Yorkshire, parlava, provava a capire, combatteva l’odio e dava speranza. Forse l’abbiamo lasciata sola. La campagna per il Leave o il Remain è stata modesta e irrazionale: ha visto contrapporsi le ragioni (economiche) della City, che non vuole perdere i suoi clienti dell’Europa continentale, e il rimpianto pe ri fasti dell’impero di un Boris Johnson, che ha paragonato l’Europa a guida Tedesca a quella nazional socialista, sotto il tallone di Hitler.

Dov’è l’idea, dov’è la speranza, dove la prospettiva per cui battersi, dov’è il coraggio di fare i conti con lo scontento per isolare il rancore, e metterlo in condizione di non ammazzare, di non terrorizzare? Noi l’abbiamo lasciata sola, a qualcuno Jo Cox dà fastidio pure da morta. Il Giornale: “Tre colpi di pistola contro una donna salvano l’Europa”. No comment.

Londra ha già votato contro la Brexit. Intervista a Vincenzo Visco

Perché i toni della campagna pro leave o pro remain in Gran Bretagna sono così accesi? Davvero in caso di Brexit Londra pagherebbe un prezzo forte?
La Gran Bretagna sarebbe colpita seriamente nella misura in cui è la City l’anima e il motore di quel Paese. La politica dell’Inghilterra, dall’età imperiale fino ai giorni nostri, è stata caratterizzata dalla volontà di mantenere questo ruolo centrale e decisivo alla City. Se ora la Gran Bretagna uscisse dall’Europa, è probabile che i fondi di investimento, alcuni grandi operatori finanziari, cercherebbero una diversa collocazione. In questo senso si può dire che le borse abbiano votato. Contro Brexit, che appare una scelta incomprensibile in un contesto di forte globalizzazione. L’area euro e i Paesi dell’Europa continentale sono buoni clienti per la City. E poi è probabile che la vittoria della Brexit ridia attualità a una possibile uscita delle Scozia dal Regno Unito. È dunque un referendum che ne chiamerebbe un altro, da evitare. Infine i campioni del Leave, come Nigel Farage per esempio, non sono che dei reazionari imperialisti, vogliono la Grande Inghilterra, come se la Storia possa pretendere di ritornare indietro nel tempo. Perciò spaventano. Anche se è vero che nel popolo inglese l’avversione nei confronti di un’Europa a guida tedesca è molto forte. Dopotutto hanno combattuto due guerre contro la Germania.
Dunque Boris Johnson quando evoca addirittura il rischio di finire sotto l’ala di un nuovo “nazional socialismo” tedesco, coglie un sentimento diffuso. Si tratta di una sparata meno caricaturale di quanto non possa sembrare sentendola?
Il problema politico è assolutamente chiaro. Quello che sta succedendo adesso è identico, mutatis mutandis, a quello che accadde negli anni 30. Dopo la prima grande globalizzazione, quella degli anni 20, il crollo del ’29 di un sistema economico iper-liberista, esattamente come questo anche quello basato su speculazione e debiti, portò non solo al nascere di regimi autoritari ma anche all’autarchia, al nazionalismo, e quindi alla distruzione della ricchezza. Adesso si propone lo stesso scenario. In forma un po’ grottesca. Non sappiamo quale effetto la Brexit possa avere sulla zona euro. Ma se dovesse saltare l’Europa, penso che ciascuno dei singoli Paesi non conterà quasi niente, non sarà in grado di gestire la propria economia, perché intanto è cambiato il contesto.
Sono giustificati la preoccupazione tedesca, l’appello di Der Spiegel ai britannici perché boccino Brexit, la minaccia lanciata da Schauble, “se uscite non rientrerete”, i toni da ultima spiaggia?
I tedeschi temono di essere messi di nuovo all’indice, dipinti come nazional socialisti, temono di trovarsi senza l’Europa che era stata per loro un approdo comodo e conveniente. Si sta riproducendo lo scenario degli anni 30. Solo che questa volta la frustrazione non è dei tedeschi ma degli altri europei nei confronti della Germania.
Ammesso che vinca Brexit, il modo giusto dell’Europa per ridurre le conseguenze negative, quale sarebbe?
In teoria, accelerare il processo di unificazione europea. Perché a quel punto ci sarebbe un contraccolpo di paura e, con le spalle al muro, si potrebbe decidere di gettare il cuore oltre l’ostacolo e dire: “facciamo l’unificazione”. Però bisognerebbe fare i conti con le paure del lavoratore tedesco, del contribuente tedesco. La paura della Germania deriva dal fatto che i suoi cittadini sono convinti che loro stanno pagando per tutti. Alla domanda di un sondaggio su quale Paese abbia beneficiato di più dell’euro, la risposta dei tedeschi è stata la Grecia. Questi sono pazzi….

Questo articolo continua sul numero 25 di Left in edicola dal 18 giugno

 

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David Rossi. Il video in rete non è inedito. Ma le indagini continuano

Il corpo senza vita di David Rossi, responsabile dell'area comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, 06 marzo 2013. Rossi, secondo quanto si apprende, si é gettato dalla finestra del suo ufficio cadendo nel cortile interno di Rocca Salimbeni. Sul posto, oltre alla polizia, il 118, ma i soccorsi sono stati inutili. ANSA/NICCOLO CADIRNI

«Quel video del New York Post, non dice nulla di nuovo. Il filmato noi lo conoscevamo bene. E quei due uomini che si avvicinano al corpo di David non sono degli sconosciuti, ma Giancarlo Filippone e Bernardo Mingrone. Con uno di loro mi ero trovata insieme nell’ufficio di David là sopra». Così Carolina Orlandi figlia di Antonella Tognazzi, la vedova di David Rossi commenta il video che oggi ha fatto il boom in rete, rilanciato anche dal Corriere.it. Alcune ore in cui le immagini choc hanno fatto il giro del web. Ma senza alcuna novità. Quel video – con frame tagliati – è lo stesso in possesso degli inquirenti e che la famiglia con il suo legale aveva già visionato. Ma se l’informazione oggi non ha fatto una gran bella figura, perché è mancata la verifica, tuttavia il problema – e cioè come è morto David Rossi – rimane, eccome.

Carolina è in prima linea insieme alla madre per chiedere giustizia e conoscere la verità sulla morte del giornalista senese, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi, che nella notte del 6 marzo 2013 venne trovato senza vita in un vicolo dopo una caduta dalla finestra del suo ufficio. Una morte liquidata subito come suicidio, nonostante ci fossero molti interrogativi sollevati invano dalla famiglia. Quasi due anni di attesa e tante polemiche, mentre i vertici di uno dei più importanti istituti bancari al mondo venivano coinvolti in vicende giudiziarie. Il 16 novembre 2015 la Procura di Siena decide però di accettare la richiesta di riapertura delle indagini presentata dalla vedova Antonella Tognazzi con l’avvocato Luca Goracci. Nuove perizie (grafologiche, medico-legali e dinamico-fisiche) presentate dal legale potrebbero gettare una luce diversa su quelle ore del 6 marzo che David trascorse nel suo ufficio. Intanto, anche Siena reagisce. La città che all’inizio era rimasta inerte di fronte alla scomparsa di un professionista conosciuto e stimato, il 6 marzo scorso, scende per le vie del centro nel corteo silenzioso che è aperto da uno striscione che chiede la verità su David.

Dopo un mese, ad aprile scorso, sul corpo di David è stata effettuata una nuova autopsia i cui risultati ancora non sono noti. Ma sabato prossimo, 25 giugno, forse un altro tassello verrà aggiunto al quadro tutto da chiarire sulla dinamica della sua morte. Verranno infatti effettuati sia la simulazione della caduta che un sopralluogo nel suo ufficio. Tanti i dubbi che rimangono. Quel famoso filmato girato da telecamere di videosorveglianza presenta ancora aspetti che alla famiglia sembrano oscuri. «Come il tempo effettivo dell’ora segnata nell’orologio: mancherebbero sei minuti. Oppure un’ombra che si vede in fondo al vicolo che è un po’ offuscata», dice Carolina Orlandi. Interrogativi. E risposte che ancora non ci sono. Fare chiarezza, invece è importante, come aveva detto a Left Antonella Tognazzi, prima della marcia silenziosa del 6 marzo. «Io sento e cerco di far capire a tutte le persone, che è vero, è un’immane tragedia personale ma in realtà è l’espressione di un sistema malato. A me ha tolto la persona amata ma a Siena molte persone sono state danneggiate, nella città la situazione è terribile. David è una vittima, ma lo è anche la città».