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Sanders ai suoi militanti: Battere Trump

Sanders e Clinton trattano. Il videomessaggio di 20 minuti ai suoi sostenitori registrato dal senatore del Vermont è una chiamata alle armi contro Trump, il segnale che l’ex senatrice di New York è pronta a cedere su molte questioni perché si rende conto che la trionfale corsa di Sanders, una sorpresa per tutti, per lei in primis, è un campanello d’allarme per lei e il suo partito.

Il messaggio, sebbene non dica “mi sto ritirando”, contiene un punto chiaro: per vincere la nostra battaglia è necessario che alla Casa Bianca torni un democratico. E che in Congresso arrivi qualche rappresentante che provenga dalle fila della sinistra del partito. Così, e mantenendo viva la mobilitazione, sembra voler dire Bernie, potremo ottenere dei risultati. Diversamente i rischi sono enormi. Le parole di Sanders sono vaghe ma sono il primo passo nella direzione di una campagna unitaria da qui a novembre.

Le prossime settimane ci chiariranno se e come Sanders riuscirà a strappare concessioni vere. Su qualcosa Clinton dovrà essere necessariamente chiara ed esplicita: i toni della campagna delle primarie sono stati a tratti aspri e per recuperare un pezzo di elettorato, specie giovane, sono importanti argomenti, questioni simboliche su cui unire tutti coloro che hanno lavorato per far vincere i due candidati. La fortuna di Clinton è in parte la selezione di Trump: l’unità in questo caso si costruisce anche contro.

Sarà di grande interesse vedere cosa capiterà alla convention e, dopo, osservare se i volontari di Sanders sapranno mantenere vivo e vivace il network creato in questi mesi. Obama ci provò dopo essere stato eletto, ma non gli riuscì granché. Dalla sua Bernie ha il fatto che non diventerà presidente e che, quindi, potrà continuare a enunciare idee e proposte senza doverle mettere in atto. Se davvero al senatore del Vermont riuscirà l’impresa di tenere assieme le sue truppe, allora potrebbe aver contribuito a un cambiamento permanente nella politica Usa.

Catastrofe del Brexit e falsa coscienza dell’Europa

Quando, 40 anni fa, fu chiesto ai cittadini britannici se volessero entrare nella Comunità economica europea – il quesito traduceva Common market – il 70% rispose sì. Poi vennero il trattato di Maastricht e quello di Amsterdam, Schengen e l’euro. La Gran Bretagna si andò trasformando in un ospite pagante, interessato a sviluppare i rapporti commerciali con l’area Euro, ma sospettoso e renitente davanti alla prospettiva che l’Europa si desse una politica economica e istituzioni comuni.

Il fantasma del Brexit viene dunque da lontano, ma la sua forza dirompente muove dalla mutazione genetica intervenuta nel capitalismo dopo la crisi del 2007. È da allora che si è consumato il divorzio tra City e democrazia, tra Wall street e Main street. Boris Johnson ora può chiedere il leave sostenendo che l’Europa tedesca tornerà presto “nazionalsocialista”. Cameron, che ha indetto il referendum, ora dice che fuori dall’Europa la Gran Bretagna non potrà più pagarsi le pensioni. La prima vittima del referendum sull’Europa è dunque la destra britannica, divisa tra pulsioni nazional-populiste e la tradizionale difesa degli interessi finanziari.

La seconda vittima è la Germania, che ha paura di finire nelle braccia della Francia, supponente e stagnante, e dell’Europa del Sud – Italia e Spagna – non abbastanza rigorosa.

La copertina di Der Spiegel che si appella agli elettori di sua Maestà – “Please don’t go!” – e il tono burbero e minaccioso di Schäuble – «In is in, out is out» – si spiegano con la paura che l’Europa continentale possa reagire al Brexit puntando a una maggiore integrazione politica ed economica.

La terza vittima è la Sinistra, la Sinistra di Tony Blair e di Matteo Renzi, di Hollande e di Sánchez, che si è rassegnata a non mettere mai in questione la City né Wall street, che aspetta la ripresa sperando di poterne distribuire i dividendi, che non ha un’idea dell’Europa e non osa andare oltre la navigazione dorotea, peraltro già ben garantita da Angela Merkel.

I toni del Brexit diventano esagerati, le previsioni catastrofiche, proprio perché nessuno ha voglia di affrontare la questione vera: quale senso abbia una integrazione economica, politica e istituzionale della vecchia Europa. Serve un nuovo soggetto tra Cina e Stati Uniti? Può l’Europa unita garantire il welfare ai suoi cittadni, preparare una fase di crescita economica? Può aiutare la pace in Medio Oriente, proporsi come partner dei Paesi dell’Africa e del Sud America? Silenzio, si grida. Guai a voi, guai a noi!

Non diverse origini ha la contraddizione (apparente) che si manifesta tra il nostro premier e il suo ministro per le Riforme. Il voto di Roma, Milano, Napoli e Torino sarebbe solo una «quesione locale» per Renzi, ma intanto la Boschi minaccia la Appendino di ritirare 250 milioni già stanziati dal governo per la Città della Salute di Torino, accusa Parisi di negazionismo perché il Giornale ha pubblicato Mein Kampf, e va in giro a chiedere voti «di sinistra» paventando la nascita di un nuovo fascio-grillo-leghismo.

Il punto è sempre là: più si va avanti e appare chiaro che le disuguaglianze restano, l’occupazione non cresce, la corruzione è intrinseca al sistema, più le classi dirigenti della destra o della Terza Via devono esagerare il pericolo del baratro, del Brexit, della frantumazione dell’Europa, dell’ingovernabilità.

Tuttavia, più si agitano più legano la questione economica a quella democratica, erodendo il proprio consenso e generando mostri. Il peggiore esito possibile? Rafforzare Donald Trump. La possibilità positiva? Che Unidos Podemos vinca le elezioni del 26 giugno in Spagna e riapra il cantiere di un governo delle sinistre.

Questo editoriale compare sul numero 25 di Left in edicola dal 18 giugno

 

SOMMARIO ACQUISTA

Colpirne uno (cretino) per educarne cento.

Il senatore del Movimento 5 Stelle Bartolomeo Pepe durante la seduta di insediamento dei nuovi senatori a Palazzo Madama, il 15 marzo 2013 nell'aula del Senato a Roma. Five Stars Movement (M5S) Senator Bartolomeo Pepe during the first session of the XVII legislature, Rome, Italy, 15 March 2013. ANSA / GUIDO MONTANI

Lui è uno di quesi senatori che possono sperare al massimo di non farsi notare. Ce ne sono, a Roma, di parlamentari, che si insabbiano sperando semplicemente di non fare cazzate. Tipo un “prendi i soldi e scappa” solo che in questo caso i soldi non sono nemmeno da cercare, arrivano direttamente sul conto corrente personale insieme alla diaria su carta intestata del Senato della Repubblica. Eppure lui, il senatore Bartolomeo Pepe (volutamente minuscolo) ieri sera proprio non ce l’ha fatta a non dire la sua e così ha twittato:

Schermata 2016-06-17 alle 00.06.30

Colpire uno per educare cento. Secondo Pepe, in poche parole, la deputata laburista Jo Kox è stata ammazzata per un labirintico complotto ordito da quelli che non vorrebbero la Gran Bretagna fuori dall’Europa. Anzi, forse sarebbe proprio l’Europa la vera mandante. Che così fa ancora più figo e più internazionale. E così il senatore ex Movimento 5 Stelle e oggi nel gruppo ‘Grandi Autonomie e Libertà’ (pensa te) in un colpo solo ha colpito di cretinismo migliaia di persone che non sapevano della sua esistenza. E non ha educato nessuno. O forse sì.

Buon venerdì.

Post-rock from Chicago. In esclusiva su Left, il video dei Tortoise

I Tortoise in uno scatto di Andrew Paynter

Dieci mani per decine di strumenti e marchingegni. Imbiancati e, come spesso accade in casi come il loro, ancor più precisi. Così i Tortoise a Barcellona, nell’edizione del Primavera Sound che si è chiusa lo scorso 5 giugno. Non eravate a Barcellona? C’eravate ma ascoltavate i Radiohead che si esibivano in contemporanea dall’altra parte del Parc del Forum? In effetti, non pochi si “mangivano le mani” per aver dovuto scegliere uno dei due concerti. Non è la stessa cosa, ma con delle buone cuffie potete godervi il concerto della band di Chicago qui, attraverso Season of festival. Ecco “Shake hands with danger”, dal live del 3 giugno al Primavera Sound di Barcellona, in esclusiva su Left.

Chi sono i Tortoise

Il nome Tortoise è indiscutibilmente legato al post-rock. Maggio 1994. Su The Wire, il critico musicale britannico Simon Reynolds per definire band come Stereolab, Disco Inferno, Seefeel, Bark Psychosis e Pram, conia l’espressione “post-rock”. Con il tempo l’uso del termine viene esteso anche a band come Slint, Labradford, Mogwai. E Tortoise. Due anni dopo, con Millions Now Living Will Never Die (Thrill Jockey, 1996), loro secondo album, i Tortoise aprono le porte di Chicago al post-rock. Niente canzoni, lunghe suite dalla durata indefinita, da tre a sei minuti. E tracce a numero variabile, a seconda dell’edizione (americana o giapponese).

Chitarra elettrica, basso e batteria si liberano delle tradizionali gabbie del rock, per attingere da altre tradizioni della musica d’avanguardia: il jazz e l’elettronica, l’ambient e la psichedelia, il dub e il krautrock degli anni 70. La strumentalità rimpiazza il canto. I versi si ripetono, le trame mutano improvvisamente. È la liberazione del rock.

Sono l’ingegnere del suono Dough McCombs al basso e il batterista John Herndon a fondare, alla fine degli anni 80, i Tortoise. Sperimentare sul ritmo, questa la missione. Si aggiungono, poi, il batterista John McEntire, il percussionista Dan Bitney e il bassista Bundi K. Brown poi sostituito, al basso, da David Pajo, chitarrista degli Slint (sostituito, a sua volta, da Jeff Parker nel 1998).

Più che caduta in disuso – restano numerosi i festival e le etichette discografiche dedicate – , in verità, l’espressione post-rock è finita per avere un significato sempre meno preciso: dal rock dei Radiohead all’elettronica degli Stereolab. Gli stessi Tortoise ne rifiutano l’etichetta. Il Sunday Times ha definito la loro musica «eclectic-jazzy-avantgarde-postpunk-rasta friendly». Capirete dunque il motivo per cui abbiamo è scelto la più immediata – seppur contestata – espressione post-rock.

Cos’è il Season of festival

Una trasmissione tv, in streaming. Se vi siete persi – o vi perderete – i concerti che ritenete imperdibili, c’è sempre l’on demand. Sei festival musicali in tutto il mondo, infatti, saranno trasmessi su Red Bull TV: Primavera Sound (Spagna), Bonnaroo, Lollapalooza e Austin City Limits Music Festival (Usa), Roskilde (Danimarca) e Bestival (Uk). Da giugno a ottobre, con 18 giorni di programmazione dal vivo.

L’Italia è diventata egoista: i dati di un rapporto su Europa e rifugiati

L’Italia è tradizionalmente un Paese compassionevole. Saranno i 50 anni di Democrazia Cristiana, la sinistra forte e solidale, il passato quasi recente di emigrazione e grande povertà. O tutte queste cose messe assieme. Bene, a giudicare dai dati raccolti dal Pew Research Centre, la crisi economica e quella dei rifugiati stanno trasformando nel profondo le opinioni degli italiani. Il rapporto dal titolo Gli europei guardano al mondo divisi tra loro è un mega sondaggio in dieci Paesi e ci racconta alcune cose di noi e di altri cittadini europei.

Prendiamo la prima domanda “Il mio Paese dovrebbe: a) occuparsi dei propri problemi e lasciare che gli altri si occupino dei loro; b) Aiutare gli altri Paesi a occuparsi dei loro problemi” , che segnala una volta di più quanto la preoccupazione per il futuro cancelli la voglia di pensare agli altri. A questa domanda, infatti, gli italiani rispondono nel 67% dei casi che è meglio occuparsi dei fatti propri, più isolazionisti solo ungheresi e greci. Gli ultimi hanno tutto sommato qualche argomento, noi e gli ungheresi molto meno. Sul fronte opposto svedesi, tedeschi e spagnoli, che pensano in maggioranza che sia importante aiutare gli altri. La sorpresa è quella spagnola, visto che i primi due Paesi stanno meglio e reggono bene alla globalizzazione. Sarà un caso se la crisi in Spagna ha prodotto gli Indignados e Podemos (e persino Ciudadanos, partito di centrodestra ma che guarda al futuro).

Impressiona anche la divisione delle opinioni sulla base della propensione politica. Le persone che si autodefiniscono di sinistra (da democratico in poi, quindi) ritengono che sia necessario badare ai fatti del proprio Paese nel 61% dei casi, contro il 21% dei tedeschi, il 34% degli spagnoli, il 34% dei britannici, il 48% dei francesi. Di nuovo, peggio di noi solo Grecia, Ungheria e Polonia.  Le persone di centrodestra destra tedesche e spagnole sono più multilateralisti di quelli di sinistra italiani.

Gli italiani, assieme a greci, spagnoli, francesi e britannici, sono anche tra coloro che vedono l’influenza del loro Paese ridimensionata dall’Europa e dalla crisi. Rispetto a 10 anni fa il 52% ritiene che abbiamo perso peso, i tedeschi la pensano così nell’11% dei casi.

Il paradosso di questa risposta, e anche della prima, è che gli italiani vorrebbero una Unione europea più attiva nel 77% dei casi. Il nostro, forse, non è anti-europeismo in senso stretto, ma delusione. Più coerenti i britannici che tra pochi giorni si esprimeranno sulla loro permanenza nell’Unione: il 55% vuole un Ue più attiva. Comunque un risultato sorprendente.  Nel complesso il 90% degli europei vuole un ruolo attivo.

Sui rifugiati l’attitudine degli italiani è pessima: il 65% ritiene che si tratti di una minaccia tra le più gravi. Un’opinione simile ce l’hanno polacchi, greci e ungheresi. Il bello è che, a parte gli ungheresi, che hanno visto aumentare la popolazione immigrata dell’1,5%, negli altri Paesi non è successo nulla (come potete vedere nel grafico qui sotto, l’Italia vede un aumento dello 0,1%). Sono la quotidianità degli sbarchi, la cattiva informazione e la pessima politica che creano queste opinioni.

Migrant surge drives big increases in immigrant share for several European countries

Veniamo alla Brexit, che non c’entra con gli italiani, ma è cruciale per il futuro dell’Europa. Cosa pensano i britannici dell’Europa? La divisione tra chi è cresciuto in anni in cui il Regno Unito era fiero e lontano, custodiva geloso le sue abitudini, la guida a sinistra e le code alla fermata degli autobus e chi è nato dopo che i trattati europei erano entrati in vigore, è grande: il 51% dei giovani sotto i 34 pensa che alcuni poteri debbano essere restituiti ai governi nazionali, contro il 73% degli over 50; il 42% dei giovani pensa che la Gran Bretagna debba farsi gli affari propri e lasciare gli altri ai loro, gli over 50 che la pensano così sono il 59%.

L’opinione sull’Europa varia molto anche in altri Paesi. Qui sotto due grafici tratti da un altro rapporto del Pew pubblicato in questi giorni che indicano come l’opinione pubblica sia cambiata negli anni (Italia -20% in 10 anni).

After short-lived rebound, views of the EU on the decline again in key European countries

Questo grafico illustra invece le differenze tra l’opinione pubblica giovane e quella più anziana. L’Italia è l’unico tra dieci Paesi indagati dove i giovani sono più contrari all’Ue dei vecchi. Pessimo segnale.

 

Younger adults much more likely than older ones to favor the EU


 

La copertina di Left in edicola dal 18 giugno

Sulla Brexit trovate un reportage da Dover, dove immigrazione e conservatorismo trascinano il Sì, un’intervista a Vincenzo Visco sulle conseguenze economiche, un’analisi sulla situazione politica di Dario Castiglione e  il punto da Londra di Massimo Paradiso


L’Azerbaijan tra Formula 1, petrolio e diritti umani violati

Sarà un’occasione, per l’Azerbaijan, ospitare per la prima volta nella storia il Gran Premio d’Europa di Formula 1, che si terrà nella capitale, Baku, tra il 17 e il 19 giugno. Un’occasione per inaugurare il nuovo circuito, terminato circa un mese fa, secondo in Europa per lunghezza (2,2 chilometri). Un’occasione di rimonta per il pilota Sebastian Vettel, della Ferrari, che nell’ultimo Gp in Canada è riuscito a piazzarsi al secondo posto. Un’occasione sopratutto per i diritti umani, che nel paese caucasico vengono costantemente violati. La campagna Sport for Rights, nata per monitorare lo stato dell’arte dei diritti umani in Azerbaigian, ha incalzato l’azienda Formula One, e il suo fondatore, l’inglese Bernie Ecclestone, a «migliorare la propria immagine» attraverso una presa di posizione contro gli abusi che avvengono costantemente nell’ex Repubblica sovietica. «Ecclestone parte da una posizione forte, deve fare qualcosa, può richiedere la liberazione dei prigionieri politici» commenta Rebecca Vincent, coordinatrice della campagna, «Ha detto l’anno scorso che non ci sono problemi di diritti umani in Azerbaijan, che la gente sembra felice. Gli basterebbe un controllo di cinque minuti su Google per capire quello che sta succedendo».

Ilham_Aliyev_(2015-06-13)

 

Il Paese è guidato ininterrottamente dal 1993 dagli esponenti della famiglia Aliyev, prima il padre Heydar (morto nel 2003) poi il figlio Hylam, riconfermato per la terza volta nel 2013. Il regime degli Alyiev non si fa scrupolo dei diritti umani e reprime con la forza ogni manifestazione di dissenso politico. La situazione è peggiorata negli ultimi anni, tanto che nel 2015 l’Organizzazione Human Rights Watch ha denunciato un «drammatico deterioramento della già difficile situazione dei diritti umani per l’Azerbaijan».
Forte della sua rielezione, Aliyev ha aumentato la repressione verso la piccola ma molto attiva comunità di blogger, giornalisti e attivisti che ogni giorno informano la popolazione sugli episodi di corruzione del Presidente e del suo entourage. Secondo l’associazione Prisoners Watch ci sono circa 100 prigionieri politici in Azerbaijan, senza contare le persone costrette ad abbandonare il Paese.
I casi più famosi sono quelli dell’avvocato difensore dei diritti umani Intigam Alyiev e della giornalista Khadjia Ismayilova, condannati entrambi a sette anni e mezzo di reclusione per accuse definite «inconsistenti» dalle principali organizzazioni internazionali. Il primo è stato liberato lo scorso marzo dopo 19 mesi di carcere, nonostante le imputazioni siano state solo sospese ed il suo conto congelato. La seconda ha rivelato l’impero economico e l’enorme conflitto di interessi del Presidente Alyiev, documentando come le figlie e la moglie siano le proprietarie, attraverso una società offshore, di una compagnia mineraria aggiudicatasi l’appalto per estrarre l’oro azero. Altre inchieste della Ismayilova mostrano come la famiglia Alyiev sia coinvolta in ogni genere di attività illecita a scopo di lucro, e di come tengano in pungo l’economia del paese attraverso società di comodo registrate nei paradisi fiscali, in particolar modo a Panama e Londra. «Non li sto inseguendo», ha dichiarato, «semplicemente ovunque metto le mani, spunta il loro nome». La giornalista è stata liberata a maggio grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica e delle organizzazioni umanitarie.
La principale fortuna degli Alyiev è il petrolio, come documenta il Webdoc Walking the line. I proventi dell’oro nero vengono utilizzati per sponsorizzare i grandi eventi che si tengono nel paese (l’Eurovision del 2012, le Olimpiadi europee del 2015, e ora il Gran premio) e per «modernizzare» costantemente la capitale Baku.
La British Petroleum (Bp) è il più importante investitore estero del paese, ed è stata il principale sponsor nel favorire l’ascesa di Intigam Alyiev, nel 1994. Il sodalizio tra gli Alyiev e la Bp è ancora molto stretto, e la compagnia garantisce gli introiti del petrolio allo Stato azero e alla famiglia del Presidente, e funge da trait d’union tra Baku e Bruxelles. «La compagnia può operare e far si che sia risolto qualsiasi problema, potendo contare sul regime. L’influenza politica fa parte dell’affare» ha scritto la Ismayilova in uno dei tanti articoli.
Un sodalizio di cui l’Unione europea non può fare a meno, essendo che importa oltre il 53% di risorse energetiche. L’importazione di combustibili fossili rappresenta un affare di 400 miliardi di euro all’anno per Bruxelles, cosa che di fatto blocca la crescita delle energie rinnovabili e favorisce i regimi di paesi violenti e corrotti.
Ma torniamo all’Azerbaijan. La Commissione Europea e il regime di Baku stanno negoziando la costruzione del Mega oleodotto Euro-Caspio, del valore di 45 miliardi di dollari che dipenderanno perlopiù dalle finanze pubbliche. E che, oltre a bloccare lo sviluppo delle rinnovabili per anni, rinforzerà i legami dell’Unione europea con l’Azerbaijan a scapito dei diritti umani.
La Trans Atlantic pipeline (Tap) rappresenta l’ultimo segmento del Mega oleodotto: passa attraverso Turchia e Grecia, e termina nella cittadina di Melendugno, in Salento. Dove nel 2011 si è costituito il Comitato No-Tap, che si batte contro la costruzione dell’Oleodotto. Marco Potì è stato eletto sindaco di Melendugno sopratutto per la promessa di battersi contro il Tap: «Se l’Europa vuole assicurarsi le forniture energetiche, non deve far conto sul gas, non deve distruggere le sue ricchezze naturali, né diventare dipendente da un regime autoritario come quello azero» dice Potì, che conclude, «Bisogna investire su un modello energetico decentralizzato, basato su fonti rinnovabili».
Dans Krivosheev, vicedirettore del programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International, ha sintetizzato, alla vigilia della formula 1, il legame che intercorre, nel Pese caucasico, tra oro nero e grandi eventi: «L’Azerbaijan è noto per usare eventi di livello internazionale come una cortina fumogena per nascondere le sue politiche repressive alimentate dal petrolio. Cosa c’è di meglio della Formula 1? Non dev’essere permesso ai suoi rumorosi e inebrianti gas di scappamento di sovrastare il soffocato grido di dolore dei difensori dei diritti umani dell’Azerbaijan sotto assedio».

L’assassinio di Jo Cox, deputata laburista, scuote la Gran Bretagna alla vigilia del voto sull’Europa

La notizia è di quelle che lascerà scosso il Paese per lungo tempo. Ed è il segnale che i toni troppo accesi sono pericolosi, se usati dall’Isis, come se usati durante una campagna referendaria. Jo Cox, una giovane e brillante deputata laburista britannica è stata uccisa mentre usciva da un incontro con i suoi elettori a Bristall, il suo collegio. Un uomo le si è avvicinato e dopo un alterco l’ha prima accoltellata e poi ha sparato, probabilmente tre colpi. Cox è stata trasferita in ospedale ed è morta poche ore dopo.

L’assassino, identificato in Thomas Mair avrebbe urlato Britain First, prima la Gran Bretagna, prima di colpire. Lo slogan è il nome di un partito di estrema destra e nazionalista, ma non è detto che si tratti di un aderente. Di certo, le motivazioni del gesto di follia risiedono però nello scontro sulla Brexit. Cox era molto attiva per il Sì e ieri la stessa deputata aveva twittato una foto del marito Brendan partecipare alla “battaglia sul Tamigi” tra favorevoli e contrari all’uscita dall’Europa. Oggi e domani tutti i comizi sono stati sospesi da partiti e campagne a favore e contro l’uscita dall’Ue.

Cox era una delle nuove voci del Labour, non particolarmente sostenitrice di Jeremy Corbyn, si è distinta per il suo impegno per le vittime della guerra siriana, per i rifugiati e, prima di diventare un’eletta a Westminster, come esperta di questioni di Aiuto allo sviluppo e crisi internazionali lavorando per Oxfam. Suo marito Brendan era stato direttore di Save the Children. Proprio per questo era considerata una figura appassionata e di grande preparazione e ammirata.

La notizia lascia sgomento il Paese ed è destinata probabilmente ad avere un effetto anche sul referendum che si tiene il 23 giugno prossimo. Ed è un segnale di come i toni nazionalisti eccessivi, l’utilizzo di argomenti eccessivi generi mostri anche nelle società europee. Non solo a Orlando.

Il ricordo di Jeremy Corbyn
Jo è morta facendo il suo dovere, facendo ciò che è il cuore della nostra democrazia: ascoltare e rappresentare le persone che è stato eletta per servire. (…) Jo era universalmente apprezzata a Westminster, non solo dai suoi colleghi nel Labour, ma in tutto il Parlamento.
Nei prossimi giorni, ci saranno domande a cui rispondere su come e perché sia morta. Ma per ora tutti i nostri pensieri sono per Jo, suo marito Brendan e i loro due bambini che cresceranno senza la loro mamma. Possono essere immensamente orgogliosi di quello che ha fatto, quello che ha ottenuto e ciò che che rappresentava.

L’economista De Grauwe: «Brexit non è un dramma. Ma l’Europa abbandoni l’austerity»

epa05366566 Rock musician, Bob Geldof sails with 'Remain' supporters in a counter protest next to a flotilla of fishing trawlers, orgainzed by UKIP leader Nigel Farage, up the river Thames 'Fishing for Leave Flotilla', in London Britain, 15 June 2016. Farage continues to campaign around the UK in the lead up to the EU referendum on 23 June. Britons will vote on whether to remain in or leave the EU in a referendum on 23 June 2016. EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

Arriva anche un attentato a far aumentare la tensione su Brexit: è grave la deputata pro-Remain Helen Joanne Cox, colpita con un coltello e colpi d’arma da fuoco a Birstall, vicino a Leeds. L’aggressore avrebbe urlato «Britain first». «Per l’area euro rischi elevati» dice il Fondo monetario. La Bce: «Brexit mette in pericolo la crescita». Per Juncker non è la morte dell’Ue ma «creerebbe più incertezza». In Gran Bretagna, però, né gli allarmi né la tensione delle Borse o le pressioni dell’establishment sembrano influire sui consensi all’opzione di uscire dall’Ue. A una settimana dal voto, i sondaggi raccontano di un Leave in ascesa di una decina di punti rispetto a poche settimane fa e avanti di 5-6 punti rispetto al Remain, 53 a 47 secondo quello realizzato per l’Evening Standard.

Dopo l’endorsement pro-Brexit del Sun, oggi è arrivato quello “anti” del Financial Times, che titolava “Britain should vote to stay in the EU”, criticando i sostenitori del Leave, «un atto di autolesionismo» che relegherebbe il Paese al ruolo di “rule-taker” e non di “rule-maker”. Londra «ha plasmato l’adesione in base alle sue esigenze», prosegue il quotidiano finanziario, ed «essere al tavolo ha consentito alla Gran Bretagna di vincere molte battaglie a Bruxelles».


 

La copertina di Left in edicola dal 18 giugno

Sulla Brexit trovate un reportage da Dover, dove immigrazione e conservatorismo trascinano il Sì, un’intervista a Vincenzo Visco sulle conseguenze economiche, un’analisi sulla situazione politica di Dario Castiglione e  il punto da Londra di Massimo Paradiso


 

Attirando gli strali sia dei Tory che del Labour, il cancelliere dello scacchiere George Osborne, impegnatissimo assieme a Cameron nella campagna per il Remain, ha spiegato che Brexit costerebbe 30 miliardi al Regno Unito, con conseguente aumento delle tasse e tagli alla spesa pubblica. Una minaccia di ulteriore austerità respinta al mittente da conservatori e socialisti che, garantiscono, non voterebbero mai misure come quelle annunciate da Osborne.

«Il governo Cameron ha esagerato le conseguenze economiche negative di Brexit. Credo che saranno negative nel breve periodo ma non catastrofiche», spiega a Left l’economista belga Paul De Grauwe, docente di Economia politica europea alla London School of Economics and Political sciences. Dopo l’eventuale Brexit, una Gran Bretagna in posizione di debolezza dovrà ricontrattare le relazioni commerciali con i Paesi europei, a condizioni non necessariamente favorevoli. E De Grauwe ha più volte spiegato che chiedendo di rimanere a un Paese che si è sempre mostrato ostile verso Bruxelles, l’Unione va contro i propri interessi.

«Molto dipende dalla natura dell’accordo commerciale che il Regno Unito può ottenere dalla Ue», riprende il docente. «Nell’incertezza, gli investimenti nel Regno Unito possono essere influenzati negativamente fino a un declino della crescita economica entro pochi anni». E cosa accade all’Unione Europea se vince il Leave? «Se Brexit prevale, un Paese – il Regno Unito – che ha sistematicamente minato ogni sforzo verso una maggiore integrazione, avrà lasciato. Questa è una buona notizia, ma l’Ue deve cogliere l’opportunità di modificare alcune delle sue politiche» replica il professore, il quale si è espresso a favore di Brexit spiegando che quando la Gran Bretagna sarà fuori dall’Ue, non sarà più capace di minarne la coesione. Cosa che invece continuerebbe ad avvenire “dal di dentro” in caso di sconfitta del Leave.

De Grauwe non risparmia i burocrati del Vecchio continente: «In particolare, l’Europa dovrebbe rinunciare a imporre riforme strutturali a senso unico, e dovrebbe invece porre l’enfasi sugli investimenti pubblici». Sono le riforme strutturali, spiega, la «fonte di miseria per milioni di persone e questo ha intensificato il desiderio in molti Paesi di lasciare l’Unione europea».

Il referendum del 23 giugno, dunque, è un monito per l’Europa dell’austerity, che deve fare i conti con le proprie responsabilità nell’aver contribuito al disincanto dei cittadini europei, e non solo dei britannici. «Ora è necessario cambiare rotta portando un messaggio positivo», conclude. «Lo si può fare spingendo per un importante programma di investimenti pubblici». Brexit o non Brexit, è anche per Bruxelles che si pone una questione di “in o out”.

Onu: «Quello degli yazidi è genocidio». Ecco la storia del popolo oppresso da Isis

Refugees are seen as the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) Special Envoy and famous actress Angelina Jolie (not seen) gives a speech during a press release after his visit at Hanke Refugee camp, built by UN for the Ezidi Refugees, fled from attacks of the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), in 10 km west of Duhok, Iraq on January 25, 2015. Photo by Emrah Yorulmaz/AA/ABACAPRESS.COM

È in atto il genocidio degli yazidi da parte dell’isis, denuncia l’Onu. Lo sostengono gli esperti di una commissione indipendente promossa dalle Naizoni Unite. Rischiano la vita 400mila persone che vivono tra Siria e Iraq e che praticano un culto religioso né cristiano né islamico. I soprusi dell’Isis sono costanti: alcune settimane gli uomini del Califfato avevano bruciato vive 19 ragazze yazide. Si calcola che siano 3200 le donne e i bambini ancora prigionieri dell’Isis. I commissari d’inchiesta Onu hanno sollecitato l’intervento della Corte penale internazionale. Per saperne di più ecco l’articolo  “Gli yazidi martiri ora non si fidano” di Mauro Pompili pubblicato su Left n.24. 

Erbil. Yazidi, un popolo sconosciuto ai più fino a quando le loro città sono state occupate e distrutte dai jihadisti dello Stato islamico quasi due anni fa. Oggi centinaia di donne e bambini sono ancora nelle mani dei terroristi e a migliaia vivono nei campi profughi. Sei mesi dopo la liberazione di Sinjar, la loro città principale, non c’è ancora pace per questa minoranza che denuncia di essere vittima dell’ennesimo genocidio della loro storia millenaria.
Ai lati della strada che sale sul monte Sinjar, e che porta all’omonima città, decine di auto carbonizzate e le case distrutte fanno da cornice alla salita. Lo stretto nastro d’asfalto è in condizioni drammatiche e solo i 4×4 riescono a salire. Sono i segni della battaglia lunga e sanguinosa per la liberazione della cittadina irachena, a una trentina di chilometri dal confine siriano, occupata da Isis nell’agosto 2014.
Interi quartieri sono rasi al suolo e anche gli edifici intatti sono pericolosi. «Gli uomini di Isis hanno riempito tutte le case di mine e ordigni artigianali, si deve entrare con molta cautela, ma a volte non basta». A parlare è Aki Rami, uno sminatore della milizia curda Ypg.
Il 13 novembre, con il sostegno degli attacchi aerei della coalizione internazionale, Sinjar, cittadina strategica perché sulla strada tra Raqqa e Mosul, è stata liberata. Più di sei mesi dopo è ancora una città fantasma.
Sui tetti degli edifici anneriti dalle fiamme le bandiere colorate degli eserciti e delle milizie curde che hanno partecipato alla battaglia hanno sostituito quelle nere dello Stato Islamico. Sulla strada principale solo due i negozi aperti. Un barbiere con gli specchi tutti rotti e un solo cliente, una piccola bottega dove un bambino monta la guardia alle poche merci, una decina di bottiglie di whisky e a molti rotoli di carta igienica.
«Abbiamo bisogno di scuole e ospedali. Ci manca tutto». Dice Mahma Khalil, il sindaco di Sinjar. Secondo il funzionario, che è stato nominato dal Kdp, il partito del presidente Barzani, la città non può rialzarsi senza il sostegno della comunità internazionale. «In caso contrario la gente non tornerà».
In una strada laterale Rashu Khalaf carica su un carretto un sacco di farina e uno di riso donati da una Ong. «Qui non c’è niente. Niente elettricità e acqua, ma sono a casa». L’anziano, come altre decine di famiglie, ha deciso di tornare a Sinjar con cinque dei suoi figli, ma Khalaf racconta che non ha notizie di 150 membri della sua famiglia. «Alcuni potrebbero essere prigionieri a Raqqa, altri a Mosul…».
Gli Yazidi sono una comunità multi millenaria che affonda le radici del suo credo nelle religioni persiane pre-islamiche. Centrale nel loro culto Tawusi Melek, l’Angelo Pavone, che i jihadisti vedono come una personificazione di Satana. Considerati adoratori del diavolo e idolatri gli yazidi sono da sempre perseguitati.
Migliaia di loro che non erano riusciti a fuggire all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq nell’estate del 2014 sono stati catturati. In base al sesso e all’età sono stati venduti come schiave del sesso, arruolati a forza nella milizia del Califfo, fatti prigionieri o giustiziati e gettati nelle fosse comuni.
«Nel corso della nostra storia abbiamo subito, contando quest’ultimo perpetrato da Isis, 74 farmans, genocidi» dice Vian Dakhil, unico deputato yazida al parlamento iracheno. «Oggi pensiamo che ci sono almeno 3.600 yazidi, anche donne e bambini, prigionieri dello Stato Islamico. I membri della nostra comunità di Mosul hanno pagato di tasca loro il rilascio di almeno 60 donne prigioniere».
Hussein al-Qaidi, direttore dell’ufficio responsabile per gli yazidi rapiti, che dipende dal governo regionale, ha dichiarato che sono 2.579 le donne, gli uomini e i bambini tornati a casa dall’ottobre del 2014 a oggi. «Abbiamo vissuto con gli arabi di Mosul per un secolo, abbiamo perciò molti amici con cui abbiamo rapporti … a Mosul ci sono gruppi nostri alleati che ci aiutano per organizzare la liberazione». Le modalità di queste operazioni rimangono poco chiare, tanto più che le autorità curde-irachene e la milizia curda Ypg ne rivendicano entrambe il merito.
Molti di quelli che sono fuggiti nell’estate del 2014 hanno scelto un esilio definitivo in Europa o negli Stati Uniti, ma la maggior parte ha cercato rifugio nel Kurdistan iracheno, accolti in numerosi campi profughi.
In quello di Sharia, a tre ore di auto da Sinjar, centinaia di famiglie Yazide sono stipate nelle tende ingialliti dal sole.
«Dopo la liberazione di Sinjar abbiamo provato a tornare in città, ma la nostra casa è stata distrutta e saccheggiata». Racconta Nissa Ali, che vive nel campo con dieci dei suoi diciotto figli, gli altri sono andati in Germania. «Abbiamo trovato solo distruzione. Sentivamo l’odore dei morti».
Il marito, Barkat Talo promette che torneranno a casa una volta che la zona sarà sicura e la città ricostruita. «È certo che torneremo alla nostra terra… preferisco vivere un minuto a Sinjar che una vita in Kurdistan».
Oltre le bombe Talo teme anche gli uomini. Gli yazidi accusano i loro vicini arabi di sostenere i jihadisti, e le tensioni tra le due comunità non sono ancora placate. «Non vogliamo che gli arabi tornino a Sinjar adesso. Non possiamo vivere di nuovo insieme, li abbiamo visti con i nostri occhi uccidere e rapire la nostra gente. Eravamo come fratelli, ma ci hanno tradito».
La necessità di ricostruire la convivenza è sottolineata da Vian Dakhil: «Abbiamo vissuto insieme alle altre comunità per secoli come amici fraterni, è importante che riusciamo a ricostruire i ponti che ora sembrano crollati».