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Alla ricerca di un motivo per votare Giachetti

Piazza del Campidoglio in una serata ventosa. Ultimo confronto tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti. Lo stato d’animo è la disperata ricerca di qualche motivo per votare Giachetti. Di sinistra da sempre, è dura vedere scivolare tutto via. Per giunta tutto via nelle mani del Movimento 5 stelle. Ma la storia si fa complicata dall’inizio, la sensazione è di una sinistra che sinistra non è più, e non lo è più perché non c’è, non vede. E non sente. Che c’entra con le buche? le scuole? le tasse? il debito? le periferie? C’entra.

Un esempio? Domanda: i vostri figli vanno a scuola, come affrontano, se lo affrontano, il problema dell’integrazione? Risposta di Giachetti: ««I miei figli sono andati ad una scuola del Celio (centro di Roma), erano in minoranza italiani, la maggioranza erano stranieri. È stata un’esperienza meravigliosa!». Tipica risposta della sinistra bene che ci piace tanto a noi che abitiamo al centro e siamo fighi a integrarci così bene. Risposta di Raggi: «Al momento l’integrazione è tutta nelle mani delle maestre, che per il 90% sono precarie da anni, e si ammazzano – sole – per riuscire ad affrontare i mille probelmi di bimbi che arrivano nelle loro classi senza sapere neanche una parola di italiano, facendo quello che dovrebbero fare i mediatori culturali che non ci sono».

E dentro c’è tutto: la realtà di questa politica, la verità, le maestre, mia figlia, la sua classe, la vita, il sentire. E poi? Poi tutto così. Giachetti che cita ministri e primi ministri che lo hanno benedetto e la Raggi per strada. Giachetti per le grandi opere delle Olimpiadi e garantista cincischia sulle tasse alla Chiesa, la Raggi contro le grandi opere, per le piccole e medie imprese e categorica sulla tasse alla Chiesa. Giachetti securitario: telecamere e luci ovunque; Raggi sul territorio, con i centri di ascolto in ogni quartiere per capire “con” i cittadini come affrontare i problemi e ricostruire la collettività. Vi prego, qualcuno mi dia una ragione per votare Giachetti. Perché al momento non ne ho. E mi viene in mente solo Non ci resta che piangere, quando Benigni/maestro diceva a Troisi/bidello «Io Giachetti lo boccio!».

Oggi è il Bloomsday. Alla scoperta di Ulysses di Joyce

James Joyce portrait Irish writer ( Irish name Séamus Seoighe) 2 February 1882 – 13 January 1941. Famous for his novel Ulysses (Photo by Culture Club/Getty Images)

Oggi è il Bloomsday. È proprio il 16 giugno 1904 che si dipana, pagina dopo pagina, l’Ulysses di James Joyce in cui Leopold Bloom e gli altri personaggi del libro -Stephan Dedalus, Molly, la moglie di Bloom – vivono, pensano e soffrono la loro esistenza.

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò la buia scala a chiocciola e chiamò berciando:
– Vieni su, Kinch! Vieni su, pauroso gesuita.

Questo è l’incipit di un romanzo cardine del Novecento, quello che secondo Carmelo Bene – anche lui artista dirompente – avrebbe decretato la fine della scrittura e il ritorno ai classici. Perché riuscire a scrivere dopo Joyce sarebbe stato impossibile per chiunque. Una scrittura, quella di Joyce che colpisce perché è un flusso continuo tra dentro e fuori, i personaggi si raccontano nelle pieghe quotidiane di una vita normale eppure epica: pensieri, gesti, descrizioni che sempre secondo Carmelo Bene danno vita al cinema andando oltre i fratelli Lumière.

Una scrittura che è stata descritta come un “flusso di coscienza”. Una visione di un’umanità attraversata dalla crisi interiore. Il libro è diviso in diciotto capitoli o episodi. Joyce disse di aver «inserito nella trama così tanti enigmi e puzzle che avrebbero tenuto gli studiosi impegnati per secoli a discutere su quello che volevo dire». Un romanzo da leggere in lingua originale, come sarà possibile oggi durante alcune letture pubbliche.

Per esempio a Genova, dove è in corso il Festival Internazionale di poesia e dove fino alle 2 di notte oggi sarà possibile ascoltare tutto il poema in 23 luoghi diversi. Dal 2006 ogni anno decine di lettori volontari (attori, professionisti, poeti, semplici appassionati) rivelano aspetti vecchi e nuovi dell’Ulisse. Genova come Dublino.
Altri appuntamenti naturalmente a Trieste, la patria “italiana” di Joyce, dove esiste anche un museo che testimonia la presenza dello scrittore che visse qui 16 anni, dal 1904 al 1920. Trieste è la città in cui Joyce ha scritto i suoi romanzi giovanili e anche alcuni capitoli fondamentali dell’Ulysses, dove contava tra i suoi amici Svevo e Weiss. Se Dublino la cattolica l’ha segnato, lo stesso si può dire di Trieste città aperta al mondo. (Sotto, Joyce a Trieste).

Osterie
Fino a domenica a Trieste si festeggia Joyce tra letteratura, teatro, musica e la presenza di uno dei massimi esperti dell’opera joyciana, Piero Boitani .
Altri eventi anche a Macerata e Salerno (per conoscere i dettagli potete cliccare qui).
Infine, ecco un monologo di Molly Bloom nella versione originale interpretata da Stefania Rocca.

Una lettera a Michele Serra sul femminicidio

Caro Serra ti scrivo… e mi permetto di darti del Tu, visto che ci siamo conosciuti quando pensavo di affidarti la direzione dell’Unità. Poi le cose sono andate in altro modo… ma non è per questo che ti scrivo. Credo tu sia il massimo rappresentante della “intellighenzia” italiana. Uno di quelli che un tempo venivano definiti “intellettuali”, quelli il cui mestiere è pensare, avere idee. Scrivi tutti i giorni su Repubblica e sei autore di Che tempo che fa, la trasmissione tv di Fabio Fazio. Sei stato redattore de l’Unità e direttore di Cuore. Tanta gente ti segue come persona di grande intelligenza e cultura.

Anche per questo il tuo articolo di domenica su Repubblica mi ha fatto diventare triste. In quell’articolo riduci il femminicidio ad una mera questione di proprietà… volendo fare una sintesi alla maniera di un comunista, quale tu mi pare sei stato…. “Aboliamo la proprietà privata sulle donne e il femminicidio cesserà!”.
Permettimi dal mio piccolo di dissentire. Un ragazzo che viene lasciato dalla sua compagna, che le fa un agguato, la strangola e poi la brucia cospargendola con l’alcool che si è portato da casa non è semplicemente uno “stronzo”, come dice la Littizzetto. Non è nemmeno uno che se la prende con una sua proprietà che non fa quello che dice lui. Bisogna almeno ipotizzare che ci sia qualcosa di più grave sotto. Poi se non si riesce a capire cos’è, pazienza. Ma lasciare aperta la possibilità di pensare che ci sia altro.

Tu la liquidi come una questione di mancanza di “educazione, di esempio, di inibizione culturale, di convinzione politica” perché “siccome siamo tutti degli animali dobbiamo fare in modo di contenere questa cosa”, altrimenti ci scanneremmo tutti per strada. Scusami ma questa non è una spiegazione! È la storiella del peccato originale della bibbia; è la storiella di Freud del bambino polimorfo-perverso; è la storiella dell’eredità filogenetica, delle bestie che eravamo migliaia di anni fa; è la storiella del nulla originario della mistica ebraica… è sempre la stessa storia! Non possiamo andare un po’ oltre? Perché non possiamo pensare altro? Perché non possiamo pensare che gli uomini che uccidono le donne sono dei malati di mente e dobbiamo dire che sono persone come tutti che hanno dentro di sé una cattiveria innata? Perché?

Se provi a chiedere a quello che vende la frutta al mercato cosa ne pensa ti dirà che quel ragazzo è un malato di mente. Questa stessa idea non la troverai mai su un giornale italiano. A parte Left. Perché questo pensiero così semplice viene combattuto dalla “cultura”? Perché è necessario sostenere che in fondo siamo tutti degli assassini? E poi perché questa idea della cattiveria (o della bestia, o del nulla, o della dissociazione) dentro ognuno di noi viene strenuamente sostenuta soprattutto a sinistra?
Io non sono un assassino e so con certezza che non lo sarò mai. E non perché non voglio esserlo o perché ho paura della galera, ma perché non posso esserlo. E sono certo che lo stesso vale anche per il 99% delle persone. Anche per te.

Un ultimo pensiero sulla politica. Essere di sinistra non è una camicia di forza che serve per evitare di essere dei mostri. Un’identità razionale, più “buona” di quella di destra, che servirebbe per essere degli esseri umani migliori che non pestano i piedi del vicino. Se dici così implicitamente stai dicendo che essere di destra vuol dire essere più autenticamente esseri umani, più sinceri mentre l’essere di sinistra vorrebbe dire rinunciare a qualcosa, ridurre la propria “volontà” ad un livello compatibile con l’esistenza degli altri. Un’operazione razionale che limita i propri “istinti violenti e di prevaricazione”. Homo homini lupus.
Imporre agli esseri umani delle regole che servirebbero a comportarsi bene, ad essere buoni, a sapere amare a salvarli dalla loro cattiveria che sarebbe la loro realtà più autentica non si chiama Sinistra, si chiama Religione. È una mistificazione chiamarla sinistra. Un inganno.

La Sinistra dovrebbe invece essere la forza che propone idee che sono autenticamente umane. Senza voler e dover imporre niente a nessuno e senza bisogno dell’esistenza di alcun dio. Quali siano queste idee umane per la sinistra cerchiamolo insieme. Ma per favore non diciamo più che è tutto inutile, che è tutto fallito, che non ci sono più idee valide e non ci possono essere idee nuove. Per noi di Left Sinistra vuol dire ricerca. Ricerca di un modo diverso di vivere insieme degli esseri umani.

Noi vogliamo sapere, e vogliamo capire. Per noi non è sinistra tutto ciò che vuole accecare e confondere. Per noi Sinistra è una politica che sia autenticamente umana, che quindi comprenda non solo l’identità razionale ma anche gli affetti, la fantasia, la realtà del corpo dell’uomo e della donna, la realtà del bambino, la realtà degli esseri umani prima della comparsa della razionalità. Che riesca a comprendere che si nasce uguali e si diventa diversi e non il contrario.

Sicuramente non ci riusciamo bene come vorremmo, ma ci proviamo. Noi siamo piccoli. Tu scrivi sul più importante giornale nazionale, tutti i giorni. Sicuramente non mi risponderai ma non importa. Mi interessa che tu possa pensare anche solo per 1 secondo che la sinistra, con idee nuove, si può fare. Cominciando a liberarsi da quelle vecchie. Con coraggio, intelligenza ed onestà.

I contenuti troviamoli insieme: ti va di scrivere su Left?

Cosa ci dice la vicenda Rep-D’Alema del nostro giornalismo

L’ha detto o non l’ha detto? E poi cosa avrebbe detto davvero questo Massimo D’Alema che si ostina a non capire di essere stato rottamato e infastidisce Matteo Renzi come Cucchi e Magnani, “pidocchi nella criniera di un nobile cavallo da corsa”, infastidivano Palmiro Togliatti? La Stampa: “D’Alema, il Pd cerca un capro espiatorio”. Repubblica: “D’Alema Raggi, scontro nel Pd. Orfini: vai ai gazebo con Giachetti”. A parte il ridicolo di sentire Orfini ordinare qualcosa a D’Alema dopo aver passato una vita ad afferrare, da lui, un qualche raggio di luce riflessa, tutto questo parlare di D’Alema chiama in causa il nostro giornalismo, quello di Repubblica in particolare.

Cosa ha scritto, infatti, ieri Repubblica? In prima pagina: “D’Alema: voterei pure Lucifero pur di mandare Renzi a casa”. All’interno e fra virgolette: “Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche la Raggi”. Bene, direte voi, l’ex premier ed ex segretario preferisce per Roma un sindaco a 5 Stelle e si propone di disarcionare l’attuale segretario e premier del Pd. Purtroppo l’interessato smentisce e accusa Palazzo Chigi di volerlo usare come capro espiatorio, cioè di volergli addossare la colpa di un probabile insuccesso di Giachetti a Roma. Questo scrive la Stampa, ma Repubblica conferma: “ecco i tre incontri anti-riforma e le telefonate per la giunta Raggi”. Nelle telefonate D’Alema avrebbe consigliato al critico d’arte Montanari di accettare l’offerta dell’assessorato alla cultura fattagli da Raggi. Negli incontri (non pubblici) D’Alema avrebbe detto di essere propenso a impegnarsi per il No al referendum costituzionale, di ritenere che se vincesse il Sì verrebbe asfaltata la minoranza interna e, di conseguenza, la possibilità di riproporre un centrosinistra. D’Alema avrebbe anche detto che “il bipolarismo è finito”, che “Renzi confonde premierato e sistema presidenziale” come si evince dal “dilettantismo con cui ha immaginato la regola dei due mandati”. Infine, sulle scale, salutando gli ospiti e scambiando con loro battute semiserie, avrebbe confessato: “se vince il Sì, me ne vado dal Pd”.

Dov’è la notizia? Dov’è Lucifero? Dov’è il vota Raggi, vota Raggi? Ammettiamo che De Marchis (autore del servizio), indignato dalla supponenza spregiudicata di un signore che credo abbia ancora la tessera del Pd, volesse andare oltre per informare meglio i lettori, beh, allora avrebbe chiesto a D’Alema: è vero? Ne sarebbe seguito uno scoop: un fondatore del Pd chiede un voto contro il Pd. Oppure una smentita. Anche in questo caso De Marchis avrebbe potuto spiegare ai lettori che le sue fonti testimoniavano una volontà del D’Alema di cambiare collocazione politica, ma che poi l’interessato, davanti a domanda esplicita, aveva mostrato di non saper scegliere. Invece no. Repubblica mette tra virgolette frasi non dette, o estrapolate dal contesto, magari credibili, ma tecnicamente false. È lecito a questo punto il dubbio che le fonti, anzi la fonte, di Repubblica sia Palazzo Chigi? Sì, è lecito perché è sotto gli occhi di tutti noi come da anni Renzi trasformi qualunque questione di merito in uno scontro con mestatori nostalgici e irresoluti che provano a frenare lo slancio di chi, come lui, “vuol bene all’Italia”. Il retroscena, la velina di Palazzo Chigi diventano verità. Le smentite non fanno che confermare.

Il guaio è che De Marchis – come Maria Teresa Meli del Corriere – non credo abbiamo coscienza alcuna di essersi messi fuori da ogni buona regola del giornalismo. Da tempo chi fa le interviste in Italia, non mostra alcun interesse per quel che pensa l’intervistato. No, stanno lì (al telefono e con il registratore accesso), chiedono, chiedono, spaziano, divagano, fino a quando scappa una frase che possa servire, fuori dal contesto e contro la volontà dell’intervistato, a far il titolo che il giornale voleva già fare. È giornalismo questo? A voi l’ardua sentenza. Noto che Repubblica, oggi apre così: “Statali, guerra ai furbetti. Licenziati in un mese”. Cioè non parla dei ballottaggi? Ma sì, che ne parla. Quel titolo suggerisce, infatti, che non ci sia alcun bisogno dei grillini visto che il Grillo buono siede già a Palazzo Chigi e da lì pensa a tagliare le poltrone dei senatori e a prendere a pedate gli statali infedeli. Tuttavia va detto che il giornale di Calabresi non fa proprie tutte (non proprio tutte) le campagne del Renzi. Per esempio l’ultima e-news invitava a celebrare per oggi il no Imu-day. Repubblica la ignora perché troppo è troppo, e fra i suoi lettori ci sono anche artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, lavoratori dipendenti che vedono allargarsi la forbice tra tasse pagate e servizi che lo stato garantisce.

Non definirei, dunque, Repubblica, come pare abbia fatto D’Alema, un House-Organ di Renzi. Una certa libertà e un certo pluralismo della stampa resistono ancora in Italia. Appunto resistono. Perché i conti economici di giornali e telegiornali sono in sofferenza. E il premier ha già realizzato una riforma vera, trasformando Palazzo Chigi nella autorità regolatrice di ogni oligopolio. Egli, il premier, grazie alla sua non-riforma della Rai, si è invitato al tavolo della spartizione del mercato televisivo tra Mediaset e Sky. Grazie alla sua amicizia con Marchionne, ha messo in brache di tela il Corriere – con l’uscita degli Elkan – e tiene sotto tutela gli umori di Confindustria e del suo giornale, il Sole24Ore, diviso tra l’ottimismo economico del premier e la meno esaltante realtà che emerge dall’analisi di cifre e conti.

Human rights watch: in Etiopia la repressione delle proteste fa 400 morti

Qualche giorno fa l’Europa ha presentato il piano sull’immigrazione, promettendo otto miliardi all’Africa e l’avvio di trattative per firmare accordi bilaterali con una serie di Paesi che sono i luoghi di approdo di centinaia di migliaia di rifugiati – o Paesi da cui i rifugiati stessi vengono. Obbiettivo: rafforzare le economie e, soprattutto, fermare le partenze. Tra i Paesi con cui si decide di trattare c’è anche l’Etiopia.
Oggi Human Rights Watch denuncia come nei mesi scorsi, le forze di sicurezza del regime di Addis Abeba abbiano ucciso centinaia di persone che protestavano contro un piano nazionale che avrebbe sequestrato la terra a molti agricoltori. Le proteste, cominciate a novembre sono stati innescate dal timore che il piano denominato “Integrated Development Master Plan” avrebbe determinato lo spostamento forzato di molti agricoltori Oromo, come è già avvenuto molte volte negli ultimi dieci anni.

Tra le cose verificate da Hrw:

  • Le forze di sicurezza hanno usato proiettili veri per gestire la piazza, sparando sulla folla più volte e uccidendo in più occasioni uno o più manifestanti. Human Rights Watch e altre organizzazioni hanno identificato più di 300 persone morte. L’uso delle pallottole è avvenuto spesso senza nemmeno il preavviso e molti dei morti sono studenti, anche sotto i 18 anni.
  • La polizia e i militari hanno arrestato decine di migliaia di studenti, insegnanti, musicisti, politici dell’opposizione, operatori sanitari, e persone che hanno fornito assistenza e rifugio per gli studenti in fuga. Mentre molti detenuti sono stati rilasciati, un numero imprecisato rimane detenuto senza accusa e senza accesso ai membri consigliare o familiari legali.
  • I testimoni hanno descritto un livello di arresti come senza precedenti. Yoseph, 52, dalla zona Wollega, ha detto: «Ho vissuto qui per tutta la mia vita, e non ho mai visto una repressione così brutale. Ogni famiglia qui ha avuto almeno un figlio arrestato».
  • Gli ex detenuti hanno detto a Human Rights Watch di essere stati torturati o maltrattati durante la detenzione, anche in campi militari, e diverse donne hanno denunciato di essere state violentate o aggredite sessualmente. Alcuni hanno detto che sono stati appesi per le caviglie e picchiati; altri hanno parlato di scosse elettriche applicate ai piedi, o pesi legati ai loro testicoli. Riprese video mostra agli studenti picchiati nei campus universitari.
  • Nonostante il gran numero di arresti, le autorità non hanno emesso accuse formali.
  • L’accesso all’istruzione – dalla scuola primaria all’università – è stato interrotto in molti luoghi a causa della presenza delle forze di sicurezza dentro e intorno alle scuole, l’arresto di insegnanti e studenti, e la paura di andare a lezione di molti studenti. Le autorità hanno chiuso molte scuole per settimane per scoraggiare le proteste. Molti studenti hanno raccontato ai ricercatori di Human Rights Watch che militari occupano i campus.

Il piano, alla fine, è stato ritirato, ma le detenzioni e i raid delle forze di sicurezza proseguono. Ci sono state alcune segnalazioni credibili di violenza da parte manifestanti, tra cui la distruzione delle aziende agricole di proprietà straniera, saccheggi di edifici governativi, e l’altro la distruzione di proprietà del governo. Tuttavia, le indagini di Human Rights Watch su 62 tra le oltre 500 manifestazione di protesta da novembre a oggi hanno verificato che la maggior parte è stata pacifica.

Nel video di Hrw le immagini della repressione

Francia, dopo gli scontri la stretta. Il governo alla Cgt: «Stop alle manifestazioni»

Labour union employees hold flags and banners as they take part in a demonstration for the defence of employment and industry in Paris October 9, 2012. The CGT, France's biggest trade union, has called for a national day of protest against job cuts and plant closures. REUTERS/Christian Hartmann (FRANCE - Tags: POLITICS BUSINESS EMPLOYMENT)

Sono accuse molto pesanti quelle lanciate dal primo ministro Manuel Valls al sindacato francese Ctg, all’indomani della manifestazione. Il primo ministro punta il dito contro la Ctg accusandola di essere responsabile per le violenze avvenute durante la manifestazione nazionale del 14 giugno, a Parigi, contro la Loi Travail. Dopo aver ribadito che il governo non modificherà il progetto di riforma del lavoro – intervistato su France Inter – Valls ha definito «ambiguo» l’atteggiamento del servizio d’ordine sindacale nei confronti dei casseur. Ieri c’erano «molti più ultrà» e teppisti del solito, ha continuato Valls, circa 700-800.

Francois Hollande (R), France's Socialist Party (PS) candidate for the 2012 French presidential election and his Campaign communications director, Manuel Valls, attend a meeting with executives of innovative companies for a campaign visit, on February 22, 2012, at the Genopole, France’s leading science and business park dedicated to genomics, genetics and biotech, in Evry, suburb of Paris. AFP PHOTO / PATRICK KOVARIK
Il primo ministro francese, Manuel Valls, e il presidente François Hollande

«Minacciare di proibire le manifestazioni è il segno di un governo alle strette». È dura anche la replica della Cgt: «Manuel Valls farebbe molto meglio ad ascoltare la maggioranza dei lavoratori, dei giovani e più in generale dei cittadini che respingono questo progetto di dumping sociale e di distruzione del nostro modello di società», risponde il sindacato con un comunicato firmato il 15 giugno da Montpellier. Poi, la Cgt ribadisce la condanna alle bande di casseur e conclude: «Il primo ministro non può ignorare che spetta alle autorità pubbliche, sotto la loro responsabilità, di assicurare la sicurezza e il mantenimento dell’ordine. Come non è dei tifosi la responsabilità di garantire la sicurezza dentro e fuori gli stadi degli Europei di calcio, allo stesso modo non è responsabilità dei manifestanti assicurare la sicurezza dentro e fuori una manifestazione autorizzata dalla Prefettura».

 

Ma il presidente François Hollande lo ha già annunciato, sempre ieri, al termine dl Consiglio dei ministri francese: «In un momento in cui la Francia ospita gli Europei di calcio, ed è sotto minaccia del terrorismo, non si potrà più ottenere l’autorizzazione a manifestare se le condizioni di protezione dei beni e delle persone e dei beni pubblici non saranno garantite». Quali sono queste condizioni? Si discuteranno tra «organizzatori, autorità e rappresentanti dello Stato», ha precisato il portavoce di Hollande, Stephane Le Foll. Per gli scontri di martedì 14 – conferma l’Eliseo – sono state fermate 58 persone e i feriti sono 40: 29 agenti e 11 manifestanti.

Dopo le stragi di Pargi di novembre 2015 e il relativo stato di emergenza, sul piano della sicurezza la Francia ha già intrapreso una serie di misure che hanno esteso i poteri della polizia e introdotto la “irresponsabilità penale” delle forze dell’ordine in caso di morti o feriti, al di là della legittima difesa. «La sicurezza è la prima delle libertà», disse Manuel Valls all’indomani degli attentati del 13 novembre. Ma oggi il dato è che la stretta continua.

I furbetti del cartellino. In Parlamento

Tanto per capirsi. Un elenco:

  • i renziani. Tutti. Tutti quelli che sono in posti di potere solo perché servetti del renzismo. Che saranno poi i primi a mangiargli la carcassa. Furbetti perché senza il vizio della servitù non riuscirebbero nemmeno a farsi eleggere in una riunione di condominio.
  • NCD. Il nuovo centrodestra che si è inventato una sigla per ripulirsi ma che poi sono gli stessi che ci hanno ripetuto per anni che il processo a Dell’Utri è una persecuzione della magistratura. Berlusconiani senza rinnegare Berlusconi perché sono troppo ricattabili. Abusivi.
  • Formigoni: in un Paese normale un Presidente di Regione finito com’è finito lui sarebbe costretto a vita privata. Oggi è in maggioranza. Con Renzi. Evviva. Furbetti colorati.
  • Cicchitto: si lascia andare in una lunga intervista su l’Unità (mio dio, l’Unità) per dirci che a Roma bisogna votare Giachetti. Cicchitto. E intanto Giachetti ci insegna di essere il nuovo.
  • Tutti quelli che ci dicono che il M5S sono una massa di potenziali delinquenti. E intanto si fanno sostenere alla Camera e al Senato da delinquenti acclarati. Pensa te.
  • Maria Elena Boschi. Che ha mezza famiglia impastata nella banca più scandalosa degli ultimi anni. A questo punto ci facevamo Fiorani ministro. Si faceva prima.
  • Beppe Sala (sì, lo so, non è in Parlamento ma è un prototipo che non possiamo tralasciare) Ha promesso di non volere fare politica. E si è candidato. Ha promesso di mostrare i conti di Expo e hanno dovuto strappargli la borsa per vederli. Ha promesso che i conti fossero in attivo e poi ci ha sgridato perché non sappiamo leggere i bilanci. Si è dimenticato di avere una casa, come l’insaputismo dei bei tempi.
  • Giachetti. Che si sforza di dirci che la Raggi la vota la feccia di Roma. Che come spesso succede dice che il PD romano è cambiato anche se ci sono sempre gli stessi. Perché professano il cambiamento e l’autopreservazione. Al solito.
  • Poletti: l’uomo di sinistra diventato ministro che festeggia per avere ottenuto dalle banche un prestito a cui appaltare il welfare. Viene voglia di rimpiangere la Fornero.
  • Renzi. Non in quanto Matteo Renzi ma come l’esoso al governo. Se vince è merito suo ma se perde il suo partito è una merda. Anche da presidente del consiglio riesce ad essere minoranza del partito di cui è segretario. Solo che ormai cominciano a crederci in pochi. E comunque sempre meno.

Israele taglia l’acqua a migliaia di famiglie palestinesi

epa05258702 A member of the al-Hamadeh family fills water from a well outside a cave they use as their home on the outskirts of the West Bank village of Mufagra, in Yatta, 80 kilometers south of Hebron, 14 April 2016. Residents claim that they have received a orders from the Israeli army banning them from building houses or roads in the area. According to the family's elders they have been living in this area already for 200 to 300 years and their living depends on their cattle. EPA/ABED AL HASHLAMOUN

La società idrica nazionale israeliana, la Mekorot, ha tagliato le forniture d’acqua a vaste aree della Cisgiordania, un’area a ovest di Israele facente parte dei Territori palestinesi. Decine di migliaia di famiglie palestinesi sono così rimaste senza accesso a fonti di acqua potabile nel delicato periodo del Ramadam, il mese sacro del calendario islamico, in cui la temperatura media della regione si aggira intorno ai 35 gradi centigradi.

A riportare la notizia è Ayman Rabi, direttore esecutivo dell’Ong Palestinian hydrology group, che si occupa di monitorare lo status della sicurezza idrica e di salvaguardare l’accesso dell’acqua nell’area in proporzioni adeguate e qualità accettabili. Rabi ha riferito ad Al Jazeera che in alcuni territori la popolazione non riceve acqua da oltre 40 giorni.

«In mancanza degli approvvigionamenti, le persone acquistano l’acqua a un prezzo maggiore dalle autobotti o dalle cisterne, oppure ricorrono ad altre fonti come le sorgenti presenti sul territorio» sostiene l’esperto, «e le famiglie sono costrette a vivere con pochi litri di acqua pro capite al giorno». E conclude: «In alcune zone si è addirittura cominciato a razionare l’acqua».

palestina

In particolare Mekorot avrebbe penalizzato la città di Jenin, l’area vicino Nablus, la città di Salafit e i villaggi circostanti. Secondo alcune fonti, gli approvvigionamenti diretti a Jenin sono stati dimezzati. La città ha oltre 40mila abitanti, e dal 1953 è la sede di un campo profughi internazionale in cui attualmente vivono più di 16mila rifugiati.

Al jazeera ha chiesto chiarimenti a Mekorot, ma la compagnia si è rifiutata di rilasciare dichiarazioni. Il governo Israeliano ha smentito quanto sostenuto dall’Ong.
Dall’occupazione del 1967, Israele limita l’accesso dell’acqua nei Territori palestinesi: da anni le provviste di acqua della West Bank e della striscia di Gaza non arrivano a coprire i 100 litri di acqua pro capite raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Secondo Amnesty International, Israele utilizza circa l’80% dell’acqua proveniente dalla falda montana, l’unica fonte di acqua potabile che rimane ai palestinesi, incanalando questa risorsa verso i territori occupati dai coloni e verso lo stesso territorio di Israele. Si è inoltre appropriato della quota palestinese del fiume Giordano, con cui ha anche risorse idriche non in comune con i Territori palestinesi. Sempre secondo Amnesty, circa 180-200mila palestinesi che vivono nei villaggi della Cisgiordania non hanno accesso all’acqua corrente, ed i razionamenti sono frequenti, sopratutto durante i mesi estivi.

Il governo francese vuole mettere a tacere la protesta. Ma giovani e sindacati dopo ieri sono più forti

June 14, 2016 - Paris, France - In Paris, the capital of France, hundred thousands demonstrated against the new labor reforms the socialist party of Francois Holland. The demonstration escalated into massive riots and the police used teargas, sound bombs and rubber bullets to disperse the crowd. (Credit Image: © Willi Effenberger/Pacific Press via ZUMA Wire)

Un corteo lunghissimo da Nation a Invalides: quella di ieri a Parigi è stata la più grande manifestazione contro il jobs act dall’inizio della mobilitazione. Eppure il governo giurava che Cgt, Force Ouvriere, Solidaires, i sindacati organizzatori, erano ormai a corto di fiato. Che il fuoco si sarebbe spento con l’arrivo dell’estate, con l’arrivo degli esami a scuola e nelle università, con la distrazione degli Europei. Oggi Manuell Valls, il primo ministro, ha parlato dell’attentato a Magnanville: «La guerra contro il terrorismo – ha detto – durerà una generazione. Altri innocenti perderanno la vita».

La polizia francese conosceva dal 2011 Larossi Abballa, il terrorista filo-Daesh che è entrato nella casa del vicecommissario Jean-Baptiste Salvint e ha ucciso a coltellate lui e la moglie Jessica Schneider, anche lei poliziotta, sotto gli occhi del loro bambino. «Non accetto che si parli di errori nella prevenzione – dice Valls -. Abbiamo un nemico interno che può agire con pochissimi mezzi». Vero, ma vero anche che contro questo genere di nemico l’unica prevenzione efficace è il consenso politico e la collaborazione popolare. Ha il governo Valls questo consenso? Evidentemente no. La popolarità del presidente Hollande è in caduta libera. Il Parlamento, prendendo tempo, ha costretto il governo a ritirare la legge sulla decheance de nationalité, provvedimento demagogico che inseguiva Marine Le Pen sul suo terreno e si proponeva di togliere ai francesi di origine magrebina passaporto e diritti qualora fossero coinvolti, a qualunque titolo, in un’indagine sul terrorismo islamico.

Subito dopo il governo ha imposto 39-3, una specie di super fiducia che evita ogni confronto parlamentare, il nuovo code du travail, che concede agli imprenditori il diritto di licenziare per motivi economici, di pagare meno gli straordinari (che in Francia scattano dopo le 35 ore lavorate per settimana), di spostare la contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale. Ora è previsto un incontro venerdì con il segretario della Cgt, ma in un clima tesissimo. Valls ha accusato i sindacati di non aver cacciato dal corteo i casseur, i giovani che hanno tirato pietre e bottiglie di birra sulla polizia che, da parte sua, li innaffiava con i cannoni ad acqua. Più tardi, in altra zona di Parigi, tra Republique e Belleville, un corteo di giovani a viso coperto ha provocato scontri e devastato l’arredo urbano.

Il governo ora vorrebbe vietare le manifestazioni sindacali. Cgt risponde: «Il nostro servizio d’ordine ha garantito la sicurezza del corteo, tocca al governo garantire la sicurezza pubblica, senza attaccare diritto sciopero e di manifestazione».
Gli scontri tra giovani e polizia sono sempre più frequenti e duri. Camionette lanciate contro i cortei, pestaggi di studenti, una grenade de decencerclement che ha ferito un giornalista e dall’altra parte tiro di pietre contro i flic e slogan anti police che ricordano quelli degli anni 70 e in particolare del 77 italiano.