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La lotta ai Jobs act secondo Landini

Maurizio Landini, alla manifestazione nazionale della FIOM. Roma, 18 maggio 2013. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

«La tendenza a ridurre il confronto tra parti sociali al solo confronto aziendale non è solo italiana ma europea», dice a Left il segretario Fiom Maurizio Landini, che è ancora a Palermo quando lo raggiungiamo al telefono. Nel capoluogo siciliano, oggi, (insieme a Calabria e Sicilia) si è chiusa la mobilitazione unitaria delle tute blu – indetta da Fiom, Fim e Uilm – in difesa del contratto nazionale (ve lo raccontiamo sul sito di Left, dove trovate anche l’intervista integrale a Landini). È stato il terzo e ultimo appuntamento di sciopero e mobilitazione per i metalmeccanici italiani, con cortei in Calabria, Sicilia e Sardegna e un’adesione agli scioperi superiore all’80%. «Adesso, il messaggio che mandiamo a Federmeccanica è: dovete decidere cosa fare, perché mantenere questa rigidità vuol dire assumersi la responsabilità non solo di non fare il contratto ma di aprire una fase di conflitto nelle fabbriche e nel Paese», avverte il leader della Fiom Cgil.
Cosa chiedono i metalmeccanici?
Fiom, Fim e Uilm chiedono a Federmeccanica di cambiare posizione e rendersi disponibile ad aprire una trattativa vera in cui il contratto nazionale torni e rimanga uno strumento di autorità salariale per tutti i metalmeccanici. E su queste posizioni c’è un consenso vero.
Sappiamo bene che il vostro è il contratto nazionale più grande del Paese e che voi rappresentate la categoria più forte. Ha anche un valore simbolico quindi?
Sì, naturalmente, ha un valore importante perché riguarda il pezzo del settore industriale più importante del nostro Paese. In più ha ancora un significato perché Confindustria ha ormai esplicitato di condividere le posizioni di Federmeccanica. È chiaro che in questa fase il tentativo delle imprese è quello di mettere in discussione il ruolo del contratto nazionale in generale. Ed è evidente anche che se la loro linea passasse da noi sarebbe un via libera per il resto del Paese. D’altra parte, però, non vorrei che si scaricasse sui metalmeccanici quella che è una discussione più generale che riguarda il sistema dei modelli contrattuali di cui devono discutere Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Detto questo, il messaggio che noi mandiamo dopo questa giornata che conclude una settimana di mobilitazioni è: Federmeccanica deve decidere cosa fare, perché mantenere questa rigidità vuol dire assumersi la responsabilità non solo di non fare il contratto ma di aprire una fase di conflitto nelle fabbriche e nel Paese.
Il Jobs act s’abbatte su tutta Europa, anche in Francia. Lì, però, i sindacati riempiono le piazze…
Queste riforme sono pericolose, perciò è importante che non solo in Italia ma anche fuori ci si batta per mantenere i contratti nazionali e le leggi che tutelano tutte le forme di lavoro. Dall’altra parte, pur con le debite distanze… ma in Francia siamo ancora in una fase aperta, l’iter parlamentare non è ancora concluso e io mi auguro che a luglio queste lotte abbiano la possibilità di spostare le posizioni del governo francese.
E qui in Italia, che si fa?
Se dobbiamo proprio fare un confronto, mi permetto di dire che anche qui in Italia abbiamo fatto gli scioperi contro il Jobs act, come Cgil e come Uil. E il governo se n’è fregato. Vorrei far notare che la Cgil sta raccogliendo le firme – che a luglio depositeremo – affinché nella prossima primavera, attraverso lo strumento democratico e costituzionale del referendum, si possano cancellare le leggi sbagliate. Abbiamo da fare una battaglia per cambiare le leggi sbagliate del governo, perciò abbiamo valutato di utilizzare anche altri strumenti, e non solo la mobilitazione che abbiamo comunque fatto. Quando sei di fronte a leggi sbagliate il problema è come fare a cambiarle e non accettare che quella partita sia chiusa.

Cosa pensa Sadiq Khan del Brexit? «Non chiudiamo le porte alla prossima generazione»

(Dominic Lipinski PA via AP)

Sadiq Khan il neo eletto sindaco di Londra ha le idee chiare sul Brexit e sul voto che il 23 giugno deciderà le sorti della Gran Bretagna in Europa.
«È la più importante decisione che il nostro Paese si appresta a prendere nell’arco di una generazione. Il referendum sull’Unione europea infatti genererà conseguenze a lungo termine e la posta in gioco non potrebbe essere più alta» scrive Khan in un op-ed pubblicato dal settimanale Newsweek. «La campagna per lasciare l’Ue – continua il sindaco laburista – ha cercato di far dimenticare le questioni economiche connesse. Ma non appena ci si allontana un attimo dalle leggende e dalla retorica, la loro evidenza è innegabile. Dalle analisi del ministero del tesoro inglese, della Bank of England, della Confederazione per l’industria britannica, del Fondo monetario internazionale o anche dell’ Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica è chiaro che continuare a fare parte dell’Ue sarebbe una scelta migliore per la nostra economia, per le imprese – grandi e piccole – e per le esportazioni. Circa la metà di ogni cosa che vendiamo al di fuori dei nostri confini nazionali, la vendiamo in Europa. Nella sola Londra, le esportazioni verso i Paesi membri ammontano a 12 miliardi di sterline e qui hanno la loro sede europea circa il 60 per cento delle multinazionali non europee. Per la città di Londra quindi avere (facile) accesso ai mercati della comunità europea è fondamentale, e per ogni sterlina che mettiamo nell’Unione, ce ne ritornano 10 in termini di incremento del commercio, investimenti, abbassamento dei prezzi e posti di lavoro». Per Khan però, in vista del voto del 23, è anche cruciale spiegare ai cittadini britannici che i vantaggi e i benefici che derivano dal rimanere all’interno dell’ Ue non solo resteranno tali, ma andranno anche ad ampiarsi.
«Per esempio, è solo grazie al nostro essere membri dell’Unione – ricorda il sindaco londinese – che esiste la tutela per i diritti dei lavoratori (maternità e disoccupazione pagate, trattamento corretto dei lavoratori part-time, assicurazioni per la forza lavoro nel momento in cui c’è un cambio di proprietà all’interno di un’azienda). E questi diritti non possono e non dovrebbero smettere di essere garantiti. È sempre grazie ai fondi europei che riusciamo ad avere centinaia di milioni di sterline qui a Londra per sostenere programmi di assunzione e apprendistati per aiutare le fasce più svantaggiate della società. Ed è il nostro essere membri dell’Ue che ci offre delle possibilità cruciali per affrontare le grandi sfide alla quali ci stiamo affacciando: dal cambiamento climatico alla crisi dei rifugiati fino all’evasione fiscale e al terrorismo. Queste sfide si risolvono solo lavorando insieme, dobbiamo farcene una ragione, non voltando le spalle ai nostri partner europei. Ma soprattutto, è solo restando in Europa che possiamo essere fedeli ai valori britannici e alla nostra storia. È una questione fondamentale per definire chi siamo, qual è il nostro carattere e come ci percepiamo». Per Kahn la ricchezza economica, sociale e democratica della Gran Bretagna passa necessariamente per l’Europa e, considerando tutto questo, bisogna terenere in considerazione l’impatto che questo voto può avere sulle vite e sul futuro delle giovani generazioni che vogliono vedere un’Inghilterra capace di giocare un ruolo importante a livello internazionale, ma soprattutto vivere in un Paese in grado di offrire loro opportunità e prospettive. Per vivere, ma anche potenzialmente per disegnare un mondo conforme agli ideali di apertura e libertà con cui sono cresciuti. Quindi «facciamo sì che l’eredità di certe nostre scelte non finisca per chiudere le porte alla prossima generazione» ha concluso Khan, promettendo di impegnarsi in questi ultimi giorni prima del voto a parlare a quante più persone, e ragazzi possibile.

Se D’Alema smentisce non importa. Ormai si fa così

D’Alema vota Raggi, dice Repubblica. Ma l’interessato smentisce. Eppure il pezzo di De Marchis era pieno di virgolettati, e titolato in prima pagina come fosse un’intervista. Così: “La sfida di D’Alema: «Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche Raggi»”. Poi abbiamo scoperto che questa cosa non l’ha detta D’Alema al giornalista, neanche magari offrecord, in una confidenza poi pubblicata. È quanto fantomatici amici di D’Alema avrebbero invece detto al giornalista, che però riporta dunque una voce. E servirebbe più prudenza, si può notare, anche perché di amici di D’Alema, o ex amici, è pieno palazzo Chigi. A cominciare da Rondolino, Velardi o Matteo Orfini. Vatti a fidare.

Di polemiche come questa però, per questi ballottaggi ne abbiamo avute varie. Perché il Pd si è inventato questa strategia dell’anti endorsment. Se tutti i “mostri” votano Raggi, allora Raggi (e con lei Appendino) è un mostro. La Lega vota Raggi (e Appendino a Milano), Casa Pound vota Raggi. Non importa che Simone Di Stefano, il candidato dei fascisti del Terzo Millennio, abbia smentito: «Siete pazzi» ha scritto, «Pd e M5s sono pro immigrazione. Io non voto». Tutto fa brodo.

Siccome anche Alemanno ha detto di preferire Raggi la notizia era troppo ghiotta, utile a far passare l’idea che chi vota 5 stelle è un fascioleghista. Dunque voi di sinistra non potete votarli, capito? Voi di sinistra, a cui guardano in queste ore tutti i candidati dem. Merola che firma il referendum contro l’abolizione dell’art.18, Sala che parla solo di sociale e per due minuti dimentica l’Expo. Tanto nell’epoca della politica-rissa vale tutto. Anzi tutto vale pochissimo. Non servono più neanche gli slogan, bastano le battute, le frecciate ripetute sempre uguali durante i confronti tv, mai così abbondanti, e mai così uguali. Giachetti che parla in romanesco, Raggi che gli ricorda il sostengo di Verdini e Cicchitto (il cui endorsement è incredibilmente sbandierato da l’Unità). Come se fosse una cosa bella.

Anticipo pensionistico, quel prestito ai lavoratori che fa un favore alle banche

Un momento della manifestazione dei pensionati a Piazza del Popolo per protestare contro il governo Renzi a Roma, 19 maggio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La legge Fornero non si tocca per ora, ma i lavoratori che vorranno andare anticipatamente in pensione dal prossimo anno potranno ricorrere a un prestito. Sì, le casse dello Stato non possono permettersi di finanziare la flessibilità in uscita, che costerebbe circa 10 miliardi di euro, e allora il governo, nel corso dell’incontro di ieri con i sindacati, ha confermato l’intenzione di utilizzare strumenti finanziari.

Si chiama “anticipo pensionistico”, in sigla Ape, e consentirà di lasciare volontariamente il lavoro fino a tre anni prima dell’età utile per la pensione di vecchiaia (66,7 anni) usufruendo di un prestito da restituire nei vent’anni successivi ma che non è legato all’attivazione di garanzie reali e non si estende agli eredi in caso di “premorienza” del pensionato. La rata da restituire può arrivare fino al 15% dell’assegno mensile e i lavoratori con redditi più bassi dovrebbero usufruire di forme di sgravio.

La proposta, che per i primi tre anni dovrebbe partire in via sperimentale, avrebbe dunque il vantaggio di esonerare dalla restituzione del prestito i lavoratori più in difficoltà e di obbligare alla restituzione soltanto quelli con pensioni più elevate, con un sostanziale effetto retributivo la cui portata sarà da verificare quando si capirà che cosa si intende per detrazione fiscale per «i soggetti più deboli e meritevoli di tutela».

«Lo strumento – ha spiegato il suo ideatore, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini – è molto flessibile. La detrazione fiscale potrà essere modificata per categorie diverse». Chi ha perso il lavoro sosterrà costi più ridotti rispetto a chi invece decide volontariamente di lasciare il lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista dalla legge Fornero per la pensione di vecchiaia.

L’idea di Nannicini apre però la strada all’ingresso degli istituti finanziari nel nostro sistema previdenziale (si interfacceranno direttamente con l’Inpps) e se incassa un tiepido consenso dei sindacati, legato soprattutto alla disponibilità del governo a confrontarsi nel merito della legge Fornero, non piace affatto ai deputati di Possibile, con in testa Pippo Civati, che parlano di «una proposta indecente» che comporta «un’uscita a pedaggio», dal momento che costerebbe ai lavoratori «una mensilità per ogni anno di anticipo del pensionamento».

I deputati civatiani citano uno studio della Uil secondo il quale un lavoratore in uscita anticipata che percepisce 1.000 euro mensili di pensione ne perderebbe 898 l’anno. E aggiungono: «Banche, assicurazioni e istituti finanziari (i veri azionisti del governo Renzi) gestiranno un bell’affarone, con tassi di interesse remunerativi e zero rischi».

Qual è il vero volto del potere? A Roma la retrospettiva del fotografo Olivier Roller

«Chi non ha mai assaporato il profumo inebriante del potere non può immaginare l’improvvisa scarica di adrenalina che irradia il corpo da capo a piedi, che scatena l’armonia dei gesti, che cancella ogni fatica e ogni realtà contraria al vostro piacere, l’estasi della sfrenata potenza di chi ormai non deve più lottare, ma soltanto godere di ciò che ha conquistato, gustandosi all’infinito l’ebbrezza di incutere timore».

Lo racconta così il potere la scrittrice francese Muriel Barbery, come qualcosa che segna il corpo, il volto e lo sguardo. E Olivier Roller con i suoi ritratti a modelle, imperatori della Roma antica, attrici e re riesce a catturare perfettamente quel movimento, travolgente e irrefrenabile, che chiamiamo “potere” e che attraversa chi, da semplice essere umano, è asceso all’Olimpo degli dei di ieri e di oggi.

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Un lavoro, quello del fotografo francese, che dal 16 giugno al 17 luglio è esposto a Roma, al Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps con “Immagine di Potere”, la prima retrospettiva in Italia di Olivier Roller, a cura di Guillaume Maitre e Paulo Pérez Mouriz e presentata nell’ambito de “La Francia in scena”, la stagione artistica dell’Institut français realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno della Fondazione Nuovi Mecenati. 18 opere del fotografo francese attraverso le quali assaporare un sentimento tanto effimero quanto eterno come il potere.

Olivier Roller, Sconosciuto I (Musée du Louvre - Paris), 2010, chromogenic print, 140x92,5cm, Ed. di 8 + 2 PA

Due i filoni principali che possono essere tracciati durante la mostra: da un lato i ritratti, spesso non convenzionali, dei potenti del mondo di oggi, protagonisti della politica, dei media e della finanza internazionale; dall’altro, la ricerca sulla scultura classica che si traduce in una serie di primi piani di statue romane. Proprio questi lavori di Roller sono nati quando il Louvre di Parigi commissionò al fotografo vari scatti a pezzi della collezione del museo. Il risultato convinse poi altri fra i più importanti musei al mondo, uno fra tutti il British Museum, a fare lo stesso con le proprie collezioni di arte antica.

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Olivier Roller, Divinità Femminile (Musei Capitolini, Centrale Montemartini), 2012, chromogenic print, 140x92,5cm, Ed. di 8 +2 P.A.

L’effetto è strabiliante, i volti immortalati di Roller fluttuano in una dimensione temporale che allo stesso tempo sembra connotarli come immersi nella storia, perché hanno fatto la storia, ma assolutamente estranei al tempo storico. In una parola: eterni, perché parte di una ciclicità che si ripete all’infinito. Ed è soprattutto la luce il segno attraverso il quale l’artista francese riesce ad evidenziare e far esplodere tutte le sfumature del potere umano nelle sue radicali contraddizioni: maestosità e capacità di sedurre che convivono con evanescenza e caducità.

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Immagine di Potere esalta i tratti distintivi della poetica di Roller: il suo realismo estremo, radicalità dello sguardo, la sua spinta di resistenza. In un’epoca segnata dall’egemonia culturale del “selfie”, infatti, rimettere al centro dell’attenzione il concetto di ritratto è decisamente questo: un atto di resistenza culturale, sovversivo quanto coraggioso.

l'empereur Lucius Verus - co-empereur de Marc Aurle de 161 ˆ 169ap jc Markouna, prs de Lambse, AlgŽrie entre 161-169ap JC - marbre frre par adoption de Marc aurle missions Renier 1851 et HŽron de Ville Fosse 1874 n¡dentrŽe NMB780 n¡ usuel MA1095

Quelli che elogiano la Francia e subappaltano le pensioni alle banche

epa05127412 France's worker union CGT leader Philippe Martinez (4-L) and FO union secretary general Jean-Claude Mailly (1-L) lead a demonstration of union workers against austerity measures affecting working conditions, salaries and pension plans, in Paris, France, 26 january 2016. Labor unions called for anti-austerity measure protests against the French government economic policies. EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Cari lavoratori francesi che siete in piazza contro quella vergognosa proposta di legge che legalizza la turboprecarizzazione dei lavoratori (e che qui da noi è già legge di Stato), scusateci. Proprio non riusciamo ad essere all’altezza di uno scontro sociale che qui sembra essersi addormentato nell’indifferenza generale tra la gente e con la compiacenza di un sindacato che s’è imborghesito anche nelle lotte, oltre che nelle tasche.

Scusateci, cari colleghi francesi, se da noi ha attecchito una normalizzazione lenta e dolorosa che ha smussato gli intellettuali, sfinito i lavoratori, asfaltato la sinistra e si è arenata alla condivisione di link da social network. Scusateci se il nostro grado massimo di partecipazione si riduce all’esultare di fronte ad una foto in digitale davanti allo schermo o al darsi di gomito per i “compagni” francesi.

Scusateci se ascoltate qualche dirigente italiano dire ce sì, che siete bravi, che noi avremmo dovuto fare di più e fare meglio, che dovremmo sostenervi e poi ieri li avete visti uscire dal “tavolo con il governo” (quel tavolo dove il governo tiene sempre il banco) mentre con moderata soddisfazione dicono che forse la legge Fornero si può aggirare con l’aiuto delle banche. Con un mutuo da portarsi nella tomba per fare tutti felici e contenti.

Cari lavoratori francesi, scusateci. Ci proviamo anche, noi, ad alzare la voce. Ma ci sono anche gli Europei. È la congiuntura che ci porta sfortuna.

Francia, gli scontri e il governo Hollande

“I giorni di fuoco della Francia”, Repubblica. “Nella morsa della violenza”, La Stampa. Nei titoli, come negli articoli dei giornali in edicola, si tengono insieme più fatti: un terrorista islamico che ha ammazzato una coppia di poliziotti sotto gli occhi del loro figlio, scontri molto aspri a Parigi tra giovani anti sistema e polizia, una grande manifestazione sindacale contro il jobs act e persino le violenze dei tifosi durante gli europei del calcio. Provo a mettere le cose in ordine, naturalmente secondo il criterio che è il mio.

Un recente sondaggio dice che solo 16 francesi su 100 apprezzano Hollande e il suo governo. Sorpreso dagli attentati del 13 novembre, che venivano dopo quelli a Charlie Hebdo e a l’ipercacher, Hollande ha provato a rubare il mestiere alla Le Pen presentando una legge su la déchéance de nationalité (in pratica, i francesi con genitori magrebini, e dunque con doppia nazionalità, se sospettati di avere qualcosa da spartire con l’islamismo, si sarebbero visti togliere passaporto e diritti di cittadinanza in Francia). Il Parlamento si è diviso, Hollande ha dovuto far marcia indietro.

Lo stesso governo, subito dopo, ha imposto con il 39-3 (una super fiducia che evita ogni confronto parlamentare sulla legge) una riforma del code du travail subito ribattezzata Jobs act francese. Gli imprenditori ottengono il diritto di licenziare per motivi economici, di pagare meno gli straordinari (che qui scattano dopo le 35 ore settimanali) e di spostare la contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale. Un sindacato, la Cfdt (che somiglia alla nostra Cisl) ha approvato, altri, la Cgt (Cgil) e Force Ouvriere, hanno indetto scioperi e manifestazioni che proseguono da oltre un mese. Forte è stata la mobilitazione degli studenti, mentre a Parigi è nato un movimento di giovani, di precari (les intermittents) dello spettacolo, di intellettuali che si è chiamato Nuit debout e che dal 31 marzo occupa, con iniziative politiche e musica, la centrale Place de la Repubblique, luogo simbolo anche perché teatro degli attentati terroristici del 13 novembre.

La polizia è stata molto dura con i giovani: a St Malo, ove decine di genitori hanno denunciato violenze selvagge contro i figli liceali, a Rennes, a Nantes, con le camionette che si sono lanciate, a rischio di investirli, sui manifestanti, a Parigi, dove un funzionario ha lanciato una grenade de decencerclement (bomba a mano che libera proiettili di caucciù e può uccidere). Nei cortei da tempo si leggono cartelli e si sentono slogan che invitano alla violenza contro i flic, che spesso non sono una “risposta” alle violenze de la police ma riecheggiano gli slogan degli anni 70, in particolare del 77 italiano. Il governo ha fatto orecchie da mercante, sperando che l’arrivo dell’estate, delle vacances scolaires e degli europei di calcio sgonfiassero la protesta e calmassero gli animi. Intanto la polizia sottovalutava la minaccia degli hooligans, i quali hanno potuto devastare Marsiglia, seconda città ella Francia. Nè ha potuto – la polizia- impedire a un terrorista kamikaze e solitario di celebrare il Ramadan con il massacro di due poliziotti, moglie e marito, che abitavano vicino casa sua.

Ieri la manifestazione contro il jobs act era molto grande. I sindacati, esagerando, hanno parlato di un milione di persone, ma un corteo così, da Nation fino a Invalides, non lo ricordo da tempo. Il servizio d’ordine della Cgt non ha fatto niente per isolare i giovani anti police, anzi ha lasciato che aprissero il corteo. Segno che considera un certo grado di violenza reazione inevitabile alle “provocazioni” del governo Valls. In serata, poi, un corteo di 300 arrabbiati, ha manifestato e provocato scontri in un’altra zona di Parigi, da République a Belleville. Ricordo che l’anno prossimo, nel 2017, si vota per le presidenziali. La candidata dell’estrema destra, Marine Le Pen, è sicura di arrivare al ballottaggio, la destra Repubblicana non sa ancora se il suo candidato sarà Nicolas Sarkozy, o Alain Juppé (il primo è il padrone del partito, il secondo è dato vincente, a mani basse, contro qualunque avversario), la sconfitta dei socialisti è dunque annunciata. Una parte dei deputati ha provato a presentare una mozione di sfiducia contro il governo Valls, Montebourg potrebbe candidarsi in alternativa a Hollande, Martine Aubry, ex segretario socialista e figlia di Jacques Delors, si oppone con forza al jobs act.

C’è già un candidato a sinistra del Ps, Jean-Luc Mélenchon, accreditato del 12% contro il 14% di François Hollande. A me pare che la dirigenza francese social-liberista, o della Terza Via, si candidi al suicidio. In Spagna, dove domenica 26 giugno sono previste nuove elezioni a se mesi dalle precedenti che nessuno aveva vinto, Pablo Iglesias ha “prevalso”, secondo El Pais, nel confronto con gli altri tre leader, il premier di destra Rajoy, il capo di Ciudadanos, Rivera (destra rinnovata e movimentista) e il segretario del Psoe, Sánchez. Unidos-Podemos propone un governo di sinistra e, per ottenerlo, Iglesias evita di attaccare i socialisti. Succede intorno a noi.

Clinton e Sanders trattano.
Orlando mette nei guai Trump

Sanders e Clinton si parlano, dopo mesi di confronto è una notizia. Arriva dopo la vittoria della ex senatrice di New York nelle ultime primarie della stagione, quelle della capitale federale Washington DC. E proprio in città, a due passi dalla Casa Bianca, i due hanno avuto un incontro di 90 minuti al termine del quale non hanno detto nulla ai cronisti.
Poche ore prima, il senatore del Vermont che ha sorpreso l’America con i milioni di voti presi attorno a una candidatura indipendente e molto a sinistra della tradizione democratica degli ultimi decenni, aveva ribadito la sua volontà di andare alle convention per portare una ventata di novità. Durante una conferenza stampa aveva detto: «Porteremo tra i 1.900 e i 2.000 delegati a Philadelphia, e lasciate che vi dica quello che vogliono. Vogliono vedere il partito democratico trasformato. Vogliono vederlo confrontarsi con i ricchi e potenti, e lottare per le persone che stanno male». La campagna del senatore del Vermont ha annunciato un videomessaggio sul futuro della battaglia politica intrapresa per giovedì: come si va avanti e si cambiano i democratici? Questo weekend a Chicago circa 2500 persone si vedranno per organizzare il dopo primarie 2016 della sinistra democratica.
Le campagne dei due candidati alle primarie hanno fatto sapere che alcuni dei temi cruciali per Sanders sono stati toccati durante l’incontro con Clinton, la quale è già in assetto da battaglia contro Trump. Salario minimo a 15 dollari, sanità su un modello europeo tra i temi che Sanders chiede di mettere all’ordine del giorno. Possibile che su alcune questioni, dalla riforma dell’immigrazione, su quella della polizia e della giustizia, al salario minimo si trovino intese. Non sulla sanità. Il tema spinoso, sono probabilmente le banche e la finanza. È quello che aleggia negli Usa da Occupy Wall Street in poi, è quello che ha portato molti americani a votare Sanders. Cosa avrà da dire Clinton? Saprà rompere con l’ortodossia che spinse il marito presidente ad abolire il Glass-Steagal Act, la legge che separava le banche d’affari da quelle commerciali e che è alla base della bolla finanziaria che ha portato alla crisi del 2007? Questo è un tema interessante e da osservare con attenzione. Se come e quanto Clinton saprà rispodere su questo è il vero grande tema attorno al quale capiremo se la gente che ha seguito Sanders non solo voterà Clinton, ma si darà da fare per eleggerla presidente.

Lo scontro Obama-Trump, i mal di pancia repubblicani

A dare una mano a Hillary ci hanno pensato in queste ore sia Obama che Trump. Il secondo con la sua serie di sciocchezze in fila dette dopo la strage di Orlando. Dopo essersi complimentato con se stesso per aver espresso posizioni anti-islamiche, aver criticato il presidente e aver accennato che lo stesso «o non capisce o capisce meglio di tutti», il candidato repubblicano si è visto sparare addosso da diverse figure di primo piano del partito che punta a rappresentare. Lo speaker della Camera Ryan ha preso le distante per la seconda volta dalle frasi inappropriate sui musulmani d’America. Almeno sei senatori, quelli che si occupano di questioni di intelligence e politica estera hanno detto che Trump sbaglia: fa allontanare per sempre i musulmani dal partito (sono l’1% della popolazione, destinata ad aumentare) e contribuisce alla propaganda e al reclutamento. Insomma un disastro: molti hanno paura di non essere rieletti e prendono le distanze da TheDonald.
Sul tema abbiamo visto anche un Obama furioso: con un discorso su Isis e Orlando, il presidente ha parlato di Trump senza nominarlo (nel video qui sotto dal minuto 12.30): «Mi dicono che non uso la definizione Islam radicale e che questo sia grave. Ora qualcuno mi spieghi che policy è questa, cosa cambierebe di preciso! Sconfiggeremmo l’Isis se usassi quella formula? È una strategia militare che porterebbe più alleati contro il terrorismo? Niente affatto…questo è posizionamento politico». Obama, che appariva furioso con Trump, ha ricordato di come e quando, dopo l’11 settembre, l’aver scelto la strada dell’estremismo (torture, Patriot Act) abbia reso l’America peggiore.


Perché Obama non usa la formula Islam radicale ma radicalismo islamico?
Semplice: non vuole che si confonda una parte con il tutto. Non è l’Islam a essere radicale, ma una parte dei musulmani e visto che l’odio anti-Islamico, l’islamofobia sono parte integrante della propaganda dell’Isis (ci odiano, dobbiamo combatterli), dare strumenti di propaganda al nemico, è considerato un errore.


Il discorso di Obama è un chiaro segnale di come e quanto il presidente possa fare contro il repubblicano: questa settimana era prevista la prima apparizione pubblica assieme a Clinton, cancellata dopo Orlando. Ma il tono è segnato: Obama picchierà su Trump con forza e, visto che è un oratore niente male, con efficacia. I risultati si cominciano a vedere: in due sondaggi consecutivi il vantaggio di Clinton aumenta, l’ultimo sondaggio Bloomberg parla di 12 punti percentuali. E l’inchiesta è stata fatta prima di Orlando.

Brian Eno ne fa di tutti i colori

 Ha sperimentato a tutto raggio nel mondo dell’arte il mago della musica Brian Eno. E non pensiamo solo al suo essere stato l’iniziatore del glam rock con David Bowie, anticipatore della new wave con i Roxy Music, della dance elettronica e della  ambient-musice molto altro  Questa volta  ne ha fatte di tutti i colori letteralmente realizzando un’opera di video arte per Mantova capitale della cultura.

In questi giorni  Eno sta ultimando la messa a punto dell’installazione visiva 77 Million Paintings for Palazzo Te, un’opera spettacolare che, attraverso la proiezione di una combinazione di immagini in continua evoluzione, crea una di “pittura di luce” sulla facciata rinascimentale del museo. Con quest’opera, che sarà inaugurata ufficialmente il 25 giugno, il polistrumentista e compositore inglese insegue il sogno dell’opera totale, caro a Kandinsky, mettendo insieme linguaggi artistici diversi, cercando un effetto di sinestesia e di grande impatto emotivo.
1 - frame 77 Million di Brian Eno per Palazzo TeIl progetto è stato concepito dall’artista inglese come un’opera di “musica visuale”, grazie all’uso di un software generativo di immagini. Alla base di 77 Million Paintings c’è la ricerca sulla luce come mezzo artistico  che Brian Eno  sviluppa da dieci anni a questa parte e dalla volontà di  le nuove possibilità estetiche offerte dalla tecnologia.

 - frame 77 Million di Brian Eno per Palazzo Te

Tutto cominciò nel 2006 con opere di videoarte per piatti televisivi e monitor  oscurati e inutilizzati e poi ha preso la strada di  grandi installazioni nei musei e negli spazi pubblici di tutto il mondo.

3 - frame 77 Million di Brian Eno per Palazzo Te “Mi piacerebbe che queste opere aiutassero a lasciar andare il mondo di cui dobbiamo far parte ogni giorno, per arrenderci ad un altro tipo di mondo pieno di immaginazione”  racconta  il compositore inglese.
4 - frame 77 Million di Brian Eno per Palazzo TeDopo la presentazione dell’opera a Sidney e Rio de Janeiro,  a Mantova, 77 Million Paintings è allestito nel Giardino dell’Esedra di Palazzo Te ( aperto in notturna fino alle 24)  e a Mantova si arricchisce di inediti confronti fra arte contempoanea e  arte rinascimentale.
In contemporanea, le Fruttiere di Palazzo Te accolgono l’installazione sonora The Ship, dall’ultimo album di Brian Eno: una sonorizzazione estesa che esplora il rapporto tra composizione musicale e ambiente.