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I media non ne parlano, ma le tute blu scioperano anche in Italia

Mentre le colonne dei giornali nostrani raccontano la rivolta dei sindacati in Francia narrando le violenze e non le ragioni, nessuna o pochissime righe sullo sciopero dei sindacati in Italia. Eppure il 15 giugno è la terza giornata di sciopero dei metalmeccanici, questa volta in Sicilia, Calabria e Sardegna. Alle prime due giornate – del 9 in Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Abruzzo e Molise e del 10 in Umbria, Liguria, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Puglia e Basilicata – le adesioni hanno raggiunto anche il 100%, con una media tra l’85 e il 90 per cento delle tute blu.

In migliaia hanno scioperato e manifestato in queste settimane per sostenere la vertenza con Federmeccanica-Assistal sul rinnovo del Contratto nazionale dei metalmeccanici, ovvero il contratto nazionale più grande d’Italia che riguarda 1,6 milioni di famiglie. I leader di Fim, Fiom e Uilm – Marco Bentivogli, Maurizio Landini e Rocco Palombella – denunciano il blackout di informazione sulla questione a cui, in verità, Left ha dedicato una storia di copertina sul n. 4 di gennaio 2016. Da allora, i negoziati tra sindacati e Finmeccanica – iniziati a novembre 2015 sono all’impasse. Al centro del contendere, ricordiamo, il salario. Con Federmeccanica che chiede di superare la forma del contratto nazionale di lavoro e propone una concezione nuova e diversa delle relazioni industriali. In sintesi: che il contratto resti solo per fissare il minimo salariale sindacale e per concertare alcuni strumenti di garanzia formativa e assistenziale; e che tutto il resto si contratti azienda per azienda, tenendo conto dei margini, se ci sono, di concessioni salariali e stringendo la cinghia per evitare che l’azienda soffra.

Davanti al “rinnovamento” proposto da Federmeccanica, Cgil, Cisl e Uil hanno portato al tavolo delle trattative un documento unitario, consapevoli che non si possa andare avanti con le mansioni ferme al 1973. Ma non sono disponibili a cedere sul Contratto. Numerosi incontri dopo, l’obiettivo dei sindacati resta quello di mantenere la struttura del contratto nazionale (che tutela l’85 per cento dei lavoratori), di stabilire regole più chiare e avere la garanzia di poter partecipare alle scelte aziendali.

Oggi, con Maurizio Landini a Palermo e si chiude il ciclo di scioperi proclamati unitariamente il 24 maggio. Per la cronaca, alle due giornate di sciopero unitario del 9 e 10 giugno proclamate da Fiom, Fim e Uilm si è registrata un’adesione altissima: il 100 per cento a Pomigliano e Caselle, il 95per cento a Nola, il 90 a Torino, fino al 75 di Venezia e Venegono (tutti stabilimenti del settore aeronautico), al 70 di Firenze e Genova (settore elettronica per la difesa) e al 90 per cento di Anagni (settore elicotteri). A Brindisi, per esempio, nel settore elicotteri, si è registrato il 91 per cento delle adesioni tra gli operai e il 55 tra gli impiegati.

«Queste piazze dimostrano che Federmeccanica deve cambiare posizione», tuona il segretario Fiom. Basteranno?

Decine di migliaia a Parigi contro la Loi Travail
La polizia usa la mano dura

A woman argues with riot police officers during a demonstration in Paris Tuesday, June 14, 2016. Protesters in Paris threw projectiles at police officers, who responded with tear gas, amid demonstrations by tens of thousands of people opposed to a proposed labor law. (AP Photo/Francois Mori)

Decine di migliaia a Parigi, in un corteo attraversato da sconti provocati dai black bloc e alta tensione, ma anche allegria ed entusiasmo a causa di una partecipazione sopra le aspettative. Altre migliaia a Marsiglia, Rennes, Tolosa e Lione. La Francia continua a rispondere ai richiami, per la prima volta unitari, della Cgt, di Force Ouvrieres e di Solidaires: la legge di riforma del lavoro non piace ai lavoratori organizzati e sindacalizzati (servizi pubblici, raccolta rifiuti, ma anche portuali, come quelli di Le Havre ritratti nella foto qui sotto). I sindacati hanno parlato di un milione di persone, probabilmente erano di meno, ma certo il presidente Hollande e il premier Valls sono in grande difficoltà.

Scontri duri a Parigi, dove alcuni manifestanti hanno ironizzato sulla ritrovata durezza della polizia contro i cortei dopo che tre giorni fa a Marsiglia, il CRS (la celere francese) era scomparsa mentre hooligans inglesi e russi mettevano a ferro e fuoco la città.

Il corteo aperto proprio dai portuali è partecipato e tendenzialmente tranquillo, e sono gruppi esterni, sia a Nuit Debout, che ai sindacati, che vanno e vengono e provocano scontri. La polizia sembra aver reagito con durezza, si conta qualche ferito. Intanto la legge è finalmente approdata alla discussione dell’Assemblea nazionale. Qui sotto il video della partenza della manifestazione, più sotto le foto degli scontri e non solo.

Riot police officers take position during a demonstration in Paris, Tuesday, June 14, 2016. Street protests are planned across France, rail workers and taxi drivers are going on strike and the Eiffel Tower is due to be closed as part of a protest against a reform aimed at loosening the country's labor rules. (AP Photo/Francois Mori)
(AP Photo/Francois Mori)

Riot police officers take position during a demonstration in Paris Tuesday, June 14, 2016. Protesters in Paris threw projectiles at police officers, who responded with tear gas, amid demonstrations by tens of thousands of people opposed to a proposed labor law. (AP Photo/Francois Mori)
(AP Photo/Francois Mori)

Youth throws objects while clashing with police forces during a demonstration in Paris Tuesday, June 14, 2016. Protesters in Paris threw projectiles at police officers, who responded with tear gas, amid demonstrations by tens of thousands of people opposed to a proposed labor law. (AP Photo/Francois Mori)
(AP Photo/Francois Mori)

(AP Photo/Francois Mori)

(AP Photo/Claude Paris)

(AP Photo/Francois Mori)

(AP Photo/Thibault Camus)

Trump chiude i comizi al Washington Post, scegliendo l’avversario sbagliato

Donald Trump proprio non sembra in grado di gestire una campagna elettorale per le presidenziali. Dopo il discorso improbabile e le dichiarazioni a vanvera sui musulmani pericolosi che «arrivano a centinaia e sono potenzialmente più pericolosi del maniaco di Orlando», TheDonald ha deciso di tenere lontani dai suoi comizi i reporter del Washington Post. La ragione l’ha spiegata su Facebook: «Non amo Obama, ma il titolo del Post “Trump suggerisce che Obama sia coinvolto nella sparatoria di Orlando” dimostra quanto quel giornale sia falso».

Non è la prima volta che accade: già Politico.com, Huffington Post, il Des Moines Register dell’Iowa erano stati banditi. Trump, insomma, siccome il giornale diretto da Marty Baron ha deciso di forzare un po’ un titolo sul suo sito, sceglie di imporre una censura preventiva sul giornale politico più influente d’America, uno dei quattro quotidiani più importanti e forse il migliore in quanto a copertura delle campagne elettorali. Cosa farà quando, se eletto presidente, verrà incalzato in conferenza stampa?

Ma veniamo alla sostanza: davvero il titolo del Post era forzato e falso? In parte, ma era un modo di smascherare una modalità di comunicazione del candidato repubblicano. Parlando a Fox News, la Tv all news conservatrice che nutre gli istinti bassi del pubblico americano, Trump ha detto: «Siamo guidati da un uomo che o non è duro abbastanza, o non è intelligente, o ha qualcos’altro in mente…La gente non può credere che il presidente Obama stia agendo nel modo in cui agisce, senza nemmeno menzionare le parole terrorismo islamico radicale». Parlando ancora a Fox News, Trump ha detto: Obama non capisce oppure capisce le cose meglio degli altri, in entrambi i casi è inconcepibile». Capisce le cose meglio degli altri è un’allusione, lo hanno scritto in molti (persino noi su Left), e il Washington Post, facendo quel titolo, prende alla lettera quello che Trump dice tra le righe, per far capire a chi all’idea dell’Obama complice dell’islam radicale crede, ma senza timore di essere smentito per dire qualcosa di simile apertamente.

Il caso, come i precedenti, ci parla di un candidato disabituato a giocare al gioco della politica grande. Le primarie repubblicane sono state difficile da vincere, ma non hanno nulla a che vedere con le elezioni vere. C’è un pezzo di America che si entusiasma alle battute, alle allusioni sessuali, alle allusioni e alle frasi muscolari. Ma non è la maggioranza. Ce lo dice anche un sondaggio di ieri che mostra come, dal giorno in cui ha raggiunto la maggioranza dei delegati democratici, Hillary Clinton abbia guadagnato 5 punti percentuali. Il balzo in avanti avviene prima della strage di Orlando. I prossimi giorni e la risposta dei due candidati ci dirà come ha reagito il pubblico americano. Certo è che Clinton ha dalla sua anche il fatto di essere avvertita – dai suoi critici – come un falco in politica estera. In questo caso e di fronte alle sparate di Trump, avere qualcuno che di questioni internazionali se ne intende e sa di che parla, può essere un vantaggio.

Ma torniamo alla censura: la risposta di Martin Baron, il direttore del Washington Post è stata affidata anche a un tweet: «La decisione di Trump non è altro che il rifiuto del ruolo libero e indipendente che la stampa deve svolgere».

 


C’è un aspetto importante e da non sottovalutare sul ruolo che il Post svolge e riguarda proprio il suo direttore, considerato spesso uno dei migliori in circolazione in epoca contemporanea. Un esempio del lavoro di Baron lo conoscono quasi tutti, se ne è parlato molto nell’anno in corso perché Baron, con la faccia di Liev Schreiber, è uno dei protagonisti di Spotlight, il film sull’inchiesta del Boston Globe sulla pedofilia nella diocesi della città del Massachusetts. Lo scorso anno il giornale diretto ha pubblicato due storie Pulitzer che sono proprio figlie del coraggio di Baron: la rivelazione da parte di Edward Snowden del programma di sorveglianza dell’Nsa, la National Security Agency, in un articolo di Barton Gellman nel 2013, articolo proposto anche ad altre testate e giudicato da altri direttori troppo pericoloso da pubblicare e, di tutt’altra forma, il lavoro di raccolta dati e rappresentazione grafica dei morti afroamericani ammazzati dalla polizia negli ultimi anni con tutti i nomi e tutte le storie. Ora, il Post avrebbe indagato e scavato nella vita e nella politica di Trump comunque. Negli Usa i giornali fanno questo e competono per le notizie. Lo faranno anche con Clinton. Certo è che decidere di dare del falso cialtrone a un direttore coraggioso è un errore. Anche tattico.

Da Napoli al Benin, la resistenza delle madri. Ecco “Mothers” di Fabio Lovino

Da Napoli ai villaggi contadini del Benin e del Nepal. Dal Borgo Vecchio di Palermo alle abitazioni fatiscenti degli indios del Ceara nella zona dei Sem Terra in Brasile. Italia, Benin, Cambogia, Nepal e Brasile. Ovunque parlano i volti delle donne. «Qual è il colore della violenza?», chiede loro Fabio Lovino, regista di Mothers che oggi viene presentato in anteprima al Taormina FilmFest: «È nero», rispondono a qualsiasi latitudine si trovino. Un filo percorre il film, girato in un anno di viaggio attraverso i luoghi dove opera WeWorld, la Ong che lo ha prodotto insieme a Reggatta Production e allo stesso Lovino.

Il quale racconta come si sia preparato a questa avventura «con gli occhi di un bambino che per la prima volta vede una cosa nuova». Perché “quel” viaggio era impegnativo, un tuffo nella vita negata di centinaia e centinaia di donne e dei loro figli. Ma è stata anche un’immersione nella straordinaria resistenza e volontà di lottare per migliorare la propria vita, e soprattutto quella dei loro bambini. Queste donne spesso nei Paesi come quelli asiatici o in Brasile sono coloro che mandano avanti la casa, e al tempo stesso sono vittime di violenza da parte dei mariti.

_D0B9991∏fabiolovinoRacconta lo stesso Lovino che «in villaggi per mesi isolati dalle piogge, alle donne ci sono voluti anni per superare questo isolamento, per poter capire e successivamente riuscire a denunciare cosa subivano, per superare quella abitudine, quella normalità culturale, per far approvare la leggi sulla violenza».

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Maria de Pena, Erbenia, Summina, sono i nomi di alcune di loro che hanno reagito e denunciato, anche grazie agli operatori della Ong che attraverso il microcredito e l’insegnamento cerca di operare un vero e proprio empowerment.

Mamma con figlio, Villaggio Lotin
Mamma con figlio, Villaggio Lotin

Lovino, fotografo noto per i suoi lavori nel mondo del cinema, della musica e nelle arti in generale, rivela cosa abbia rappresentato questo viaggio – le cui foto rimarranno in mostra al Palazzo dei Congressi di Taormina dal 14 al 18 giugno -: «un anno intenso, doloroso, gioioso, faticoso, fondendo pensieri e culture diverse per uno straordinario confronto con persone distanti ma così vicine a noi».

Berlusconi ha un cuore nuovo. Ma Forza Italia ancora no

Berlusconi ha un cuore nuovo. Ma Forza Italia ancora no. Questa è la sintesi della giornata politica nel centrodestra. L’operazione del leader è infatti andata bene, durata quattro ore, passate «a cuore aperto», come specificato dai medici. La lieta notizia l’ha data il fido Gianni Letta. «Supererà anche questa», ha detto poi Fedele Confalonieri, pensando alle 48 ore di terapia intensiva che attendono Berlusconi, che solo poi potrà tornare nella suite riservata del San Raffaele.

E così però, per ingannare l’attesa, non sarà più «di cattivo gusto» – come ha detto nei giorni scorsi Nunzia De Girolamo – osservare le manovre con cui il centrodestra si prepara alla vita post operatoria, senza Berlusconi, vivo ma sugli spalti. Il problema principale da affrontare è la consapevolezza che potrebbe aver ragione Gianfranco Rotondi quando dice: «Qualcuno faccia notare agli aspiranti successori che Forza Italia, senza Silvio, vale quanto il fu Ccd di Casini». La verità, anzi, è che i dati delle amministrative dicono che anche con Berlusconi il consenso è poco più ampio. E che Mara Carfagna e Stefano Parisi – i due nomi per ora più gettonati – non andranno lontano senza passare per una nuova sigla che metta tutti insieme. E spinga sull’ottica tripolare, centrodestra, Pd, 5 stelle.

Per gli sviluppi bisogna far passare l’estate. E dopo il referendum che ancora, nonostante i problemi di Renzi, tiene separati tra loro pezzi di centrodestra. Subito, invece, capiremo quanto inciderà l’avventura del cuore di Silvio Berlusconi, sui ballottaggi. Poco, niente? Tutta conta vista la breve distanza che separa Sala e Parisi a Milano. Figurarsi un Berlusconi che torna, per una vicenda finalmente umana, ad occupare le edizioni dei tg. Potrebbe essere l’ultima magia del Corpo del Capo, come da titolo del prezioso saggio di Marco Belpoliti (Guanda, 2009). Avrete visto Francesca Pascale, affacciata al balcone, innamorata e commossa. Non pecchiamo di cinismo a notare che conoscono troppo bene le riviste di gossip, dalle parti della famiglia Berlusconi, per non sapere che se non ci si vuole far immortalare in un momento di privata debolezza, basta non piangere in favore di camera.

Orlando, Omar Mateen era gay? Nuovi particolari sull’uomo della strage

Omar Mateen era una figura complessa e contraddittoria. Più particolari emergono sulla vicenda personale dell’americano-afghano 29enne che ha fatto una strage al Pulse, il locale gay di Orlando e più la sua vicenda somiglia a quella del tipico autore di stragi alle quali si assiste periodicamente negli Stati Uniti. Certo la propaganda islamista, certo, il fascino e la retorica del lupo solitario, ma, a meno di clamorose svolte nelle indagini, sembra di capire che l’islamismo radicale dell’Isis sia solo la forma presa dalla rabbia e magari dal conflitto con se stesso che il giovane viveva.
Una serie di testimonianze, infatti, riferiscono ad esempio della possibile omosessualità di Mateen: almeno due persone presenti al Pulse l’altra notte hanno riferito che Omar era presente su Jack’d, una app per incontri omosessuali già un anno fa ed era stato in passato visto al Pulse. Molti mesi fa, non nei giorni scorsi, quando avrebbe potuto essere in loco per organizzare la strage. Samuel King, poi, una drag queen che lavorava come cameriera in un ristorante nei pressi di un posto di lavoro di Mateen racconta di un ragazzo cordiale che mangiava e scherzava spesso e che si fermava spesso a chiacchierare con il personale del ristorante «pur sapendo bene che si trattava di lesbiche».
Poi ci sono le testimonianze dei compagni di scuola, una scuola per giovani con problemi comportamentali, che ricordano come l’11 settembre 2001 Mateen fosse contento e imitasse il rumore degli aerei che cadono sulle torri «Non saprei se lo faceva per attirare l’attenzione, visto che non aveva amici» ha detto uno di loro al Washington Post. Un amico, Kenneth Winstanley, racconta però che Omar non ha mai dato segni di radicalizzazione: «Mi ha spiegato qualche cosa dell’islam, ma sembrava più un fatto di tradizione familiare che non fervore religioso». Tutti dicono che spesso Mateen veniva preso in giro o sottoposto a bullismo per essere l’unico ragazzo di origini straniere della scuola.
La rabbia nei confronti dei colleghi è la ragione per cui Omar avrebbe fatto commenti sull’11 settembre anche con i suoi colleghi di lavoro, commenti che gli costarono un’indagine da parte dell’Fbi. L’agenzia federale ha fatto sapere ieri per bocca del suo direttore James Comey che in quell’occasione vennero fatti tutti i passi per verificare se e come l’assassino di Orlando avesse contatti con organizzazioni terroristiche o radicali. Niente, nemmeno dopo che una finta esca aveva tentato di reclutarlo.
L’Fbi ha in mano anche gli account e il telefono di Omar Mateen, farà una richiesta perché venga decriptato e vedremo se emergeranno particolari su eventuali contatti con reclutatori dell’Isis. Tutto quanto gli investigatori hanno scoperto fino ad ora, sembra però parlarci di una persona piena di contraddizioni e problemi. Anche l’ex moglie ha raccontato di violenze e cambi di umore che non avevano nulla a che vedere con la religione. Del resto, Mateen appare come totalmente americanizzato e viene da una famiglia che anche essa vive senza essere troppo ligia alle tradizioni: le sorelle non si sono mai coperte il capo o il volto con vestiti tradizionali.
Ha un bell’urlare contro i musulmani, Donald Trump, la sua retorica forse pagherà ma in questo caso davvero non sembra aver nulla a che fare con la strage di Orlando. Il lupo solitario Mateen non appare nemmeno come una figura tipica delle periferie europee, che passa dalla marginalità sociale per poi trovare una identità nella religione. Più passano le ore e più la strage di Orlando appare come l’ennesima tragedia americana, quella generata dalla possibilità per chiunque, che abbia problemi di salute mentale o che sia sospettato di terrorismo, di comprare un’arma automatica.

Hollande sull’omicidio dei due agenti: «Un atto terroristico»

Ha ucciso a coltellate il comandante del commissariato di Mureaux poi è entrato nella sua abitazione, a Magnanville nel dipartimento di Yvelines, alla periferia di Parigi e poi si è barricato dentro, ha preso in ostaggio la moglie, 36 anni, segretaria d’amministrazione nel commissariato di Mantes-la-Jolie, a due chilometri dal luogo dell’attacco.

Quando le teste di cuoio hanno fatto irruzione nell’appartamento, dopo aver ucciso nel conflitto a fuoco l’omicida,  hanno scoperto il corpo ormai senza vita della donna, uccisa, si è saputo questa mattina, con un taglio alla gola. Per fortuna il killer ha risparmiato il figlioletto della coppia di tre anni. Il doppio omicidio è avvenuto ieri sera verso le 20.30, mentre tutta la Francia seguiva il campionato europeo.

Il presidente Hollande non ha dubbi: «È un atto incontestabilmente terroristico», ha detto questa mattina. «Noi dobbiamo agire insieme, la lotta al terrorismo non la fa un solo Paese, occorre un’azione internazionale risoluta, un monitoraggio delle persone», ha detto nella riunione di questa mattina. La Francia ripiomba così nel terrore, dopo gli attentati a Charlie Hebdo e al Bataclan dello scorso anno.  Il killer dei due agenti, dovrebbe essere un combattente dell’Isis: la rivendicazione – ma la cautela è d’obbligo –  è arrivata a tarda notte attraverso l’Amaq, l’agenzia di stampa del Califfato, citata dal Site, la società che monitora le attività online delle organizzazioni jihadiste.

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Secondo quanto si apprende dai media francesi, l’autore del doppio omicidio era già stato condannato, nel 2013, insieme con altre 7 persone, per aver favorito la partenza di jihadisti per il Pakistan.
Immancabili le polemiche, perché, come nel caso del killer di Orlando, Omar Mateen, anche Larossi Abbalia, era finito nelle maglie delle forze dell’ordine. Inutilmente. Questa mattina, a proposito di lotta al terrorismo, la presidente della regione Ile-de France ha annunciato di voler cofinanziare un centro “contro i radicalismi”. Lo stesso premier Manuel Valls aveva annunciato che organismi simili saranno creati in ogni regione da adesso fino al 2017.

La rivolta del piccolo Gaza figlio di un trafficante di vite umane

Dismaland- Banksy

Linguaggio schietto, vivo, ritmato. Che schiocca come un colpo di frusta. E al tempo stesso ammalia con la musicalità interna delle frasi. È una prosa poetica e insieme feroce quella che lo scrittore turco Hakan Günday usa per mettere a nudo i criminali che lucrano sulle speranze dei migranti. Lo fa nel romanzo Ancòra (Marcos y Marcos) raccontando chi scappa da guerre e fame, rischiando la vita per cercare di raggiungere l’Europa. Lo fa indagando i carnefici, senza fare sconti a nessuno.

E la vicenda del romanzo è tanto più dirompente perché è vista con gli occhi di un bambino, Gazâ, figlio di un trafficante, Ahad, che gli insegna a tenere a bada i migranti da trasportare in camion fuori dalla Turchia. Il padre lo educa a diventare spietato nel fare la guardia alle persone che aspettano un barcone senza sapere nulla di quel che accadrà.  «I trafficanti sono gli unici a sapere cosa c’è al di là dell’attracco. E cinicamente mercanteggiano illusioni» dice Günday  che martedì 14 giugno apre il Festival Letterature di Roma, insieme a Claudio Magris in una serata di “Memorie migranti”.
cover Hakan-Gunday2La micidiale lezione che Ahad dà a suo figlio è “rassegnati”, “la legge della sopravvivenza è vita mea mors tua“. Gazâ obbedisce. Arrivando a lucrare sulle bottigliette d’acqua che avrebbe dovuto distribuire gratis, avendo osservato che i migranti in quelle condizioni non possono ribellarsi e sono disposti a tutto. Sembra drammaticamente aver perso gli affetti, il senso dell’umano, si sente morto dentro. Ma proprio quando precipita così in basso, accade qualcosa, riesce a vedere la disperazione di queste persone e a vergognarsi di se stesso. E allora scappa lasciandosi alle spalle il padre e la sua educazione alla disumanità. Con in tasca un origami, una rana di carta verde, che gli ha regalato un piccolo clandestino afghano, Gazâ inizia un lungo viaggio, che è anche interiore, alla ricerca di se stesso. Che Hakan Günday scandisce capitolo per capitolo prendendo a prestito termini dalla pittura “sfumato”, “chiaroscuro”, “cangiante”…A poco a poco nella mente di Gazâ rifioriscono colori, emozioni, passioni che aveva “dimenticato” . «Ho immaginato che quel viaggio per lui potesse essere come una rinascita» racconta lo scrittore che da alcuni anni è tornato a Istanbul , dopo aver vissuto  in Europa .

«Gazâ è come un bambino soldato in Africa –  approfondisce -. Un bambino che nasce in queste condizioni può cambiare la sua situazione? Il suo è un viaggio verso lo specchio, il suo passato è così mostruoso che non riesce a vedere se stesso, non riesce a vedere chi è veramente, viaggia per poter diventare un uomo diverso dal padre. Come se quel viaggio  fosse per poter vedere il proprio volto, sapere chi è davvero, al di là di tutte le aspettative culturali, familiari che lo avevano modellato fino a quel momento. E come se dovesse liberarsi del ruolo di mostro che gli è stato assegnato dagli adulti». La scelta di un protagonista del romanzo così giovane, del resto non è casuale, sottolinea l’autore di Ancòra. «Perché i bambini fanno domande, chiedono perché. E gli adulti sono chiamati a rispondere. Anche se più spesso, dicono “questo lo capirai da grande”, che in verità sottintende “a questo ti abituerai quando sarai grande”».

E invece Gazâ non chiude le orecchie, non si rassegna a quel ripetuto “daha” dei migranti. In turco significa “ancòra”, una delle poche parole turche che le migliaia, se non a milioni, di migranti trasitati in Turchia nel corso degli anni e pronunciano, per chiedere acqua, cibo, una possibilità.

Hakan Gunday
Hakan Gunday

«Ho scritto questo libro nel 2013 – ricorda Hakan Günday  -, all’epoca ai naufragi di migranti erano dedicate poche righe sui giornali, non c’erano informazioni, non c’erano i loro nomi, né perché emigravano. L’unica identità che avevano era quella di morto. Dopo aver attraversato migliaia di chilometri e diventavano visibili agli occhi dei più solo da cadaveri. Sui giornali non si diceva nulla neanche di quelli che trafficavano con la loro vita. Scrivere questo libro è stato per me un po’ come studiare come funzionano le dittature e il linciaggio.

Volevo ridare un volto e un’identità a chi era diventato solo un trafiletto». L’Occidente e la stessa Turchia hanno una responsabilità in tutto questo?  «Le persone che vediamo all’addiaccio fuori dalla nostra finestra sono il risultato di secoli di disuguaglianze. Molte tragedie che vediamo adesso in tv ci vedono responsabili. Siamo stati noi a distruggere la Siria, mandando armi, partecipando al conflitto di quel paese, appoggiando ora l’uno ora l’altro. Ma siamo stati responsabili anche con il nostro silenzio. Abbiamo creato un vacuum, un vortice di violenza, ora tocca a noi ricostruire la Siria dopo aver combinato tutto questo».

Ceta, l’Italia sta con la Commissione e il Ttip si avvicina

Per il governo italiano, il Ceta (fratello gemello del Ttip) può passare senza alcuna ratifica da parte dei Parlamenti nazionali. Il 15 giugno, alla Camera dei deputati sarà l’occasione per ascoltare il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, in attesa della decisione del Consiglio europeo del 28-29 giugno sulla competenza degli accordi. Dopo la denuncia di Greenpeace del 10 giugno, anche la campagna StopTtip Italia torna a puntare il dito contro il ministro in merito al trattato commerciale con il Canada, il primo grande accordo con una potenza economica occidentale. Secondo la testimonianza di un diplomatico europeo, raccolta dall’agenzia Reteurs, l’Italia vuol evitare il voto dei Parlamenti degli altri Stati membri, incluso quello italiano. «Calenda ha sostenuto, con un documento presentato a nome del governo italiano, che l’Italia è favorevole a tagliare fuori e il suo Parlamento e quelli di tutti gli Stati dell’unione dal processo di ratifica», rendono noto i promotori della campagna StopTtip. «Mentre altri governi dell’Unione, come Lussemburgo e Francia, rivendicano il potere di ratifica dei propri Parlamenti nazionali sui trattati commerciali misti, come il Ceta con il Canada e il Ttip con gli Usa, Carlo Calenda sostiene la Commissione europea nella richiesta che la partita si giochi tutta a Bruxelles e le Assemblee degli Stati membri non possano avere voce in capitolo». In merito, la Vallonia – che è una delle tre regioni che formano il Belgio e costituisce il 32% della popolazione belga – si rifiuta di dare pieni poteri al governo federale per firmare l’accordo.

 

 

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Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico del governo Renzi

Possono i Parlamenti, che rappresentano la popolazione, essere privati del diritto di esprimere su temi così delicati? Dipende. Se si tratta di accordi misti, no. In caso contrario, sì. Ed è No secondo i promotori della campagna StopTtip: «Nel mandato negoziale definito nel 2011, i governi dell’Ue hanno sottolineato che il Ceta non può essere considerato un accordo su cui la Commissione possa vantare competenza esclusiva. In tema di investimenti, ad esempio, soprattutto per quanto riguarda la temibile clausola Isds, la competenza dev’essere mista, cioè prevedere la ratifica di tutti i Parlamenti degli stati membri». Infine, un invito ai parlamentari italiani: reagite, con tanto di lettera aperta ai presidenti di Camera e Senato e ai parlamentari italiani. Inoltre, sulla piattaforma Progressi.org è attiva la petizione “L’Italia consenta una discussione democratica sul Ceta” A raccogliere l’appello della rete StopTtip, il gruppo della sinistra in Europarlamento: «Già dai prossimi giorni ci batteremo affinché il Parlamento Europeo e il Parlamento italiano adiscano la Corte europea di Giustizia nel caso in cui il Consiglio dell’Unione europea decida di espropriare i cittadini europei, gli Stati membri e i loro rappresentanti democraticamente eletti, del diritto di esprimersi sul futuro dei nostri regolamenti, dei nostri diritti e della qualità della nostra democrazia», ha annunciato l’eurodeputata Eleonora Forenza del Gue/Ngl. «Consideriamo l’esclusione dei rappresentanti del popolo una modalità antidemocratica e contraria ai trattati dell’Unione europea».

European Trade Commissioner-designate Cecilia Malmstrom of Sweden adjusts her glasses as she waits for her hearing before the European Parliament's Committee on International Trade at the EU Parliament in Brussels September 29, 2014. REUTERS/Francois Lenoir (BELGIUM - Tags: POLITICS BUSINESS) - RTR486MU

Cecilia Malmström, commissario europeo per il Commercio

Ceta, favorevoli e contrari. Chi lo sostiene promette vantaggi commerciali per 5,8 miliardi di euro l’anno, con un risparmio per gli esportatori europei di 500 milioni di euro annui dovuta all’eliminazione di quasi tutti i dazi all’importazione. Sul mercato del lavoro, poi, uno studio congiunto di Ue-Canada ipotizza 80mila nuovi posti di lavoro. Tra le preoccupazioni, invece: «Con il via libera al Ceta, la maggior parte delle multinazionali americane, già attive sul territorio canadese, potranno citare in giudizio nei tribunali internazionali privati le aziende europee, avvalendosi della clausola Investment court system (Ics, il sistema giudiziario arbitrale per la difesa degli investimenti), omologo dell’Isds inserito nel Ttip, che tanti Paesi Ue stanno osteggiando». Sono già 42mila le aziende operanti nell’Unione che fanno capo a società statunitensi con filiali in Canada, con l’approvazione del Ceta queste imprese potrebbero intentare cause agli Stati per conto degli Stati Uniti senza che il Ttip sia ancora entrato in vigore, assicurano i promotori. Dopo cinque anni di negoziati, dal 2009 al 2014, per il via libera al Ceta manca solo il voto finale, e quindi la firma. In caso di approvazione entro il 2016, da parte del Consiglio e del Parlamento europeo, il Ceta potrebbe entrare in vigore all’inizio del 2017 previa approvazione dei legislatori, canadesi.