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La misericordia è un reato. Alla faccia del Giubileo

A  Udine tre persone risultano indagate per avere aiutato alcuni profughi della rotta balcanica disorientati in città. Un aiuto breve: i tre si sono permessi (pensa te) di lasciare il proprio numero di telefono mettendosi a disposizione per qualsiasi evenienza. E (criminali!) si sono addirittura avventurati nel lasciare le indicazioni per raggiungere la Caritas locale. Che schifo. Che vergogna. Già.

Favoreggiamento di immigrazione clandestina: questa è la dicitura del reato dell’Italia che si lamenta dei fili spinati degli altri e poi ogni giorno subisce la bava di una durezza del cuore che esonda nell’abbandono per decreto. Quindi da domani sarà favoreggiamento di minore sfamare una ragazzina (ma scoparsela è tollerato), sarà associazione a delinquere Emergency e Amnesty e incarceremo per peculato ogni medico che cura senza chiedere i documenti.

Poi evidentemente cominceremo a pensare che essere diversi sia imputabile di apologia delle differenze (punibile con la sparatoria dentro al bar), conieremo il reato di “intralcio all’interesse multinazionale” o il “vilipendio al prepotente”. E continueremo così, in un declino allegretto ma non troppo che disporrà il delitto di essere minoranza e l’obbligo d’esame di dialetto provinciale per accedere alla mensa scolastica.

Avremo partiti che inneggiano all’odio, poteri che lucrano sulla povertà, grandi gruppi che esportano la fame e il premio di maggioranza per il cazzaro più cazzaro del quinquennio. Saremo un Paese bellissimo: inchiodato alla televisione mandandosi a memoria le canzoncine inneggianti al re.

E i bisognosi? Basta, finalmente. Vietati per legge. Però un Giubileo di tanto in tanto non si negherà a nessuno. Figurati al Papa. Avanti così. Buon martedì.

 

 

Usa, ci sono 6 venditori di armi per ogni Starbucks e 40mila in più che scuole

C’è una bella mappa online che compara il numero di negozi dove gli americani possono compare armi al numero di Starbucks (la vedete qui sopra come immagine, la trovate qui per giocare con i dati), la catena di caffè che troviamo in ogni angolo d’America. «L’idea era quella di mostrare come e quanto fosse pervasiva la presenza di armi nel Paese e per farlo abbiamo deciso di comparare il dato con quello di qualcosa alla quale ciascuno è abituato, gli Starbucks». L’hanno prodotta quelli di 1pont21 interactive per mostrare questa realtà e fare una campagna sul tema mostrando i dati.

Nella loro analisi, quelli di 1point21 Interactive hanno scoperto che ci sono sei venditori di armi da fuoco per ogni per ogni Starbucks (che negli States erano 10.843 nel 2013). I venditori di armi sono anche più dei negozi di alimentari (37.716 nel 2014), dei McDonald (14.350 nel 2014), e dei caffè (55.246 nel 2016). Se poi sommiamo anche i venditori di pistole d’epoca, i produttori e gli importatori, tutti gli imprenditori coinvolti nella vendita, insomma, arriviamo a 138.659 imprese. Circa 40mila in più delle scuole pubbliche, che erano 98.328 nell’anno scolastico 2011-12 e il doppio delle farmacie.

Michela Marzano: «Eravamo tutti Charlie e ora? Perché non siamo tutti Orlando e LGBT?

strage orlando

È indignata Michela Marzano, indignata dopo la strage di Orlando, per quello che è accaduto certo, ma anche per la reazione meno accorata che in occasione di altre tragedie altrettanto terribili come Charlie Hebdo e il Bataclan. Ecco il commento che la deputata ex Pd ha diffuso su Facebook: «Siamo stati tutti ‪#‎Charlie‬. Prima di essere tutti ‪#‎Paris‬. E poi anche ‪#‎Bruxelles‬. E ora? Perché non siamo tutti ‪#‎Orlando‬? Perché non siamo tutti ‪#‎LGBT‬? Che succede? La vita di un gay o di una lesbica hanno meno valore? È colpa loro? Avrebbero fatto meglio a restare in casa piuttosto che andare a ballare? Dovrebbero continuare a nascondersi perché sono sbagliati, diversi, inferiori?
Non sono solo delusa, oggi, per questa reazione timida e assolutamente inadeguata del nostro Paese. Oggi sono profondamente triste. Anzi, inconsolabile. Perché sono i nostri fratelli e le nostre sorelle ad essere stati massacrati solo perché omosessuali. Sono i nostri figli e le nostre figlie ad essere stati cancellati solo perché qualcuno ha deciso che l’omosessualità è sbagliata. Con tutto il corredo di intransigenza che, molto spesso in nome della fede, scaglia le leggi come norme e disprezza la vita. ‪#‎JeSuisOrlando‬»

I Paesi europei e l’appoggio a Brexit. Il sondaggio di Showt

La Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, che sarà valutata dai cittadini britannici nel referendum del prossimo 23 giugno, gode di un buon sostegno a livello europeo. Secondo Showt, una compagnia irlandese che si occupa di comunicazione e media, la maggioranza della popolazione dei Paesi membri è favorevole all’uscita di Londra dalla Ue. Il sondaggio è avvenuto online, e non ha valore statistico. Ma si basa comunque su grandi numeri, e per questo può essere considerato realistico. Così, pur non potendo votare, la cittadinanza europea ha potuto esprimersi sulla spinosa questione che deciderà le sorti del vecchio continente e del mondo intero.

Il sondaggio di Showt
Il sondaggio di Showt

Innanzitutto in alcuni paesi il fronte del «sì» è schiacciante: tra questi vi sono Grecia (77%), Slovenia (76%), Croazia (71%), Polonia (64%) e Austria (64%). Anche Germania e Francia, i due paesi più popolosi e più potenti in termini di Pil dell’Ue sposano le tesi degli euroscettici inglesi, con rispettivamente il 55% e il 57% di favorevoli all’uscita di Londra dalla Ue. Altri Paesi in cui i «sì» sono la maggioranza: Slovacchia (60%), Ungheria (57%), Lussemburgo (57%), Belgio (53%), Spagna (54%), Bulgaria (52%), Lettonia (51%) e Lituania (51%). A pari merito i due fronti nei Paesi Bassi. Tra gli Stati più «europeisti» vi sono innanzitutto l’Irlanda, in cui solo il 21% dei votanti si schiera pro-brexit, seguita da Romania (31%), Portogallo (32%), Repubblica Ceca (41%), Malta (44%), Italia (47%), Estonia (48%), Svezia (49%), Cipro (49%), Danimarca (49%).

Il sondaggio fornisce anche una tabella riassuntiva con i vantaggi, Paese per Paese, di entrambi i possibili esiti. Il principale benefit in caso di vittoria del «sì» sarà la possibilità di riforma dell’Unione europea, in quanto il Regno Unito cerca di stipulare accordi spesso a lui favorevoli, poco conciliabili con gli altri Paesi, e quindi difficili da raggiungere. In caso di uscita sarà più facile trovare posizioni comuni tra le varie nazioni.

Tra i vantaggi in caso di vittoria del «no», il mantenimento della libertà di movimento di persone, il contributo dato da Londra alla crisi dei rifugiati, il ruolo finanziario della City per il continente – difficilmente rimpiazzatile – il vantaggio per l’Unione europea di poter stipulare accordi commerciali favorevoli a causa del mercato interno inglese, ampio e dinamico.

 

L’elettorato pare sempre meno fedele e i faccia a faccia non aiutano il Pd

29/01/2014 Roma, assemblea straordinaria dell'ANCI sulla Tasi, nella foto Piero Fassino

A Torino il Pd ha perso metà del suo elettorato nel corso degli ultimi 15 anni. Lo sostiene l’Istituto Cattaneo, secondo cui il 31 per cento degli elettori che nel 2011 avevano votato per Piero Fassino al primo turno lo hanno tradito per la concorrente diretta al ballottaggio, Chiara Appendino. Secondo il medesimo studio, il Movimento 5 stelle si sta trasformando in “asso piglia tutto”, mostra, cioè, una capacità trasversale di attrarre voti dalla sinistra, ma anche dal centro e dalla destra. Una sorta di Anti Partito della Nazione, una forza politica che approfitta della scelta, fatta da Matteo Renzi, di personalizzare lo scontro politico – «se vince il No vado a casa» – e di radicalizzarlo contrapponendo caos e ingovernabilità al partito dei buoni, come egli dice, al partito di «chi vuol bene all’Italia». Se le cose stanno così è davvero incomprensibile la campagna che il Pd sta conducendo in vista dei ballottaggi. Nel faccia a faccia Appendino-Fassinno, il sindaco uscente ha avuto la sua battuta migliore quando ha accusato la concorrente di essere No Tav: «Torino – ha detto – quando perse il suo statuto di capitale del Regno, seppe puntare sul traforo del Frejus». La Appendino ha insistito sul tema della povertà, dell’occupazione della città divisa e, neanche a farlo apposta, lo stesso giorno un altro studio, questa volta di Ilvo Diamanti, mostra come sia proprio l’occupazione la principale preoccupazione dei torinesi.
Stesso copione nel confronto Giachetti-Raggi.
Roberto Giachetti incalza sulle Olimpiadi, Virginia Raggi sulla ordinaria manutenzione. E lo studio di Diamanti rivela che è la pessima manutenzione delle strade l’emergenza che più angustia gli elettori romani.
Insomma, il rottamatore rischia di rottamarsi. E lo strumento perfetto sono proprio i ballottaggi. Infatti in un sistema che non è più bipolare e sembra invece caratterizzato da una crescente insoddisfazione per i risultati, ritenuti modesti, dell’azione del governo, è più che probabile che una forza trasversale e piglia tutto faccia il pieno dei voti.

I numeri dell’omofobia in America e la strage nel club gay a Orlando

Una donna piange di fronte a un memoriale a New York per commemorare le vittime della strage di Orlando (AP Photo/Andres Kudacki)

«Un atto di terrore e di odio». Barack Obama ha descritto così la strage di Orlando. Un atto di terrore e di odio che aveva un obiettivo specifico: la comunità LGBT, perché l’attentatore, Omar Siddiqui Mateen, non ha scelto una piazza affollata o un locale come tanti, non ha voluto colpire tutti indiscriminatamente, ha scelto con precisione: un locale gay in Florida nel mese in cui ogni anno in tutto il mondo si festeggia il Pride.
A Los Angeles probabilmente poteva accadere qualcosa di molto simile, visto che la polizia, a quanto riporta L.A Times, ha fermato un uomo che si stava recando alla parata del Gay Pride con un auto carica di armi e esplosivo, un vero e proprio arsenale.
E proprio l’odio nei confronti della comunità Lgbt è una delle chiavi per capire davvero cosa è successo a Orlando domenica sera durante la più terribile sparatoria di massa nella storia degli Stati Uniti. «Una sparatoria senza precedenti – scrive la rivista statunitense The Atlantic – in termini di numero di vittime coinvolte (50 ragazzi uccisi e 53 feriti) e di violenza, ma non nella scelta dell’obiettivo. Questo infatti è un esempio extra ordinario di una tipologia di aggressioni che invece sono molto comuni negli Stati Uniti: quelle motivate da un odio profondo nei confronti delle persone Lgbt».

Dei fiori e un cartello lasciati all'esterno dell'ambasciata deli Stati Uniti a Bangkok in Thailandia per commemorare le vittime di Orlando (AP Photo/Mark Baker)
Dei fiori e un cartello lasciati all’esterno dell’ambasciata deli Stati Uniti a Bangkok in Thailandia per commemorare le vittime di Orlando (AP Photo/Mark Baker)

Per capire quanto sia diffuso il fenomeno basta guardare infatti ai dati diffusi dall’Fbi sui cosiddetti hate-crimes, i crimini che hanno come movente l’odio razziale, religioso o sessuale. In un’analisi realizzata nel 2011 dal Southern Poverty Law Center a partire dai dati rilasciati dall’intelligence emerge, per esempio, che fra il 1995 e il 2008, su un totale di 88 mila 463 aggressioni, 15mila 351, ben il 17,4% di tutti gli hate-crimes rilevati, sono avvenute contro persone Lgbt. Confrontando questi numeri con quelli degli altri gruppi sociali si scopre che lesbiche, gay, bisessuali e trans sono in media vittime di violenza 2,4 volte in più rispetto a una persona di origine ebraica, 2, 6 volte in più di uomini o donne di colore, 4,4 volte in più di un musulmano, 13,8 volte in più rispetto a messicani e persone di etnia latina, ma soprattutto ben 41,5 volte in più rispetto agli eterosessuali bianchi. Si tratta una semplice questione di matematica: la comunità Lgbt americana è più piccola rispetto agli altri gruppi etnici o religiosi che compongono la società statunitense e questo fa sì che il numero di crimini che colpisce persone Lgbt impatti maggiormente a livello statistico. Dando uno sguardo anche ai dati diffusi dall’Fbi nel 2013 emerge inoltre che i reati e le aggressioni che avevano come movente principale l’odio erano motivati da questioni legate all’orientamento sessuale ben nel 20% dei casi. L’orientamento sessuale dunque è, ad oggi, l’unico fattore che sembra ancora contare di più della “razza” nello scatenare la violenza e fa riflettere che la maggior parte di questi crimini non sono stati commessi da degli estremisti islamici, ma che sia quindi qualcosa che scorre, nemmeno troppo sotto traccia, nella stessa America che rende legali in tutti i suoi stati i matrimoni gay.

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Non è la prima volta che un club gay diventa un obiettivo per attacchi violenti e aggressioni, nel 2014, per esempio un uomo, Musab Masmari, aveva tentato di incendiare un locale Lgbt di Seattle il giorno della vigilia di Capodanno. Nel bar c’erano 750 persone, fortunatamente nessuno rimase ferito.
Il dato che conta però è che, per tutti questi episodi eclatanti e ben visibili, esistono, e sono la maggior parte, una gran quantità di casi isolati e micro aggressioni, dal pestaggio per strada ad azioni di bullismo nelle scuole, che dimostrano come la discriminazione nei confronti delle persone Lgbt sia ancora molto diffusa e comune. «Molto spesso chi è omosessuale viene diffamato con affermazioni volgari e pesanti» spiega Mark Potok del Southern Poverty Law Center «i gay vengono destritti come pervertiti, pedofili, persone che sono invischiate in pratiche ripugnanti e innaturali. Ci sono tante forme di odio nei confronti di gruppi specifici o minoranze in questo Paese (basta pensare a quanto sta avvenendo con la comunità afroamericana ndr), ma raramente ci si riferisce a loro apostrofandoli in modo così umiliante».
E questa non è una caratteristica propria solo degli integralisti religiosi, siano essi musulmani che inneggiano a Isis perché schifati dal fatto che due uomini si possano baciare per strada, o ferventi e bigotti cristiani convinti di essere portavoce della parola di un qualche dio bianco e altrettanto bigotto. Questa è una forma di discriminazione che fa parte di quel composito Dna di cui sono fatti gli Stati Uniti, un melting pot nel quale agli elettori di Clinton e Sanders si mescolano quelli repubblicani e quelli razzisti e intransigenti di Trump. Nel 2014, secondo dati diffusi dal Public Religion Research Institute, la maggior parte degli Americani riteneva che il sesso omosessuale fosse “moralmente inaccettabile” e il 14% si diceva convinto che l’Aids potesse essere “una punizione divina per aver avuto dei comportamenti sessuali immorali”.

Un luogo di commemorazione per le vittime in Australia (AP Photo/Rick Rycroft)
Un luogo di commemorazione per le vittime di Orlando in Australia (AP Photo/Rick Rycroft)

«Ovviamente non c’è un automatica relazione fra l’odio nei confronti dei gay e le sparatorie di massa – si legge sempre su The Atlantic – ma la retorica e i sentimenti anti Lgbt, che non sono poco comuni, sono parte integrante di gran parte del contesto sociale di cui si compongono gli Stati Uniti» e anche con questa compagine dovrà, deve, fare i conti la politica americana, soprattutto in questi mesi di campagna elettorale e in particolare quando in corsa per la Casa Bianca c’è un candidato come Donald Trump che a aggressioni fondate sull’odio risponde fomentando altro odio.
Ma numeri e dati dell’omofobia negli States uniti a quanto successo con la strage di Orlando aprono la riflessione anche fuori dai confini degli Stati Uniti e ricordare, soprattutto a quelli che “abbiamo tanti problemi più urgenti da risolvere dei diritti Lgbt”: si tratta di una questione di democrazia, vitale (e urgente) quanto tante altre per distinguerci da chi democratico non è.

 

L’Onu cerca il successore di Ban Ki-Moon. Sarà una donna europea?

È dal 31 dicembre del 1981 che alla guida delle Nazioni Unite non siede un europeo. Da quando l’austriaco Kurt Waldheim lascia l’incarico davanti a un’inamovibile Cina che non ne vuol saperne di una sua terza rielezione. Poco dopo, Waldheim, sarà sospettato dalla stessa Onu per il suo coinvolgimento con l’esercito nazista tedesco. Dopo di lui è la volta del peruviano Javier Pérez de Cuéllar, ovvero il primo segretario generale latinoamericano, dell’egiziano Boutros-Ghali, primo presidente africano su proposta dei Paesi non allineati, del ghanese Kofi Annan, e siamo giunti al decennio 1997-2006. Fino a oggi, che il Segretario generale è il sudcoreano Ban Ki-Moon, il cui secondo mandato terminerà il 31 dicembre, tra meno di sei mesi. Chi prenderà il suo posto? La lista dei candidati è lunga, oltre cento i nomi in lizza (qui l’elenco in ordine rigorosamente alfabetico).

kristalina_georgieva_at_ep_hearingChi è Kristalina Georgieva

Al 47esimo rigo troviamo un nome da ricordare: Kristalina Georgieva, bulgara, Banca mondiale nel cv e uno sponsor che ha già cominciato a fare lobby per lei, l’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso. Lui di Georgieva si fida, è stata Commissario europeo per la Cooperazione internazionale, gli Aiuti umanitari e la Risposta alle Crisi dal 2010 al 2014, mentre lui era a capo (per la seconda volta) della Commissione europea. Economista e politica bulgara, Kristalina Georgieva è attualmente vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per il bilancio e le risorse umane in seno alla Commissione Juncker.

Ha una lunga esperienza alla Banca Mondiale, Georgieva, dove inzia a lavorare nel 1993, quando ha appena 40 anni, come economista ambientale per l’Europa e l’Asia centrale. La sua scalata termina nel 2004 (e fino al 2007), quando diventa rappresentante permanente della Banca Mondiale in Russia, poi torna a Washington fino alla chiamata di Barroso. Che oggi la sponsorizza. «Non commentiamo teorie di cospirazione o rumors che circolano sulla stampa», ha fatto retromarcia la Commissione per bocca della portavoce Mina Andreeva. Per poi, però, riaprire la questione: «Quello che posso confermare è che il presidente Juncker e la vicepresidente Georgieva hanno discusso la possibilità che questa questione si potrebbe presentare», e che Juncker «ha grande ammirazione per l’esperienza internazionale, le capacità negoziali e lavorative di Georgieva, specialmente in questo periodo della crisi dei migranti in cui sta organizzando il bilancio per gestire la crisi».

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l’ex presidente della Commissione europea, Manuel Barroso

Perché è importante chi guida l’Onu
Il “direttorio” delle grandi potenze per governare gli affari mondiali conta 193 Paesi più altri due soggetti presenti con lo status di Osservatori permanenti: la Palestina (rappresentata prima dall’Olp e poi dall’Anp) e il Vaticano rappresentato dalla Santa Sede. Tutti gli Stati presidiano all’Assemblea generale, l’organo rappresentativo, ma solo 15 compongono il Consiglio di sicurezza, di cui 5 sono i membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina) e 10 vengono a rotazione ogni due anni. Il Consiglio di Sicurezza ha il compito di adottare tutti i provvedimenti per mantenere la sicurezza internazionale, deve intervenire per evitare che i contrasti fra i Paesi degenerino in conflitti e, in caso di guerra, deve fare il possibile per ristabilire la pace. Decidere se sospendere le relazioni diplomatiche e applica sanzioni economiche, tra cui gli embargo. Infine, di altri organi ancora si è dotata l’Onu in questi 70 anni: segretariato, consiglio economico e sociale, consiglio per i diritti umani, corte internazionale di giustizia. E altre istituzioni come l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).

Orlando: Trump contro i musulmani. L’ipocrisia repubblicana su gay e armi

La strage di Orlando è destinata a cambiare la dinamica della campagna presidenziale Usa? Certamente per qualche giorno. Le indagini ci diranno quanto e come la vicenda impatterà sull’opinione pubblica: se Omar Mateen avesse avuto contatti diretti con l’Isis, fosse stato reclutato online, i repubblicani avrebbero più argomenti, viceversa, se si trattasse come sembra oggi, di un lupo solitario affascinato dalla propaganda del Califfato e dai video sulle esecuzioni dei gay, il tema sarebbe quello della circolazione delle armi e della necessità di regolarla. Certo è che Donald Trump prova immediatamente a passare all’incasso, rilanciando la sua proposta di vietare l’ingresso ai musulmani nel Paese fino a quando non verrà sconfitto l’Isis. Proposta delirante che il miliardario newyorchese rivendica con una serie di tweet nei quali chiede anche le dimissioni del presidente Obama per non aver parlato di islam radicale durante il suo video-messaggio alla nazione (il primo tweet).

Qui sotto Trump dice: «Grazie per ricordare come avessi ragione sull’islamismo radicale… ho chiesto per primo il bando dei musulmani, ma non voglio congratulazioni, voglio fermezza, la nostra leadership è debole e inefficace». Peccato che Omar Mateen fosse un cittadino americano nato negli Stati Uniti: cosa fare, espellere tutti i musulmani d’America dal Paese per motivi religiosi? Anche le decine di migliaia di afroamericani aderenti alla Nation of Islam o Mohamed Alì?

Trump ha anche parlato a Fox News spiegando mescolando le persone che entrano nel Paese con lo stragista di ieri, nominando l’Isis come se davvero avesse organizzato la strage di Orlando e spiegando che «se non ci svegliamo e agiamo le cose non faranno che ». Trump ha anche attaccato la debolezza di Clinton e Obama.

Il comunicato di Hillary Clinton non è una risposta ma affronta la questione da tre fronti: terrorismo, regole per le armi e cordoglio per la comunità gay colpita dall’odio. Sensato e scontato, come pure la risposta di Bernie Sanders, che rilancia anche lui la necessità di votare in Senato un bando per le armi automatiche e semi-automatiche.

La verità è che i repubblicani avrebbero di che vergognarsi per due motivi: oggi commemorano vittime omosessuali delle quali dicono qualsiasi cosa e alle quali cercano in ogni modo di negare diritti uguali agli altri, mentre in Congresso hanno bocciato ogni tentativo di rendere più complicata la circolazione di armi automatiche da combattimento.

Quella qui sotto è un AR-15, l’arma usata per la strage di Orlando. Cosa ha di speciale? È l’arma preferita dagli stragisti americani. È stata usata in cinque delle ultime stragi, da Orlando, Aurora, Sandy Hook, San Bernardino e all’Umpqua Community College. Le armi erano sempre state acquistate legalmente. Per dieci anni, sotto l’amministrazione Clinton, ne era stata ristretta la circolazione con delle limitazioni, poi nel 2004 il bando alle armi automatiche è scaduto e ogni tentativo di rinnovarlo è stato bocciato dal Senato. L’ultima volta dopo la strage di Sandy Hook, nel 2013. L’ultimo voto contrario dei repubblicani – e di un democratico – riguarda una legge che vieta alle persone sospette o indagate per contiguità al terrorismo di comprare armi.

AR15

Il senatore della Florida ed ex candidato alle primarie repubblicane Marco Rubio ha rilasciato un’intervista Tv nella quale non nomina la parola “fucile”. Lo stesso si dica per Ted Cruz – che assieme agli altri pretendenti alla nomination Bobby Jindal e Mike Huckabee – ha anche partecipato nel 2015 a un raduno convocato da un pastore dell’Iowa che sostiene che la Bibbia dica che le persone omosessuali vadano uccise – per quanto conceda loro la possibilità di pentirsi. Crociati da un lato e ben pagati dalla lobby dei fucili dall’altro. Ventidue senatori repubblicani hanno anche votato contro una legge che includeva la violenza contro gli omosessuali nella categoria degli hate crimes, reati motivato da odio razziale o ideologico, che rappresenta un’aggravante al reato violento commesso.

Il senatore Tom Tillis ha votato contro la legge che vieta di vendere armi ai terroristi l’anno scorso ha preso più di due milioni dalla Nra, la National Rifle Association, la lobby delle armi. Paul Ryan, lo speaker della Camera neppure nomina le armi nel suo comunicato, ma se la prende con la «cultura dell’odio» dei terroristi, di soldi dalla Nra ne ha presi meno, 35mila dollari. Una cultura dell’odio che soggiorna in alcune frange repubblicane nei confronti della comunità LGBTQ. Le leggi sui bagni pubblici sono proprio questo, non tanto perché sia grave vietare a una persone di frequentare il bagno che ritiene giusto, ma per l’idea che ci sta dietro: discriminare le persone sulla base dell’orientamento sessuale e fare di questi temi un oggetto della battaglia politica.

Nei prossimi giorni assisteremo a un’ondata di propaganda repubblicana sul terrorismo. La verità è che i lupi solitari come (forse era) Omar Mateen si cibano della retorica anti-islamica che alimenta il loro odio e hanno un accesso così facile alle armi che in casi come questo l’intelligence non serve a nulla: a differenza che a Parigi, per fare una strage non serve organizzarsi, comprare armi al mercato nero, aggirare i controlli. Basta entrare al supermercato.

Dal Congo alla Siria, le guerrigliere raccontate da Wu Ming 5 e Tosarelli

Lieutenant Marimakile Kiakimuakisubua is training with her comrades. She does not declare her age. She studied until the second year of the secondary school. The main reason of her decision to join Mai Mai Shetani/FDP has been an attack from FDLR: they raped her mother and sister, she managed to escape. A week later she left school and joined the rebel group. Buramba military base, Nyamilima, North Kivu, DRC

Nel libro Ms Kalashinikov  (Chiarelettere) la fotografa Francesca Tosarelli indaga un lato poco conosciuto della guerra, quello che vede impegnate in prima linea donne guerrigliere, in varie parti del mondo. In questo volume scritto con Wu Ming 5 racconta in presa diretta, con linguaggio veloce, quasi cinematografico, i suoi incontri con donne che hanno imbracciato il fucile per difendere se stesse e il Paese dove vivono. Scopriamo così che esiste un battaglione tutto al femminile per la liberazione della Siria e che in Congo sono sul campo M23 e Mai Mai Shetani, due gruppi ribelli del Kivu Congo. Sono donne con storie molto diverse fra loro, ma le loro vicende per quanto si svolgano a centinaia di chilometri di distanza, al fondo rivelano alcuni aspetti simili.

Francesca Tosarelli, cosa accomuna queste guerrigliere al fondo?
Sono tutte donne che nascono o crescono in luoghi dove si stanno combattendo guerre legate alle risorse e provengono da un contesto sociale e culturale storicamente patriarcale. Come la maggior parte degli esseri umani avrebbero altri sogni nella vita, ma l’opzione di entrare in un gruppo armato è una tra le poche che hanno per resistere, per non essere (solamente) vittime e per prendere in mano la propria vita. Hanno background, formazioni, ideologie differenti ma ognuna di loro riveste un ruolo in qualche modo di rottura e rivoluzionario. Tutto questo lo ricavo dall’aver lavorato a lungo in Congo con diversi gruppi ribelli. Mentre per quello che riguarda altre milizie – come lo Ypj in Siria o il Kia in Myanmar – per ora è stato un lavoro di studio e ricerca. Grazie a lavori di antropologia, ho scoperto analogie con donne in movimenti di resistenza di altri periodi storici.

Major Masika’s bedroom. In the frame is the younger sister Denadine. Masika, 26, has a business and accounting degree. She has fought in the rebel group Mai Mai La Fontaine and then in M23. In October 2012 she was severely beaten by Mai Mai rebels because of her decision to join M23 and now she can’t sleep at night in her house because of the danger of a repeat attack. Kiwanja, (territory controlled by rebel group M23), North Kivu, DRC
di Francesca Tosarelli, Major Masika’s bedroom. Kiwanja, North Kivu, DRC

La politicizzazione, la lotta contro l’oppressione, sono per queste donne strumento di riscatto anche personale, nonostante il fatto di dover imbracciare le armi?
In alcuni conflitti, contemporanei e non, la mancanza di autorità, la transitorietà dei soggetti al potere, il terremoto nelle esistenze delle vite delle persone crea paradossalmente una possibilità di esplorare differenti modi di essere. Così, in un contesto storicamente patriarcale, per motivi spesso di natura logistica e di necessità, anche le donne sono ‘ammesse’ al fronte. Affrontano un’esperienza che cambierà la loro identità in maniera radicale: sperimentano – nell’estremo del conflitto – direttamente attraverso i loro corpi. La complessità delle loro azioni condiziona, cambia i rapporti con gli uomini e con la collettività. Durante il periodo della guerriglia si assiste, a mio avviso, ad un esperimento che accade in itinere: donne e uomini che erano dentro un contesto non paritario si trovano improvvisamente di fronte a un terremoto di ruoli che mette in discussione pratiche di oppressione millenarie. Questo non significa che automaticamente alla fine del conflitto le condizioni di queste donne miglioreranno e il patriarcato sarà sradicato. I cambiamenti culturali, se avvengono, impiegano generazioni, se non centinaia d’anni. Le esperienze di queste donne però condizionano le loro comunità, il rapporto con gli uomini e la percezione di sé. A seconda di quanto si prolunga la guerriglia e di quanto si accompagna ad un percorso di maturazione e di analisi politica, credo che essa lasci nelle generazioni a venire un portato di cambiamento. Tutto questo, se ci pensiamo, non vale solo per alcuni movimenti di resistenza contemporanei, ma è una dinamica che ha caratterizzato anche altre epoche storiche.

Major Mathilde Samba, 31, and her husband Colonel Jean-Marie Labila, 49. Mathilde and Jean-Marie defected from the army and national police and joined M23 in November 2012. They sent their four children to Kinshasa. M23 compound, Rutshuru, (territory controlled by rebel group M23), North Kivu, DRC
di Francesca Tosarelli Major Mathilde Samba,, and her husband Colonel Labila, 49 , North Kivu, DRC

Tu eri già stata in territori di conflitto, usando l’arma pacifica della fotografia e del racconto. Il fatto di aver visto da vicino la durezza della guerra ti ha permesso di avvicinarle e di guadagnarti la loro fiducia, per farti raccontare le loro storie?
Le avevo studiate sui libri ma era la prima volta che incontravo guerrigliere in carne ed ossa, non sapevo cosa aspettarmi e non avevo nemmeno troppi anni di esperienza alle spalle in zone di conflitto. Ciò che ha reso l’accesso più personale, è stato aver condiviso le mie motivazioni anche politiche, le ragioni più profonde di questa ricerca.
Qual è stato l’incontro più toccante?
È stato emozionante ascoltare il colonnello Fanette Umuraza, mia coetanea con laurea in Scienze politiche, braccio destro del leader militare Sultani Makenga, che mi parlava del suo ruolo rivoluzionario, lì, in mezzo alla giungla del Kivu. Così come lo è stato l’incontro con Marimakele, adolescente che aveva perso il padre durante un attacco ribelle al suo villaggio, e sentire il suo disperato bisogno di prendersi quello che rimaneva della vita nelle proprie mani. Anche quello è stato un bagno di realtà. Devo dire anche che nella condizione di Fanette probabilmente avrei scambiato la mia macchina fotografica per un AK47. Quell’incontro è stato importante per capire che non posso giudicare la scelta della resistenza armata dalla mia comfort zone, che per altro è intrecciata direttamente con le cause dei conflitti contemporanei. E’ il nostro modello consumistico e tutto ciò che serve per mantenere il nostro stile di vita a rendere massacrante l’esistenza di milioni di persone.

Ms kalashnikov
Ms kalashnikov

Il tuo modo di fare fotografia, senza la sicurezza di una agenzia, rifiutando il sensazionalismo, ma anzi cercando di stabilire rapporti, puntando sull’ascolto, chiede un grosso investimento di tempo, di risorse. Come riesci a gestirti? Il tuo successo internazionale fa pensare che c’è ancora posto per il fotogiornalismo di qualità.
In realtà ho praticamente smesso di collaborare coi magazine internazionali sui quali pubblicavo, non c’era più spazio per la tipologia di storie e lo stile che proponevo. E appartenere a un’agenzia non è comunque una sicurezza, gli spazi per i reportage di approfondimento calano di giorno in giorno. Ciò che continua a vendere sono quasi solo le news ma in ogni caso il mainstream ha un’agenda politica rigida con la quale ho fatto sempre più fatica ad interagire: sono interessata a narrare conflitti più nascosti e con punti di vista diversi. Per me è centrale lavorare con le persone protagoniste delle storie in maniera più paritaria possibile, senza reiterare lo stereotipo neocoloniale delle povere vittime. Dici “successo”. Sì, forse lo è portare avanti ricerche di questo tipo in maniera indipendente e trovare il modo di poterle condividere con un grande pubblico. Cosa che accade a me come a tanti altri bravi colleghi. Però il paradosso è che questo “successo” non è accompagnato da un riconoscimento economico. La maggior parte di noi vive vite al limite della precarietà.

Francesca Tosarelli
Francesca Tosarelli

Ti esprimi e racconti attraverso le immagini. Come è stato passare alla scrittura con Wu Ming 5?
Lavorare con Wu Ming 5, Riccardo Pedrini, è stata una delle avventure più ricche che mi sia capitata. È un visionario, una persona di grande spessore intellettuale, umano, politico. Questo romanzo è anche un atto di onestà: ci mettiamo a nudo entrambi, nelle nostre riflessioni, analisi e contraddizioni. Essere compagni di un percorso ha portato durante la scrittura a farci da specchio l’un l’altro, questo si è tradotto in una profonda intimità sulla pagina. E questo colpisce e coinvolge il lettore in prima persona.

Wu Ming 5
Wu Ming 5

E ora abbandonerai la macchina fotografica?
No, la macchina fotografica continua ad essere mio fondamentale mezzo espressivo. Anche se Riccardo mi ha insegnato a scrivere non sono diventata una scrittrice.
Ma forse ho capito che sono capace di raccontare in maniera efficace le mie esperienze, che sono un mix tra ricerca antropologica visuale, storytelling, giornalismo, nomadismo, partecipazione. In questo processo pongo delle domande, a me stessa e al lettore, che chiamo in causa direttamente.
Il mezzo della scrittura, e in questo caso nella forma mista autobiografia/flusso di coscienza, ha radici nella tradizione ma rientra perfettamente nella costellazione di Ms Kalashnikov perché, così mi dicono, l’esperienza della lettura di quel libro è immersiva e coinvolgente. Ciò che vorrei fare è proprio questo creare esperienze che uniscono l’aspetto conoscitivo, emozionale e narrativo e possa no raggiungere un pubblico diverso, senza steccati.

IN TOUR

Francesca Tosarelli e Wu Ming 5 presentano il libro Ms Kalashnikov oggi, 13 giugno, alla Feltrinelli  Libri e musica Duomo a Milano, alle ore 18,30. E il 28 giugno alla Libreria Minerva di Bologna

Le foto pubblicate in questa intervista sono di Francesca Tosarelli e fanno parte del book di Ms Kalashnikov.  Maggiori info su www.mskalashnikov.com

La “nuova stagione” del Teatro Valle: «Spazio alle pratiche di gestione comune»

Un’azione dimostrativa sabato scorso – con una nuova occupazione e l’immediato sgombero da parte della polizia – e un’assemblea cittadina il primo luglio per riaccendere i riflettori sullo stato d’abbandono in cui versa il Teatro Valle di Roma a quasi due anni dall’interruzione dell’occupazione (era il 10 agosto 2014) durata 37 mesi. Nel pieno della campagna elettorale per il ballottaggio, mentre i candidati sindaci Raggi e Giachetti si confrontano, tra l’altro, anche sul tema delle occupazioni, gli artisti e attivisti che hanno animato l’esperienza del Teatro Valle occupato sono tornati sabato 11 giugno ad accendere le luci in sala, anche se per poche ore.

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«Da 669 giorni e 669 notti il Teatro Valle è chiuso. Per il restauro non esiste ancora un progetto. I fondi non sono mai arrivati, i lavori non sono cominciati, la manutenzione non è stata fatta. Qui dove si sono sperimentate forme di partecipazione viva, da due anni il buio in sala non annuncia nessuna apertura di sipario» spiega in una nota il collettivo del Valle, denunciando l’immobilismo della politica locale e nazionale sulle sorti della sala settecentesca al centro della Capitale. «A Roma le politiche culturali e la progettualità artistica non sono mai state così disastrose. La volontà dell’amministrazione, e della sua successiva gestione commissariata, è stata quella di chiudere spazi piuttosto che aprirne di nuovi».

Mentre fuori le forze dell’ordine tentavano di aprire la porta, all’interno del teatro si diffondeva l’aria delle Nozze di Figaro di Mozart. A sottolineare, spiegano gli attivisti, il «tempo scaduto rispetto alle promesse disattese che hanno indotto l’uscita dallo spazio nell’agosto 2014. Tempo scaduto sull’accordo tra Mibact e Comune di Roma, annunciato dal luglio 2011 e mai avvenuto».
Da qui, la denuncia dello stato di abbandono del teatro e della mancanza di vere e nuove politiche culturali, ancora legate alla «retorica del bando» e alla «consuetudine delle nomine dall’alto» e che «non sono state un tema di discussione neanche in questa campagna elettorale».

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L’azione dell’11 giugno vuole dunque portare l’attenzione su pratiche di gestione comune – l’esempio più citato è la sperimentazione dell’ex Asilo Filangieri a Napoli – e sulla necessità di autogoverno delle comunità. «Volevamo fare un’assemblea pubblica in teatro ed è stato impedito. Eravamo disposti a farla in strada ed anche questo non è stato permesso. Invitiamo pertanto tutte/i a partecipare il primo luglio a un’assemblea cittadina che si interroghi su queste questioni». Giovedì 16 giugno alle 19 si svolgerà un incontro preparatorio (a Sparwasser, via del Pigneto 215).

IL VIDEO
Luci in sala. Breve cronistoria di poche ore di ossigeno