In morte di Marco Pannella, il ricordo dei giornali
Più disuguaglianze e welfare inefficiente. Che Italia fa secondo l’Istat
L’Italia esce da una recessione lunga e profonda e il suo sistema economico e sociale ne porta ancora i segni. A fotografarli, il rapporto annuale dell’Istat presentato questa mattina a Roma: aumentano le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, la spesa per il welfare è distribuita in modo da espandere la fascia più povera del Paese e le famiglie senza fonti di sostentamento sono più dello scorso anno. A fare le spese di questi squilibri, sono soprattutto le fasce più giovani della popolazione: un quarto dei nostri giovani (il 25,7%) non studia né lavora e il 62,5% dei 18-34enni vive ancora con i genitori. Dal 2008 i Neet (quelli che non studiano né cercano lavoro) sono aumentati di oltre 500mila unità dal 2008, ma nel 2015 sono 64mila in meno del 2014 (-2,7%).
In un quadro economico ancora incerto – ha sottolineato il presidente dell’Istat Giorgio Alleva nel corso della presentazione – si segnalano sul versante positivo «una maggiore sostenibilità del debito pubblico, una ripresa di competitività sui mercati esteri e il miglioramento della condizione degli anziani». La ripresa dei consumi non è però in grado di bilanciare il calo dei prezzi energetici e l’andamento della dinamica dei prezzi è ancora molto debole. In più, se si guarda alla produzione industiale, «il numero di comparti in crescita risulta inferiore rispetto al passato».
Il 2015, però, si segnala come l’anno del minimo storico delle nascite: 488mila e 15mila in meno dell’anno precedente, con un aumento corrispondente dei decessi (+91,% su base annua) e una flessione della durata della vita media (80,1 anni per gli uomini e 84,7 per le donne, contro l’80,3 e 85,0 del 2014). Il peso delle nuove generazioni è fra i più bassi d’Europa: meno di un quarto della popolazione ha tra 0 e 24 anni, circa la metà rispetto a 90 anni fa. Un “degiovanimento” (così lo chiama Istat) fortunatamente mitigato dai 971mila bambini stranieri nati in Italia tra il 1993 e il 2014.
Sono 2,2 milioni le famiglie che non possono contare su un reddito da lavoro. Dal 9,4% del 2004, si è passati al 14,2% del 2015. Al Sud sfiorano il 25 per cento della popolazione (24,5), al Nord sono l’8,2 e al Centro l’11,5. Il livello di protezione sociale in Italia è tra i peggiori in Europa. Fa peggi di noi soltanto la gregcia. Colpa della spesa pensionistica, che assorbe risorse altrimenti destinate ad altre finalità, commenta l’istituto di statistiche, che quest’anno celebra il suo novantesimo anno di età.
In vent’anni, dal 1990 al 2010, la diseguaglianza nella distribuzione del reddito ha subito la maggiore divaricazione tra i Paesi che la misurano (utilizzando l’indice di Gini sui redditi individuali lordi da lavoro): da 0,40 a 0,51. Anche le previsioni relative alla dinamica occupazionale non fanno ben sperare. Al netto del dibattito sugli effetti del Jobs act, per l’utilizzo della forza lavoro non dsi prevedono miglioramenti sensibili: mantenendo le dinamiche attuali, nel 2025 avremo un tasso di occupazione vicino a quello del 2010.
Amministrative 2016. I problemi di Napoli raccontati dai napoletani
Siamo andati nelle principali città italiane al voto il 5 giugno per sapere cosa ne pensano i cittadini e quali sono i problemi che secondo loro dovrà risolvere il nuovo sindaco. In questo video l’opinione dei cittadini partenopei sulla loro Napoli.
Servizio di Giorgia Furlan
Riprese di Felice V. Bagnato
Parliamo delle amministrative a Napoli anche su Left in edicola con un’intervista a De Magistris
Scampata la catastrofe, dove andrà sinistra italiana
È buio, siamo alle spalle della stazione Tiburtina, a Roma, in uno stanzone con le pareti bianche e un incredibile pavimento di linoleum a scacchi bianchi e neri, come la dama. La decisione era attesa per il primo pomeriggio e invece è arrivata solo in tarda serata, tanto per far restare Stefano Fassina su spine «molto appuntite», come ci scrive quando sono ancora le quattro e mezzo del pomeriggio. Arriva, la decisione del Consiglio di Stato, quando l’assemblea di Sel, a Roma, andava avanti da ore. Stava parlando Massimo Cervellini, compagno di vecchia data, passato attraverso il Pci, i Ds, poi il correntone che sfidò Fassino, e ora senatore di Sinistra Italiana. Poi il boato, il Consiglio di Stato riammette la lista “Sinistra per Roma – Fassina sindaco” e quindi Stefano Fassina torna in corsa per le comunali, per il voto del 5 giugno.
Torna libero dalle spine. In sala gioiscono tutti, ma i giornali del giorno dopo scriveranno che un pezzo di Sel era in realtà dispiaciuta, consapevole che la figuraccia sarebbe costata cara (e cinque anni fuori dall’assemblea capitolina) ma avrebbe permesso di regolare una serie di conti, di spazzare via la dirigenza che finora ha guidato il partito, spingendo nella direzione in cui spinge anche Fassina, pur a modo suo e – si dice – tentato dalla leadership forte di un rapporto con pezzi di Rifondazione che per ora guarda da lontano Sinistra italiana. Regolare i conti con chi ha spinto nella direzione di un nuovo soggetto politico marcatamente autonomo dal Pd. Troppo autonomo, è il giudizio.
La rappresentazione è ovviamente forzata, sembravano tutti veramente contenti nella sala col pavimento a scacchi. Ma è forzata solo un po’, come dimostrano gli stracci volati nei giorni della Passione, prima e dopo la sentenza del Tar, con Fassina che non si è sottratto dal gettare benzina sul fuoco, facendo intendere che in fondo la colpa dello scivolone che sembrava insanabile fosse delle diverse prospettive politiche: «Non si può portare avanti la fase costituente quando il nucleo fondativo ha opzioni contraddittorie» ha detto Fassina al Corriere, «la vicenda romana impone un chiarimento definitivo sulla prospettiva. Io non vedo complotti, vedo due impianti di cultura politica. Da una parte chi, come me, considera chiusa la fase del centrosinistra. Dall’altra, chi pensa che il nostro destino sia l’alleanza subalterna con il Pd».
Come sta andando dunque, il percorso di Sinistra italiana? Insomma. Le iscrizioni sono al palo, la piattaforma Commo che dovrebbe aprire la via a un partito nato dal basso e ricordare Podemos è più un blog con qualche sondaggio che altro. Si dirà che il congresso è ancora lontano e che tutto si animerà, ma è ancora una mezza verità. La verità è che non è certo solo Gad Lerner a pensare che «se anche Fassina prendesse il doppio dei voti che gli danno i sondaggi resterebbe ininfluente».
Questo articolo continua sul numero 21 di Left in edicola dal 21 maggio
Dialogo tra un vecchio gufo e uno “che vuol bene all’Italia”
“Benvenuto, ora che Renzi ha preso a dire che non vuol più personalizzare il voto d’ottobre, potremo finalmente parlare del merito delle riforme, ben 47 articoli della costituzione cambiati e stravolti”.
“Va bene, ma non cominciare. Fine del bicameralismo paritario, voto di fiducia e leggi di bilancio in una sola Camera. Non ti pare già tanto per rendere più veloce e moderno il processo legislativo. O ti metterai anche tu a spaccare il capello come quei professoroni che – lo sai bene – non firmano mai nulla che non abbiano scritto di mano propria”.
“Ti ricordo che il progetto di riforma di noi Gufi al Senato, quello scritto da Casson, da Tocci, da Mucchetti prevedeva, anch’esso, che bilancio e fiducia spettassero solo alle Camere, lasciando al Senato della Repubblica, le “garanzie”, le questioni dei diritti, le leggi che rimandano ai valori fondamentali previsti dalla Costituzione. Poi, mio caro, tagliava più diarie del progetto Renzi Boschi: 150 senatori e 350 deputati, solo 500 eletti contro i 630 deputati più 100 senatori che ce ne lascia il rottamatore”.
“Corradino, non capisci. Come si può eleggere a suffragio generale una Camera che non vota più la fiducia né la legge di stabilità e poi c’era necessità di cambiare la cattiva riforma del titolo quinto, lasciataci dalla sinistra quando scimmiottava i leghisti”.
“L’hai detto, non capisco proprio perché le alte funzioni di garanzia non possano essere delegate ad eletti dal popolo. Quanto alla riforma della riforma del titolo quinto, è stata infilata a forza nel testo per sostenere la tesi del Senato delle Regioni. Solo che l’aborto che ne è uscito non somiglia affatto al Bundesrat: 100 senatori scelti in modo proporzionale ai voti ricevuto in regione dai Consigli regionali. Sai che vuol dire? Cento pretoriani di partito, cento questuanti a Roma, cento politici che passano dagli affari locali allo scudo dell’immunità”.
“Già bravo tu, erano meglio Razzi e Scilipoti? Forse non aveva tutti i torti Matteo quando vi ha accusato di perdere tempo per non perdere la poltrona”.
“Veramente avevo proposto di sciogliere il Senato. Semplicemente, una sola Camera meglio di due con sette diversi processi legislativi, un ping pong che proseguirà e sarà regolato, quando lo sarà, pagando qualcosa a chi fa perdere tempo. Oppure dovrà intervenire la Corte, più e più di prima”.
“Il solito estremista, o non vuoi cambiare niente, far saltare tutto. Sciogliere il Senato, ma dai!”.
“Guarda che era una proposta serissima. Voleva costringere Renzi e la sua maggioranza accecata a prendere in considerazione la necessità di rafforzare i poteri di garanzia, quando si lascia in piedi una sola Camera e la si vuole eleggere con una legge super maggioritaria come l’Italicum”.
“Garanzie, garanzie, ma hai visto che maggioranza ci vuole per eleggere il Presidente della Repubblica? E quando mai lo sceglie il premier se l’opposizione non è d’accordo”.
“Beh, a un certo punto basta la maggioranza dei presenti. Ma guarda fingiamo che le opposizioni – saranno molte e diverse per via dello sbarramento bassissimo al 3% – si coordinino e diano filo da torcere al premier contestando la sua proposta per la Presidenza. ma non c’è una clausola di caduta, si può votare all’infinito e sputtanare le istituzioni. In Grecia, il solo Paese oltre al nostro con una legge proporzionale e premio di maggioranza, quando dopo 3 voti non si riesce ad eleggere il presidente si sciolgono le camere”.
“Insomma non ti ho convinto, ma continueremo a discutere”.
Sì, certo, Renzi permettendo.
Come sta andando dunque, il percorso di Sinistra italiana? Insomma. Le iscrizioni sono al palo, la piattaforma Commo che dovrebbe aprire la via a un partito nato dal basso e ricordare Podemos è più un blog con qualche sondaggio che altro. Si dirà che il congresso è ancora lontano e che tutto si animerà, ma è ancora una mezza verità. La verità è che non è certo solo Gad Lerner a pensare che «se anche Fassina prendesse il doppio dei voti che gli danno i sondaggi resterebbe ininfluente».
Questo editoriale lo trovi sul numero 21 di Left in edicola dal 21 maggio
Cile, il disastro della marea rossa in immagini

La chiamano “marea roja” e in pochi giorni ha trasformato l’arcipelago cileno di Chiloé da meta turistica in cimitero della biodiversità, marina e non solo. La marea in questione è frutto dell’abnorme proliferazione di alghe tossiche e maleodoranti che hanno messo in ginocchio la pesca e l’economia locale, dal momento che possono causare danni anche gravi alla salute umana. Una tossina idrosolubile sintetizzata da alghe microscopiche dette “dinoflagellati” paralizza il sistema nervoso centrale fino a uccidere pesci, uccelli e altre specie che popolano il mare e la costa, compresi i grandi mammiferi marini. Si chiama saxitossina ed è nota anche come “veleno paralizzante dei bivalvi”.

Il fenomeno non è inconsueto nelle isole cilene, ma – assicurano i pescatori – è la prima volta che si manifesta in forma così estesa e con una tale quantità di animali coinvolti. Partita dalla regione di Los Lagos, si è estesa rapidamente al nord verso Los Rios senza accennare a diminuire d’intensità, tanto che il ministro della Pesca e Acquacoltura cileno, Raul Sunico, ha dovuto chiudere gli allevamenti. Probabilmente è la marea rossa più estesa mai verificatasi nel continente sudamericano. Gli scienziati spiegano che le dimensioni di questa estesissima fioritura algale, che si prevede duri ancora per molte settimane, sono strettamente connesse alle temperature record registrate in questi mesi, anche in connessione con El Niño, il fenomeno meteorologico che provoca il surriscaldamento delle acque del Pacifico. I cambiamenti climatici, dunque, giocano un ruolo centrale nella diffusione ed estensione di questi fenomeni.

Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza in tutta l’area, ma ciò non è bastato a placare le proteste della popolazione locale, preoccupata per la sua stessa sussistenza, contro la presidente cilena Michelle Bachelet. I pescatori in particolare attribuiscono la responsabilità del disastro agli allevamenti di salmone – molto diffusi in Cile e il cui impatto ambientale è effettivamente elevato. Il sospetto è anche legato al fatto che all’inizio del 2016 un’altra “invasione” di alghe ha causato proprio una moria di salmoni, con migliaia di tonnellate di pesce allevato in decomposizione scaricate in mare. Finora sono andate perdute 100mila tonnellate di salmone (e un quantitativo molto maggiore di altri pesci e crostacei), ma le aziende che gestiscono gli allevamenti respingono le accuse.

Ora i pescatori chiedono risarcimenti adeguati da parte dello Stato. Lo scorso 13 maggio, il ministro dell’Economia, Luis Felipe Céspedes, ha annunciato la costituzione di una commissione di scienziati indipendenti con lo scopo di individuare le cause del fenomeno. L’obiettivo è duplice: determinate l’esistenza di un nesso tra il cosiddetto “dumping del salmone” e la marea rossa e realizzare un piano d’intervento rapido ed efficace. Dopo giorni di proteste e blocchi stradali, seguiti da negoziati tra comunità locali e governo, in molte comunità la protesta è quasi rientrata. Il governo ha accettato di risarcire ogni famiglia coinvolta con 441 dollari, dopo che l’offerta di 147 dollari per ogni nucleo familiare aveva fatto esplodere le contestazioni. Ma la crisi potrebbe farsi sentire ancora per mesi e i danni all’ecosistema molto di più.


















Testo di Raffaele Lupoli
Gallery a cura di Monica di Brigida
20 maggio 1970: nasce lo Statuto dei Lavoratori. Una storia di attacchi e resistenza

Lo Statuto dei lavoratori compie 46 anni. Il 20 maggio del 1970 la legge 300/1970, conosciuta anche come “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” venne pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Era stata approvata alla Camera il 15 maggio con i 217 voti favorevoli della maggioranza al governo (democristiani, socialisti unitari e liberali) e dei repubblicani. Missini, Pci e Psiup si erano astenuti: in particolare i comunisti, pur essendo d’accordo con il testo, lamentavano la mancanza di tutele per i lavoratori delle imprese più piccole – quelle con meno di 15 dipendenti.
Il provvedimento, uno dei più avanzati al mondo in materia dei diritti di lavoro, ha dato piena attuazione alle disposizioni previste dalla Costituzione e rimaste fino ad allora inapplicate. Le novità introdotte furono molteplici: con l’art.1 venne sancita la libertà d’opinione del lavoratore, che sostanzialmente non poteva più venire discriminato o licenziato per le sue opinioni politiche o religiose. Un’altra importante norma (art.2) all’epoca considerata il cuore della legge, prevedeva il divieto per il datore di lavoro di ricorrere alle guardie giurate per controllare l’attività dei dipendenti. L’art.4 proibì invece l’uso di impianti audiovisivi per sorvegliare a distanza le attività dei lavoratori. Norma parzialmente “tradita” dal controllo a distanza con dispositivi web e telecamere previsto dal Jobs act. Ma questa è solo una delle ultime tappe della storia travagliata dello Statuto, segnato negli anni da tentativi di modifica e da cambiamenti reali. Per esempio a proposito dell’articolo 18, una delle novità principali. La norma, che prevedeva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo, è stata depotenziate dalle ultime «riforme» in materia di lavoro: in primis la legge Fornero (dal nome della Ministra del Lavoro del governo Monti) ha introdotto una casistica di possibilità che prevedono l’erogazione di un indennizzo economico al posto del reintegro sul luogo di lavoro per i lavoratori licenziati senza giusta causa. Il Jobs Act del governo Renzi invece «congela» le tutele previste dalla norma per i contratti stipulati dopo il 1 marzo del 2015. Ma Renzi arriva per ultimo, come dicevamo. L’art. 18 aveva infatti resistito agli attacchi dei vari governi Berlusconi che si erano espressi per l’abolizione della norma. Si pensi che nel 2002 la Cgil dell’allora segretario Sergio Cofferati portò al Circo Massimo oltre 3 milioni di persone, contro la proposta del Ministro del Lavoro Roberto Maroni di sospendere l’art. 18 per quattro anni.
Un po’ di storia. Nei primi anni della Repubblica le disposizioni previste dalla Costituzione rimasero a lungo lettera morta. La Polizia, guidata in quegli anni dal ministro dell’Interno Mario Scelba, attuò una dura politica antisindacale di repressione degli scioperi e delle agitazioni operaie, lasciando spesso sul terreno numerosi morti e feriti – come avvenne, ad esempio, con la strage di Modena del 1950. Il clima all’interno delle fabbriche era all’epoca molto duro, e per gli operai politicizzati e sindacalizzati c’era il serio rischio di essere mandati a casa senza la possibilità né di un indennizzo economico né del reintegro. Addirittura la Fiat degli anni 50 e 60 schedava i lavoratori più attivi nel difendere i loro diritti, per poi licenziarli.
La proposta di Giuseppe Di Vittorio. Già al Congresso della Cgil di Napoli del 1952, il fondatore e segretario generale Giuseppe Di Vittorio, propose l’approvazione di uno Statuto con il fine di «portare la Costituzione nelle fabbriche» e di rendere così effettivi tutti quei principi di libertà in materia di lavoro previsti dalla Carta ma rimasti in sostanza inapplicati.

«La proposta di Brodolini. Alle lotte studentesche del ’68 seguirono le lotte operaie del ’69 («l’autunno caldo»). Tra il settembre e il dicembre del ’69 il conflitto sociale raggiunse il suo apice. La questione principale era il rinnovo di 32 contratti collettivi di lavoro, che interessavano ben 5 milioni di persone. L’episodio più significativo avvenne allo stabilimento Fiat di Mirafiori il 29 ottobre dello stesso anno, giornata in cui era stato indetto uno sciopero per il rinnovo del contratto metalmeccanico: alcuni uomini vi entrarono armati di spranghe e devastarono alcune linee di montaggio. Alla decisione dei vertici dell’azienda di denunciare 122 operai ritenuti responsabili dell’accaduto, i sindacati organizzarono numerose mobilitazioni. Alla fine il ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin, democristiano, costrinse l’azienda torinese a ritirare le denunce. Il clima era comunque molto teso, gli scontri di piazza tra attivisti della sinistra extraparlamentare e operai da una parte e polizia dall’altra erano molto frequenti, come del resto lo erano le occupazioni di fabbrica. La tensione raggiunse il suo culmine con la strage di Piazza Fontana del 15 dicembre del ’69, che provocò 17 morti e decine di feriti.
In quegli anni nacque la formula del «centro-sinistra organico»: in poche parole i democristiani governavano assieme ai socialisti. E socialista era il ministro del Lavoro dell’epoca, Giacomo Brodolini, che raccolse la sfida lanciata anni prima da Di Vittorio, costituendo una Commissione di esperti incaricata di redigere una bozza di testo, guidata dal docente universitario Gino Giugni (scomparso nel 2009), anch’egli socialista. Brodolini morì subito dopo l’istituzione della Commissione, e non riuscì ad assistere all’approvazione della legge 300 il 20 maggio del 1970. In memoria del giuslavorista fu creata una fondazione con sede a Roma.
Il futuro. Nonostante gli attacchi e le modifiche degli ultimi anni, la partita è tutt’ora in corso: la Cgil ha proposto l’istituzione di un nuovo Statuto dei Lavoratori, la Carta dei Diritti Universali del Lavoro, una raccolta di norme volte a proteggere tutte le tipologie lavorative e contrattuali, non solo di quelle di tipo dipendente – si pensi al lavoro autonomo, completamente sprovvisto di garanzie e di tutele. La raccolta delle firme necessarie per far diventare la proposta una legge di iniziativa popolare è partita lo scorso 9 aprile. Assieme alla Carta la Cgil promuove anche due referendum abrogativi, i cui quesiti chiedono l’abolizione dei voucher e della disciplina dell’indennizzo economico in caso di licenziamento illegittimo. La campagna proseguirà fino all’8 luglio per i quesiti referendari, mentre per la Carta terminerà il prossimo 8 ottobre. Sarà possibile firmare in tutta Italia. Per trovare il punto di raccolta firme più vicino basta cliccare qui.
7 fotografi in Grecia sulla rotta dei migranti
«Arrivato ad Evzoni, paese prima di Idomeni, appare tutto molto tranquillo», racconta il fotografo Simone Mizzotti appena messo piede in Grecia «attorno solo campagna, campi coltivati e agricoltori che lavorano la terra. Imbocco la strada per Idomeni, verso il confine con la Macedonia, e subito si apre uno scenario surreale. Sulla sinistra alla stazione dell’Hara Hotel si vedono decine e decine di tende ammassate sotto il distributore di benzina, e tutte intorno nei campi. Questa è una delle aree di servizio occupate dai migranti».

«Proseguo e arrivo al campo di Idomeni, tassinari attendono che qualcuno chieda loro di portarli chissà dove, cercando di speculare sulla disperazione e sulla speranza. Parcheggio e mi incammino attraverso il campo profughi. La strada conduce verso la ferrovia, sia a destra che a sinistra ci sono tende, alcune piccole altre grandi che ospitano famiglie più numerose.
Arrivato alla ferrovia si apre uno scenario apocalittico, di nuovo un mare di tende, sono ovunque sui binari. Fuochi accesi per farsi da mangiare e fumo, anche quello ovunque. Imbocco i binari, cerco di non guardare le persone, è una cosa che mi viene spontante un po’ per istinto un po’ per rispetto. Eppure è impossibile non notare le pessime condizioni di vita.
«Arrivato alla ferrovia si apre uno scenario apocalittico, di nuovo un mare di tende, sono ovunque sui binari. Fuochi accesi per farsi da mangiare e fumo, anche quello ovunque».
Dopo una lunga camminata e dopo aver ripreso fiato, inizio a fotografare ma con molta fatica. Ritorno sui binari della ferrovia e incontro una famiglia che mi invita a sedermi con loro e bere un bicchiere di tè. Accetto e mi siedo, mi parlano in arabo cercando di farsi capire, e ci riescono, vogliono solo un tetto e un materasso per far dormire i loro figli. Fumiamo una sigaretta e dopo due sorrisi gli scatto una polaroid, gliela regalo e mi ringraziano sorridenti, ci salutiamo e me ne vado. decido di rientrare in Hotel, come primo giorno può bastare. me ne vado con meno peso sullo stomaco e con un bel sorriso in più.
I giorni successivi sono più distesi, ma ogni mattina rientrando al campo sento sempre il peso di questa situazione assurda e incomprensibile».

Un’altra testimonianza diretta viene da Francesco Mammarella: «Oggi abbiamo visitato il centro di accoglienza dei rifugiati di Leros, che ospita circa cento persone, molte delle quali sono bambini ed adolescenti. Avremmo potuto scattare centinaia di fotografie emozionanti, ma non ne abbiamo realizzato neppure una. Abbiamo preferito fare qualcosa per loro: cinque intense ore di gioco, tra cui una combattutissima partita a calcio tra i team Siria-Iraq-Afghanistan-Italia contro Siria-Iraq-Pakistan finita, forse, con la vittoria di quest’ultima».
«Avremmo potuto scattare centinaia di fotografie emozionanti, ma non ne abbiamo realizzato neppure una. Abbiamo preferito fare qualcosa per loro: cinque intense ore di gioco».

Pannella e i visionari che ci mancano
Strano il mondo: muore Marco Pannella e Adinolfi può scrivere “le sue conquiste sono falsi diritti”. Adinolfi è così: tutta una vita a negare i diritti agli altri e degli altri facendone una professione. Ma non è di questo che voglio scrivere, no. Su twitter interviene qualcuno e gli dice “caro Adinolfi, senza Pannella non avresti potuto risposarti a New York”. E a me è sembrato, sinceramente, uno dei coccodrilli più belli per il leader radicale.
Perché Pannella è uno dei grandi riformatori dei diritti di questi ultimi anni, per di più in un Paese schiacciato dalla nebbia clericale, conformista e piccola borghese. E visionario. Visionario senza misticismo. Visionario come ne mancano qui, di visionari appassionanti e appassionati.
E sapeva, lui, che il ruolo di politico non è poi così diverso dal drammaturgo e capocomico: richiede una continua inventiva provocatoria e la capacità di scrivere la sceneggiatura dei giorni che vengono, mentre tutti stanno lì appesi ad aspettare che si lanci la battuta. E le stesse lacrime che si sprecano in queste ore (in un Italia che d’improvviso si riscopre radicale con le mani ancora sporche dell’ultimo gorgo di omofobia) sono la scenografia perfetta di un baldanzoso mattatore che ha gestito tempi e modi. Battute, personaggi, tempi e modi. E politica. Ma politica per davvero, quella che cambia la giornata, quella che modifica il modo di vivere, a la giornata, quella che scrive scene che pochi avrebbero immaginato e pochissimi avrebbero osato a scrivere.
Per questo quando mi è capitato di leggere quella risposta sottovoce, quel “senza Pannella non ti saresti risposato” scritto a Adinolfi, ho pensato che davvero, prima o poi nella vita, ci è capitato a tutti di abitare in qualche battaglia radicale pur tenendone poco conto. L’abbiamo incrociato tutti, Pannella, e forse ci servirebbe qualcuno capace di immaginare il futuro.
Fotografia e verità. Gianni Berengo Gardin in mostra
Venezia è come un palinsesto in cui le epoche e il susseguirsi delle generazioni si lascia leggere in filigrana. È il miracolo di una città sull’acqua in cui ogni palazzo storico è differente dall’altro, con un tocco di originalità, ma entrando in risonanza con l’intorno, concorrendo a comporre l’immagine di una città unica al mondo. È questa continua trasformazione della laguna e dell’identità urbana senza perdere mai la propria “anima” che Gianni Berengo Gardin ha saputo cogliere e documentare nei suoi straordinari scatti.
Per oltre cinquant’anni, fino all’inaccettabile sfregio che si registra ai nostri giorni, con grandi navi da turismo che svettano a pochi metri da piazza San Marco, inquinando e rovinando il paesaggio con la loro dismisura. Amando immensamente la città, Berengo Gardin ha messo a servizio la propria arte per denunciare questo scempio e le sue foto, grazie alla sua fama internazionale, hanno fatto rapidamente il giro del mondo. Alcune di queste drammatiche immagini che raccontano l’agonia di Venezia sono ora in mostra nell‘antologica che gli dedica Contrasto-Forma nelle sale di Palazzo delle Esposizioni a Roma.
Con il titolo Vera fotografia la mostra, curata da Alessandra Mammì e Alessandra Mauro, ripercorre tutta la longeva carriera di questo maestro che ha raccontato l’Italia con impegno civile e attenzione alle persone, al paesaggio, al patrimonio d’arte. Allievo di Piero Monti, al quale si deve la prima, straordinaria, mappa fotografica dei beni culturali in Italia (strumento essenziale per la tutela), Berengo Gardin ha fatto proprio il compito di documentare non solo i centri storici e il patrimonio diffuso lungo tutta la penisola, ma anche le trasformazioni della realtà urbana, il degrado, i “non luoghi” di periferia. A 85 anni, dopo cinquant’anni in bianco e nero e 250 libri, continua a praticare la fotografia con passione. Come testimonia questa retrospettiva romana affacciata sul presente, fuori da ogni retorica celebrativa.
Vi si ritrovano qui gli scatti più estetizzanti in cui si può riconoscere l’influenza della tradizione francese Cartier-Bresson, Doisneau, Boubat e di quella sociale americana alla Willy Ronis con il quale entrò in rapporto diretto negli anni Cinquanta. A Roma, dopo il passaggio alla Biennale foto industria, approdano anche alcune fotografie della sua straordinaria collaborazione con Adriano Olivetti, in cui in primo piano ci sono le macchine, le catene di montaggio, gli ingranaggi, mettendo insieme estetica e sociale, tanto che alcuni di questi scatti in corrusco e drammatico bianco e nero sembrano delle pitture costruttiviste e quasi astratte.


















