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Marco, un’ultima domanda: chi è il tuo erede?

Marco Pannella ANSA/ CIRO FUSCO

“Grazie!”, hai detto grazie quando hanno proposto di sedarti. Grazie è una parola semplice, un manifesto della non violenza: a te che colpisci, che non vuoi capire e pretendi di togliermi la parola, rispondo indossando il bavaglio e dico grazie. Grazie, un sospiro con cui accettavi la morte, come deve fare chi ha voluto e saputo dare un senso alla vita.

In te, in modo rivoluzionario e pirotecnico, ha vissuto una delle più grandi tradizioni della cultura politica italiana, quella radicale e azionista. L’estrema sinistra borghese al tempo del Regno, Cavallotti, Colajanni. Poi il Partito d’Azione che ha illuminato la scena nell’immediato dopo guerra. Tu sei arrivato dopo. Anche a un vecchio che sembrava eterno, quale sei stato, può capitare di arrivare dopo. Dopo la fine dell’illusione azionista. Dopo che Ugo La Malfa aveva preso a far da lievito alla destra intelligente, e Vittorio Foa alla sinistra innovatrice. Tu, ragazzo, stavi a sinistra con un sentire di destra: giovane liberale impegnato nell’UGI, l’Unione goliardica italiana, organizzazione della sinistra universitaria prima del ’68.

Ma la genialità, la follia, il tuo peccato di presunzione è stato quel rompere i giochi, la capacità di guardare al mondo e non alla scena interna, al Mahatma Gandhi e al Dalai Lama. Partito transnazionale, né di destra né di sinistra. Chiamavi compagni quelli che io chiamavo compagni. Odiavi come me l’ortodossia comunista, ma tu lo gridavi e io lo dicevo, forse per timore di trovarmi troppo vicino a un generale americano o a un torturatore cileno. Narcisista, non sapevi cosa fosse la paura: usavi quel tuo corpo possente come un campo di battaglia, con i digiuni, prendendoti la parola e tenendola per più tempo di Fidel Castro.

Hai capito prima che l’Italia stava cambiando e invece di averne paura e di morire, come il tuo amico Pier Paolo Pasolini, ti sei inventato i referendum. Per il divorzio contro il matrimonio prigione, per l’interruzione di gravidanza contro l’aborto clandestino. Ti sei sottratto al conformismo degli anni di piombo. Parlavi con i Presidenti e con i Carcerati. Facevi scuola a giovanotti di belle speranze che hanno poi portato il loro talento, e quel che avevano capito della tua lezione, a destra come a sinistra. Non ti bastava quella riforma della Rai. Partitocratica, dicevi. Sì, questo è stata.

Quando molto più tardi venivi a Rainews24, sorpreso e divertito che accettassi di intervistarti anche se tu ogni volta provavi a far saltare l’intervista, decidevi di non stare alle domande, sempre troppo stretto, con quel tuo corpo prorompente e il tuo io straripante. Dicevi “ti cacceranno”.
E cosa importa, Marco. Ricordo la tua amicizia con Curzi, le parole che ci dicesti quando anche lui morì, prima di te, della tua malattia. Sei persino riuscito a farmi iscrivere l’anno scorso al Partito radicale. Io borghese liberale, io comunista, io incapace di esser trasversale, infastidito da certe provocazioni: ricordi quando corteggiavi Storace?

Ora mi chiedo e vorrei chiederti. Chi dopo di te? Perché so che tu guardi al futuro, e c’è sempre un futuro dell’uomo e dell’umanità dopo la morte della persona, pure invincibile come sei stato. È Beppe Grillo il tuo erede? Né destra né sinistra, capo esigente di un movimento politico piuttosto bacchettone e giullare iconoclasta a teatro. Non ha il tuo corpo immenso, un corpicino piuttosto, anche quando attraversa a nuoto lo stretto di Messina. Ma una gran voce, questo sì.

L’opportunismo dei suoi “ragazzi” somiglia a quello di certi tuoi seguaci. Gli obiettivi non lo so. Tu sognavi già nei titoli: “radicale, socialista, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, antimilitarista, nonviolento e gandhiano”. Loro non so, vedremo. Perché restiamo a combattere, anche per te. Grazie Marco!

Brasile, ora è Temer a rischiare l’impeachment. Chi è l’anti-Dilma

Chi di impeachment ferisce di impeachment perisce. Michel Temer, presidente ad interim dopo (e grazie) al processo di impeachment aperto contro Dilma Rousseff e alla sua sospensione di 180 giorni, è in attesa che la Corte suprema fissi la data per la discussione del suo impeachment. Tra lui e la sua agognata carica di 40esimo presidente del Brasile si è messo di mezzo l’avvocato Mariel Marley Marra. La Corte suprema brasiliana, infatti, ha dichiarato ammissibile la richiesta presentata dal legale dopo che si era visto archiviare un’analoga richiesta dall’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, sospeso a sua volta dalle funzioni, compagno di partito di Temer e suo alleato contro Rousseff.

L’ACCUSATORE
«Sono convinto che Dilma e Temer (quest’ultimo in quanto vicepresidente, ndr) debbano essere processati insieme, visto che hanno firmato gli stessi decreti contrari alla legge di bilancio federale. È questo è un reato», ha detto l’avvocato Marra, 36 anni, di origini italiane, che non può certo essere accusato di legami con il Partito dei lavoratori di Roussef e Lula. L’avvocato Marra, infatti, lo scorso marzo ha presentato anche un ricorso contro la nomina a ministro di Lula. Ora Temer si difende. Anche se da vicepresidente, nell’esercizio delle funzioni sostitutive del presidente, era responsabile degli atti che firmava.

CHI È TEMER
Ma chi è Michel Temer? Scrive poesie, ha anche scritto un libro, Anonima intimità, ma qualcuno in passato lo ha definito «un maggiordomo da villa degli orrori». Avvocato e docente di Diritto pubblico, è nato 75 anni fa a Tietê ed è il più giovane di otto fratelli, figlio di immigrati libanesi maroniti che lasciano la loro terra negli anni Venti. Pur essendo ancora in vita, si è già visto intestare una strada, non in Brasile ma in Libano, a Btaaboura, 400 anime a 70 Km da Beirut, la strada principale si chiama proprio «via Michel Temer, vice-presidente del Brasile». Secondo Wikipedia Michel Temer, è un massone. Secondo Exateus, è un satanista. Stando ai cablogrammi di Wikileaks relativi al 2006, nel suo ruolo di presidente del Partido do movimento democratico brasileiro (Pmdb), Temer ha agito da informatore dell’intelligence Usa.

UN GOVERNO DI INDAGATI
Il suo ultimo e nuovo governo conta sette ministri indagati in Lava-Jato e annuncia una netta svolta a destra, con fondi all’industria e privatizzazioni. Per il deputato Maria do Rosario, Temer rinuncerà alla partnership con i Paesi del Brics. È in rapporti di lavoro con Mario Garnero (definito da Jacob Rothschild «il quarto figlio dei Rothschild»), è amato da Wall Street (da quando si profila il cambio di leadership il valore della moneta brasiliana è aumentato). Il suo ministro della Finanza è Henrique Meirelles, che è stato membro del board della Lloyd’s of London, che ha il suo quartiere nella City of London dei Rothschild ed è stato advisor della Harvard University controllata dai Rockefeller del Mit (controllato dalla Cia). Ha indicato come nuovo governatore della banca centrale l’economista di origini israeliane Ilan Goldfajn, esperto di politiche monetarie con incarichi al Fondo monetario e alla Banca mondiale, già direttore al tempo di Arminio Fraga.

I GUAI GIUDIZIARI
Aspetto impeccabile e aria pacata, Temer ha anche qualche guaio finanziario: è coinvolto nello scandalo di tangenti della Petrobras, anche se non è indagato; il suo nome è citato 21 volte nell’inchiesta “Operaçao Castelo de Areja” (Castello di Sabbia) sulla corruzione all’interno dell’Impresa di costruzioni Camargo Correa.  Temer nega da sempre ogni suo coinvolgimento; infine, c’è l’inchiesta “Caixa de Pandora” (Vaso di Pandora), dove il presidente ad interim è indicato come tra i possibili beneficiari di una presunta tangente fissa mensile destinata ad alcuni deputati.

DA ALLEATO A NEMICO DI DILMA
Dopo una parentesi di militanza studentesca all’Università Cattolica di São Paulo, dove si è laureto, si ritira non appena la sinistra prende il sopravvento nell’ateneo. Nel 1974 entra nel Pmdb, ne diventa leader nel 2001 e nove anni fa si allea con il Pt per la prima elezione di Rousseff. Tre volte presidente della Camera dei deputati (nel 1997, 1999 e 2009), il 17 dicembre 2010 rinuncia alla carica per assumere l’incarico di vicepresidente federale nel governo di Dilma. Dopo i primi anni di calma, l’anno scorso arriva la burrasca, Temer scrive una lettera a Dilma – pubblicata su tutti i media nazionali – in cui la accusa di considerare lui come «un vicepresidente decorativo» e il suo partito come «accessorio, secondario». E aggiunge: «Sono stato trattato con assoluta mancanza di fiducia». Più d’uno in Brasile – e non solo – può giurare che sia partito proprio da lui la crociata per inchiodare Dilma. Poi, un mese fa, una registrazione di 14 minuti smaschera Temer mentre si allena a pronunciare il suo discorso di insediamento.

Si scrive diritti si legge Marco Pannella

Se non ci fossero stati Marco Pannella e i Radicali chissà quando avremmo avuto la legge sul divorzio, dal momento che anche il Partito comunista italiano, moralista e in larga parte cattolico, remava contro. Fondamentale nel 1974 fu la battaglia per il divorzio che Pannella ingaggiò utilizzando lo strumento della Lid, la lega Italiana per il divorzio.

Poi sarebbe venuta la lotta per liberare le donne dalle mammane e dalla piaga degli aborti clandestini. La legge 194 non era la norma che avrebbe voluto, auspicandola più di stampo liberale, ma certamente fu merito suo e del Partito Radicale se finalmente nel 1978 l’aborto in Italia fu legalizzato. In anni più recenti fondamentale è stata la sua lotta per la libertà di ricerca, mettendo al centro della politica, i diritti dei malati. Fu lui infatti a chiedere al giovane ricercatore Luca Coscioni, già ammalato di Sla, di candidarsi nelle liste dei Radicali (di cui nel 2001 Coscioni era diventato presidente) per trasformare un dramma personale in una battaglia politica per i diritti di tutti.

Non facendone una presenza simbolica, ma organizzando riunioni con Luca tutti i giorni, stimolandolo a reagire, a non mollare, e al tempo stesso strutturando l’agenda del partito sulla base delle iniziative che Luca proponeva per aprire l’Italia alla ricerca sulle staminali embrionali e per abolire una legge anti scientifica come la Legge 40 sulla fecondazione assistita.

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Schiaffeggiato sotto la sede del Pci a Botteghe Oscure

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Un comizio a Piazza Navona, Roma

Bologna, 03 gennaio 1988 - Marco Pannella e Ilona Staller al 34mo congresso del Partito Radicale.ARCHIVIO ANSA
Bologna, 03 gennaio 1988 – Marco con Ilona Staller al 34mo congresso del Partito Radicale (Ansa)

Marco Pannella imbavagliato durante una tribuna politica per i referendum in Rai in un'immagine di archivio. ANSA / ARCHIVIO
Marco Pannella imbavagliato durante una tribuna politica per i referendum in Rai (Ansa)

(Da sinistra) Silvio Berlusconi, Antonio Tajani, Laura Harth, e Gianni Letta durante una visita a Marco Pannella, 13 marzo 2016, in una foto tratta dal profilo Facebook di Laura Harth. +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++
Silvio Berlusconi, Antonio Tajani, Laura Harth, e Gianni Letta durante una visita, 13 marzo 2016, in una foto tratta dal profilo Facebook di Laura Harth.

Toni Negri with Marco Pannella during a press conference in Rome, Italy, 9 July 1983. ANSA/OLDPIX
In conferenza stampa con Toni Negri nel 1983 (Ansa)

Nino Manfredi, candidato nella lista Pannella, in una foto di archivio. ANSA
Nino Manfredi, candidato nella lista Pannella  (Ansa)

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Arrestato per aver distribuito bustine con hashish vestito da Babbo Natale (Ansa)

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Con Emma Bonino (Ansa)

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Con Francesco Rutelli nel 1981

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A Porta Pia

Marco Pannella manifesta per la liberalizzazione delle droghe leggere, 6 ottobre 1979. . ANSA ARCHIVIO
Manifestazione per la liberalizzazione delle droghe leggere, 1979 (Ansa)

Il leader dei Radicali, Marco Pannella, manifesta davanti la sede Rai di viale Mazzini a Roma, giugno 2007. ANSA/MAURO DONATO
Davanti la sede Rai di viale Mazzini a Roma, 2007 (Ansa)

19850629-MILANO-Seconda giornata del ''Vertice Europeo''. Marco Pannella e Enzo Tortora durante la manifestazione dei Radicali contro la Fame nel mondo durante il Vertice della Commissione Europea, davanti al Duomo di Milano. ANSA ARCHIVIO - BUSTA 5356
Con Enzo Tortora durante la manifestazione dei Radicali del 1979 davanti al Duomo di Milano (Ansa)

Lucio Magri (a sinistra) in una foto d'archivio del 18 agosto 1979 che lo ritrae con Marco Pannella (a destra) nella sede dell'Ass. Naz. Radicali a Roma. ANSA ARCHIVIO
Con Lucio Magri nella sede dell’Ass. Naz. Radicali a Roma, 1979 (Ansa)

Una foto tratta dal profilo Facebook di Matteo Angioli mostra la visita di Vasco Rossi a casa di Marco Pannellai+++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++
Una foto tratta dal profilo Facebook di Matteo Angioli mostra la visita di Vasco Rossi a casa Pannella

Rifugiati, i popoli più propensi all’accoglienza dei governi

I cinesi e i tedeschi sono i più disposti all’accoglienza, i russi e i polacchi i meno propensi a ospitare rifugiati nel loro Paese. Questo almeno è quanto rileva un indice di Amnesty International che mappa gli atteggiamenti globali nei confronti dei migranti. E che segnala come le risposte populiste, forse, non sono quelle che la maggioranza dei cittadini di molti Paesi vorrebbero.

Il sondaggio colloca i 27 paesi lungo una scala da 0 a 100, laddove 0 indica che tutti gli intervistati rifiuterebbero l’ingresso ai rifugiati nel loro paese e 100 li accoglierebbero nei loro quartieri o nelle loro abitazioni.

L’Indice è calcolato dando a ciascun paese un punteggio basato sulla media delle risposte alla domanda “Quanto accetteresti persone in fuga da guerre e persecuzioni?”. Le risposte sono state poste lungo una scala da 0 (“Rifiuterei il loro ingresso nel paese”), attraverso 33 (“Li accetterei nei mio paese”), 67 (“Li accetterei nella mia città”) fino a 100 (“Li accetterei nel mio quartiere o nel mio appartamento”).

I risultati sono in parte sorprendenti e smentiscono gli atteggiamenti dei governi nei confronti delal crisi dei rifugiati

La Germania, che ha ad oggi accolto 1 milione e 100mila richiedenti asilo lo scorso anno, è il secondo paese più propenso all’accoglienza dopo, appunto, la Cina. Il 96 per cento dei tedeschi ha detto che è disposto ad accogliere i rifugiati e il 76 per cento ritiene che il governo debba fare di più per aiutarli.

Nel Regno Unito, terzo, l’84 per cento ha detto che «la gente dovrebbe essere in grado di ottenere rifugio in altri Paesi per sfuggire alla guerra o a persecuzioni», e il 70 per cento ritiene che il governo dovrebbe fare di più per aiutarli. 82 per cento dei britannici ha detto che avrebbe accogliere i rifugiati che vivono nella loro città, mentre il 29 per cento ha affermato che li accoglierebbe in casa.

Spagna e Grecia sono gli altri paesi dell’Unione europea nella top ten (l’Italia non è stata sondata). Interessante da notare che i Paesi propensi all’accoglienza sono sia quelli che i rifugiati non li hanno visti – la Cina, ma anche il Canada, al quarto posto nell’indice e gli Stati Uniti, noni – che quelli come la Germania, la Grecia e soprattutto la Giordania, che sono investiti da ondate imponenti.

Allo stesso modo, polacchi, russi e turchi sono contrari e non accoglienti a prescindere dalla situazione del loro Paese – in Russia i rifugiati non ci sono, in Turchia si.

Per quanto riguarda l’accesso all’asilo:

– il 73 per cento è d’accordo che le persone in fuga da guerra o persecuzione dovrebbero ottenere rifugio in altri paesi;
– il sostegno è particolarmente forte in Spagna (78 per cento), Germania (69 per cento) e Grecia (64 per cento).
Circa le politiche in materia di rifugiati:
– il 66 per cento degli intervistati ritiene che il rispettivo governo dovrebbe fare di più per aiutare i rifugiati;
– in diversi paesi al centro dell’attuale crisi dei rifugiati, tre quarti del campione se non di più chiede al rispettivo governo di fare ancora di più, come nel caso della Germania (76 per cento), della Grecia (74 per cento) e della Giordania (84 per cento);
– il minore sostegno a un’ulteriore azione dei governi proviene da Russia (26 per cento), Thailandia (29 per cento) e India (41 per cento).

“I dati parlano da soli. Le persone sono pronte ad accogliere i rifugiati e le risposte inumane dei governi alla crisi dei rifugiati vanno contro il punto di vista dei loro cittadini” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. “Il sondaggio rivela fino a che punto i governi stiano facendo politica sulla pelle di persone che fuggono da guerra e repressione”.

“I governi non possono più consentire che la loro risposta alla crisi dei rifugiati sia dettata da esigenze di conquistare un titolo in prima pagina. Troppo spesso, la loro retorica anti-rifugiati ha solo l’obiettivo di aumentare il consenso. Ma i risultati del sondaggio dimostrano che i governi non tengono conto della maggioranza silenziosa dei loro cittadini che è disposta ad accogliere e a occuparsi in prima persona della crisi dei rifugiati” – ha proseguito Shetty.

19 maggio 2016 | Il caffè di Corradino Mineo

Le notizie del giorno commentate dal direttore di Left Corradino Mineo, da ascoltare calde al mattino mentre si beve il caffè

EgyptAir, cosa sappiamo dell’aereo scomparso dai radar

Un aereo della EgyptAir in servizio da Parigi al Cairo è scomparso dai radar questa notte: lo ha annunciato la stessa compagnia aerea, spiegando che a bordo si trovavano 56 passeggeri, tra cui un neonato e due bambini, e dieci membri dell’equipaggio, tra personale di assistenza in volo, piloti e tre funzionari della sicurezza.

Le notizie sono confuse: le autorità egiziane hanno prima detto di non aver ricevuto allarmi dall’aereo, poi che una stazione radar militare ne avrebbe al contrario ricevuti, giusto dieci minuti prima che l’aereo scomparisse dai radar. I radaristi greci però, nel momento in cui l’aereo sorvolava i loro cieli, hanno parlato con la cabina di comando e il personale di bordo non ha segnalato problemi. Poco dopo l’aereo non rispondeva più. Un peschereccio (o un mercantile) avrebbe visto l’aereo prendere fuoco in volo. E infatti – riferiscono per primi i media francesi – il relitto dell’aereo di Egyptair è stato individuato al largo dell’isola greca di Karpathos, in acque territoriali egiziane.

Il volo MS804, un Airbus 320, era partito alle 23:09 da Parigi e si trovava a 11.300 metri di altezza. Il volo avrebbe dovuto raggiungere Hurghada in Egitto dopo l’atterraggio al Cairo. Ma ha fatto perdere le sue tracce quando si trovava circa 16 chilometri dentro lo spazio aereo egiziano ma ancora sul mare, come ha spiegato ancora la stessa EgyptAir sul suo profilo Twitter. L’ultima localizzazione sarebbe a circa 280 chilometri dalla costa egiziana verso le 2:30 di giovedì. Le condizioni meteo, al momento della scomparsa, erano buone, almeno secondo la Cnn.

L’Airbus A320-232 era del 2003, il pilota aveva un’esperienza di 6.275 ore di volo, di cui 2.101 su quel tipo di velivolo, mentre il copilota aveva un’esperienza di 2.766 ore: questo sempre secondo le informazioni rilasciate da EgyptAir.

15 francesi erano in volo, ed è così la Francia a seguire più da vicino il caso. Un vertice d’emergenza e il primo ministro francese, Manuel Valls, dice però che «non si esclude alcuna ipotesi». Anche perché, secondo l’Ansa, esperti francesi avrebbero precisato al governo che l’aereo MS804 sarebbe atterrato all’aeroporto parigino di Charles de Gaulle dopo le 21:30 di mercoledì sera, proveniente dal Cairo. Circa un’ora e mezzo più tardi – fatto rifornimento e imbarcati i passeggeri – sarebbe ripartito e in questi casi “nessun controllo viene fatto su quello che può esserci a bordo, che può essere stato imbarcato al Cairo”. Il presidente Francois Hollande ha avuto un contatto telefonico con il suo omologo egiziano Abdul Fattah al-Sissi e i due si sono impegnati a «cooperare strettamente per stabilire il più presto possibile le circostante di questa sparizione». Ed è il premier egiziano Sherif Ismail, scrive l’agenzia statale Mena, a confermare che nulla si può escludere, neanche un attentato: «Non si può escludere», avrebbe detto dal centro di coordinamento delle operazioni, rispondendo a specifica domanda.

Non migliorano la situazione i precedenti di EgyptAir. La foto che illustra questo articolo, ad esempio, risale al 29 marzo scorso quando sul volo EgyptAir partito da Alessandria e diretto al Cairo scoppiò prima il panico e poi l’ilarità generale con tanto si selfie goliardici che fecero il giro del mondo. Un volo EgyptAir fu dirottato verso l’aeroporto internazionale di Larnaca a Cipro da un uomo, Seif Eldin Mustafa, che sosteneva di indossare una cintura esplosiva. Nel giro di poche ore, dopo l’atterraggio a Cipro, si è scoperto che il dirottatore era in realtà un uomo che voleva chiedere asilo politico a Nicosia, dove risiedono l’ex moglie e i figli che non vedeva da anni.

Otto giornalisti su dieci in Italia sono sotto pressione della politica

Marino e Renzi assediati dai media (Foto Omniroma)

Otto giornalisti su dieci in Italia sono consapevoli di essere sotto pressione della politica mentre svolgono il proprio lavoro. In Francia sono due, in Finlandia – in testa ai Paesi virtuosi – nemmeno uno, in Gran Bretagna poco più di due, in Tunisia circa 6. Ed è ancora la politica a prevalere rispetto ai “diktat” della pubblicità. In questo quadro, logico quindi che circa il 60 % degli italiani non abbia più fiducia nei giornali e nei media mainstream.

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Questi dati allarmanti si aggiungono a quelli sulla libertà di stampa. Secondo l’ultimo rapporto di Reporters sans frontières l’Italia è al 77esimo posto nella classifica mondiale (su 180 Paesi) scivolando di quattro posizioni dal 2015. E l’Osservatorio Ossigeno per l’informazione ci ricorda ogni anno il numero di giornalisti professionisti, precari e free lance sotto minaccia (2841 casi dal 2006). Ma la ricerca che oggi viene presentata a Firenze, presso la libreria Nardini Bookstore in via delle Vecchie carceri, ex Murate (ore 17,30), va ancora più a fondo. Non si prendono in considerazione infatti gli atti concreti contro i giornalisti (come violenze, intimidazioni, censure, querele temerarie) ma si analizza la percezione stessa che gli operatori dell’informazione hanno del loro lavoro, confrontato con quello dei loro colleghi di 14 Paesi europei e dell’area mediterranea.

La ricerca è del Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università di Milano che fa parte del consorzio internazionale di atenei MediaAct: 4 anni di lavoro, dal 2010 al 2014 con interviste a 1762 giornalisti. Hanno partecipato questi Paesi: Finlandia, Svizzera, Estonia, Francia, Olanda, Germania, Gran Bretagna, Polonia, Austria, Romania, Tuisia, Giordania, Spagna. In Italia hanno curato lo studio il ricercatore Sergio Splendore e il professore Gianpietro Mazzoleni per l’ateno milanese. Pubblicata nel libro Journalist and Media Accountability. An International Study of News People in the Digital Age, edito da Peter Lang, non ha avuto una grande eco in Italia. Alla fine del 2015 una relazione con alcuni dati della ricerca è stata presentata all’Ordine dei giornalisti della Lombardia ma non ci sono state molte reazioni (qui). «Rimane una ricerca misconosciuta nonostante sia complessa e ricca di dati e questo fatto non fa altro che confermare il contenuto dello studio», riconosce un po’ amaramente Cristiano Lucchi, giornalista e uno dei “volontari” de La città invisibile, la rivista del laboratorio politico PerUnaltracittà di Firenze che ha organizzato l’incontro di oggi a cui partecipa anche il professor Splendore.

Ma quali sono le caratteristiche della ricerca? «In mezzo alla febbrile rincorsa all’innovazione, al cambiamento, alla novità, ci si dimentica quali siano i capisaldi della professione, dei valori che guidano i giornalisti, degli ostacoli e delle costrizioni in cui sono obbligati quotidianamente a lavorare», scrive Splendore nella relazione presentata all’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

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Dunque se i giornalisti italiani sono quelli più sottoposti alle pressioni della politica, quasi tutti a livello europeo ritengono che, oltre alla bassa remunerazione del proprio lavoro, le pressioni economiche facciano la parte del leone. In una scala che va da 0 a 5, la maggior parte dei professionisti dell’informazione valuta a 4 la soglia dell’influenza dell’economia sulla qualità dell’informazione. Contro il peso della politica e del mercato pubblicitario sono insufficienti gli strumenti di self regulation come i codici deontologici che in Italia non vengono ritenuti dei “fari” da seguire, così come non vengono considerati fondamentali gli Ordini (che in altri Paesi non esistono). Mentre invece nella relazione viene citato il caso della Gran Bretagna dove, dopo lo scoppio dello scandalo dei telefoni controllati del News of World di Murdochnel 2011, si è verificata una maggiore attenzione alla deontologia professionale. Nella ricerca però, si dimostra anche come i valori a cui si ispirano i giornalisti italiani interpellati attraverso il questionario (sono stati 172 e tutti professionisti) siano gli stessi condivisi dai colleghi europei: ricerca delle fonti, distacco, obiettività. «Nonostante ci sia un evidente iato tra la percezione che i giornalisti italiani hanno del loro lavoro e le performance che possono mettere in gioco, l’ipotesi è che nonostante la crisi, l’innovazione, gli stravolgimenti, queste basi su cui il giornalista costruisce la percezione che ha del suo lavoro, sono resistenti, condivise, affondano nella più radicata tradizione del giornalismo delle democrazie occidentali», si legge ancora nella ricerca di Splendore. «Per questo è importante sempre sostenere e accompagnare i giornalisti nelle loro azioni di resistenza alle pressioni che subiscono», continua Lucchi. «Quando un giornalista ha il coraggio di lottare per il diritto all’informazione è necessario affiancarlo nel suo impegno. Ossigeno per l’Informazione, l’osservatorio sui giornalisti minacciati e le notizie oscurate in Italia è un buon punto di partenza per conoscere e attivarsi». Inoltre, sempre dalla ricerca MediaAct emerge il dato per cui il 48% per cento dei lettori comincia a distinguere le buone dalle cattive fonti d’informazione. Bisogna continuare in questa direzione, dice Lucchi. «Basta scegliere bene dove informarsi. Se nessuno di noi oserebbe bere da una fontana che getta acqua avvelenata infatti, perché far dipendere l’esito della nostra vita da informazioni eterodirette altrettanto pericolose? ».

Gli inginocchiati sui santini di Beppe Sala

Insomma ci dicono che la questione dell’incandidabilità di Sala sia l’ennesimo bluff degli ennesimi gufi. Che in verità questa volta sono grilli (è il M5S) ma ormai il gufo è un animale onnicomprensivo. E anzi se spiate sulle bacheche Facebook dei candidati in sostegno a Sala vedrete che lamentano questa “perdita di tempo” che hanno dovuto sorbirsi. E allora forse vale la pena leggere la sentenza:

«L’ineleggibilità deve essere tenuta nettamente distinta dall’incandidabilità. Quest’ultima implica l’impossibilità di prendere parte, fin dall’inizio, alla competizione elettorale (T.A.R. Catania, sez. III, 25/03/2015, n. 843) e conduce alla nullità delle elezioni (si veda quale dato positivo in tal senso le disposizioni di cui al D.lgs. n. 235/2012), a differenza, invece, dell’ineleggibilità che non invalida l’ammissione della lista e comporta, quale unico effetto, la decadenza del solo candidato, senza ulteriori conseguenze sugli altri esiti del voto (T.A.R. Campobasso, sez. I, 19/02/2010, n. 134). 

Ed invero ai sensi dell’art. 33 del DPR n. 570/1960 la Commissione Elettorale Circondariale verifica la sussistenza di ipotesi di incandidabilità (cfr. in particolare la lett. c) ma non ha alcun potere in ordine alla verifica di ipotesi di ineleggibilità, in quanto del tutto irrilevanti ai fini della candidabilità. 

Ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 41 del D.lgs. 267/2000 e 82 del DPR 570/1960 il consiglio comunale, nella prima seduta e prima di deliberare su qualsiasi altro oggetto, ancorché non sia stato prodotto alcun reclamo, deve esaminare la condizione degli eletti a norma del capo II titolo III e dichiarare la ineleggibilità di essi quando sussista alcuna delle cause ivi previste. Le deliberazioni adottate in materia di eleggibilità dal Consiglio comunale possono essere impugnate da qualsiasi cittadino elettore del Comune, o da chiunque altro vi abbia diretto interesse, dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria.

Qualificata la fattispecie come sopra precisato e richiamate le disposizioni rilevanti, il Collegio osserva che l’azione, così come proposta, si presenta inammissibile.

Invero la prospettazione dei ricorrenti muove da un assunto che non può ritenersi corretto, ovvero che i verbali impugnati sarebbero illegittimi in quanto ammettono liste collegate ad un candidato Sindaco da ritenersi non eleggibile.

In realtà in ordine all’asserita ineleggibilità la Commissione Elettorale Circondariale di Milano, nella parte in cui ha ammesso le liste indicate in epigrafe, non ha assunto – correttamente – alcuna determinazione non avendone il potere, ai sensi della normativa sopra richiamata. 

Le deduzioni impugnatorie pertanto si articolano intorno ad una questione che, non essendo stata oggetto dei provvedimenti impugnati, assume carattere meramente teorico, senza riscontro alcuno in concrete determinazioni assunte dalla Commissione. 

La questione circa l’asserita ineleggibilità potrà trovare tutela, successivamente all’espletamento delle elezioni e a seguito della convalida degli eletti, davanti al giudice ordinario, ai sensi della normativa in vigore, sopra richiamata.

In conclusione, per le ragioni che precedono, il ricorso va dichiarato inammissibile.»

Ora, io non so voi, ma non mi pare di scorgere la certezza che il ricorso sia una perdita di tempo. Si legge che Sala è candidabile e sarà poi un tribunale a decidere se eleggibile. Il che per carità non è un’accusa ma è un senso molto diverso dalla sicumera di chi ha sentito questo ricorso come un affronto. Perché se c’è qualcosa di insopportabile, di questi tempi, è il bullismo politico. Prima stava a destra. Ora cola dappertutto.

Buon venerdì.

Roma capitale dell’elettronica e dell’arte contemporanea con lo Spring Attitude festival

Scordatevi rovine, classicità e anticaglie varie, dal 19 al 21 maggio la vecchia Roma si veste di primavera e diventa più avanguardista che mai trasformandosi in Caput Mundi della musica elettronica e della cultura contemporanea con Spring Attitude.
Un festival che giunto alla VII edizione, anche a giudicare dai risultati di pubblico raggiunti lo scorso anno, ridisegna la tradizionale geografia della Capitale, portando le persone ad abbandonare il centro in favore di spazi urbani riqualificati, come l’ex caserma Guido Reni, luoghi culto dell’arte moderna, come il MAXXI, e quartieri che raccontano la storia di un’altra Roma: quella dell’Eur dove si trova Spazio ‘900.

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Proprio al MAXXI infatti si terrà la serata di inaugurazione del festival, durante la quale il museo progettato da Zaha Hadid si vestirà a festa grazie “Altera LVSS” una performance di video-mapping progettata da Gianluca Del Gobbo, Martin Mayer e Fabio Sestili. «Altera LVSS è una creatura mutante – spiegano dallo staff – un videomapping in cui le coordinate audio e video sono continuamente generate in presa diretta, tanto da trasformare la performance in una vera e propria “installazione interattiva” che anima la vertiginose geometrie disegnate da Zaha Hadid».

Altera Lvss
Altro tratto distintivo di questa VII edizione è una buona dose di French Touch con il duo elettronico cult Air, per i meno ferrati quello della colonna sonora de Le vergini suicide di Sophia Coppola, di nuovo sul palco dopo 10 anni di assenza. E gli Acid Arab, altro duo d’Oltralpe approdato allo Spring Attitude grazie alla diretta collaborazione dell’Institut Français con la rassegna “La Francia in scena”.

 

«Altera LVSS è una creatura mutante un videomapping in cui le coordinate audio e video sono continuamente generate in presa diretta, tanto da trasformare la performance in una vera e propria “installazione interattiva” che anima la vertiginose geometrie disegnate da Zaha Hadid».


Gli Acid Arab sembrano inserirsi perfettamente in questo mettere a soqquadro e innovare le geografie tradizionali della Capitale, aprendo non solo al contemporaneo, ma anche alle contaminazioni, all’Oriente, alla sperimentazione. La musica che i due parigini, Guido Minisky e Hervé Carvalho, propongono al pubblico infatti è una sintesi di tutto questo. «Cerchiamo di usare la musicalità della lingua araba e dei dispositivi e tecnologie analogiche per creare qualcosa di nuovo» raccontano gli Acid Arab al The Guardian, «molti flauti che vengono utilizzati nella musica orientale e nord africana hanno un suono crudo e nasale» continuano «il modo in cui vengono registrati può farli suonare come delle “linee” d’acido. Questo non significa che la musica che facciamo sia un prestito culturale, contaminando vogliamo creare qualcosa di diverso e soprattutto essere rappresentativi del tempo in cui viviamo».

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Oltre agli Acid Arab sul palco anche l’americano Rafael Anton Irisarri, uno dei grandi esponenti dell’ambient-drone music; i Red Axes, duo originario di Tel Aviv, e :Absent., uno dei progetti musicali di Ettore Bianconi, artista e sound designer in attività da quasi 10 anni, da sempre autore dei suoni digitali dei Baustelle, che presenterà il suo nuovo album “Tetra”.

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Sempre, il 19 maggio, durante l’opening al MAXXI, John Duncan, padre della sperimentazione sonora, si esibirà con una performance audiovisiva e un concerto in cui coinvolgerà attivamente parte del pubblico.
Mentre con “Deep Dream” prenderà forma il sogno profondo dei NONE, collettivo artistico con base a Roma che ha curato l’allestimento del padiglione italiano al 69° Festival di Cannes e che produce suggestioni al confine tra arte, design e ricerca tecnologica. L’installazione multimediale realizzata per Spring Attitude per esempio prende spunto da un algoritmo scoperto involontariamente da Google. Con “Deep Dream” grazie ad un allestimento composto da un tunnel interamente formato da specchi, video e luci, il visitatore si troverà immerso in uno spazio infinito di immagini generate in modo random attingendo al database google-immagini. L’effetto sarà un bombardamento visivo e sonoro, una metafora del Web che si traduce in una realtà fisica e sensoriale in grado di gettare lo spettatore in uno streaming di dati senza dimensione e soprattutto senza esclusione di gattini, donne in pose più o meno ammiccanti e emoticons rubate ai social network.

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Assolutamente da non perdere Cosmo, cantautore originario di Ivrea a metà fra il pop e l’elettronica, voce della band Drink To Me e Clap!Clap!, alias Cristiano Crisci, uno degli artisti elettronici italiani che più riscuotendo più successo fuori dai confini del Belpaese.

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“Echoes of the Crowd” è invece l’installazione interattiva del collettivo Metapherein che, attraverso un pavimento interattivo e un live visual, mette in scena, all’ex caserma Guido Reni, un’ opera in cui passato e presente coesistono, un meta-luogo della memoria nel quale lo spettatore può vagare a suo piacimento.

Echoes of the Crowd (Trailer) from MetaphereinCollective on Vimeo.

 

Questo giro del mondo in soli tre giorni si concluderà sabato 21 maggio con il nu-rave degli Anudo e il trip hop psichedelico e ballabile di Lamusa per approdare poi a Spazio ‘900 con il rush finale degli AIR, ma anche con l’italianissimo Iosonouncane, grande rivelazione del panorama musicale indie del 2015.

Programma completo e biglietti su www.springattitude.it