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Agguato mafioso contro Giuseppe Antoci, colui che ha acceso la luce al Parco dei Nebrodi

Il Parco dei Nebrodi è la più larga zona protetta della Sicilia. Tra le provincia di Catania, Messina ed Enna abbraccia ventiquattro Comuni e s’impegna a preservare la flora della Sicilia da cartolina, quella che appassiona i turisti e che esercita un richiamo nazionale. In realtà quel parco per qualcuno avrebbe dovuto essere il posto ideale “p’ammucciarisi” e lo sapevano bene i mafiosi che qui per anni hanno latitato protetti dalla vegetazione e dall’incuria e hanno potuto scorrazzare liberamente tra pascoli abusivi, abigeato, furto di macchinari agricoli e macellazione clandestina. Se la mafia ha bisogno di copertura beh, le fronde dei Nebrodi erano l’ambiente perfetto.

Fino all’arrivo di questo ultimo direttore, Giuseppe Antoci, che ha deciso di rendere il Parco dei Nebrodi simbolo di bellezza e di legalità. Antoci (con il sostegno della Regione Sicilia) aveva iniziato un percorso di moralizzazione contro la “mafia dei pascoli” e contro la speculazione dei terreni e la mafia, ovviamente, non aveva gradito: si sono succedute le lettere anonime («finirai scannato tu e crocetta» si leggeva nell’ultima) e le minacce. Fino a ieri notte quando, dopo avere partecipato a una manifestazione, Antoci e la sua scorta sono stati bloccati lungo la strada statale che collega San Fratello a Cesarò, nel messinese, e due uomini armati hanno cominciato a sparare. «All’inizio ho avuto l’impressione che si trattasse di una sassaiola contro la macchina blindata, solo qualche secondo dopo ho capito cosa stesse realmente accadendo» ha dichiarato Antoci, ancora scosso ma per niente intimidito, «è stata una notte drammatica, ma sto bene. Il mio grazie va alla polizia per avermi salvato la vita. Il mio impegno non si ferma e vado avanti». La scorta infatti ha risposto al fuoco e ha messo in fuga i delinquenti.

Subito è arrivata la solidarietà dalla politica a partire dal presidente della Sicilia Rosario Crocetta che ha dichiarato: «L’episodio si lega alla battaglia che con il presidente Antoci stiamo facendo contro la mafia dei pascoli e all’azione di moralizzazione che stiamo portando avanti, che ha già portato a diversi arresti sul territorio. Ora – ha aggiunto Crocetta -occorre rafforzare le misure di sicurezza a favore di Antoci e intensificare l’azione di lotta contro la mafia dei Nebrodi, che pensa ancora di essere potente e immune. Dobbiamo liberare la provincia di Messina dalla mafia dei colletti bianchi e – conclude – da quella che nei territori esercita un potere violento verso i cittadini”. Tutte le forze politiche regionali hanno espresso la loro solidarietà e già oggi il Prefetto di Messina ha convocato una tavolo sulla sicurezza straordinario per valutare eventuali disposizioni. Possibile, attraverso il segretario Civati, ha chiesto anche al governo una maggiore attenzione sulla «battaglia alle mafie di cui, ultimamente, sembra di sentirne solo parlare per ospitate televisive o per polemizzare contro la fiction di turno».

Dopo il tritolo che sarebbe servito per un attentato al Procuratore di Napoli Colangelo la sventagliata di kalashnikov contro Antoci è un altro episodio che preoccupa per violenza. «Non c’è nessun ritorno alla strategia stragista» ha tranquillizzato il Procuratore Antimafia Roberti. Ma l’attenzione è altissima.

Il Portogallo vive per quattro giorni di sole energie rinnovabili

La settimana scorsa il Portogallo è andato avanti per ben quattro giorni utilizzando solo energie rinnovabili. Questo è quel che dicono i dati raccolti dai fornitori nazionali: dall’alba del 4 maggio alla sera del 7 non c’è stato bisogno di attingere alle centrali elettriche tradizionali. Domenica scorsa era successa la stessa cosa in Germania – che è un dato più clamoroso, visto che il Paese, anche di domenica, di certo ha consumi molto più alti. In passato anche in Danimarca si sono ottenuti risultati simili.

La notizia è importante in assoluto e clamorosa se si pensa che nel 2013 il Paese iberico viveva ancora di energia fossile per metà del totale – più 27% di nucleare. All’epoca l’eolico era il 7%, mentre lo scorso anno era già il 22%, con il totale della produzione rinnovabile pari a poco meno della metà del totale.

Nel 2015 l’energia eolica ha toccato livelli alti in Danimarca (42%), Spagna (20%), Germania e Gran Bretagna (14 e 11%). Un ulteriore dato positivo, una volta tanto, è il calo dei consumi energetici europei, che si somma all’aumento dell’uso di rinnovabili. La tabella qui sotto mostra come, dal picco del 2006, l’Europa stia scendendo lentamente verso livelli simili a quelli degli anni ’90. Non siamo ancora agli obbiettivi fissati per il 2020, ma un pochino ci stiamo avvicinando.Screen Shot 2015-02-09 at 16.22.29

Crescono i voucher, crollano gli indeterminati. Dal lavoro buono al buono lavoro

Corrisponde a una donna di 36 anni l’identikit del “prestatore di lavoro accessorio”, ovvero il lavoratore con voucher. L’ultimo rapporto dell’Inps – Il lavoro accessorio 2008-2015 – ci dice che nel 2015 sono stati venduti 115 milioni di voucher, un numero enorme se si pensa che nel 2010 non erano nemmeno 10 milioni. Quelli riscossi dai lavoratori sono stati quasi 88 milioni. Insomma, negli otto anni trascorsi dalla prima sperimentazione – quando il ticket era previsto solo per lavoretti occasionali di studenti e pensionati, così come da riforma Biagi (2003) – ecco che i buoni lavoro registrano il boom. Nel 2015 sono stati 1.380.000 i lavoratori che hanno percepito almeno un buono (per 473mila committenti): solo in 207mila hanno percepito più di mille euro, quindi l’85% è rimasto al di sotto di questa cifra. E quasi un milione ha percepito meno di 500 euro.

Intanto i contratti a tempo indeterminato – rende noto ancora l’Inps – hanno un calo a picco: -77% tra gennaio e marzo 2016. Nei primi tre mesi dell’anno, insomma, si contano 51mila contratti a tempo indeterminato, contro le 225mila di un anno fa. A crescere, insomma, sono i rapporti di lavoro precari (+22%) e – appunto – i voucher (45%).

Chi sono i voucheristi?
Solo 207mila lavoratori hanno guadagnato più di 1.000 euro netti nei dodici mesi, mentre quasi un milione si sono accontentati di meno di 500 euro. Ecco chi sono:
– 8% pensionati
– 14% mai occupati: per lo più ventenni, donne (60%), recidivi (30%)
– 18% indennizzati, con sussidio Aspi, mini Aspi o Naspi: per lo più maschi, media di età 37 anni
– 29% occupati nel privato: a tempo indeterminato (oltre la metà), con contratti a termine (46%)
– 23% silenti (ex occupati): per lo più donne (57%), per un’età media di 37 anni
– 8% altri occupati (domestici, parasubordinati, operai agricoli, lavoratori autonomi, casse professionali, dipendenti pubblici): 40 anni di età media

Chi sgancia i voucher?
Sono 473mila le aziende che hanno utilizzato “prestatori di lavoro accessorio”, il doppio rispetto al 2013. Solo 16mila di queste aziende operano nel settore agricolo, mentre 250mila sono nell’industria e nel terziario ed erogano il 76% dei voucher, ecco in quali settori:
– alberghi e turismo (75 mila)
– commercio (53 mila)
– costruzioni (quasi 14 mila),
– servizi alle imprese e informatica (oltre 20 mila)
– artigiani e commercianti senza dipendenti (65 mila)

Folklorismo e politica: il discorso della Regina a Westminster

Il re (o la regina) fanno il discorso del Trono, così si chiama, ad ogni apertura di sessione del Parlamento dal XIV° secolo. E poco è cambiato, se non che il ruolo del sovrano britannico è cambiato non poco nel frattempo. Durante il discorso è considerato sconveniente mostrare segni di approvazione o disapprovazione. Niente applausi, siamo inglesi! Ecco le immagini dell’arrivo di Elisabetta II, la più longeva regnante britannica di sempre, a Westminster per il discorso del 2016.

Britain's Queen Elizabeth II holds the hand of Prince Philip, as they proceed through the Royal Gallery for the State Opening of Parliament in the House of Lords, at the Palace of Westminster in London, Wednesday May 18, 2016. The Queen will give a speech to parliament about the government's programme for the upcoming parliamentary year. Britain's Prince Charles and the Duchess of Cornwall, centre, follow the queen. (Toby Melville / Pool via AP)

Britain's Queen Elizabeth II holds the hand of Prince Philip, as they proceed through the Royal Gallery for the State Opening of Parliament in the House of Lords, at the Palace of Westminster in London, Wednesday May 18, 2016. The Queen will give a speech to parliament about the government's programme for the upcoming parliamentary year. Prince Charles follows, right, (Toby Melville / Pool via AP)

A guest of a member of the House of Lords holds her program ahead of Britain's Queen Elizabeth II reading the Queen's Speech during the State Opening of Parliament in the House of Lords in London, Wednesday, May, 18, 2016. The State Opening of Parliament marks the formal start of the parliamentary year and the Queen's Speech sets out the government's agenda for the coming session.(AP Photo/Alastair Grant Pool)

Britain's Queen Elizabeth II reads the Queen's Speech from the throne during the State Opening of Parliament in the House of Lords in London, Wednesday, May, 18, 2016. The State Opening of Parliament marks the formal start of the parliamentary year and the Queen's Speech sets out the government's agenda for the coming session.(AP Photo/Alastair Grant Pool)

Britain's Queen Elizabeth II and Prince Philip, sit in the House of Lords ahead of the Queen's Speech at the State Opening of Parliament in London on Wednesday May 18, 2016. The State Opening of Parliament marks the formal start of the parliamentary year and the Queen's Speech sets out the government’s agenda for the coming session. (Chris Jackson/Pool via AP)

 

Olanda, i rifugiati nel carcere in disuso

Celle vuote e rifugiati che non si sa dove mettere. E così, il carcere di De Koepel ad Haarlem, in Olanda, è diventato un centro di prima accoglienza per rifugiati e immigrati. Male o bene? Le foto qui sotto non rivelano una situazione brutta: i 400 ospiti possono entrare e uscire a loro piacimento, passare la notte fuori e ricevono corsi di lingua e altro. Tutto sommato non male.

In this Sunday, May 1, 2016 photo, Yazidi refugee Yassir Hajji, 24, from Sinjar, Iraq, adjusts the eyebrow of his wife Gerbia,18, at their room in the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
Yassir Hajji, 24, yazida di Sinjar, Iraq, sistema le ciglia della moglie Gerbia (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Tuesday, April 26, 2016 photo, a migrant sits outside her room while another runs in the corridor of the women section of the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. With crime declining in the Netherlands, the country is looking at new ways to fill its prisons. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
(AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Tuesday, April 26, 2016 photo, a gay Moroccan migrant, who prefers not to have his name mentioned, poses for a picture inside his room at the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. With crime declining in the Netherlands, the country is looking at new ways to fill its prisons. The government has let Belgium and Norway put prisoners in its empty cells and now, amid the huge flow of migrants into Europe, several Dutch prisons have been temporarily pressed into service as asylum seeker centers. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
Un giovane immigrato omosessuale marocchino preferisce non essere fotografato a viso scoperto (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Sunday, May 1, 2016 photo, Afghan refugee Siratullah Hayatullah, 23, drinks tea by the doorway of his room at the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
L’afgano Siratullah Hayatullah, 23 anni, beve un té (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Monday, April 25, 2016 photo, In this Sunday, May 1, 2016 photo, Afghan refugee Siratullah Hayatullah, 23, washes in a washing room in the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. The Dutch government has let Belgium and Norway put prisoners in its empty cells and now, amid the huge flow of migrants into Europe, several Dutch prisons have been temporarily pressed into service as asylum seeker centers. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
La lavanderia (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Wednesday, April 6, 2016 photo, Afghan refugee Hamed Karmi, 27, plays keyboard next to his wife Farishta Morahami, 25, sitting on a bed inside their room at the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. The government has let Belgium and Norway put prisoners in its empty cells and now, amid the huge flow of migrants into Europe, several Dutch prisons have been temporarily pressed into service as asylum seeker centers. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
Gli afgani Hamed Karmi, 27, e Farishta Morahami, 25, suonano e cantano nella loro cella/stanza (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Thursday, April 21, 2016 photo, Syrian refugee Fadi Tahhan, 23, right, sings while playing Oud at the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. With crime declining in the Netherlands, the country is looking at new ways to fill its prisons. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
Il siriano Fadi Tahhan, 23 anni, suona l’Oud. Sullo sfondo lo spazio fumatori (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Saturday, May 7, 2016 photo, Afghan refugee Shazia Lutfi, 19, peeks through the door of her room at the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. The government has let Belgium and Norway put prisoners in its empty cells and now, amid the huge flow of migrants into Europe, several Dutch prisons have been temporarily pressed into service as asylum seeker centers. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
L’afgana Shazia Lutfi, 19 anni (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Tuesday, April 26, 2016 photo, Somali migrant Ijaawa Mohamed, 41, sits on a chair outside a room at the womens section of the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. With crime declining in the Netherlands, the country is looking at new ways to fill its prisons. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
Ijaawa Mohamed, 41 anni, somala (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Tuesday, May 10, 2016 photo, refugees and migrants play football at the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. With crime declining in the Netherlands, the country is looking at new ways to fill its prisons. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
Partita di calcio (AP Photo/Muhammed Muheisen)

Un volontario insegna ad andare in bicicletta a una donna afgana (AP Photo/Muhammed Muheisen)
Una volontaria insegna ad andare in bicicletta a una donna afgana (AP Photo/Muhammed Muheisen)

In this Friday, May 6, 2016 photo, Iranian migrant Reda Ehsan, 25, lies on a table at the former prison of De Koepel in Haarlem, Netherlands. With crime declining in the Netherlands, the country is looking at new ways to fill its prisons. The government has let Belgium and Norway put prisoners in its empty cells and now, amid the huge flow of migrants into Europe, several Dutch prisons have been temporarily pressed into service as asylum seeker centers. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
L’iraniano Reda Ehsan, 25 anni (AP Photo/Muhammed Muheisen)

Liberate Milagro Sala: 19 illustratori lo chiedono attraverso le loro opere. Eccole in un video

#PresaPolitica #DibujantesxMilagro. Con questi hastag un video impazza nella Rete da poche ore, per chiedere la liberazione di Milagro Sala. Sono in 19 gli illustratori che hanno creato un’opera per «esigere» la liberazione di Milagro: Alcobre, Mora, Pintius, Langer, Scafati, Jorh, Viso e altri ancora. Ecco il video:

L’arresto di Milagro è espressione del nuovo clima politico dell’Argentina dopo la vittoria elettorale del presidente Mauricio Macrì. La leader Tupac amaru accusata in un primo tempo di istigazione a delinquere e di attività sovversive, e che a febbraio si è vista notificare in carcere una nuova accusa per frode nei confronti dell’amministrazione pubblica e uso improprio di fondi pubblici (per le cooperative di autocostruzione).  Milagro Sala, infatti, è fondatrice dell’Associazione TUPAC AMARU, un’organizzazione sociale nata per fronteggiare i devastanti effetti sociali della crisi del 2000. È stata capace di promuovere lo sviluppo economico e sociale della zona attraverso il lavoro cooperativo contribuendo significativamente al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. L’Associazione ha costruito – all’interno del Piano di Edilizia Popolare dei governi Kirchner – oltre 4 mila case popolari con il lavoro di 150 cooperative. Essa conta ormai qualcosa come 70 mila iscritti, in maggior parte indigeni.

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Il Comitato per la liberazione di Milagro Sala

Street art. A Roma la più grande mostra di Banksy

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Banksy per la prima volta a Roma. Il più famoso e misterioso street artist è raccontato dal 24 maggio al 4 settembre nella mostra War, Capitalism & Liberty che presenta la multiforme opera dell’artista britannico. Una antologica, organizzata da 999Contemporary e dalla Fondazione Terzo Pilastro Italia e Mediterraneo,  che promette di far conoscere opere meno note di Banksy perché fanno parte di collezioni private.

Banksy

Si tratta di ben 150 opere, fra queste anche dipinti, disegni, bozzetti, in cui dipana la sua poetica incisiva e graffiante su temi cardine come la guerra, i nessi che ha con sistema capitalistico e le esigenze insopprimibili di libertà dei cittadini che non si adeguano a questo oridine mondiale. In Occidente come in altri parti del mondo. A Banksy, infatti, si devono immagini entrate nell’immaginario collettivo come la bambina che si alza in volo attaccata a un palloncino scavalcando così il muro che divide Gerusalemme. Ma anche icone che mandano a gambe all’aria le ideologie che temono il disordine e sociale e le proteste, basta pensare all’immagine del poliziotto perquisito da una tenerissima bambina.

Banksy, Think tank
Banksy, Think tank

In Palazzo Cipolla, negli spazi espositivi della FondazioneRoma, in via Marco Minghetti 17, non ci saranno opere di Banksy decontestualizzate o staccate dai muri assicura il presidente della Fondazione Emanuele Emanuele. Ci saranno invece opere acquistate da privati attraverso gallerie o scrivendo direttamente alla mail dell’artista, un indirizzo di posta che gli permette di mantenere la scelta di anonimato che connota il suo lavoro fin dagli inizi nei primi anni Novanta. Si dice che Banksy possa essere un inglese di Bristol, sulla quarantina, ma le voci che si sono inseguite in tutti questi anni non hanno trovato mai conferma. E poco importa conoscere la sua identità in fondo. A parlarci sono le sue immagini forti di messaggi politici e sociali, con una strizzatina d’occhio al glamour, come quando Banksy ritrae la modella Kate Moss in chiave pop come la Marilyn di Wahrol. Sarà questo uno dei pezzi forti dell’esposizione romana, insieme alla celebre scimmia in bianco e nero che esclama “Laugh now but one day we’ll be in charge”.

 

Banksy

Il gallerista inglese Acoris Andipa, che ha curato la mostra insieme a Stefano Antonelli assicura che questa è la più grande mostra mai realizzata con le opere di Banksy includendo non solo opere grafiche e dipinte ma anche “sculture, stencil e opere realizzate mescolando linguaggi differenti“. Non mancheremo di verificare.

Un murales dello street artist britannico
Un murales dello street artist britannico

 Da leggere Banksy il terrorista dell’arte di Sabina De Gregori

e  Non passa inosservata l’opera di guerrilla urbana che Banksy porta avanti, con una sua coerenza, da una ventina d’anni, difendendo strenuamente la propria libertà di azione e, perciò, anche il proprio anonimato.

Negli anni Novanta a Bristol (la sua città natale), dal 2000 a Londra e poi a Gerusalemme contro il muro che ingabbia i palestinesi e in molte altre aree di tensione. Con la velocità che gli consente la tecnica antichissima dello stencil, Banksy ha disseminato immagini ironiche, sferzanti, antiautoritarie negli angoli più inaspettati del mondo. Pitture e disegni di strada ma anche sculture che, come ricostruisce Sabina de Gregori in un bel libro fotografico Banksy il terrorista dell’arte (Castelvecchi) rivelano un preciso messaggio politico. Fin dagli esordi quando, ispirandosi ai graffiti parigini di Blek le Rat, Banksy riempì Londra di fumettistici ratti di protesta, simbolo di diseredati che, a frotte, uscivano dall’ombra per dire la propria scritta a grandi lettere su bianchi cartelli.

Per arrivare poi a realizzare, con incursioni notturne, graffiti più elaborati per denunciare violenze militari e di regime ma anche religiose. Indimenticabili in questo senso la sagoma di un militare, faccia al muro, perquisito da una bambina oppure una celebre Madonna che “amorevolmente” allatta il bambino con il veleno.

Icone che parlano chiaro. Così come certi interventi di Banksy dentro grandi musei: quando lascia un carrello da supermarket a naufragare in un lago di ninfee alla Monet o furtivamente traccia un topo con il cartello “Tu menti” nel bel mezzo di una mostra di Damien Hirst. Come un Arsenio Lupin al contrario, nota De Gregori, «invece di sottrarre qualcosa, Banksy aggiunge alle opere degli altri nuovi significati». Non lavora per sottrazione e cancellazione ( nonostante le sue opere a Londra siano state spesso coperte da writers rivali), perciò con  la giovane critica d’arte autrice di questa appassionate monografia non possiamo non convenire sul fatto che Banksy è un terrorista dell’arte assai anomalo e originale.

 

Flessibilità, il governo festeggia l’ok dell’Ue ma la coperta è ancora corta

Pier Carlo Padoan ostenta ottimismo e nella missiva indirizzata ai commissari Ue Dombrovskis e Moscovici scrive: «Sono fiducioso che una deviazione significativa sarà evitata». Tradotto: grazie per la flessibilità concessa con l’ok alla legge di Stabilità 2016, in cambio già il prossimo anno promettiamo di trovare 3 miliardi in più, facendo tagli, aumentando le tasse o contando sul sostegno della flebile ripresa in corso (l’Istat conferma che per il 2016 è prevista una crescita dell’1,1% e il tasso di disoccupazione scenderà quest’anno all’11,3% dall’11,9% del 2015).

Ora che la Commissione Ue ha ceduto almeno in parte alla proposta italiana, tocca dimostrare che si sta lavorando alacremente per raggiungere il pareggio strutturale di bilancio e nel 2017 l’Italia sarà sorvegliata speciale, dovendo colmare un gap nello sforzo previsto nel Def che vale, appunto, circa tre miliardi. Tanto più che incombono le clausole di salvaguardia, vale a dire un aumento dell’Iva che produrrebbe oltre 15 miliardi di entrate ma che Renzi vuole scongiurare.

Ad ogni modo l’accordo è concluso: all’Italia si riconosce l’impegno a raggiungere un rapporto deficit/Pil dell’1,8% contro il 2,3 che il governo aveva previsto per quest’anno e su riforme strutturali e investimenti 2016 c’è l’ok alle clausole di flessibilità, con un margine fiscale dello 0,1% per sostenere le spese legate all’accoglienza dei migranti. La Commissione ha concesso all’Italia «tutto lo 0,5% disponibile per le riforme, lo 0,25% per gli investimenti, lo 0,04% per l’aumento dei costi legati al flusso di migranti e lo 0,06% per le spese eccezionali legate alla sicurezza», recita la lettera dei commissari.

In totale, uno 0,85% di flessibilità che vale circa 13,5 miliardi di euro e che fa gridare al successo il premier Renzi: «Dire che la flessibilità non è ancora abbastanza è tecnicamente vero, ma è contemporaneamente un’incredibile sottovalutazione del punto di partenza: non volevano che citassimo la parola flessibilità».

Per le opposizioni di tratta di poco più di «un piatto di lenticchie» (Brunetta) che pagheremo a caro prezzo nei prossimi anni con manovre lacrime e sangue. Una cosa è certa: la coperta è ancora corta e l’Europa non consente altri sforamenti del deficit. Se l’aumento Iva si potrà eventualmente evitare con la spending review e la rivisitazione delle agevolazioni fiscali – che dovrebbe produrre entrate per almeno 9 miliardi – resta da capire con quali soldi si finanzia la crescita.

Le bugie di Hillary Clinton. E il video diventa virale

Mentre i risultati del Kentucky e dell’Oregon dicono che la corsa di Bernie Sanders non è affatto arrivata al capolinea, mostrando anche che la Clinton in Kentucky ce l’ha fatta di un soffio, diventa virale il video in cui sono state montate in fila tutte le dichiarazioni contraddittorie di Hillary Clinton. Colpisce l’incalzante sequenza in cui con disinvoltura la candidata alle presidenziali americane passa dal sostenere e poi negare il matrimonio egualitario per coppie omosessuali, ma anche la sequenza di capriole sulle email coperte da segreto e finite sul suo server privato quando era capo della diplomazia americana. Ne scrive il Washington Post in un articolo  di Kathleen Parker, dall’attacco fulminante: “Potreste dire che tutto dipende da cosa si intenda per bugia o che le registrazioni video sono una maledizione, ma questo resumé di esternazioni pubbliche e di incongruenze di Hillary Clinton è tale da rincuorare i repubblicani e non solo….”

Il caso Antinori e l’inerzia della politica di fronte ai diritti dei malati

Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin in una foto di archivio .Il ministro Lorenzin dovrebbe essere confermata alla Sanià.ANSA/CLAUDIO PERI

Un complotto dell’Isis. Il ginecologo Severino Antinori si lancia in un’autodifesa delirante, mentre si affida alla difesa dell’avvocato Taormina. E’ accusato di aver prelevato con l’inganno ad una ventenne alcuni ovociti per la fecondazione assistita. A denunciarlo è stata una infermiera professionista di origine marocchina. Una denuncia che ha strappato il velo sul commercio di gameti, che è illegale in Italia. E su un panorama di cinici mercanti di speranze, che speculano sulla speranza dei malati.

Uno scenario aperto in Italia dall’entrata in vigore della Legge 40/2004, una norma zeppa di anti scientifici divieti che – come è ben noto – ha costretto migliaia di coppie italiane a recarsi all’estero per sottoporsi a trattamenti medici che prima di quel fatidico 2004 si potevano fare negli ospedali italiani. Il divieto di eterologa, era uno dei punti qualificanti (in senso negativo) della legge italiana sulla fecondazione assistita. Un divieto che nel 2014 è stato giudicato incostituzionale dalla Consulta. Ma – ecco il nocciolo del problema- quella sentenza resta ancora oggi largamente disapplicata a causa della politica.

Solo tre Regioni infatti offrono la possibilità di accesso a tecniche di fecondazione eterologa in centri pubblici. Sono la Toscana, l’Emilia Romagna e il Friuli Venezia Giulia. Mentre tutte le altre Regioni italiane aspettano ancora il varo dei nuovi Lea ( livelli essenziali di assistenza) che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin non ha ancora varato e che garantirebbero alle Regioni la possiblità di accogliere le richieste di fecondazione eterologa in centri pubblici. Il ritardo del Ministero determina per conseguenza quello della conferenza Stato Regioni. E il risultato è che, nonostante quella importante, storica, sentenza della Consulta che riconosceva il diritto delle coppie di accesso alle terapie, dall’aprile 2014 a oggi in Italia sono stati fatti solo circa quattrocento trattamenti.

E questo perché, come accennavamo,  in tutta la penisola solo tre Regioni hanno le condizioni perché l’eterologa sia offerta dalla sanità pubblica, pagando, in media, circa  500 euro. Un fatto  che mette in chiaro l‘attendismo irresponsabile della politica che in due anni non ha adempiuto alla piena applicazione della sentenza della Consulta. Aprendo così lo spazio alla speculazione privata. Mentre tante coppie continuano ad essere obbligate ad andare all’estero.  Anche perché nei pochi centri pubblici funzionanti per l’eterologa in Italia le liste di attesa sono di oltre un anno.  Quando in casi come questi la tempestività di intervento è un fattore importante nella riuscita della terapia, specie se la donna chevi  si sottopone non è più giovanissima.

Se poi si va vedere che cosa ha fatto per esempio la Regione Emilia Romagna per rendere  esigibile immediatamente il diritto  delle coppie riconosciuto dalla Consulta si scopre che il procedimento è stato semplicissimo. Dopo la sentenza della Corte costituzione la giunta ha fatto una semplice delibera in cui si rendeva accessibile l’eterologa per analogia con quanto già accadeva per la fecondazione omologa. In altri termini è stata normata l’eterologa equiparandola all’omologa,  rendendola altrettanto gratuita, fatti salvi i normali esami di controllo come l’ecografia ecc.  Ma poi si scopre che anche in questa Regione – e non per cattiva volontà della politica –  l’accesso alle tecniche di fecondazione in vitro per l’eterologa resta un diritto difficile da esigere, dal momento che due soli centri pubblici sono  attivi in tutta la regione. Gli altri quattro restano fermi  perché mancano donatori di gameti. Per ora i due centri pubblici attivi  usano,  con il consenso dei donatori, i gameti crioconservati. A questo limite si aggiunge anche quello della possibilità di accesso alle tecniche fino a 43 anni perché poi le possibilità di rimanere incinta scemano moltissimo.  Ma anche su questo si potrebbe discutere dal momento che la stessa Legge 40 non fissa un limite temporale ben preciso. Perché spetta al medico decidere trattandosi di una vera e propria terapia.

Di fronte all’inerzia del Ministero nell’aggiornamento dei livelli di assistenza ( inspiegabilmente dal momento che una sentenza della Consulta non può non essere recepita e non c’è alcun vuoto normativo) per cercare di risolvere la questione della mancanza di gameti  in Toscana ed  in Friuli Venezia Giulia sono stati fatti bandi  per  gameti che arrivano dell’estero. Le donatrici sono pagate in molti altri Paesi. In Italia invece la donazione di gameti è parificata a quella dei donatori di sangue, anche se la donatrice di ovuli deve sottoporsi  a trattamenti più invasivi. Su tutti i gameti i centri sono obbligati a fare controlli e deve essere resa possibile la tracciabilità dei gameti, pur nel rispetto dell’anonimato dei donatori.  In Emilia Romagna, per esempio, la Regione svolge un lavoro di certificazione e di controllo dei centri privati (in Italia ce ne sono circa 80 e si paga dai tremila euro in su) per verificare  che abbiano i requisiti.
L’esempio dell’Emilia Romagna, della Toscana e del Friuli dimostra che se c’è la volontà politica è possibile  sul piano pratico garantire  un equo accesso alle cure come ha stabilito la Consulta.  Che cosa aspetta ancora il governo Renzi?  Intanto i  centri stranieri  si attrezzano per aprire succursali in Italia.