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Sanders-Clinton ai ferri corti. I democratici Usa come i repubblicani?

In Kentucky e Oregon è finita uno a uno, Hillary Clinton avanti di una manciata di voti nel primo Stato e Bernie Sanders meglio (54% a 46%) nel secondo, tendenzialmente più di sinistra. Ma siccome i delegati si distribuiscono in maniera proporzionale, il risultato non cambia la dinamica della corsa: i due candidati alla nomination democratica guadagnano un numero simile di voti alla convention e la distanza tra loro rimane inalterata. Contando i superdelegati, ovvero gli eletti, in gran maggioranza con lei, a Hillary ne mancano meno di cento per ottenere la nomination. Non contando quelli, l’ex first lady è comunque avanti di circa 300.

I veri problemi per lei e per Sanders non arrivano dagli Stati dove si è votato ma dal Nevada, dove lo scorso weekend si teneva la convention statale dei democratici. Bene, qui alcuni delegati di Bernie Sanders sono stati respinti perché non registrati come elettori del partito. Ogni Stato ha un suo processo di invio dei delegati alla convention nazionale, in alcuni casi si può non essere registrati, in altri invece è obligatorio. In Nevada è obbligatorio. La campagna Sanders ha cercato di far cambiare le regole con un voto. E ha perso, pur contestandone il risultato. L’effetto è stato il caos in sala, urla, proteste, litigi.

La verità è che dal punto di vista formale hanno ragione quelli del partito: le regole non si cambiano in corsa. L’altra verità è che in Nevada molti che hanno votato per Bernie non saranno rappresentati alla convention a causa delle regole. Un classico della vita di partito contemporanea: un candidato nuovo e diverso raccoglie consensi oltre i confini degli iscritti – in Usa essere registrati non è la stessa cosa, è di meno, ma ci siamo capiti – me le regole statutarie lo danneggiano. E la sua base non capisce e si infuria. La base di Bernie, poi, è giovane e radicale, più pronta alla protesta e a dare giudizi definitivi sulla vita di partito. Qualcuno anche qualcosa in più: i supporters di Bernie hanno diffuso alcuni numeri di telefono delle persone che presiedevano la convention del Nevada, che hanno ricevuto centinaia di sms e messaggi vocali di insulti e minacce. È un tema grosso e delicato.

Il problema per i democratici è che se una cosa così succedesse alla convention, il partito che è in netto vantaggio –  si trova come avversari dei repubblicani che voteranno un candidato che non è dei loro come Trump – rischia di finire diviso come il Grand Old Party. E qui entrano in gioco proprio Bernie Sanders, Hillary Clinton e le figure importanti del partito. Specie quelle di sinistra.

Sanders e Clinton dovrebbero avere la capacità di parlarsi e trovare una via di uscita: il primo dovrebbe ammettere la sconfitta e la seconda promettere alcune cose e fare in modo che la convention sia anche una celebrazione di Bernie, della sua campagna e delle idee che porta avanti. Per adesso non va così: il comunicato di Sanders suona un po’ come una minaccia. «Il partito ha davanti una scelta: aprire le sue porte a chi vuole il cambiamento economico e sociale per davvero, gente che vuole colpire Wall Street e l’industria degli idrocarburi che sta distruggendo il pianeta oppure può scegliere lo status quo, facendo conto sui grandi donatori ed essere il partito della scarsa partecipazione e privo di energia».

«Il partito ha una scelta» suona male: anche se Sanders tocca un punto cruciale – energia, partecipazione, rottura con i poteri forti – non può decidere a tre quarti della gara che il processo delle primarie è sbagliato, suona un po’ “se perdo buco il pallone”. Al contempo i suoi elettori la pensano in larga parte come lui e questa frattura, se non sanata con intelligenza e a metà strada tra le due campagne, rischia di danneggiare i democratici a novembre. Dana Milibank, columnist del Washington Post titola la sua rubrica: Sanders vuole essere il nuovo Nader? (il candidato che nel 2000 prese il 4% dei voti e assieme alla corte della Florida, privò Al Gore della presidenza).

La verità è che i temi di Sanders hanno influenzato e influenzano la campagna Clinton e molto si potrebbe ancora fare. Specie per costringere Hillary a prendere alcune posizioni nette sulle regole da metetre alla finanza. Su questo Bernie avrebbe anche alleati potenti nel partito come Elizabeth Warren. Ma adottare un linguaggio e una modalità come quella di questi giorni rischia di fare male a Clinton, al partito democratico e anche a Sanders e ai temi che gli sono cari. A meno di non pensarla come Susan Sarandon, che ha dichiarato che Trump alla Casa Bianca sarebbe un bene perché provocherebbe la rivoluzione. Meglio non fare la prova.

18 maggio 2016 | Il caffè di Corradino Mineo

Le notizie del giorno commentate dal direttore di Left Corradino Mineo, da ascoltare calde al mattino mentre si beve il caffè.

Isterismi democratici: a Lodi il PD convoca gli ultrà. Contro se stesso.

A proposito di paninari al governo: a Lodi dopo l’arresto del sindaco PD Simone Uggetti per turbativa d’asta è stato convocato per domani, giovedì’ 19 maggio, il primo consiglio comunale dopo la vicenda che ha inevitabilmente scosso la città. Fin qui nulla di strano. Ma seguitemi: sarà probabile che le opposizioni chiedano che il sindaco (al momento agli arresti domiciliari) abbia il buon cuore di dimettersi. Tutto normale, direte voi. E cosa fa la segreteria lodigiana del Partito Democratico? Invia una mail, questa:

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In pratica, dice il PD, siccome quegli altri verranno presumibilmente a chiedere le dimissioni cerchiamo di radunarci anche noi. Una guerra tra bande, insomma. Nessun cenno alla politica, non sia mai, e nemmeno un rigo per “entrare nel merito”, come dice il grande capo Matteo.

C’è da capire chi porterà i fischietti, le trombette a forma di lingua, le bibite, i bicchieri di plastica e la carbonella per cucinare qualcosa durante l’attesa: i tifosi di supporto probabilmente saranno numerati, da una parte i democratici e dall’altra la squadra dei gufi. Una cosa del genere. Oppure una partita nella meravigliosa piazza della città a palla avvelenata. E chi perde si dimette. Oppure, perché no, il consiglio comunale si aprirà con una gara di rutti. Una cosa così.

Però sono due le cose che colpiscono su tutte: la prima è che questi sono gli stessi che accusano di “populismo” tutti gli altri (e intanto sono un partito da adunate serali) e la seconda è che ancora insistono nell’invitare “anche amici e simpatizzanti del centro-sinistra”. Hanno scritto proprio così. Chissà come ci rimane male Verdini.

A proposito: ma quale sarà lo slogan dei piddini? Ciaone?

Buon giovedì.

La storia di Amani che si è ribellata al matrimonio combinato

«Quando sono partita per la Siria avevo appena finito la prima liceo turistico aziendale. Lavoravo in una cartolibreria per l’estate, ma quando andai a firmare il contrattino, dopo il periodo di prova, mi accorsi che non potevo farlo perché c’era una lettera sbagliata sul mio mio passaporto. Mia madre allora colse l’occasione di propormi una viaggio di qualche giorno in Siria, per conoscere il Paese dove sono nata ma ache conoscevo pochissimo». Partita il 24 agosto 2006 Amani El Nasif è riuscita a rientrare in Italia solo nell’ottobre 2007. «Avevo sempre vissuto in Italia, non sapevo nulla della situazione siriana. I miei genitori amavano il loro Paese. Che all’epoca era governato da Hafez Al Assad, padre dell’attuale presidente siriano. Mancando da molti anni, penso non immaginassero nemmeno loro di trovare là una vera dittatura».

Non ci fu nemmeno il tempo di preoccuparsi di questo prima di partire. «Saremmo dovute restare là solo pochi giorni, giusto il tempo di mettere a posto i documenti e salutare i parenti». Ma le cose non andarono così. Quei cinque giorni diventarono 399. La sedicenne Amani si trovò in una trappola. A sua insaputa i suoi genitori le avevano combinato un matrimonio con un cugino più grande di dieci anni. Che prese a umiliarla e a picchiarla perché non voleva portare il velo e soprattutto non voleva sposarsi con un uomo che non amava.

In Italia, a Bassano del Grappa, aveva lasciato Andrea di due anni più grande con il quale aveva una storia. Attaccandosi al cellulare italiano aveva cercato di contattarlo e di comunicare con le amiche. Non appena il ragazzo capì la situazione andò chiedere aiuto ai cervizi sociali.  Ma non pottetero fare nulla perché Amani non aveva la cittadinanza italiana nonostante frequentasse ancora le scuole italiane e abitasse in Italia ormai da molti anni. «Quello che avevo vissuto in Siria, e che Andrea aveva subito indirettamente, trasformò inevitabilmente il nostro rapporto. Il giorno del mio compleanno il 20 Gennaio 2008, quando diventai maggiorenne, scappai di casa per andare a vivere con Andrea. Ma lui era terrorizzato, temeva che qualcuno della mia famiglia mi portasse via a forza e non mi faceva più uscire di casa da sola. Per me era un dramma. Non mi potevo permettere di perdere la libertà per la quale avevo tanto lottato. Anche se amavo quel ragazzo. Purtroppo quella era diventata una storia malata, una di quelle storie che ti fanno soffrire, che ti succhiano la vita e ti impediscono di viverla. Due anni dopo il mio ritorno in Italia, la storia con Andrea finì. Trovai un lavoro in un bar, il primo che mi era capitato dopo quella rottura dolorosa. Nel frattempo avevo rivisto mia madre, per risolvere un problema con le buste paga, su consiglio dei vicini, mi indirizzò allo studio di Massimo, che era un bravo commercialista. Da lì è cominciata un’altra storia».

Amani oggi ha 26 anni lavora come coordinator marketing per una holding italiana e ha una figlia. La sua storia è diventata un libro Siria mon amour (Piemme) e lo presenta in giro per l’Italia, soprattutto nelle scuole, per parlare con ragazze che potrebbero venirsi a trovare in situazioni come la sua.
«Quello che mi sento di dire a tutte le giovani è di parlarne, superando la paura. Solo così si può mettere in moto il cambiamento. Certo i problemi burocratici da affronatre sono tanti. Per colpa di mio padre che non aveva richiesto la cittadinanza italiana per me e per i miei fratelli sono ancora in mezzo a un guado. Se fossi stata cittadina italiana, in Siria sarei potuta andare all’ambasciata italiana e certamente sarei riuscita a tornare molto prima. I requisiti per ottenere la cittadinanza andrebbero rivisti – sottolinea Amani -. Nel frattempo i miei fratelli sono riusciti ad ottenerla, io ancora no, nonostante sia madre di una bambina e lavori qui in Italia. Per lungo tempo in passato ho lavorato senza contratto che è un requisito indispensabile. “Se ti sposi ottieni la cittadinanza facilmente”, mi sento ripetere spesso, ma io non voglio farlo per risolvere questo problema. Mi sento italiana al cento per cento. Vivo e lavoro in Italia, qui è nata mia figlia, credo di averne tutto il diritto».

Dopo questa dura esperienza legata a tradizioni religiose e oppressive  Amani El Nasif  come legge il fenomeno delle donne europee che vanno a vivere in Siria al fianco dei foreign fighters?

«Credo che una persona disposta a lasciare tutto quello che ha, compresa la famiglia e gli amici e il lavoro, per andare a combattere con loro, sia una persona folle. La cosa mi addolora di più è che queste giovani donne accettino di diventare un oggetto in tutti i sensi, non solo sessuale, come moglie dovranno eseguire gli ordini, ubbidire, stare in silenzio, accettare qualunque cosa senza mai ribellarsi. Con tutto quello che vediamo, mi indigno anche perché tutti dovremmo essere i prima fila per cercare di interrompere questa spirale di morte e distruzone, tutti dovremmo cercare di cambiare la drammatica situazione Siriana che purtroppo ha raggiunto un punto drammatico di abbandono e di indifferenza agli occhi del mondo intero».

Amani El Nasif sarà il 22 maggio a Gorizia, al Festival E’ storia, quest’anno dedicato alle nuove schivitù, n un incontro intitolato Sottomissione? La questione femminile e il Medio Oriente. A colloquio con la giovane scrittrice ci sarà Farian Sabahi.

Clinton punta sulle donne, il suo testimonial (involontario) è Donald Trump

Oregon e Kentucky sono un pessimo posto per tenere delle primarie se ti chiami Hillary Clinton. Oggi (fino a stanotte fonda) si vota in altri due Stati che, per composizione dell’elettorato democratico, sono perfetti per Bernie Sanders: uno è liberal e bianco, l’altro solo bianco. Ancora una volta, come da un paio di mesi a questa parte, il voto dei due Stati non cambierà la dinamica delle primarie democratiche, destinate a concludersi il 7 giugno con il voto in California che al 99% incoronerà Hillary. Da qui ad allora e dopo le probabili vittorie di stanotte, Bernie continuerà a sostenere di potercela fare, a radunare folle ai suoi comizi e a mettere in seria difficoltà l’ex first lady con i suoi contenuti e la sua freschezza di figura politica disinteressata – contrapposta allo scarso appeal della rivale.

Nelle ultime settimane i toni di Sanders – soprattutto di alcuni suoi sostenitori – si sono fatti più aspri nei confronti di Hillary e si teme che la cosa possa danneggiare i democratici alle elezioni. La loro fortuna è avere Trump come avversario.

Per ovviare alle difficoltà nelle quali si è trovata, Hillary punta su due fattori: ribadire che sta vincendo lei e, soprattutto, puntare la campagna contro Donald Trump, come se si fosse già nella corsa al voto vero. L’idea, al momento, sembra quella di segnalare le crepe nel Grand Old Party: oggi un comunicato stampa della campagna segnala tutta una serie di figure del partito che fu di Reagan che prendono le distanze dal candidato. Secondo passo è quello di consolidare il consenso dei gruppi che di certo votano in maggioranza democratico. Se per mesi, quelli delle primarie, la corte è stata fatta alle minoranze, oggi è la volta delle donne.
Nel giorno in cui il New York Times pubblica una lunga inchiesta in cui almeno una trentina di donne raccontano del loro rapporto/incontro con TheDonald – niente violenze o simili, ma supponenza, battute, disprezzo, un’idea non proprio contemporanea e paritaria della donna – il SuperPac (o comitato di azione politica) Priorities Usa, che è una mano armata di Hillary, manda in onda due spot. L’anteprima è andata in onda durante lo show di Rachel Maddow, conduttrice liberal e molto schierata e ve li mostriamo qui sotto. Non sono male. L’obbiettivo è colpire Trump prima che questi, a forza di spin e tentativi di moderarlo/contenerlo da parte repubblicana, moderi la sua immagine, inchiodarlo alle sue battute e alle sue parole. E anche se una delle donne intervistate dal New York Times ha detto che il contenuto delle sue parole è stato distorto, le frasi che sentite negli spot Tv non hanno nulla a che vedere con soffiate o confessioni: la voce è quella del miliardario newyorchese. E a dire il vero, ci vuole poco a credere che uno così faccia avances non richieste.

Ma vediamo gli spot:
«Aveva sangue che le usciva dagli occhi e da …. ci siamo capiti», «Aveva un bel corpo? No, aveva un culo grasso, eccome!» «Se Ivanka non fosse mia figlia, beh, ci proverei». Tre frasi delle cinque che vedete mimate, con la voce di Trump in sottofondo. Alla fine, lo speaker si rivolge alle donne: Davvero Trump parla in vostro nome?

Il secondo è più politico, si apre con Trump che dice di se stesso: «Nessuno rispetta le donne più di Donald Trump» e segue con una serie di ritagli di interviste Tv in cui TheDonald promette di tagliare Planned Parenthood (la rete che fa pianificazione familiare), che spiega che le donne che abortiscono dovrebbero essere punite. «Trump per noi è sbagliato», dice una voce femminile.

Legge sui partiti, lotta di emendamenti tra Pd e 5 stelle

La legge sui partiti è in discussione in Commissione Affari Costituzionali. Il testo, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, reca «disposizioni in materia di promozione e trasparenza dell’attività dei partiti, movimenti e gruppi politici organizzati e il rafforzamento dei loro requisiti di democraticità, al fine di favorire la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita politica» e andrebbe a colmare la mancanza di una legge quadro che disciplini la democrazia e la trasparenza interne ai partiti.

La partita si gioca tra il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle. La scorsa settimana il relatore della legge, Matteo Richetti (Pd), ha unificato le quattro diverse proposte di legge, tra cui quella del vicesegretario dem Lorenzo Guerini, fedelissimo del premier, contro cui si è scagliata la formazione guidata da Grillo e Casaleggio Jr. La proposta di Guerini prevedeva l’obbligo di dotarsi di uno statuto per quei partiti e movimenti che vogliano presentarsi alle scadenze elettorali, pena l’esclusione dalla competizione. Cosa che ha fatto infuriare il M5s, che – come è ben noto – è completamente sprovvisto di personalità giuridica.

Il relatore Richetti ha tentato di mediare tra le due posizioni, presentando un testo che contempli due possibilità, una per i partiti che vogliano usufruire del due per mille e dei benefici fiscali, per cui sono previsti obblighi più severi, l’altra per quei movimenti a cui non interessa godere dei vantaggi economici, per i quali i vincoli sono meno stringenti.

Ma tra democratici e pentastellati è guerra a suon di emendamenti. Il testo di Richetti – pur modificando in parte la proposta di Guerini – prevede che la vita interna dei partiti politici sia «improntata al metodo democratico», come recita il secondo comma dell’articolo 2 del testo base. Proprio su questa proposta si sono scagliati i 5 stelle, che con un emendamento a firma di Danilo Toninelli, hanno tentato di escludere l’obbligo di democrazia interna per i partiti: «Il metodo democratico interno», dice il deputato, «è già previsto dall’articolo 18 della Costituzione». L’emendamento è stato bocciato dalla Commissione Affari Costituzionali.

Intanto continua lo scontro tra i vertici del M5S ed il Sindaco di Parma, Federico Pizzarotti. Il Primo Cittadino è stato sospeso nei giorni scorsi dal Movimento per non aver comunicato subito di aver ricevuto un avviso di garanzia per le nomine dei vertici del Teatro Regio. L’ex esponente del M5S ha poi pubblicato l’avviso di garanzia online, assieme a un parare legale che attesta che la pubblicazione avrebbe compromesso i diritti di altre persone coinvolte nell’indagine. Nonostante questo, si è visto rifiutare la richiesta di convocare una riunione con il «Direttorio», l’organo esecutivo della formazione politica, composto da 5 membri. E adesso, certo di esser espulso a seguito di «un processo sommario», su Facebook attacca duramente Roberto Fico, uno dei membri del direttorio: «Sarebbe stato bello poter controbatterlo a Piazza Pulita, per rispondere a tutte le balle che ha raccontato in Tv».

Tutta la vicenda Pizzarotti, ovviamente, per i Dem è ghiottissima. Anche per lo scambio di accuse sulla legge sui partiti. Che approderà in aula il prossimo 26 maggio, quando la commissione avrà finito di votare gli emendamenti e il testo sarà definitivo. Tra gli emendamenti approvati dalla Commissione Affari Costituzionali se ne segnalano due: il «salva Pizzarotti» del deputato e Presidente della Commissione Affari Costituzionali, Andrea Mazziotti Di Celso (Scelta Civica), che impone ai partiti l’applicazione del codice civile nell’organizzazione interna, prevedendo il ricorso al principio di maggioranza per l’adozione delle decisioni; il secondo, del deputato di Sinistra Italiana Stefano Quaranta, che rafforza il principio di collegialità interna, sostenendo come sia «diritto di tutti gli iscritti, partecipare, senza discriminazioni, alla determinazione delle scelte politiche che impegnano il partito».

Sgradito al Movimento è anche l’emendamento del deputato Mazziotti, approvato. Il simbolo del partito non potrà più appartenere ad una persona, dice l’emendamento, non potrà più appartenere ad un singolo ma apparterrà a tutti gli iscritti.

Ilva, processo a Strasburgo contro l’Italia

Lo stabilimento Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi, 19 settembre 2013. ANSA / CIRO FUSCO

L’Ilva è approdata a Strasburgo. La Corte europea dei diritti umani ha aperto ufficialmente un procedimento contro l’Italia. L’accusa è quella di non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini dagli effetti negativi delle emissioni del polo siderurgico di Taranto. La Cedu ha ritenuto che le prove addotte al ricorso fossero sufficienti per aprire il procedimento contro lo Stato italiano che così è formalmente sotto processo. A rivolgersi a Strasburgo sono stati, nel 2013 e nel 2015, 182 cittadini che vivono a Taranto e nei comuni vicini. Alcuni rappresentano parenti scomparsi o malati.

Un altro tassello si aggiunge quindi nella travagliata vicenda dello stabilimento al centro di polemiche decennali per la nocività delle emissioni. La decisione della Corte europea di Strasburgo è arrivata in seguito al ricorso presentato da un gruppo di abitanti di Taranto che ha denunciato la violazione di norme necessarie per proteggere la salute collettiva. Sotto accusa da parte dei residenti anche tutte le norme “Salva Ilva” che avrebbero permesso la continuità della produzione siderurgica.
La notizia è arrivata proprio nel giorno in cui nella città pugliese si è aperto il processo per presunto disastro ambientale. Un processo storico, con 44 persone rinviate a giudizio e tre società, sei anni di indagini, per far luce sull’inquinamento degli anni della gestione Riva (1996-2013).
Alla sbarra ci sono, come riporta l’Ansa, anche i fratelli Fabio e Nicola Riva, della proprietà Ilva (oggi in amministrazione straordinaria), l’ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, l’ex presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, l’ex responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva Girolamo Archinà, gli ex direttori di stabilimento Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, l’ex direttore di Arpa Puglia Giorgio Assennato, l’avvocato Francesco Perli (uno dei legali dell’Ilva), l’ex presidente della commissione ministeriale che rilasciò l’autorizzazione integrata ambientale all’Ilva, Dario Ticali e il deputato di Sel (ex assessore regionale) Nicola Fratoianni. Sono previste altre richieste di costituzione di parte civile da parte di famigliari di operai morti di tumore o di cittadini residenti nei quartieri a ridosso del Siderurgico.

«Ben poche cose sono assordanti quanto il silenzio». Sette anni senza Mario Benedetti

Il poeta forte, sopravvissuto a una vita di esilio e d’asma ostinata. Il poeta contro, la dittatura nel suo Paese e l’odio del suo tempo. Il poeta resistente, sempre «in difesa dell’allegria». Il 17 maggio del 2009, proprio sette anni fa, all’età di 88 anni ci ha lasciati Mario Benedetti. Nella sua terra, l’Uruguay, da desexiliado. Usa la poesia come arma di denuncia, Mario: scrive dell’Uruguay del carcere, della tortura, delle esecuzioni sommarie, dei desaparecidos. L’America Latina di Benedetti è fatta di paura e sudore, è un Paese di gente comune fatta di storie quotidiane e musica.

mario benedettiPoeta, saggista, scrittore, drammaturgo e rifugiato politico. Quasi sconosciuto in Italia, eppure ha origini umbre Mario Benedetti, nato in Uruguay da immigrati italiani, Brenno Benedetti e Matilde Farugia. Fino a due anni di età abita con la famiglia a Paso del los Toros, poi, per motivi di lavoro i suoi decidono di trasferirsi a Tacuarembó e, in seguito, a Montevideo, quando Mario ha appena 4 anni.

Cresce tra problemi economici, Mario. A 14 anni inizia a lavorare tra i ricambi per automobili e gli tocca aspettare il 1945 per entrare in una redazione e lavorare così con le sue compagne di vita: le parole. Nel settimanale Marcha, dove viene nominato direttore letterario nel 1954, rimane per 29 anni, fino al 1974, quando il giornale viene chiuso dal governo di Juan Maria Bordaberry. In questi anni collabora con numerose riviste latinoamericane, sposa il suo grande amore il 23 marzo 1946, Luz López Alegre. E scrive. Scrive tanto Benedetti: 10 racconti, 3 drammi, 7 romanzi, 31 poesie, 14 saggi.

La sua è la vita di un combattente, di un intellettuale attivo e controcorrente. La sua prima azione di militanza politica è nel movimento contro il trattato militare con gli Stati Uniti d’America. Poi, nel 1971, fonda il Movimento 26 marzo, il braccio politico della guerriglia dei Tupamaros. Due anni dopo, a seguito del colpo di Stato militare – e al regime militare imposto tra il 1973 e 1985 – è costretto a lasciare l’Uruguay per via delle sue opinioni marxiste e partire per l’esilio: Buenos Aires, Parigi, Cuba, Madrid. Attraversa la storia col passo del “guastafeste”, imprimendo la sua vita nella continua attività letteraria. Torna in Uruguay nel marzo ’83 dando inizio al periodo desexilio.

La riscoperta di Benedetti in Italia si deve a Francesco Luti che ha riunito tutte le opere del poeta uruguagio in Difesa dell’allegria. Perché Benedetti è stato soprattutto un poeta: «Strappiamo le sue poesie all’immobilità della pagina e facciamone una nuvola di parole, di suoni, di musica, che attraversi l’oceano atlantico (le parole, i suoni, la musica di Benedetti) e si fermi, come un’orchestra protettrice, davanti alla finestra che è proibito aprire, avvolgendogli il sonno e facendolo sorridere al suo risveglio», scrisse José Saramago il 4 maggio del 2009, pochi giorni prima della sua morte, sul suo Caderno. Scegliendo una poesia di Benedetti, tratta dalla raccolta Inventario, che oggi Left ripropone:

Non ti salvare

Non rimanere immobile
sull’orlo della strada
non freddare la gioia
non amare indolente
non ti salvare ora

né mai
non ti salvare
non riempirti di calma
non tenerti del mondo
solo un angolo quieto

non chiudere le palpebre
pese come sentenze
non restare senza labbra
non dormire senza sonno
non pensare senza sangue
non giudicare senza tempo

ma se
malgrado tutto
non lo puoi evitare
e raffreddi la gioia
e ami con indolenza
e ancora ti salvi
e ti riempi di calma
e ti tieni del mondo
solo un angolo quieto
e lasci cadere le palpebre
pese come sentenze
e ti asciughi senza labbra
e dormi senza sonno
e pensi senza sangue
e giudichi senza tempo
e immobile ti fermi
sull’orlo della strada
e ti salvi
allora
non restare con me.

La colonna sonora di Amore Tossico con 30 anni di ritardo

“Affannosa ricerca di un limone”. Ascoltate questa traccia su “Amore tossico”, la colonna sonora del film di Claudo Caligari e fatevi venire un po’ di angoscia. E poi, ascoltando tutte le tracce incise su vinile color rosso sangue, pagate tributo alla storia infinita dei compositori di colonne sonore e sigle di scuola italiana.

La colonna sonora di Amore tossico, composta da Detto Mariano, che fino a quel momento aveva composto principalmente musica per film leggeri e commedie, usando solo un Fairlight, sintetizzatore che all’epoca era di grande avanguardia, esce per la prima volta su disco. Con una bella operazione, Penny Records ha pensato di stampare questo disco accompagnandolo, stavolta anche in versione digitale, da Tossico Amore, ovvero la stessa colonna risuonata e reinterpretata da La Batteria, quartetto romano che ama ricreare, bene e in maniera originale, il sound tipico delle colonne sonore italiane (qui qualche esempio, sul loro sito). Che poi sono tante come i generi di culto di quegli anni, dall’horror, ai polizieschi fino alle commedie sexy.

Il risultato sono due bei dischi (bella la copertina di Emiliano Stand Cataldo), che ci rigettano nelle atmosfere di un film culto che raccontava, quasi in diretta, la catastrofe dell’eroina nelle periferie urbane dei primi anni 80. Un racconto nella stessa Ostia ripresa da Caligari nel suo”Non essere cattivo”, ahinoi ultimo film di questo regista poco prolifico e straordinario 30 anni dopo.

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Il risultato di questi due lavori, uno antico, l’altro vintage – come si dice oggi per qualsiasi cosa suoni o appaia di un’altra epoca – è un viaggio profondo e a tratti angosciante come la vicenda raccontata in “Amore Tossico”, musica tesa, asciutta e coinvolgente, elettrica nelle tracce originali e più rotonda, suonata, in quelle de La Batteria, che è composta da musicisti con una lunga storia e mille frequentazioni – e la cosa si vede, il disco è prefetto: suona antico, è fedele all’originale ma è proprio un’altra cosa.

Racconta Detto Mariano: «Caligari fu meticoloso nella scelta critica delle musiche per il suo primo film e anche se ribadisco il suo completo assenso ai temi principali, pure, in alcune scene fece intervenire un signore il cui ruolo non mi era mai capitato di incontrare prima né da allora ho mai più incontrato.

Fece venire in sala un esperto in droghe. Il suo compito era quello di appurare se le mie musiche corrispondevano all’effetto che le droghe facevano a chi le assumeva». Ci sono brani che che lasciano immaginare che l’esperto se ne intendesse, non solo degli effetti, ma dell’angoscia e dolore dell’astinenza.

E se non conoscete Amore Tossico, questo è il trailer

Chi plagia i giovani kamikaze. La denuncia dello scrittore Mahi Binebine

La mattina del 16 maggio 2003,  quattordici giovani uscirono da una baraccopoli vicino a Casablanca per fare una carneficina, uccidendo 45 persone e ferendone centinaia. «Sono rimasto scioccato di fronte a quella tragedia, come i miei concittadini. Fino ad allora avevamo pensato di essere immuni dal terrorismo» dice lo scrittore Mahi Binebine a Left . «Ma abbiamo dovuto affrontare l’amara realtà: i giovani responsabili di quella tragedia non venivano da fuori».

Da quello choc, molti anni dopo, è nato il romanzo Les étoiles de Sidi Moumen uscito in Francia nel 2010 e che ora, finalmente, arriva nelle librerie italiane con il titolo Il salto, pubblicato da Rizzoli. Romanzo bruciante, febbrile, visionario in cui lo scrittore marocchino immagina la storia di questi ragazzi cercando di capire che cosa li ha portati alla pazzia di quel gesto. Il libro e il film, I cavalli di Dio che ne è stato tratto, hanno aperto la discussione sulle radici del terrorismo islamico che continua oggi.

Binebine«Allora pagavamo il prezzo dell’analfabetismo, della povertà, dell’ingiustizia che dilaga negli slums come Sidi Noumen alle porte di Casablanca», racconta Binebine che il 17 maggio alle 18,30 incontra il pubblico nello  spazio di coworking Cowall, dove si trova la redazione del magazine Babelmed .
«Come scrittore potevo rimanere inerte? Ovviamente no. La letteratura può cambiare qualcosa? Ho qualche dubbio al riguardo.. Ma penso anche che nessun atto contro la barbarie sia mai vano».  Fuori da scenari apocalittici e alla Michel Houellebecq, Mahi Binebine indaga la realtà. Lo fa utilizzando un registro letterario alto e una narrazione cinematografica e incalzante.
Ne Il grande salto il fondamentalista Abou Zoubeir è tratteggiato come una personalità forte, carismatica. Ma né questo né le condizioni di indigenza in cui vivono Yashin, Hamid, Yashin, Nabil e gli altri ragazzi bastano a spiegare perché cadono nella trappola sposando la jihad.

La religione sembra offrire loro uno schema in cui incanalare il loro malessere interiore, sembra dargli l’illusione di un’identità, di una appartenenza.
«Ovviamente i poveri non diventano assassini. Non possiamo giustificare tutto con la disperazione e la miseria, di questi attentatori che si sentivano senza futuro» commenta lo scrittore marocchino. « Ma ho trascorso molto tempo a Sidi Moumen, fra le capanne roventi, le fogne a cielo aperto e la discarica di 100 ettari. Se non fossi mai andato a scuola, forse anche io sarei stato una facile preda di mercanti di illusioni.Lavorando con le associazioni in loco, ho scoperto che bastano due anni per addestrare un kamikaze. Spaventoso. Per prima cosa portano i giovani fuori dalla discarica, li ripuliscono facendogli fare le abluzioni cinque volte al giorno per la preghiera e poi gli trovano un lavoro con i “fratelli”. L’indottrinamento inizia con una lettura orientata Corano. Vengono gradualmente separati dalle loro famiglie. Il gruppo religioso diventa una famiglia surrogata che dà loro l’impressione di una dignità che non si sono mai sentiti addosso. Accusano gli ebrei e l’Occidente di tutti i mali dei musulmani. Gli mostrano video di “eroi”kamikaze…e in soli due anni, l’adolescente è piegato al loro volere».

Perché c’è stata una forte ripresa  del fondamentalismo religioso e della repressione politica dopo le “primavere arabe”?
Sento  dire spesso  che i fondamentalisti sono i figli della primavera araba. È una falsità. Sono figli di dittatori che hanno imperversato  nel mondo arabo durante il colonialismo e la decolonizzazione. Al momento della caduta di alcuni di lor , le sole forze organizzate erano i salafiti, supportati dalle monarchie petrolifere. E in alcuni Paesi, come l’Egitto, hanno vinto le elezioni democraticamente. Ci fu un colpo di Stato che il mondo occidentale ha applaudito… tutto questo dà foraggio ai fondamentalisti. La democrazia diventa geometria variabile. Gli viene detto: Hai vinto, vai!
In Marocco e in  molti altri Paesi arabi c’è sempre stata una tradizione laica. Gli intellettuali che ne fanno parte riescono a fare sentire la propria voce?
Il punto è che l’occidente ci dovrebbe pensare due volte prima di impegnarsi in guerre. Lancia a tamburi battenti  proclami sulla democrazia e sui  diritti umani e intanto per interesse fa affari  con i regimi che negano la libertà e diritti.   Proclamano azioni umanitarie e cmmerciano con i mercanti di armi,  nelle aree di conflitto. Certo anche  i democratici  africani, arabi e musulmani, amare la libertà. E anche noi oggi piangiamo le vittime innocenti degli attentati di Parigi e Bruxelles, come abbiamo pianto ieri quelli di Madrid e Casablanca e  soffriamo  per difendere questa libertà.
I giovani terroristi che hanno fatto l’attentato al Bataclan non  sono nati in uno slum. Non hanno alle spalle situzioni di miseria assoluta e ignoranza. Come legge le loro storie?
Quando c’è stato bisogno di ricostruire l’Europa dopo la guerra, serviva forza lavoro, che arrivò in massa  dal Maghreb. Sono stati parcheggiati in sobborghi dormitorio intorno alle principali città e dimenticati lì. Quando si sono svegliati mezzo secolo dopo, hanno trovato una popolazione europea, ma non facevano parte del tutto. Si sono sentiti cittadini di  seconda classe, una parte di loro è caduta nel piccolo traffico di droga, furti. I musulmani  hanno investito i luoghi di culto (a volte illegali), alcuni radicalizzandosi sempre più. Il nemico è chiaramente lo Stato coloniale.  I fondamentalisti hanno offerto loro qualcosa più grande di piccoli reati… E che, secondo loro, non porta in prigione, ma in paradiso con 70 vergini.
 Le responsabilità europee sono sotto gli occhi di tutti. Cosa ne pensa di ciò che sta accadendo con i migranti e ai rifugiati, troppo spesso guardati con sospetto, come fossero tutti terroristi?
La storia è lunga. L’nvasione dell’Afghanistan, anche se può  essere sembrata legittima ad alcuni dopo l’11 settembre, può giustificare gli eventi che hanno portato allo smantellamento dell’Iraq, ora in condizioni esplosive, alla distruzione della Libia, ad installare in il caos e l’anarchia. Oggi è la Siria lacerata dalla guerra civile che accende l’odio millennario tra sunniti e sciiti. Come risposta a queste aggressioni abbiamo assistito alla comparsa dell’Islam fondamentalista, alla nascita di frange jihadiste e nichiliste. Così  a chiunque sia disposto ad ascoltare continuano a ripetere il solito sermone: che i leader di questi gruppi hanno tutto il diritto di agire per risvegliare la”Umma” e denunciare la vera natura demoniaca dell’ Occidente. Gli Stati Uniti e la Francia sembrano confermare le loro speranze. Sappiamo tutti, naturalmente, che tutto questo è solo delirio e speculazione gratuita. Certo i traffici per il petrolio, il controllo geostrategico dell’area medio orientale, ala salvaguardia della sicurezza di Israele costi quel costi non aiutano. A Parigi, come altrove, facciamo finta di non capire. Con cinismo  sono stati dirottati milioni  senza dare unosguardo ai  morti dopo l’invasione dell’Iraq, milioni di morti. Migranti e rifugiati sono il risultato di queste guerre scriteriate.  Una vera tragedia. Anche perché  molti europei sono stati rifugiati e migranti nel secolo passato, ma a quanto pare non se lo ricordano.