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Giornata contro l’omofobia. Le storie e i ritratti di Where Love Is Illegal

Negli Stati Uniti è il 1974 quando l’omosessualità viene cancellata dall’elenco dei disturbi psichiatrici. L’Organizzazione mondiale della sanità compie però lo stesso passo solo il 17 maggio 1990. Per questo quella data è diventata il giorno in cui si celebra la giornata mondiale contro l’omofobia.
In molti Paesi del mondo le discriminazioni permangono e i membri della comunità LGBT sono spesso vittime di violenze, per celebrare la lotta contro l’omofobia vi riproponiamo le storie e i ritratti fotografici del progetto web Where Love is Illegal (dove l’amore è illegale) una raccolta di testimonianze per denunciare discriminazioni e persecuzioni sulla base di preferenze sessuali e identità di genere. «Crediamo che le storie abbiano il potere di unire le persone, di aprire la mente, trasformare le opinioni e cambiare le politiche» spiegano dallo staff di whereloveisillegal.com. Il progetto nasce su iniziativa di Robin Hammond, fotografo e attivista per i diritti umani. Per un decennio Robin ha viaggiato attraverso l’Africa sub-Sahariana per raccontare storie che avevano a che fare con lo sviluppo sociale e civile di quei paesi, spesso afflitti da depressione economica e da regimi dittatoriali intolleranti e violenti.

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Anno dopo anno Robin è rimasto sempre più scioccato di fronte all’intolleranza che in alcuni paesi si sviluppava contro le varie comunità Lgbt.

«Crediamo che le storie abbiano il potere di unire le persone, di aprire la mente, trasformare le opinioni e cambiare le politiche»


Nel 2014 mentre sta lavorando in Nigeria a un reportage per il National Geographic si imbatte nella storia di cinque ragazzi arrestati e trascinati di fronte a un tribunale perchè omosessuali. Pochi giorni dopo Robin si ritrova seduto faccia a faccia con quei giovani che lo guardano con gli occhi colmi di terrore perché non hanno più una casa, sono costretti a nascondersi e non sanno che ne sarà di loro. Torna a trovarli più volte, scatta loro delle foto, raccoglie le loro testimonianze. Con quelle immagini partecipa al “Getty Grant for Good”, un fondo per progetti a scopo benefico che gli permette di realizzare Where Love Is Illegal. Robin conosce altri attivisti, fra i quali Harold Smith Franzen, comincia a viaggiare in tutto il mondo dall’Uganda al Cameroon, passando per il Sud Africa, per spostarsi poi in Malesia, Russia, Libano raccogliere storie e conoscere nuove persone che vogliono aiutarlo in questo progetto. Nel giro di due anni Where Love Is Illegal diventa una piattaforma per sensibilizzare il grande pubblico sulle violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone omosessuali e per raccogliere finanziamenti per tutte quelle associazioni locali che lottano per la difesa dei diritti civili. Diventa anche una sorta di diario globale in cui raccogliere singole storie personali che si intrecciano da un capo all’altro del mondo con un unico fil rouge: l’amore (e il diritto di amare) negato, ferito, calpestato solo perché considerato diverso.
Ecco alcune delle storie raccontate su whereloveisillegal.com

Sud Africa

Olwetu & Ntombozuko

 

 

 

 

«Ecco queste puttane che cercano di rubarci le nostre ragazze» questo è quello che un gruppo di uomini urla prima di attacare Ntombozuko. Ntombozuko è sopravvissuta due volte a questo genere di attacchi omofobici, la seconda volta è stato accoltellato e ancora porta i segni di quella bestiale aggressione. «È stato il giorno peggiore della mia vita, anche oggi ho paura quando cammino per strada».

 

Uganda

Rihana & Kim

 

 

 

«Siamo stati portati in prigione, abbiamo avuto una vita difficile, siamo stati picchiati e costretti ai lavori forzati»

 

Raymond

 

 


«Chi è sospettato di essere gay e viene arrestato dalla polizia viene frustato con una cinghia di cuoio. Miiro & Imran sono stati trascinati fuori dalla loro casa e picchiati in strada. Raymond è stato pestato a sangue fuori da un bar e lo stesso è successo ad Apollo e a molti dei loro amici»

 

Siria

 

La storia di M.

 

«Cosa c’è di speciale nel Paradiso? Le persone lì non ti giudicano». M. in Siria era un medico. È stato rapito dalle milizie di Jabhat al-Nusra, un gruppo affiliato a al-Queda, perché è gay. «All’inizio mi hanno minacciato, volevano tagliarmi la testa, mi hanno piazzato un coltello sotto la gola e mi hanno detto: sei pronto a morire?». M. è stato rilasciato dopo che la sua famiglia ha pagato un riscatto. Più tardi, quando Daesh ha preso il controllo della zona, anche le milizie del sedicente Stato Islamico, sono venute a cercarlo, affermando che per la loro legge doveva essere condannato alla pena di morte per la sua omossessualità. M. è riuscito a scappare nel vicino Libano, dove oggi vive da rifugiato.

 

 

Venezuela
 

 

La storia di Alex

 

 

 

«Ogni giorno era carico di tensione, paura e tristezza ma facevo del mio meglio perché quella spirale depressiva non si impossessasse di me, soprattutto cercando di essere di sostegno per altri che avevano avuto i miei stessi problemi e cercando di focalizzare l’attenzione su cose positive» a parlare è Alex, una ragazza lesbica originaria di Caracas in Venezuela. Quando i suoi genitori scoprirono la sua sessualità, la spedirono in un centro di “riabilitazione” per curare l’omosessualità in Virginia e successivamente in un altro centro nello Utah. «Ho trascorso molti anni della mia vita in quel tipo di centri di riabilitazione. E lì ho perso molte cose: il senso di protezione che dovrebbe darti un genitore, il senso della mia intimità e della mia privacy, la mia capacità di relazionarmi con le persone, l’innocenza che mi era rimasta e la fiducia negli altri. Quei posti mi hanno fatto dubitare di me stessa, della mia sanità mentale, hanno messo in discussione la mia stabilità emotiva. Non mi hanno “aggiustata”, mi hanno ridotta in pezzi».

 

Iraq

 

Khalid

 

 

Russia

D&O

 

 

Una foto pubblicata da Where Love Is Illegal (@whereloveisillegal) in data:

 

«Tienimi la mano, questa è la mia ricompensa per il tuo coraggio». D. e O. sono una coppia di ragazze russe, sono state aggredite per strada solo perché passeggiavano mano nella mano.

 

Sulle storie del progetto Where Love Is Illegal è stato anche organizzata una conferenza Ted Talk che potete rivedere qui:

Enti pubblici di ricerca, il declino è dietro l’angolo

Immagine diffusa dal Cern in relazione all'esperimento Cngs (Cern Neutrino to Gran Sasso), nel quale un fascio di neutrini viene lanciato dal Cern verso i Laboratori del Gran Sasso dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). ANSA / UFFICIO STAMPA CERN-INFN

Una primavera agitata per la ricerca italiana, sempre alle prese con poche risorse finanziarie e con la scarsità di personale. Non è servito a tranquillizzare gli animi degli scienziati il Programma nazionale della ricerca presentato alcuni giorni fa dal ministro Giannini. Né fa ben sperare la bozza di decreto applicativo della delega Madia sulla semplificazione degli Enti pubblici di ricerca. Per tutti questi motivi, per fare il punto sullo stato di salute della ricerca italiana e per presentare proposte e mobilitazioni future, oggi e domani si svolge un’assemblea nazionale degli enti pubblici di ricerca (Epr) promossa dalla Flc Cgil presso i laboratori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare di Frascati (Roma). Intanto il 20 maggio è previsto lo sciopero nazionale che riguarda oltre la scuola anche l’università, gli enti pubblici di ricerca, i conservatori e le accademie.

Ormai è giunto il momento, sostiene il sindacato, di invertire il declino. Una certezza questa che ormai viene condivisa sempre di più dal mondo degli scienziati e dei ricercatori. Mai come in questi ultimi mesi si è assistito ad una mobilitazione da parte di chi in passato si era speso soprattutto all’interno dei propri laboratori e delle aule di lezione. Come è accaduto per la petizione Salviamo la ricerca italiana  promossa su Chang.org dal fisico Giorgio Parisi, uno studioso noto a livello internazionale, che in poco tempo ha raggiunto oltre le 70mila firme, portando i ritardi della ricerca pubblica italiana oltre i confini del Paese attraverso riviste come Nature.

Un’altra forte e inedita reazione si è verificata dopo la scelta del governo Renzi di affidare il polo scientifico Human Technopole all’Istituto italiano tecnologico di Genova. Documentata e determinata la critica della scienziata Elena Cattaneo (intervistata sull’ultimo numero di Left), così come quella dell’astrofisico Giovanni Bignami e critiche sulle modalità dell’intervento del governo sono arrivate addirittura dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «È evidente che Human Technopole segna uno scarto rispetto al passato, ora non si può più dire che non ci sono soldi in assoluto», sottolinea Francesco Sinopoli, segretario nazionale Flc Cgil e responsabile per l’Università e la ricerca che oggi introdurrà i lavori dell’assemblea. Un miliardo e mezzo per 10 anni a una fondazione di diritto privato quando i laboratori delle università e degli Epr stentano ad andare avanti, risulta un’asimmetria troppo marcata.

Ma in questo momento cosa stanno rischiando gli enti pubblici di ricerca? «Da una parte c’è la concentrazione delle risorse con una politica unidirezionale e dall’altra c’è la mancanza della costruzione della politica di ricerca che consente di riprodursi. In ballo ci sono ancora assenza di risorse aggiuntive ai fondi ordinari e per il reclutamento. Non è cambiato niente», continua Sinopoli. Il governo Renzi si pone quindi, sulla scia dei governi che l’hanno preceduto. Come scrive Pietro Greco sempre nel numero in edicola di Left «Gli 800 milioni all’anno previsti dal Pnr rappresentano il 3,8% della spesa totale e meno del 10 % della spesa pubblica in ricerca. Poco, appunto». Quindi dov’è l’innovazione tanto sbandierata?
Ad aggravare la situazione degli Epr arriva poi il decreto Madia che peggiora le cose perché contribuisce, sostiene la Cgil, a creare uno stato di «penalizzazione e di confusione, in particolare sull’ordinamento del personale, sul riconoscimento delle professionalità e sulla possibilità di dare risposte per il superamento del precariato». Secondo Sinopoli la delega Madia «introduce lo stesso modello dell’università, con la paralisi totale del reclutamento, è incredibile che lo ripropongano», conclude il segretario Flc. Tra i temi sul tappeto oggi e domani non solo gli aspetti legati all’organizzazione del lavoro e ai contratti ma anche l’impatto economico e sociale che può avere la ricerca nei processi di sviluppo e il fondamentale tema dell’innovazione e della sostenibilità. Da segnalare oggi pomeriggio a partire dalle 15 la tavola rotonda a cui partecipano tra gli altri, Francesco Sylos Labini, Giorgio Parisi, Pietro Greco, Antonio Bonatesta (Adi), Cesare Pozzi (Luiss). Domani è la volta dei politici: i senatori Walter Tocci, Fabrizio Bocchino, Rosa Maria De Giorgi, ma anche Giorgio Alleva, presidente dell’Istat e  Paola Nicastro, direttore generale dell’Isfol.

Francia, scioperi per la riforma del lavoro. Hollande: «Io non cederò»

«Io non cederò, questa legge che si sta discutendo passerà». Francois Hollande così questa mattina ai microfoni di Europe 1 ha risposto a proposito del futuro della legge El Khomri, che sta infiammando l’intera Francia. Non solo le manifestazioni dei giovani e dei disoccupati di Nuit Debout. Oggi la Francia sarà teatro di numerose proteste, come gli scioperi degli autotrasportatori indetto dai sindacati FO e CGT. Problemi anche nei trasporti pubblici, oggi e domani sciopero nelle ferrovie, ma si stanno mobilitando anche i portuali e i lavoratori degli aeroporti. Gli autotrasportatori, secondo i sindacati, in virtù della nuova legge, subiranno un taglio dei supplementi per gli straordinari dall’attuale 25% al 10%. Ma Hollande questa mattina era determinato: «Non cederò. Troppi governi hanno ceduto ed è la causa delle condizioni in cui ho trovato il paese nel 2012». La legge, il Jobs act alla francese, ha spiegato ancora Hollande, «È stata discussa, concertata, corretta, emendata: i sindacati riformisti appoggiano il testo e la maggioranza dei socialisti lo vota», ha aggiunto.

Ma è vietato allora manifestare – visto che nel fine settimana c’erano state delle polemiche – è stato chiesto a Hollande? «No, sono state date consegne affinché si possa manifestare pacificamente, soltanto i violenti verranno puniti. Io rispetto quelli che sono sinceri e vigliono far sentire la propria voce». Nel corso dell’intervista il presidente francese ha poi spiegato che «ci saranno nuovi tagli alle tasse», ma per renderlo possibile «bisognerà avere dei margini di manovra». Sempre a proposito di tassazioni, «ci sarà un ulteriore calo per le imprese poiché il patto di responsabilità non è stato concluso fino in fondo. Mi sembra logico, giusto, che le famiglie possano avere la loro parte di redistribuzione. Se i conti migliorano, se la crescita si conferma, ci sarà un gesto in favore delle famiglie». E sulla disoccupazione ha detto: «La battaglia non è vinta, combatto ogni giorno».

Fassina riammesso a Roma. La sinistra torna in campo e (forse) archivia le polemiche

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 09-05-2016 Roma Politica Conferenza stampa di Stefano Fassina Nella foto Stefano Fassina Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 09-05-2016 Rome (Italy) Politic Press conference by Stefano Fassina In the pic Stefano Fassina

La decisione ha del clamoroso. Il Consiglio di Stato ha messo nuovamente in corsa Stefano Fassina per le amministrative del 5 giugno. A Roma si troverà sulla scheda elettorale il simbolo di “Sinistra per Roma – Fassina Sindaco” e forse anche la lista civica collegata all’ex dem, su cui il Consiglio di Stato si esprimerà giovedì 19.

Ribaltato dunque il verdetto del Tar, Sinistra Italiana tira un doppio respiro di sollievo. Primo: ha di nuovo il suo candidato – peraltro unitario, come a Napoli, Torino e Bologna, e a differenza di Milano; secondo: può mettere da parte, almeno fino al 19 giugno, data del ballottaggio, le polemiche interne che già rinfocolavano in attesa della pronuncia di secondo grado del giudice amministrativo.

L’origine delle polemiche Left l’ha sviscerata più volte, e al tema sarà dedicato ampio spazio sul numero in edicola da sabato 21. Al di là della scadenza elettorale, è necessario infatti mantenere i riflettori accesi sul progetto unitario di Sinistra Italiana, che ha due gruppi parlamentari ma che in queste ore ha visto mettere in forse il suo stesso congresso fondativo, previsto per dicembre. Tra diverse visioni sull’Europa, diversi gradi di fede nella moneta unica e diversi modelli di sviluppo preferiti, il tema più divisivo rimane sempre il rapporto con il Pd.

Anche questa volta non è stato diverso. E se fino a 5 giugno saranno tutti impegnati nella caccia delle preferenze, è probabile che la ferita si riaprirà già per il 19, quando ci sarà da fare una scelta per il ballottaggio. Roberto Giachetti, per la prima volta in maniera così esplicita, già immagina un centrosinistra unito al secondo turno, anche se ha detto di non voler prendere in considerazione apparentamenti. Per molti dentro Sinistra Italiana – Fassina compreso – non è così scontato. Anzi. «Roma torna Roma», dice Fassina, «per Giachetti vuol dire tornare al Modello Roma di Veltroni. Per noi però è quel modello, e non solo Alemanno, ad aver aperto tante ferite nella città, a cominciare dall’urbanistica».

17 maggio 2016 | Il caffè di Corradino Mineo

Le notizie del giorno commentate dal direttore di Left Corradino Mineo, da ascoltare calde al mattino mentre si beve il caffè.

Morire d’amore per il mestiere che fai

Si chiama Jane Little e ha vissuto abbracciata a un contrabbasso. Che poi il contrabbasso è anche uno strumento che devi amare in un modo tutto suo: pretende di essere cullato per essere suonato e non ha niente a che vedere con gli strumenti che ci stanno in un astuccio.

Se vi capita di osservare un suonatore di contrabbasso, voi seduti e lui sul palco, se vi capita di ascoltarli, vedete che è tutt’uno, strumenti e strumentista, con fuori solo la testa per respirare. Nelle orchestre i contrabbassi sono ballerini di legno a forma di contrabbasso e sopra avvitata la testa dell’orchestrale. Figure da mondo di Oz.

Lei, Jane, ci ha passato una vita intera. 71 anni nella stessa orchestra, con il mondo che cambiava e il metronomo a dare il tempo. Dicono che dovremo lavorare tutti tantissimo: ma 71 anni imbarcata nel lavoro che ami in un’orchestra a forma di famiglia è qualcosa che ha a che fare con la letteratura. 71 anni nella stessa orchestra sono un’orchestra che s’è fatta Paese.

Ed è normale che Jane si sia innamorata del futuro marito,  Warren , primo flautista. E probabilmente avrà raccontato i dolori almeno a un paio di violini, avrà pianto con i fiati e trascorso gioie con il pianoforte.

La magia della storia di Jane non è che sia morta abbracciata al suo contrabbasso in un concerto; la magia di Jane è che sembra utopia pensare ad una lavoratrice che trasforma l’arte in mestiere e i colleghi in compagni. È l’idea del lavoro che di colpo racconta quanto l’umanità, la soddisfazione e l’impegno fossero gli ingredienti di un modo d’intendere il mestiere che si è sgretolato sotto la frenesia nevrotica di un tempo che ci chiede di non affezionarci per poter sopravvivere alle regole del mercato. Jane e il suo violoncello ci dicono quanto addirittura anche la monotonia sia diventata un privilegio da elemosinare. È così che una storia normale profuma già di mito.

Buon martedì.

L’election day è salvo, il governo fa marcia indietro

Dopo gli annunci dei giorni scorsi, il Consiglio dei ministri di questa sera ha deciso di non prolungare al lunedì le giornate elettorali per le amministrative. Nessun decreto in tal senso, dunque: si voterà soltanto domenica 5 giugno e per il ballottaggio il 19. «Niente date aggiuntive per votare: si continuerà a farlo solo di domenica» ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano. «Di fronte a tante polemiche pretestuose e strumentali – sia riguardo i costi sia riguardo a chissà quali strategie occulte che sarebbero state alla base di questa mia iniziativa – valuto opportuno lasciare le cose così come stanno» ha detto il titolare del Viminale. Il messaggio è rivolto in primis all’ex presidente del consiglio Enrico Letta, che aveva introdotto l’election day e che oggi ha contestato la scelta, annunciata nei giorni scorsi da Alfano, di estendere nuovamente il voto al lunedì, ricorrendo a diversi tweet con l’hashtag #Nontornareindietro.

«Tranne Egitto e India #votosoloinungiorno è regola» ha twittato Letta linkando a una mappa sulla durata delle tornate elettorali nel mondo e lamentando che la modifica sarebbe avvenuta a campagna elettorale in corso. E in un altro cinguettio ha parlato di un esborso aggiuntivo di 120 milioni nel caso avessimo rinnciato all’election day. Nall’annunciare il dietrofront, il ministro dell’Interno ha voluto previsare che «la spesa in più non sarebbe stata di 120 milioni di euro, ma l’incremento sarebbe stato di circa 5 milioni di euro per le amministrative e di circa 18 per il referendum». Alfano ha anche rivendicato che l’esigenza di votare anche il lunedì gli era stata segnalata da più parti, anche dalle opposizioni, ma ora conferma che non se ne farà nulla, né per le elezioni di giugno né per il referendum costituzionale di ottobre. «E alla fine ha prevalso il buon senso. E il rispetto delle regole. Meglio così», è il commento finale dell’ex premier.

I robot al cinema e nella letteratura. Tra fantascienza e realtà

L’idea che un uomo-meccanico possa essere prodotto in laboratorio da un uomo vero (fatto di carne, ossa e sangue) ha un’origine più antica di quello che si immagina e se ne trova traccia addirittura nei miti della Grecia pre classica. Dalla leggenda di Cadmo e degli uomini-drago fino ai servi-meccanici del dio del fuoco Efesto: damigelle dorate dotate di intelligenza e tavoli a tre gambe che potevano spostarsi in maniera autonoma dove gli veniva ordinato di posizionarsi.

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robots dello spettacolo teatrale R.U.R.

Anche se formalmente la parola “robot” è stata inventata “solo” un centinaio di anni fa, il concetto in essa racchiuso non ha mai smesso di aprire scenari fantascientifici e animare pagine e pagine di libri, opere teatrali, film, fumetti e cartoons. La stessa origine del termine “robot”, che deriva del termine ceco robota (traducibile con una gamma di parole che va da schiavitù a lavoro pesante o lavoro forzato) è letteraria. A usarlo per la prima volta fu infatti lo scrittore ceco Karel Capek. Era il 1920 e ad ospitare il termine nuovo e scintillante di zecca fu il dramma teatrale di Capek: I robot universali di Rossum che in lingua ha il titolo ultrafuturistico di R.U.R. – Rossumovi univerzàlnì roboti. In realtà, nonostante sia finita per identificare, macchine simili agli esseri umani, la distopia immaginata da Capek descrive qualcosa di più simile a quella che oggi per noi è l’ingegneria genetica piuttosto che alla robotica.

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Un manifesto del dramma teatrale R.U.R.

Gli androidi che compaiono in R.U.R. Infatti sono costituiti interamente da materia organica e vengono assemblati in una fabbrica su un’isola sperduta in mezzo all’Oceano fondata dal dottor Rossum, scienziato con ambizioni da demiurgo, che ha inventato una sostanza chimica in grado di dar vita alla materia. È poi il nipote di Rossum, ingegnere, ad avere la trovata: creare delle macchine antropomorfe che lavorino al posto degli esseri umani.
I risultati sono catastrofici: la società privata del lavoro precipita nel vizio e nell’indolenza, con tanto di crollo delle nascite, mentre i robot, diventati per un errore di progettazione troppo simili agli uomini, si scocciano della schiavitù loro imposta e si ribellano sterminando i propri creatori.
Insomma c’è materiale sufficiente per dire che Capek non avrebbe visto di buon occhio la rivoluzione tecnologica che sta portando allo sviluppo di robot e intelligenze artificiali sempre più simili a noi.

Hel, il robot di Metropolis che viene costruito replicando le caratteristiche della protagonista Maria

Sette anni dopo R.U.R. anche il cinema ha il suo primo uomo-macchina con Hel (la versione meccanica della protagonista di Maria) di Metropolis, film cult del visionario Fritz Lang che anni e anni dopo ispirerà anche capolavori come Blade Runner e Guerre stellari.
Lang ambienta il film nel 2026, esattamente a cent’anni dall’anno di produzione del film, ma a soli 10 anni da oggi. E forse l’idea di prendere dei caratteri intellettivi di un essere umano, in questo caso Maria, e istruire sulla base di quelli una macchina, fra 10 anni non sarà poi così lontana dalla realtà grazie allo sviluppo delle intelligenze artificiali.

Una scena del film Metropolis di Fritz Lang
Una scena del film Metropolis di Fritz Lang

Altra pietra miliare per i fondamenti della robotica è la raccolta di racconti Io, Robot di Isaac Asimov vero e proprio padre della fantascienza moderna. È proprio all’interno di questo libro infatti che vengono descritte le Tre leggi della robotica.

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Asimov era convinto che se una macchina era progettata bene, non avrebbe mai arrecato dei danni agli esseri umani (a patto ovviamente di non essere utilizzata impropriamente). Sulla base di questa visione formulò quindi queste tre leggi della robotica, che ognuno dei robot da lui animati nei suoi racconti doveva rispettare:

• Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
• Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
• Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

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Nella carrellata di androidi, robot e intelligenze artificiali che hanno segnato il nostro immaginario maggiormente non possiamo inoltre scordare Hal 9000 in 2001: Odissea nello spazio, una sorta di enorme e saccente Siri ante-litteram che fa da super computer di bordo sulla nave Discovery 1 e che, ovviamente, pur di non essere disinserito farebbe fuori l’intero equipaggio della nave spaziale. Rachel di Blade Runner, l’adorabile C3PO di Star Wars o lo spietato agente Smith di The Matrix.

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Rachel replicante umano in una scena di Blade Runner

Sempre dal lavoro di Asimov era affascinato dal robot “positronico”, ovvero dotato di personalità e generalmente dalla macchina che risultava più servizievole e docile con l’essere umano come quella che compare nel racconto Io, Robot di Eando Binder che colpì Isaac al punto da titolare allo stesso modo la sua famosa raccolta di racconti fantascientifici.
Il tema della personalità della macchina e della sua libertà di pensiero è legato in maniera indissolubile a quello dell’intelligenza artificiale che in molti racconti diventa il vero e proprio elemento di conflitto o di intesa fra l’uomo e la macchina.

C3PO di Guerre Stellari è un esempio di robot
C3PO di Guerre Stellari è un esempio di robot positronico

La questione, come abbiamo detto all’inizio, è vecchia, o quasi, come il mondo e riguarda i robot, quanto gli umani. O meglio: il robot sarebbe lo specchio, il doppio per eccellenza dell’uomo. Nel racconto fantascientifico quindi la visione del mondo che si incarna nel robot corrisponde in qualche modo all’idea con la quale l’autore vuole descrivere la società: un posto dove il concetto di “umanità” è connotato come attenzione all’altro, sensibilità, affetto ecc oppure, viceversa, come un luogo in cui homo homini lupus. Insomma la domanda cardine che sottende tutti questi racconti è: se un androide potesse pensare e relazionarsi con un essere umano proverebbe il desiderio di condividere con lui pensieri e sentimenti o finirebbe per odiare la razza umana al punto di volerla distruggere? Più nella storia la macchina si avvicina all’uomo per capacità e intelligenza, più il dilemma si fa interessante.

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Una scena di Her di Spike Jonze

Due perfetti esempi agli antipodi potrebbero essere la Samantha di Her di Spike Jonze, che si innamora del suo “padrone” e lo spietato Terminator, progettato per eliminare la razza umana.

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Una scena di Terminator.

Sul numero di Left in edicola abbiamo cercato di raccontarvi entusiasmi e sospetti, scenari e prospettive della quarta rivoluzione industriale. Dal lavoro alle emozioni come cambiano la nostra vita i robot e le intelligenze artificiali?

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Migranti, donne, disabili: ecco le peggiori gaffe di Donald Trump

«Succederanno cose brutte, un sacco di cose brutte. Ci saranno attacchi inimmaginabili. Compiuti da quelle persone che stanno entrando adesso nel nostro Paese». È l’ultimo eccesso di Donald Trump, candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti: in un’intervista a Buzzfeed News il miliardario ha pronosticato un nuovo attacco terroristico negli Usa, simile a quello dell’11 settembre del 2001. E a proposito dei profughi siriani ha aggiunto: «Non hanno soldi ma hanno i telefonini. E chi paga le ricariche? Hanno cellulari con la bandiera dell’Isis».

Non passa un giorno in cui Donald Trump non faccia parlare di sé. Riviste, televisioni e quotidiani, statunitensi e non, non smettono di parlare degli eccessi del magnate newyorkese ed ex conduttore di The Apprentice, il quale, anche grazie alle sue «sparate», ha potuto contare su una visibilità mediatica che gli è valsa la nomination repubblicana. Riuscendo a sconfiggere facilmente candidati «forti» come Ted Cruz o Marco Rubio.

Le battute di Trump sono un mix di razzismo, maschilismo, sessismo e ignoranza. Più la spara grossa, più i media lo attaccano e più guadagna popolarità, cosa che rafforza la sua immagine di candidato populista, anti-establishment e anti-casta. Ciò che piace a buona parte dell’elettorato americano: secondo la società statunitense Gallup, solo un americano su 4 ha fiducia nei media. Il fatto di essere inviso alla maggior parte dell’informazione nazionale giova di molto all’imprenditore, permettendogli di pescare tra quei tre quarti di americani che non si fidano dei media mainstream.

Immigrati, donne, giornalisti, Obama. Nell’immaginario trumpiano i bersagli sono quelli classici del populismo di destra: le minoranze, le categorie svantaggiate, la sinistra – meglio ancora se al governo – e l’universo femminile. Ecco le gaffe più eclatanti di “The Donald”.

LE DONNE. In un recente articolo il New York Times ha intervistato oltre 50 donne che hanno avuto rapporti con l’imprenditore. Le intervistate hanno lamentato diversi episodi e comportamenti “scorretti”, tra cui «proposte romantiche poco gradite», «infinti commenti sul corpo femminile», «una condotta sul luogo di lavoro inquietante». Dopo l’articolo, Trump ha postato una serie di tweet aggressivi contro il New York Times, in cui definisce i giornalisti del quotidiano dei «falliti».
Uno degli insulti più gravi di Trump a una donna è stato quello rivolto alla giornalista di Fox News, Megyn Kelly, all’indomani di un dibattito televisivo tra candidati repubblicani della scorsa estate. La giornalista aveva attaccato Trump per i suoi insulti frequenti alle donne. Dopo aver espresso pareri negativi sulla giornalista – «non è brava» – il magnate ha twittato: «Si vedeva che le usciva il sangue dagli occhi. Le usciva il sangue da ogni dove». Dopo le polemiche, Trump ha specificato che per «in ogni dove» intendesse il naso, e che non vi fossero riferimenti sessuali all’espressione da lui usata. Ma i commenti imbarazzanti dell’aspirante presidente repubblicano non finiscono qui: molte battute risalgono a ben prima della discesa in campo per la corsa alla Casa Bianca. Nel 2012 definì la cantante Bette Midler «estremamente poco attraente», mentre nel 2006 apostrofò la conduttrice Rosie O’Donnell come «rozza, volgare, odiosa e stupida». Ma le sue battute sulle donne si sprecano: dalla definizione di «oggetti esteticamente piacevoli» al tweet in cui sosteneva che le molestie sessuali fossero la conseguenza della troppa vicinanza tra uomini e donne. Memorabile la frase contenuta in un’intervista ad Esquire nel 1991: «Sapete, non ha molta importanza cosa i media possano scrivere di voi finché avete con voi una giovane e splendida gnocca».

I MIGRANTI. Minoranze e immigrati sono uno dei bersagli preferiti di Trump. A cominciare dai messicani, definiti «criminali, trafficanti di droga e stupratori». La polemica ha imbarazzato perfino i vertici del Partito repubblicano, che ha prontamente condannato la sparata. Quando alcuni giornalisti, in occasione della presentazione del suo libro Crippled America, gli hanno chiesto cosa pensasse dei muri che si stanno erigendo nell’est Europa a causa dell’emergenza migranti, il tycoon ha risposto prontamente: «I muri funzionano. Andate a chiederlo a Israele. Ma costruiti bene, come quello che farò io al confine con il Messico». La costruzione di un muro al confine meridionale è contemplata anche nel programma elettorale di Trump.

LA TORTURA. E con l’emergenza terrorismo? C’è un piano anche per quello: Trump ha dichiarato che, se dovesse vincere le elezioni, da un lato reintrodurrebbe il waterboarding, una forma di tortura usata durante l’amministrazione Bush contro i sospetti terroristi («La tortura, amici, funziona, credetemi, funziona» ha detto), dall’altro impedirebbe l’ingresso nel Paese ai musulmani non americani, almeno fino a quando «i nostri rappresentanti non avranno capito che sta succedendo».

OBAMA. Il presidente Obama è uno dei bersagli più ricorrenti dei comizi di The Donald. «Barack Obama? Con tutti i problemi che abbiamo se ne va in una moschea. Forse in una moschea si sente a proprio agio», aveva detto l’ex conduttore lo scorso febbraio in occasione della visita di Obama in una moschea di Baltimora. E lo scorso giugno, dopo l’annuncio della discesa in campo, dato dalla sua Trump Tower a New York, sosteneva come all’America servisse «un vero leader», non un «cheerleader» (letteralmente, un leader coreografico) come Obama.

I DISABILI. C’è poi l’episodio del giornalista disabile. Durante un comizio in South Carolina il candidato repubblicano prese in giro, imitandolo, un giornalista del Nyt, Serge Kovalesky, affetto dall’artrogiprosi, una condizione clinica caratterizzata da una grave rigidità degli arti. Il video dell’imitazione di Trump è diventato virale e ha fatto il giro del web.

Mezzo secolo dalla rivoluzione culturale, Pechino se ne dimentica

Una giovane grida incoraggiamento alle guardie rosse (AP Photo, File)

Uno scontro di potere interno, una rivolta studentesca iconoclasta e un terremoto sociale seguito al disastro economico del Grande balzo in avanti, tentativo di modernizzare e industrializzare l’economia cinese, prevalentemente agricola, a tappe forzate. Quello che spesso viene nominato come il decennio perduto è un momento che molti ricordano ma che raramente si nomina nella vita pubblica cinese contemporanea. Oggi sono passati 50 anni dall’avvio della Grande rivoluzione culturale proletaria che si protrasse per dieci anni – con strascichi fino al processo alla Banda di quattro nel 1976.

Una giovane grida incoraggiamento alle guardie rosse (AP Photo, File)
Una giovane grida incoraggiamento alle guardie rosse (AP Photo, File)

In quegli anni, dopo una direttiva (del 16 maggio 1966) da parte del segretario e leader della rivoluzione a “distruggere il vecchio” e ripulire la cultura cinese dal pensiero borghese dal governo, dagli insegnamenti e dalla cultura, la rivoluzione culturale comincia. Praticamente la rivoluzione implica la distruzione di una parte consistente dell’eredità culturale cinese (i templi, ad esempio), la purga di migliaia di quadri del partito e la rieducazione di milioni. La Guardia rossa e gli studenti, con una furia iconoclasta e un rinnovato culto della personalità nei confronti di Mao, sono il braccio armato dello scontro interno al partito, nel quale il Grande timoniere a diversi alleati, mettono all’angolo figure come Deng Xiaoping e il presidente Liu Shaoqui, sollevati da ogni incarico. Milioni di studenti vengono mandati nei campi a lavorare.

Marx e libretto rosso di Mao (AP Photo, File)
Marx e libretto rosso di Mao (AP Photo, File)

La rivoluzione culturale si chiude di fatto con la morte di Mao e il ritorno al potere di una parte del gruppo dirigente “di destra” eliminato nel furore di quegli anni. Proprio Den Xiaping sarà la figura che apre la Cina al mercato e avvia le riforme economiche – non politiche – che hanno prodotto il prodigioso sviluppo economico di questi anni. Oggi i media cinesi non danno notizia dell’anniversario. Siamo in una fase difficile e discutere delle violenze del decennio perduto sarebbe scivoloso: come affrontare una discussione su un periodo controverso, che ha spaccato la società, generato violenze e fatto perdere dieci anni al Paese?

Giovani distribuiscono il libretto rosso di Mao all'uscita di una fabbrica (AP Photo, File)
Giovani distribuiscono il libretto rosso di Mao all’uscita di una fabbrica (AP Photo, File)

La gogna per due anti-maoisti (AP Photo, File)
La gogna per due anti-maoisti (AP Photo, File)

Manifestazione della guardia rossa davanti all'ambasciata dell'Unione Sovietica (AP Photo, File)
Manifestazione della guardia rossa davanti all’ambasciata dell’Unione Sovietica (AP Photo, File)

Un bambino sotto a un manifesto contro "l'anti-maoista", l'allora presidente Liu Shaoqi (AP Photo, File )
Un bambino sotto a un manifesto contro “l’anti-maoista”, l’allora presidente Liu Shaoqi (AP Photo, File )

Lettura di slogan affissi ai muri (AP Photo, File)
Lettura di slogan affissi ai muri (AP Photo, File)

La gogna per due anti-maoisti (AP Photo, File)
La gogna per due anti-maoisti (AP Photo, File)

Marx e libretto rosso di Mao (AP Photo, File)
Marx e libretto rosso di Mao (AP Photo, File)

 

Jiang Qing, vedova di Mao, al processo contro la banda dei quattro, che chiuse la rivoluzione culturale e avviò, politicamente, la stagione della aperture al mondo
Jiang Qing, vedova di Mao, al processo contro la banda dei quattro, che chiuse la rivoluzione culturale e avviò, politicamente, la stagione della aperture al mondo

Qui la pagina di China Files (i cui redattori sono spesso ospiti di Left in edicola) dedicata alla #RivCult