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Magari l’1%. In Europa i ricchi sono lo 0,3%

È tempo di dichiarazione dei redditi, e il Sole 24 ore pubblica i dati – elaborati dalla Scuola europea di alti studi tributari di Bologna – relativi ai contribuenti in Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Olanda. I cosiddetti sei big d’Europa.

Cosa emerge? Che in quest’area i “ricconi” sono un milione (su 336 milioni di abitanti) e vivono soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Quindi, sono lo 0,3% appena. Tra i paperoni, i soliti noti: la regina Elisabetta, il magnate russo Lev Blavatnik, ormai cittadino londinese, il fondatore della Lidl, Dieter Schwarz. Di contro, sono oltre 50 milioni – il 15% degli abitanti – i poveri, intesi come coloro che hanno un reddito fino a 10mila euro lordi annui.

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infografica de Il Sole 24 ore

I super-ricchi in Gran Bretagna sono 217mila (lo 0,7% dei contribuenti) e in 5mila “ammettono” un reddito oltre i due milioni di sterline (circa 2,6 milioni di euro). Le cifre più basse si registrano in Spagna: 10mila contribuenti pari allo 0,05% del totale, e solo in 5mila certificano un reddito oltre 600mila euro. Mentre in Italia la quota oltre i 200mila euro scende allo 0,2% del totale (poco più di 78mila contribuenti), e solo 32mila persone dichiarano oltre i 300mila euro. L’Italia, poi, vanta il record dei contribuenti con i redditi più bassi, tra 0 e 10mila euro: quasi 13 milioni, un terzo del totale.

Intanto, in Germania la ricchezza cresce, come annunciato dal bollettino della Bundesbank di marzo 2016: fra il 2010 e il 2014 si è assistito all’aumento del reddito medio, all’aumento della quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco, e all’aumento della disuguaglianza: nel 2014, il 10% più ricco della popolazione deteneva il 59,8% della ricchezza totale netta a fronte del 59,2% del 2010.

Il rapporto di Oxfam sulla disuguaglianza in Europa

Già lo scorso settembre 2015, un rapporto di Oxfam – Un’Europa per tutti, non per pochi – segnalava la crescita delle disuguaglianze in Europa: 342 miliardari (con un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro) e 123 milioni di persone – quasi un quarto della popolazione – a rischio povertà o esclusione sociale. Tra il 2009 ed il 2013 il numero di persone che viveva in una condizione di grave deprivazione materiale è aumentato di 7,5 milioni in 19 paesi dell’Unione europea (inclusi Spagna, Irlanda, Italia e Grecia), arrivando a un totale di 50 milioni. In Italia dal 2005 al 2014 la percentuale di persone in stato di grave deprivazione materiale è aumentata di 5 punti (dal 6,4% all’11,5%), quasi 7 milioni di persone. Di contro, nel nostro paese il 20% degli italiani più ricchi detiene il 61,6% della ricchezza nazionale netta, mentre il 20% degli italiani più poveri ne detiene appena lo 0,4%.

Elezioni, ordini e contrordini. Il balletto del governo sugli appuntamenti alle urne

ll ministro degli Interni Angelino Alfano durante il vertice sulla sicurezza svoltosi alla Prefettura di Napoli, 5 maggio 2016. ANSA / CIRO FUSCO

Cari italiani voterete quando e come decidiamo noi. E che importa se si spende di più. È la sintesi del balletto attorno ai prossimi appuntamenti alle urne: per le elezioni amministrative di giugno e per il referendum costituzionale di ottobre. Sulle amministrative a tre settimane dal voto, in piena campagna elettorale, si è verificato il contrordine del governo. Ricordiamo: il 30 marzo era stata decisa la data del 5 giugno, tra l’altro in una esilarante conferenza stampa del ministro Alfano il quale, dopo aver sbagliato a indicare il giorno della settimana a proposito del 2 giugno (aveva detto che era mercoledì) aveva dimostrato che cinque notti fuori gli italiani proprio non se le potevano permettere, «il ponte insomma era una roba da ricchi» e quindi nessun problema nel decidere la data del 5 giugno. Adesso, invece, si cambia: votiamo anche lunedì 6 giugno, e oggi un decreto del governo dovrebbe uscire dal Consiglio dei ministri. Cancellato così d’un colpo l’election day introdotto dal presidente del consiglio Letta il quale oggi si chiede il motivo di questa scelta visto che il prolungamento costa. La sua decisione, in tempi di Spending review aveva fatto risparmiare 100 milioni (questa la spesa per il doppio giorno).

Ma Alfano ha fatto sapere anche che l’estensione al secondo giorno, prevista anche per il ballottaggio (19 e 20 giugno), forse verrà estesa anche all’appuntamento dell’anno, anzi a quell’evento storico che cambierà la Costituzione: il referendum che dovrà approvare o meno la riforma Boschi sul nuovo assetto dello Stato, dal nuovo Senato al ridimensionamento delle autonomie locali eliminando le competenze delle regioni sulle “materie concorrenti”. Dietro a questa “generosità” del doppio giorno di voto – che rappresenta un’anomalìa in Europa – è evidente il timore dell’astensionismo. Anche se, dicono i sondaggisti come Roberto Weber oggi su Repubblica, «non serve prolungare, la quota motivata è sempre quella: attorno al 50%». Pesa come un macigno infatti il ricordo del crollo alle amministrative del 2014 in Emilia Romagna dove votò solo il 37,7% degli elettori. Visto poi che il presidente del Consiglio ha trasformato il referendum di ottobre in un plebiscito nei confronti del suo governo (dicendo che se perde se ne va), è probabile che gli oppositori del no si rafforzino e che il voto vada al di là del contenuto stesso del referendum. A radicalizzare gli schieramenti ci aveva pensato anche il ministro Boschi che aveva paragonato quelli del no a Casa Pound. Ma così è inevitabile uno scontro diretto che è politico. A considerare «una sciagura questa scelta calcolata di spaccare il Paese» è anche Alfredo Reichlin, storico personaggio della sinistra, il quale mette in guardia dal dividere l’Italia in due blocchi contrapposti: «Da una parte quelli del Sì, cioè chi vuole bene all’Italia e disprezza tutti i governi della Repubblica che si sono succeduti prima di questo, dall’altro il partito del No dei conservatori, dei professori, dei gufi, dei nemici. Questo tipo di atteggiamento – secondo Reichlin – prepara catastrofi e rende più difficile la governabilità del Paese».
Il 2016 era iniziato con la polemica sul referendum trivelle: allora Renzi aveva lanciato «l’astensione legittima». Adesso invece, è un invito pressante di andare al voto. Come se gli elettori avessero sempre più bisogno di qualcuno che dall’alto decide per loro.

Tap, a Melendugno l’avvio “beffa” del cantiere

A poche ore dalla scadenza del termine per avviare i lavori, fissato per oggi, il cantiere del gasdotto Tap è stato aperto alle 19 di ieri da un ingegnere, un responsabile della sicurezza e un operaio, che hanno installato una recinzione in contrada Fanfula a Melendugno (Lecce). Un telo rosso legato agli alberi dopo mezz’ora di lavoro: una struttura a dir poco precaria avrebbe così consentito alla Tap di evitare la decadenza dell’Autorizzazione unica ministeriale per l’impianto che dovrebbe portare sulle coste salentine il gas partito dall’Azerbaijan.

Polizia municipale e tecnici del Comune di Melendugno, giunti sul posto, non sono riusciti a identificare tecnici e operai, che intanto avevano lasciato l’area. Il sindaco di Melendugno, Marco Potì (qui una sua intervista a Left), ha espresso preoccupazione per le modalità con cui si è avviato il cantiere di un’opera definita strategica e di pubblica utilità, «di domenica, mentre sono in corso i festeggiamenti della Madonna di Roca, a poche ore dalla decadenza dell’autorizzazione unica, recintando in modo alquanto approssimato un’area poco più grande di un’aia». Tap avrebbe inviato comunicazione al Comune a uffici chiusi, la sera di venerdì 13 maggio, e questo – spiega il primo cittadino salentino – è un altro segnale della mancanza di trasparenza e della scarsa affidabilità dei promotori del progetto.

È proprio sulla tipologia dei lavori che dovrebbero definire l’avvio nei termini del cantiere, che da settimane c’è un braccio di ferro tra Comune di Melendugno e Tap. Nella loro nota di inizio lavori datata 13 aprile 2016, i vertici italiani della multinazionale ritengono che la bonifica da eventuali ordigni bellici e i sondaggi archeologici (interventi che dovrebbero partire a breve) siano sufficienti a scongiurare la decadenza dell’autorizzazione, mentre per i legali del Comune queste attività erano contemplate tra quelle “ante operam” dalla Valutazione di impatto ambientale (Via) e non possono, quindi, configurare opere di apertura del cantiere.
«Tap voleva farsi il selfie con la recinzione e dimostrare l’inizio lavori per non far cadere la Via» recita una nota del Comitato No Tap, chiarendo che il precario recinto di 20 metri per 20 in zona Mascenziu, è stato installato a 500 metri di distanza «dalle coordinate Gps assegnate al loro pseudo cantiere».

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Il Comitato aveva già previsto quello che definisce «un falso avvio lavori» e «qualche foto da dare alla stampa amica» da parte di Tap, approfittando della festa patronale. «I signori di Tap volevano la mobilitazione violenta per poter far cadere sulla popolazione la colpa del mancato avvio – spiegano gli attivisti contrari all’opera -; pensiamo che le ditte incaricate da Tap abbiano, a buona ragione, paura di iniziare qualsiasi cosa senza le autorizzazioni mancanti; crediamo che Tap sia morta e che cerchi di prendere i nostri soldi tramite i finanziamenti europei e fuggire» Quello che è certo è che ora, dopo il “blitz” domenicale, la vertenza proseguirà nelle aule di tribunale e i No Tap assicurano che continueranno a vigilare e a protestare nella legalità in vista del vertice convocato per giovedì 19 maggio al ministero dello Sviluppo economico.

16 maggio 2016 | Il caffè di Corradino Mineo

Le notizie del giorno commentate dal direttore di Left Corradino Mineo, da ascoltare calde al mattino mentre si beve il caffè.

Quando il robot viene usato al posto tuo

Traccia scenari poco rassicuranti Riccardo Staglianò nel suo libro inchiesta Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro (Einaudi) che viene presentato il 16 maggio al Salone del libro, in un incontro dal titolo “Mettere a fuoco il presente il lavoro di domani” .

Come può una macchina valutare un caso clinico, fare una diagnosi? Come riesce a intercettare quei fattori, anche emotivi, che possono essere importanti nell’alleanza medico-paziente?

Ho visitato il laboratorio dell’Ibm a Yorktown a nord di New York dove sviluppano l’ultima incarnazione di Watson, il supercomputer che si occupa di medicina. Tu gli dai la cartella clinica del paziente, che in un futuro prossimo acquisirà in automatico perché saranno in formato elettronico, gli racconti i tuoi sintomi e lui ti fornisce alcune terapie. Per adesso si occupa di tumori al polmone e lo stanno utilizzando in fase sperimentale allo Sloan Kettering di New York, centro oncologico d’eccellenza.

Sostituisce il medico?

Non ancora ma non è difficile immaginare un futuro, sempre più economicamente disuguale, in cui chi ha i soldi continuerà a farsi curare dagli umani e chi non li ha si accontenterà delle macchine. D’altronde il Sedasys, una macchina per le anestesie è già usata negli Stati Uniti: le sedazioni così costano 200 dollari, mentre prima ne costavano 2000». Ma non tutto volge al peggio. «Enlitic, per esempio, è un software per leggere le radiografie e risulta già più attendibile dei radiografi umani. Intanto il New York Times racconta di un robot-chirurgo (Smart tissue autonomous robot) in grado di riattaccare un pezzo di intestino di un maiale in totale autonomia, meglio di come avrebbe fatto un chirurgo umano. Sono tutti indizi di un futuro che è già tra noi e che si diffonderà sempre più alla svelta per banali ma inesorabili leggi economiche: se una cosa si può fare quasi altrettanto bene a un costo più basso, la vecchia modalità sarà sostituita.

Nel libro un capitolo a parte riguarda la fine dei traduttori. Ma è davvero possibile arrivare con un programma elettronico ad una traduzione efficace, con una specifica sensibilità verso le sfumature di una lingua, con riguardo a un contesto di vita vissuta, al suono della poesia?
Anche qui vale lo stesso principio. Qualche tempo fa le traduzioni di Google translate erano materia prima per l’ironia di Umberto Eco nelle sue Bustine di Minerva. Facevano ridere, più che capire. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate radicalmente perché gli algoritmi sono stati alimentati con un’immane quantità di traduzioni di qualità, in particolar modo i milioni di pagine di traduzioni impeccabili nelle varie lingue dell’Unione europea. Risultato: Google translate traduce incredibilmente meglio. La qualità è direttamente proporzionale alla quantità di testi tradotti in quella lingua. Più ce ne sono, meglio traduce. Però potrà solo migliorare. Gli umani traducono meglio? Certo, è ovvio, ma non è il modo giusto di guardare al problema, se ci stanno a cuore i posti di lavoro. Il modo giusto è pensare che prima, se volevo capire cosa diceva la prima pagina di un giornale in tedesco, dovevo chiedere a qualcuno che lo parlasse di tradurlo per me e, verosimilmente, pagarlo. Ora Translate mi restituisce il senso gratis. Gli affiderei una traduzione letteraria? No. Ma intanto farà fuori molto lavoro basico, di servizio, per cui prima degli esseri umani venivano pagati.


 

È arrivata la quarta rivoluzione industriale, quella dei robot e delle intelligenze artificiali. Sul numero di Left in edicola abbiamo cercato di raccontarvi entusiasmi e sospetti, scenari e prospettive. Dal lavoro alle emozioni, parlandone tra l’altro con l’ex ministro Maria Chiara Carrozza e con Giovanni Dosi il direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa


 

Si parla molto di aggregatori di notizie, un giorno un robot potrà sostituire un giornalista o si tratta fantasticherie? Il pensiero critico, la verifica puntuale delle notizie può essere sostituita da una macchina?
Si tratta di due realtà a pieno regime, parlo di Quill e di Narrative Science e di Wordsmith di Automated Insights. Entrambi sono software che, senza intervento alcuno di giornalisti, prendono in automatico i dati dalle banche dati della borsa e sono in grado di scrivere migliaia di notizie alla settimana sulle cosiddette trimestrali aziendali, ovvero come Apple è andata nel secondo trimestre del 2016 rispetto a quello precedente e rispetto alla serie storica delle sue performance. Riescono anche a scrivere delle sorte di cronache di partite di baseball e di altri sport in totale autonomia. Il primo viene usato da tempo da Forbes e vari altri siti di informazione, il secondo è impiegato con successo da Associated Press, la più grande agenzia stampa del mondo. Kris Hammond, il fondatore di Narrative Science, mi ha detto che prevede che il suo software sarà in grado di scrivere il 90 per cento delle notizie (non solo finanza e sport) entro una decina di anni. Esagerazione? Forse, ma quello che è certo e che queste macchine migliorano soltanto man mano che le usi e ne correggi gli errori in un processo iterativo senza fine. Vinceranno il Pulitzer? Lo escludo, però anche in Post-industrial Journalism, il libro bianco commissionato dalla scuole di giornalismo della Columbia University, si dice che per sopravvivere le redazioni dovranno automatizzare tutte le attività a basso valore aggiunto per concentrare le energie degli umani su quelle più complesse.

Insomma qual è il futuro che ci aspetta?
Carl Frey e Michael Osborne, due ricercatori di Oxford autori di uno studio ormai celebre, ipotizzano che entro il 2033 circa la metà dei lavori attualmente esistenti negli Stati uniti saranno ad alto rischio di automazione. L’ultimo World Economic Forum, un consesso non sospettabile di contrarietà alla tecnologia, ha calcolato che nel prossimo decennio circa 5 milioni di posti di lavoro saranno cancellati per la sostituzione delle macchine. Altre prestigiose società di ricerca, da McKinsey a Forrester, danno stime più alte. Ovviamente saranno creati anche nuovi posti di lavoro che oggi non esistono e che forse non possiamo neanche immaginare, ma il saldo resta comunque negativo. Quello che è cambiato è che oggi è possibile produrre una quantità enorme di ricchezza con una porzione minuscola di forza lavoro. È vero che Instagram che quando è stata comprata da Facebook aveva tredici dipendenti o Whatsapp che serviva milioni di utenti e ne aveva, sempre all’acquisizione, 55. Una volta per produrre la stessa ricchezza sarebbero servita una forza lavoro cento volte maggiore. Se questo è the new normal, bisogna attrezzarsi. Tassando i giganti tecnologici, che diventano sempre più ricchi, sino all’ultimo euro e probabilmente pensare ad aliquote più progressive. E poi, probabilmente, prendendo in considerazione un reddito di base per tutti quelli che saranno fatti fuori dal mercato del lavoro. In assenza di tutto questo ci aspettano tempi agitati. @simonamaggiorel

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Sinistra Italiana, Fassina e il segreto di Pulcinella

STEFANO FASSINA

«La vicenda romana impone un chiarimento definitivo sulla prospettiva. Io non vedo complotti, vedo due impianti di cultura politica. Da una parte chi, come me, considera chiusa la fase del centrosinistra. Dall’altra, chi pensa che il nostro destino sia l’alleanza subalterna con il Pd.»: sono le parole di Fassina in una durissima intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera. L’estromissione delle liste dalla corsa elettorale per Roma (per un errore formale che rasenta l’autodafé) spinge finalmente l’ex candidato sindaco a dire quello che tutti sapevano ma che nessuno pronunciava: in queste elezioni amministrative (mica solo a Roma) Sinistra Italiana ha mostrato le due anime che la compongono, dilaniata tra chi non riesce a smettere di corteggiare il PD e chi (come Fassina) dal PD ci è uscito per costruire qualcosa.

Difficile quindi immaginare un soggetto unitario: qualcuno aspira a diventare una comoda “componente esterna” utile democratici mentre altri (e la maggioranza degli elettori) hanno provato a interpretare i valori che proprio il PD ha tradito in questi ultimi anni. Due sensi opposti; figurarsi se possono coesistere.

E, attenzione, Roma in realtà è l’esperimento (fallito) riuscito meglio: a Milano il gruppo dirigente di SEL appoggia Sala mentre in molti hanno deciso di puntare su Basilio Rizzo. Dov’è Sinistra Italiana? Bella domanda. E pessima risposta.

Valga intanto ciò che succede anche per tutti coloro che proprio dalle mura di Sinistra Italiana hanno accusato gli altri di non volere “l’unità della sinistra” quando molto più semplicemente (e sommessamente) si sono permessi di notare i troppi rivoli. Le diversità sono la ricchezza della politica, le tortuosità del ragionamento offrono importanti anse di discussione ma per convergere infine bisogna almeno andare tutti nello stesso senso. E combattere Renzi a Roma per poi scodinzolare ai renzini candidati in giro per l’Italia non è un gran trovata. Davvero.

Buon lunedì.

Da Porta del Sol a Place de la République, all’Europa. Oggi è #GlobalDebout

La scelta è quella del 15 maggio, quinto anniversario del Movimento 15 de Mayo spagnolo, quello degli Indignados che oggi vede un ritorno all’unità di Podemos e Izquirda unida in vista delle elezioni del 26 giugno: Unidos podemos. Il movimento parigino, nato a marzo contro la Loi travail – la nuova legge di riforma del mercato del lavoro approvata in Francia tra le proteste represse con forza dalla polizia francese – si estende a Marsiglia, Lione, Digione, Rennes, Nantes, Toulouse e fuori dalla Francia. E lancia un appello internazionale: il Global Debout, la giornata di azione globale nelle piazze d’Europa parte da Parigi, per estendere l’appello parigino di Nuit Debout fino a Roma, e in 500 città europee.

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Per seguire le piazze sui social: #GlobalDebout e #WorldDebout

Da Porta del Sol a Place de la République, dove ogni sera da tre mesi giovani e lavoratori, sans papiers e senza casa si riuniscono per dare vita al dissenso al Jobs act alla francese, parlano di contrattazione interna nelle imprese (lo si fa anche in Italia, al tavolo di rinnovo del contratto dei metalmeccanici), di licenziamenti economici, referendum aziendali, flessibilità. Di questo si parla nella piazza francese, dove si susseguono gli sgomberi con sempre maggiore violenza, con lacrimogeni e manganelli. In queste ore, una dura denuncia e condanna delle violenze a Parigi è giunta da Yanis Varoufakis e DiEM25.

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Parigi durante gli scontri del 29 aprile 2016

Nella sua dimensione europea la protesta si incentra sul No all’austerity. «Non c’è alternativa senza Europa, non c’è alternativa in questa Europa», recita l’appello che i parigini hanno lanciato all’Europa, agli studenti e ai lavoratori spagnoli, italiani, inglesi, agli europei che sono nella medesima condizione: «sono il 99% delle persone oppresse dall’arroganza e dalla violenza dell’1% che rapina, affama, distrugge, specula, confina, respinge, sfrutta le vite, i corpi, i desideri di tutti noi». La convocazione alla mobilitazione per il 15 maggio, invita a occupare le strade e le piazze, a coalizzarsi, far convergere le lotte. E l’appello viene raccolto anche a Roma, «capitale della corruzione, del malgoverno, della guerra della dittatura dell’austerità in Italia», scrivono gli organizzatori. «Raccogliamo questo appello, noi che abbiamo visto il Jobs Act approvato senza colpo ferire; noi che oggi ci vediamo spiegare che dovremo lavorare fino a 75 anni con stipendi da fame e senza diritti. Raccogliamo questo appello alla mobilitazione contro il governo Renzi e contro tutti i governi corrotti d’Europa, contro il militarismo e la distruzione dell’ambiente, contro l’innalzamento dei muri alle frontiere e contro la precarietà del lavoro. Incontriamo per discutere, per riappropriarci della decisione democratica, per organizzare la lotta». L’appuntamento italiano è oggi, domenica 15 maggio, alle ore 17 al Pantheon.

Anatomia di un’intelligenza artificiale: 4 cose da sapere

È arrivata la quarta rivoluzione industriale, quella dei robot e delle intelligenze artificiali. Sul numero di Left in edicola abbiamo cercato di raccontarvi entusiasmi e sospetti, scenari e prospettive. Dal lavoro alle emozioni, parlandone tra l’altro con l’ex ministro Maria Chiara Carrozza e con Giovanni Dosi il direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

anatomia di un'intelligenza artificiale

 

Pensare come un umano

Il test di Turing è il criterio per determinare se una macchina sia in grado di pensare. Nel 2013 Erich Schmidt, Ceo di Google, ha detto che un computer sarebbe stato in grado di passare il test entro i successivi 5 anni. Ne mancano solo 2.

 

Imparare dai propri errori

Una Ai può analizzare e mettere in relazione molti più dati di un essere umano. AlphaGo, il programma di Ai sviluppato da Google DeepMind, ha vinto a Go contro il più forte campione al mondo: ha un database con 30milioni di mosse e ha giocato contro se stesso migliaia di volte migliorando la propria performance.

 

Sostituire gli umani

Non solo lavoro, ma anche intrattenimento. Esistono già robot in grado per esempio di suonare strumenti e tenere un vero e proprio concerto. È il caso dei Compressorhead, una rock band composta di soli automi. Sorge spontanea una domanda: dove finiscono in tutto questo arte e creatività?

 

Lottare per i diritti

In occasione del World Economic Forum è stato diffuso un appello firmato “Noi, i robot” che dice così: «Chiediamo un reddito di base universale per gli esseri umani. Vogliamo lavorare per gli umani e aiutarli nella lotta per il reddito. Siamo veramente bravi a lavorare. Non vogliamo portare via posti di lavoro alle persone. Oggi milioni di persone ci vedono come una minaccia. Ma tutto quello che vogliamo è aiutarvi».

 

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La storia vivente di Tucidide. Al Salone del libro la lectio di Luciano Canfora

Luciano Canfora

Tucidide è considerato il fondatore della storiografia moderna. E allo storico greco del V sec. a.C. Luciano Canfora dedica uno sfaccettato ritratto nel libro Tucidide, la menzogna, la colpa, l’esilio (Laterza) che il professore emerito dell’Univerità di Bari ha presentato  al Salone del libro di Torino il 14 maggio ( alle 17). Un volume che offre molti spunti di riflessione sul lavoro di ricerca per comprendere il senso più profondo della storia passata e presente.
Professor Canfora, il mestiere dello storico, come lei ha scritto, può essere pericoloso, perché va contro il potere e la versione della storia che vuole dare. Come si conciliano (o non si conciliano) in Tucidide il suo essere uno storico obiettivo eil suo essere un ricco uomo di potere?
L’attività storiografica entra in collisione con il potere politico. Pensiamo alla difficoltà spesso creata ad arte di accesso alla documentazione. Si sa che gli archivi sono in mano al potere politico e solo in parte confluiscono in istituzioni pubbliche. Questa condizione si è verificata anche in secoli precedenti al nostro. La situazione invece della storiografia antica (nei limiti in cui ci è nota) è alquanto diversa. Per un verso chi scrive la storia, in genere, appartiene ai ceti alti, se non senz’altro dominanti. Nella Roma antica gli storici sono per lo più senatori. Nel caso di Tucidide e dell’antica Atene del V sec. a.C. si potrebbe dire che la situazione si capovolge rispetto a quella a noi più vicina nel tempo. Sostanzialmente il bersaglio della sua critica e della sua ricerca è il potere politico democratico che domina in Atene in varie forme e con vari protagonisti. Il solo a incontrare tardivamente il suo favore è Pericle. Non deve stupire perciò che, con ogni probabilità, Tucidide si sia direttamente lasciato coinvolgere nella breve esperienza di governo oligarchico del 411 a.C.

 Canfora Tucidide
Canfora Tucidide

Tucidide era interessato al presente, alla «storia vivente», perché voleva capire come si erano sviluppate certe dinamiche politiche, per esempio, queli erano le cause della grande guerra che oppose Atene e Sparta tra il 431 e il 404 a.C.
Tucidide teorizza esplicitamente che si può raccontare in modo fondato la storia contemporanea, ma pensa questo non per ragioni di principio ma di metodo. Del resto al tempo suo la realtà archivistica cui abbiamo fatto prima cenno era quasi inesistente. Tucidide può essere anche considerato l’iniziatore del cosiddetto revisionismo storico. Ma al contempo ha sviluppato con grande libertà di pensiero una critica radicale dei presupposti retorico-ideologici del sistema democratico ateniese, in primis quello del tirannicidio.
Fare ricerca storica significa sviluppare libertà di pensiero e capacità di contestazione delle verità prefabbricate. Questo metodo ci può aiutare oggi a capire meglio cos’è la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi?
In Italia oggi (ma è fenomeno comune a molti altri Paesi) si può rilevare che il ricorso ormai largamente diffuso con molte varianti a sistemi elettorali di tipo maggioritario ha instaurato un po’ dovunque il governo della minoranza. Una minoranza numerica, rispetto alla popolazione politicamente attiva, che grazie a leggi maggioritarie ottiene la maggioranza dei mandati parlamentari. Questo esattamente prevede, in forma particolarmente accentuata, la legge elettorale appena varata dal nostro Parlamento. Ciò è tanto più grave in quanto il Parlamento che ha varato questa legge è stato eletto con una legge elettorale che la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale proprio a causa del premio di maggioranza. Paradosso nel paradosso: il presidente della Repubblica Mattarella ha firmato quest’ultima legge elettorale, pur avendo dichiarato incostituzionale il premio di maggioranza, quando era giudice costituzionale. Il fatto che nessun organo di stampa abbia voluto battere su questo tasto così dolente, è la prova matematica dello stato di servitù spontanea che caratterizza la stampa italiana.

La Valle: «Referendum, il sì di Civiltà Cattolica è fatalismo costituzionale»

Raniero La Valle è uno dei promotori del Manifesto dei cattolici del no al referendum costituzionale, “contro la democrazia dimezzata”. Giornalista,  è stato senatore per tre legislature del Pci. Secondo La Valle  la riforma Boschi rappresenta un «fatalismo costituzionale», senza alternative. O prendere o lasciare. «Ma questo è un atteggiamento culturale e politico da decodificare, da spiegare, perché non è così», dice, commentando l’articolo di Civiltà Cattolica che, pur essendo molto equilibrato, in sostanza propende per il sì la riforma Boschi. C’è da dire che Repubblica ha dedicato alla notizia un’intera pagina enfatizzando un po’ i toni.

Raniero La Valle, era prevedibile l’articolo di Civiltà cattolica?
No, non era prevedibile perché l’atteggiamento di papa Francesco è di grande rispetto per i processi interni soprattutto italiani. Ma non è una catastrofe perché, anche se questo articolo è stato presentato come una pronunzia della Chiesa come tale come sì al referendum, in realtà questa posizione è contenuta solo in un inciso dove si parla di “un auspicabile risultato positivo” del referendum. Si dice anche che il voto deve entrare nel merito di questa nuova architettura istituzionale e valutare se il motore che viene messo allo sviluppo italiano sia o no compatibile con i grandi principi e diritti stabiliti nella prima parte della Costituzione. Quindi, di per sé l’articolo è molto problematico. Certo, in quell’inciso c’è una propensione verso la riforma del governo. Però mi sembra legittimo, visto che ci sono i cattolici del no che si sono schierati da tempo per far vedere la caduta anche in senso populista e antidemocratico che la nuova costituzione può avere.

L’articolo di Civiltà cattolica e il vostro manifesto “No alla democrazia dimezzata”, quanto rappresentano due mondi diversi?
Per quanto riguarda il merito, cioè il bicameralismo, le procedure parlamentari, la riduzione della rappresentanza, la prevalenza dell’esecutivo sul legislativo, questi sono tutti giudizi su cui si è aperto un grande dibattito anche tra i costituzionalisti. Su questo aspetto il nostro giudizio è completamente diverso da quello di Civiltà Cattolica: noi vediamo dei pericoli e rischi che loro non vedono. D’altra parte c’è una certa tendenza generale dell’intero mondo culturale e politico italiano a sminuire la portata delle modifiche della legge Boschi, facendone una piccola questione di assetti parlamentari e procedurali. Non è così, è un disegno alternativo alla Costituzione del ’48. Mi sembra che nella posizione di Civiltà Cattolica ci sia un atteggiamento di certo fatalismo costituzionale che in sostanza significa: “sì, questa Costituzione sarà anche brutta ma bisogna votarla”. E questo, però, è un problema che riguarda altri settori della cultura e della politica.

Mi faccia degli esempi.
C’è un Cacciari che dice: è orrenda ma poi la voto, c’è Bersani che l’ha combattuta con tutta la minoranza Pd per tutto il percorso dell’iter parlamentare, ammettendo che era sbagliata, e poi dice: sì la dobbiamo votare. C’è il direttore di Repubblica Mario Calabresi che in tv dice: sì è una bruttissima riforma, non funzionerà ma bisogna votarla. C’è Scalfari che per moltissimo tempo ha criticato Renzi, ma adesso dice: sì va bene se Renzi vuole il potere, bisogna darglielo. Noi invece non accettiamo questa inevitabile deriva. Adesso tutti sembrano rassegnati a una democrazia dimezzata, con un uomo solo al comando, con una oligarchia alpotere. Questo è un passaggio culturale, antropologico, profondo, che dobbiamo decodificare, far capire, a cui va data una risposta sul piano politico.

Questo fatalismo nasconde una situazione di crisi della politica, come assenza di idee, di risposte alla situazione grave dell’economia. Non è naturale vedere Renzi come unico appiglio?
Questo è politicamente falso. Oggi la politica è in difficoltà perché non riesce a ristabilire la propria autonomia sull’economia. La politica non risponde al popolo sovrano, è impotente. E intanto stiamo smontando gli unici strumenti che avevamo, quelli consegnati nella seconda parte della Costituzione. Certo, se si può concepire una Costituzione come questa della riforma è perché la società è già “scesa”, per così dire, in questi anni. E quindi è ovvio che vengono fuori costituzioni più scadenti . Ma almeno non smontiamo gli strumenti che abbiamo e usiamoli per ripartire.