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L’auto che si guida da sola (e i numeri della robotica)

È arrivata la quarta rivoluzione industriale, quella dei robot e delle intelligenze artificiali. Sul numero di Left in edicola abbiamo cercato di raccontarvi entusiasmi e sospetti, scenari e prospettive. Dal lavororobot-tutti i numeri alle emozioni, parlando tra laltro con l’ex ministro Maria Chiara Carrozza e con Giovanni Dosi il direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Austin, Washington, Phoenix e Kirkland. E poi, naturalmente la Silicon Valley. Le auto senza guidatore di Google viaggiano indisturbate per effettuare i loro test attraverso le città americane. L’intento del colosso di Mountain View, che ha stretto alleanze con molte case automobilistiche, è quello di far familiarizzare le persone con la nuova tecnologia, organizza assemblee pubbliche e fa lobby a livello nazionale e locale.

Il problema di Google (e di Ford, Volvo e Lyft e Uber, che hanno formato una “alleanza per le strade più sicure”) è proprio convincere il mondo che le auto senza autista siano più sicure. Specie dopo l’episodio di un incidente tra un’auto Google e un autobus a Mountain View. L’auto, che combina gli input di telecamera, radar e impulsi sonori piazzati in diversi punti della macchina e li elabora e incrocia con le mappe e il diario di viaggio, è probabilmente più sicura di quella umana: non supera i limiti, non tenta manovre azzardate, non beve e non si addormenta. Vero, ma al primo morto in incidente da macchina robot con chi ce la prenderemo? E che problemi legali pone il danno provocato da un oggetto di proprietà di qualcuno che non ha colpe perché non guidava? E cosa fa un computer quando deve scegliere tra investire una carrozzina e salvare il suo passeggero?

Come che sia, la certezza è che tra qualche anno le auto circoleranno e che le autorità stanno lavorando a capire come regolare la questione. A luglio il dipartimento dei Trasporti Usa emetterà le prime regole. Sull’auto senza guidatore hanno investito tutti. FiatChrysler ha un accordo proprio con Google, i team di ingegneri lavorano assieme e stanno testando la tecnologia su un pulmino. Toyota sperimenta un autista automatico che subentra in caso di pericolo e Bmw, Mercedes-Benz, Audi e GM hanno investito tanto in ricerca. Non sarà domani, ma prepariamoci a dire addio a taxisti, autisti, camionisti.

 

 

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“Il movimento ha sbracato” Pizzarotti contro i 5 Stelle

M5S resa dei conti, titola Repubblica. “La giustizia spacca i 5 stelle”, secondo il Corriere. La giustizia c’entra poco, sono le famose “regole” del movimento e l’insofferenza del vertice verso chi voglia fare di testa sua ad aver creato questo nuovo caso. Pizzarotti si è tenuto per sé la notizia dell’avviso di garanzia, Davide Casaleggio e il Direttorio ne hanno approfittato per togliersi un dente che faceva male. Il sindaco ha pubblicato la mail in cui “lo staff” -chi è lo staff, ha chiosato, non rispondo a mail anonime- gli chiedeva “la cortese trasmissione della copia dell’avviso di garanzia ricevuto e di tutti i documenti connessi alla vicenda”. Poi ha pubblicato la chat con Fico -membro del Direttorio- al quale Pizzarotti chiedeva un incontro, una riunione per chiarirsi e definire insieme la posizione del Movimento. Richieste senza risposta. Invece è arrivata la sospensione e l’anatema di Grillo: “non si attendono le sentenze per dare un giudizio politico”,  inevitabile, secondo Grillo, la sospensione dopo aver “preso atto della totale mancanza di trasparenza”. La sostanza della vicenda è che il sindaco di Parma, a differenza di quello di Livorno, non si è voluto arrendere alla Superiore Intelligenza del Controllo in Rete, esercitato dalla Casaleggio & Associati, sotto la supervisione, dopo la morte del padre, di Davide Casaleggio. Prima ha provato a discutere con uomini in carne e ossa. Ed è stato messo da parte. Poi ha deciso di reagire con due interviste a Repubblica e Corriere: “il movimento ha sbracato”, “sono irresponsabili”, “non ci sono regole”, “potrei anche fare causa”,  “che vuol dire sospensione?, “chi ha deciso, Davide Casaleggio, Di Maio?”. Il quale Di Maio, secondo Annalisa Cuzzocrea di Repubblica, avrebbe considerato “un errore cacciarlo via”.

Bocciato il ricorso al Tar, Fassina chiede scusa

Stefano Fassina ha fatto bene, ieri a Bersaglio Mobile, a chiedere scusa “a quella fetta di Roma che crede in noi”, ad assumersi le responsabilità per la catastrofica esclusione delle sue liste – contro la quale tenterà un ulteriore ricorso al consiglio di stato- e a convocare, per martedì prossimo, tutti i candidati consiglieri per decidere insieme il da farsi.

“Non siamo un partito strutturato, siamo un movimento in costruzione -ha detto-, dei beginners”. Principianti, un giudizio severo, dettato certo dall’amarezza, ma che purtroppo rende bene l’idea. Sinistra Italiana -fuoriusciti dal Pd, ex SEL, qualche ex grillino, altri piccoli gruppi organizzati- resta per ora un insieme di identità diverse, e in qualche caso raccogliticce, alla ricerca di un leader capace di federare o di intese locali che permettano alle varie anime almeno di coesistere. Non si vede quel grande confronto, politico e ideale, che sarebbe necessario per battezzare una novità vera a sinistra. E la voglia, precoce, di confrontarsi con le elezioni amministrative non ha certo aiutato.

A Roma ora Giachetti spera di attrarre una parte dei cittadini che avrebbero votato per Fassina e riuscire, così, almeno a superare il primo turno per concorrere al ballottaggio. “Sono l’unico candidato di centro sinistra”, dice. “La sinistra falce e cashmere vuole privatizzare l’Atac e se ne va in giro in Ferrari”, risponde via tweet Virginia Raggi. Mentre,  secondo Alfio Marchini, “la sinistra ha abbandonato il suo popolo”.

Forse sarebbe il caso, dopo la riunione di martedì di Fassina con i candidati senza più lista, di convocare una sorta di Stati Generali della Sinistra Romana. In campagna elettorale e, purtroppo senza liste -a meno che il Consiglio di Stato non rovesci due gradi di giudizio-, per fare il punto su un programma, su qualche idea innovativa per Roma da sostenere anche dopo il voto, voto che non risolverà, purtroppo, i problemi della capitale

Referendum costituzionale e ritorno della questione morale

I rapporti tra politica e magistratura ormai da alcuni decenni sono caratterizzati da “alti” e “bassi” impressionanti. Non saprei dire se tutto ciò sia inevitabile, anche se osservo che, in questa esperienza senatoriale, quando si parla di giustizia in una commissione o nell’aula del Senato, praticamente tutti si sentono in dovere di intervenire e dire la loro. E questo è un bene. è il segno di quanto sia profondamente sentita la necessità di discutere di bene comune, di legalità e di correttezza istituzionale. Ma se poi si passa a una valutazione di quanto viene detto, è facile che si rizzino i capelli in testa dalle tante assurdità e alle volte vere e proprie bestialità che vengono sostenute. In questo periodo c’è una vasta gamma di esemplificazioni, dalla cosidetta riforma costituzionale alle nuove norme proposte in tema di processo penale, intercettazioni e prescrizione. Emblematico, poi, politicamente e socialmente, è ciò che si osserva tutt’attorno. Prendiamo per esempio il caso del prossimo referendum d’autunno.

Già costituirebbe grave anomalia giuridica e istituzionale il fatto di un governo, un qualsiasi governo, che propugnasse una profonda riforma costituzionale per modificare in radice
competenze, composizione e limiti del potere legislativo. E soprattutto che sostenesse a spada tratta le ragioni della modifica, reprimendo il dissenso e non curandosi dei “pastrocchi” tecnici. E ancor più aggirando la lettera e lo spirito della norma costituzionale. Che chiedesse un inutile referendum a conferma, referendum invece previsto a tutela dei contrari. E per di più prefigurando su una riforma costituzionale un plebiscito pro o contro il governo, così piegando la Costituzione a interessi che per definizione sarebbero di parte (quand’anche maggioritaria). Su tutto ciò negli ultimi giorni si è innescata una polemica su chi possa o non possa schierarsi contro questa assurda pretesa di referendum “governativo”. Nel tentativo di mettere il bavaglio a una categoria di giuristi, i magistrati, che non potrebbero – così sostiene anche il “laico” vicepresidente del Csm – partecipare a dibattiti politicizzati. Ora, a parte il fatto che la decisione del capo del governo di politicizzare a proprio favore un referendum costituzionale costituisce un’aberrazione in sé, si rischierebbe in un colpo solo di martoriare tutta una serie di principi costituzionali: dalla libertà di pensiero e di espressione alla sovranità della Costituzione di fronte a qualsiasi potere dello Stato. Per buona sorte la Costituzione rimane, mentre sono i governi, tutti i governi, quelli destinati a passare. E se anche in questa occasione si è arrivati al calor bianco nel rapporto tra politica e magistratura, tanto da coinvolgere il ministro della Giustizia e il presidente della Repubblica, significa che la tensione rischia di arrivare alle stelle. Non è di certo casuale che ci si arrivi mentre in tutta Italia sembra di assistere a una riedizione di Mani pulite.

E mentre quindi la classe politica, anzi una parte della classe politica, si sente nuovamente sotto assedio. Io penso che, per tutti e sempre, valga il famoso broccardo “Male non fare, paura non avere”. Certo, mi fa strano che nei casi di imputazione e arresti nei confronti di un politico, siano dei politici stessi a dire di voler aspettare l’esito delle indagini e del processo. Fatto salvo il sacrosanto anche se banale ricorso al principio di non colpevolezza, mi verrebbe da chiedere: dove sono finite l’autonomia e la dignità della politica? E non esistono criteri e valutazioni diversi e indipendenti rispetto a quelli giudiziari-processuali? Non è in grado la politica di capire autonomamente che determinati comportamenti sono socialmente e moralmente scorretti al di là di ogni giudizio della magistratura? Con la consequenziale necessità di trarne le debite conseguenze! Se si ragionasse in quest’ottica forse anche la crescente disillusione dei cittadini nei confronti dei politici segnerebbe un’inversione di tendenza.

Elena Cattaneo: «Le risorse per la ricerca non vadano a pochi noti»

Elena Cattaneo in Senato durante l'esame del DDL sulle Riforme, Roma, 16 luglio 2014. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Da quando Napolitano l’ha nominata senatore a vita, Elena Cattaneo usa il laticlavio per sostenere la ricerca italiana, affermarne il metodo, difenderne la necessaria autonomia. Questo impegno la porta ora a denunciare una scelta del governo Renzi che non condivide affatto. Quella di concentrare le risorse per la ricerca in poche mani. Mani libere di agire con i criteri che usano nel privato, efficienza manageriale innanzitutto, rapporti privilegiati con le grandi aziende, discrezionalità. «Nella scienza, così come in tutti gli altri ambiti, i ruoli devono essere distinti in base a obiettivi e competenze. È un bene che il governo decida di impegnare cospicue risorse pubbliche in un grande investimento per la ricerca – e sappiamo tutti quanto ce ne sia bisogno – ma non dovrebbe decidere tutto da solo, né improvvisare» dice la senatrice. A ciascuno il suo ruolo, dunque. «La politica, dopo aver acquisito le opportune informazioni, dovrebbe scegliere gli obiettivi da perseguire ma lasciare la selezione dei mezzi migliori per raggiungerli alla libera competizione fra idee e proponenti. Esperienze e analisi internazionali dimostrano che è un errore stabilire per legge quale progetto scientifico sostenere e che concentrare il denaro pubblico in poche mani produce una resa minore, una produttività scientifica inferiore, rallenta l’innovazione e ostacola l’eccellenza scientifica. È la diversificazione competitiva tra le idee, invece che la concentrazione su una proposta, che andrebbe perseguita».

In un documento depositato in Senato, Elena Cattaneo sostiene che l’Istituto italiano di tecnologia di Genova, scelto da Renzi per il dopo Expo e che dovrebbe ricevere dallo Stato almeno 1,5 miliardi in 10 anni, non ha le competenze indicate per sviluppare Human Technopole. E già si comporta come collettore di competenze esterne e distributore di fondi pubblici. Quali i guasti di tale metodo?
Dal 2003, anno in cui è stato istituito, ad oggi, in Parlamento diverse interrogazioni chiedevano se il governo avesse in qualche modo approvato la trasformazione dell’Iit in agenzia di finanziamento, senza averne titolo né diritto. Di fatto, l’Istituto di Genova negli anni ha selezionato discrezionalmente e proposto il finanziamento a partner di ricerca da lui prescelti, utilizzando parte delle risorse disponibili, che – ricordiamo – sono fondi pubblici. Ciò ha permesso di attivare collaborazioni e di rinforzare la propria produzione scientifica attraverso l’acquisizione di lavori e idee di altri, non sviluppandone o stimolandone di nuove. L’aspetto che più mi preme è che, in altre parole, Iit ha “coinvolto o finanziato” studiosi che avrebbero titolo per competere presso la fonte delle risorse pubbliche direttamente, essendo loro gli ideatori della linea di ricerca, senza passare attraverso altri enti intermediari. Inoltre, la gestione di fondi pubblici comporta una serie di doveri e responsabilità: centri di ricerca come l’Iit, che appunto nasce come fondazione di diritto privato finanziata con ingenti risorse pubbliche, non possono sottrarsi alle pubbliche rendicontazioni e all’amministrazione trasparente, come più volte rilevato dalle agenzie di controllo.

Questo articolo continua su Left n. 20 in edicola da sabato 14 maggio

 

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Il nono piano di Jessica Dimmock. Vivere a Manhattan in un appartamento occupato da eroinomani

The Ninth Floor - © Jessica Dimmok

Fino al 24 maggio potrete visitare la mostra di Jessica Dimmock “Il nono piano” allestita a Officine Fotografiche a Roma.
Il progetto, di grande forza e impatto, è iniziato nel 2004 quando Jessica Dimmock è entrata per la prima volta in contatto con Jim Diamond, uno degli abitanti di un appartamento occupato da eroinomani al nono piano di un palazzo nell’Upper East Side, quartiere super chic di Manhattan.
Per tre anni la fotografa newyorchese convive con loro, raccoglie le loro storie, fotografa le loro giornate, entra nell’intimità delle loro vite con quella delicatezza che solo chi sospende il giudizio morale riesce ad avere. Qualche volta si crea un legame così profondo che Jessica riesce a seguire le vicissitudini dei suoi nuovi coinquilini anche dopo l’abbandono dell’appartamento, è il caso per esempio di una coppia che dopo la nascita della figlia sceglie di abbandonare quella strana comunità.

Tutto è iniziato nel 2004 quando Jessica Dimmock è entrata per la prima volta in contatto con Jim Diamond, uno degli abitanti di un appartamento occupato da eroinomani al nono piano di un palazzo nell’Upper East Side, quartiere super chic di Manhattan.

Per “Il nono piano” Jessica ha ricevuto il premio F per la fotografia impegnata e il premio Inge Morath di Magnum.
Nella mostra, che si tiene a Roma, curata da Eliana Bambino, Mariella Boccadoro, Sarah Carlet, Valeria Fornarelli, Mario Gentili, Elena Hanim Onem, Annalisa Polli, Flavia Rossi, coordinati da Alessandra Mauro e realizzata in collaborazione con Fondazione Forma, è esposta una selezione delle immagini del progetto, la stessa selezione è stata raccolta anche in un libro che ha ottenuto un buon successo di pubblico.

The Ninth Floor - © Jessica Dimmok
The Ninth Floor – © Jessica Dimmok

The Ninth Floor - © Jessica Dimmok
The Ninth Floor – © Jessica Dimmok

The Ninth Floor - © Jessica Dimmok
The Ninth Floor – © Jessica Dimmok

The Ninth Floor - © Jessica Dimmok
The Ninth Floor – © Jessica Dimmok

The Ninth Floor - © Jessica Dimmok
The Ninth Floor – © Jessica Dimmok

The Ninth Floor - © Jessica Dimmok
The Ninth Floor – © Jessica Dimmok

The Ninth Floor - © Jessica Dimmok
The Ninth Floor – © Jessica Dimmok

Gallery a cura di Monica Di Brigida

Nuit debout e Firma day referendum: due giorni di mobilitazione

Domenica 15 maggio il movimento francese Nuit Debout sarà in tutta Europa. In Italia la mobilitazione alcune città (Roma, Milano, Padova, Bologna) e si terrà in concomitanza con il firmaday, una due giorni (14 e 15 maggio) in cui sarà possibile firmare i Referendum sociali in più di 1000 piazze italiane, con l’obiettivo di raccogliere le 500mila firme necessarie per depositare i quesiti presso la Corte Costituzionale (qui le informazioni utili).

Scuola pubblica, inceneritori, trivelle e acqua bene comune. Il governo Renzi, con provvedimenti come la «Buona Scuola» e lo «Sblocca Italia» dimostra una sostanziale continuità con i governi precedenti, sostengono i promotori dei referendum. Le politiche di attacco al ruolo della scuola pubblica, di privatizzazione dei beni comuni, di aggressione all’ambiente e di attacco ai diritti del lavoro, fortemente volute, promosse e sponsorizzate dall’Unione Europea, sono state portate avanti da tutti gli ultimi esecutivi, il cui ruolo si è oramai ridotto a meri esecutori dei diktat provenienti da Bruxelles e Strasburgo.
Per questo – sostengono i comitati referendari – c’è bisogno di cominciare un percorso di lotta a livello europeo, che parta dal basso e che coinvolga movimenti studenteschi, sindacati, associazioni ambientaliste e comuni cittadini, che combatta le politiche di austerità e di devastazione ambientale portate avanti dai tecnocrati europei e dai governi dei paesi membri. Con l’obiettivo di pensare e immaginare un nuovo modello di sviluppo, democratico, aperto, rispettoso dell’ambiente e dei diritti di tutti.

Sei i quesiti previsti, assieme ad una legge di iniziativa popolare. I referendum sociali chiedono l’abrogazione di parte della legge 107, Buona scuola, il blocco di vecchi e nuovi inceneritori e lo stop all’apertura di nuove attività di prospezione, ricerca e estrazione di idrocarburi (le «trivelle”). Inoltre si può firmare una petizione popolare che chiede la gestione pubblica e partecipata dell’acqua: nonostante il referendum del 2011, un recente emendamento del Pd ha stravolto la normativa sulla gestione idrica, prevedendo la “gestione pubblica non obbligatoria”.
I referendum si inseriscono, a detta degli organizzatori, anche all’interno del percorso cominciato lo scorso 17 aprile con il referendum per fermare le trivelle a 12 miglia dalla costa, fallito a causa del mancato raggiungimento del quorum. Percorso rafforzatosi con l’imponente manifestazione tenutasi a Roma lo scorso 7 maggio per fermare le trattative segrete sul TTIP, il trattato di libero scambio in corso di negoziazione tra Ue e Stati Uniti.

La campagna è ufficialmente partita lo scorso 9 aprile. Al Coordinamento promotore aderiscono associazioni quali Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Movimento per la Scuola Pubblica, Campagna «Stop Devastazioni». Comitato «Si» Blocca Inceneritori.
Gli appuntamenti della Nuit Debout in Italia. A Roma il concentramento è previsto per le 17,00 in Piazza del Pantheon, a Milano alle 19,30 in Piazza XXIV maggio, a Bologna alle 19,00 in Piazza Santo Stefano, a Padova alle 17,00 al Listòn, via VIII febbraio.

«Nessuna paura, i robot migliorano la vita dell’uomo»

rivoluzione robot

Che cos’è la quarta rivoluzione industriale? Ne abbiamo parlato con Maria Chiara Carrozza, professore di Bioingegneria industriale all’Istituto Sant’Anna di Pisa (e già ministro dell’Istruzione nel governo Letta). Cominciamo dalla relazione tra Information & Communication Technology, Internet of Things e robotizzazione. «La quarta rivoluzione industriale è l’integrazione di tecnologie di artificial intelligence and deep learning, con tecnologie di robotica che permettono di avere agenti che svolgono compiti simili a quelli umani. Agenti connessi in cloud con intelligenze ed esperienze condivise, grazie a un sistema di comunicazione. Così si permette al robot di entrare nelle case, circolare nelle strade e di entrare in relazione con gli esseri umani. Internet of things è invece mettere in rete tramite infrastrutture oggetti, dati e informazioni, monitorando i prodotti nella loro vita, provvedendo alla manutenzione o sostituzione di essi, grazie a meccanismi di sorveglianza e sicurezza, con algoritmi che sono in grado di anticipare il futuro, nella vita sia degli oggetti/dati/informazioni, sia delle loro relazioni con la società. La quarta rivoluzione industriale segna il passaggio dal robot alternativo al robot coesistente all’uomo nello svolgimento sia dei compiti fisici che cognitivi».

Quali sono le applicazioni più socialmente utili?
Me ne occupo personalmente e ritengo che la biorobotica abbia rivoluzionato la medicina. Faccio degli esempi: il robot può coadiuvare il chirurgo nella limitazione del danno nella chirurgia invasiva, in riabilitazione può permettere il recupero di persone disabili, oppure facilitare ai paralizzati il recupero della mobilità grazie alle interfacce neurali. La biorobotica è l’incrocio tra il naturale e l’artificiale attraverso l’integrazione tra robotica e bionica, come la creazione di organi artificiali come pancreas e cuore o di interfacce neurali che dialogano con il sistema nervoso centrale. È socialmente utile quando provvede a funzioni che hanno uno scopo di sostegno, supporto, terapia, riabilitazione come nel caso degli esoscheletri che aumentano le abilità motorie, permettendo a persone fragili o deboli di migliorare la propria condizione di vita.

È possibile un conflitto tra la macchina e il lavoro umano?
È difficile dire se c’è un conflitto: potenzialmente potrebbe accadere dal punto di vista individuale. Una persona cioè può essere sostituita da una macchina se il compito è ripetitivo o di alta precisione oppure perché lo svolgimento della mansione porterebbe a fatica, usura, stanchezza, pericolosità. Ma il conflitto non sussiste su larga scala. La robotica migliora e non confligge con lo sviluppo della società, perché o migliora la qualità della vita del lavoratore oppure, nel caso della robotica esplorativa nello spazio, va dove l’uomo non può andare.

Ma è possibile immaginare uno sviluppo economico-sociale che tenga insieme sia l’avanzamento tecnologico che la conservazione dei posti di lavoro?
Ci sono delle forme di neoluddismo e movimenti di opinione che sono molto preoccupati di un’evoluzione pericolosa, ovvero che la quarta rivoluzione industriale possa rendere obsoleto il lavoro umano. In effetti esistono fabbriche cinesi senza lavoratori: robot che costruiscono robot, arrivando all’estremo del robot che replica se stesso. Tutto ciò è metafora dell’autodistruzione a meno che non si immagini la possibilità di stare tutti a riposo e far lavorare solo la macchina. Ma non penso che questo sia possibile. Bisogna saper anticipare scenari, anche estremi, ma che servano ai cittadini per far comprendere che siamo dentro una nuova rivoluzione. Tuttavia questo va fatto ponendo attenzione a problematiche di tipo educativo e formativo, altrimenti si rischia che masse di lavoratori possano essere tagliati fuori dalla società.

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Guerra di religione attorno al bagno transgender. Ma il tema sono le discriminazioni

In this photo taken Thursday, May 12, 2016, signage is seen outside a restroom at 21c Museum Hotel in Durham, N.C. North Carolina is in a legal battle over a state law that requires transgender people to use the public restroom matching the sex on their birth certificate. The ADA-compliant bathroom signs were designed by artist Peregrine Honig. (AP Photo/Gerry Broome)

Guerra fine di mondo per un bagno.  L’ultima culture war scatenata dai repubblicani negli Stati Uniti è quella attorno ai bagni per persone transgender in North Carolina. La legislatura dello Stato del Sud ha deciso che le persone transgender devono per legge utilizzare i bagni pubblici sulla base del sesso scritto sul loro certificato di nascita – si badi, di nascita.

Il governatore repubblicano Pat McCrory ha firmato la legge, voluta dai repubblicani in risposta all’ordinanza della città di Charlotte – governata dai democratici – che invece garantiva alle persone di scegliere il bagno che preferiscono. Nella disputa sono entrate le autorità federali, con il Dipartimento di Giustizia di Loretta Lynch che ha scelto di portare in tribunale la decisione della Carolina. Lo Stato ha risposto denunciando Washington che starebbe andando oltre i propri poteri e violando le prerogative di autonomia legislativa dello Stato. Da ultimo, il presidente Obama ha fatto preparare una lettera con una direttiva per le scuole del Paese da Dipartimento di Giustizia e dell’Istruzione nella quale si da indicazione di lavorare per favorire la non discriminazione degli allievi trangender. Non si tratta di un obbligo per le scuole, lo Stato federale non ha certi poteri, ma di una direttiva che potrebbe, ad esempio, condizionare l’arrivo di fondi nelle scuole che scelgono pratiche discriminatorie.

Tanto rumore per un bagno? No. Non è questo il punto. Non è la prima e non sarà l’ultima: nel 1966 un ragazzo nero viene ucciso in Alabama per aver voluto usare la toilette per soli bianchi – prevista all’epoca da una legge dello Stato. E le donne senatrici hanno dovuto aspettare un bagno delle donne fino al 1993 e nel 1990 una donna è finita sotto processo per aver usato il bagno degli uomini in un locale – eravamo in Texas e la signora voleva semplicemente evitare la fila (MotherJones mette in fila una cronologia della storia di toilette e generi). Il punto non è il diritto ad avere un bagno, ma la non discriminazione delle persone. Fossero una, due o tre o migliaia, il tema è il diritto a non sentirsi trattato diversamente a causa del colore della pelle, della religione e degli orientamenti sessuali. Che tra l’altro nel caso delle persone transgender è anche qualcosa in più, è un’identità cercata, perché quella “biologica” veniva vissuta male. Qui siamo oltre il chi voglio amare, siamo nel cosa voglio essere.

E infatti, proprio in questi giorni, un tribunale della Virginia ha dato ragione a Gavin Grimm, studente, già ragazza, che chiede di poter usare il bagno dei maschi della scuola, nonostante sia nato femmina. Un tribunale minore gli aveva dato torto.

A mettere bene in fila l’argomento è stata proprio la Segretaria alla Giustizia Loretta Lynch, con il discorso fatto annunciando la causa contro la North Carolina e nel dossier che accompagna la citazione in tribunale.

«Il sesso di un individuo è costituito da molteplici fattori, che possono non essere sempre in linea – tra questi i cromosomi, ormoni e identità di genere. Decidendo che l’identità sessuale si deve basare sull’etichetta in un ospedale apposta su di un certificato – e limitando l’accesso ai bagni sulla base di quel certificato – la North Carolina stigmatizza e sottolinea l’identità dei transgender, con il risultato di un isolamento e di esclusione, e perpetua l’idea che questi non siano degni di parità di trattamento e rispetto».

Attorney General Loretta Lynch pauses during a news conference at the Justice Department in Washington, Monday, May 9, 2016. North Carolina Gov. Pat McCrory's administration sued the federal government Monday in a fight for a state law that limits protections for lesbian, gay, bisexual and transgender people. (AP Photo/Evan Vucci)
Loretta Lynch (AP Photo/Evan Vucci)

Lynch fa anche riferimento alle leggi Jim Crow, le leggi razziali e discriminatorie approvate dagli Stati del Sud dopo la Dichiarazione di emancipazione, l’abolizione della schiavitù firmata da Lincoln. Oggi, che è il matrimonio tra persone dello stesso sesso è entrato nella costituzione – dopo la sentenza della Corte Suprema – gli Stati stanno emanando leggi capziose in materia. Una reazione di paura di fronte al mondo che cambia, sostiene Lynch. E anche un tentativo del partito repubblicano di alimentare i pregiudizi della propria base sperando di motivarne la partecipazione al voto.

Fino ai primi anni Duemila ha funzionato. Bush vinse le elezioni del 2004 grazie all’Ohio e a un referendum statale che puntava a limitare il diritto all’aborto e che era stato pensato apposta per portare ai seggi gli evangelici delle zone rurali che spesso non votano – nelle zone fortemente democratiche si fece di tutto per scoraggiare il voto. Era il 2004 e dopo di allora molte cose sono cambiate nella società americana: la sentenza della Corte Suprema in materia di matrimonio gay dice – letteralmente – questo: oggi quel matrimonio è considerato normale e quindi non possiamo che garantirlo come diritto.

E la scelta dei repubblicani di combattere guerre di retroguardia rischia di isolarli e renderli un partito conservatore del passato. Water o cesso alla turca che sia, spesso i diritti si muovono in avanti. Se ne accorgeranno anche coloro che ci vendono le unioni civili come il migliore dei mondi possibili?

Un “no” forte che getti via la zavorra ideologica

Matteo Renzi non è il pollo che sembra in televisione e che Crozza sfotte con grande gusto. Capisce la politica e decide con lestezza. Lunedì 9 maggio ha annunciato che dopo il referendum convocherà il congresso del Pd. Se dovesse vincere il Sì, ricevuta l’investitura popolare che gli manca, potrebbe delegare a un pretoriano la guida del partito. Se fosse invece sconfitto dai No, dopo la prevedibile manfrina “lascio come DeGaulle”, “No Matteo, la patria ha bisogno di te” vestirebbe la casacca di segretario per portare il Paese ad elezioni anticipate, probabilmente con una legge diversa dall’Italicum, per non lasciare il malloppo, cioè palazzo Chigi, a un Di Maio qualunque. Ci sa fare e nel suo mestiere, la tattica politica, non ha avversari. Se vivessimo in tempi normali, ce lo terremmo a lungo.

Ma non è ordinario il tempo che viviamo. La Terza Via, l’idea che si possa innestare il liberismo turbo capitalista nella vecchia pianta socialdemocratica, fa acqua ovunque. In Austria il cancelliere si dimette dopo che Spo ha preso l’11 per cento, in Germania l’Spd è un’ancella della Merkel, in Francia Valls prende schiaffi da destra (il suo ministro Macron) e da sinistra (Aubry e Monteburg). Persino in Gran Bretagna, nonostante Jeremy Corbyn, i laburisti non riescono più a rappresentare la sinistra che, in Scozia, vota per gli indipendentisti. E in Spagna, Sanchez passa da quasi premier a leader di un Psoe che potrebbe arrivare solo terzo alle elezioni del 26 giugno. D’accordo, Renzi è più bravo, ma la sua ricetta è la stessa: non si può cambiare nulla delle politiche neo liberali, mentre dalla Merkel si possono ottenere solo sconti, qualche bonus, in cambio di obbedienza quando serve.

The Third Way is a dead man walking. Perché non ci sarà in Europa una ripresa come negli anni 60, il ceto medio non riprenderà a spendere e spandere, i nostri figli non si batteranno per un lavoro sicuro magari meglio pagato del nostro. Le abissali disparità di reddito create dal capitalismo finanziario deprimono la domanda, le produzioni avanzate – in questo numero Left parla di robot e intelligenza artificiale – non creano abbastanza lavoro e non distribuiscono tanti soldi come fu con il boom dell’edilizia. La gente spende meno e la deflazione spegne, con la ripresa, il sorriso. Il nostro sonno si popola allora di incubi. Il terrorista, meglio viaggiare di meno. L’immigrato, che mi ruba il lavoro e minaccia la mia sicurezza. Nascono partiti xenofobi, tornano i muri, si evocano politiche protezioniste e tutti costoro definirebbero Tony Blair (o Matteo Renzi) uno stronzetto che fa “cheese” in televisione.

Solo una rivoluzione può salvare l’Europa. Non penso alla presa di un Palazzo d’Inverno, che non c’è, ma a una rivoluzione culturale europea, un rovesciamento del modo di pensare, un ribaltamento degli assiomi su cui l’accordo di Maastricht fondò l’Unione. Insomma, dire ai tedeschi che senza ristrutturare il debito dei Paesi mediterranei – povera Grecia, ancora costretta a pagare – senza un piano del lavoro europeo, una politica fiscale e industriale comune, senza difendere, non solo con la Russia ma anche con Ungheria e Turchia, diritti e libertà. Senza questo minimo imponibile l’Europa è già finita. E se loro tedeschi, i più favorevoli all’Europa -dice un sondaggio di Diamanti- se ne vogliono andare, che vadano, tanto non sanno dove.

Ma tutto questo Renzi non lo fa. Né lo faremo noi di sinistra se non ci liberiamo delle scorie e della falsa coscienza accumulate negli anni: movimentismo, operaismo, elettoralismo, ecologismo piagnone, pacifismo come postura, femminismo alla Clinton. Se non ci libereremo dalla pretesa di essere anziché fare, dalla comoda spocchia con cui proclamiamo una nostra diversità, che spesso è diversa solo dal buon senso e ci rende casta agli occhi dei Millennials. Vasto programma, direte. Ma, provvido, Matteo Renzi ci offre un’occasione: 5 mesi di campagna con il No, senza mescolarsi ma capaci di coinvolgere tutti, destra, sinistra e 5Stelle, in nome della restaurazione di regole buone e democratiche. Che permettano alle idee nuove di divenire una pianta rigogliosa.

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