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Ora è il Pd che conta gli indagati ai 5 stelle. Tra doppia morale e gara sul giustizialismo

Quello del Foglio è un appello disperato: «Che a nessuno venga in mente, dopo gli avvisi di garanzia a Federico Pizzarotti e Filippo Nogarin e ai loro assessori, di fare tabelloni e liste d’indagati grillini. Quelle sono cose che fa il Movimento 5 stelle con una furia giustizialista che non tiene conto dei princìpi basilari dello stato di diritto e in molti casi neppure della decenza».

E però è proprio quello che sta accadendo in queste ore, con il caso Nogarin prima e adesso quello di Pizzarotti, sindaco di Parma, a cui è arrivato un avviso di garanzia per abuso d’ufficio – un classico per un sindaco – per le nomine dei vertici del Teatro Regio. Il partito democratico sta gareggiando sul crinale del giustizialismo – precisando però sempre di esser garantisti – con il Movimento 5 stelle.

L’obiettivo del Pd è dimostrare che i 5 stelle non sono in grado di governare, con una classe dirigente improvvisata, alla vigilia delle elezioni. E si vuole colpire l’asse portante del Movimento nato dal VaffaDay, la rivendicata superiorità morale. L’accusa è invece di doppia morale, e non la riduce il fatto che il Movimento 5 stelle abbia sospeso, dopo ore di attesa, Pizzarotti. Sospendere Pizzarotti e non Nogarin, anzi è un’aggravante. Il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, ad esempio, dice così alla Stampa: «C’è un giustizialismo schizofrenico nel M5S. Fino a ieri un avviso di garanzia era una condanna, soprattutto se recapitato a un amministratore Pd. Poi, con i guai di Nogarin, è stato declassato, diventando una circostanza da valutare caso per caso. E oggi, con Parma, Virginia Raggi dice che è un manganello in mano alla magistratura».

In effetti l’inflessibilità dei 5 stelle non sembra più tale a sentire ciò che la candidata a Roma Virginia Raggi ha detto al Corriere: «Noi la questione morale la affrontiamo caso per caso. Una cosa è essere indagati per diffamazione, altro è un abuso d’ufficio, o la corruzione, la truffa. La legalità non può essere usata strumentalmente contro una forza politica: siamo onesti ma non siamo sciocchi. Se poi cadremo sotto la scure, vedremo. Ma io sono quella che vedete, vado in giro a testa alta. Gli avvisi di garanzia non possono essere usati come manganelli». Rispetto a quello che diceva Luigi Di Maio a dicembre 2015 il cambiamento è sensibile: «Di fronte a un avviso di garanzia bisogna dimettersi. sono contrario alla presunzione d’innocenza per un politico». 

Il debry tra Pd e 5 stelle fa però male a entrambi. Lo nota ad esempio Mauro su Repubblica. Secondo cui «il numero di amministratori del Pd coinvolti in inchieste giudiziarie dovrebbe da solo far capire all’intero gruppo dirigente che c’è nella principale forza della sinistra un problema di selezione delle cosiddette élite grande come una casa». Sarebbe meglio non alimentare il circuito, dunque, non seguire i 5 stelle, lasciando che sia l’evidenza a dimostrare i loro limiti: «I grillini», scrive ancora Mauro, «che pensavano di fischiare comodamente dagli spalti nella partita tra la politica e la magistratura, si trovano improvvisamente in campo mentre i fischi oggi sono per loro, impreparati e incapaci di gestire l’incoerenza tra i doveri pretesi dagli altri e le indulgenze domestiche».

I gesuiti, sì alla riforma Boschi. Il fronte cattolico è spaccato

Civiltà Cattolica, la storica rivista dei Gesuiti fondata nel 1850 a Napoli, dice sì alla riforma Boschi. Lo fa con un lungo, approfondito e anche equilibrato articolo di padre Francesco Occhetta che si intitola asetticamente La riforma della Costituzione. Ma il quadro “oggettivo” lascia trasparire il consenso alla riforma Boschi quando si fa riferimento all’«auspicabile successo del referendum». Nel testo (qui) Occhetta ripercorre la storia dei lavori che hanno portato alla riforma, a partire dalla Commissione dei saggi del governo Letta e  fotografa anche il dibattito attuale ricordando il documento dei 56 giuristi per il no. Della riforma si elencano gli elementi positivi e di rottura con il passato (il bicameralismo perfetto) con una apertura eventualmente a «successive modifiche migliorative che tengano conto delle critiche più motivate». Il testo – si legge – non intacca i principi sanciti dalla Costituzione, alla cui stesura ricordiamo, i cattolici hanno partecipato attivamente con Dossetti. Lo stesso Dossetti guarda caso che ieri sera a Porta a Porta il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha citato più volte.

Civiltà Cattolica, che, ricordiamo, è espressione della Segreteria di Stato vaticana –  Bergoglio, tra l’altro, è un gesuita – entra così nel pieno del dibattito attorno al referendum costituzionale, cita molto il presidente Mattarella ma inevitabilmente spiazza il fronte dei cattolici. «Mi stupisco che una rivista della tradizione e della storia come Civiltà Cattolica si schieri contro la parte più sensibile del mondo cattolico», afferma Gaetano Azzariti costituzionalista del Comitato del no. Azzariti cita centinaia e centinaia di cattolici che qualche settimana fa hanno firmato il manifesto dei cattolici del no. No alla democrazia dimezzata, il titolo di un testo (qui) che non lascia dubbi sulla volontà di opporsi alla riforma Boschi. «La posta in gioco tra il Sì e il No nel prossimo referendum costituzionale – scrivono i firmatari – non è il Senato ma è l’abbandono della Costituzione vigente e la sua sostituzione con un sistema di democrazia dimezzata in cui i valori e i diritti riconosciuti nella prima parte della Carta, da cui dipendono la vita, la salute e la possibile felicità del cittadini, sarebbero isolati e neutralizzati per lasciare libero campo al potere del denaro e delle sue istituzioni nazionali e sovranazionali». Esattamente il contrario di quanto sostiene Civiltà Cattolica. Tra i firmatari ci sono il giornalista Raniero La Valle, il missionario comboniano Alex Zanotelli, Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale, Lorenza Carlassare, costituzionalista, Vittorio Bellavite, “Noi siamo Chiesa”. Decine e decine di firme di docenti universitari, giornalisti, uomini di Chiesa e vicini ai movimenti cattolici e laici di fede cattolica. «La Costituzione è un bene comune e, pur provenendo ciascuno da parti diverse, comune deve essere la battaglia di uomini e donne per la sua cura e la sua difesa, ognuno lottando però con i suoi colori e con le sue bandiere», scrivono. I cattolici del no sentono la minaccia nei confronti dei principi fondamentali della Costituzione, manifestano la propria opposizione al nuovo disegno istituzionale, anche per una «questione di patriottismo costituzionale». Di tutt’altro avviso padre Occhetta che arriva alla conclusione che a «essere riformata è l’ingegneria costituzionale della seconda parte». Quindi nessun snaturamento dei principi chiave della Carta. Due testi che sembrano arrivare da due pianeti diversi, segno di uno scontro evidente dentro il mondo cattolico.

Chiesa e donne, la rivoluzione che non c’è

Siete tutti matti? I giornali sono tutti matti? Tutti? Quale sarebbe la notizia? Che Papa Francesco “istituirà una commissione che studi l’ipotesi del diaconato femminile nella Chiesa cattolica”? E che il cardinale Kasper disquisisca già se “benedirle queste donne o consacrarle”? Optando ovviamente per la prima delle soluzioni. Più soft.  Una semplice benedizione come per le badesse. È questa la rivoluzione? Sono talmente stanca di sentirne di rivoluzioni di Francesco che mi stanco anche a replicare. Il papa ha detto che “creerà una commissione che studi il tema” e boom! Proprio boom, prime pagine, peana interminabili. Mentre a me torna alla mente il libro di Giuliana Sgrena e le sue parole stanche mentre la intervisto. “Sono prediche e rimangono prediche”. Pari opportunità nella Chiesa? Le donne potranno battezzare e sposare? Ma non dare l’estrema unzione né benedire pane e vino? Nascerà un nuovo femminismo nella Chiesa? Suore e monache si ribelleranno al maschilismo del Vaticano? Si arriverà al sacerdozio femminile? Ci sarà un papa donna tra cinque secoli? O c’è già stata?

Questi i temi scottanti di oggi… e io mi chiedo solo quanto durerà? Quante pagine ancora? Quanto piombo? Oggi si cita a casaccio tutto, da Paolo di Tarso alla Genesi. Dal ruolo delle diaconesse nella Chiesa Primitiva al “genio femminile” evocato da Francesco. Allora piccolo sunto per semplici disperati “pensanti”. La donna non è fatta a immagine di Dio, ma di Adamo, per questo è inferiore, subalterna per creazione. Non esiste uguaglianza possibile. Non nelle Scritture, né per i Padri della Chiesa. In primis proprio Paolo di Tarso, uno dei più feroci, quasi sanguinario lo definirei, teorici della inferiorità congenita del genere femminile. Disuguaglianza fisica e mentale che nei secoli si è trasformata in un minus umano abnorme. Tutto questo può portare a Pari opportunità nel nome dei tempi moderni? Boh. Diaconesse nel Medioevo ci furono, più badesse che diaconesse, così si fuggiva da imposizioni violente o così si riusciva a “studiare” se si era donne. Di papesse una soltanto. Il famoso Giovanni VIII (872-882) lapidato vivo in processione appena i romani si accorsero che di donna si trattava.
Torniamo ai fatti allora (fonte ANSA): Papa Francesco, durante l’udienza cui partecipavano circa 900 rappresentanti dell’Uisg e delle comunità religiose femminili, nel corso della sessione di domande e risposte, quando gli è stato chiesto perché la Chiesa esclude le donne dal servire come diaconi, ha risposto: “Perché non costituire una commissione ufficiale che possa studiare la questione?”. E ha aggiunto che una volta aveva parlato della materia con un “buon, saggio professore”, che aveva studiato l’uso delle donne diacono nei primi secoli della Chiesa. Gli aveva chiesto: “Che cos’erano questi diaconi femminili? Avevano l’ordinazione o no?”. “Era un po’ oscuro”, aveva risposto il professore. “Qual era il ruolo della diaconessa in quel tempo?”. “Costituire una commissione ufficiale che possa studiare la questione?”, ha quindi chiesto Bergoglio ad alta voce. “Credo di sì. Sarebbe bene per la Chiesa chiarire questo punto. Sono d’accordo”. “Accetto”, ha detto il Papa successivamente. “Mi sembra utile avere una commissione che lo chiarisca bene”.
Notizia: avremo una commissione che studierà com’erano le diaconesse ‘in quel tempo’, se avevano o meno l’ordinazione. 
Conclusione: Il cardinale Kasper ci tranquillizza (fonte Corriere della sera): alla domanda “avremo donne prete”?, risponde “Francamente non credo. Il papa ha detto che questa porta è chiusa, dopo le parole molto chiare di Giovanni Paolo II sul No al sacerdozio femminile. Non posso immaginare che Francesco cambi quella decisione”.
Fine della discriminazione? Le donne non saranno più “impure”? Siamo nelle mani di una Commissione. Auguri.
Oggi Internazionale copertina ‘Scorrerà il sangue’. E scrive di una battaglia ancora molto lunga da combattere per mettere fine ad una discriminazione che ovviamente non è fisica. Mi sembra l’unica cosa seria da leggere oggi. Oltre a Left, naturalmente.

Il Vangelo secondo Matteo e la garanzia secondo Grillo

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, e gli slogan sono le tangenziali delle parole buttate lì con la leggerezza di chi sa che funzionano e che nessuno si prenderà la briga di smontarle. Così mentre la Chiesa viene rimandata a cuccia da una (bella) frase di Matteo Renzi tutt’intorno viene facile giovanardare come un Adinolfi qualsiasi: se c’è un buon motivo per essere felici della fresca (mezza) legge sulle unioni civili è la sconnessa reazione dei pretini, l’abbattimento degli jihadisti episcopali e le mendaci contrizioni dei puttanieri censori delle famiglie degli altri. Perché, diciamocelo, il rumore della tradizione che scricchiola nel sarcofago a forma di fede è in queste ore uno strisciare di unghie. E allora ben venga un rinculo di laicità, benché sotto forma di slogan, e lo dico io che con Renzi e renzini non sono mai stato troppo tenero. Con un solo piccolo però: spergiurare sulla Costituzione, quello sì, sarebbe un peccato mortale. Politicamente, s’intende.

Sempre per la rubrica delle “parole che sono importanti” c’è anche l’avviso di garanzia, in senso grillino.
Anche Scanzi (Scanzi, eh) nel suo editoriale di ieri scrive «Non ha senso dimettersi sempre per qualsiasi avviso di garanzia. Ma era proprio quello che ripeteva Di Maio fino a pochi mesi fa. O i 5 Stelle erano spericolatamente troppo giustizialisti a inizio percorso, o sono diventati fatalmente (e per quanto mi riguarda giustamente) più “realisti” giorno dopo giorno.» E proprio quel “dimissioni” urlato a tutti rischia di essere il migliore regalo ai garantisti per interesse (quelli che sono garantisti perché sono ladri, per intendersi): il cul de sac in cui si ritrovano Di Maio e Di Battista se lo sono cuciti con le loro mani e anche se è lapalissiano che le responsabilità politiche e etiche di Nogarin e Pizzarotti siano ben diverse dagli onorevoli in odor di mafia o dai sistematici corruttori di cui è piena la storia politica di questo Paese quello stesso rumore di fondo (che proprio loro hanno innescato) oggi alza la polvere addosso al Movimento.

Le parole sono importanti, appunto. E anche il tono e il modo, fino a qualche anno fa, era importante, era politica. E chissà che davvero non torni.

Buon venerdì.

«Funzionari sauditi aiutarono i dirottatori dell’11 settembre»

FKM16 - 20010911 - NEW YORK, UNITED STATES : Balls of flames and smoke billow out of the top floors of the World Trade Center Towers 11 September 2001 in New York City. Witnesses say two separate planes flew into the towers, in what is suspected to be a terrorist attack. EPA PHOTO DPA/HUBERT MICHAEL BOESL/tm-ms

Quel che sospettavano quasi tutti era vero. La ragione per cui l’amministrazione Obama ha evitato la pubblicazione di 28 pagine secretate del rapporto della Commissione 9/11 sugli attentati alle Torri gemelle riguarda la collaborazione tra gli attentatori e funzionari sauditi.

Questo almeno è quanto ha detto un membro della commissione stessa, l’ex Segretario alla Marina di Ronald Reagan, John R. Lehman, che ha rotto il silenzio in un’intervista sostenendo che: «C’è stata una grande collaborazione da parte di individui di nazionalità saudita con gli attentatori e alcuni di costoro lavoravano per il governo di Riad». Il rapporto, che pure è molto critico con l’amministrazione Bush, nomina solo un funzionario saudita del consolato di Los Angeles, tra le persone che fornirono aiuto a Mohamed Atta e compagni, ma Lehman sostiene che ce ne siano stati molti di più. Tra l’altro, lo stesso funzionario, che fornì sostegno a due dei dirottatori negli anni in cui risiedettero a San Diego, è stato espulso dagli Stati Uniti, ma mai processato.

La spinta per pubblicare le 28 pagine del rapporto è grande: diversi membri del Congresso lo hanno chiesto e l’intervista di Lehman aggiunge pressione. Lo scorso mese, i due presidenti della commissione 9/11 chiesero a Obama di non desecretare le pagine, aggiungendo in una dichiarazione che «l’Arabia Saudita è stato un partner nella lotta al terrorismo». Lehman sostiene invece che «dire che c’è un solo funzionario implicato nel sostegno ai dirottatori è un gioco semantico» e che la commissione è a conoscenza di almeno cinque dipendenti dello Stato saudita coinvolti, «non saranno stati condannati, ma di certo erano implicati. C’è una quantità di prove indiziarie».

Un altro membro della commissione, ha detto cose simile in forma anonima. Quel che sappiamo è che i commissari hanno litigato ferocemente sul modo in cui presentare le notizie relative ai funzionari sauditi e anche all’accesso ad alcuni documenti durante le indagini. Non ci sono e non c’erano prove di un coinvolgimento della famiglia reale o di ministri sauditi. In visita a Riad lo scorso mese Obama ha detto che la sua amministrazione si sta avvicinando alla decisione, presto leggeremo le pagine. Oppure no.

Nella intervista Lehman sostiene poi che: «Contrariamente a quanto sostenuto dal Regno, la il lavoro della Commissione 9/11 non esonera l’Arabia Saudita dal coinvolgimento nella vicenda dell’11 settembre 2001 o del finanziamento di al-Qaeda». Del resto, Zacarias Moussaoui, franco-algerino che sta scontando sei ergastoli negli Usa proprio in relazione agli attentati, lo ha sempre sostenuto. E molte delle dichiarazioni da lui fatte al processo hanno trovato riscontro: magari mente, ma non è un millantatore.

Le 28 pagine sono destinate quindi a produrre nuovi problemi alle relazioni tra Washington e Riad. Già la visita di Obama non era stata un successo: i sauditi sono furiosi per gli accordi con l’Iran e stanno – di fatto – facendo di tutto per far tornare Teheran all’isolamento – in Iraq, in Yemen e in Siria si combatte anche per questo e i due Paesi sono ampiamente coinvolti. Pubblicare le pagine alzerebbe la tensione in una fase in cui gli Usa avrebbero bisogno di raffreddare le relazioni con i loro alleati tradizionali in Medio Oriente. L’intervista di Lehman e le polemiche che ne seguiranno, sono un nuovo problema. Ma anche avere come miglior alleato un Paese che finanzia l’islam più retrivo e che – forse – è persino coinvolto nell’organizzazione di stragi sul tuo territorio, non è proprio una bella cosa.

Pizzarotti, tutti contro il “partito degli onesti”. Soprattutto a Roma

Ostenta tranquillità Federico Pizzarotti. E parla di un atto dovuto, utile per chiarire la vicenda. Non è inattesa la notizia dell’indagine per abuso d’ufficio a carico del sindaco di Parma in relazione alla nomina del direttore del Teatro Regio. Ma è comunque sale sulle ferite per il Movimento 5 stelle, già alle prese con l’indagine che coinvolge il primo cittadino di Livorno, Filippo Nogarin, per concorso in bancarotta fraudolenta legata all’avvio del concordato preventivo della municipalizzata Aamps.

Il timore, già emerso con la notizia dell’indagine livornese, è quello di turbare l’andamento delle amministrative nella Capitale, dove Virginia Raggi è data per certa al ballottaggio. La conquista del Campidoglio costituirebbe un punto di svolta per il “partito dell’onestà” e i membri del Direttorio lo sanno bene. Orfani di Casaleggio e con Grillo defilato, chiedono chiarimenti e tengono un profilo basso. Su facebook il presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai, Roberto Fico, non si sbilancia: la nomina è nelle sue prerogative, spiega, ma «se dovesse emergere una condotta contraria alla legge e ai principi del Movimento 5 stelle chiederemo un passo indietro. Come in tutti gli altri casi».

Interrogata sulle eventuali dimissioni di Pizzarotti, Virginia Raggi si tiene alla larga da possibili strumentalizzazioni con un «non ho approfondito la questione» e dice che sarà il sindaco di Parma e suo compagno di partito a valutarne eventualmente l’opportunità. Il fuoco incrociato degli altri partiti non tarda, ovviamente, ad arrivare. E non è un caso che intervenga anche Giorgia Meloni, candidata della destra alla guida di Roma a caccia di consensi per risalire la china dei sondaggi. Il Movimento fondato da Grillo, dice la leader di Fratelli d’Italia, «dovrebbe provare più imbarazzo» per i suoi sindaci sotto inchiesta. Anche Roberto Giachetti prende di mira la sua avversaria pentastellata: «”Contro di noi gli avvisi di garanzia sono usati come manganelli”. Chi l’ha detta secondo voi? No, non è Silvio Berlusconi: è Virginia Raggi» twitta il candidato Pd al Campidoglio.

«Cinquestelle ripagati con la loro stessa moneta», commentano in molti, finendo sulle prime pagine dei giornali proprio perché considerati “manettari” e contribuendo così ad offuscare la cosiddetta “questione morale” interna al Partito democratico. Stefano Esposito, ad esempio, non perde l’occasione e picchia duro: «Prima Quarto, poi Livorno, ora Parma. Noi siamo sempre garantisti, voi cari grillini? Che fate? Espellete, fate finta di niente, ve ne state zitti? Restiamo in attesa di sapere se Di Battista e Di Maio oggi sono in versione garantista o no…». «La questione morale è dappertutto». Ha gioco facile a rincarare la dose Matteo Salvini in trasferta in Basilicata, «non si sa più dove voltarsi». Ma poi conclude cauto: «Spero che in casa nostra casi simili non ci siano mai».

42 anni fa il referendum sul divorzio. Oggi ci sposiamo meno e conviviamo di più

All’indomani dell’approvazione della legge Cirinnà e nel giorno in cui il centro destra annuncia la nascita di un Comitato – presieduto da Eugenia Roccella (Ncd) – per la richiesta di referendum abrogativo sulle unioni civili, ricorre l’anniversario del referendum sul divorzio. Il 12 e 13 maggio del 1974 oltre 37 milioni di aventi diritto furono chiamati a pronunciarsi sull’abrogazione della legge 898/70, Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, meglio conosciuta come Fortuna – Basilini (dal nome dei due deputati proponenti, il socialista Loris Fortuna ed il liberale Antonio Basilini). Fu il primo referendum della storia della repubblicana ed anche il più partecipato: ben 33 milioni di italiani si recarono alle urne ed il quorum dei votanti raggiunse l’87,7%. La vittoria dei No fu schiacciante: ben il 59% dei votanti – 19 milioni – si espresse contro l’abrogazione della legge, a fronte di appena il 40% di favorevoli – poco più di 13 milioni. Il Si prevalse al sud (con il picco del Molise del 60%) in Veneto e Trentino Alto-Adige, mentre le regioni settentrionali si schierarono a favore della Fortuna – Basilini.

La legge era stata approvata alla Camera il 1 dicembre 1970 con 319 voti favorevoli e 286 contrari dopo una lunga campagna dell’allora Partito Radicale, protagonista in quegli anni sulle grandi questione legate alla laicità e ai diritti civili. Il fronte divorzista era molto ampio, e abbracciava una maggioranza parlamentare ampia e trasversale (comunisti, socialisti, socialdemocratici, radicali, liberali e repubblicani). La Democrazia Cristiana, il Movimento Sociale Italiano e il Partito Italiano di Unità Monarchica, che avevano votato contro il provvedimento, si organizzarono prontamente in un Comitato nazionale per il referendum sul divorzio, guidato dal giurista cattolico Gabrio Lombardi. Nel giugno del 1971 il Comitato aveva già raccolto le 1.370.134 firme necessarie per chiedere l’indizione della consultazione.

 

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I grandi sconfitti di quella consultazione elettorale furono la Democrazia Cristiana ed in particolare il suo segretario, Amintore Fanfani, uno dei principali promotori del referendum. Fanfani voleva sfruttare l’eventuale vittoria del Si per ridimensionare i partiti di sinistra, sopratutto il Pci di Enrico Berlinguer, tra i maggiori esponenti del fronte del No. Anzi, la vittoria giovò al partito comunista, che nelle elezioni politiche del 1976 aumentò in maniera considerevole i propri consensi rispetto alla precedente tornata elettorale del 1972.

Anche il ruolo della Chiesa cattolica fu fortemente ridimensionato. La Comunità Episcopale Italiana (Cei), stupita di trovarsi di fronte ad un paese completamente cambiato e molto più moderno rispetto a quello del dopoguerra, espresse «profondo rammarico» per quello che era successo, mentre Paolo VI disse che il risultato elettorale del referendum era «motivo di stupore e dolore».

Sulla vittoria del No pesarono molto le spaccature interne al mondo cattolico: buona parte di esso – come le Acli – votò contro l’abrogazione della legge, disattendendo le indicazioni ufficiali dei vertici. Lo storico Piero Scoppola, alla testa dei cosiddetti «Cattolici Democratici» lanciò un appello per il No, al quale aderirono molti intellettuali e accademici provenienti dal mondo cattolico, come Franco Bassanini, Paolo Prodi, Giuseppe Alberigo, Paolo Brezzi e Raniero La Valle. Solo Comunione e Liberazione rimase completamente fedele alla linea del Papa e dei vescovi.

Una foto di archivio di Amintore Fanfani il giorno del 12 maggio 1974 quando gli italiani approvarono con un referendum a  netta maggioranza la legge che consentiva il divorzio . ARCHIVIO ANSA/DEF

La normativa, rimasta in vigore sino ai nostri giorni, è stata modificata in due occasioni: nel 1987, per un accordo voluto dall’allora Presidente della Camera Nilde Iotti, il parlamento approvò all’unanimità la riduzione da 5 a 3 anni di separazione per poter accedere al divorzio. Infine, nella primavera del 2015, è stato introdotto nell’ordinamento italiano il «divorzio breve», che riduce in maniera drastica i tempi di attesa – sei mesi per il divorzio consensuale e massimo dodici per quello giudiziale.

Negli ultimi anni c’è stato un assestamento di separazioni e divorzi di fronte ad un calo evidente dei matrimoni – nel 2014 sono stati celebrati 421 primi matrimoni per 1000 uomini e 463 per 1000 donne, con una flessione rispetto al 2008 rispettivamente del 18,7% e 20,2%. In aumento considerevole le convivenze, che si attestano intorno al 10% delle coppie nel Nord Italia e il 7% al centro.

Marzano lascia il Pd. E evoca la questione morale sulle unioni civili

Lascia il gruppo del Pd, la deputata Michela Marzano, filosofa prestata alla politica. Insegna filosofia morale, Marzano, ed è consapevole che questo incide sulla sua scelta. Durante le dichiarazioni di voto sulla legge sulle unioni civili ha infatti chiesto scusa alle persone lgbt, Marzano, che è convinta che il Pd abbia tradito la promessa fatta ai suoi elettori e a chi aspettava da quasi trent’anni questa legge. «Ho votato sì», dice, «ma ho chiesto anche scusa perché, quello che stavamo per votare, non era ciò che avevamo promesso, detto, assicurato alle persone». Lo scrive su Repubblica, lo ripete a l’Espresso, lo posta su facebook, Marzano: «Ho chiesto scusa perché per mesi è stato detto alle persone lgbt “noi porteremo avanti questo progetto nella sua interezza, perché se non lo approviamo così introduciamo una discriminazione”. E poi invece si è votata una legge che non parla di famiglie ma di “formazioni sociali specifiche” e non prevede l’adozione del figlio del partner».

Per Marzano è dunque una questione di coerenza. E dice «è questa la vera questione morale», la professoressa, che spiega come la politica con l’abitudine di promettere ciò che non può mantenere contribuisca alla crisi della politica stessa. Per la deputata, il Pd e il governo avrebbero dovuto dire chiaramente cosa si sarebbe potuto fare, senza prima fare campagna per una legge che si diceva «già compromesso» e poi, adesso, vendere un compromesso ancora più basso come un fatto epocale. È infastidita, Marzano, dal fatto che Scalfarotto&co vadano dicendo «facciamo la Storia».



Sa bene Marzano che la legge approvata riconosce comunque importanti diritti, dalla reversibilità all’accesso alle case popolari. Il punto è però riscoprire al coerenza (convinta che con un diverso atteggiamento, mettendo la fiducia sul vecchio testo base o relazionandosi diversamente con le opposizioni, qualcosa in più si sarebbe potuto ottenere). E quindi Marzano resterà in parlamento, nel gruppo misto, per seguire due progetti avviati. «Lavorerò perché non rimanga promessa non mantenuta anche la riforma delle adozioni», dice a Left, «e infatti ho presentato una proposta di riforma che cambia l’articolo 6 della legge, che oggi limita le adozioni alle sole coppie eterosessuali sposate da almeno tre anni: devono poter invece adottare tutte le coppie, anche omosessuali, e i single». E c’è poi la partita del testamento biologico, che è ora in mano alla commissione Affari sociali. Anche lì Marzano ha depositato un suo testo.

Finita la legislatura, finirà però anche il suo impegno politico. O almeno così dice adesso la professoressa, contenta di tornare a insegnare e scrivere a tempo pieno. Si dice non interessata, infatti, ad altri progetti politici, anche più a sinistra e meno condizionati – come il Pd – dalla presenza di una forte componente cattolica.


L’intervento dell’On. Michela Marzano prima del voto sulle Unioni civili

 

L’assassino di Trayvon Martin mette all’asta la pistola che lo uccise

Una scena dello spettacolo teatrale Ballad Of Trayvon Martin Philadelphia © AP Photo/Matt Slocum

La chiama “un’icona americana”, nel suo annuncio. La pistola che ha ucciso Trayvon Martin, ragazzino uscito di casa per comprarsi una bibita gassata nell’intervallo della partita di basket che guardava in Tv, viene venduta dal suo assassino, George Zimmerman. Nell’annuncio, Zimmerman spiega che vende la pistola per raccogliere fondi contro la retorica anti armi di Hillary Clinton. Bene, sappiamo due cose: che Zimmerman è repubblicano come le leggi sulla legittima difesa che hanno contribuito a salvarlo dalla galera nonostante abbia ucciso un ragazzino disarmato; Zimmerman non si vergogna di quel che ha fatto al punto di cercare di guadagnare soldi su quell’omicidio.
La famiglia di Trayvon non commenta e risponde: la nostra fondazione, nell’ano delle elezioni, cercherà di fare l possibile perché si parli del tema della violenza da armi da fuoco. Una lezione di dignità e civiltà.

Come funzionano le leggi che hanno salvato Zimmerman dal carcere e cosa è successo la notte che Trayvon Martin è morto? Ne avevamo parlato su Left in edicola questa settimana parlando di legittima difesa. Ecco l’articolo.

La sera del 26 febbraio 2012 a Sanford, un sobborgo di Orlando, Florida, pioveva. Trayvon Martin stava guardando la partita di basket in televisione in casa della fidanzata del padre. Nell’intervallo decise di andarsi a comprare dei cioccolatini e del tè freddo al 7-Eleven, a un isolato dalla casa dove era ospite. Trayvon aveva 17 anni e indossava una felpa con il cappuccio e, siccome pioveva, il cappuccio era alzato. La casa dalla quale il ragazzo afroamericano usciva è in una gated community, quello che qui chiameremmo un consorzio, dove negli ultimi anni c’erano stati diversi furti nelle abitazioni.
La sera di quel 26 febbraio George Zimmerman, un giovane ossessionato dalla sicurezza che avrebbe voluto entrare in polizia, si aggirava per le strade di Sanford in auto. Zimmerman era il coordinatore del Neighborhood watch, i vigilanti volontari del quartiere, e prende molto, troppo sul serio il suo ruolo. Il 999, il numero delle emergenze, riceveva sue telefonate di continuo, molto spesso le sue segnalazioni riguardavano persone afroamericane che, evidentemente, giudicava sospette in quanto tali. «È di nuovo quello dei negri» si saranno spesso ripetuti al commissariato i poliziotti di turno.
A vedere un ragazzo nero con il cappuccio sugli occhi, per giunta di sera, Zimmerman si insospettì e cominciò a seguirlo in auto. Trayvon si accorse che qualcuno gli andava dietro e lo disse alla ragazza, con la quale stava parlando al cellulare. Il resto è storia tragica: il ragazzo probabilmente si avvicinò all’auto di Zimmerman e gli chiese cosa diavolo volesse da lui. I due litigarono e, forse, si picchiarono. L’unica certezza che abbiamo è che qualche minuto dopo Trayvon Martin era morto, ucciso da Zimmerman. Nei mesi abbiamo ascoltato versioni diverse da parte di testimoni: Trayvon avrebbe aggredito Zimmerman e lo avrebbe picchiato, oppure no. L’altra cosa sicura è che il vigilante volontario ossessionato dai “negri” non è finito in carcere. Anzi: se non fosse stato per una campagna furibonda e la tensione con la comunità afroamericana, se Obama non avesse detto «Se avessi avuto un figlio maschio somiglierebbe a Trayvon», forse non ci sarebbe nemmeno stato un processo.
Il motivo per cui Zimmerman non è finito in carcere è l’interpretazione molto vasta di cosa si debba intendere per legittima difesa in Florida, primo Stato ad aver approvato nel 2005 una legge del tipo Stand your ground, evoluzione dell’antico principio giuridico americano della “Castle doctrine”, la dottrina del castello. Per sommi capi, il castello è la regola per cui il cittadino ha diritto a sparare e uccidere a chiunque entri in casa sua. L’evoluzione dello Stand your ground è un passo in più, una super legittima difesa: se mi ritengo fisicamente minacciato o in pericolo, ho diritto a non scappare, non devo fare un passo indietro, ma, appunto, rimanere al mio posto. Ed eventualmente sparare.
Ecco, Zimmerman, se la sua versione dei fatti – e quella ricostruita dai giudici – è corretta, ha sparato perché aggredito dal ragazzino di 17 anni armato di una lattina di tè freddo e di una bustina di zuccherini al cioccolato. E uccidendolo non ha commesso un reato. La storia di Trayvon Martin è paradigmatica e incredibile, perché l’eccesso di legittima difesa è il frutto di una provocazione dell’uccisore nei confronti della vittima. Io ti spavento a morte, tu reagisci, io ti uccido e poi non ho commesso un reato.
C’è qualcosa di strano? No, la paura e l’idea che dai ladri e dai pericoli ci si difenda con una pistola nella fondina è figlia di un certo modo di intendere la convivenza. Ma soprattutto è frutto dei soldi spesi dalla Nra, la National Rifle Association, che ha investito milioni per far scrivere a un gruppo di giuristi un modello di legge e, poi, farlo approvare dalle assemblee di 31 Stati.

La storia di Trayvon Martin è paradigmatica e incredibile, perché l’eccesso di legittima difesa è il frutto di una provocazione dell’uccisore nei confronti della vittima.


Naturalmente, come nel caso di Trayvon, i risultati di queste norme non aumentato la sicurezza di nessuno: il Tampa Bay Times ha raccolto i dati relativi a tutti i processi in cui la legge è stata invocata per difendere l’uccisore o il feritore. I casi sono 200 e nel 73% dei casi in cui il morto era un nero, la persona che sparava non è stato giudicato colpevole. Quando il morto è un bianco, i non colpevoli sono il 59%. Un morto nero, insomma, pesa un pochino meno.
Diversi dati e ricerche illuminano un altro aspetto fondamentale che riguarda proprio il tema di cui ci occupiamo su questo numero di Left: le ricerche sui casi in tribunale indicano che nel 67% dei casi in cui la persona assalita ha sparato, avrebbe potuto semplicemente non tenere il punto e fare un passo indietro. Nel 68% dei casi la persona uccisa non aveva in mano armi da fuoco né da taglio – come del resto Trayvon Martin. I dati raccolti dal Wall Street Journal indicano inoltre che gli “omicidi giustificati” da leggi come quella della Florida sono aumentatidell’85% tra 2000 e 2010, mentre diminuivano gli omicidi nel complesso.
Certo, verrà da pensare, dopo il caso Trayvon Martin e l’assoluzione di Zimmerman si saranno fatti passi in avanti, o meglio indietro, per ridimensionare la portata della legge. Niente affatto: la Corte Suprema della Florida aveva individuato dei problemi relativi alla procedibilità d’ufficio di questi omicidi, che spesso vengono archiviati senza nemmeno un processo. Lo scorso febbraio le assembleee legislative dello Stato hanno votato delle modifiche che non raccolgono le indicazioni della Corte ma, anzi, rendono più complicato per lo Stato procedere contro chi spara e poi si richiama alla Stand your ground per evitare di finire in carcere. La lobby delle armi, sebbene sia un poco meno popolare tra gli americani, è ancora molto forte nelle assemblee legislative. I Trayvon Martin che muoiono ogni anno sono incidenti di percorso delle leggi che spaccia per buone agli americani.

Questo articolo lo trovi sul n. 19 di Left in edicola dal 7 maggio

 

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Il Senato apre l’impeachment, adesso Dilma ha 180 giorni per difendersi

Alla fine, il Senato brasiliano ha votato per il Sì: il processo di impeachment della presidente Dilma Rousseff s’ha da fare. Già dalle dichiarazioni di voto era chiaro che si sarebbe superata la maggioranza, i 41 voti necessari. Da questo momento, Dilma, avrà dunque 180 giorni per difendersi dall’accusa di aver falsificato i bilanci dello Stato allo scopo di mascherare la recessione del Paese nel corso della campagna elettorale per la sua rielezione del 2014.
Il voto del Senato arriva dopo l’approvazione della Camera del 17 aprile. E dopo un colpo di scena, arrivato quando la Corte suprema ha destituito il presidente della Camera Edoardo Cunha (indagato per corruzione) e al suo posto è arrivato ad interim Waldir Maranhão, che ha chiesto di annullare quel voto. Ma si è risolto in un nulla di fatto, perché l’appello di Maranhão è stato rigettato e la richiesta di impeachment, quindi, confermata da parte della Camera e, adesso, del Senato.
Ora sarà il vicepresidente Michel Temer ad assumere il comando di Palácio do Planalto, per questi 180 giorni. Ma proprio Temer, poche ore prima del voto, ha tremato dopo un messaggio inviatogli da alcuni dei 18 senatori del Pmdb (il Partito del movimento democratico brasiliano, di Eduardo Cunha) che annunciavano che non avrebbero votato contro Rousseff, a cominciare dal presidente del Senato, Renan Calheiros.
Nel messaggio inviato a Temer, i senatori centristi, che hanno poi cambiato idea, hanno invocato «la via della prudenza». Sembra però più un messaggio di “avvertimento” quello destinato a Temer, per comunicargli che la squadra ministeriale che ha annunciato non è di loro gradimento. Il malcontento dei senatori del Pmdb è relativo soprattutto all’indicazione di Mauritius Quintela (Pr) come nuovo ministro dei Trasporti. In tal modo, il Pr avrebbe ben 3 ministeri, mentre al Pmdb resterebbero le seconde linee: i sottosegretari.

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Il Senato federale brasiliano

Chi sono i senatori che hanno accusato Dilma?
La «banda di ladri» – così il New York Time – non siede solo alla Camera brasiliana. La rivista Piaui si è presa la briga di mettere in fila i numeri del database Excelencias.Trasparenciabrasil, individuando le azioni penali e le indagini della Corte Suprema (Stf) che riguardano i senatori brasiliani. I dati dell’indagine sono aggiornati al 10 maggio e quelli della Corte suprema al 27 aprile. Ecco il quadro:

  • 47 senatori hanno pendenze con la Giustizia e, insieme, raggiungono 227 “eventi”.
  • 24 senatori sono indagati davanti alla Corte Suprema, 5 di loro sono imputati nei procedimenti penali in pubblica udienza.
  • 15 senatori (il 18% dell’assemblea) sono già stati condannati da un tribunale: Ataídes Oliveira (Psdb-To), Cássio Cunha Lima (Psdb-Pb), Ciro Nogueira (Pp-Pi), Dario Berger (Pmdb-Sc), Eduardo Amorim (Psc-Ce), Gleisi Hoffmann (Pt-Pr), Ivo Cassol (Pp-Ro), Jader Barbalho (Pmdb-Pa), John Capiberibe (Psb-Ap), Marta Suplicy (Pmdb-Sp), Paolo Bauer (Psdb-Sc), Roberto Requiao (Pmdb-Pr), Romero Juca (Pmdb-Rr), Valdir Raupp (Pmdb-Ro) e Zeze Perella (Pdt-Mg).
  • 25 in totale i “campi di Diritto” delle accuse, per un totale di 133 capi d’accusa. Il più frequente è il reato di «riciclaggio o occultamento di beni, diritti o valori», con 27 indagini e procedimenti penali. Secondo in classifica è il reato di aver accettato bustarelle, per un totale di 25 indagini in corso.
  • 13 senatori sono al centro di indagini presso la Corte Suprema per via del procedimento Lava-Jato: Aécio Neves (Psdb-Mg), Benedito de Lira (Pp-Al), Cyrus Nogueira (Pp-Pi), Edison Lobão (Pmdb-Ma), Fernando Bezerra Coelho (Psb-Pe), Fernando Collor (Ptc- Al), Gladson Cameli (Pp-Ac), Gleisi Hoffmann (Pt-Pr), Humberto Costa (Pt-Pe), Lindberg Farias (Pt-Rj), Renan Calheiros (Pmdb-Al), Romero Juca (Pmdb-Rr) Valdir Raupp (Pmdb-Ro).
  • 4 dei 17 partiti rappresentati in Senato hanno tutti i membri con pendenze in tribunale e / o le Corti di controllo del Paese: il Pr (4 senatori) PCdoB (1 senatore), Psc (1 senatore) e Ptc (1 senatore). In termini assoluti, il Pmdb è il partito che ha il maggior numero di rappresentanti nel Senato con guai giudiziari: 11 su 18 senatori.
  • 4 dei 17 partiti rappresentati in Senato non hanno alcun rappresentante con “istanze giudiziarie aperte: Pps, Prb, e Pv Network.
  • 6 Stati rappresentati in Senato hanno i loro tre senatori con istanze aperte in tribunale: Alagoas, Amazonas, Pará, Rondônia, Tocantins e Santa Catarina. Solo due Stati non hanno alcuno dei suoi rappresentanti con record in tribunale: Rio Grande do Sul e Ceara.