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Inter/rotte. Le nuove mappe criminali della tratta

Il sistema italiano di protezione e tutela delle vittime di tratta è carente dal punto di vista normativo e risentirebbe fortemente dell’inadeguatezza dell’Unione Europea e delle politiche restrittive portate avanti dagli altri paesi membri. È questo uno dei punti salienti dal rapporto Inter/Rotte: storie di tratta, percorsi di resistenze della cooperativa sociale BeFree, realizzato con il sostegno di Open Society.

Lo studio si focalizza sopratutto sulla condizione di donne e bambine trafficate in Europa a scopo sessuale, e analizza come siano cambiate le dinamiche e le modalità di questo tipo di crimini dopo gli ultimi avvenimenti, tra cui gli sconvolgimenti politici avvenuti l’Africa negli ultimi anni ( comprese le “primavere arabe”), la crisi europea delle frontiere e l’aggressività del terrorismo internazionale. Particolare attenzione è viene dedicata ai racconti dei tragitti compiuti dalle donne intervistate, che hanno permesso di ottenere dati utili all’individuazione di tutte le gravi violazioni di diritti umani avvenute.

La tratta degli esseri umani è fortemente legata a questioni di genere: si pensi che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, ben l’80% delle 23.632 persone stimate vittime di tratta in Europa tra il periodo 2008-2013 sono donne. Le cause sono la violenza di genere nel mondo, la disparità nell’accesso allo studio, le diseguaglianze sul piano medico – sanitario.

Secondo BeFree, la legge approvata dal Parlamento italiano nel 1998, tra le prime in Europa volte a offrire protezione alle vittime di tratta, è al giorno d’oggi del tutto inefficace, mancando al nostro Paese una moderna banca dati centralizzata che permetta di identificare correttamente chi è oggetto di traffico e violenza. Molto frequentemente le vittime, invece di avanzare richiesta d’asilo e divenire titolari di protezione internazionale, vengono identificate come migranti irregolari e in molti casi espulse dopo un periodo di detenzione all’interno dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie).

In primo luogo viene segnalato il caso, emblematico, avvenuto la scorsa estate, delle 66 donne nigeriane trasferite nel Cie di Ponte Galeria a Roma subito dopo lo sbarco a Lampedusa. Le donne, quasi tutte al di sotto dei 25 anni, molte delle quali incinta, hanno raccontato di aver fatto un viaggio in mare durante il quale hanno subito abusi e violenze continue. Le loro testimonianze sono state utili  per comprendere la complessità del nuovo sistema di tratta e sfruttamento, che si è rinnovato e riadattato al mutato contesto politico. Inoltre i loro racconti hanno messo in luce le principali falle nel sistema di protezione, che necessita di miglioramenti immediati.

In secondo luogo sono stati presi in considerazione alcuni casi particolari di donne, vittime di violenza, non registrate come migranti regolari o vittime di abusi internazionali. Donne rimaste al di fuori del sistema di protezione previsto dalla normativa italiana nonostante gli abusi. Il fine delle interviste è quello di «estendere la rete protettiva anche a vittime non rientranti in categorie ben definite».

Infine c’è il caso delle donne cinesi trafficate a scopo lavorativo e sessuale, e quello di altre donne nigeriane che hanno subito abusi in Nigeria, durante il viaggio e anche dopo il loro arrivo in Italia. «Quella cinese è un’immigrazione con caratteristiche tutte particolari – sottolinea il rapporto – spesso poco conosciute. Anche le donne cinesi irregolari come le donne nigeriane sono spesso vittime di sfruttamento lavorativo e sessuale. Il contrasto e la prevenzione dello sfruttamento può avvenire non solo attraverso lo studio delle rotte ma anche attraverso l’analisi degli annunci online e delle modalità di sfruttamento direttamente in Italia»

Attraverso 100 interviste – di cui 35 approfondite – soprattutto a donne nigeriane, il rapporto analizza le nuove tendenze dello sfruttamento femminile in Libia in un contesto caratterizzato dalla caduta di Gheddafi, dall’esplosione del conflitto siriano e dalle imponenti migrazioni verso il vecchio continente.

Per non dimenticare l’antimafia più bella

Se da un lato il movimento antimafia soffre in questi ultimi mesi le cadute eccellenti di alcuni suoi protagonisti (dal presidente di Confindustria Sicilia Lo Bello, ai dissidi interni a Libera a la recente indagine sul direttore di Telejato Pino Maniaci) e i vertici Rai vengono convocati in Commissione Antimafia per l’ospitata del figlio di Totò Riina nel salotto di Vespa, dall’altra la televisione e il cinema continuano a registrare successi: la seconda serie di Gomorra ha polverizzato qualsiasi record dei canali Sky e il film per la Tv su Felicia Impastato, la tenace madre di Peppino, ha raggiunto ben 7 milioni di telespettatori con quasi il 27% di share. La narrazione antimafiosa dimostra quindi di essere in ottima salute e l’Italia, per fortuna, ha un immenso patrimonio di storie.

Per l’apertura della Settimana della Legalità (e il XXIV anniversario delle stragi di Falcone e Borsellino) saranno due le uscite speciali: un film di Fiorella Infascelli in uscita nelle sale cinematografiche il 23 e 24 maggio con Giuseppe Fiorello e Massimo Popolizio nei panni dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino trasferiti d’urgenza all’Asinara con le proprie famiglie per la minaccia di un grave attentato (Era d’estate, prodotto da Fandango e Rai Cinema) e una fiction in due puntate che andrà in onda negli stessi giorni su Rai Uno sulla vita del Capo della Squadra mobile di Palermo ucciso a Palermo nel 1979, Giorgio Boris Giuliano, magistralmente interpretato da Adriano Giannini e diretto da Ricky Tognazzi (una coproduzione Rai Fiction e Ocean Productions). Entrambi sono un esercizio salutare per tenere allenata la memoria dei nostri uomini migliori.

Era d’estate. Racconta la regista, Fiorella Infascelli, come l’idea del film sia nata quasi per caso mentre svolgeva le riprese all’Asinara (“isola misteriosa ed arcaica”) di un suo documentario: «Ero all’interno del vecchio carcere dove gli operai del Petrolchimico si erano autoreclusi per protesta. Un pomeriggio uno di loro mi portò a vedere una casa rossa sul mare e mi disse che lì Falcone e Borsellino nel 1985 avevano scritto parte dell’ordinanza del maxi processo.» All’Asinara infatti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero spediti per ragioni di sicurezza insieme alle loro famiglie nel 1985 da Nino Caponnetto per la notizia di un imminente attentato nei loro confronti.

Questo articolo continua sul numero 21 di Left in edicola dal 21 maggio

 

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Domenica 22 maggio | Il Caffè di Corradino Mineo

Il Corriere della sera scopre le disuguaglianze, la Stampa teme il Brexit, su Repubblica Scalfari scrive che se Renzi diventa il padrone sarà un disastro per noi e per lui.

Human technopole un caso internazionale

A fine mese, forse, i primi nodi del “gran pasticcio dello Human Technopole” giungeranno al pettine. E molti, a iniziare del governo Renzi, dovranno scoprire le loro carte. L’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova dovrà consegnare il progetto scientifico da realizzare nell’area ex Expo di Milano, anche alla luce della revisione critica realizzata dai sette anonimi referees internazionali contattati dallo stesso Iit per una peer evaluation. E il governo dovrà dire se approva o no un progetto per la cui elaborazione ha già investito 80 milioni (un po’ caro, ha notato il Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano) e per la cui realizzazione è disponibile a investire 1,5 miliardi in dieci anni.

Con queste carte in tavola avremo finalmente la possibilità di effettuare, anche nelle sedi istituzionali, quel pubblico dibattito finora negato su una scelta strategica per la ricerca scientifica italiana, come auspicato dallo stesso Napolitano con un intervento di insolita durezza al Senato.
Ma, intanto, il “gran pasticcio dello Human Technopole” ha travalicato i confini del Paese. La polemica sul futuro centro di ricerca, infatti, infuria anche sulle colonne dell’inglese Nature e dell’americana Science, le riviste scientifiche considerate tra le più autorevoli al mondo.

Da un lato, infatti, c’è chi, come John Assad, neurobiologo americano della Harvard medical school di Boston, approva l’operato del governo, critica l’inefficienza del sistema universitario pubblico e attacca la senatrice Elena Cattaneo; dall’altro c’è chi, come Ernesto Carafoli, già ordinario di biochimica presso il Politecnico di Zurigo, mette in evidenza i limiti della politica di ricerca dell’Italia e l’immotivata asimmetria tra i molti soldi messi a disposizione con approccio top-down (decidono le istituzioni dall’alto), di un istituto di diritto privato per un singolo progetto ancora oscuro (150 milioni di euro l’anno, per dieci anni) e i pochissimi messi a disposizione della ricerca pubblica (31 milioni, per tre anni) con un approccio bottom-up (propongono i ricercatori dal basso e le istituzioni finanziano i migliori).

Questo articolo continua sul numero 21 di Left in edicola dal 21 maggio

 

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Parigi, Nairobi, Kiev, la settimana per immagini

 

Ragazzi del battaglione Azov e sostenitori di movimenti di destra durante una marcia nel centro di Kiev, Ucraina 20 maggio 2016. Gli attivisti protestato contro il progetto di legge di dare uno status speciale alle regioni orientali bloccate nel conflitto tra i separatisti e militari filo-russo ucraino. EPA / SERGEY Dolzhenko
Membri del battaglione Azov e sostenitori di movimenti di destra manifestano a Kiev contro il progetto di legge di dare uno status speciale alle regioni orientali  EPA / SERGEY Dolzhenko

Un momento del backstage della settimana della moda Mercedes-Benz che si tiene a Sidney, Australia 20 maggio 2016. EPA/TRACEY NEARMY
Un momento del backstage della settimana della moda Mercedes-Benz che si tiene a Sidney, Australia 20 maggio 2016. EPA/TRACEY NEARMY

Agenti anti-sommossa trattengono un uomo durante una manifestazione contro il disegno di legge di riforma del lavoro, 19 maggio, 2016 a Parigi. La Francia sta affrontando settimane di scioperi ed altre azioni sindacali contro la legge che consente giorni lavorativi più lunghi e licenziamenti più facili, e che ha incontrato una forte resistenza in Parlamento e nelle strade. (Foto AP / Laurent Cipriani)
Parigi, agenti anti-sommossa trattengono un uomo durante una manifestazione del 19 maggio contro il disegno di legge di riforma del lavoro (Foto AP / Laurent Cipriani)

La scultura 'Perfil del tiempo' dell’artista spagnolo Salvador Dalì in mostra a Citta del Messico. 18 maggio 2016. EPA / Sashenka GUTIERREZ
La scultura ‘Perfil del tiempo’ dell’artista spagnolo Salvador Dalì in mostra a Citta del Messico EPA / Sashenka GUTIERREZ

L’interno di una delle case dei pescatori in Quetalmahue, a Chiloé del Cile. Tutta la zona è invasa dalla peggiore "marea rossa" mai vista, un disastro ambientale ed economico per il paese che sta causando la morte di migliaia di fauna marina. (Foto AP / Esteban Felix)
L’interno di una delle case dei pescatori, a Chiloé del Cile. Tutta la zona è invasa dalla peggiore “marea rossa” mai vista, un disastro ambientale ed economico per il paese  (Foto AP / Esteban Felix)

17 maggio 2016. Southampton, Inghilterra. Un rimorchiatore apre la strada alla nave passeggeri più grande al mondo, l’Harmony of the Seas, di proprietà di Royal Caribbean , in vista della sua crociera inaugurale il 22 maggio diretta a Barcellona. (Andrew Matthews / PA tramite AP)
17 maggio 2016. Southampton, Inghilterra. Un rimorchiatore apre la strada alla nave passeggeri più grande al mondo, l’Harmony of the Seas  (Andrew Matthews / PA tramite AP)

Un gabbiano nel bosco del villaggio di Svisloch, a 30 km a est della capitale Minsk Bielorussia. (Foto AP / Sergei Grits)
Un gabbiano nel bosco del villaggio di Svisloch, a 30 km a est della capitale Minsk Bielorussia. (Foto AP / Sergei Grits)

La polizia ha sparato gas lacrimogeni e usato cannoni ad acqua contro i sostenitori della coalizione di opposizione per le riforme e la democrazia (CAVO), guidati dall'ex primo ministro Raila Odinga, che hanno inscenato una protesta di due settimane contro il corpo elettorale del paese, nel tentativo di spingere per le riforme in vista delle elezioni generali del prossimo anno. Nairobi, Kenya, 16 maggio 2016. EPA / DAI KUROKAWA
Lacrimogeni contro la folla che protesta a Naorobi, Kenya, 16 maggio 2016. EPA / DAI KUROKAWA

Gallery a cura di Monica Di Brigida

Vivere e morire senza Uber, a Austin, Texas

La settimana scorsa Uber ha perso una importante battaglia in Texas, oggi annuncia che sta investendo pesante nell’auto senza conducente. Le due notizie sono a modo loro correlate. Andiamo con ordine.

I gestori di bar di Austin sono disperati: «I nostri clienti del weekend sono diminuiti di colpo, dalla sera alla mattina. Aver avuto un servizio come quello di Uber e non averlo più di colpo è uno choc», ha detto uno di loro a un’emittente privata locale. Austin è una delle capitali hi-tech d’America, la nona area metropolitana per dimensioni, e ha deciso, prima con una legge comunale, poi con un referendum, di imporre delle regole al fornitore di auto e autisti divenuto icona (negativa) della sharing economy.

Secondo il regolamento gli autisti Uber dovevano essere registrati con tanto di impronte digitali e gli era fatto divieto di fermarsi in mezzo alla strada per caricare passeggeri. Due regole che valgono anche per i tassisti. La decisione è stata presa dopo che sette persone hanno denunciato tentativi di violenze sessuali sulle auto di Uber e Lyft – altro servizio di auto con conducente a noleggio.

La risposta delle due compagnie è stata immediata: spiegare che i controlli sul personale impiegato sono rigorosi e convocare un referendum, spendendo 9 milioni di dollari per fare campagna a favore di un voto che cancellasse le regole. Referendum perso male: i voti a favore sono costati più di 230 dollari l’uno, perché la città ha una lunga tradizione alternativa e liberal (è lo hub dei giovani alternativi del Texas), tradizione accentuata dall’afflusso di giovani da tutto il Paese a causa della fiorente industria hi-tech.

Risultato? Perdono tutti. Austin ha infatti una vita notturna vivace e siccome la gente, il venerdì e il sabato, in Texas, beve parecchio, tendeva a usare molto le auto a noleggio. Per questo il barman è disperato. A perderci sono anche i circa 10mila autisti della città, persone in cerca di un lavoro migliore, autisti di professione o studenti che si pagano così gli studi. L’idea di Uber e Lyft è quella secondo cui sul loro modello di business, che è una finta sharing economy nella quale l’autista “condivide” a pagamento la sua auto tramite una app, non accetta regole.

Una cosa simile è capitata a New York, dove la compagnia ha resistito per mesi all’idea di consentire ai suoi autisti di sindacalizzarsi – per poi cedere e accettare una via di mezzo tra l’adesione al sindacato dei tassisti e il nulla.

A perderci sono in genere anche gli utenti, che dovranno pagare di più per un passaggio in auto e che, come spesso capita in molte città, sconteranno il fatto che il numero di licenze bloccato impedisce ai centri urbani di dotarsi di un numero sufficiente di taxi. In questo c’entra, ne sappiamo qualcosa nei grandi centri urbani italiani, la lobby dei tassisti, che pesa e si fa sentire ovunque.

Ma in questo caso è il modello Uber a essere sotto accusa: come in altre città, la compagnia si installa in città approfittando di un vuoto legislativo e poi, quando si è resa indispensabile, quando è divenuta un’abitudine per gli utenti, impone il proprio riconoscimento alle autorità locali. L’attitudine delle compagnie, che hanno lasciato anche altre città del Texas e che si preparano a battaglie legali ad Atlanta, Los Angeles e Chicago, è quelle di essere libere di fare quel che vogliono. Con gli autisti – che spesso denunciano di essere sfruttati e sottopagati – con gli utenti e con i controlli e le regole.

La convocazione del referendum da parte di Uber e Lyft è un segnale in questa direzione: le compagnie hanno speso tutti quei soldi per un referendum perché non vogliono regole, con i 9 milioni investiti nel tentare di far votare per la loro proposition (così si chiamano i referendum), le due compagnie avrebbero potuto pagare di più per anni gli autisti e permettersi controlli migliori su chi impiegano. Tanto è vero che, dopo aver perso a Austin, stanno investendo in lobbying nella assemblea statale del Texas, dove la maggioranza è repubblicana, per ottenere una legge che bypassi quelle municipali. È brutta pubblicità? Può darsi, ma come per le merci tecnologiche a basso costo, se ci piacciono e le vogliamo, le compriamo anche se sappiamo che le hanno assemblate in qualche fabbrica cinese inquinante e senza regole.

E qui veniamo all’auto senza autista: Uber (e anche Lyft, che ha una partnership con Chevrolet) sta sperimentando una Ford Focus dotata di sensori e radar. Obbiettivo? Fare a meno degli scomodi e pericolosi autisti. Addio regole, addio personale, addio problemi con i referendum in posti come Austin. Chissà che però, nelle città, alcune regole non vengano imposte anche alle auto che si guidano da sole.

21 maggio 2016 | Il Caffè di Corradino Mineo

Rassegna dei giornali. L’Italia è un paese che invecchia e dove i giovani restano in famiglia: dati Istat. Amministrative: non si vota per il governo, dice Renzi. Referendum: Cuperlo, Bersani, Migone

Cinghiamattanza su Roma. Il rock identitario di CasaPound sdoganato nella Capitale

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 24-11-2012 Roma Politica Manifestazione Casa Pound Italia contro politiche economiche Governo Monti Nella foto: manifestanti dell'organizzazione di destra Casa Pound durante il corteo Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 24-11-2012 Rome Politics Protest of lthe right wing movement Casa Pound against the economic policy of Monti Government In the picture: Casa Pound demonstrants during the parade

Sabato 21 maggio su Roma marciano i neofascisti di CasaPound, con un corteo e con un concerto. Forti del risultato elettorale appena ottenuto a Bolzano – dove CasaPound ha ottenuto alle ultime comunali il 6% delle preferenze, portando tre dei suoi a sedere in Consiglio – adesso l’associazione di promozione culturale fondata da Gianluca Iannone, decide di mettere in mostra i muscoli nella Capitale.

Il corteo – secondo quanto riportato da Roma Today – partirà da piazza Vittorio alle 10, all’incrocio con via Napoleone III, a pochi passi dal quartiere generale di CasaPound, avrà un’eco internazionale e si terrà in contemporanea anche a Madrid, Atene e Parigi, perché la marcia è dedicata a Dominique Venner, intellettuale di estrema destra francese che si suicidò alla Cattedrale di Notre-Dame il 21 maggio 2013.

casapound

Già annunciato il controcorteo degli antifascisti che, inascoltati, avevano chiesto al Comune di Roma di non autorizzare lo svolgimento del corteo. Lo avevano chiesto esponenti dell’Anpi, di Sel, della sinistra e persino del Pd. L’Anpi – lo riporta ancora Roma Today – ha scritto al prefetto per chiedere di «vietare la manifestazione», e «annunciato un esposto alla Procura della Repubblica per ogni espressione di stampo fascista che dovesse essere intrapresa senza il pronto intervento delle forze dell’ordine». La manifestazione antifascista Casapound not Welcome è stata indetta per sabato 21 maggio alle ore 9, in piazza dell’Esquilino.

Che negli ultimi giorni per le vie della Capitale ci sia tensione è innegabile. Proprio negli ultimi giorni è balzata alla cronaca più d’una aggressione, soprattutto tra Tor Pignattara e il Pigneto.

Cos’è CasaPound e chi sono i “fascisti del Terzo millennio” ve lo abbiamo già raccontato, sempre che non lo sapeste già. E potete rinfrescarvi la memoria cliccando su questo vecchio articolo di Left.it. Questa volta, in vista del corteo autorizzato e non bloccato dal sindaco/commissario Francesco Tronca, vi raccontiamo il “rock identitario” che i neofascisti hanno annunciato per il posto-corteo tappezzando di manifesti la città. Il concerto si svolgerà presumibilmente nel parco di Colle D’Oppio: “Tana delle Tigri” vedrà la presenza di più d’una band e, soprattutto, degli ZetaZeroAlfa, i padroni di casa dal momento in cui è la loro band ufficiale, capeggiata dal fondatore Iannone.

La Cinghiamattanza è una battaglia a colpi di cinghiate, appunto. Una pratica ormai diffusa, al punto che la band di CasaPound ci ha dedicato proprio una canzone (quello che vedete nel video). «Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ Tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/… / Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ … / Ecco le fruste sonore stanno incendiando la stanza/ Brucia la vita d’ardito, urlerai: “Cinghiamattanza!”».

Di teste rasate che si sfilano le cinture e cominciano a colpirsi, tra loro, è pieno il Tubo. Si tratta di «una liturgia collettiva, di un rito comunitario che sancisce e ribadisce l’appartenenza al gruppo, che consolida un’identità condivisa, che materializza il legame della comunità, consistente in un condensato di cameratismo, machismo, arditismo e settarismo elitario, nella convinzione di appartenere ad una “casta guerriera”, a un’entità orgogliosamente ‘non-conforme’, che, seppur con le modalità di un pogo punk-rock sotto il palco di un concerto, intende rievocare e ripraticare il “mito” squadristico del gruppo d’assalto del fascismo della prima ora». Su questo fenomeno, e non solo, Maddalena Gretel Cammelli ci ha scritto un libro – Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound (Ombre Corte, 2015).

zetazeroalfa
ZetaZeroAlfa, band ufficiale di CasaPound

Gli Zetazeroalfa, romani, hanno all’attivo otto album, per i loro contenuti fascisti prendono in prestito ambientazioni di musica alternativa e Rac: ovvero il Rock Against Communism che include temi relativi a nazionalismo, neonazismo e antisemitismo e musicalmente include oi!, hardcore punk e parte del black metal (Nsbm). All’attivo hanno circa ottanta concerti e una ricca collezione di tafferugli, ne ricordiamo uno: l’8 dicembre del 2001, al Teatro Piccolo di Sulmona, i tafferugli con gli antifascisti si normalizzano solo dopo l’intervento della polizia, per quei fatti il leader del gruppo Gianluca Iannone è stato condannato, insieme ad altre 4 persone, a 10 mesi di reclusione per rissa.

Ci saranno pure i neofascisti d’Europa: i francesi “In Memoriam”, sempre “rock identitario” che fonde punk, hard rock, ska e metal con le tematiche sovraniste e antiglobalizzazione tipiche della destra estrema.Insieme ad essi suoneranno anche i romani “Bronson”, band che fonde musica punk-rock e melodic hardcore punk “alla californiana” con tematiche dell’estrema destra contemporanea e che è diventata relativamente “famosa” con i pezzi “Lo Spirito di Roma” e l’inno antieuropeista “Fuck Ue”.

Dov’è la sinistra? Tutto quello che trovate su Left #21

left n. 21 dov'è la sinistra

Ma queste amminiustrative sono importnati o no? Si eleggono sindaci, con minori risorse e meno entusiasmo. O il test – come si dice – avràa valore nazionale? Raffaele Lupoli, pagina 21, è andato a Napoli che sembra Barcelona in Comù. Luca Sappino, pagina 17, ha fatto i conti con Roma, dove la lista di sinistra è stata ripescata dal Consiglio di Stato ma la paura scampata si lascia dietro qualche strascico polemico. Stefano Fassina, a pagina 18, ci dice che vuole ristrutturare il debito della Capitale e poi dar battaglia perché Sinistra Italiana comprenda che occasione le capiti e perchè non dovrebbe sprecarla.
Sinistra che si interroga anche in Francia dove – del “jamais vu” – 46 parlamentari di sinistra hanno provato a sfiduciare il governo del socialista Valls e ora vorrebbero le primarie per convincere Hollande a non candidarsi. Aline Arlettaz, da Parigi, a pagina 40.
Corbyn è in sella, ma la Scozia e il Galleso votano per i loro partiti, il Labour arranca, i dirigenti della Terza via non lo aiutano, e forse il neo sindaco di Londra si prepara a sfidarlo.
La guerra civile, guerra di religione, guerra per il potere in Siria, vista da un poeta. Adonis ci racconta le sue speranze deluse dalla Primavera e il suo sogno di poter vedere comunque un mondo arabo finalmente laico e a misura di donna, libera. Simona Maggiorelli, pagina 54.
Poi c’è Vauro, di nuovo in copertina, che cerca la sinistra a Roma, la trova di nuovo, ma poi, saggio, si dice: non esageriamo! Infine dei medici che ascoltano i malati, pag. 28. E uno smartphone ecologico che prova a non usare materiali insanguinati (pag. 50).

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La rivolta di una donna al Franchismo. Nel libro di Salvayre, premio Goncourt

Con un un romanzo forte e sensibile, Lydie Salvayre riaccende la memoria della guerra civile. Nata nel 1948 da esuli spagnoli in Francia in Non piangere (Pas pleurer  L’Asino d’oro edizioni, in libreria dal 20 maggio) la scrittrice denuncia l’alleanza fra Chiesa cattolica e regime franchista. Rompendo il silenzio imposto per legge dal patto per l’amnistia che per lunghi anni ha impedito in Spagna di fare piena luce sui crimini commessi dalla dittatura del generale Franco e sulle stragi di repubblicani compiute in nome di Dio, della famiglia e della patria.

Ma questo romanzo, con cui Salvayre ha vinto nel 2014 il premio Goncourt, non si “limita” a riaprire la discussione sul passato. Attraverso la storia della protagonista, una ragazza fuggita dalla guerra, guardata con sospetto perché poverissima, l’autrice francese sembra evocare in filigrana la vicenda di tanti migranti dei nostri giorni.

La giovanissima Montsé camminò per quasi un mese, giorno e notte, facendo un estenuante viaggio dalla Catalogna al sud della Francia, gettandosi nei fossati ogni volta che passavano aerei spagnoli, italiani e tedeschi. Intanto il suo compagno, padre di Lydie, era impegnato nelle colonne del generale comunista Lister e solo nel febbraio del 1939 riuscì a raggiungere il campo profughi Argelès-sur-Mer, nei Pirenei orientali, per poi finire nel campo di internamento di Mauzac, in Dordogne.

Una storia che sua madre le raccontava spesso da piccola in un colorito “fragnol”, un misto di francese e spagnolo di cui Lydie, che frequentava la scuola francese, un po’ si vergognava. Ora quella parlata contaminata e meticcia è diventata il punto di forza, la lingua viva che innerva Non piangere (tradotto da Lorenza Di Lella e Francesca Scala) facendone un’opera narrativa originale e icastica.

«Nella mia vita c’è sempre stato l’incontro scontro fra due lingue, tra lo spagnolo che parlavamo in casa e il francese che avevo imparato sui banchi», racconta la scrittrice che abbiamo incontrato a Roma, nel giardino dell’Ambasciata francese, in occasione di Letterature festival. «Ho amato follemente Racine, la prosa di Pascal, l’eleganza del francese classico. Ma sono anche attratta dal barocco spagnolo, dalla letteratura picaresca, dalle espressioni carnali dello spagnolo popolare. La mia scrittura nasce da questa dialettica. Forse – aggiunge l’autrice di Non piangere – anche dal francese ricco di accenti sudanesi, marocchini, algerini che ho ascoltato lavorando a Bagnolet, nella periferia parigina. Una lingua non è mai pura, chiusa, limitata. Fortunatamente è un organismo vivente, aperto a tutti gli influssi stranieri».

Prima di dedicarsi esclusivamente alla scrittura, Lydie Salvayre ha lavorato come psichiatra e quella esperienza continua a nutrire in maniera sotterranea la sua scrittura, dando spessore ai personaggi e qualche volta, forse inconsciamente, orientando la scelta delle storie da raccontare. Ma, più in generale, ci sembra di poter dire, torna come esigenza di trovare il senso profondo delle cose e come urgenza di denunciare la violenza invisibile, nascosta, dietro parole formali e apparentemente cortesi. Come accadeva ne La vie commune, (Bollati Boringhieri, 2001) in cui “indagava” un rapporto difficile fra madre e figlia e provava a raccontare la pazzia che si nasconde talvolta dietro a comportamenti apparentemente normali, come possono essere quelli di una segretaria dalla vita molto ordinata. Altre volte emerge, più forte, l’esigenza di denunciare: nel caso di Ritratto di uno scrittore come animale domestico (2010), per esempio, Lydie smaschera la falsa filantropia e i deliri di un industriale del fast food che ingaggia una giornalista perché scriva la sua biografia in forma cristologica. In Non piangere, invece, a far scattare la molla del racconto è, come accennavamo, la denuncia di un crimine storico, lo sterminio di anarchici, repubblicani e comunisti messo in atto dai franchisti con la benedizione e l’aiuto della Chiesa cattolica.

large_182«La violenza dei falangisti spagnoli era nera, perversa, basata su una ideologia disumana. Il loro motto, non a caso, era “Viva la muerte”», sottolinea la scrittrice con forza. Un aspetto che non si legge nei manuali di storia che raccontano solo i fatti. Emerge semmai dall’Omaggio alla Catalogna di George Orwell e dai brucianti reportage di Manuel Chaves Nogales sulla guerra civile spagnola (di recente riproposti da La Nuova frontiera nella raccolta A ferro e fuoco). Laico e antifascista d’impronta liberale, Nogales denunciava la crudeltà e insieme la violenta stupidità dei clerico-fascisti. Che formavano un blocco ottuso, cieco e compatto. «Anche per questo mi ha colpito molto la lettura di Grandi cimiteri sotto la luna di George Bernanos», commenta la scrittrice, spiazzandoci un po’ nell’evocare uno scrittore come lui, cattolico integralista, conservatore, nazionalista. «Bernanos è stato indubbiamente tutto ciò che lei dice», ammette Salvayre . «Ma ha avuto l’onestà intellettuale di dire la verità, di denunciare l’appoggio della Chiesa al regime. Ebbe il coraggio di dire ciò che vedeva. Anche andando contro la sua parte, anche a rischio di essere accusato di tradimento, di rimanere solo, come infatti gli accadde. Ho ritrovato per caso questo suo pamphlet scritto nel 1938, non mi ero mai avvicinata prima perché ero piena di pregiudizi. Ma leggendo quel libro sulla guerra in Spagna ho scoperto che era uno scrittore straordinario». Grazie allo sguardo spietato di Bernanos sui suoi sodali, Lydia Salvayre dice di aver potuto cogliere quanto fosse plumbea la realtà interiore dei falangisti.

Da un lato c’era il loro essere per la morte «dall’altra c’era la vitale ribellione di mia madre, il suo modo di essere solare, la sua gioia di vivere; c’erano gli ideali politici, di uguaglianza, di giustizia. C’era il suo lasciarsi andare nel rapporto con un uomo che lei sapeva che non avrebbe più rivisto. Scrivendo questo libro volevo ritrovare quella spinta all’emancipazione che aveva conosciuto durante l’ insurrezione libertaria del 1936». Nel romanzo, la storia d’amore vissuta un’estate da Montsé con un affascinante sconosciuto sembra lasciar intendere che durante la Resistenza anche nella cattolicissima Spagna i rapporti fra uomo e donna si fecero più liberi. «Fu veramente così e il ruolo delle donne fu molto importante nella lotta al regime. Certo – precisa la scrittrice – in Spagna allora prevaleva una cultura patriarcale. C’era una mentalità maschilista. Ma una donna come mia madre, che non accettava imposizioni, faceva la vita che voleva. Aveva una libertà straordinaria perché aveva il diritto di parlare, di baciare, di vivere». Ma non di scrivere? «Io stessa mi sono concessa questo diritto piuttosto tardi. Non mi sentivo autorizzata. Vengo da una famiglia povera se avessi detto che volevo fare l’artista mi avrebbero guardato con preoccupazione». Ma se Lidya Salvayre aspettò di compiere 44 anni prima di pubblicare il suo primo romanzo, (La dichiarazione, Feltrinelli, 1991) non pensa che per le donne sia più difficile trovare una propria voce originale. «Il libro che ho scritto prima di Non piangere s’intitola Sette donne ed è dedicato ad altrettante scrittrici: sette donne “folli”, in cui il termine non è sinonimo di pazzia. Da Emily Bronte a Ingeborg Bachmann fino a Djuna Barnes. Sono donne che hanno messo a soqquadro il mondo per poter scrivere. Fra tutte forse Marina Cvetaeva era la più estrema, diceva che scrivere era vivere, o meglio, per lei era «vivrécrire».