14/06/2012, Parma, Insediamento del nuovo sindaco Federico Pizzarotti
«Luigi vieni a Parma, Luigi vieni a Parma». È inutile il coretto con cui alcuni militanti dei 5 stelle di Parma hanno inseguito Luigi Di Maio. «Ragazzi verrò col tour dei comuni», è la risposta che gli concede il vicepresidente della Camera, che nel direttorio del Movimento 5 stelle avrebbe la delega ai rapporti con i territori e con le amministrazioni 5 stelle, ma che evidentemente, con Federico Pizzarotti, non vuole avere a che fare.
E così «è paradossale», può dire il sindaco di Parma, sospeso da Movimento, «che in questi 10 giorni nessuno si sia fatto vivo. Sarebbe stato qualcosa di dovuto, utile e doveroso, rispetto anche a tantissimi attivisti ed eletti». Può dirlo, in conferenza stampa, quando ormai aspetta solo l’espulsione, sempre giudicato colpevole di non aver detto subito al garante Beppe Grillo di esser indagato per le nomine fatte al Teatro Regio nello svolgere le sue funzioni. Non conta che Pizzarotti dica che non poteva dirlo per non ledere la privacy degli altri indagati («Abbiamo tutelato i diritti costituzionali di altre persone che erano coinvolte nell’inchiesta», ripete); non conta che le indagini, per abuso d’ufficio, muovano, e lo facciano obbligatoriamente, da un esposto del Pd, dell’opposizione.
Si aspetta l’espulsione, Pizzarotti, dunque, anche se dice «non lascio il Movimento» e «non c’è nessun accordo con il Pd», cioè nessun paracadute. Va però allo scontro, il sindaco, e parla di «sospensione illegittima» e pone una condizione: sia ritirata, tutto torni come prima e si cerchi il dialogo. Si capisce però che non ci crede: «Nell’ultimo anno non ho parlato con nessuno del direttorio», aggiunge, «mi hanno evitato». E non si capisce perché ora qualcosa dovrebbe cambiare.
#Pizzarotti "governare è diverso da fare opposizione". Chissà se @virginiaraggi sta guardando conferenza o #Grillo non glielo ha permesso.
Si lamenta, Pizzarotti: «Siamo gli unici», dice, «ad aver pubblicato l’avviso di garanzia. Nogarin ha pubblicato altri documenti». Per Pizzarotti il sindaco di Livorno avrebbe goduto così di un trattamento di favore, perché – è il sottinteso – lui è fedele alla linea del direttorio e non osa mettere in dubbio le procedure del Movimento: «Non c’è un metro simile», continua il sindaco, «il Movimento ha usato metodi diversi con persone diverse. Servono regole univoche, chiare e applicabili per tutti». Il punto è se il Movimento le voglia avere.
C’è una rubrica a fumetti di Andrea Pazienza alla quale finisco spesso per pensare negli ultimi tempi, si tratta della Prolisseide – Tutti gli uomini più importanti che mi hanno conosciuto (con i loro pregi e i loro difetti). Oggi – che di Paz sarebbe il sessantesimo compleanno – ho deciso quindi di riproporvi una piccola Prolisseide e raccontarvi la storia di come, a modo mio, ho conosciuto (anzi di come abbiamo conosciuto, ma questo lo capirete leggendo) Andrea Pazienza e soprattutto di ripercorrere un po’ la vita del genio di San Severo.
Una tavola de La Prolisseide di Andrea Pazienza. Dove Paz racconta che a 60 anni sarebbe voluto essere come Renato Nicolini, architetto che progettò a Roma il Quarticciolo e che militò fra le file del Partito Comunista Italiano.
Cominciamo quindi dall’inizio. Ci sono personaggi che entrano nella tua vita così, d’improvviso. Ti si infilano piano piano sotto pelle e restano lì tutta la vita. 60 anni fa, il 23 maggio 1956 nasceva a San Benedetto del Tronto Andrea Pazienza. Re della matita e del pennarello, signore del fumetto italiano che Manara paragonava a Caravaggio. Io, bambina comune, con Paz, mi ci sono scontrata la prima volta a 5 anni. Ero con mio padre alla fiera del libro di Pordenone e lui mi comprò Il Bestiario.
Fu amore a prima vista. Custodivo il volume come un tesoro e lo mostravo fiera agli amichetti che venivano a trovarmi a casa. Soprattutto: passavo interi pomeriggi a tentare di copiare i suoi disegni sognando un giorno di diventare brava come lui. Questo ovviamente non è successo e alla fine ho fatto tutt’altro, ma poco fa ho scoperto che un colpo di fulmine simile – d’altronde per Paz non può che essere attrazione fatale – l’ha avuto anche Antonio Pronostico, illustratore, tra le altre cose, di Left.
In una fredda sera di novembre infatti, mentre passeggiavamo a Roma per le strade del Pigneto (ma quanto sarebbe stato bello se fossero stati i portici di Bologna!), Pronostico mi confessò di non aver mai preso una matita in mano prima dei vent’anni, finché un giorno – che dovete immaginare più o meno come una folgorazione sulla via di Damasco – non era incappato in un libro di Pazienza e: “boom!” aveva iniziato ossessivamente a cercare di riprodurre i suoi disegni e mentre copiava, imparava. Lui per davvero, non come me. Il gene di Paz gli era già scivolato sotto pelle, e allora cos’era quella vecchia velleità di diventare un designer industriale? Antonio adesso voleva fare l’illustratore. E infatti oggi, lo fa e per lui: Paz è core.
Paz è core, illustrazione di Antonio Pronostico
Queste sono solo due piccole storie personali, banali passioni di gente normale, nate per caso sfogliando un libro fatto da “uno” che era morto prima che noi capissimo di essere al mondo.
Eppure la grande forza del talento di Andrea Pazienza forse era anche questa: riuscire a travolgere in egual modo tanto le persone comuni, come mio padre alla fiera del libro, quanto attori, registi, cantanti (vi ricordano nulla le copertine dei dischi di Roberto Vecchioni?) e scrittori. I grandi uomini della sua Prolisseide che lo hanno conosciuto in carne e ossa e quelli che lo hanno incontrato in carta e inchiostro. Come il Premio Strega Nicola La Gioia che, nell’introduzione di Pentothal, il primo dei volumi della collana Tutto Pazienza curata da Repubblica/Fandango, parla così dell’artista di San Severo: «La sua arte avrebbe salvato molti di noi ma non se stesso. Oggi, a distanza di tempo ci ritroviamo sempre qui, bloccati tra rimpianto e gratitudine».
D’altronde: «la pazienza ha un limite, Pazienza no», Andrea infatti comincia a disegnare da giovanissimo, «Il mio primo disegnino riconoscibile l’ho fatto a 18 mesi – dice in un numero di Corto Maltese del novembre 1983 – Era un orso. Questo testimonia quanto era forte in me il bisogno di disegnare». Figlio di un professore di educazione artistica, a 12 anni si trasferisce da San Severo, paesino in provincia di Foggia dove vive con la famiglia, a Pescara per frequentare il liceo artistico, qui conosce Tanino Liberatore con cui lavorerà in seguito.
«A vent’anni io credevo di fare la fotografa e lui di essere un genio, cosa di cui presto mi convinse»
Isabella Damiani, fotografa e amica di Paz
Nell’estate del 1972, a soli 17 anni, Paz decide di confrontarsi con Prévert così, armato di pennarelli e di un album da disegno A3, illustra con una serie di 17 tavole alcune delle opere dello scrittore francese. Un tentativo che Fernanda Pivano, nella prefazione del libro Prevert, Andrea Pazienza (Fandango Libri), descrive così: «È l’incontro di due artisti ugualmente popolari e anarchici, sperimentali e vernacolari, violentemente antiborghesi e iper-romantici, audaci e fortemente comunicativi. Sono tavole dense e complicate, realizzate eppure con un tratto semplice, essenziale. Traendo linfa da Prévert, Pazienza rappresenta l’orrore, la violenza, lo stupro, senza perdere mai di vista l’utopia e la bellezza attraverso un segno comico-grottesco, iperbolico».
Nel 1974 Andrea si trasferisce a Bologna per frequentare il Dams. Non si laureerà mai, dal diploma lo separerà un unico ultimo e temibilissimo esame: estetica con il Prof. Umberto Eco. Del quale però diventerà amico, tanto che sarà proprio Eco a fornire a Paz il primo contatto per cominciare a pubblicare su Alter Alter, rivista cult dove viene dato alle stampe per la prima volta Pentothal. È il 1977 ed è in quel momento che l’Italia si accorge del talento infinito di questo studente meridionale trasferitosi all’ombra delle due torri.
«Pazienza rappresenta l’orrore, la violenza, lo stupro, senza perdere mai di vista l’utopia e la bellezza attraverso un segno comico-grottesco, iperbolico»
Fernanda Pivano
Tra le persone che incrociano la vita di Andrea Pazienza c’è anche la fotografa Isabella Damiani. «A vent’anni io credevo di fare la fotografa e lui di essere un genio, cosa di cui presto mi convinse» racconta di lui Isabella. Paz la raffigura spesso anche nelle sue opere, oltre a evocarla come un miraggio nelle pagine napoletane di Pentothal, infatti la ritrae anche in alcuni quadri. E lo stesso fa lei con lui.
Andrea Pazienza visto da Isabella Damiani
Dopo essere diventato un punto di riferimento per il movimento studentesco bolognese, con l’avvento degli anni 80 il lavoro geniale di Pazienza comincia ad essere richiestissimo ovunque e Andrea inizia a collaborare con la rivista Frigidaire dando vita a un altro personaggio destinato a entrare nella storia del fumetto: Zanardi.
Pubblicità, poster, calendari, copertine di dischi, tutti vogliono un disegno di Andrea Pazienza. E lui disegna per tutti. La sua produttività è frenetica e inarrestabile, sforna tavole a fumetti in tempo record, realizza grafiche per le pubblicità e corti animati. Non si ferma un secondo, anche perché nella sua vita ha fatto capolino un nuovo amore devastante e molto dispendioso: l’eroina.
Un amore che Paz racconta in Pompeo, un diario tormentato fatto di pagine sgualcite – recuperate indifferentemente da un album, dalla carta per fotocopie o da un quaderno a quadretti – che si trasforma nella cronaca di una morte annunciata. Quella del protagonista, ma ancor più quella del suo alterego reale: l’autore.
«Così finisce l’ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo capitolo della mia vita… In questi anni ho scoperto di non essere un genio. Perché sì, lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Però, c’è sempre un però, è vero, sono un disegnatore eclettico. Un disegnatore ecletto-sfaticato. Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose…» scriveva così Andrea Pazienza nella pagina successiva all’ultima tavola di Pompeo, quella in cui il suo eroe-alterego: «Si buttò come fosse stato, all’improvviso, spintonato».
In perfetto stile pazienziano visto che Andrea era solito dire: «mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa».
Ora, tornando con la nostra pseudo Prolisseide al punto da dove siamo partiti: qualche giorno fa, a casa di Antonio Pronostico, sul divano rosso del salotto, ho trovato un libro Morti favolose degli antichi, di Dino Baldi (Quodlibet). Voi direte e ora che c’entra? C’entra. Perché nella prefazione Baldi si prende la briga di spiegare che gli antichi non avevano quest’ossessione per la vita a tutti i costi che abbiamo noi, per loro la morte era un momento importante, forse anche più della nascita, perché era il coronamento di un’esistenza. E più un uomo era stato grande in vita più la sua morte doveva essere magnifica, scenografica ed esemplare. Ecco, ho pensato che anche per Andrea Pazienza – che con gli antichi ha in comune forse l’animo, ma sicuramente l’esser ormai parte del mito – debba essere così. E che forse, il modo migliore per concludere questa storia e raccontare quel 16 giugno 1988, è far fare la cronaca della vicenda allo stesso Paz, fumettista, genio, illustratore. E per l’occasione profeta:
«Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr`anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese[…]. Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il liceo artistico, una decina di personali e nel `74 sono divenuto socio di una galleria d`arte a Pescara: “Convergenze”, centro di incontro e di formazione, laboratorio comune d`arte. Sempre nel `74 sono sul Bolaffi. Dal `75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal `71 al `73 ai marxisti-leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo […]. Dal `76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile “Frigidaire”. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquerellista ch`io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali ma non sopporto di accudirli. Morirò il sei gennaio 1984».
Da un articolo apparso su Paese Sera il 4 gennaio 1981.
epa05265210 Leader of the Spanish socialist party (PSOE), Pedro Sanchez, attends a meeting of the PSOE Federal Executive Committee to decide the new steps to negotiate a new Government before the dead line to avoid new elections in Madrid, Spain, on 18 April 2016. Amidst the country's current situation of political paralysis with no agreement between parties to form Government before the deathline set on 02 May, Spain's King Felipe VI has announced a new round of negotiations with political leaders on 25 and 26 April to resolve if he proposes a new candidate for the Presidency or proceeds to dissolve the Parliament in order for new general elections on 26 June 2016. EPA/JAVIER LIZON
«Se la mia vittoria deve dipendere dai voti di Pablo Iglesias, non c’è alcuna possibilità di avere una presidenza a guida socialista. Se dipendo da iglesias, ne sono convinto, non diventerò mai primo ministro». Il leader del Psoe Pedro Sánchez, a poco più di un mese dalle elezioni in Spagna, mette in chiaro la sua posizione nei confronti della formazione guidata da Pablo Iglesias.
Le due forze politiche sono ormai ai ferri corti, consapevoli che la battaglia elettorale si vince se si conquistano i voti a sinistra. Non a caso Podemos ha annunciato, le scorse settimane, la sua alleanza con Izquierda unida di Alberto Garzon alle elezioni del 26 giugno, con i sondaggi che danno il tandem Iglesias-Garzon attorno al 22% dei consensi.
Da qui la contromossa del socialista Sánchez, che per depotenziare l’alleanza di Unidos Podemos ha lanciato un appello per il voto «senza intermediari», affermando che «gli spagnoli devono riflettere sull’utilità del loro voto» e sul fatto che l’uniione tra Podemos e Izquierda unida «cambia l’ordine dei fattori ma non cambia il risultato».
Sánchez ha spiegato che il Psoe è l’unica garanzia di cambiamento per la Spagna, evocando un rapporto compicato con la formazione guidata da Iglesias, che dice di volere un accordo con il Psoe soltanto se vince Podemos. Ciò nonostante il leader socialista, che già ha dovuto rinunciare all’incarico di primo ministro per il veto di Podemos a un accordo con i centristi di Ciudadanos, non sbatte la porta e, anzi, si impegna a «essere generoso» con la formazione di Iglesias e «a lasciar da parte le divergenze del passato».
Un’apertura necessaria davanti ai tentativi di guadagnare consensi del premier uscente Mariano Rajoy. Il leader dei popolari ha ottenuto nei giorni scorsi un generoso lasciapassare dall’Europa, che ha deciso di rinviare a luglio le sanzioni per il deficit eccessivo (al 5,1% del Pil anche nel 2015), e al contempo ha promesso alla Commissione nuovi interventi strutturali in caso di rielezione: «Una volta che ci sarà un nuovo governo, siamo pronti a intraprendere ulteriori misure» ha scritto il primo ministro in una lettera insdirizzata alla Commissione Ue.
Oggi si apre a Istanbul il primo Vertice mondiale umanitario, un appuntamento fissato nel 2012 dalle Nazioni Unite che raccoglierà capi di Stato, ministri, alti funzionari e organizzazioni internazionali e che assume, per le circostanze in cui si svolge, un carattere speciale. Per posizione geografica e atteggiamento politico-diplomatico tenuto in questi anni, Ankara è al centro della crisi umanitaria siriana e irachena. Il vertice è convocato per ripensare la politica umanitaria Onu nel suo complesso, ma come capita sempre a queste occasioni, si svolgerà su due piani paralleli: quello generale, delle politiche e linee guida e poi i rifugiati.
Proprio di questi parla il presidente turco Erdogan in un articolo a sua firma pubblicato stamane sul Guardian. E paradossalmente – sebbene molto strumentalmente – dice delle cose sensate. Condite con dei toni arroganti e molto compiacenti nei confronti del proprio Paese, le parole di Erdogan puntano il dito contro il fallimento dell’Europa. Erdogan ricorda come la Turchia si sia fatta carico di una marea umana senza precedenti «mentre la comunità internazionale evitava di condividere le responsabilità» che venivano da quella crisi «mentre la Turchia e gli altri Paesi confinanti venivano lasciati soli». Erdogan gioca un po’ alla geopolitica: parlando della necessità di rovesciare Assad e di combattere l’Isis e attacca Bruxelles sostenendo – quasi a ragione – che fino a quando non sono arrivate le barche cariche di persone e le bombe dell’Isis, tutti hanno guardato dall’altra parte mentre la polveriera siriana era già esplosa e atrocità venivano commesse.
Su questo Erdogan chiede, rivolgendosi ai membri permanenti (o meglio, a russi e americani) che il Consiglio di sicurezza Onu si muova: per la Turchia muoversi significa rimuovere Assad e bombardare l’Isis. Naturalmente Erdogan sorvola sulle sue crisi, sulle bombe sganciate sui curdi siriani, considerati una minaccia perché alleati con il Pkk turco – il parlamento turco ha votato una legge che elimina l’immunità per i parlamentari, un provvedimento che tutti indicano come diretto a consentire alla polizia di incarcerare deputati dell’Hdp, la sinistra laica e filo-curda.
Rifugiati siriani e polizia macedone alla frontiera con la Grecia (Epa/K. Tsironis)
L’articolo di Erdogan ha un chiaro obbiettivo: far funzionare l’accordo con l’Europa e irrobustirlo. Funzionari turchi hanno detto al Guardian che sperano che l’Europa si faccia carico di mezzo milione di persone – la Turchia ne ospita due milioni. L’Europa ha tutte le colpe possibili, nel suo complesso e nel caso dei singoli Paesi. I due piani approvati dai consigli dei ministri europei, quello di redistribuzione interna delle persone già presenti sul territorio europeo hanno partorito dei topolini molto piccoli: il primo prevedeva la redistribuzione di 160mila persone e in sei mesi siamo al massimo a poche migliaia (se nelle ultime settimane c’è davvero stata un’accelerazione); il secondo e controverso accordo, che prevede il ritorno in Turchia delle persone che sbarcano in Grecia e per ogni riammesso in Turchia un ingresso legale in Europa, ad oggi, ha determinato l’arrivo entro i confini europei di 177 persone.
Il problema dei vertice è che i governi nazionali, che pure possono essere pronti a donare e impegnare più risorse, non vogliono nella maniera più assoluta accogliere persone. Le nuove rotte, che riguardano l’Italia, la tensione con l’Austria, proprio a causa della nuova direzione presa dai flussi migratori, segnalano una volta di più quanto i rischi di un fallimento del summit siano dietro l’angolo. Non a caso diverse organizzazioni internazionali ne hanno criticato l’agenda e l’organizzazione. Medici Senza Frontiere ha addirittura ritirato la propria partecipazione definendo il vertice una «foglia di fico dei fallimenti umanitari». I problemi posti da crisi come quella seguente al terremoto nepalese – che richiedono capacità di intervento ma non grandi sforzi diplomatici – sono anni luce distanti da quelli relativi alla crisi siriana. Da un lato c’è bisogno di organizzazione, impegno e risorse, dall’altro di tutte queste, ma anche di politica, diplomazia, accordi internazionali e pressione economica (o persino militare).
Raccogliere tutte le crisi, radunare tutti assieme, significa aumentare il rischio di rendere questo vertice un «parlatoio molto costoso», come lo ha definito Oxfam. Del resto, gli accordi con la Turchia e le ipotesi di aprire hotspot per rifugiati in Paesi africani il cui pedigree in materia di rispetto dei diritti umani è tutt’altro che buono, è un segnale di come le preoccupazioni politiche dei singoli Paesi europei facciano passare in secondo piano legalità, ideali di accoglienza e crisi umanitarie. Probabilmente alcune scelte si prenderanno, ma solo e soprattutto perché, a latere del vertice, si svolgeranno incontri e riunioni bilaterali e multilaterali. A Istanbul ci sarà Merkel, che con la Turchia discuterà di rifugiati. Forse si parlerà anche della guerra in Siria e di come uscirne, ma non ci sarà Putin, e senza di lui, parlare di Assad è praticamente inutile.
Il vertice umanitario di Istanbul in cifre
125 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, più di 60 milioni sono sfollati e 218 milioni sono stati colpiti da calamità naturali negli ultimi due decenni.
38 milioni sono le persone sfollate all’interno dei loro Paesi, 20 milioni i rifugiati, 2 milioni i richiedenti asilo.
Tra 2008 e 2014 184 milioni sono stati evacuati o hanno dovuto lasciare le loro case a causa di un disastro. Una al secondo.
Oggi si spendono 25 miliardi di dollari per far fronte alle crisi umanitarie – 12 volte più che nel 2001 – per aiutare chi ha bisogno di assistenza. Secondo un rapporto Onu sono necessari altri $ 15 miliardi.
Il vertice si svolgerà su cinque assi, alcuni dei quali hanno risposte concrete, altri vaghi e tipicamente Onu: la prevenzione dei conflitti e la chiusura di quelli esistenti; rispetto delle regole internazionali di guerra; lavoro per includere tutti nel lavoro per lo sviluppo sostenibile; lavorare in modo nuovo per ridurre i bisogni.
Al vertice parteciperanno 5mila persone, tra ministri, funzionari, rappresentanti delle Ong e del settore privato
I media si erano concentrati su Norbert Hofer, il candidato xenofobo di estrema destra che con la vittoria al primo turno (35,1%) ha gettato il panico soprattutto tra socialisti e popolari, rimasti fuori dal ballottaggio. A sfidarlo, al secondo turno di ieri, l’outsider Alexander Van der Bellen, il candidato dei Verdi che il 14 aprile ha ottenuto il 21,3% dei consensi. Al netto dei voti espressi per posta, ancora da conteggiare, lo scrutinio vede l’elettorato austriaco diviso in due: il 51,9% ha votato per Hofer, un sostegno giunto prevalentemente nelle aree rurali e montane, mentre a Van der Bellen è andato il 49,1% dei voti, giunti soprattutto dall’elettorato delle aree urbane.
Nella capitale Vienna, dove al primo turno si era affermato il candidato della destra, Van Der Bellen ha ottenuto il 70% dei consensi al ballottaggio. I timori per la vittoria dell’ultradestra hanno anche prodotto un dato record nell’affluenza ai seggi: si è passati, infatti, dal 68,5% del primo turno al 72 del ballottaggio. La corsa alle urne ha premiato il candidato dei Verdi, che alle elezioni si è presentato come indipendente raccogliendo al ballottaggio il sostegno dei big popolari e socialdemocratici, anche se i due partiti – entrambi reduci da un deludente 11% – non hanno ufficializzato l’appoggio.
Alexander Van der Bellen, soprannominato “il candidato gentile”, è nato a Vienna nel 1944 da una famiglia fuggita dalla Russia dopo la Rivoluzione d’ottobre. Il padre era un nobile russo di origine olandese, la madre estone: perseguitati da Stalin, si sono rifugiati prima a Vienna e poi nel Tirolo, dove “Sacha” (questo il soprannome del candidato presidente) è cresciuto. Ha iniziato la sua carriere di docente universitario alla facoltà di Economia di Innsbruck, mentre quella politica è iniziata negli anni Ottanta a Vienna (dove è stato anche ordinario di Economia), prima nel partito socialdemocratico (Spo) e poi nei Grunen, di cui è stato portavoce federale dal 1997 al 2008.
Parlamentare e poi consigliere comunale a Vienna fino al 2015, il professore ecologista, appassionato di auto e schierato da sempre contro il Ttip così come contro le politiche migratorie di Vienna, ha ammesso di aver fatto parte per un breve periodo della massoneria. Poche settimane prima di candidarsi alla presidenza come indipendente, un anno fa, ha sposato in seconde nozze la parlamentare verde Doris Schmidauer, sua compagna di lungo corso. L’ex leader dei verdi ha sostenuto, in campagna elettorale, che a confrontarsi sono il suo stile “cooperativo” e quello autoritario dell’avversario.
Chiuse le urne dei ballottaggi, Van der Bellen e Hofer si sono stretti la mano davanti alle telecamere. Il candidato del Partito delle libertà si è detto certo di uscire vincitore anche dopo lo scrutinio dei voti mancanti e soddisfatto perché «gli austriaci hanno dimostrato di scegliere liberamente chi votare». L’avversario verde ha invece sottolineato le differenze tra i due, soprattutto in relazione all’antieuropeismo dell’ultraconservatore, ma ha anche invocato un confronto disteso tra i due schieramenti dopo il voto, anche per ragionare di economia e lavoro.
Davanti alla crisi economica e allo spettro delle migrazioni, dicono i sondaggi, i partiti che avevano rappresentato stabilità e sicurezza fino a qualche anno fa non rappresentano più il sentire del Paese, che così si allontana dal centro e si divide. I più pessimisti e meno colti scelgono Hofer, i più ottimisti e istruiti puntano su Van der Bellen. A dire l’ultima parola saranno ora i voti per posta espressi da 885mila cittadini austriaci, che su un totale di 6,3 milioni di aventi diritto al voto possono fare la differenza tra il nero Hofen e il verde Van der Bellen. Gli exit poll danno avanti di circa tremila voti Van der Bellen, che diventerebbe così presidente grazie agli austriaci all’estero, tradizionalmente più attenti all’immagine internazionale del Paese.
Poi a fine giornata lei, la ministra dei paninari arrivati al governo, ha cercato di minimizzare dicendo di essere stata fraintesa. Al solito: è difficile cercare l’ecologia delle parole in chi ha fatto del bullismo lessicale una matrice. Così la Boschi dice che ci sono partigiani veri e partigiani falsi. Partigiani millantatori. Come riconoscerli? I veri sono quelli che concordano con il suo capo Renzi. Gli altri? Partigiani da discount. Partigiani gufi.
Ma quella della Boschi non è una scivolata, tutt’altro: non può essere sdrucciolevole un concetto come quello dell’appartenenza. E sull’appartenenza questi, costituzionalisti allo sbaraglio, hanno costruito tutta la tessitura politica che ci ha ricamato questa classe dirigente di ex compagni del liceo che si ritrovano per il consiglio dei ministri piuttosto che la cena di fine anno. E per questo il concetto di partigiano (cioè di qualcuno che sa esattamente da che parte stare piuttosto che “con chi” stare) alla Boschi proprio non sembra riuscire ad entrarle in testa: l’appartenenza a un ideale è un valore troppo rarefatto per chi tra padri, testimoni di nozze, ex collaborazionisti e fratelli di dialetto ha costruito una banda chiamandola “partito”.
Non sa, la cara Boschi, che quel suo esercito arrabattato di parteggianti non ha niente a che vedere con la partigianeria poiché sono semplicemente fiancheggiatori fluidi pronti ad attaccarsi al capezzolo del potente di turno: il contrario esatto di chi ha preso la parte dei deboli (i partigiani, appunto) a favore di una democrazia che di colpo era diventata terribilmente fuori moda. E non sa, la cara Boschi, che la grandezza dei partigiani sta proprio nel riuscire a mettersi insieme con tutte le loro profonde diversità per un ideale più alto degli interessi di bottega. L’altezza che manca, appunto, a questa riforma votata sgagnando i favori di un Verdini qualsiasi. Però la cara Boschi è riuscita a compiere un capolavoro: in poche parole ha dimostrato perché lei (e gli altri servetti di questo renzismo di polistirolo) non hanno lo spessore per mettere mano alla Costituzione. Va bene così.
Buon lunedì.
(A proposito: in questa giornata di memoria di plastica per Giovanni Falcone segnatevi che “la scorta” ha nomi e cognomi. Sono Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e c’è un sopravvissuto che hanno dimenticato tutti: Giuseppe Costanza. Perché la memoria si fa dando il nome alle cose, anche. Figurarsi le persone.)
Palma d’oro al festival di Cannes per Ken Loach, il grande regista inglese che – come ha detto lui stesso in una recente intervista – non smette di stare dalla parte dei più deboli, dalla parte degli operai, dei disoccupati, dei precari senza rappresentanza. Il film,Daniel Blakeè un duro ritratto dell’Inghilterra che, dopo anni di tatcherismo e blairismo, oggi vede file interminabili di disoccupati davanti ai job centers, in cerca di un lavoro che non c’è; che vede molti inglesi ricorrere alle Food Banks (si parla di più di un milione di persone nell’ultimo anno). Nel film si parla anche di una Gran Bretannia che oggi non ha risposte per gli studenti universitari vessati dai debiti universitari, che non ha risposte – per stare alla trama del film – per le madri single, punite dai tagli ai benefits, costrette a cercare riparo negli ostelli.
Daniel Blake si svolge nel nord dell’’Inghilterra dei giorni nostri, stretta nella morsa dei tagli allo stato sociale. «La fame, oggi nel Regno Unito, è usata come un’arma, da un sistema burocratico punitivo e disumano», ha denunciato Ken Loach in una intervista al Guardian. Ed è il rischio di finire per strada quello che attanaglia Daniel protagonista del film interpretato da Dave Johns; è un falegname ultracinquantenne che ha lavorato per tutta la vita e che poi, come capita, malaguratamente, si è ammalato. Vedendosi costretto a cercare il sussidio di disoccupazione. La sua storia si intreccia con quella di Kate (Hayley Squires) una madre single, sfrattata, nonostante abbia due bambini. Atmosfere quasi dickensiane, per questo film di Ken Loach che tuttavia lavora su un registro di presa diretta davanti a un Job Center, con attori non professionisti (come è nel suo stile) che sono disoccupati e impiegati.
Il soggetto è di Paul Laverty, lo stesso autore di Jimmy’s Hall, film sull’Irlanda rivoluzionaria degli anni Trenta. Ma al di là delle risonanze storiche, questo lavoro è un chiaro atto d’accusa contro il governo Cameron. L’ultimo j’accuse del grande regista inglese, stando alle sue dichiarazioni (ma noi speriamo che ci offra ancora suoi pensieri), cercando di dare una stura ai laburisti, dopo gli anni di acquiescienza al blairismo che Loach definisce «una vera e propria ferita aperta nel corpo della società». Cercando di scuotere anche il neo sindaco di Londra, perchè si schieri più decisamente con Jeremy Corbyn, leader del partito laburista, con cui il maturo regista si è sempre detto consonante.
Appena 8 chilometri quadrati di terra, sperduta nel mar Tirreno, a nord di Palermo. Nell’isola di Ustica, tra il 1926 e il 1927, Antonio Gramsci trascorre 44 giorni di confino politico. Con il film documentario Gramsci 44, il regista Emiliano Barbucci e lo sceneggiatore Emanuele Milasi raccontano la storia di un villaggio, Ustica, «dove all’inizio del 1900 l’arrivo del vaporetto era un evento che richiamava al molo gli isolani incuriositi dalle novità in arrivo dal “continente”».
Ai tempi del fascismo, il battello a vapore comincia a portare sull’isola uomini in catene: confinati comuni e confinati politici, tra loro anche Gramsci. L’intellettuale comunista e deputato arriva a scontare una condanna di cinque anni, ma dopo soli 44 giorni viene trasferito nel carcere di San Vittore. «Che il motivo del suo allontanamento da Ustica fosse il successo della scuola, che fece allarmare le guardie fasciste», dice Barbucci, «è una delle tante ipotesi». Resta il fatto che in quell’isola inizia l’eterna detenzione di Antonio Gramsci.
«Gramsci 44 nasce quasi per caso, durante un viaggio a Ustica, dai pescatori ho scoperto una storia sconosciuta, mai raccontata prima: la maggior parte dei loro padri aveva imparato a leggere e scrivere grazie alla scuola di Antonio Gramsci», ricorda il regista. La ricerca che Barbucci comincia nel 2008, si concretizza nel 2012, quando si aggrega all’avventura Emiliano Milasi, dando inizio alla sceneggiatura e ai due anni di riprese.
Tra grotte, secche e scogli a picco sul mare, la fotografia diretta da Daniele Ciprì accompagna un’ora di racconto sempre teso tra finzione e realtà, tra passato e presente. Nei panni di Gramsci, curvo e avvolto in un paltò scuro, c’è Peppino Mazzotta, attore raffinato e concreto che i più hanno potuto conoscere nelle vesti del buon Fazio, fido ispettore del commissario Montalbano. Per questo ruolo ha letto tanto, Mazzotta, a partire dalle numerose lettere di Gramsci: «Ne ho lette molte di più di quelle che potete ascoltare nel film», racconta Peppino, «abbiamo trascorso interi giorni a leggere e registrare lettere».
«Figuriamoci se non funzionerebbe! Guardate cosa ha fatto l’amministrazione Eisenhower negli anni 50, A me piace Ike – I like Ike era lo slogan di Eisenhower in campagna elettorale – espulse un milione e mezzo di persone senza problemi»· Donald Trump ha difeso così la propria proposta di deportare gli undici milioni di messicani senza documenti che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Quell’idea e la proposta di ricostruire e ampliare il muro lungo la frontera Usa-Messico sono probabilmente la scintilla che ha acceso gli entusiasmi nei confronti del miliardario newyorchese in una fetta importante di opinione pubblica. Le battute sugli spacciatori e stupratori «che i messicani mandano in casa», hanno fatto parecchio rumore. Uno che dice cose simili non ce la farà mai, si diceva, tanto che Ed Milibank, columnist del Washington Post ha dovuto mangiare un suo articolo davanti a una telecamera per aver perso una scommessa su Trump.
Le stesse proposte sui messicani sono destinate a rendere più complicata una vittoria repubblicana alle elezioni vere, quelle in cui, oltre agli elettori militanti di partito, votano i cittadini. L’idea di deportare i messicani, infatti, non è solo brutta e sbagliata, ma è insensata dal punto di vista economico e demografico. E l’esempio storico di Eisenhower è una sciocchezza clamorosa. Non nel senso che Ike non deportò messicani, ma nel senso che la Operation Wetback – operazione “schiena sudata”, un modo insultante per definire i bracciati messicani -, come altre in precedenza, fu un disastro. Il primo esempio drammatico di retate ed espulsioni di massa risale ai primi anni Trenta, quando gli Stati Uniti erano alle prese con la disoccupazione da Grande depressione e qualcuno dava la colpa ai messicani. La risposta di Hoover? Espulsioni e retate di massa per spaventare chi rimaneva e invogliarlo a tornarsene a casa. E siccome “un messicano è un messicano”, anche decine di migliaia di cittadini degli Stati Uniti finirono spediti oltre il confine. In questi mesi l’ex deputato per la California, Esteban Torres, ha raccontato più di una volta come un giorno presero suo padre, che lavorava come minatore in Arizona, senza preavviso e senza basi legali. Torres non lo rivide mai più. Un terzo delle persone coinvolte nelle operazioni di espulsione di massa di quegli anni, secondo molti storici che le hanno studiate, erano cittadini degli Stati Uniti. Ma che vuoi fare, “un messicano è un messicano” a prescindere. Molti altri vennero espulsi senza rispettare alcuna procedura legale.