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Il marzo infinito e la sinistra perduta

Giornate difficili in Francia. La mattina del 18 maggio, per esempio, – 79 marzo secondo il calendario del movimento Nuit Debout che parte dal 31 marzo, giorno della prima permanenza in Place de la République di un gruppo di persone che si oppongono alla legge sul lavoro -, la piazza è stata occupata da una manifestazione della polizia organizzata dal sindacato di destra (Alliance) per protestare contro la “haine anti-flic”, l’odio contro la polizia, che sta crescendo in tutto il paese. A sorpresa, la visita di Marion Maréchal Le Pen. La piazza è transennata, presidiata, la stazione della metro chiusa, l’accesso vietato. Ottima scelta! Ovviamente una contro-manifestazione si è tenuta a poca distanza, verso il Canal Saint Martin dove una volante con due poliziotti all’interno è stata presa d’assalto e poi incendiata. Poi, come ogni giorno, si è messo a diluviare (anche la meteo sembra essersi adattata al nuovo calendario) e varie persone sono state arrestate. Dopo la manifestazione della polizia, la piazza è stata riaperta e verso le cinque Nuit Debout era di nuovo debout, in piedi. Il clima sociale sta peggiorando di giorno in giorno. Le manifestazioni ormai sono uno scontro frontale tra due visioni sempre più distanti del modo di gestire il dissenso. L’uso strumentale dello stato d’emergenza sta mostrando i suoi aspetti deleteri. I Crs sono sempre più armati e numerosi, i manifestanti, o almeno una parte di essi, si armano a loro volta per difesa (maschere antigas, bastoni, protezioni per gli occhi in caso di uso – sempre più frequente – dei gas lacrimogeni).
Questi i fatti. Ma cosa si nasconde dietro questo conflitto crescente? È difficile rispondere a questa domanda, anche per i francesi. La Francia ha un estremo bisogno di riforme, eppure la strada per intraprenderle non poteva essere più sbagliata. Ripercorro gli ultimi mesi e non riesco a non pensare che esista un legame tra la tensione crescente e gli attentati. Ci sono due modi per gestire la paura: negarla, allontanarla, soffocarla, oppure guardarla negli occhi e affrontarla. Il governo ha scelto la prima soluzione, senza tuttavia disporre dell’autorevolezza politica necessaria. La sinistra che si mette a fare il gioco della destra si suicida, lasciando soli i suoi elettori. E così la gente sta cercando altro; altre forme di rappresentanza politica, di gestione della democrazia, dell’economia, degli spazi pubblici, della città… Da due mesi non si parla d’altro a Place de la République. Ognuno lo fa a modo suo, scegliendo a quale commissione partecipare, a quale corteo andare, a quale manifestazione partecipare. Ognuno combatte contro il senso di impotenza che la paura ha generato. Ed è questo che, a mio avviso, la polizia ha l’ordine di reprimere. Perché quando le persone si mettono in movimento, escono dalla passività, si incontrano, discutono, si riuniscono, si impegnano, agiscono, diventano una forza dirompente, incontrollabile, che nessun partito, nessun sindacato, nessuna polizia è più in grado di controllare.
È con questo pensiero che osservo ragazzi e ragazze rimontare ogni pomeriggio le tende antipioggia, preparare da mangiare, fare i turni all’infermeria e alla radio, le persone più anziane prendere la parola, ascoltare, chiacchierare, dare consigli. Gli incidenti capitano quando a queste persone non viene data l’opportunità di esprimersi, organizzarsi, mobilitarsi. Non basta più firmare petizioni online, bisogna scendere in piazza. A quanto pare molti francesi lo hanno capito.

Bob Dylan compie 75 anni. Buon compleanno, eterno contestatore

«Quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare “uomo”?» (Blowin in the wind, 1963). Lui di strade ne ha percorse parecchie. Chitarra, tastiera e armonica a bocca. In decenni di carriera si è fatto chiamare Elston Gunnn, Blind Boy Grunt, Lucky Wilbury/Boo Wilbury, Elmer Johnson, Sergei Petrov, Jack Frost, Jack Fate, Willow Scarlet, Robert Milkwood Thomas, Tedham Porterhouse. Oggi compie 75 anni, una vita nel segno del continuo cambiamento. Contestatore impeccabile, innanzitutto di se stesso.

“Blowin’ in the wind”, deve in parte la sua melodia a “No More Auction Block”,
la canzone tradizionale degli schiavi

Robert Allen Zimmerman è nato il 24 maggio di 75 anni fa a Duluth, in Minnesota. Cantautore, compositore, poeta, scrittore. Ma anche attore, pittore e scultore. Più volte candidato per il Premio Nobel per la Letteratura ed è stato insignito del premio Pulitzer alla carriera nel 2008. È la scrittura delle canzoni a essere generalmente considerata il suo più grande contributo. Con le sue canzoni ha saldato storia e letteratura con la musica country, blues, gospel, rock and roll, rockabilly, jazz,swing e Spiritual.

DYLAN

A lui si deve più d’un primato: l’ideazione del folk-rock, con Bringing It All Back Home (1965); il primo singolo di successo con una durata non commerciale con Like a Rolling Stone, oltre 6 minuti (1965) e il primo album doppio della storia del rock con Blonde on Blonde (1966).  Per la rivista Rolling Stone è il secondo nella lista dei 100 miglior artisti, secondo solo ai Beatles, e il più grande cantautore di tutti i tempi.In tour con una formazione cangiante, con lui hanno suonato Joan Baez, George Harrison, The Grateful Dead, Johnny Cash, Paul Simon, Eric Clapton, Patti Smith, Bruce Springsteen, U2, The Rolling Stones, Joni Mitchell, Neil Young, Van Morrison, Ringo Starr, Mark Knopfler, Stevie Ray Vaughan, Carlos Santana, The Byrds.

Per qualcuno, il video promozionale del brano “Subterranean Homesick Blues” (1965) 
è il primo videoclip della storia

Minneapolis. Dal Rock’n’roll al folk
Nel suo sangue scorrono le origini turche dei nonni paterni, emigrati da Odessa in fuga dai pogrom antisemiti del 1905, e quello ebreo lituano di nonni materni, anch’essi emigratii negli States. Nasce a Duluth ma cresce a Hibbing, nel Minnesota. Qui ascolta blues, country e rock’n’roll alla radio, e forma le sue prime band al tempo della scuola: The Shadow Blasters, The Golden Chords. E si esibisce in due concerti con Bobby Vee suonando il pianoforte. Robert si iscrive alla University of Minnesota Twin City e si trasferisce a Minneapolis.

Bob Dylan ritratto da Richard Avedon, New York 1965.
Bob Dylan ritratto da Richard Avedon, New York 1965.

Il rock and roll lascia il posto al folk. Galeotta fu Odetta che, racconta Dylan, una volta ascoltata, lo convinse a dar via la chitarra elettrica e l’amplificatore per comprare una Gibson acustica. «Sapevo bene, quando mi sono dedicato alla musica folk, che si trattava di una cosa molto più seria… C’è più vita reale in una sola frase di queste canzoni di quanta ce ne fosse in tutti i temi del rock’n’roll». In quei giorni, Zimmerman abbandona il college. E comincia a presentarsi come Bob Dylan.

Bob Dylan con Joan Baez

New York. I primi contratti e le canzoni di protesta
È al suo idolo Woody Guthrie che si deve il trasferimento di Dylan nella Grande mela, per una visita al New Jersey Hospital dove Guthrie è ricoverato. A New York City, Dylan suona per club finché attira una recensione positiva sul New York Times e viene notato dal talent scout della Columbia Records, John Hammond, che lo scrittura per il suo primo disco: Bob Dylan è una raccolta di canzoni della tradizione folk, blues e gospel, con due inediti di Dylan. L’album vende solamente 5mila copie nel primo anno, abbastanza per pagare appena le spese.

Bob Dylan performing on TV show, BBC TV Centre

Non stracciarono il suo contratto, a difenderlo si alleò anche Johnny Cash. Nel ’62 cambia nome all’anagrafe (in Robert Dylan) e cambia manager assumendo Albert Grossman uno che, scherza Dylan, «sapevi che stava arrivando dal profumo», dice Dylan nel documentario No Direction Home: Bob Dylan. Il secondo album, The Freewheelin’ Bob Dylan (1963) è l’inizio della sua fama da autore di canzoni di protesta. Molti artisti, tra cui The Byrds, decidono di incidere sue canzoni, portandole a un rinnovato successo. In poco tempo,insieme a Joan Baez, diventa un punto di riferimento per il movimento per i diritti civili.

Seal & Jeff Beck in una delle tante versioni di “Like A Rolling Stone”

Da leader folk a rockstar
Ma è un uomo dalla “claustrofobia” facile, Dylan. Non è ancora finito il 1963 che già si sente imprigionato dal movimento folk e di protesta. Un anno dopo, in una sera soltanto, registra Another Side of Bob Dylan dove sfotte se stesso e torna agli esordi rock and roll. Da leader del movimento folk diventa una rock star: il guardaroba di Carnaby Street prende il posto dei blue jeans usurati e delle camicie da lavoro.
Con Bringing It All Back Home (1965) arrivano anche gli strumenti elettrici, l’influenza di Chuck Berry e la poesia beat. Per il nuovo Dylan è ora di salpare verso l’Inghilterra. La rocambolesca esibizione di quell’estate al Newport Folk Festival, dove viene pesantemente fischiato, è la molla che lo porta in studio per registrare Positively 4th Street, capolavoro di paranoia e vendetta. La collisione s’è fatta guerra, il movimento folk per Dylan è morto e sepolto. Adesso è il momento di scalare le classifiche. E il momento arriva con il singolo “Like a Rolling Stone”, (secondo negli Usa e quarto in Uk): inno contro l’ipocrisia del benessere sociale.

Continuare è impossibile, la carriera di Dylan è un fiume in piena, un incessante susseguirsi di successi e cadute di stile, concerti e leggende misteriose, di conversioni religiose. Fino a giungere ad oggi: Fallen Angels, 37esimo album in studio in cui rilegge dodici classici del canzoniere Usa e della storia della musica.

I democratici ascoltano Sanders: anche suoi rappresentanti scriveranno il programma

Mentre Hillary Clinton e Donald Trump la buttano sul sesso, Bernie Sanders ottiene un primo risultato con la sua candidatura alle primarie: ovvero dare voce a quelle parti del partito democratico che normalmente ne hanno appena.

Quelli che saranno i candidati alla Casa Bianca a meno di terremoti in California – sempre possibili, ma improbabili: Hillary ha un vantaggio di 10 punti nei sondaggi – duellano sul rispetto nei confronti delle donne, con Clinton che rilancia una serie di gaffe e uscite fuori luogo del miliardario newyorchese e questi che rilancia tirando fuori un video in cui due donne accusano l’ex presidente Bill di un tentativo di stupro. Il tema per entrambi è il voto delle donne: da un lato convincerle che il candidato repubblicano (e il partito più in generale) sono arretrati, non hanno a cuore una serie di bisogni e diritti e hanno una concezione volgare e maschilista delle donne, dall’altra l’uso di vecchi scandali per colpire il “falso femminismo” di Hillary. Uno scontro appena cominciato, che avrà mille tappe e un’unica certezza: essendo uno dei due rivali Donald Trump sarà duro, rumoroso e volgare.

Per combatterlo, i democratici, sembrano aver capito di quanto avranno bisogno di Bernie Sanders (e Obama) per portare ai seggi segmenti di elettori che potrebbero restare a casa. Il Democratic National Commitee (DNC) e le due campagne hanno infatti concordato su un ruolo cruciale di alcune persone nominate da Bernie nella scrittura della piattaforma programmatica che la convention approverà. Le figure scelte danno un segnale molto chiaro sui temi sui quali Sanders punta a influenzare il programma democratico: ambiente e lobby petrolifera, Medio Oriente e rapporti con Israele (questa Israele) e poi dare una voce alle istanze più radicali degli afroamericani. Tra le persone nominate dalla campagna del senatore del Vermont ci sono infatti James Zogby, che all’interno del partito democratico è una voce importante in favore dei diritti dei palestinesi, Bill McKibben, fondatore di 350.org e leader del movimento che negli Usa si batte contro l’industria degli idrocarburi e Cornell West, intellettuale liberal e nero tra i più radicali e “rumorosi” (e duri con l’amministrazione Obama). Sarebbe divertente poter osservare le riunioni in cui il focoso West farà le sue proposte.

L’aver ottenuto questi spazi, per Sanders è un successo. Ed è anche un segnale che il partito si rende conto che c’è una spaccatura nella base e che per ricomporla occorre portare nella convention le idee che il senatore incarna e rappresenta. Normalmente il comitato che scrive la piattaforma è di nomina del leader del DNC, mentre stavolta le due campagne hanno potuto nominare i loro rappresentanti e il partito ha tenuto per sé solo 4 posti. Dopo le tensioni in Nevada, i toni sembrano pian piano tornare alla normalità: Sanders sta facendo la campagna elettorale in California usando toni meno duri nei confronti di Clinton e citando soprattutto la sua difficoltà a far diventare la sua candidatura un candidato vincente: la notizia del sorpasso di Trump nei sondaggi è un po’ esagerata, ma certo clamorosa. L’argomento di Sanders è però giusto: il sondaggio Washington Post/Abc, l’ultimo importante, registra soprattutto come la maggioranza degli elettori è insoddisfatta dei due candidati. Il voto americano di novembre, a meno di un’iniezione di idealismo – che Sanders e Obama potrebbero portare – rischia di essere un referendum su chi, tra Clinton e Trump, piace di meno.

24 maggio 2016 | Il caffé di Corradino Mineo

Le notizie del giorno commentate dal direttore di Left Corradino Mineo, da ascoltare calde al mattino mentre si beve il caffè.

Idomeni, sgombero dei profughi con 400 poliziotti

All’alba, e con i giornalisti tenuti a tre km di distanza, è iniziato lo sgombero del campo dei migranti di Idomeni, il campo della vergogna al confine tra la Grecia e la Macedonia. L’ultima fermata del viaggio della speranza per migliaia e migliaia di siriani, soprattutto, fuggiti dalla guerra. Per loro l’Europa è diventata un sogno dopo che è stato deciso di chiudere le frontiere. I circa novemila profughi ammassati in quella che era una stazione abbandonata verranno inviati in due campi ad Atene e a Salonicco. Quindi l’Europa del Nord si allontanerà sempre di più. Circa 400 poliziotti in tenuta antisommossa stanno provvedendo all’operazione che durerà alcuni giorni. Il portavoce del governo greco sui rifugiati Giorgos Kyritsis ha detto che la polizia non avrebbe usato la forza. Ma il fatto che i giornalisti siano stati fermati ad un posto di blocco lontano dal campo non è una buona notizia.
La stragrande maggioranza dei profughi di Idomeni è costituita da famiglie con donne e bambini che provengono dalla Siria devastata dalla guerra che cercano di ricongiungersi a familiari già all’interno dei confini europei, ma ci sono migranti che arrivano anche da Afghanistan e Iraq.

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Sono oltre 50mila i profughi rimasti intrappolati in Grecia dopo la chiusura delle frontiere. Da Idomeni i profughi negli ultimi mesi avevano cercato invano di passare il confine. Un mese fa sono stati usati anche i lacrimogeni (qui) contro chi cercava di scappare, aiutato dagli attivisti che sono accorsi per aiutare i profughi fermi nella tendopoli. Una condizione di vita insostenibile, quella dei profughi. Tende, bracieri di fortuna, fumo, e mancanza di igiene: così vivevano ammassati le migliaia di migranti di Idomeni.

L’accordo tra Ue e Turchia ha provocato «una esternalizzazione ai confini dell’accoglienza di profughi che ci provocherà sempre più problemi», ha detto questa mattina ai microfoni di Radio3, Loris De Filippi, responsabile italiano di Medici senza frontiere che ha duramente criticato la politica europea. Proprio da Idomeni, i volontari di Msf rendono noto che lo sgombero si sta svolgendo in maniera tranquilla: le persone vengono caricate sugli autobus senza tensioni.
Intanto Amnesty fa sapere che il 20 maggio «un richiedente asilo siriano che era giunto sull’isola greca di Lesbo e aveva fatto domanda d’asilo dopo la firma dell’accordo tra Unione europea e Turchia, ha vinto un ricorso in appello contro la decisione di rimandarlo in Turchi». La motivazione è che «la Turchia non può essere considerata un paese sicuro perché non fornisce ai rifugiati la piena protezione prevista dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato né garantisce l’attuazione del principio di non respingimento». Secondo Amnesty altri 100 ricorsi simili sono all’esame dell’organo d’appello.

Città al voto, chi sono i candidati a sinistra? E cosa ne pensano i cittadini?

Il 5 giugno si vota in 1342 Comuni, di cui 25 capoluoghi di provincia. Sono: Cosenza, Crotone, Benevento, Caserta, Napoli, Salerno, Bologna, Ravenna, Rimini, Pordenone, Trieste, Latina, Roma, Savona, Milano, Varese, Isernia, Novara, Torino, Brindisi, Cagliari, Carbonia, Olbia, Villacidro, Grosseto. Abbiamo realizzato per voi una mappa della sinistra al voto per fare un punto sui candidati nelle principali città italiane e un video-reportage nel quale, in quattro tappe, abbiamo incontrato i cittadini di Bologna, Milano, Napoli e Roma per sapere cosa si aspettano da queste elezioni e cosa dovrebbe fare il nuovo sindaco una volta eletto

Falcone: la commemorazione migliore ha gli occhi degli immigrati di Ballarò

C’è un Paese con le fasce tricolori che inaugura vie, sale e monumenti. C’è un Paese per cui Giovanni Falcone è una tappa commemorativa obbligatoria tutti gli anni, come al Monopoli ogni volta che si passa dal via e si ritirano le ventimila lire. Parole e impegno che durano il tempo delle riprese dei telegiornali e poi si spandono in un effluvio di comunicati stampa tutti uguali, tutti gli anni, ogni anno.

Poi c’è una di quelle storie che ti viene da pensare che forse, a Falcone e Borsellino, avrebbero acceso un sorriso dello stesso sapore di quella foto di loro due che sorridono e che rimbalza dappertutto. Quando ridono, Falcone e Borsellino, hanno il sorriso luminosissimo di chi prende terribilmente sul serio il proprio mestiere: quel sorriso lì che fa il giro di tutta la faccia.

E l’alba di Ballarò, quartiere storico e maledetto di una Palermo impigliata tra i denti della mafia, ieri è stata un’alba da incorniciare, da farne un libro di storia: una decina di arresti tra gli esattori del pizzo nel quartiere. Soldatini prepotenti e scontati di una mafia che succhia la fragilità degli altri per farne sostentamento economico. In più le vittime questa volta non sono nemmeno italiane: commercianti arrivati dal Bangladesh che subiscono la violenza mafiosa con una punta di razzismo. Figurati se si ribellano ‘sti negri, avranno pensato questi quattro picciotti sgarrupati che vivono come zecche sulle schiene del lavoro degli altri.

E invece loro, “i negri”, si sono ribellati. E non solo: hanno denunciato. Con l’aiuto dei ragazzi di Addiopizzo hanno imparato in fretta le regole, le leggi, i diritti e i doveri.
E si sono presi il diritto di esercitare il dovere denunciare. Una rivoluzione. Mosche bianche, seppur dal Bangladesh. E mentre gli uomini della Squadra Mobile arrestavano i taglieggiatori nel blitz di primo mattino il quartiere ha scoperto che fidarsi dello Stato funziona.

Ieri a Ballarò i fragili per una volta hanno vinto sui prepotenti.
E i fragili hanno mostrato di essere fortissimi, più forti dei tanti “mimetizzati” che tacciono per non avere problemi. I perdenti per vocazione hanno sconfitto gli uomini d’onore e lo Stato ha fatto la sua parte. Chissà come ha sorriso, Falcone.

Buon martedì.

Lo scampato pericolo in Austria ennesimo segnale di un’Europa politica in crisi

Alla fine in Austria ha vinto l’ambientalista indipendente Sacha Van der Bellen: aveva bisogno del 60,3% dei voti postali per rimontare lo svantaggio rimediato alle urne. E ce l’ha fatta. È un’ottima notizia, ma il dato del voto austriaco resta inquietante: la metà esatta, meno qualche migliaio, di elettori di un Paese europeo, che non ha conosciuto crisi clamorose, che non è in preda a un’invasione e dove si vive bene – nel senso che il Paese resta ricco e ben organizzato – vota un candidato dell’estrema destra nazionalista.

Già, perché Hofer non è un candidato conservatore qualsiasi. La sua campagna elettorale era centrata sul pericolo invasione (di rifugiati siriani), su questo ha cercato voti. Tra le cose dette dal candidato del FPO c’è l’idea di espellere i musulmani, c’è un commento sull’aumento della diffusione delle armi in Austria, come «conseguenza naturale» dell’aumento dell’immigrazione. Lo stesso ingegnere ed ex guardia di frontiera, ha fatto campagna elettorale girando il Paese armato (c’è una foto sui suoi social, oggi sparita, nella quale lo si vede sparare assieme alla sua famiglia). E la promessa di presentarsi assieme al cancelliere ai vertici europei – oggi il presidente ha un ruolo istituzionale e poco politico – era un brutto segnale dell’idea di democrazia di Hofer: ho il mandato popolare e me ne infischio dei poteri attribuitimi dall’ordine costituzionale.

Un tema caro a Hofer riguarda da vicino l’Italia e non ha a che vedere con la chiusura del Brennero per fermare i flussi di immigrati: durante un comizio del 2015, il leader della destra nazionale austriaca si è detto a favore del ritorno del territorio dell’Alto Adige all’Austria o, almeno, alla necessità di concedere la doppia nazionalità ai cittadini italiani della provincia di Bolzano. Il valore simbolico di una sua elezione sarebbe stato enorme (in negativo).

Il risultato austriaco evidenza un’ulteriore spaccatura: quella tra centro e periferie, tra città, dove i fenomeni sociali sono più intensi ma le diversità già note da tempo, e le zone più remote e isolate, dove la paura aumenta alimentata da vecchi conservatorismi e paure del mondo che cambia (persino il voto per Trump nelle primarie repubblicane ricorda un po’ questa tendenza). La mappa qui sotto ne è una rappresentazione plastica: per Hofer hanno votato tutte le campagne, per Van der Bellen Vienna e le altre aree urbane (l’immagine è relativa ai voti espressi ai seggi, con il voto postale le zone verdi diventano più  verdi).

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Il fatto che in un Paese come l’Austria la metà della popolazione abbia votato l’estrema destra resta un segnale inquietante ed evidenzia, una volta di più, come lo status quo politico europeo stia andando in pezzi. Del resto, anche il vincitore della corsa all’ultimo voto (3mila la differenza esatta) è un outsider. L’anno prossimo si vota in Olanda e in Francia, due Paesi dove l’estrema destra è molto ben posizionata per ottenere risultati clamorosi – in Francia, un particolar modo.

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Il vento populista e nazionale che soffia in Europa è ben riassunto in una infografica pubblicata dal New York Times che sta facendo il giro della rete. I dati sono quelli che abbiamo collocato sulla mappa europea qui sopra: non tutti i partiti sono uguali, i quasi nazisti di Jobbik e dell’SNS Ceco e non sono come la destra francese e men che meno somigliano all’Ukip britannico, alcuni hanno ascendenze fasciste, altri sono nazionalisti, non vogliono immigrati ma sono antifascisti a parole (chi non ricorda le tirate sulla resistenza di Umberto Bossi, la cui Lega?). Insomma, anche la mappa della destra europea è frastagliata, unita solo e soprattutto dalla avversione all’accoglienza dei rifugiati e dall’odio verso Bruxelles. Anche nei Paesi dove la crisi economica non è arrivata in maniera così feroce o dove non si è posto il problema di accogliere rifugiati (la Polonia, ad esempio).  Le due crisi di questi anni – dei rifugiati ed economica – hanno alimentato un clima brutto e pericoloso in Europa e le elezioni austriache, che pure sono finite bene, sono qui a ricordarcelo.


Leggi anche:

Chi è Sacha Van der Bellen, il nuovo presidente austriaco

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Sulla rotta dei migranti (seconda puntata)

Centro di accoglienza, isola di Leros. © Filippo Luini

Sono 7 i fotografi italiani che Fondazione Fotografia Modena ha inviato in Grecia per documentare l’emergenza migranti. Questa è la seconda tappa del nostro viaggio con loro nella penisola ellenica, siamo stati a Idomeni con Simone Mizzotti e sull’isola di Leros con Filippo Luini.

 

Un’altalena a Idomeni

Asinet, bambina siriana di 7 anni, Idomeni © Simone Mizzotti Asinet, 7 anni, scappata dalla Siria. Hanno costruito un'altalena con i pochi mezzi a disposizione per poter offrire a lei e agli altri bambini del campo qualche momento di gioco e spensieratezza.
Asinet, bambina siriana di 7 anni, Idomeni © Simone Mizzotti
Asinet, 7 anni, scappata dalla Siria.
Hanno costruito un’altalena con i pochi mezzi a disposizione per poter offrire a lei e agli altri bambini del campo qualche momento di gioco e spensieratezza.

Asinet ha 7 anni e viene dalla Siria, è fuggita dal Paese assieme alla sua famiglia quando la guerra civile era già iniziata da qualche anno e le bombe si erano fatte sempre più frequenti. L’abbiamo trovata così intenta a dondolarsi su un’altalena costruita con mezzi di fortuna all’interno del campo profughi. È opera di alcuni rifugiati del campo che hanno pensato di ingegnarsi e recuperare qualche pezzo di legno e una corda per far giocare i loro figli. Trovare qualche ora di spensieratezza e giocare sono cose rare, ma per un bambino sono vitali quasi quanto il pane.

 

A Leros il centro di accoglienza di “mamma” Mattina

Centro di accoglienza, isola di Leros. © Filippo Luini
Centro di accoglienza, isola di Leros. © Filippo Luini

«Sull’isola di Leros passato e presente si incontrano» racconta Filippo Luini «una ex caserma costruita negli anni 20 dall’esercito italiano durante l’occupazione del Dodecaneso ora è diventata un centro di accoglienza. Qui vivono più di cento rifugiati provenienti da Siria, Iraq, Afghanistan e Pakistan. L’edificio si chiama “Pipka” ed è gestito da alcune ONG locali e straniere. È operativo dal 1 gennaio ed è un esempio virtuoso di gestione del problema dei richiedenti asilo. Durante il giorno i rifugiati sono liberi di uscire e possono decidere di passeggiare nelle strade della città, svolgere attività sportive o passare qualche ora in riva al mare. L’anima del progetto è una greca di nome Mattina, che tutti chiamano “Mamma Mattina”».


7 fotografi in grecia prima puntata

Leggi qui la prima tappa del viaggio.

Left è media partner di questo progetto realizzato da Fondazione Fotografia Modena.

Resistenza, partigiani e classe politica: una storia travagliata

Settant’anni dopo la nascita della Repubblica, si continua a litigare sulla Resistenza e i partigiani. La polemica nata dalle parole del ministro Boschi intervistata da Lucia Annunziata sui “veri partigiani” dell’Anpi che votano sì al referendum costituzionale, è solo l’ultimo episodio di un rapporto, quello della classe politica con la Resistenza, che non è mai stato del tutto all’insegna della pacificazione.
Ripercorriamo un po’ la storia. La prima miccia si accese addirittura ancora prima della stesura della Costituzione. Era il 22 giugno 1946, pochi giorni dopo il referendum del 2 giugno. Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista e ministro della Giustizia, scrisse di suo pugno quell’amnistia che avrebbe impedito a migliaia di criminali fascisti di entrare in carcere. Mimmo Franzinelli nel libro L’amnistia Togliatti (Mondadori 2006) racconta come quello che doveva essere un atto pacificatore, in realtà si trasformò in un atto di profonda ingiustizia, lasciando strascichi pesanti negli anni a venire. Furono amnistiati 5082 persone: 153 partigiani, 802 vari e 4127 fascisti. Un gruppo di partigiani contestò duramente il provvedimento di Togliatti: fu la rivolta di Santa Libera. Come ha raccontato Pino Tripodi autore del libro Per sempre partigiano (Deriveapprodi 2016) a Raffaele Lupoli in un articolo su Left del 16 aprile scorso, «i ribelli di Santa Libera non accettano che gli ideali della Resistenza rimangano parole vuote, che i padroni riprendano a governare, che le organizzazioni dei lavoratori facciano le belle statuine. Tolto dai piedi il fascismo, desiderano cambiamenti sociali radicali, riconoscimento pieno dei diritti dei partigiani. Si vedono invece messi ai margini».

Ma la Resistenza è indigesta anche negli anni successivi, quelli della guerra fredda. C’è da dire che metà Italia non aveva vissuto la lotta partita dal basso, né la guerra civile, come ben la definì Claudio Pavone nel suo libro fondamentale (Una guerra civile, Boringhieri, 1991). L’Italia del Sud, a parte Napoli che si era ribellata nelle famose “quattro giornate” (narrate nel bel film di Nanni Loy), era stata liberata dalle truppe alleate. Non c’era stata quindi la partecipazione attiva dei cittadini né tantomeno la popolazione aveva vissuto la violenza dello scontro tra repubblichini e partigiani. Finita la guerra poi non ci fu alcuna cesura nella burocrazia statale e nella magistratura. Le stesse persone continuarono ad assumere i ruoli che avevano durante il ventennio. Una ferita che ha pesato per decenni e che forse ha bloccato una seria riflessione su cosa sia stato il Ventennio. I massacri perpetrati dal regime fascista in Etiopia e nelle colonie, per esempio, sono venuti alla luce solo pochi decenni fa.

La Resistenza dunque negli anni della guerra fredda era negata. Anche perché veniva legata al partito comunista e quindi veniva rimossa dalla ufficialità della Repubblica come ricorda Guido Crainz in Autobiografia di una Repubblica (Donzelli, 2009). Insomma, erano passati solo dieci anni dalla Liberazione, ma nei nuovi media di Stato non se ne parlava affatto, tantomeno nelle scuole, dove i libri di storia arrivavano fino alla prima guerra mondiale. Racconta Crainz che soltanto con il governo Tambroni nel 1960 e l’intensificarsi dell’attivismo del Movimento sociale italiano, si arriva alla rinascita del valore politico della Resistenza. Anche se talvolta prevarrà una celebrazione retorica che non contribuirà a un serio dibattito su ciò che veramente è stata la guerra di Liberazione. Dagli anni 80 in poi si assiste ad un rallentamento dell’interesse storiografico sulla Resistenza e questa non compare nel discorso pubblico.

Si arriva così al 10 maggio 1996 quando Luciano Violante, proveniente dal Pci, nel suo discorso di insediamento come presidente della  Camera, pronunciò quella famosa frase sulla ricerca di una memoria condivisa «perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà». Di memoria condivisa parlò anche Gianfranco Fini proveniente dalle fila dell’ex Movimento sociale, alcuni anni più tardi, anche lui come presidente della Camera dei deputati.
La frase di Violante sul tentativo di capire le “ragioni dei vinti” suscitò molte polemiche. Rinfocolate poi dal primo libro di Gianpaolo Pansa, Il sangue dei vinti, uscito nel 2003. Ecco dunque aprirsi un’altra ferita e un fiume di polemiche invase i giornali per alcuni anni, anche perché Pansa continuò a pubblicare libri in cui tra ricostruzione storica e narrazione romanzesca continuava a indagare sulle morti attribuite ai partigiani dopo la fine della guerra. Giorgio Bocca, altro grande giornalista e partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà, del Sangue dei vinti aveva detto che era «una vergognosa operazione opportunista», continuando per anni un polemica a distanza con il collega piemontese. Fatto sta che l’operazione condotta da Gianpaolo Pansa non era caduta nel vuoto, anche perché quelli sono gli anni del governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Il quale decide di presenziare ad un 25 aprile per la prima volta soltanto nel 2009, quando si recò ad Onna, il paese dell’Abruzzo distrutto dal sisma. Ma è meglio chiamare la festa della liberazione, festa della libertà, disse allora il premier di Forza Italia sottolineando anche la necessità di rispetto per tutti i combattenti, compresi i repubblichini che erano “dalla parte sbagliata”.

Infine, eccoci alle polemiche dei giorni nostri. Oltre al ministro Boschi ieri si è aggiunta anche Giorgia Meloni che, nel caso diventasse sindaco di Roma, ha annunciato, vuole intitolare una via a Giorgio Almirante, leader del Msi, definendolo «un patriota che credeva nella democrazia e nell’onestà». Peccato che avesse collaborato alla “Difesa della razza” nel 1938  che aprì la strada alle deportazioni degli ebrei, replicano la leader della comunità ebraica di Roma e il presidente romano dell’Anpi.  Come si vede, la Resistenza non è mai stata un patrimonio collettivo.