Home Blog Pagina 1173

C’è una palestra per la stagione estiva: il referendum

Chissà che forma ha il muscolo della politica. Se davvero non l’abbiamo completamente perso, ingoiato dal fegato e dalla pancia, masticato da una campagna elettorale che per ora galleggia a Roma tra errori da azzeccagarbugli (Sinistra Italiana, come fu per Sel con Claudio Fava, un perseverare diabolico) e Marchini che dice che non sposerà i gay; a Milano dove i manager si sfidano a colpi di dichiarazioni dei redditi aggiustate; a Napoli con la Valente che inorridisce per le parolacce di De Magistris e intanto premia con un posto in lista gli inquinatori delle sue primarie e poi dappertutto i soliti cartelloni sui campi rom, la sicurezza per tutti e il noioso neofascismo alla carbonara. Chissà se davvero c’è rimasta ancora qualche antenna funzionante, dico, per la politica.

Ogni tanto provo a immaginare cosa succederebbe se da domani, per decreto, non si potesse più riportare su giornali e web le sparate della politica. Una sorta di sciopero della superficialità: cosa rimarrebbe di queste ultime settimane? Come si metterebbe con l’astensionismo? Di cosa vivrebbero interi pezzi di partiti che prosperano sulle dichiarazioni acchiappaclic che ci compaiono nei box riservati ai gattini e agli ops di mutande intraviste in televisione?

Ecco perché il referendum è un’occasione sana, gratuita e con risultati certi: perché se non si cade nella tentazione di farne una battaglia pro o contro Renzi (che è quello che Renzi vorrebbe) ci regala mesi per riflettere sui delicati equilibri che stanno tra la rappresentanza democratica e i meccanismi di governo; ci permette di discutere del peso reale dei poteri dell’esecutivo e del Parlamento; ci costringe a riflettere su un superamento del bicameralismo perfetto con la delicatezza però di chi vuole preservare i criteri democratici di selezione dei rappresentanti; ci propone l’occasione di una rilettura (o forse di una prima lettura, per molti) di una Costituzione che è figlia di un Paese in bilico tra mestieranti del consenso, imbonitori e appassionati costruttori di diritti; ripropone la bellezza di scorgere nelle leggi le opportunità per cui sono state pensate e scritte e soprattutto rischia di rendere terribilmente pop il tornare alla politica.

È l’apertura gratuita della palestra di cittadinanza per tutta la stagione estiva, il referendum, una vacanza costituzionale e ri-costituente che rischia davvero di riportarci ai contenuti. E allora chissà che non torni ad allungarsi e tonificarsi anche il muscolo della politica, in qualsiasi angolo sia, per un Paese che impari a fare proposte, oltre che proteste. Pensa che estate indimenticabile.

Buon mercoledì.

Al via Cannes con Allen, Spielberg, Loach. E Pericle il nero di Mordini

L’11 maggio si alza il sipario del 69° Festival di Cannes che si concluderà il 22 maggio. In realtà sulla kermesse i riflettori sono già accesi da tempo, i chiaroscuri non mancano e qualche scintilla ha elettrizzato l’aria. Il gioco dei titoli papabili è andato avanti così per mesi, fino a quando il presidente Pierre Lescure e il direttore artistico Thierry Fremaux hanno dato l’annuncio ufficiale e si è capito che quest’anno non vi sarebbero stati film italiani in concorso. Il produttore Riccardo Tozzi ha detto che in concorso vanno solo i beniamini di Cannes ovvero Moretti, Garrone e Sorrentino; qualcuno ha alzato il patrio orgoglio, per lo stato di grazia del cinema nazionale, dopo il successo di Lo chiamavano Jeeg robot, Perfetti sconosciuti e Veloce come il vento; qualcun altro, più pragmaticamente, ha sottolineato l’importanza delle relazioni e degli accordi commerciali. Non sono mancati, come sempre, giudizi perentori sulla mostra: troppo eccentrica, autoriale e terzomondista; troppo francese ( 4 titoli più alcune coproduzioni); troppo ritagliata sui gusti del direttore; troppo compiacente verso gli Usa; troppo glamour e glittering (l’anno scorso era il contrario); troppo colpevole di aver ignorato cinematografie importanti come quella cinese, messicana e araba; troppo conservatrice perché ignora il documentario; troppo esigua la presenza femminile nel concorso, anche se quest’anno le registe sono tre, mentre la rappresentanza generale è circa il 20 per cento.
Premesso che bisognerebbe indagare approfonditamente lo stato di salute del cinema nazionale, botteghino a parte, va detto che i selezionatori di Cannes da anni forgiano un festival, da cui emerge il miglior cinema europeo e internazionale. La giuria 2016, presieduta da George Miller, è indipendente, ed i film in gara certamente hanno il pregio così come è accaduto tante volte, si pensi a 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni del rumeno Mungiu, Palma nel 2007, o al complesso Lo zio Boonmee del tailandese Weerasethakul, Palma nel 2010), ma nella selezione i film, oltre a vantare propri meriti, possono offrire il valore aggiunto di co-produzioni importanti. Il cinema è un’industria. Tuttavia un film è prima di tutto un oggetto estetico, con un’identità, uno stile, una ricerca formale, quando non vuole essere mero passatempo domenicale o narcotizzante.  Il film è ricerca, pensiero visivo che produce senso, emozioni, suscita interrogativi. È lo sguardo di un regista, il mondo che intercetta e i suoi conflitti meno evidenti, le pieghe della storia, il movimento segreto di un personaggio. E questo Cannes continua a proporlo. Non c’è un sentimento anti-italiano, anche se il riferimento di Fremaux all’Italia nello splendido manifesto di quest’anno – Villa Malaparte nel film Le mépris di Godard – sa di ironico contentino. Nella sezione Un certain regard sarà presentato il film di Stefano Mordini, Pericle il nero, protagonista Scamarcio, tratto dal libro di Ferrandino. Ambientato nel mondo della camorra, con la sua intrigante geografia espansa dal Sud dell’Italia al Belgio fino a Calais, ha tutti i numeri di un polar melvilliano elegante e rigoroso. La Quinzaine des Réalisateurs, manifestazione parallela diretta da Édouard Waintrop, antagonista del concorso ufficiale propone tra gli altri i film di Virzì (La pazza gioia), Giovannesi (Fiore) e Bellocchio (Fai bei sogni).

Prendiamoci il buono dell’Europa unita, augurandoci che nessuno alzi muri, pensando, fuori da provincialismi, che ci sia un cinema autonomo, sovranazionale, interculturale, denso, libero gioco dell’immaginazione, che aspiri all’universale. Nelle diverse sezioni, Cannes propone registi/e agli inizi e altri autorevoli (Loach, i Dardenne, Jarmush, Assayas ecc). Alcuni vantano una indiscutibile coerenza intellettuale e rigore stilistico, ad altri è necessario lasciare spazio e dare visibilità. Va riconosciuta a Cannes la dedizione nell’allevare talenti e contribuire alla loro vita artistica. Si pensi cosa abbiano significato in questi anni di palude il riconoscimento ad Alice Rohrwacher per la sua opera seconda Le meraviglie (2014), l’affermazione di Matteo Garrone con Gomorra (2008) o di Paolo Sorrentino con Le conseguenze dell’amore (2004), film come Respiro (2002) di Emanuele Crialese o Miele ( 2013) di Valeria Golino o un attore come Elio Germano nel film di Lucchetti La nostra vita (2010). Momenti vitali. Quando si aprono nuovi scenari, in Italia come altrove, si tratta di non richiuderli, invocando il passato, discriminando l’autorialità, assestandosi su film di genere o puntando solo su essi, tarpando le ali a chi intraprende altre strade, magari più sperimentali o personali, si tratta di lasciare emergere nuove aspirazioni e nuovi sguardi. E il festival di Cannes questa funzione la assolve ( in foto la locandina del festival di Cannes che rende omaggio alla villa di Curzio Malaparte nel film di Godard).

Cannes si tinge di noir con il film di  Stefano Mordini

di Simona Maggiorelli

E’ un noir molto francese Pericle il nero, il film di Stefano Mordini, in corsa nella sezione Un certain regard (al festival di Cannes il 19 maggio). Protagonista Riccardo Scamarcio nel ruolo di un ragazzo  napoletano cresciuto in quartieri difficili, costretto  per sopravvivere  a «fare il culo alla gente». Tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Ferrandino che nel 1993 fu un caso editoriale in Francia (prima di essere pubblicato in Italia da Adelphi) il film scava nella personalità del protagonista, allontanandosi dagli stereotipi di genere. Perciò il regista ha scelto di non girare a Napoli, preferendo un contesto diverso, meno connotato. «Il libro di Ferrandino circola nel mondo del cinema fin da quando è uscito. In molti ne hanno subito il fascino» racconta il regista che è riuscito a tradurlo sul grande schermo, stimolato da Riccardo Scamarcio, che era già stato contattato da Abel Ferrara.

«Se avessimo ambientato il film a Napoli sarebbe venuto fuori un gangster e non è la mia cifra», commenta il regista, che ha esordito nel 2005 con Provincia meccanica e nel 2012 ha girato Acciaio dal romanzo di Silvia Avallone. «In Pericle il nero mi interessava lavorare sulla parte esistenziale del personaggio che nel libro è molto forte, nascosta fra riflessioni e un cut up di scrittura tipo beat generation. In realtà – spiega Mordini – il film non ha una vera storia, ma ha un livello emotivo alto. Migrando con la troupe all’estero, trovandoci tutti in situazioni nuove, ho pensato potesse essere un buon modo per mettere in primo piano l’interiorità del personaggio». Un tipo non facile, in una storia che appare violenta. «Ma se tu leggi il libro stando ad ascoltare il personaggio emerge che quella di Pericle è una violenza semmai subita, non esercitata» precisa il regista.

Il romanzo di Ferrandino, che è un autore di fumetti, permette a Stefano Mordini anche ricreare idealmente il lavoro fatto nel 2000 con il docufilm Paz’77. «Sono appassionato di quella forma di letteratura per immagini», ammette. «Manara mi ha detto che di solito si disegna a matita e poi si ricopiano i personaggi a china. E mi ha fatto notare che Andrea Pazienza invece di ricopiare il personaggio ne disegnava completamente un altro sopra, non lo rifiniva, lo trasformava, andava avanti e questo creava una vibrazione nelle sue creazioni. Mi sono ispirato a lui nel lavoro con gli attori. Abbiamo dato una sorta di definizione “a matita” di tutti i personaggi per poi in scena, pian piano ridisegnarli e creare un movimento fra quello che credevamo potessero essere e quello che invece sono diventati alla fine».

Questo articolo è comparso sul n. 19 di Left in edicola dal 7 maggio

 

SOMMARIO ACQUISTA

La casa bruciata al sindaco e l’abusivismo che diventa un’eccezione

Qualche ora prima era apparso nella trasmissione televisiva di Giletti, ospite per la sua battaglia personale contro l’abusivismo a Licata, la città di cui è sindaco, e poi si è ritrovato a contare i danni di un incendio (doloso, secondo gli investigatori) che ha colpito durante la notte la sua casa di campagna. Così Angelo Cambiano sindaco di centrodestra alla guida del comune agrigentino si è ritrovato di colpo sulle prime pagine di tutti i giornali.

La sua battaglia è iniziata alcuni mesi fa quando, con un protocollo sottoscritto anche dalla Prefettura di Agrigento, ha deciso di abbattere le 150 abitazioni costruite a pochi passi dal mare. Un atto che in realtà avrebbe dovuto compiersi già una decina di anni fa (e infatti la Procura ora ha aperto un’inchiesta per omissione d’atti di ufficio) ma che per ragioni da chiarirsi solo in questi mesi ha trovato uno sbocco fattivo: in città l’azione del sindaco è stata vista da alcuni come un abuso di potere contro il “diritto alla casa” e, come spesso succede, le regole sono diventate di libera interpretazione nell’agone politico.

Il Ministro all’Interno Angelino Alfano è arrivato oggi per incontrare l’amministratore e gli altri quaranta sindaci che sono scesi in piazza per solidarietà e per chiedere che il Governo adotti le misure necessarie. «Siamo qui a ribadire una cosa molto importante – ha dichiarato Alfano – cioè che per il futuro se non avvengono queste demolizioni, ci saranno altre case abusive. E che è finito il tempo della politica che coccolava gli abusivi per avere qualche migliaio di voti. Oggi è giunto il tempo della politica e delle istituzioni che fanno rispettare le leggi, puntando al consenso democratico di tutti quei cittadini che, onestamente, per fare una cosa chiedono il permesso. Proporrò una scorta al sindaco e una vigilanza ai luoghi della sua vita perché la scelta di amministrare una città, non significa fare un scelta dell’eroismo. La paura è un sentimento naturale e lo Stato deve intervenire per sottrarre paura a chi ce l’ha avendo avuto il consenso del popolo per governare un terra splendida e difficile come questa».

Mentre la procura indaga per incendio e minacce il sindaco Cambiano ha confermato che il suo impegno contro l’abusivismo andrà avanti senza nessuna esitazione. «Ho un figlio in arrivo – ha detto – e sicuramente non gli dirò che suo padre alla prima difficoltà si è fatto da parte». Resta comunque, al di là dell’episodio, il tema delle difficoltà degli amministratori che molto spesso (succede con l’abusivismo ma non solo) non sembrano in gradi di ottenere tutti gli strumenti necessari per una vera azione di governo nell’amministrazione della propria città. Lo stesso Cambiano ha dichiarato fino a ieri di essersi sentito “lasciato solo” e certo, al di là della presenza di oggi, andrebbe ripensato un sistema che negli ultimi anni, nei piani regolatori redatti dalle regioni, sembra aver voluto carezzare l’edilizia “spinta” per tentare di accontentare le imprese e “far ripartire l’economia”. Forse in questo Paese più che la scorta servirebbe dire basta ai condoni. Ma questa per molti “è un’altra storia”. Dicono.

Il MoMA in casa vostra, o quasi: 67mila opere digitalizzate e online

Umberto Boccioni, Forme Uniche della Continuità nello Spazio, 1913.

Da oggi sarà possibile ammirare la famosa Notte stellata di Vincent Van Gogh o la celebre Persistenza della memoria di Salvador Dalì senza spostarsi dal proprio divano di casa. O quasi.

Il celebre Museum of Modern Arts (MoMa) di New York è uno dei principali templi della cultura mondiale. Fondato nel 1929 da Abby Aldrich Rockefeller è uno dei primi musei statunitensi a occuparsi interamente di cultura moderna. Oggi, la raccolta del MoMA conta circa 200.000 opere provenienti di oltre 10.000 artisti diversi. Oltre a quadri e sculture sono presenti 22.000 film e centinaia di fotografie d’arte. Tra i capolavori ospitati al suo interno ci sono, oltre a quelli già citati, Les demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso, Forme Uniche della continuità nello Spazio di Umberto Boccioni, Canto d’Amore di De Chirico e molte altre ancora.

Archivio. Sezione fotografie.
Archivio. Sezione fotografie.

Se, per ragioni di tempo e denaro, non è possibile a tutti visitare il museo e godere in prima persona di questo incredibile patrimonio artistico, il MoMa ha proceduto alla digitalizzazione di ben 67.000 opere realizzate tra il 1860 e il 2016, rendendole fruibili almeno online al pubblico. La consultazione è intuitiva: è possibile filtrare le opere in base alla tipologia (dipinto, scultura…) e al periodo storico.

Archivio. Sezione film.
Archivio. Sezione film.

Ma come funziona la codificazione digitale di queste opere d’arte?

Il problema di fronte al quale i tecnici del Moma si sono trovati è quello di garantire che i posteri capiscano che tipo di file si troveranno davanti e capire in che maniera utilizzarlo. In altre parole, anche se riusciamo a mantenere una copia perfetta di un file video per 100 anni, potrebbe succedere che le persone che si troveranno un giorno a utilizzarlo non siano in grado di capire di che tipo di prodotto tecnologico si tratta e come usarlo. Per evitare questo scenario è stato usato un “packager” (letteralmente un “confezionatore”) open-source chiamato Archivematica, che analizza i materiali digitali di tutti i tipi, e registra i risultati in un formato di testo confezionato e conservato con i materiali stessi, utile a capirne la natura. Così da aiutare le future generazioni a comprendere che tipo di “flusso di bit” abbiano di fronte e come usarlo.

Archivio. Sezione sculture.
Archivio. Sezione sculture.

C’è poi la questione dell’autenticità dell’opera. Come possiamo dimostrare in 100 anni che un dato oggetto digitale della collezione non sia stato modificato, né danneggiato? Per risolvere questo problema, il confezionatore assegna a ciascun file digitale un algoritmo chiamato checksum; tale valore ci permette di confrontare lo stesso file a 100 anni di distanza: se la serie di lettere e numeri combacia al 100 per 100 significa che l’oggetto in questione non è stato né manomesso né corrotto.

Questi pacchetti d’archivio vengono poi inviati all’interno di un sistema di archiviazione digitale, chiamato il “magazzino”, gestito dalla divisione infrastrutture del reparto IT del MoMA. Questo magazzino conta attualmente circa 80 terabyte (80.000 gigabyte) ma è stato previsto che entro il 2025 il magazzino arrivi a pesare circa 1,2 petabyte (1,2 milioni di gigabyte). Inoltre, grazie ad una società denominata Archivium, si sta giungendo a un sistema completamente automatizzato e “robotizzato” di raccolta di dati.

Voto di fiducia sulle unioni civili. E Marchini fa l’ “obiettore”

ALFIO MARCHINI

È direttamente Monica Cirinnà a ricordargli che esiste l’articolo 328 del codice penale, sull’omissione di atti d’ufficio. Alfio Marchini si è preso però la scena del dibattito corteggiando il Vaticano, nel giorno in cui la legge sulle unioni civili supera alla Camera il passaggio delle questioni pregiudiziali, poste da Lega e Fratelli d’Italia, e avanza verso il voto di fiducia, chiesto dal governo tra le proteste delle opposizioni, e poi verso il voto finale.  Mentre il presidente del Consiglio Renzi, non fidandosi, si tiene a distanza sia dai catto dem sia dal lavoro di lobbing dalle associazioni per i diritti degli omosessuali.

Così, attendendo il voto finale che Maria Elena Boschi ha indicato come «epocale», dobbiamo quindi parlare di Marchini: il candidato alla guida del Comune di Roma ha annunciando che, se sarà sindaco, eviterà di celebrare unioni omosessuali. Continua così la corsa a destra del candidato un tempo «libero dai partiti» e ora sostenuto da Forza Italia, che in aula annuncia il voto contrario, sia sulla legge che sulla fiducia, prevedendò però almeno la libertà di coscienza. Si becca l’applauso di Maurizio Gasparri,  in questo modo il costruttore Marchini, ma anche molte critiche.

Marchini dunque vuole segnare la distanza dall’ex sindaco Marino che delle unioni civili aveva fatto una bandiera e al tempo stesso segnala una questione non del tutto risolta: se il voto in aula è scontato, infatti, meno lo sarà l’applicazione della legge.  I fantasiosi “sindaci obiettori” potrebbero aggrapparsi ai regolamenti e  ai decreti attuativi in mano a Angelino Alfano. Dal Pd assicurano che non lasceranno solo il ministro, ma sicuramente continuerà lo scontro con i centristi, che al Senato hanno ottenuto l’esclusione di qualunque tipo di adozione per le coppie omosessuali e l’eliminanzione di ogni riferimento al matrimonio, ma proveranno ancora a strappare qualcosa.

Nella disccusione spicca per i toni catastrofici la dichiarazione di Maurizio Sacconi. Che chiede a Mattarella di rinviare la legge al parlamento perché «si avvia, con la legge sulle unioni civili finalizzate alle famiglie artificiali, il progetto di sovversione antropologica». Ovviamente non accadrà. Quello che invece dovrebbe arrivare è un referendum abrogativo, promosso da centristi, leghisti e e crociati alla Adinolfi.

Intanto il premier Renzi annuncia: Nella riattribuzione delle deleghe di governo abbiamo deciso che il ministro Boschi assumerà la presidenza sulle adozioni internazionali e la delega per le pari opportunità”.

Giuliana Sgrena: «Ecco perché le tre religioni monoteiste odiano le donne»

GIULIANA SGRENA

Oggi, 10 maggio, alle 17,30 alla Casa delle donne (Via della Lungara 19, Roma) viene presentato il libro di Giuliana Sgrena Dio odia le donne (Il Saggiatore). Con l’autrice ne parleranno Laura Balbo e Raffaele Carcano. Su Left in edicola l’intervista a Giuliana Sgrena.

Dio odia le donne. Questo è il titolo del nuovo libro di Giuliana Sgrena. L’immagine in copertina è quella di una donna esangue, un robottino quasi. Alieno. Col capo coperto e lo sguardo vuoto. Forse l’autrice ha provato ad immaginare come l’avrebbe voluta Dio, la donna. Senza sangue, perché il sangue la rendeva impura, e Dio non ama l’odore della donna mestruata (Levitico 15, 19-30). Col capo coperto, perché coperto doveva essere il capo e il volto di chi «non era stato fatto a immagine di Dio, ma di Adamo». Quasi senza vita. Persino. Un robottino appunto, finalizzato alla riproduzione della specie.
Dentro, il libro della Sgrena, è “senza grazia”. Come forse devono essere le cose urgenti, che vanno dette e basta. Un elenco. Secco. Tre religioni e il loro rapporto con le donne. Con la donna. Subalterna per creazione, inferiore per nascita, impura, tentatrice, strega. Per i tre monoteismi l’unica salvezza per il genere femminile è essere vergine, o madre e moglie. Poco meglio o tanto peggio, l’accanimento pensato e agito sulla donna dalle tre fedi non cambia. E nel libro tutto torna, tutto si riallaccia. L’infanzia dalle suore, i viaggi in Afghanistan e Somalia, le battaglie contro le mutilazioni genitali femminili, la prigionia. E poi, lo studio delle fonti, dal Talmud al Corano, da Platone a Paolo di Tarso fino all’ultimo sinodo sulla Famiglia dell’ottobre scorso. Inevitabile chiederle il motivo che l’ha spinta a tanto.
Come mai hai scritto questo libro?
Intanto perché negli ultimi anni mi sono occupata di Paesi musulmani; in particolare, mi sono concentrata sull’islam e il suo rapporto con le donne. E sull’utilizzo della religione come strumento per imporre regole alle donne. Per opprimerle e discriminarle. Dopodiché, è stato ovvio che i fondamentalismi non sono solo nell’islam ma in tutte le religioni monosteiste. In questi anni, ogni volta che mi ritrovavo a fare dibattiti sull’islam, saltava sempre su qualcuno che mi diceva: “Questo accade anche nella religione cattolica e nell’ebraismo”. Da qui è nata la mia voglia di saperne di più, per capire quanto ci fosse in comune nei tre monoteismi. E senza voler fare una nuova esegesi, ho voluto scrivere un libro fondato sulle fonti e non solo sui comportamenti attuali. La scoperta è stata che, effettivamente, tutte e tre le religioni sono solo un alibi per il patriarcato.
Io, poi, sono atea, nel libro spiego perché. Forse sono partita anche da questa esigenza personale, per nulla calcolata, ma che è venuta fuori.

Dio-odia-le-donne
Le tre fedi monoteiste odiano le donne, e non è solo un problema di comportamenti, scrivi, ma di “subalternità ab origine”. Cioè la donna, per le fonti, “non essendo fatta a immagine di Dio ma dell’uomo”, è inferiore per nascita…
Sì, il fatto stesso che nell’Antico Testamento (nella versione che ha prevalso) venga tratta da una costola, cioè viene creato l’uomo e poi dall’uomo viene creata la donna per fargli compagnia dimostra che fu concepita, sin dal principio, come un oggetto per l’uomo. Perché gli animali non andavano bene.
Epperò non è andata bene neanche lei, perché è stata causa di peccato originale. La donna è “impura” per tutti e tre i monoteismi.
È proprio il peccato originale che determina la sua impurità “permanente”. E questa impurità non solo le sbarrerà tutta una serie di ruoli (spianando invece la strada al patriarcato) ma è una condizione da cui non potrà più affrancarsi.
Si può dire che la religione cattolica ne esce peggio di tutte? Dalla sessuofobia sistematizzata di Agostino d’Ippona alla criminalizzazione delle donne in Paolo di Tarso…
Sì, si può dire. Ho cercato di affrontare le tre religioni senza preconcetti, ma purtroppo è vero. Ho scoperto che la religione cattolica – quella che, per certi versi, si è rinnovata di più -, non ha in alcun modo cambiato atteggiamento nei confronti delle donne, con questa ideologia/ossessione della verginità di Maria come modello. Una donna che ha concepito senza avere rapporti sessuali, ha partorito senza sangue… insomma, nella storia del cattolicesimo che sembra cambiare, sulle donne si continua ad infierire nello stesso identico modo.
Perché? Ti sei data una spiegazione?
La più semplice è che la Chiesa ha sempre avuto un rapporto molto forte con il potere e dal potere era meglio escludere le donne. Estrometterle definitivamente. Anche questo papa, che piace tanto alla Sinistra e che su ambiente e questioni sociali sembra più aperto dei suoi predecessori, sulle donne non sposta una virgola e ci rimanda a papa Giovanni Paolo II. Se pensiamo a come ha svolto l’ultimo sinodo della famiglia. In pratica non c’erano donne, come se la famiglia fosse fatta di soli maschi, anzi di soli cardinali e poche coppie “felici”. è proprio “non riconoscere” la realtà e volerne imporre una versione mistificata.

Questo articolo lo trovi sul n. 19 di Left in edicola dal 7 maggio

SOMMARIO ACQUISTA

Uniti per vincere. A sinistra. Chiuso l’accordo tra Podemos e Izquierda unida

Sumamos para ganar. Ci uniamo per vincere. L’accordo tra Podemos e Izquierda unida è andato in porto, andranno uniti alle prossime elezioni del 26 giugno. E i sondaggi, al momento, danno loro ragione: l’alleanza conta già il 22,3%, più del 20% al quale restano ancorati i socialisti di Sanchez, e a soli due punti dai popolari di Rajoy, che provano a cavalcare la paura dell’ingovernabilità.

Così, Pablo Iglesias e Alberto Garzon provano a dare una scossa allo stallo spagnolo. La campagna elettorale, infatti, fino a poche ore fa sembrava un déjà vu: perché le forze politiche in cui è divisa la Spagna restano le medesime quattro: Partito popolare, Psoe, Podemos e Ciudadanos. E, sigillata l’alleanza, adesso non rimane che ratificare con un referendum online della base di Podemos, anche perché gli iscritti di Izquierda unida si sono già espressi favorevolmente la scorsa. Alla formazione della sinistra radicale, dovrebbero andare sei seggi considerati sicuri – al momento ne ha 2 – con una proporzione di un deputato di Iu ogni sei eletti di Podemos.

L’accordo arriva a pochi giorni da una data simbolicamente importante. Tra pochi giorni – il 15 maggio – gli Indignados celebreranno il quinto anniversario del movimento. Ed è lì che Pablo Iglesias e Alberto Garzon si sono dati appuntamento, alla Porta del Sol di Madrid. Tira un’aria buona in Spagna, sabato su Left in edicola ne parliamo anche con gli eurodeputati Miguel Urban (Podemos) e Marina Albiol (Izquierda unida).

Chi è Rodrigo Duterte “il punitore”, nuovo presidente filippino

Rodrigo Duterte, 71 anni, avvocato e per molti anni sindaco di Davao City nell’isola di Mindanao è il nuovo presidente delle Filippine. Lo ha annunciato lui stesso, ancora prima dello spoglio definitivo dei voti: il suo inseguitore, Manuel Roxas II nipote dell’ex presidente, era sotto di 6 milioni di voti.

Camicia a quadri e pugno alzato, così si è presentato davanti alle telecamere il neo presidente che ha promesso di voler cambiare subito la Costituzione. Duterte ha vinto dopo una campagna elettorale incentrata sulla lotta alla corruzione e alla criminalità. Le Filippine crescono del 6% l’anno, creano milioni di nuovi posti di lavoro, vedono arrivare grandi investimenti esteri e migliorano dal punto di vista della quantità di entrate fiscali, ma la maggior parte della popolazione non sembra avvertire il cambiamento: in un Paese dove la politica è retta da famiglie che si passano il potere e le diseguaglianze aumentano, il politico che parla come l’uomo strada, vince. La vittoria del candidato più popolare e populista si spiega anche così.

Sindaco di Davao dal 1988, rieletto più volte negli anni successivi, Duterte è riuscito ad attirare un grande consenso nella popolazione filippina che ha partecipato in massa alle elezioni (80%). Secondo Edna Co, politologa all’università delle Filippine, come riporta Le monde, «La gente può identificarsi con il suo modo di fare, il suo linguaggio. Lui promette di cambiare le cose a suo modo, con le sue regole». In effetti, Duterte, è un personaggio pieno di contraddizioni. Il suo soprannome, non a caso è The punisher, il punitore, dopo che un articolo del Time lo aveva chiamato così nel 2002. Viene anche definito un Donald Trump orientale, per i modi spicci e le parole pesanti, ma ha definito il candidato americano «un bigotto». Non ha avuto nessuna remora a lanciare battute anche durante la visita di papa Bergoglio nelle Filippine, che avrebbe causato un inaccettabile blocco nel traffico. Famose anche le sua battute sul Viagra, sulle sue amanti e su uno stupro avvenuto proprio nella sua città. Tra le caratteristiche di Diterte, insomma, c’è anche una buona componente di sessismo.

Durante i suoi anni alla guida di Davao City  ha cambiato le condizioni di vita di una città che, quando arrivò lui, alla fine degli anni 80, era chiamata Nicaragdao, per la violenza della malavita e i traffici criminali. Oggi la terza città delle Filippine è diventata una città vivibile e meta turistica, dotata di una forte presenza delle forze dell’ordine, addirittura la nona città più sicura al mondo. Secondo organizzazioni internazionali come Human Rights Whatch, Duterte sarebbe riuscito a soffocare la violenza usando però metodi simili a quelli delle bande criminali che combatteva. «Come credete che sia riuscito? Li ho uccisi tutti», aveva ammesso lo scorso anno, salvo poi ritrattare questa dichiarazione choc che comunque dimostrerebbe il suo legame con gli “squadroni della morte” che secondo Al Jazeera tra il 1998 e il 2015 avrebbero ucciso a Davao City 1424 persone di cui 132 minorenni.

Duterte ha comunicato subito la sua vittoria che cambierà la Costituzione, per trasformare lo stato in un sistema parlamentare federale. E forse tra i provvedimenti futuri a livello nazionale potrebbero esserci le norme che ha applicato nella sua Davao City: il divieto di bere alcolici a tarda notte («Dobbiamo lavorare il giorno dopo», ha detto), il coprifuoco per i minori non accompagnati dalle 22 e il divieto di karaoke “forte” nel cuore della notte.

Mimmo Lucano torna a far parlare di sé. A Riace l’acqua non si pagherà più

Ne avete letto e sentito parlare, di Mimmo Lucano, che grazie al modello di accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo nel suo Comune si è aggiudicato un posto tra i 50 leader più influenti del mondo secondo la rivista Fortune. Adesso Riace, la cittadina calabrese guidata dal sindaco Mimmo Lucano, torna a far parlare di sé per l’acqua pubblica. Il sogno di usufruire dell’acqua potabile senza pagare la bolletta a Riace diventerà presto realtà.

Come tanti altri Comuni della regione, anche Riace è indebitata con la Sorical (la Società Risorse Idriche Calabresi), molti si sono visti effettuare il taglio del servizio idrico. Perciò, insieme a un geologo fidato, Lucano ha fatto scavare un pozzo e ha trovato l’acqua che sgorga da una falda acquifera che si sarebbe formata 40 milioni di anni fa, tra Riace marina e superiore. E, ha annunciato, non appena l’acqua raggiungerà l’acquedotto comunale rifornirà tutte la case dei riacesi, gratis.

pozzo-riace-lkjglkhjòg

Per scavare il pozzo, il sindaco di Riace non ha atteso nessun aiuto esterno e ha deciso di realizzare i lavori impegnando i soldi di bilancio che risparmierà una volta che non dovrà pagare la Sorical. Così, la mancata spesa per l’acqua è diventata una risorsa da investire in anticipo per rendere Riace autosufficiente dal punto di vista idrico.

Le foto, pubblicate da Ciavula.it ritraggono lo stato dei lavori: «Già sgorgano 2 metri cubi di acqua al secondo», riporta il giornale della Locride, «ma a regime la portata sarà superiore ai 20 metri cubi al secondo, sufficiente non solo per rifornire tutte le case di Riace ma anche un piccolo laghetto.

#paninarialgoverno: bastonano ma chiedono la tregua, minacciano elezioni ma non si vota

Signore e signori è andata in onda la direzione del Partito Democratico che, ieri più che mai, è sembrata una brutta puntata di Happy Days: Matteo Renzi spaccone di rinculo ha cercato di abbassare i toni riuscendo a parlare a lungo evitando attentamente qualsiasi discussione reale sul tavolo e quindi disserta di Europa, di immigrazione, di elezioni e sbadato dimentica Verdini, le posizioni della minoranza sul referendum e la polemica sui magistrati.

Ma basta metterlo in controluce per vederci sotto in inchiostro simpatico il Renzi di sempre: prova a parlare di cultura ma lo fa per dirci che lui che ne ha parlato da Fazio ha fatto il picco di share (quindi per logica la trasmissione dei pacchi diventerà una commissione parlamentare permanente); dice che non intende polemizzare con i magistrati (tanto ha il plotone d’esecuzione nella redazione de l’Unità); chiede un tregua (verrebbe da chiedere a chi, visto che ha reso un partito a sua immagine e somiglianza); avvisa che i risultati delle amministrative sono “storicamente più bassi” delle politiche (per sbaglio gli devono avere consegnato i sondaggi veri, dimenticandosi di correggerli con la bava) e per finire annuncia il congresso anticipato. Fantastico. Renzi è il politico che usa sempre il voto come doping personale anche se poi non si vota mai. Gli basta il pensiero, si vede.

Ma il punto più alto, la morte del cigno, è l’uscita di Maria Elena Boschi: dopo avere detto che “chi vota no al referendum vota come Casapound” riuscendo in un battito d’ali a mettere nella stessa melma i fascisti e i partigiani (l’ANPI voterà no, al referendum, bastava una ricerchina veloce su google) è riuscita a difendersi facendo peggio: dice la Boschi che quello che ha detto “è una semplice constatazione, non è un’equiparazione”. Che è una frase che anche se ci pensate tutto il pomeriggio vi accorgerete che non significa niente. Poi ha piagnucolato che anche a lei dicono sempre che vota con Verdini, cercando di chiarire: insomma per lei essere contro una riforma (deformante) vale come stare nella stessa maggioranza di governo. Per cui tutti quelli che non sono salumieri sono in mezzo alle professioni tra cui ci sono anche i killer, non essendo salumieri, sappiatelo.

Poi Renzi, che per l’occasione ha indossato le brachette da boy scout “volemose bene”, dopo avere cercato di fare il mediatore per tutta la direzione del partito ha chiuso, tanto per tenere bassi i toni, con una considerazione che è la tipica considerazione di chi ci tiene per davvero all’ecologia della discussione: «Dire che così si danno troppi poteri al presidente del Consiglio, non è vero. Per gli archeologi travestiti da costituzionalisti segnaliamo che questa parte della Costituzione non è stata cambiata: forse stanno difendendo il codice di Hammurabi». Probabilmente a quel punto sono scattati i coriandoli, le lingue di carta e il naso rosso. Fine della direzione.

Buon martedì.