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Come è successo che gli Usa presero Osama?

Cinque anni fa un commando americano uccideva Osama bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan. Ieri l’account Twitter della Cia ha twittato la dinamica del raid per come è andato. I tweet li vedete in ordine qui sotto e hanno suscitato qualche polemica in rete: inopportuno e un po’ ridicolo (oppure no? i tweet sono stati rilanciati centinaia e migliaia di volte). E il resto?

Ovvio no? Osama bin Laden è vivo e fa il giardiniere nel ranch della famiglia Bush. No, è morto, ma ad ucciderlo sono stati i nordcoreani, che del resto sono i responsabili, assieme alla Cia, del crollo delle torri gemelle. Macché, Osama è al Baghdadi, che gli americani hanno preso e spedito in Iraq ad organizzare il califfato, come del resto ha ammesso molte volte Hillary Clinton (questa la ripetono spesso Trump e Putin).

Ma torniamo a bin Laden che fa il giardiniere da Bush. Se credete a cose così, non continuate a leggere questo articolo. Se invece non vi ricordate come 5 anni fa un gruppo di Navy Seal delle forze speciali americane sono entrate in un compound di Abottabad, in Pakistan, e hanno ucciso l’uomo più ricercato del mondo – che come Abdelsalam se ne stava più o meno dove era probabile trovarlo – allora continuate. Non offriremo la versione ufficiale, ma ripasseremo tutti i dubbi.

La versione ufficiale, per grandi linee è: gli Usa individuano una figura, Ibrahim Saeed Ahmed, che potrebbe essere il corriere che faceva da tramite tra Osama bin Laden e il mondo. Le spie e le tecnologie americane seguono Ibrahim Saeed Ahmed per mesi, ne studiano modalità di comunicazione e spostamenti e sospettano fortemente che il luogo in cui si reca ad Abottabad sia il nascondiglio del capo di al Qaeda. Quindi decidono di andare di persona a verificare – non bombardare per avere prove della morte e, secondariamente, non fare vittime civili. Si va, si uccide, si torna con un elicottero distrutto e lo scalpo. Tre cose importanti: 1. il Pakistan non sapeva nulla – non è “complice” degli Usa e quindi non deve temere più instabilità di quanto già non ne soffra; 2. le informazioni per arrivare a Osama non sono frutto di tortura ma di lavoro di intelligence – quindi i metodi ripudiati da Obama non sono serviti e Bush non può prendersi parte del successo.

Poi c’è la versione di Seymour Hersh, uno dei grandi giornalisti investigativi americani, l’uomo che ha rivelato il massacro di Mai Lai in Vietnam e Abu Ghraib. Secondo Hersh i pakistani sapevano eccome e la rivelazione sulla località dove bin Laden si trovava veniva da un ufficiale dell’ISI (i servizi militari, da sempre amici dei talebani) che proteggevano Osama e sapevano perfettamente dove fosse. La prima parte è la più credibile: Abottabad è una città piena di militari e copertura radar, arrivarci con due elicotteri e perderne uno prima del raid senza che nessuno muovesse un dito suona strano.

Diverse inchieste successiva smontano in larga misura quella di Hersh (un esempio è questa del New York Times) – che è basata fondamentalmente su tre fonti – ma, approfondendo su ciascun tema, lasciano anche diversi dubbi: c’è chi sospetta che il Pakistan sia stato avvisato prima del raid, ma dopo che tutto era stato organizzato, e che abbia scelto di sposare la tesi del “non sapevamo nulla” per timore di reazioni interne. A sua volta il Senate Intelligence Committee guidato dalla senatrice Feinstein ha prodotto un rapporto sull’uso della tortura da parte degli Usa che spiega che l’uso di “tecniche di interrogatorio potenziate” non è servito a trovare nessuna informazione rilevante. Nemmeno nel caso bin Laden – il verdetto è stato violentemente osteggiato dalla Cia.
Infine i file diffusi da Edward Snowden, la gola profonda che ha fatto sapere al mondo del programma di controllo di quasi tutto e tutti da parte della NSA. Qui non si trovano conferme chiare della versione ufficiale e i riferimenti a fatti e personaggi legati alla cattura – ad esempio Ibrahim Saeed Ahmed è citato di striscio, ma si dice che potrebbe avere informazioni sul nascondiglio di Osama. I file di Snowden smentiscono (ma non ha che vedere con le modalità della cattura), che tra i documenti trovati ci fosse materiale decisivo: bin Laden era isolato e lontano dall’Iraq e dai mutamenti impressi da al Zawahiri ai metodi di al Qaeda laggiù.

Difficile alla fine poter dire come è andata. La morte di Osama non ha cambiato la storia se non in America. Nel 2012 Obama non ha vinto per questo, ma quella versione dei fatti (Obama decide da solo per il raid dopo aver riflettuto sulle informazioni) contribuì ad elevarne la statura con una parte di elettorato che non lo ama. E la morte di bin Laden fu una sorta di sospiro di sollievo, fine di un periodo storico orrendo per l’America. Ciascuna di queste versioni non cambia il risultato né getta una luce sinistra sulla vicenda: che il Pakistan sapesse o no cambia le cose allora, non più. Quanto al fatto che gli Usa non abbiano nemmeno cercato di processare bin Laden, beh, lo avevano sempre detto. Non è un granché se confrontiamo la scelta con quel che dovrebbe essere uno Stato di diritto, ma gli anni dopo l’11 settembre sono stati un tale pantano che immaginare una fine diversa da quella del 2 maggio 2011- con tanto di dubbi sulla dinamica – è molto difficile.

Chissà se gli orchi poi li digeriscono, i bambini

Domenica Guardato, Mimma come la chiamano i familiari, 27 anni, madre di Fortuna, la bambina di 6 anni per la cui morte, dopo gli abusi sessuali, e' stato arrestato un vicino di casa, in una foto del 15 ottobre 2014. ANSA / CIRO FUSCO

Ci sono paludi che ci vuole cuore, temerarietà e uno stomaco forte per andare a raccontarle. Ci sono delitti che zittiscono anche i professionisti dell’opinione su tutto per tutti a tutti i costi e così succede che sulla morte di Fortuna, la bambina volata dal balcone per non essersi fatta assaggiare dall’orco, si alza un velo di polvere spessa, di silenzio che sa di smarrito e di disgusto quasi alimentare. Povera Fortuna, dicono tutti, con il gioco feroce delle parole accoppiate dal destino.

Poi c’è la scintilla della vendetta che vorrebbe berne il sangue, quelli che castrerebbero, quelli che condannerebbero a morte, quelli che nessuna pietà e così i due eserciti, gli schizzinosi silenziosi e i vendicatori, reagiscono tenendo comunque le distanze dall’orrore. Perché, in fondo, ci viene così comodo pensare e convincerci che Fortuna sia quella storia rinchiusa nel quartiere così calzante per essere la scenografia dell’omicidio: non so se avete notato che ci sono drammi a cui riusciamo a partecipare con il perfetto cordoglio dell’alieno come una volta si usava per i mafiosi che si ammazzano tra loro, come per le donne picchiate che sono sempre mogli degli altri e come la guerra che è diventata una spezia straniera.

Mentre tutti scrivono di Fortuna e dell’orco, mi viene da chiedermi, questa mattina di lunedì mattina, cosa fanno oggi gli altri bambini. Gli altri bambini che abitano lì dove gli orchi sono il risultato naturale della desolazione, dell’abbandono, dell’animalità e delle regole che banalmente non riescono ad essere nemmeno un centimetro più alte dei bisogni. Mi domando, forse sbaglio, se davvero basti la contrizione generale per un paio di giorni. E poi nient’altro.

Più osceno di quell’uomo che si sdraiava sulle bambine è il silenzio pervertito tutto intorno di chi tacendo rende potabile l’orrore: in Italia esistono madri che contano i soldi dei propri figli a dondolo, in Italia esistono luoghi (lo racconta Luca Mattiucci per il Corriere) in cui i preti durante la messa chiedono ai genitori “di smetterla di abusare i vostri figli”: siamo un Paese in cui ci sono nonne poco più che ventenni.

Il Consiglio d’Europa dice che un bambino su cinque è vittima di vare forme di abuso o di violenza sessuale (la campagna è qui). Uno su cinque. Tanto per avere idee di quante Fortuna ci sono sparse in giro. Il “patto con il Sud” migliore che si possa firmare, subito, anche per il Centro e per il Nord, è decidere di aprire il naso e mettere le mani dentro fino in fondo a quel gorgo che disegna zone e quartieri che diventano isole senza legge, senza speranza e senza nemmeno un alito di riscatto possibile. Piuttosto che le commemorazioni funebri forse adesso sarebbe il tempo, politica in testa, che ci sforzassimo di capire com’è successo che una bambina vada ad abitare in un condominio che è lo stomaco degli orchi. Sarebbe il caso di ascoltare qualcuno che si prenda la responsabilità di darci una chiave di lettura del degrado collettivo, al di là delle lacrime per l’occasione.

La sensazione, qui fuori, è che mentre siamo ancora dilettanti nel capirli, loro, gli orchi, ormai si siano già digeriti i bambini. E che la politica abbia deciso (ancora) che questa storia fa troppo schifo per avvicinarsi ad analizzarla.

Buon lunedì.

«Le disuguaglianze si combattono una a una», parla Mario Pianta

«Negli ultimi trent’anni nelle nostre società le condizioni economiche delle persone sono diventate più disuguali», scrivono Franzini e Pianta nelle prime righe di Disuguaglianze. Quante sono e come combatterle (Laterza, 2016). Sono quattro i “motori” alla radice del fenomeno: il potere del capitale sul lavoro, il capitalismo oligarchico, l’individualizzazione, l’arretramento della politica. Come si combattono lo abbiamo chiesto al professor Pianta.

Una volta individuate le quattro radici delle disuguaglianze, quali politiche occorre adottare per combatterle?

Le politiche contro le disuguaglianza devono affrontare i quattro “motori” che le alimentano. Innanzi tutto serve riequilibrare i rapporti capitale-lavoro, con misure che ridimensionino la finanza, limitino le posizioni di rendita (compresa quella immobiliare), assicurino ai salari una parte dei  benefici che vengono da tecnologia e aumenti di produttività, introducano un salario minimo efficace e riconoscano un ruolo maggiore ai contratti di lavoro nazionali. Un secondo insieme di politiche deve fermare l’ascesa del capitalismo oligarchico, mettendo un limite ai super-redditi milionari di top manager e degli altri (pochi) strapagati oltre ogni ragionevolezza, e riportando significative imposte di  successione, fortemente progressive, che riducano l’attuale trasmissione ereditaria di gran parte della ricchezza. Il terzo tipo di azioni deve contrastare l’individualizzazione delle condizioni economiche, che hanno fatto aumentare le disparità anche all’interno dei percettori di salari. Si devono ridurre la frammentazione dei contratti di lavoro e la precarietà e, dall’altro lato, rafforzare un’istruzione pubblica egualitaria che è la base per le possibilità di mobilità sociale. Infine, la politica deve tornare ad assicurare efficaci politiche di redistribuzione.

In quali campi e con quali conseguenze la politica ha abdicato?

In quasi tutti i Paesi avanzati, la politica ha seguito i precetti neoliberali: ha lasciato fare sempre di più a meccanismi di mercato che per loro natura alimentano le disparità, ha ridotto l’uso di tassazione e spesa pubblica per ridurre le disuguaglianze. Quello che serve ora è una politica che riduca innanzitutto le enormi disparità negli stock di ricchezza – che sono molto più gravi di quelle nei redditi ottenuti ogni anno – introducendo una tassazione appropriata – e progressiva – della ricchezza a livello nazionale, con politiche coerenti a livello europeo e internazionale. Poi occorre accrescere la progressività delle imposte sul reddito, in modo da aumentare gli effetti redistributivi dai ricchi ai poveri. Infine serve un reddito minimo.

Un reddito minimo universale “sarebbe utile” o “è indispensabile”?

È indispensabile come riconoscimento di un diritto sociale, come strumento per tutelare i più poveri, i più precari, i meno fortunati. È lo strumento chiave e più ugualitario per evitare l’aumento della povertà. E sarebbe importante in parallelo assicurare un più ampio accesso al lavoro, anche con interventi pubblici. Tutto questo ridurrebbe immediatamente le disuguaglianze e aiuterebbe la ripresa dell’economia attraverso un aumento dei consumi e della domanda.

Non avete affrontato la questione della sostenibilità ambientale del sistema economico, pur riconoscendo che si tratta di «un fenomeno molto importante che può generare nuove forme di disuguaglianza».

La gravità dei cambiamenti climatici sta producendo nuove vittime di crisi ambientali, in Italia e ancor più nei Paesi in via di sviluppo. Persone che perdono reddito, terra, casa, vedono peggiorare le proprie condizioni di vita e aumentare malattie e cause di morte dovute a degrado ambientale, inquinamento, inondazioni, fenomeni climatici estremi. È una disuguaglianza complessa da documentare ma con cui dovremo fare presto i conti, innanzitutto fermando il cambiamento climatico.

Un’ultima domanda, è raggiungibile la perfetta uguaglianza?

È una questione di teoria politica ben più ampia degli obiettivi del nostro libro. Ci accontentiamo di mostrare che nelle nostre società un po’ più di uguaglianza farebbe davvero bene a tutti.

Luca Barbarossa: «Il Primo maggio è festa popolare, di dignità, libertà e difesa dei diritti»

Quale sarà la prima cosa che dirai quando farai il tuo ingresso su quel palco pazzesco? «E la dico a te?». Inizia con una fragorosa risata la chiacchierata con Luca Barbarossa, mente generosa per propositi e buoni sentimenti. Classe 1961, cantautore di strada alla fine degli anni Settanta, fa il suo esordio a Sanremo nel 1981 con un omaggio alla sua città: “Roma spogliata”. Arriva il successo: i concerti, ancora Sanremo, ancora storie da suonare, anche insieme al poliedrico Neri Marcorè. Poi la radio, con il quotidiano Radio2 Social club che – tra commenti e canzoni, in duetto con illustri colleghi – ha portato alla realizzazione di Radio DUEts Musica Libera, un album per sostenere l’associazione Libera. Il Primo maggio è sul palco del Concertone di Roma, in piazza San Giovanni, per condurre il tradizionale appuntamento promosso da Cgil, Cisl e Uil. Sono giorni intensi questi, tra prove e dichiarazioni da rilasciare a chi, come me, vuol sapere tutto della sua carriera, dei suoi pensieri, dei suoi progetti. Lo inchiodo al telefono, in una sera di aprile. È ora di cena e «sta cadendo la notte sopra i tetti di Roma», come cantava nella poetica “Via Margutta”.
Ci riprovo, che dirai dal palco di San Giovanni?
Ho pensato a tante cose da dire, ma ogni giorno le cambio. È un evento con tante implicazioni sociali e politiche, un palco particolarmente sensibile a ciò che accade intorno. Io sono un cane sciolto, un uomo libero che non si fa condizionare da nessuno, perciò tratterò i temi che riguardano quella che io chiamo la precarietà esistenziale, una condizione diffusa in Italia e non solo, se pensiamo a quello che succede nel Mediterraneo. È un paradosso: siamo considerati un punto di arrivo, l’Italia è una porta per l’Europa, figuriamoci in quali condizioni sono queste persone, che rischiano di perdere la vita in mare.
Che cosa intendi per “precarietà esistenziale”?
La precarietà esistenziale è possibile quando non c’è rispetto della dignità del lavoro, perché si dà ai giovani questa sensazione che non stanno costruendo, ma che passano da un lavoretto all’altro, con stipendi risibili, con capacità e attitudini non riconosciute. Si dovrebbe pianificare a lunga scadenza, investire sulla conoscenza, la ricerca, l’università, sulle scuole pubbliche. I giovani, così come gli immigrati, sono il motore della società.
Occupazione giovanile e difesa dei diritti delle classi più deboli, sono queste le priorità hai detto più volte.
Ho tre figli e non voglio in nessuna occasione abbandonarmi al pessimismo di chi dice che questa è una nazione che non ce la fa, che non riparte, dove la corruzione fa la parte del leone ed è impossibile creare nuova occupazione. Io ai miei tre figli, quando li guardo negli occhi o ci parliamo, ho il dovere di dirgli che è un Paese che ce la farà, soprattutto grazie a loro.
Non solo a Roma si porteranno musica e contenuti, insieme. Anche a Taranto, per esempio, dove hai condotto un’edizione. Occasioni come queste possono ancora essere utili per manifestare un pensiero o fare il punto della situazione?
Ovunque venga festeggiato, il Primo maggio è il benvenuto. È una festa popolare, di dignità, libertà e difesa dei diritti. Ogni città ha le sue emergenze, Taranto ne ha di drammatiche per tutto ciò che succede intorno all’Ilva, ma questo non toglie importanza ad altre realtà.

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La festa del lavoro e dei diritti. Un po’ di storia

Oggi è la festa del lavoro. E forse la parola merita un po’ di attenzione. Soprattutto quando si vive un periodo di crisi in cui il lavoro manca oppure è sempre più precario e parcellizzato.
A meritare attenzione è la Storia, come ci siamo arrivati a festeggiare il lavoro? Alzi la mano chi se lo ricorda.

La festa nasce negli Stati Uniti, il primo maggio 1886, durante una accesa battaglia per conquistare le otto ore di lavoro si tennero decine di manifestazioni in tutto il Paese e a una manifestazione a Chicago e due lavoratori morirono durante un picchetto; due giorni dopo la polizia sparò sulla manifestazione di protesta. Da allora fu deciso di ricordare con una festa quella battaglia sindacale. In Europa la festa del primo maggio venne decisa dalla Seconda Internazionale nel 1889 e due anni dopo sbarcò in Italia. Paradossalmete, negli Usa, che sono all’origine della festa, il Labor Day si celebra il primo lunedì di settembre (lo si faceva già pochi anni prima dello sciopero di Chicago).
La festa è legata dunque alla faticosa conquista di diritti. 

Strikers March at the Fleetwood Plant in Detroit.
Uno sciopero a Detroit

E, sempre ripercorrendo la Storia, sul lavoro, la Costituzione promulgata nel 1948 ci ha costruito addirittura il primo articolo: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, recita il primo comma. È la definizione dello Stato, il suo Dna. Gustavo Zagrebelsky gli ha dedicato il bellissimo saggio Fondata sul lavoro (Laterza 2013), che merita davvero di essere letto.

Il lavoro come essenza della democrazia, decisero i Costituenti nell’autunno del 1946 quando si discuteva accanitamente della Carta della Repubblica. Oggi, leggendo quelle parole forse utopiche si prova una sensazione strana, se solo si considerano le cifre della disoccupazione, soprattutto giovanile (37,9 % rispetto al 22 % della media europea). Ma allora le cose andarono così e i Costituenti non si sentivano certo “strani”.
I verbali dell’Assemblea costituente sono affascinanti (qui) il dialogo tra personaggi come La Pira, Togliatti, Moro e Basso – per citarne alcuni – restituiscono il clima di un’epoca di ricostruzione, di impegno e di grandi fratture ideologiche destinate a durare. È il 16 ottobre 1946: si tratta di decidere cosa scrivere in quel fondamentale articolo che disegna la fisionomia della nuova Repubblica. Si entra nel vivo del dibattito. E il cattolico Giorgio La Pira propone il seguente articolo: «Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione, adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico». Il presidente Tupini dichiara aperta la discussione. La Pira sottolinea che «primo, il lavoro è il fondamento degli organismi economici sociali e politici; il secondo, che il lavoratore è compartecipe consapevole di tutto il congegno economico sociale e politico, e quindi che la concezione che anima i suddetti organismi deve essere ispirata ai principî democratici». La cosa interessante è che si definisce il lavoro come fondamento degli organismi economici e sociali. Cioè, come fa notare anche Zagrebelsky il lavoro è il principio da cui dipendono le politiche economiche così come dalle politiche economiche dipende l’economia. «Oggi – scrive il giurista – assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato: dall’economia dipendono le politiche economiche; da queste i diritti e doveri del lavoro».

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Durante il dibattito, il comunista Togliatti aveva lanciato come principio della Costituzione la definizione: «Lo Stato italiano è una Repubblica di lavoratori». Piacque anche ai repubblicani mazziniani ma non riuscì a passare. La parola “lavoratori” evocava troppo il partito comunista e l’Unione sovietica. Il democristiano Aldo Moro infatti fece notare che «tutti concordano sulla necessità della specificazione “Repubblica democratica”, ma non ci si può nascondere che l’indicazione proposta dall’onorevole Togliatti potrebbe apparire alla pubblica opinione come una affermazione di una particolare ideologia, di uno speciale partito».
Durante l’Assemblea Costituente si parlò molto di “lavoro della mente e del braccio” e come scrive Zagrebelsky, si misero tanti paletti dopo quel fondamentale articolo 1 per garantire gli effettivi diritti dei lavoratori. Dalla salute alla sicurezza alla dignità dei cittadini.

Senza poi dimenticare quel comma dell’articolo 3 voluto da Lelio Basso che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

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Vercelli, le mondine manifestano per le otto ore

Lione, Brasilia, Città del Messico e Idomeni. La settimana per immagini

A policeman reacts during a clash with protestors during a protest against the proposed changes to France's working week and layoff practices, in Lyon, central France, Thursday, April 28, 2016. French protesters are back on the streets over proposed reforms to the country's labor rules and strikers have forced cancellations and delays at two airports serving Paris. (AP Photo/Laurent Cipriani)

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Immagine in evidenza: 28 aprile 2016. Lione, Francia. Scontri tra manifestanti e polizia durante la protesta contro la riforma del lavoro. (AP Photo/Laurent Cipriani)

Gallery a cura di Monica Di Brigida

Manager contro manager

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L’ultimo inciampo è accaduto in zona Giambellino-Lorenteggio, periferia milanese da sempre serbatoio di voti del Pd. Beppe Sala è arrivato indossando la sua maschera da campagna elettorale, sorriso responsabile gigioneggiando disponibilità, alla Casetta Verde, sede del comitato di quartiere, pronto a tessere la solita rete di promesse per le periferie. Mentre si intratteneva con una storica abitante del luogo è stato contestato da un gruppo di residenti. Meglio: secondo lo staff di Sala si sarebbe trattato di “antagonisti organizzati” mentre loro, i contestatori, dichiarano di essere «semplicemente cittadini della zona che non dimenticano gli sgomberi e le politiche sulle periferie, oltre al bilancio di Expo che non arriverà prima delle elezioni».
Comunque le accuse devono aver colto nel segno se è vero che Sala sarebbe stato “cinturato” dai suoi collaboratori per evitare lo scontro fisico ed è stato necessario l’intervento della polizia. «Ci piace pensarti così, di corsa che scappi da chi non si fa prendere in giro e oggi ti ha sputato la verità in faccia»: hanno scritto sui social alcuni esponenti del Comitato abitanti Giambellino-Lorenteggio.
Mister Expo che perde le staffe, comunque, è il sintomo di una campagna elettorale che vede contrapposti per la corsa alla poltrona da sindaco due manager – Beppe Sala per il centrosinistra e Stefano Parisi per il centrodestra – che sembrano poco avvezzi a una campagna elettorale che non si vincerà certo con le strette di mano o con l’altisonanza dei curricula.
I milanesi puntano sulla concretezza delle risposte chiare alle domande precise, nessun fumo, e se Beppe Sala ha pensato che bastasse la retorica di “Expo = grande successo” e la benedizione di Renzi per navigare tranquillamente verso la poltrona di Palazzo Marino, oggi si deve ricredere e cercare un cambio di passo. «Serve un Beppe più umano…», si ripete tra i suoi, «meno distante», e così la strategia del “manager vincente” oggi sembra avere esaurito la forza propulsiva.
Dall’altra parte, Stefano Parisi intanto guadagna punti e sorriso: secondo un sondaggio dell’Huffington Post avrebbe recuperato il gap iniziale e risulterebbe addirittura vittorioso al ballottaggio contro Sala. “I due candidati clone”, li chiamano i detrattori: anche Parisi, infatti, come Sala, viene dal mondo degli affari e della burocrazia senza “esperienza di partito”, eppure, se è vero che Sala è stato city manager di Milano con Letizia Moratti sindaco (così come Parisi lo fu con Gabriele Albertini prima di lui), il candidato del centrodestra ha una lunga frequentazione con la politica: a 28 anni era già consigliere del ministro del Lavoro socialista Gianni De Michelis (erano gli anni della “scala mobile”) che ha poi seguito agli Esteri. Siamo negli anni 80, nel pieno fulgore del craxismo in italia. Negli anni 90 invece, mentre tutto intorno crolla, Parisi avanza fino a Palazzo Chigi: capo del dipartimento Economia del premier Amato e poi del presidente del Consiglio “tecnico” Carlo Azeglio Ciampi: arriva Silvio Berlusconi e lui, il camaleonte Parisi, è sempre lì; poi arriva Prodi (e il governo dell’Ulivo) e Parisi rimane inamovibile. Solo nel 1997 approdò a Milano a seguito dell’allora sindaco Albertini, per diventare poi direttore generale della Confindustria con il presidente Antonio D’Amato. Una vita più di scontri che di mediazioni: a Milano aveva rotto con la Cgil sul patto del lavoro e fu uno dei collaboratori del giuslavorista Marco Biagi completandone il lavoro dopo l’omicidio: mentre Cofferati portava il sindacato in piazza, Parisi dialogava con Berlusconi e Maroni per inseguire tutt’altro modello economico. Ed è lì probabilmente che è scoccata la scintilla che ha convinto Berlusconi (ma anche Salvini) a puntare su di lui per la corsa a sindaco. Candidato di un centrodestra che, qui a Milano, è ben distante dal complicato scenario nazionale se è vero che alla presentazione della sua candidatura il parterre era composto da Salvini, l’ex ministro Lupi passando per La Russa e Gelmini: roba da fantascienza, in Parlamento.

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Parliamo di Milano e dell’elezione del nuovo sindaco anche con un video in cui abbiamo sentito cosa pensano i milanesi, guardalo sulla nostra pagina facebook e sul nostro canale youtube

Luis Sepùlveda, raccontare, resistere. Contro l’avanzata delle destre in America Latina

Alcuni Paesi latinoamericani sembrano attraversare una crisi democratica che mette a rischio diritti civili acquisiti negli ultimi vent’ anni.Che cosa sta accadendo in Paesi come il Messico, il Venezuela l’Argentina?Lo abbiamo chiesto a Luis Sepùlveda, vencitore del Premio Hemingway 2016 ( dal 22  al 26 giugno a Lignano Sabbia d’oro) che , dopo  Encuentro a Parugia, lo scorso maggio, ora lo riporta in Italia.

«In realtà non si tratta di una crisi democratica», spiega  lo scrittore cileno. «Il grande problema è la corruzione politica e il degrado morale di chi è al potere e dei loro complici. Il neoliberismo ha capito che per mantenere il dominio assoluto del “mercato” con questi livelli di sfruttamento serve la complicità dei governanti, di parlamentari e di amministratori corrotti. Il problema è universale. Bisogna smettere di vedere l’America Latina come un continente di scimmie ammaestrate che a volte si comportano bene e altre volte male».

E nel Brasile di Lula e Rousseff, invece?

In Brasile abbiamo assistito ad un tentativo di “colpo di Stato senza armi” di cui è protagonista il Parlamento più corrotto. Lula e Rousseff hanno commesso un grave errore strategico non spiegando da un punto di vista politico, in modo trasparente, passo dopo passo, tutto ciò che stavano facendo, e che cosa ostacolava e chi si opponeva ai grandi cambiamenti che intendevano attuare.

In Messico i giornali non sono liberi e molti giornalisti rischiano la vita o addirittura vengono uccisi. Un mestiere che è diventato impossibile nel Paese dove la polizia spara anche contro chi protesta per la riforma scolastica?

Da quando il narcotraffico si è imposto come un potere assoluto in Messico, la professione di giornalista come voce indipendente, obiettiva, eticamente corretta, è diventata qualcosa di molto pericoloso. E se a questo si aggiunge la complicità del PRI, un narco partito politico, il quadro appare estremamente drammatico.

Può la letteratura contribuire a cambiare questa drammatica situazione?

Che la letteratura di per sé contribuisca a cambiare la realtà è un mito, spetta ai cittadini e alle cittadine; solo loro possono e devono cambiare le cose. La letteratura può aiutare, forse, ma non possiamo dimenticare che uno scrittore è prima di tutto un cittadino e poi uno scrittore.

Dunque, cosa significa per lei essere uno scrittore latinoamericano oggi?

Significa essere un cittadino resistente agli abusi del potere. Per lo meno così la intendo io, ma non sono certo che la maggioranza la pensi allo stesso modo.

Il Cile ha attraversato una stagione democratica, ma la Costituzione è ancora quella di Pinochet, che ne pensa?

Dal 1990 Cile ha sperimentato una sorta di “promessa impossibile di realizzare”. La dittatura e i partiti che negoziarono la transizione lo fecero alle spalle delle aspirazioni e dei desideri della maggior parte dei cileni. Invece di ricostruire i valori democratici hanno preferito conservare il modello economico neoliberale della dittatura e farlo diventare ancora più crudele e perverso. Che la Costituzione vigente sia ancora quella stilata dalla dittatura è la dimostrazione che poche cose sono cambiate. L’ex presidente Patricio Alwyn promise «una democrazia per quanto possibile», «una giustizia per quanto possibile» ma quel « possibile» fu deciso da civili complici della dittatura e dai partiti che hanno governato proprio dal 1990.

Scrivere per i bambini implica una particolare sensibilità oltre ché fantasia. Che cosa le preme trasmettere?

Sì, non è facile scrivere per lettori giovani, è una sfida molto grande. E a me piacciono le sfide. Più grandi sono e più mi stimolano. Non credo al famoso “messaggio”. Scrivo e con le mie storie cerco di condividere valori umani, etici. Dopo Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà pubblicato in Italia da Guanda sta scrivendo un nuovo libro? Sto finendo un nuovo romanzo a cui lavoro da due anni e spero di consegnarlo entro giugno. Non posso dire di più, non racconto mai nulla dei miei libri prima che escano. Ne riparleremo quando sarà in libreria.

(Traduzione di Gabriela Pereyra).

Le identità in frantumi, i partiti, i movimenti e la crisi della democrazia. Parla Colin Crouch

epa05254902 Participants of the social media-born movement dubbed 'La Nuit Debout' ('The Night awake' or 'The night standing up') take part in a general assembly sit-in on Place de la Republique, to protest against the labor law reform bill in Paris, France, 11 April 2016. The Nuit Debout movement, which began on 31 March 2016, is reminiscent of the Spanish 'Podemos' movement and the global '#Occupy' movement - with daily general assemblies organised at sun-down. EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Devo dire la verità, di movimenti nazionalisti e xenofobi avrei preferito non occuparmi. Meglio pensare al resto del mondo politico e a come cambia. Ma ahimé, i successi di questi partiti in tutta Europa mi hanno costretto a occuparmi anche di quel fenomeno». Colin Crouch, sociologo e scienziato politico britannico, autore di Post-Democracy e critico della deriva democratica nell’era del neoliberismo, sorride mentre si impone di parlare in italiano. Ci tiene, anche se la cosa finisce col rendere la comunicazione più complicata. Crouch ha appena parlato a un convegno alla Camera dei deputati (dove è stato invitato da Giulio Marcon) e ci fermiamo a discutere con lui dei temi che ha affrontato e che sono i suoi da tempo: la crisi delle forme della democrazia novecentesca, il declino della partecipazione in politica; un fenomeno che, a suo modo di vedere, consegna in questa fase storica un peso e una centralità enormi all’unica identità forte che rimane. Quella nazionale.

Lei ha parlato di una perdita di identità sociale che rende inservibili le strutture politiche novecentesche, mentre i movimenti che, per loro natura, vivono un tempo limitato, riescono meglio a intercettare le caratteristiche della nostra epoca e a rappresentarle più di quanto non facciano le strutture tradizionali. Quali sono i fattori che determinano la crisi dei partiti nazionali tradizionali?
Le ragioni di una profonda crisi delle strutture politiche tradizionali risiede – in Europa occidentale – nel declino del peso della religione e nei cambiamenti nella struttura delle classi sociali nella società postmoderna. Le identità di classe formatesi durante l’economia industriale erano fortemente segnate dalla politica e vivevano del conflitto tra inclusione ed esclusione: chi era fuori lottava per essere incluso, chi era dentro si batteva per tenere fuori gli esclusi. Quel periodo speciale della Storia si è concluso: la società contemporanea non sente di avere radici profonde, le identità senza radici non durano. Benché esistano ancora burocrazie e strutture politiche importanti, i rapporti tra queste e gli individui spesso diventano più frammentati, temporanei. I social media sono solo l’espressione estrema di questo fenomeno generale. I partiti e anche i sindacati pagano il prezzo forte per queste profonde trasformazioni. Il paradosso è che con l’imporsi di una cittadinanza universale, con uguali diritti per tutti, si perdono il significato e il ruolo politico delle strutture cresciute nel conflitto per ottenere quei diritti. Inoltre, la riorganizzazione post-industriale dell’economia contribuisce a frammentare le identità di ciascuno. Possiamo essere addetti a un call center, tifosi di una squadra, appassionati di un genere musicale e impegnati in politica allo stesso momento e con la stessa intensità. Alla domanda «chi sono io?» possiamo dare risposte molteplici, ma poche richiamano il ruolo della politica.

La globalizzazione dell’economia non ha contribuito a rafforzare l’autorevolezza percepita delle istituzioni democratiche…
La globalizzazione contribuisce a determinare una crisi della democrazia ed è un ulteriore elemento che indebolisce la forma partito tradizionale. Il livello a cui si prendono le decisioni economiche è sempre più spesso sovranazionale: le regole sono nazionali, l’economia no. E di conseguenza la politica elettiva ha sempre meno strumenti. L’Europa e l’Europarlamento sono un tentativo di creare uno spazio democratico e una rappresentanza sovranazionali, ma vengono a loro volta percepite come istituzioni distanti: più la politica si avvicina al potere e più viene sentita come lontana dal vissuto delle persone.

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Realismo della politica e diritto di sognare

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Matteo Renzi si è seduto al tavolo buono. Una tavola rotonda, per essere precisi, che il 25 aprile ha riunito, a fianco del premier italiano, Francois Hollande, Angela Merkel, Barak Obama e David Cameron. I leader dei 5 Paesi chiamati a decidere della guerra al Daesh, del modo di accogliere o respingere i profughi, della sorte dell’Ucraina e dei rapporti tra Occidente e Russia, dei trattati a tutela del libero commercio e del futuro dell’Unione Europea, vale a dire welfare, diritti, politica e istituzioni comuni.

Non so cosa abbia detto: questi colloqui vengono registrati dallo staff ma secretati, perché ognuno dei leader possa poi contarsela con i media domestici. So cosa avrebbe dovuto dire: L’Italia crede nell’Europa, cerca la distensione con la Russia – senza concessioni a Putin sul tema dei diritti -, è convinta che si debba chiudere la partita con i terroristi di al Bagdadi, appoggiando tutte le forze che li combattano sul campo e minacciando l’embargo contro Arabia Saudita e Turchia se continueranno il loro doppio gioco. I profughi vanno accolti, non mandati a casa a morire come fecero gli americani nel ’39 con gli ebrei della St. Louis. Vinto l’Isis, con una grande sottoscrizione mondiale si finanzi il ritorno a casa di tutti coloro che vorranno. Sul libero commercio, se ne discuta ma senza clausole segrete e senza consegnare alle multinazionali le chiavi della politica e degli Stati. E quanto all’Europa, sia unita, si dia istituzioni democraticamente elette, affermi nel mondo tolleranza e diritti, e adotti una politica fiscale solidale, con eurobond che finanzino un piano europeo per il lavoro.

Utopia? Niente affatto. Cameron è un leader dimezzato. Se le forze che sostengono il Brexit vinceranno, sarà lo sconfitto; se perderanno sarà per merito di Corbyn, degli scozzesi, di Obama e financo di parte della City. Obama quel discorso l’avrebbe ascoltato con interesse: in fondo con la riforma sanitaria, dell’immigrazione e con la condanna dell’uso delle armi, egli ha portato in America dosi omeopatiche di Europa. E Merkel e Hollande? Il motore europeo è ingolfato, i due si attaccano al timone per governare l’abbrivio della nave. Finché andrà.

Questo è il tempo della politica. Una grande politica europea, liberale e solidale. Democratica perché consegna ai cittadini le leve delle scelte fondamentali. Visionaria, perché scommette su di un mondo multipolare, sull’innovazione e la ricerca, sulla dignità di tutte le persone umane, quali che ne siano il colore o le scelte sessuali.
Purtroppo non è questa la politica di Renzi. La sua politica rinuncia a cambiare il mondo mentre chiede per il suo governo una delega molto ampia, riduce il voto alla scelta del capo, usa bonus e sgravi fiscali come surrogato dei contratti liberamente sottoscritti e dei diritti acquisiti. Una politica che pretende di arrestare i corrotti mettendo il bavaglio alle intercettazioni e chiede ai magistrati di non disturbare il manovratore. Nell’interesse dell’Italia, s’intende. Non dubito che faccia questo con le migliori intenzioni, perché la sua gli sembra l’unica politica realista e perché non sa fare altro.

Dico però che non sarà lui il principe capace di svegliere l’Italia, bella e addormentata. I nostri giovani hanno bisogno di sognare, non di diventare politicanti. La nostra gente deve tornare a partecipare, non delegare al governo o disertare le urne. Il primo maggio torni «il giorno del risveglio alla luce e alla conoscenza, in un’alleanza fraterna per combattere ogni oppressione, ogni arbitrio, ogni sfruttamento».

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