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Nave Libra: lo spot pubblicitario più costoso del fascismo moderno

Questa mattina tutti i giornali scrivono di gran cassa dei sedici (16!) migranti deportati in Albania su mezzi italiani dopo essere stati accalappiati in mezzo al mare. Un’operazione che costa un miliardo di euro scippati dalle tasche dei contribuenti mentre il ministro all’Economia Giorgetti rischia l’afonia per il continuo avvisarci che le casse sono vuote e che la situazione è difficilmente raddrizzabile.

Mentre la nave militare Libra scaraventava gli egiziani e bangladesi nei container di Shengjin – un lager di cartapesta come certe facciate finte dei set cinematografici – al porto di Lampedusa sono sbarcate oltre 300 persone. 

In un Paese normale perfino gli xenofobi questa mattina dovrebbero avere il polso dell’enorme presa in giro che stanno subendo dalla loro amata leader. Ora la Giustizia italiana dovrà correre per rispettare il termine di 28 giorni previsto dalle procedure accelerate per sedici persone cannibalizzate dalla propaganda di Stato. 

A dire il vero c’è anche una sentenza della Corte di giustizia europea che potrebbe annullare il meccanismo da un momento all’altro sulla base di una recente sentenza. Comunque di quei sedici chi non riuscirà a ottenere la protezione e farsi mandare in Italia verrà trasferito nel Car Gjader in attesa di un rimpatrio che l’Italia non riesce quasi mai ad ottenere. Nel Bangladesh rientrano solo il 5% di quelli che l’Italia si promette di rimpatriare.

L’operazione è costata almeno quattro volte di più del solito. Quella nave fanfarona che trasborda sedici persone in mezzo al Mediterraneo è lo spot pubblicitario del fascismo. 

Buon martedì. 

Aggiornamento del 18 ottobre 2024 – Il Tribunale di Roma non convalida il trasferimento di 12 migranti portati in Albania e ordina di riportarli in Italia. In precedenza erano stati trasferiti in Italia due essendo minori e altri due in condizioni di vulnerabilità.

Appello per l’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza: rischia di perdere le attività con le scuole

L’Irsifar, l’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, fa parte della rete dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e ha sede al secondo piano di Casa della memoria e della storia, in Via San Francesco di Sales a Roma, vicino a via della Lungara, dall’istituzione della Casa nel 2006.
Tre stanze piene di luce, pareti con appese le locandine colorate che sono testimonianza di un’intensissima attività di incontri, moltissimi con e per le scuole; una biblioteca di circa diecimila volumi consultabili in Opac-Sbn Catalogo del Servizio bibliotecario nazionale, un archivio riconosciuto di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica per il Lazio e posto sotto la sua tutela, formato da cinque sezioni che contengono materiali a stampa, originali o in copia prodotti dalle forze antifasciste negli anni della Resistenza e del secondo dopoguerra; un’ampia documentazione – frutto di donazioni di singoli militanti e di associazioni – sui movimenti politici giovanili e studenteschi dell’Italia repubblicana, dagli anni Sessanta agli anni Novanta del Novecento; gli archivi privati di alcune personalità storiche di rilievo come Nicola Gallerano e Ruggero Zangrandi; un archivio sonoro.
La storia dell’Istituto viene da lontano e inizia con la sua fondazione il 10 aprile 1964.
Una nascita fortemente voluta da Ferruccio Parri che l’11 novembre del 1963, aveva scritto una lettera, conservata in archivio, in cui convocava storici e studiosi romani per dare vita all’Istituto.
Un percorso lungo sessant’anni, ispirato dal lavoro di studiosi di impostazioni diverse ma noti per il loro spessore culturale e rigore scientifico: da Claudio Pavone a Renzo De Felice, da Alberto Acquarone a Giorgio Candeloro, Gastone Manacorda e Nino Valeri, da Alberto Monticone a Paolo Sylos Labini e poi Nicola Gallerano, Pietro Scoppola, Anna Rossi- Doria, Mariuccia Salvati, Antonio Parisella, Paola Carucci, Gabriele Ranzato, Guido Crainz, Umberto Gentiloni Silveri, Lutz Klinkhammer e molti altri.
Da 60 anni il fiore all’occhiello dell’attività dell’Irsifar è la formazione degli insegnanti che hanno trovato sempre nell’Istituto un interlocutore privilegiato in tema di formazione storica e di educazione alla cittadinanza e ai valori di libertà, uguaglianza inclusione e democrazia.
Per questo lavoro l’Istituto ha potuto contare per decenni sul lavoro di insegnanti distaccati dalla scuola, nel tempo diminuiti di numero. Quest’anno l’unica, fondamentale, docente che stava portando avanti il lavoro della sezione didattica, pur avendo passato la selezione del concorso per titoli ed esami dei 65 posti destinati ai progetti nazionali, è stata assegnata ad un ufficio interno dell’Ufficio scolastico regionale e non all’Irsifar.
L’Irsifar è rimasto privo dell’unico distacco (tra l’altro coperto dai fondi di “potenziamento” nella scuola di provenienza della docente e dunque a zero costo per il ministero).
Il danno per l’Istituto e per la sua capacità di offrire il tradizionale servizio di eccellenza è incalcolabile.
I numeri parlano: la sezione didattica dell’Istituto nell’a.s. 2023/2024 ha attivato 4 Pcto, numerosi laboratori storici in sede e nelle scuole, visite sui luoghi storici, progetti trasversali di durata annuale, lavorando con oltre 2.500 studenti, formando 139 docenti e coinvolgendo nelle iniziative soggetti terzi anche molto prestigiosi come diverse ambasciate europee e istituzioni storiche di Roma: un ritmo che con le sole forze del volontariato l’Istituto non è in grado di mantenere.
Per questo, in qualità di direttrice dell’Istituto, ritengo importante che quanto sta succedendo sia posto all’attenzione della cittadinanza e invito a firmare e far circolare l’appello change in cui chiediamo al ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara e alla direttrice dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio, Anna Paola Sabatini, di riconsiderare questa decisione e di ridare all’Irsifar il distacco.

L’appello Change si può firmare qui.

L’autrice: Anna Balzarro è direttrice dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza

Meloni e il bancario: anatomia di un complotto immaginario

C’era questo bancario di Bitonto che al mattino navigava su internet, dava una scorsa alle notizie di politica, di sport e di costume e poi ficcava il naso nei conti correnti dei personaggi à la page per farsi i fatti loro e presumibilmente cullarsene con gli amici al bar. 

Il bancario ficcanaso ha compiuto migliaia di accessi illegali, mostrando un’eterogeneità invidiabile tra i vari sport, tra le varie fazioni politiche, tra le diverse squadre. Evidentemente all’impiegato infedele interessava soprattutto essere sulla cresta della notizia, poter essere uno di quelli che ne sa sempre un po’ di più della gente normale. 

La pratica è censurabile e fastidiosa, soprattutto perché nella geografia dei nostri conti correnti vi sono le traiettorie dei nostri comportamenti. E infatti il ficcanaso è stato licenziato e passerà guai grossi nei mesi a venire. 

Tra gli spiati c’è ovviamente anche Giorgia Meloni, insieme a una folta schiera di politici, in virtù delle posizioni apicali raggiunte. Per il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Tommaso Foti dietro quell’impiegato «ci sono manine nazionali, e magari anche qualcuna internazionale». Anzi Foti invita a guardare «dove tira il vento di sinistra». «Mi sembra anomalo – dice – che in Italia la sinistra taccia, e che questo scandalo non abbia riverbero in alcun contesto esterno». 

In sostanza una presunta internazionale di sinistra avrebbe mosso un impiegato di Bitonto a spiare migliaia di calciatori e vip per attaccare il governo Meloni. E questo è tutto quello che c’è da dire sulla sindrome del complotto e sulla perdita del senso delle proporzioni. 

Buon lunedì. 

La sicurezza sul lavoro è una scelta politica

La funzione delicatissima svolta dai presidenti della Repubblica è oggetto di un insidioso disegno di depotenziamento da parte della maggioranza di destra. Il progetto di “premierato forte”, che prevede l’elezione diretta del capo del governo, voluto da Giorgia Meloni e fatto oggetto di un annuncio dal ministro per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, Maria Elisabetta Alberti Casellati, porta con sé un evidente ridimensionamento del ruolo del capo dello Stato e del Parlamento.
In particolare, per quanto riguarda il presidente, si tratta di un ruolo fondamentale di arbitro costituzionale e istituzionale. E anche, non meno rilevante, di perno morale della Repubblica. Indebolire questa figura, insieme al Parlamento, metterebbe in discussione la nostra stessa architettura costituzionale. Ma per venire all’oggetto di questo articolo, chi, se non una figura dotata di grande esperienza e sensibilità politica, ma collocata super partes, come quella del capo dello Stato, potrebbe richiamare le istituzioni stesse alle urgenze, da un lato più sentite dall’opinione pubblica e, dall’altro, concretamente più rilevanti per l’interesse del Paese? ( Il presidente Mattarella l’ha fatto anche oggi nella giornata del 13 ottobre 2024 dicendo”La sicurezza sul lavoro è una priorità permanente“)

È questo il caso della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e della insopportabile catena di vittime alla quale si aggiungono, ogni giorno, nuovi anelli.
Voglio qui rendere omaggio a Giorgio Napolitano. La costante moral suasion che il presidente esercitò sull’Esecutivo del tempo, in particolare all’indomani dell’incidente del 6 dicembre 2007 alla Thyssenkrupp di Torino, diede impulso e aiuto al governo Prodi, del quale ero ministro del Lavoro, a emanare, poco dopo, in aprile, il Decreto 81 del 2008, noto come Testo Unico su salute e sicurezza sul lavoro, quando quell’Esecutivo era già dimissionario.
All’indomani dell’incidente di Brandizzo, Sergio Mattarella, a sua volta, dette voce alla sensazione diffusa provocata da quell’evento: «Tutti quanti abbiamo pensato come morire sul lavoro sia un oltraggio ai valori della convivenza».

Quali sono, dunque, i punti fondamentali, oggi, per ripristinare quei valori di fronte alle mille morti all’anno, tre al giorno, che si verificano nei luoghi di lavoro? Vorrei fare una premessa di natura storica. Negli ultimi 60 anni, dal boom economico a oggi, siamo passati, progressivamente, dagli oltre 10 morti al giorno di allora a una media di 3. Si tratta di un arido dato statistico che ci dà la misura del miglioramento avvenuto, ma che, al tempo stesso, ci richiama alla dimensione umana di quella che continua a essere una strage quotidiana. Una riduzione di morti sul lavoro dovuta a una molteplicità di fattori: l’adozione di nuove tecnologie, la lungimiranza di una parte delle imprese nella scelta degli investimenti in prevenzione, la contrattazione sindacale, la legislazione e l’attenzione all’ergonomia, quindi, a fondamentali elementi di protezione della salute e della sicurezza. Oggi, però, non si riesce ad andare al di là di questa sia pur significativa riduzione delle perdite umane sul lavoro. Tenendo anche conto che, sì, diminuiscono gli incidenti non mortali ma aumentano le malattie professionali.

Il Decreto 81 del 2008, che ha fatto parte di questo percorso virtuoso, si basava su tre concetti: prevenzione, formazione e repressione. Noi crediamo soprattutto alla prevenzione e alla formazione. Poi, i controlli e le sanzioni sono assolutamente necessari, ma come intervento di ultima istanza. Prevenzione vuol dire spostare l’asse dal risarcimento all’investimento. L’Italia, ogni anno, spende 3 punti di Prodotto interno lordo, più di 50 miliardi di euro, per risarcire le morti, le inabilità parziali o totali, le ferite e il disagio derivanti dagli incidenti sul lavoro. Riuscire a convertire una quota parte di quelle risorse in prevenzione è fondamentale. Quel 3% del Pil è, purtroppo, una media internazionale. L’Istituto preposto, l’Inail, del quale sono stato consigliere di amministrazione fino all’incomprensibile commissariamento deciso dal governo Meloni, si muove già in questa direzione. I bandi Isi, Interventi di sostegno alle imprese, prevedono un finanziamento a fondo perduto per investimenti in prevenzione a favore delle aziende, con un massimale di 130mila euro per ogni intervento: nel 2022 sono stati stanziati a questo scopo 333 milioni di euro. A questi bandi dobbiamo aggiungere il meccanismo del bonus-malus sui premi assicurativi pagati dalle aziende nel caso della certificazione di “infortuni zero” nel periodo precedente. Si tratta di un raro caso nel quale, giustamente, l’azienda virtuosa viene premiata.

Esiste, però, un problema decisivo. L’Inail risparmia un miliardo, un miliardo e mezzo l’anno nel rapporto tra entrate e spese. È necessario ricordare che sono fondi versati dalle imprese. Ma quei soldi sono vincolati in quanto istituti come Inps e Inail rientrano nel computo del debito pubblico. Questa situazione è un freno agli investimenti. Fondi che andrebbero investiti ulteriormente in prevenzione e formazione. Si devono, perciò, fare scelte: a mio parere un po’ più di debito è giusto se questo serve per gli investimenti che tutelano la salute e la sicurezza. In caso contrario bisogna avere il coraggio di dire che una parte dei premi pagati all’Inail dalle aziende rappresentano una tassazione occulta a carico delle stesse imprese. Occorre precisare che l’Inail ha in deposito presso la Tesoreria una cifra cumulata superiore ai 37 miliardi di euro, naturalmente a rendimento zero.
Che cosa fare

Per quanto riguarda il fronte normativo si dovrebbe, innanzitutto, completare il Decreto 81 del 2008 a partire dalla cosiddetta “patente a punti” ( nella forma originaria in cui fu proposta, non in quella attuale, dove basta una autocertificazione ndr). Nelle gare d’appalto sarebbe auspicabile conteggiare, nella misura massima possibile, ai fini del punteggio, tutte le azioni virtuose previste dalle aziende nel campo della prevenzione. Si deve combattere la pratica, esplosa con il “bonus 110%”, dell’iscrizione alla Camera di commercio di aziende, perlopiù individuali, senza esperienza e cultura professionale nel settore dell’edilizia: si sono costituite imprese fantasma e improvvisate, senza attrezzature, macchinari, né manodopera che svolgono un’opera di pura intermediazione di lavoro a basso costo. Una forma di “caporalato edilizio” denunciato dalle associazioni delle imprese della categoria e dai sindacati. Andrebbe anche rivisto il nuovo Codice degli appalti nel quale, come spesso accade, si confonde la parola “semplificazione” con la “deregolazione”. Un conto è semplificare gli adempimenti, un conto è togliere le regole. Si dovrebbe cancellare o almeno accorciare la catena dei sub-appalti, non favorirla e allungarla e, soprattutto, chiudere definitivamente il capitolo del massimo ribasso a vantaggio della offerta economicamente più vantaggiosa. La logica da affermare, se si punta alla eccellenza, è: può vincere anche chi ha il prezzo più alto nel caso in cui offra la migliore qualità tecnica, il pieno rispetto delle regole della sicurezza e la trasparenza retributiva.

Infine, come ci dimostra Brandizzo, è opportuno potenziare tutti gli elementi di alleanza e collegamento tra ricerca, produzione dei macchinari, progettazione della organizzazione del lavoro e rispetto della sicurezza. Un solo esempio: l’orditoio, che ci riporta alla vicenda di Luana D’Orazio. Perché quel macchinario era progettato per continuare a produrre anche se era stato tolto il riparo, scelta che ha provocato la morte della lavoratrice? Incorporare, come elementi trainanti della progettazione, la sicurezza e l’ergonomia che portano con sé il valore della persona che lavora e non soltanto la velocità dell’esecuzione e il risparmio di tempo e di denaro, è fondamentale. Da questo punto di vista si deve fare sicuramente quel salto in avanti che di recente ha chiesto il presidente della Repubblica.

L’autore: Cesare Damiano, già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare

Nota di redazione: La versione originale dell’articolo è stata pubblicata sul left il 5 ottobre 2023, nella 74° Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro,  ve la riproponiamo perché oggi è più attuale che mai

L’economia di guerra dell’agenda Draghi non è la soluzione, ma il problema

Le escalation in corso in Ucraina e in Medio Oriente rischiano di deflagrare in un conflitto generalizzato e catastrofico. Da mesi assistiamo a violenze e distruzioni senza che emerga una soluzione politica e negoziale. La crisi degli organismi internazionali non vede lo sforzo per una loro democratizzazione ma, al contrario la logica della forza e la rimozione del diritto internazionale e dell’Onu.
La logica di guerra ha stravolto gli orientamenti delle forze politiche annichilendo un ruolo autonomo dell’Europa. Avanza un nuovo integralismo “occidentalista” che occulta e giustifica le gravissime responsabilità di Israele e avalla le spirali sempre più pericolose di escalation nel conflitto russo ucraino. La nuova “agenda Draghi” impone l’economia di guerra tagliando spesa sociale e rinviando l’impegno per la transizione verde in Europa.

L’emergenza della “sicurezza”, la logica della fortezza assediata ha rimosso le emergenze della crisi climatica, dei divari tra Nord e Sud,
delle disuguaglianze, della trasformazione dei processi produttivi. La spinta alla guerra è il segno della crisi di un ordine, crisi della fase espansiva della globalizzazione, crisi del tentativo egemonico occidentale al collasso del Patto di Varsavia, crisi del modello energetico e produttivo basato sulle risorse fossili e il depredamento delle materie prime del sud del mondo. Abbiamo ormai molte prove del fatto che le sinistre moderate che hanno scelto di scommettere sulla prospettiva espansiva della globalizzazione e sull’effetto modernizzante delle ricette neoliberiste non sono parte della soluzione ma parte del problema, e l’assenza di una prospettiva differente allarga lo spazio delle destre.

La guerra è la nuova cifra della politica, dell’economia, della cultura. Dopo la pandemia le deboli e contraddittorie iniziative orientate a politiche promuovere una transizione verde e un consolidamento delle reti di solidarietà sociale sono state rapidamente archiviate. La guerra, la guerra, infinita e senza alternative è padrona del campo.
Trent’anni di guerre democratiche, preventive e unilateralismo non hanno prodotto un nuovo equilibrio, ma la permanenza della guerra senza fine. Lo sapevamo, l’avevamo detto inascoltati ma oggi ritorna l’illusione del ricorso allo strumento militare.

Le élite mondiali sembrano preda di una nuova rappresentazione paranoica che si compone di una affermazione ideologica e identitaria dell’Occidente e di una sindrome da accerchiamento. Fuori dalla fortezza ci sono solo nemici barbari o impazziti con i quali il conflitto non può che essere militare, e l’unica soluzione del conflitto non può che essere la Vittoria. La guerra non è più, nemmeno strumento per l’ipocrita “ingerenza umanitaria” o per la più concreta “difesa del nostro sistema di vita e di consumo”: è diventata una sfida esistenziale in cui in gioco è la sopravvivenza.

Cos’altro deve accadere perché le sinistre italiane e occidentali colgano il carattere strategico della guerra che definisce e riorganizza il contesto politico, economico e culturale? Cos’altro deve accadere perché si produca una mobilitazione all’altezza della sfida e del pericolo in corso? Il fatto che la sinistra nel suo complesso e le grandi organizzazioni sociali abbiano abdicato alla responsabilità di costruire ha anche inciso sulle dimensioni e, soprattutto, sulla qualità delle mobilitazioni contro la guerra lasciate troppo spesso a aree politiche marginali e arretrate.

Lo abbiamo denunciato in un appello inviato un mese fa ai dirigenti delle principali forze politiche e sociali firmato da oltre 4000 persone: è grave che, di fronte alla drammaticità dell’orrore in corso e alla pericolosità della escalation militare, non sia stata messa in campo nel nostro paese una mobilitazione sociale e un’iniziativa politica adeguata sia per dimensione che per qualità, equilibrio e articolazione delle proposte. Il mancato protagonismo delle grandi organizzazioni sociali e politiche che rappresentate ha limitato le dimensioni e la qualità della mobilitazione contro il massacro in atto impedendo che acquisissero dimensioni di massa e esponendole a rappresentazioni liquidatorie.
Non basta ribadire le ragioni contro la guerra ma è necessario ricostruire una proposta politica e culturale di alternativa alla guerra e alla militarizzazione dei conflitti.

In molti, in vista delle scorse elezioni europee chiedemmo di costruire un’iniziativa e una proposta politica che mettesse al centro l’alternativa tra pace e guerra, non per farne un richiamo elettorale ma per costruire convergenze tra forze diverse e mettere in relazione esperienze sociali e politiche.
Il voto in ordine sparso su Von der Leyen e il suo programma politico e sull’autorizzazione di armi contro il territorio russo rivelano la subalternità delle sinistre europee. Ma questo scenario sconsolante non doveva essere alibi per rimuovere la necessità di una proposta politica chiara, anzi avrebbe richiesto un di più di soggettività, lo sforzo per proporre un’ipotesi di uscita dal quadro di frammentazione e confusione che segna le forze di alternativa in Europa. Il fatto che un’alleanza elettorale elegga persone che andranno in gruppi parlamentari diversi, che implicano diverse proposte politiche, ma anche differenti scelte di schieramento istituzionale e su questioni cruciali, non è un fatto marginale. Questa articolazione può essere un segnale della debolezza insita in questa alleanza e nel rapporto con le personalità politiche elette o può divenire un’opportunità. Ma perché ciò avvenga è necessario un di più di soggettività, di proposta e analisi condivisa. Non si tratta di dire che, in fondo, tutti i gruppi sono plurali e in crisi e dunque si tratta di appartenenze “deboli”. Il fatto che questi gruppi siano in crisi e attraversati da fratture radicali non è una consolazione ma un elemento di maggior preoccupazione. Non si può far discendere la propria identità dal gruppo in cui ci si colloca, ma è necessario costruire una proposta che faccia avanzare anche la discussione in corso nelle diverse sinistre e nelle forze ecologiste e antiliberiste europee. Ma, appunto, servirebbe un di più di autonomia politica della sinistra. Intesa non come riferimento identitario ma come risorsa per promuovere, stimolare e qualificare aggregazioni più ampie. Altrimenti la stessa diatriba attorno alla partecipazione o meno a campi larghi o stretti si riduce a politicismo poco comprensibile ai più.
Oggi Sinistra Italiana è, obiettivamente, un punto di riferimento e un soggetto importante in questa riflessione. Proprio il risultato elettorale rende più credibile e necessario di ieri svolgere un ruolo e consegna la responsabilità di rispondere a domande nuove.

In Parlamento Sinistra Italiana ha assunto posizioni corrette ma questo non basta se non si fa di queste il punto di partenza per un’iniziativa politica nel rapporto con gli altri partiti, ma soprattutto nella società.
Mettere al centro l’alternativa tra pace e guerra è non solo un’urgenza epocale ma è anche un’indicazione ineludibile per ridefinire un ruolo della sinistra non testimoniale o parassitario.
Non c’è la possibilità di fermarsi a pensare, è necessario ricostruire un pensiero stando nell’urgenza del fare, è necessario ricostruire una riflessione non episodica avendo la capacità di ascoltare quello che emerge nella società e avere la capacità di mettersi in relazione con essa. Trasformare l’orrore per la guerra, la frustrazione, la paura, l’incertezza in relazioni, in alternative condivise. Per questo nella giornata della mobilitazione contro il massacro in Palestina abbiamo costruito un’occasione di riflessione e confronto sulla guerra a cui abbiamo invitato, non a caso tre donne – Ida Dominjanni, francesca Fornario e Pasqualina Napoletano- per ragionare su come la guerra abbia stravolto il pensiero, le parole e la politica e come sia necessario ricostruire pensiero, parole e politica come alternativa alla guerra.

L’autore: Animatore di maschile plurale, Stefano Ciccone fa parte del gruppo dirigente di Sinistra italiana ed è docente dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Welfare familiare in crisi e le donne rinunciano al lavoro

La scorsa settimana, Assindatcolf, l’Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico, costituita su iniziativa della Confedilizia nel 1983 per rappresentare e tutelare la categoria delle famiglie che hanno alle loro dipendenze dei collaboratori domestici, ha presentato un Paper dedicato alla «crisi del lavoro domestico, tra crollo degli occupati e irregolarità».
Il Paper è tratto dal Rapporto 2024 Family (Net) Work – Laboratorio su casa, famiglia e lavoro domestico, promosso da Assindatcolf con il Censis, Effe (European Federation for Family Employment & Home Care), Fondazione Studi consulenti del lavoro e centro studi e ricerche Idos.
Secondo il Rapporto, tra 2021 e 2023, gli occupati del comparto sono calati di 145mila unità. In sintesi, secondo Assidatacolf, le cause di questa vistosa flessione sono rappresentate dalla «crescita dei costi per l’assistenza» che «porta sempre più donne a rinunciare al lavoro». Rispetto al 2018, il numero delle donne tra i 55 e i 64 che hanno deciso di non lavorare più per motivi familiari, è cresciuto di 219mila unità. Questo, nonostante la curva dell’occupazione femminile sia in crescita.
Spiega ancora il Paper che «secondo l’indagine Family (Net) Work svolta a luglio 2024 su un campione di 2.015 famiglie aderenti ad Assindatcolf e Webcolf, i nuclei che si avvalgono dei servizi forniti da una badante affrontano ogni mese un costo superiore al 50% del reddito mensile. Cifre ormai insostenibili non solo per le famiglie a basso reddito, ma anche per il ceto medio (le famiglie che fanno fatica a sostenere queste spese passano dal 27,9% del gennaio 2023 al 55,2% del luglio 2024). Non va, inoltre, sottovalutato come la stessa offerta di lavoro, molto ampia in passato, si stia restringendo. Le famiglie italiane, infatti, non solo hanno problemi a reclutare la persona giusta per il tipo di lavoro da svolgere (68,7%), ma anche nel reperire le figure disponibili (21,5%). Emblematica è la difficoltà di ricambio generazionale nel settore: se nel 2014, su 100 badanti, 24 avevano meno di 40 anni e 12 più di 60 anni, nel 2023, la quota di under 40 risulta quasi dimezzata (14,2%), mentre quella degli over 60 più che raddoppiata (29,1%)”.
C’è, poi, il nodo del lavoro sommerso messo in evidenza dall’Istat. Nel 2023, la quota di lavoro irregolare nel settore del lavoro domestico si è attestata al 54%. Il che fa sì che il peso del lavoro domestico sia del 38,3% sull’insieme sul totale del sommerso. Con un costo per la collettività che sfiora i 2,5 miliardi di euro all’anno: 1,5 miliardi di mancato gettito contributivo e 904 milioni di evasione Irpef.
Si parla molto di politiche “per le famiglie”. E naturalmente per il lavoro. Ma è proprio nelle nostre case che si annidano, insomma, in un nodo perverso e con grande peso per la collettività, grandi irregolarità e disuguaglianze.
«È ormai chiara a tutti l’esigenza di una riforma generale del sistema, a partire dalla fiscalità: lo Stato deve supportare economicamente le famiglie rendendo più accessibile e conveniente il lavoro domestico regolare. Per questo chiediamo alla politica di mettere al centro della propria agenda, alla voce welfare familiare, deducibilità fiscale o credito d’imposta del costo del lavoro domestico». Questo il commento del presidente di Assindatcolf, Andrea Zini.

L’autore: Sindacalista e già ministro del lavoro Cesare Damiano è presidente di Lavoro & Welfare

Da ‘legittima difesa’ a ‘crimine’: il doppio standard dell’opinione pubblica

L’attacco dell’esercito israeliano alle basi Unifil, la missione dell’Onu al sud del Libano, smaschera l’ipocrisia. 

Il fato che Israele abbia aperto il fuoco contro la base UNP 1-31 sulla collina di Labbune, nell’area di responsabilità dell’Italia che nel sud del Libano schiera oltre mille militari non è un’azione diversa dagli irresponsabili colpi che l’esercito di Netanyahu ha sparato in questo ultimo anno, trasformando una presunta legittima difesa in una vendetta utile a un disegno politico che ha radici antiche.

L’indignazione che leggiamo questa mattina sui giornali è figlia dell’empatia sovranista che in tempi di guerra infetta anche alcuni insospettabili: se a rischiare la vita sono soldati “nostri” allora ciò che prima era collaterale, bellicamente ragionevole e difensivo, diventa un crimine di guerra. 

Se a essere colpite sono della basi Onu – dopo gli ospedali, le scuole, le sedi giornalistiche, gli uffici umanitari – il diritto internazionale diventa improvvisamente un comandamento inderogabile. 

Ipocritamente anche la difesa del dissennato attacco è sempre la stessa: pure le basi Onu – come gli ospedali, le scuole, le sedi giornalistiche, gli uffici umanitari – diventano un “nascondiglio dei terroristi”. Quindi i soldati italiani sono il Libano a fiancheggiare i terroristi, secondo Israele. Chissà anche di questo che ne pensa il ministro Crosetto. 

Per molti invece quella di ieri è stata una giornata perfettamente in linea con l’agire dell’esercito israeliano.

Buon venerdì.

Amos Gitai accende i riflettori sulla pulizia etnica a Gerusalemme est

una foto dello spettacolo House di Amos Gitai

House, lo spettacolo-fiume (due ore e mezza) presentato al Teatro Argentina l’8 ottobre nell’ambito dell’edizione del RomaEuropa festival di quest’anno ha coinciso con la prima ricorrenza del 7 ottobre (l’attacco terroristico di Hamas a cui è seguita l’invasione israeliana e il bombardamento di Gaza ora esteso anche al Libano). Per comprendere il punto in cui si è arrivati, è necessario fare un passo indietro e cercare di comprendere le ragioni di questo lungo conflitto, del quale al momento non si riesce a intravedere alcuna soluzione, né pacifica né militare. Amos Gitai, regista israeliano che in più occasioni si è espresso in maniera critica nei confronti del proprio governo, ci aiuta a capire le radici della questione israelo-palestinese. Lo ha già fatto con alcuni suoi film e documentari, tra cui vale la pena citare Bayit (Casa), una docu-fiction del 1980, sul tema dei vari trasferimenti di proprietà di una casa araba a Gerusalemme, commissionato dalla televisione ma poi non andato in onda.
House (realizzato con artisti israeliani, palestinesi e iraniani) riprende il tema di quel documentario e racconta la storia di una casa in Gerusalemme Ovest per un quarto di secolo attraverso le vite degli abitanti che qui si sono succeduti, a cominciare dalla famiglia araba che fino al ‘48 era in possesso dell’immobile e che poi lo aveva abbandonato dopo l’arrivo dell’esercito israeliano, passando per i successivi abitanti, fino ad arrivare agli acquirenti attuali, che realizzano una ristrutturazione per mettere a frutto il loro investimento immobiliare. I lavori vengono affidati a una piccola ditta della Cisgiordania nella quale lavorano operai palestinesi. Il cantiere diventa così il punto d’incontro di personaggi diversi per radici culturali e lingue (gli attori in scena parlano quattro lingue: ebraico, arabo, inglese e francese). Ogni personaggio è portatore di un punto di vista diverso. Ci sono “vincitori” (i nuovi proprietari e il loro architetto) e “perdenti” (gli operai palestinesi), ma tutti condividono un malessere derivante dalla loro condizione di sradicati. Gli acquirenti dell’immobile infatti sono parenti dei sopravvissuti della Shoah che hanno deciso, per diversi motivi, di trasferirsi a Gerusalemme. C’è un artista belga, unico sopravvissuto della sua famiglia, che decide di stabilirsi in Israele, e che è costretto ad imparare l’ebraico da zero, ma c’è anche chi ha deciso di vivere in Israele per motivi religiosi, come una ragazza proveniente da una comunità ortodossa di New York. Ci sono sostanziali differenze tra le diverse ondate e generazioni di ebrei che sono arrivati in Israele (dopo i sopravvissuti della Shoah, arrivarono ondate provenienti dall’Iraq, dalla Turchia e dal Maghreb) che si riflettono anche nei diversi accenti e punti di vista dei diversi personaggi. Ma anche tra gli arabi ci sono sostanziali differenze tra le famiglie arabe che abitavano in Palestina e che nel ‘48 sono state costrette ad abbandonarla (rappresentate dal personaggio dell’antico proprietario che torna a fare visita alla sua casa dove era nato), e i palestinesi della Cisgiordania, costretti a sottostare a ogni genere di vessazioni quotidiane (che i personaggi in scena raccontano in modo piuttosto accurato).
Lo spettacolo in questione, prodotto da La Colline Théâtre National di Parigi diretto da Wajdi Mouawad e che conta nel suo cast Irène Jacob (l’indimenticabile attrice de La doppia vita di Veronica e del Film Rosso di Kieslowski), sostanzialmente rappresenta una sorta di documentario. Non offre soluzioni, anche perché un’opera teatrale non è tenuta e non è in grado di farlo, ma offre una diagnosi piuttosto precisa del male che ha generato quel conflitto, che dalla fondazione del moderno stato di Israele a oggi non è mai cessato (e che nell’ultimo anno è giunto a una delle sue fasi più cruente della sua ormai lunga storia).
Amos Gitai, regista ma anche autore del testo e della scenografia, ha saputo concepire e realizzare un’opera corale, nella quale tutte le anime di un paese, segnato da un tragico destino fin dalla sua nascita, trovano una loro voce.
Da quanto detto si può facilmente dedurre che lo spettacolo in questione non ha un vero e proprio finale. Ogni personaggio espone il suo punto di vista, le sue ragioni, le sue sofferenze e il suo dolore, e potrebbe continuare così per ben oltre le due ore e mezzo della sua durata. Il suo punto di forza, e allo stesso tempo la sua debolezza, è proprio questo: manca il punto finale. Allo stesso tempo rimane un’opera aperta. I personaggi in scena conoscono e sono consapevoli della tragica situazione in cui si trovano, ma non sono in grado di costruire un dialogo per superarla.
L’allestimento è arricchito da un accompagnamento musicale, eseguito dal vivo dal violinista e compositore Alexey Kochetkov, dalle cantanti liriche Dima Bawab e Laurence Pouderoux, dal tenore inglese Benedict Flinn, guidati dal direttore del coro Richard Wilberforce, nel quale si rispecchia tutta la ricchezza delle tradizioni musicali mediorientali, nel quale, almeno idealmente, possiamo immaginare una ricomposizione dei contrasti tra le diverse anime e le diverse voci e lingue che compongono lo spettacolo.

L’autore: Lorenzo Pompeo è slavista, traduttore, scrittore e docente universitario

85, bastano per tornare a discuterne?

Forse il giornalismo – quello che si promette di raccontare il suo tempo – oltre a sfrucugliare nel sacchetto dell’umido per darci in pasto i particolari macabri dalla bocca di Filippo Turetta potrebbe dirci dello squarcio nei figli di Eleonora Toci. Loro ieri hanno dovuto mostrare alla zia il cadavere della madre strangolata dal padre, con il telefono in mano. 

Oppure potrebbero concentrarsi sullo strazio di Maria Arcangela Turturo, 60 anni, che quattro giorni fa ha usato gli ultimi respiri per raccontare a sua figlia di essere stata bruciata e poi soffocata dal marito Giuseppe Lacarpia, 65 anni lì belli in mostra a smentire il testosterone come movente. 

Cinque giorni fa è stata ammazzata Letizia Girolami, 72 anni, trovata morta in un casolare spettrale. È stata uccisa dall’ex compagno della figlia, un altro uomo incapace di fare i conti con la fine di una relazione. 

Il 26 settembre il corpo senza vita di Maria Campai, 42 anni, è stato trovato a Viadana, un comune della provincia di Mantova.‍ Il ragazzo che l’ha uccisa si è lamentato per una prestazione sessuale che non valeva i soldi pattuiti. Quello stesso giorno a Tarzo, nei pressi di Treviso, è stata ammazzata Cesira Bianchet. 

Due ammazzate anche il giorno prima, il 25 settembre, Giusi e Martina Massetti erano madre e figlia. Roberto Gleboni, 52 anni, ha sparato a tutti i membri della sua famiglia prima di uccidersi. Morto anche il figlio Francesco e un vicino di casa. 

Tra il 22 e il 24 settembre ne sono state ammazzate tre: Loretta Levrini, Antonella Lopez e Rosa Nabi. Sono 85 donne uccise dall’inizio dell’anno, secondo il Viminale 65 sono femminicidi. Bastano per tornare a discuterne?

Buon giovedì. 

La Mare Jonio torna nel Mediterraneo, grazie all’aiuto concreto della Flai Cgil

Questo pomeriggio dal porto di Trapani è salpata la nave dell’ong di Mediterranea che alcune settimane fa aveva ricevuto l’ordine di sbarcare le attrezzature di soccorso. A sostenere la nuova missione, la Flai Cgil, che ha contribuito concretamente a spese legali, carburante ed equipaggiamento.

Erano le 14.55 di oggi quando dal porto di Trapani è salpata la nave Mare Jonio, della ong Mediterranea Saving Humans. Si tratta della sua diciannovesima missione nel Mediterraneo centrale. Questa volta, però, l’imbarcazione è dovuta partire senza avere a bordo i mezzi di soccorso. Alcune settimane fa, infatti, un’ispezione straordinaria ordinata dal ministero per i Trasporti guidato da Matteo Salvini si era conclusa con l’ordine di sbarcare le attrezzature per il salvataggio dei migranti in mare: i container per l’accoglienza delle persone soccorse, quello dell’infermeria, le docce, i bagni chimici e i due gommoni veloci rhib.

Non rispettare l’ordine impartito sarebbe stato rischioso per l’ong e avrebbe potuto portare al ritiro del certificato di idoneità, indispensabile per navigare. «Si tratta di un ordine del tutto illegittimo – dichiara Alessandro Metz, armatore sociale di Mediterranea, in una nota – un’imposizione il cui vero obiettivo è cercare di fermare una volta per tutte la nostra nave. Abbiamo attivato i nostri legali e stiamo facendo ricorso a ogni livello contro questo provvedimento ingiusto. Ma non possiamo sospendere le attività in attesa che un giudice si pronunci».

«Per questo motivo abbiamo ottemperato alla prescrizione delle Autorità, scaricando il materiale richiesto, per poter partire comunque e ritornare là dove la nostra presenza può fare la differenza», prosegue Sheila Melosu, capomissione a bordo della nave.

Mentre il governo continua tenere le ong nel mirino, c’è però anche chi le aiuta in modo concreto, affinché possano continuare a svolgere il proprio ruolo essenziale in mare. A sostenere questa nuova missione di Mediterranea, infatti, ci ha pensato la Flai Cgil, la categoria del sindacato che tutela i lavoratori dell’agroindustria. Flai ha scelto di contribuire alle spese legali dell’ong e a quelle per il carburante e l’equipaggiamento di bordo.

«Di fronte a una Fortezza Europa che chiude i suoi confini a chi è in fuga da guerre, miseria e stravolgimenti climatici, le navi di Mediterranea e di tutta la flotta civile rappresentano una delle pochissime ancore di salvezza per restare umani», dichiara il segretario generale della Flai Cgil Giovanni Mininni, commentando la collaborazione tra sindacato e ong .

«Siamo molto grati del sostegno della Flai, non solo in quanto vitale per le prossime missioni, ma anche perché sappiamo bene che la tutela dei diritti e della dignità delle persone che soccorriamo in mare non si esaurisce nel momento in cui raggiungono terra – aggiunge in una nota Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans -. Le leggi securitarie che governano l’immigrazione in questo Paese le espongono continuamente a condizioni di pericolo. Stringere un patto di alleanza e cooperazione con la Flai Cgil rappresenta per noi l’opportunità di tracciare una continuità di idea e azione fra mare e terra».

L’alleanza inaugurata tra sindacato e ong non terminerà oggi, ma proseguirà con una collaborazione concreta nei prossimi mesi. Attiviste e attivisti di Mediterranea si uniranno alle Brigate del lavoro della Flai, ossia ai gruppi di sindacalisti e delegati che partecipano alle attività di sindacato di strada, intercettando i lavoratori delle campagne direttamente nei campi dove si lavora la terra spesso in condizioni disumane, dove i permessi di soggiorno possono trasformarsi in arma di ricatto, dove la non conoscenza della lingua è un ulteriore fattore che rende ricattabili.